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Solitudini e idroterapie (Reperti, 51-52: Krakauer; Montale)

51. Nel suo famoso libro Nelle terre estreme (Into the Wild), più di una volta Jon Krakauer1 fa riferimento ai monaci per descrivere qualche atteggiamento di Christopher McCandless, il giovane americano morto in Alaska per seguire fino in fondo il «richiamo della foresta». In una delle pagine dedicate al tentativo di capire il senso delle scelte di Alexander Supertramp – così chiamava se stesso McCandless durante la sua fatale avventura –, Krakauer cita addirittura l’ipotetico, e mai verificato da alcuna prova archeologica, approdo islandese dei papar, i monaci irlandesi che nel V e VI secolo avrebbero fatto rotta verso nord, senza mezzi adeguati ad affrontare l’Atlantico settentrionale, alla ricerca di una solitudine adatta ai loro scopi di contemplazione e preghiera, e che infine avrebbero lasciata anche l’Islanda all’arrivo dei primi norvegesi. Non è così sorprendente, il riferimento monastico, se si pensa alla schiera di «eremiti» di cui si può trovare traccia nella letteratura che finisce di solito sullo scaffale Americana; non è affatto sorprendente se si pensa a Thomas Merton… Quello che mi ha colpito è che a questa suggestione, se così vogliamo dire, sia affidata la conclusione del racconto: «Una delle ultime cose che Chris McCandless fece in vita fu quella di scattarsi una foto […] sotto la volta celeste del cielo d’Alaska. Con una mano rivolge il biglietto d’addio all’obiettivo e con l’altra porge un saluto sereno e coraggioso al mondo. Se in quelle ultime, difficili ore il ragazzo si sia commiserato – perché era giovane, perché era solo, perché il corpo l’aveva tradito riducendolo in quello stato – non traspare dall’immagine. Chris sorride, e il suo sguardo è inequivocabile: McCandless era in pace, beato come un monaco che va dal Signore».

52. Una minuzia montaliana. Il 3 agosto 1923, rispondendo a una lettera dell’amico e scultore Francesco Messina, Eugenio Montale, che si trovava col fratello presso lo Stabilimento Idroterapico di Voltaggio (Alessandria), fa menzione di un non meglio identificato abate Santalini2. Un mese e mezzo dopo, come se tornasse sull’argomento, scrivendo sempre a Messina, ma questa volta da Monterosso, dice: «Quanto ai reverendi abati non li detesto affatto, ma li preferisco se usano il Kalikor»3. Sul volume si legge appunto Kalikor, ma sarà da intendersi senz’altro Kaliklor, e chissà se è un refuso, un lapsus o una storpiatura montaliana (non implausibile). Si tratta di una «Pasta dentifricia antiacida perfetta» prodotta dalla ditta Valli di Milano, il cui slogan era: «… a dir le mie virtù basta un sorriso». Considerando l’antico, conflittuale rapporto tra clero e nuovi prodotti per l’igiene personale, come non ricordare il consiglio che il Principe di Salina darà a padre Pirrone nel Gattopardo…

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  1. Jon Krakauer, Nelle terre estreme, con una nuova postfazione dell’autore, traduzione di L. Ferrari e S. Zung, Corbaccio 201731.
  2. Eugenio Montale, Lettere e poesie a Bianca e Francesco Messina (1923-1925), a cura di L. Barile, Libri Scheiwiller 1995, p. 171.
  3. Lettera del 20 settembre 1923, p. 178.

 

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«Per votare ci vuole la dispensa» (Reperti, 50: Franco Buffoni)

50. C’è un’aria di immediata e pressante concretezza nel «racconto in versi» che Franco Buffoni ha dedicato alla zia suora e che dà il titolo alla sua quinta raccolta poetica, apparsa la prima volta nel 1997 e di recente ripubblicata1. Suora carmelitana si apre infatti con una serie di dati perfettamente lisci e scorrevoli: indirizzo del convento («via Marcantonio Colonna»: al n° 30, per la precisione, a Milano), data di fondazione («è del trenta»: la consacrazione, celebrata dal cardinale Schuster, è dell’ottobre 1929), data di ingresso della monaca («è lì dal quarantasei»2), occasioni delle rarissime uscite (le elezioni del 1948 e i due referendum sul divorzio e sull’aborto, due ricoveri in ospedale: «Per votare ci vuole la dispensa. / E anche per l’ospedale»). Nulla di simbolico, dunque; mentre lo è, o comunque è significativo, quello che il poeta decide di evocare di una vicenda allungata nel tempo e scandita dal suo passaggio dall’infanzia all’età adulta: «Da bambino», «fino a undici anni», «da studente», «quando ero militare», «oggi».

