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Settecento e una monaca (Reperti, 42-43: Palazzeschi, Leopardi)

42. Mi piacciono molto i ritmi con i quali Aldo Palazzeschi introduce una comunità di monache in una delle sue poesie più note, Il convento delle Nazarene (già presente nei Poemi del 1909). Comunità invero assai nutrita, visto che sono «Nazarene settecento / tutte chiuse in un convento / senza luci e senza grate / per le suore rinserrate»1. Una quartina regolare di ottonari, tipica della romanza ottocentesca; ma già alla seconda strofa, scrive Sergio Antonielli, «si ha una specie di colpo di scena. Ancora una quartina, ma non più di ottonari: tre settenari con un senario interposto. Ancora rime, ma in rapporto mutato. Addio romanza. In aggiunta, un’interrogazione beffarda, uno scatto non più in ordine crepuscolare: “Ma ve le figurate / tutte quelle monache / con quell’enormi tonache / là dentro rinserrate?”». E se qui, all’inizio, ci troviamo di fronte a immagini del tutto ideali, funzionali al tono «tra il tenero e il beffardo» e al gioco dei metri e delle rime, alla fine lasciamo il convento con un’immagine di quotidianità semplice e pura concretezza, sottolineata da una metrica ormai sciolta: «E in un canto del vasto cortile / una giovane, parte un pomo a spicchi, / in terra ha posato un bacile / pieno zeppo di radicchi»2.

43. Forse mi piace anche di più aver appreso che tra i «disegni letterari» di Giacomo Leopardi vi sia una cartella che traccia la «storia di una povera Monaca nativa di Osimo che disperata essendosi monacata per forza, si uccise gettandosi da una finestra del suo monastero di S. Stefano in Recanati». Il testo fa parte degli Abbozzi e appunti per opere da comporre, compresi nelle «carte napoletane», e risale al 18193. Non è difficile, e forse nemmeno improprio, scorgere nella figura di questa religiosa infelice una proiezione del poeta stesso. La situazione della monaca, probabilmente una clarissa, si aggrava quando una sua compagna e confidente ottiene la licenza per svestire l’abito e tornare nel mondo, a differenza di lei che, avanzata la medesima richiesta, viene respinta dai parenti, che «non la rivollero in casa», costringendola a rimanere nel monastero. «Si dovrà dipingere», si appunta qui Leopardi, «i gradi che l’animo umano percorre per determinarsi al suicidio quando non vede più nella vita altro che un male, e dispera di poter mai migliorar sorte, come anche il contrasto colla religione, massime in una monaca». La discesa nell’abisso è senza ritorno, e l’infelice viene a poco a poco data per pazza e controllata sempre a vista. C’è da rammaricarsi che Leopardi non abbia scritto il romanzo, del quale però ci ha lasciato prudentemente il finale: «Finalmente offertasi una volta alla sua custode, di andarle a prendere in un’altra stanza un paio di forbici, e lasciata andare col dirle che non facesse qualche pazzia, si precipitò da una finestra».

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  1. Secondo le statistiche ufficiali (anno 2011) le suore Nazarene sono invece 124, distribuite in cinque case italiane e tredici in Madagascar, dove sono anche più numerose le novizie.
  2. Aldo Palazzeschi, Il convento delle Nazarene, in Poesie, a cura di S. Antonielli, Mondadori 1971 (un gloriosissimo Oscar, uscito «con la collaborazione dell’autore, che ha presumibilmente rivisto o per lo meno approvato la scelta»), pp. 65-66.
  3. Si può leggere in Tutte le opere di Giacomo Leopardi, a cura di F. Flora, Le poesie e le prose, vol. I, Mondadori 19452, p. 691.