Il tempo trascorre anche sul volto della religiosa, ma è come se al di là della grata fosse sospeso e il flusso inarrestabile della vita di chi sta «fuori», nel mondo, si confrontasse con l’immobile attesa di chi è «dentro» (e per il mondo prega), trovando nel parlatorio il luogo, questa volta sì, altamente simbolico, di tale singolare tangenza. E nel parlatorio ci sono la grata, appunto, e la ruota, le due aperture attraverso le quali lo scambio avviene, di parole e di piccoli oggetti – o anche di niente, di semplice presenza.

Riconosco che questo confronto di «tempi» è uno degli aspetti che alimentano maggiormente il mio interesse per le cose monastiche e mi piace immaginare, sulla scorta di queste brevi e pazientemente semplificate poesie, la serie di incontri tra il nipote e la zia, anno dopo anno, le brevi e distese conversazioni non aliene da questioni molto pratiche: le nuove arrivate («quasi tutte laureate»), il parallelismo tra vita militare e vita religiosa («ai superiori si doveva dare / obbedienza continua»), l’umidità degli edifici («è un convento moderno / non ha i muri spessi») – i versi di Suora carmelitana, tra l’altro, sono pieni di numeri: anni, misure, quantità, gradi: una continua immissione di dati oggettivi là dove – nel convento – il vero «dato» è, con ogni probabilità, incommensurabile.

Le suore sono in tutto una ventina,

Ventiquattro per la precisione erano prima

Della fondazione di un Carmelo nuovo.

Alcune sono state trasferite

E a Milano ora sono in diciassette

Le più vecchie.

Oggi sono in dodici3: eccolo, il tempo «di fuori», che passa anche «dentro». Ma forse no, perché nella poesia di Franco Buffoni sono ancora in diciassette, o magari ventiquattro, o addirittura…

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  1. Franco Buffoni, Suora carmelitana e altri racconti in versi (1997), Guanda 2019.
  2. Questo dato ci lascia immaginare che si tratti proprio dell’attuale priora, m. Manuela della Madre di Dio, entrata al Carmelo nel 1946, all’età di 19 anni.
  3. Lo erano nel 2015, come si apprende da questa intervista alla priora m. Manuela.

 

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«Pachidermici, neri come la pece» (Reperti, 47-49: Pontiggia; Borowski; Tomasi)

47. Nella più recente raccolta poetica, molto bella, di Giancarlo Pontiggia c’è una poesia, «suggerita» dal titolo di un libro di Francesco M. Cataluccio, in cui compare un monaco silenzioso1.

 Vado a vedere se di là è meglio

 

«Vado a vedere se di là è meglio.»

Ma cos’è meglio? Il silenzio mistico

di chi contempla il muro, spoglio, di una cella

o il frastornante rumore del mondo? Il mattino

quando tutto è primo, sospeso

sul fare delle cose

o il pomeriggio, sul tardi, quando

il cielo se ne va, e si porta via

ogni pensiero? La vita

che trafigge, rapida, tormentosa, i nostri anni

o la fine, la fine caritatevole, che rigenera

il mondo? Com’è che esiti,

 

se te lo chiedo?

 

48. Nelle tre biografie kantiane che vengono tradizionalmente presentate insieme, quelle di Borowski, Jachmann e Wasianski, si dà ampio spazio anche ai diversi aspetti dei rapporti di Kant con la religione. Ludwig Ernst Borowski, in particolare, ricorda tra le altre cose un opuscolo del «prof. Reuss», Va insegnata la filosofia di Kant nelle Università cattoliche?, ormai superato dai fatti, poiché non sono pochi i docenti di confessione cattolica che la insegnano, compreso lo stesso Reuss, a Würzburg. E tali docenti sono elencati in un documento, indirizzatogli dallo stesso Kant, che Borowski pone in appendice al suo scritto: «Persino nei conventi» si tengono lezioni su Kant, come a Münnerstadt, presso gli agostiniani, «i quali in ogni epoca scientifica arrivano sempre con vent’anni di ritardo»2.

In realtà anche Christian Jonas Petrus Reuss (1751-1798) era un monaco, benedettino dell’abbazia di Santo Stefano, appunto a Würzburg, dove aveva pronunciato i voti solenni nel 1777, dopo studi di filosofia e medicina, e assumendo il nome di Matern, in onore dell’abate Matern Bauerness che lo aveva accolto nel cenobio3. «Oratore affascinante, maestro amato e stimatissmo, Reuss, con un attivismo impareggiabile, si adoperò per diffondere la filosofia di Kant nella cultura tedesca, sia all’interno del suo ordine sia nelle università cattoliche della Germania» (Antiseri). Borowski non si nasconde, tuttavia, che, nonostante l’opera di Reuss e di altri come lui, «la filosofia kantiana non entrerà tanto presto dagli oscuri portoni di certe scuole claustrali». Ci vorrà tempo e, «a dispetto di qualche cenobita devoto al nostro filosofo, e per farlo montare su tutte le furie, si darà al cane da guardia del convento il nome di Kant (un fatto avvenuto, anche se non sono in grado di indicare il luogo)» – Kant! Vieni qua!

49. Avevo dimenticato il mirabile panorama monastico che Tomasi di Lampedusa ricostruisce dai pensieri del Principe di Salina in viaggio notturno verso Palermo4. Avevo dimenticato le «smisurate moli dei conventi», «pachidermici, neri come la pece, immersi in un sonno che rassomigliava al nulla». Avevo dimenticato il senso di morte che trasmettono alla città e «che neppure la frenetica luce siciliana riusciva mai a disperdere». E soprattutto avevo dimenticato quella presenza eccentrica in un elenco di ordini del tutto consueto: «Conventi di gesuiti, di benedettini, di francescani, di cappuccini, di carmelitani, di liguorini, di agostiniani…» I liguorini, cioè i padri redentoristi di Alfonso Maria de’ Liguori, che Garibaldi avrebbe espressamente «sciolto», insieme ai gesuiti, con un decreto del giugno 1860, un mese dopo la scena descritta da Tomasi, perché «sono stati nel tristo periodo dell’occupazione borbonica i più validi fautori del dispotismo», e i cui beni sarebbero stati venduti il mese successivo a favore della Pubblica Istruzione o messi a disposizione della medesima5, ebbene, sono quasi convinto che, al di là della esattezza storica, Tomasi li abbia inseriti per il suono del loro nome: una scelta musicale.

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  1. Giancarlo Pontiggia, Il moto delle cose, Mondadori 2017, p. 93-4.
  2. L.E. Borowski, Descrizione della vita e del carattere di Immanuel Kant (1804), in L.E. Borowski, R.B. Jachmann, E.A.Ch. Wasianski, La vita di Immanuel Kant narrata da tre contemporanei, traduzione di E. Pocar, Laterza 1969, p. 41.
  3. Traggo queste notizie da testi di storia delle filosofia di Dario Antiseri.
  4. Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo, Feltrinelli 1958, Capitolo primo.
  5. Decreto del 20 luglio 1860, art. 4: «Le biblioteche, musei d’antichità ed arti, o di scienze naturali, i gabinetti di fisica, e tutt’altra collezione di simil natura che apparteneva ai Gesuiti, o ai Liguorini, saranno addette ad uso pubblico ciascuna nella stessa città ove si trovi; e verranno aggregate agli Stabilimenti analoghi della Città, quando ve ne sia».