 

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Conventini e… sciocchezze (Reperti, 40-41)

40. Capita, talvolta, che insegua una traccia, anche molto piccola, per il semplice gusto di farlo, di evocare ciò che è scomparso e, soprattutto, perché adesso si può. Da una poesia di Sebastiano Satta, ad esempio, La portatrice d’acqua (compresa nei Canti del salto e della tanca, usciti postumi nel 1924), sono emersi dei frati che mi hanno incuriosito: «I frati di Monteraso / Pingon la Maddalena / Con una rosa in bocca… / I frati di Monteraso…»1. Il Monteraso, o Monte Rasu, è un rilievo che si trova nella regione sarda del Goceano (provincia di Sassari)2, alla quale il Casalis, nel suo Dizionario, attribuisce nel 1839 una popolazione di 7958 persone, cui «aggiungeremo preti 25, che hanno la cura delle anime; frati 10 ne’ due conventini, od ospizii, de’ quali uno in Monterasu, l’altro in Bottidda»3: eccoli lì, i frati di Monteraso, nel loro conventino. Da una memoria di viaggio di autore francese (1837) ho appreso poi che «in una crespa boschiva di Monteraso, e in una situazione incantevole, trovasi uno de’ più antichi conventi de’ francescani dell’isola, fondato verso il 1220 […]. Questo convento, passato in progresso di tempo ai conventuali, serve oggidì di meschino alloggio e ricovero a pochi frati, il cui superiore trova più comodo di risiedere talvolta al convento di Bottidda»4. Il convento di Monteraso è dato da alcuni, tra l’altro, come luogo di morte e sepoltura, intorno al 1240, di Giovanni Parenti, ministro generale dei frati Minori dal 1227 al 1232. Acquistato quanto ne restava da privati alla fine dell’Ottocento, è stato restaurato.

41. Su un numero recente della «Lettura» del «Corriere della Sera» è apparsa una intervista a David Krakauer, direttore del Santa Fe Institute, un centro di ricerca fuori dagli schemi, fondato nel 1984, nel quale «scienziati e letterati si interrogano sui comuni denominatori, riflettendo con rigore matematico su problemi complessi come l’evoluzione dell’intelligenza o la natura del tempo». Il reperto sta nelle poche, incisive parole usate da Krakauer in apertura per definire l’istituto: «È come un monastero, un antidoto alla modernità, un luogo dove minimizzare le str***ate»5.

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  1. Sebastiano Satta, Canti, Mondadori 1955, p. 213.
  2. Il Goceano «è una regione montagnosa, e tra le sue maggiori eminenze è da notarsi il Monteraso, che stimasi il secondo dei punti più elevati della Sardegna settentrionale», G. Casalis, Dizionario geografico storico-statistico-commerciale degli Stati di S.M. il Re di Sardegna, vol. VIII, Maspero (Torino) 1841, p. 168.
  3. Casalis, Dizionario, cit., p. 170.
  4. Viaggi alle isole di Corsica, d’Elba e di Sardegna del Signor Valery, vol. IV, Pirotta (Milano) 1843, pp. 168-169.
  5. Viviana Mazza, Le app uccidono l’intelligenza, in «La Lettura», «Corriere della Sera», n. 302, 10 settembre 2017, p. 10.

 

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Tre poeti (Reperti 37-39: Mandel’štam, Cardarelli, Cattafi)

37. Nella quarta delle molto oscure Ottave, datata maggio 1932, Osip Mandel’štam accenna a una specie di «sesto senso» che può essere rintracciato nei recettori di varie specie animali, dai rettili agli esseri unicellulari, e in qualche modo lo avvicina a un simile organo di percezione supplementare che sarebbe dei poeti. L’immagine, oscura ma assai espressiva, è lì, in mezzo a una serie di evocazioni1:

La minima appendice del sesto senso

o l’occhio parietale della lucertola,

i monasteri di lumache e conchiglie,

il parlottio di piccole ciglia scintillanti.

 

38. Nella molto citata Arpeggi (dalle Poesie del 1936), Vincenzo Cardarelli assegna a un’inattesa, e contraddittoria, figura monastica, nella quale si celerebbe il poeta stesso, una dolente e oggi vagamente polverosa meditazione sull’inconsistenza della vicenda umana. Fremiti d’aria, fuggevoli moti, precario stato, dolce disperazione e conclusivo sciogliersi2:

Il sole è stanco di contemplare

una tanto monotona vicenda.

Così parlava un monaco

neghittoso e bizzarro,

là nell’antico Oriente:

piccol uomo assediato

da immani fantasmi.