 

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Ingegneria (Reperti, 45-46: Modellismo monastico; Gadda)

(c) Faller

45. Per una volta non siamo in ambito letterario, bensì nell’inatteso territorio del modellismo. Grazie a una molto accurata recensione di Emilio Ganzerla, pubblicata sul numero dello scorso febbraio di «MF Mondo Ferroviario»1, sono infatti venuto a conoscenza dell’esistenza di un kit di montaggio della famosa azienda tedesca Faller dedicato all’abbazia cisterciense di Bebenhausen2. Per la verità il kit, prodotto in soli 1999 esemplari, risulta ormai esaurito, ma la recensione e il materiale presente sul sito della casa produttrice consentono di farsene un’idea molto precisa3. Devo dire che non poche volte, nei chiostri che ho visitato, o davanti ai modelli nei piccoli musei annessi, mi sono detto che non mi sarebbe dispiaciuto che esistesse una scatola di montaggio, chessò, per un modellino dell’abbazia di Mont-Saint-Michel (a essere sincero mi dispiacerebbe ancor meno se la Panini varasse una raccolta di figurine Monaci e monache), be’, adesso so che esiste, e so anche che non avrei la pazienza necessaria per realizzarlo.

(c) Faller

Però, sbirciando tra i prodotti accessori, ho notato un set di «Zisterziensermönche» che quasi quasi…

 

 

46. Tre piccoli «sassolini» gaddiani, tratti dal notevole libro di ricordi del cugino Piero Gadda Conti, zeppo di brani ripresi dalla lettere dell’Ingegnere4. Due sono minimi. Nel dicembre del 1940, lasciandosi andare alla consueta, composta amarezza, Gadda rievoca luoghi cari, commettendo quella che mi sembra un’inconsueta svista: «La distanza acuisce gli affetti, tutto diventa nostalgia. Sogno la Martesana e la Vettabbia – due canali! – e la certosa di Chiaravalle». Oltre venticinque anni dopo, nel marzo del 1966, commenta un articolo di Riccardo Bacchelli, che stimava molto, e aggiunge: «In USA credo sia una sua sorella “religieuse”, o, come noi diciamo, monaca». Più gustoso e tipicamente «gaddesco», ancorché breve, il terzo reperto, con il quale torniamo alla lettera del dicembre 1940. Gadda vi passa in rassegna le persone che frequenta a Firenze, per giungere infine al sempre dolente argomento della salute: «Faccio delle iniezioni ricostituenti dalle monache domenicane della finitima clinica oculistica del dott. Paparcone; ma non mi ricostituiscono mai».

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  1. Emilio Ganzerla, Abbazia di Bebenhausen, in «MF Mondo Ferroviario», 362 (febbraio 2018), pp. 42-55. All’autore si deve anche il ricco corredo di fotografie che illustrano il montaggio del modello dell’abbazia.
  2. «Alla Fiera del Giocattolo di Norimberga (la “mitica” Spielwarenmesse tanto cara a noi fermodellisti) del 2016, la Faller stupì il mondo degli appassionati di riproduzioni in scala con la presentazione del prototipo di un intero complesso monastico in stile gotico.»
  3. Alla scheda del prodotto è allegato anche il fascicolo di istruzioni, scaricabile in formato pdf.
  4. Piero Gadda Conti, Le confessioni di Carlo Emilio Gadda, Pan 1974.

 

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«Senz’altro premio per l’altrui salvezza» (Reperti, 44: Carlo Betocchi)

44. Nella raccolta di Carlo Betocchi Un passo, un altro passo, del 1967, ci sono due riferimenti diretti alle cose monastiche. Il primo si trova nella poesia In Cividale (nella sezione Di tarlo in tarlo) e cita, con qualche licenza, le «sei immani figure regali e di santi» che i monaci avrebbero aggiunto al tempio di origine longobarda e che sin d’allora ammoniscono chi passa e getta lo sguardo «alla dolce curva del fiume [il Natisone] amorosa del suo strapiombo». Con qualche licenza, non di carattere topografico, bensì di identificazione, poiché le sei figure a rilievo cui Betocchi fa riferimento sono in genere considerate di Martiri e di Sante.

Il secondo, più diretto, è nella dedica del testo che chiude la raccolta, In val Tiberina a tempo di piena, che recita: «Alla preghiera e passione dei religiosi degli ordini contemplativi». La poesia sviluppa una distesa metafora, subito esposta: «Beato l’argine che contiene il corso / del torrente o del fiume, e difende / la ricchezza dei campi: beata / la sua pazienza erosa e linearità, / la monotonia della sua preghiera». È una lunga perorazione della vita monastica, votata, appunto, ad arginare, con «la tranquilla fiducia del suo limite», il tumulto della altrui vita, che talvolta esonda «ristabilendo il suo morto disordine»; un ammirato omaggio di chi, pur simile ai suoi simili («della stessa terra di ciò che difende»), «per sé ha scelto la sterilità / del suo esistere contemplativo / consolato da lunghe erbe, / senz’altro premio per l’altrui salvezza». Un omaggio di quelli che non di rado i laici offrono per partecipare in qualche limitata misura, anche solo verbale, a quella scelta di vita di cui sentono il richiamo intellettuale. È peccato veniale, che conosco fin troppo bene, e credo che i monaci e le monache non se ne siano adontati, in particolare nel caso di Betocchi.

Ma c’è un testo, in questa raccolta carica di faticosa e ostinata religiosità, che, pur senza citazioni dirette, mi pare si possa dire profondamente monastico, quasi fosse pronunciato a se stesso da un benedettino durante l’ora mattutina di lectio divina al pensiero dell’imminente giornata in comunità. È la poesia 5 della sequenza In piena primavera, pel Corpus Domini1:

La tua mente illusoria rifiutala

se non ha altri argomenti che te:

e il tuo cuore, se non ha che i tuoi

lamenti. Non avvilirti

compassionandoti. Sii non schiavo di te,

ma il cuore di ciascun altro: annullati

per tornar vivo dove non sei

più te, ma l’altro che di te si nutra,

distinguilo dal numeroso,

chiama ciascuno col suo nome.

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  1. Carlo Betocchi, «La tua mente illusoria rifiutala», in Un passo, un altro passo, Mondadori 1967, pp. 121-22.

 

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Settecento e una monaca (Reperti, 42-43: Palazzeschi, Leopardi)

42. Mi piacciono molto i ritmi con i quali Aldo Palazzeschi introduce una comunità di monache in una delle sue poesie più note, Il convento delle Nazarene (già presente nei Poemi del 1909). Comunità invero assai nutrita, visto che sono «Nazarene settecento / tutte chiuse in un convento / senza luci e senza grate / per le suore rinserrate»1. Una quartina regolare di ottonari, tipica della romanza ottocentesca; ma già alla seconda strofa, scrive Sergio Antonielli, «si ha una specie di colpo di scena. Ancora una quartina, ma non più di ottonari: tre settenari con un senario interposto. Ancora rime, ma in rapporto mutato. Addio romanza. In aggiunta, un’interrogazione beffarda, uno scatto non più in ordine crepuscolare: “Ma ve le figurate / tutte quelle monache / con quell’enormi tonache / là dentro rinserrate?”». E se qui, all’inizio, ci troviamo di fronte a immagini del tutto ideali, funzionali al tono «tra il tenero e il beffardo» e al gioco dei metri e delle rime, alla fine lasciamo il convento con un’immagine di quotidianità semplice e pura concretezza, sottolineata da una metrica ormai sciolta: «E in un canto del vasto cortile / una giovane, parte un pomo a spicchi, / in terra ha posato un bacile / pieno zeppo di radicchi»2.

43. Forse mi piace anche di più aver appreso che tra i «disegni letterari» di Giacomo Leopardi vi sia una cartella che traccia la «storia di una povera Monaca nativa di Osimo che disperata essendosi monacata per forza, si uccise gettandosi da una finestra del suo monastero di S. Stefano in Recanati». Il testo fa parte degli Abbozzi e appunti per opere da comporre, compresi nelle «carte napoletane», e risale al 18193. Non è difficile, e forse nemmeno improprio, scorgere nella figura di questa religiosa infelice una proiezione del poeta stesso. La situazione della monaca, probabilmente una clarissa, si aggrava quando una sua compagna e confidente ottiene la licenza per svestire l’abito e tornare nel mondo, a differenza di lei che, avanzata la medesima richiesta, viene respinta dai parenti, che «non la rivollero in casa», costringendola a rimanere nel monastero. «Si dovrà dipingere», si appunta qui Leopardi, «i gradi che l’animo umano percorre per determinarsi al suicidio quando non vede più nella vita altro che un male, e dispera di poter mai migliorar sorte, come anche il contrasto colla religione, massime in una monaca». La discesa nell’abisso è senza ritorno, e l’infelice viene a poco a poco data per pazza e controllata sempre a vista. C’è da rammaricarsi che Leopardi non abbia scritto il romanzo, del quale però ci ha lasciato prudentemente il finale: «Finalmente offertasi una volta alla sua custode, di andarle a prendere in un’altra stanza un paio di forbici, e lasciata andare col dirle che non facesse qualche pazzia, si precipitò da una finestra».