 

39. E infine giusto una parola alla fine di un verso alla fine di una poesia di Bartolo Cattafi. Non capisco benissimo, ma al tempo stesso l’immagine ha una sua strana evidenza e, stiracchiandosi all’interno del modo di dire, produce un senso interessante. La poesia s’intitola Pellecamicia ed è contenuta nella raccolta L’aria secca del fuoco3:

Cellule sfaldabili ad un soffio

aerea stoffa

pellecamicia di serpe

messa al sole con tutti

i suoi disegni d’una volta

che si rinviene in campagna

e nei ricordi

come gli abiti e i monaci smessi.

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  1. Osip Mandel’štam, Quasi leggera morte. Ottave, a cura di S. Vitale, Adelphi 2017, p. 41.
  2. Vincenzo Cardarelli, Arpeggi, in Poesie, Mondadori 19588, pp. 139-40.
  3. Bartolo Cattafi, L’aria secca del fuoco, Mondadori 1972, p. 134.

 

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Il sistema dei monasteri (Reperti, 36: Paul Valéry)

36. All’interno della rubrica «Gladiator», una delle trentuno sezioni in cui Paul Valéry ha suddiviso l’oceano delle sue annotazioni noto con il titolo di Quaderni1, ci sono tre brevi asserzioni che mi sono sempre sembrate come un riflesso della forma di vita monastica. Me le ha fatte tornare in mente la citazione dell’abate di Acey, che ho riportato nell’appunto precedente: «Vivere la fraternità secondo il vangelo non ha niente di spontaneo. Esige un lungo cammino di conversione»2. Nella struttura concettuale dispiegata da Valéry tali affermazioni sono prive di connessioni con qualsiasi idea di «fede», nondimeno rappresentano con ammirevole sintesi un «programma» e direi che non stonerebbero tra i detti di un Padre del deserto.

Eccole qua, riportate alterando l’ordine cronologico di stesura:

«L’uomo non fa bene niente in modo naturale.»

«L’uomo è qualcosa soltanto grazie al suo sforzo contro ciò che egli è.»

«C’è soltanto una cosa da fare: rifarsi. Non è semplice.»3

Non ricordavo, invece, che verso la fine della rubrica (la data di stesura è il 1936) compare un brano intitolato precisamente «Monaco» e ascritto anche alla rubrica «Theta», quella dedicata alle «cose divine». Rendendo onore alle «invenzioni» introdotte dalla Chiesa nella formazione degli spiriti, Valéry ne ricorda alcune prettamente monastiche, tra cui «la “meditazione” a ora fissa», «la giornata ben divisa. La notte non trascurata», «il valore dell’alba».

«Forse», aggiunge il poeta, «ci è voluto il sistema dei monasteri del X e dell’XI secolo per ricostituire uno spirito – – libero e possente contro lo stato in cui a quell’epoca versavano le cose e gli uomini», e conclude con una definizione che forse non è del tutto scevra di un certo «romanticismo monastico»: «Il monastero, bozzolo in cui il bruco spirituale poté aspettare il tempo del suo volo»4.

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  1. Paul Valéry, Quaderni, vol. I: I quaderni, Ego, Ego Scriptor, Gladiator, a cura di J. Robinson-Valéry, Adelphi 1985.
  2. La «spontaneità», peraltro, è uno dei bersagli di Valéry: «Io nutro una tale diffidenza nei confronti di tutto ciò che è Spontaneo (di cui non posso mai credere che valga qualcosa…)», ivi, p. 382.
  3. Ivi, pp. 390, 377, 372.
  4. Ivi, p. 402.