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  1. Secondo le statistiche ufficiali (anno 2011) le suore Nazarene sono invece 124, distribuite in cinque case italiane e tredici in Madagascar, dove sono anche più numerose le novizie.
  2. Aldo Palazzeschi, Il convento delle Nazarene, in Poesie, a cura di S. Antonielli, Mondadori 1971 (un gloriosissimo Oscar, uscito «con la collaborazione dell’autore, che ha presumibilmente rivisto o per lo meno approvato la scelta»), pp. 65-66.
  3. Si può leggere in Tutte le opere di Giacomo Leopardi, a cura di F. Flora, Le poesie e le prose, vol. I, Mondadori 19452, p. 691.

 

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Conventini e… sciocchezze (Reperti, 40-41)

40. Capita, talvolta, che insegua una traccia, anche molto piccola, per il semplice gusto di farlo, di evocare ciò che è scomparso e, soprattutto, perché adesso si può. Da una poesia di Sebastiano Satta, ad esempio, La portatrice d’acqua (compresa nei Canti del salto e della tanca, usciti postumi nel 1924), sono emersi dei frati che mi hanno incuriosito: «I frati di Monteraso / Pingon la Maddalena / Con una rosa in bocca… / I frati di Monteraso…»1. Il Monteraso, o Monte Rasu, è un rilievo che si trova nella regione sarda del Goceano (provincia di Sassari)2, alla quale il Casalis, nel suo Dizionario, attribuisce nel 1839 una popolazione di 7958 persone, cui «aggiungeremo preti 25, che hanno la cura delle anime; frati 10 ne’ due conventini, od ospizii, de’ quali uno in Monterasu, l’altro in Bottidda»3: eccoli lì, i frati di Monteraso, nel loro conventino. Da una memoria di viaggio di autore francese (1837) ho appreso poi che «in una crespa boschiva di Monteraso, e in una situazione incantevole, trovasi uno de’ più antichi conventi de’ francescani dell’isola, fondato verso il 1220 […]. Questo convento, passato in progresso di tempo ai conventuali, serve oggidì di meschino alloggio e ricovero a pochi frati, il cui superiore trova più comodo di risiedere talvolta al convento di Bottidda»4. Il convento di Monteraso è dato da alcuni, tra l’altro, come luogo di morte e sepoltura, intorno al 1240, di Giovanni Parenti, ministro generale dei frati Minori dal 1227 al 1232. Acquistato quanto ne restava da privati alla fine dell’Ottocento, è stato restaurato.

41. Su un numero recente della «Lettura» del «Corriere della Sera» è apparsa una intervista a David Krakauer, direttore del Santa Fe Institute, un centro di ricerca fuori dagli schemi, fondato nel 1984, nel quale «scienziati e letterati si interrogano sui comuni denominatori, riflettendo con rigore matematico su problemi complessi come l’evoluzione dell’intelligenza o la natura del tempo». Il reperto sta nelle poche, incisive parole usate da Krakauer in apertura per definire l’istituto: «È come un monastero, un antidoto alla modernità, un luogo dove minimizzare le str***ate»5.

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  1. Sebastiano Satta, Canti, Mondadori 1955, p. 213.
  2. Il Goceano «è una regione montagnosa, e tra le sue maggiori eminenze è da notarsi il Monteraso, che stimasi il secondo dei punti più elevati della Sardegna settentrionale», G. Casalis, Dizionario geografico storico-statistico-commerciale degli Stati di S.M. il Re di Sardegna, vol. VIII, Maspero (Torino) 1841, p. 168.
  3. Casalis, Dizionario, cit., p. 170.
  4. Viaggi alle isole di Corsica, d’Elba e di Sardegna del Signor Valery, vol. IV, Pirotta (Milano) 1843, pp. 168-169.
  5. Viviana Mazza, Le app uccidono l’intelligenza, in «La Lettura», «Corriere della Sera», n. 302, 10 settembre 2017, p. 10.

 

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Tre poeti (Reperti 37-39: Mandel’štam, Cardarelli, Cattafi)

37. Nella quarta delle molto oscure Ottave, datata maggio 1932, Osip Mandel’štam accenna a una specie di «sesto senso» che può essere rintracciato nei recettori di varie specie animali, dai rettili agli esseri unicellulari, e in qualche modo lo avvicina a un simile organo di percezione supplementare che sarebbe dei poeti. L’immagine, oscura ma assai espressiva, è lì, in mezzo a una serie di evocazioni1:

La minima appendice del sesto senso

o l’occhio parietale della lucertola,

i monasteri di lumache e conchiglie,

il parlottio di piccole ciglia scintillanti.

 

38. Nella molto citata Arpeggi (dalle Poesie del 1936), Vincenzo Cardarelli assegna a un’inattesa, e contraddittoria, figura monastica, nella quale si celerebbe il poeta stesso, una dolente e oggi vagamente polverosa meditazione sull’inconsistenza della vicenda umana. Fremiti d’aria, fuggevoli moti, precario stato, dolce disperazione e conclusivo sciogliersi2:

Il sole è stanco di contemplare

una tanto monotona vicenda.

Così parlava un monaco

neghittoso e bizzarro,

là nell’antico Oriente:

piccol uomo assediato

da immani fantasmi.

 

39. E infine giusto una parola alla fine di un verso alla fine di una poesia di Bartolo Cattafi. Non capisco benissimo, ma al tempo stesso l’immagine ha una sua strana evidenza e, stiracchiandosi all’interno del modo di dire, produce un senso interessante. La poesia s’intitola Pellecamicia ed è contenuta nella raccolta L’aria secca del fuoco3:

Cellule sfaldabili ad un soffio

aerea stoffa

pellecamicia di serpe

messa al sole con tutti

i suoi disegni d’una volta

che si rinviene in campagna

e nei ricordi

come gli abiti e i monaci smessi.

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  1. Osip Mandel’štam, Quasi leggera morte. Ottave, a cura di S. Vitale, Adelphi 2017, p. 41.
  2. Vincenzo Cardarelli, Arpeggi, in Poesie, Mondadori 19588, pp. 139-40.
  3. Bartolo Cattafi, L’aria secca del fuoco, Mondadori 1972, p. 134.

 

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Il sistema dei monasteri (Reperti, 36: Paul Valéry)

36. All’interno della rubrica «Gladiator», una delle trentuno sezioni in cui Paul Valéry ha suddiviso l’oceano delle sue annotazioni noto con il titolo di Quaderni1, ci sono tre brevi asserzioni che mi sono sempre sembrate come un riflesso della forma di vita monastica. Me le ha fatte tornare in mente la citazione dell’abate di Acey, che ho riportato nell’appunto precedente: «Vivere la fraternità secondo il vangelo non ha niente di spontaneo. Esige un lungo cammino di conversione»2. Nella struttura concettuale dispiegata da Valéry tali affermazioni sono prive di connessioni con qualsiasi idea di «fede», nondimeno rappresentano con ammirevole sintesi un «programma» e direi che non stonerebbero tra i detti di un Padre del deserto.

Eccole qua, riportate alterando l’ordine cronologico di stesura:

«L’uomo non fa bene niente in modo naturale.»

«L’uomo è qualcosa soltanto grazie al suo sforzo contro ciò che egli è.»

«C’è soltanto una cosa da fare: rifarsi. Non è semplice.»3

Non ricordavo, invece, che verso la fine della rubrica (la data di stesura è il 1936) compare un brano intitolato precisamente «Monaco» e ascritto anche alla rubrica «Theta», quella dedicata alle «cose divine». Rendendo onore alle «invenzioni» introdotte dalla Chiesa nella formazione degli spiriti, Valéry ne ricorda alcune prettamente monastiche, tra cui «la “meditazione” a ora fissa», «la giornata ben divisa. La notte non trascurata», «il valore dell’alba».

«Forse», aggiunge il poeta, «ci è voluto il sistema dei monasteri del X e dell’XI secolo per ricostituire uno spirito – – libero e possente contro lo stato in cui a quell’epoca versavano le cose e gli uomini», e conclude con una definizione che forse non è del tutto scevra di un certo «romanticismo monastico»: «Il monastero, bozzolo in cui il bruco spirituale poté aspettare il tempo del suo volo»4.