 

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Signorilità, note basse e domeniche pomeriggio (Reperti, 33-35: Campo; Larson; Cioran)

33. All’indomani del suo trasferimento in piazza Sant’Anselmo, a Roma, dove trascorrerà gli ultimi anni della sua vita, Cristina Campo scrive la sua penultima lettera1 a Leone Traverso. È il dicembre del 1965 e si avvicina un Natale ancora carico di lutto per la scrittrice, che ha perso non da molto entrambi i genitori. «Ma quassù», scrive Campo, «c’è una strana potenza negli uomini e nelle cose», una potenza forse legata alla presenza dell’abbazia benedettina, di cui lei sarà riconoscente «vicina di casa»2, e che «domina il colle e la nostra vita, con la sua meravigliosa atmosfera da medioevo tedesco, con i suoi perfetti cerimoniali gregoriani, soprattutto con una carità incessante, discretissima e indicibilmente signorile» (espressione che riporta alla mente la «signorilità benedettina» del cardinale Schuster).

34. Un bel riferimento al canto dei monaci si trova nella bella poesia che Katherine Larson dedica al nonno, morto da un anno, rievocando una loro visita a un monastero romeno3. La poetessa assiste a una specie di ufficio notturno: «Verso mezzanotte, i monaci cantarono / lungo azzurri corridoi di incenso / come sintonizzando il buio // alla nota bassa della loro devozione». Quando poi le viene detto che quella «messa» è in soccorso di Gesù che cade, Larson si accorge che «fino allora non sapevo / che i giorni fossero tenuti insieme dal canto. // O che ci si potesse prender cura / di quelli che soffrivano / millenni dopo la loro morte».

35. Tra l’altro, in esergo alla succitata poesia, Larson pone questa citazione da Cioran, tratta da Lacrime e santi: «Ci sono tristezze che mettono nell’anima di un uomo le ombre di un monastero», che arriva in tale forma suggestiva tramite l’inglese, poiché nella traduzione dal francese suona invece così: «Le tristezze proiettano sull’anima un’ombra claustrale»4. In Lacrime e santi, peraltro, Cioran dedica diverse osservazioni divulgative alla «tristezza dei monasteri» e al «chiostro che ciascuno di noi si porta nell’anima»; come questo riferimento al demone meridiano dell’acedia: «Questo disgusto, scaturito dal deserto del cuore e dalla pietrificazione del mondo, è lo spleen religioso. Non disgusto di Dio, ma tedio in Dio. Acedia è il pomeriggio delle domeniche vissuto nel silenzio pesante dei monasteri»5.

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  1. Di quelle pubblicate in Caro Bul. Lettere a Leone Traverso (1953-1965), a cura di M. Pieracci Harwell, Adelphi 2007. La lettera, del 21 dicembre 1965, è riportata alle pagine 132-33.
  2. Nell’aprile del 1968 Cristina Campo si trasferirà al numero 3 della stessa piazza, in «una casetta di inizio secolo, elegante, con un alto cancello e una corona di alberi: tre stanze spaziose, le cui finestre danno sugli orti dell’abbazia di Sant’Anselmo e su un giardino di modeste dimensioni» (Cristina De Stefano, Belinda e il mostro. Vita segreta di Cristina Campo, Adelphi 20134, p. 140).
  3. Nonno all’aperto (Grandfather outside), in Le storie più mute, a cura di P. Federico, Interlinea 2016, pp. 22-27.
  4. Lacrime e santi, a cura di S. Stolojan, traduzione di D. Grange Fiori, Adelphi 1990, p. 22 (se non sbaglio, l’opera, scritta in rumeno, è stata comunque tradotta dal francese).
  5. Ivi, pp. 66-67.

 

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Catacombe nei cieli (Reperti, 32: Léon Bloy, «Il disperato»)

bloy-il-disperatoPoco dopo aver seppellito il padre, il protagonista del Disperato – primo romanzo di Léon Bloy, pubblicato senza esiti di rilievo nel 18871 –, si presenta stremato alla porta della Grande Certosa («Si dice la Grande Certosa come si dice Carlo Magno») in cerca di pace e carità. Al monaco che lo accoglie così si rivolge: «Levavi oculos meos in montes, unde veniet auxilium mihi. Vi porto la mia anima da risuolare e lustrare. Vi prego di tollerare queste espressioni da calzolaio». La risposta del padre portinaio, sorridente, è di pari livello: «Signore, se siete infelice, siete il più caro dei nostri amici; les montagnes della Grande Certosa hanno orecchi, e i soccorsi che vi potranno dare non vi verranno meno. Quanto alla vostra calzatura spirituale, noi lavoriamo talvolta su cose vecchie e forse potremo soddisfarvi».