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  1. Paul Valéry, Quaderni, vol. I: I quaderni, Ego, Ego Scriptor, Gladiator, a cura di J. Robinson-Valéry, Adelphi 1985.
  2. La «spontaneità», peraltro, è uno dei bersagli di Valéry: «Io nutro una tale diffidenza nei confronti di tutto ciò che è Spontaneo (di cui non posso mai credere che valga qualcosa…)», ivi, p. 382.
  3. Ivi, pp. 390, 377, 372.
  4. Ivi, p. 402.

 

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Signorilità, note basse e domeniche pomeriggio (Reperti, 33-35: Campo; Larson; Cioran)

33. All’indomani del suo trasferimento in piazza Sant’Anselmo, a Roma, dove trascorrerà gli ultimi anni della sua vita, Cristina Campo scrive la sua penultima lettera1 a Leone Traverso. È il dicembre del 1965 e si avvicina un Natale ancora carico di lutto per la scrittrice, che ha perso non da molto entrambi i genitori. «Ma quassù», scrive Campo, «c’è una strana potenza negli uomini e nelle cose», una potenza forse legata alla presenza dell’abbazia benedettina, di cui lei sarà riconoscente «vicina di casa»2, e che «domina il colle e la nostra vita, con la sua meravigliosa atmosfera da medioevo tedesco, con i suoi perfetti cerimoniali gregoriani, soprattutto con una carità incessante, discretissima e indicibilmente signorile» (espressione che riporta alla mente la «signorilità benedettina» del cardinale Schuster).

34. Un bel riferimento al canto dei monaci si trova nella bella poesia che Katherine Larson dedica al nonno, morto da un anno, rievocando una loro visita a un monastero romeno3. La poetessa assiste a una specie di ufficio notturno: «Verso mezzanotte, i monaci cantarono / lungo azzurri corridoi di incenso / come sintonizzando il buio // alla nota bassa della loro devozione». Quando poi le viene detto che quella «messa» è in soccorso di Gesù che cade, Larson si accorge che «fino allora non sapevo / che i giorni fossero tenuti insieme dal canto. // O che ci si potesse prender cura / di quelli che soffrivano / millenni dopo la loro morte».

35. Tra l’altro, in esergo alla succitata poesia, Larson pone questa citazione da Cioran, tratta da Lacrime e santi: «Ci sono tristezze che mettono nell’anima di un uomo le ombre di un monastero», che arriva in tale forma suggestiva tramite l’inglese, poiché nella traduzione dal francese suona invece così: «Le tristezze proiettano sull’anima un’ombra claustrale»4. In Lacrime e santi, peraltro, Cioran dedica diverse osservazioni divulgative alla «tristezza dei monasteri» e al «chiostro che ciascuno di noi si porta nell’anima»; come questo riferimento al demone meridiano dell’acedia: «Questo disgusto, scaturito dal deserto del cuore e dalla pietrificazione del mondo, è lo spleen religioso. Non disgusto di Dio, ma tedio in Dio. Acedia è il pomeriggio delle domeniche vissuto nel silenzio pesante dei monasteri»5.

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  1. Di quelle pubblicate in Caro Bul. Lettere a Leone Traverso (1953-1965), a cura di M. Pieracci Harwell, Adelphi 2007. La lettera, del 21 dicembre 1965, è riportata alle pagine 132-33.
  2. Nell’aprile del 1968 Cristina Campo si trasferirà al numero 3 della stessa piazza, in «una casetta di inizio secolo, elegante, con un alto cancello e una corona di alberi: tre stanze spaziose, le cui finestre danno sugli orti dell’abbazia di Sant’Anselmo e su un giardino di modeste dimensioni» (Cristina De Stefano, Belinda e il mostro. Vita segreta di Cristina Campo, Adelphi 20134, p. 140).
  3. Nonno all’aperto (Grandfather outside), in Le storie più mute, a cura di P. Federico, Interlinea 2016, pp. 22-27.
  4. Lacrime e santi, a cura di S. Stolojan, traduzione di D. Grange Fiori, Adelphi 1990, p. 22 (se non sbaglio, l’opera, scritta in rumeno, è stata comunque tradotta dal francese).
  5. Ivi, pp. 66-67.

 

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