La seconda parte del corrusco romanzo2 dello scrittore cattolico francese è dedicata al soggiorno di Caino Marchenoir, il «disperato» in questione, presso la Certosa, episodio in cui si rispecchia, come peraltro in tutto il resto della vicenda narrata, una materia strettamente autobiografica: a conclusione del complicato rapporto con Anne-Marie Roulé, prostituta parigina da lui convertita a un cristianesimo acceso e visionario, Bloy aveva tentato infatti di essere accolto alla Trappa e poi tra i certosini, senza successo. Questa parentesi monastica rappresenta, sia nella storia del personaggio Marchenoir («Questo stilita intellettuale»), sia nel romanzo stesso, una parentesi di pace. Non vi mancano del tutto le esplosioni da artiglieria pesante che caratterizzano il resto del libro, e che meriterebbero un discorso a parte, ma sono in qualche modo attenuate al cospetto del silenzio certosino.

Lo stile, tuttavia, resta per così dire altisonante e ispirato, a cominciare dalla serie di definizioni che Bloy allinea descrivendo la Certosa e i suoi abitanti: «Alpestre alveare dei più sublimi operai della preghiera», «Metropoli della vita contemplativa», «Città della volontaria rinunzia e della vera gioia, oggi conosciuta da chiunque legge e pensa nel mondo», «Catacomba nei cieli» e infine «La grande scuola degli imitatori della solitudine di Dio» – espressione, quest’ultima, assai singolare, che Bloy deriva da un suo altrettanto singolare aforisma: «Dio è il grande solitario che non parla se non ai solitari».

Tra i diversi riti e liturgie della Certosa, due in particolare colpiscono Marchenoir: il funerale di un confratello e l’ufficio notturno. E se il primo, nella sua commossa semplicità, gli rammenta per contrasto le esequie pubbliche del politico Léon Gambetta («Marchenoir si ricordava di trecentomila teste di bestiame umano che accompagnavano alla dimora sotterranea il Serse putrescente della maggioranza, [… e] paragonò quella menzogna di funerale al seppellimento veridico del certosino sconosciuto»), nel secondo, cui assiste dalla «tribuna dei forestieri», riconosce il cuore della Certosa: «Visitare la Grande Certosa da cima a fondo è una cosa semplicissima… ma non si conosce il fiore del suo mistero, se non s’è assistito all’ufficio notturno. La è il vero profumo che trasfigura quel rigoroso ritiro… e quando lo si è visto, confessiamo che non sapevamo nulla della vita monastica».

Lasciato libero di fare «tutto quello che non era incompatibile con la regola del Monastero (finanche il permesso di fumare in camera; una concessione questa quasi senza esempio)», Marchenoir si aggira per la Certosa cercando di sedare le proprie intemperanze, pensando al libro che vuole scrivere e traendo insperata chiarezza interiore dai colloqui con p. Atanasio. Il monaco più che altro ascolta, e smantella infine le reiterate velleità del protagonista di vestire l’abito bianco con un discorso la cui conclusione merita una citazione estesa, tanto è concreta: «È una romantica sciocchezza, da cui dovete liberarvi, mio caro poeta, il credere che il disgusto della vita sia un segno della vocazione religiosa. Adesso voi siete qui nient’altro che un nostro ospite, andate e venite come vi piace, sognate sulla montagna e nella nostra bella foresta di verdi abeti, malgrado i cinquanta centimetri di neve che vi sembrano accrescere l’incanto; ma, credetemi, l’apparizione della nostra Regola vi riempirebbe di terrore».

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  1. Léon Bloy, Le Désespéré (1887), trad. ital. di G. Auletta: Il disperato, Edizioni Paoline 1957 (n° 13 della collana «Juventus», curata da V. Gambi).
  2. «Il romanzo autobiografico che presentiamo», si legge nella presentazione firmata dal traduttore, «ma è un vero romanzo come lo si intende oggi? – è tutto un corruscare di violenze verbali (che Bloy diceva prodotte dall’indignazione per amore), di espressioni iperboliche, di immagini talvolta barocche e lambiccate, di un certo fanatismo mistico, che potrebbe sconcertare più di un lettore abituato a ben altro linguaggio e a ben altri accomodamenti con la vita.»

 

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«Del bello e del buono» (Reperti, 29-31: Mandel’štam, Wilde, Wharton)

29. Talvolta il «reperto» non è altro che una parola, usata in un’immagine o in una metafora. Nient’altro che il segno della presenza nell’immaginario di uno scrittore di quella specifica «categoria», reale o astratta. Come nella breve prosa pietroburghese di Osip Mandel’štam dedicata all’Istituto Tenišev e alla galleria di studenti che lo frequentava: «E tuttavia nell’istituto Tenišev c’erano dei bravi ragazzi. Della stessa carne, della stessa ossatura dei bambini ritratti di Serov. Piccoli asceti, monaci nel loro monastero infantile dove tra i quaderni, gli strumenti, le provette di vetro e i libri tedeschi c’era più spiritualità e rigore interiore che nella vita degli adulti»1.

30. Non ricordavo che alla fine del Fantasma di Canterville di Oscar Wilde si potesse ammirare una tipica veduta inglese con rovine monastiche. Alla fine del racconto i novelli sposi, i giovani duchi Cecil e Virginia, tornano a Canterville Chase e vanno a visitare la tomba dove sir Simon ha infine trovato requie. Ecco il garbato quadretto: «La duchessa aveva portato delle belle rose che sparpagliò sul sepolcro, e dopo essersi trattenuti lì accanto per un po’, si avviarono verso il coro in rovina dell’antica abbazia. Lì la duchessa sedette su una colonna caduta mentre il marito, sdraiato ai suoi piedi, fumava una sigaretta guardandola nei begli occhi»2.

31. Una lettera del 9 giugno 1912, allo storico dell’arte Bernard Berenson, ci informa dell’«escursione avventurosa» che Edith Wharton compì al convento della Verna in compagnia del suo amico Walter Berry. Al terzo giorno di viaggio in auto da Roma a Venezia, i due decisero di andare a Camaldoli, passando appunto per la Verna, e partirono – da Perugia? da Città di Castello? da Sansepolcro? – verso le dieci del mattino. «Dei immortali!», commenta Wharton. «Alle undici eravamo pencolanti sui gelidi burroni dell’Appennino, incapaci di tornare indietro come di andare avanti, malgrado l’abilità e la freddezza di Cook, il nostro chauffeur.» Gli indigeni per fortuna giunsero in soccorso, ma furono necessarie oltre dodici ore per arrivare, un po’ prima di mezzanotte ai «cancelli della Verna, dove ci volle del bello e del buono per svegliare i frati». L’ospitalità è sacra, e i pellegrini vanno rifocillati, sicché «Walter dovette trangugiare una minestra condita con l’olio e mangiare acciughe e formaggio prima che gli permettessero di andare a letto». La mattina dopo la discesa non sarà meno rocambolesca, tanto che «l’automobile dovette essere fatta scendere per mezzo di funi a circa tre quarti di miglio sotto il convento». Funi che, «grazie a Dio», non si ruppero3.

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  1. Osip Mandel’štam, L’Istituto Tenišev, in Il rumore del tempo (1925), traduzione di G. Raspi, Einaudi 1970, pp. 48-9.
  2. Oscar Wilde, Il fantasma di Canterville (1891), in Opere, a cura di M. d’Amico, Mondadori 2005, p. 346 (traduzione di M. d’Amico, che ho modificato in un punto).
  3. La lettera di Edith Wharton è citata nel grazioso volume di Attilio Brilli e Simonetta Neri, Sulle tracce di Francesco, il Mulino 2016, che  ritaglia le testimonianze dei viaggiatori, prevalentemente stranieri, che hanno ripercorso, agli inizi del XX secolo, la via degli eremi francescani. Grazioso e utile per chi volesse rifare quella strada: la Verna, Montecasale, l’eremo delle Celle, la Porziuncola, le Carceri, Rivotorto, Monteluco, ecc.

 

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