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Errore di stampa, refuso («Penthos», di Irénée Hausherr; pt. 2/2)

Penthos(la prima parte è qui)

Questa seconda spinta ha a che fare con la versione laica della compunzione, che, ricordo anzitutto a me stesso, può essere definita come «rammarico che si prova in fondo al cuore per aver peccato». Tra l’altro, la parola greca che usano i Padri è catanyxis, che, mi insegna Hausherr, ha molti echi nelle Scritture, il più suggestivo dei quali per me è nel Salmo 4, al verso 5: «Tremate e non peccate, sul vostro giaciglio riflettete e placatevi»; molto potente in latino: «Irascimini, et nolite peccare; quae dicitis in cordibus vestris in cubilibus vestris compungimini» (dove c’è tutto il senso di costrizione e disagio); interessante in Turoldo: «Trepidate sgomenti e più non peccate, sui vostri giacigli meditate in silenzio» (ormai la preposizione per letto e giaciglio non può che essere «su», non più «in»). La compunzione, oggi ormai quasi sistematicamente sostituita dalla contrizione («sentimento di vivo dolore e di sincero pentimento per colpe commesse, soprattutto in trasgressione alle leggi della morale cristiana»), è, osserva Hausherr, essere inchiodati a qualcosa, al ricordo del peccato e dunque alla colpa, quella colpa che secondo Origene «lascia una traccia scritta indelebilmente nel cuore, per essere manifestata nel giorno del giudizio». E, per aggiungere suggestioni anche pretestuose, la parola greca per indicare questa traccia è typos, cioè typo, cioè «errore di battitura, errore di stampa, refuso»: il peccato è un errore di stampa che non può più essere corretto, bensì perdonato dal grande Correttore, al quale si presenterà infine lo scempio del proprio testo imperfetto. Il pentimento per l’errore, tuttavia, può cominciare subito, ed essere sostanzialmente ininterrotto: «Vi è una guarigione anche dopo l’ulcera, ma rimane la cicatrice» (Basilio); «Non vi è reintegrazione nella vecchia condizione, quando anche la cercassimo con molti sospiri e lacrime; da queste viene la cicatrizzazione, con pena, ma viene, e noi ci crediamo» (Gregorio).

Non soltanto il ricordo dei propri peccati genera la compunzione, «ma essa si nutre anche delle certezze e delle incertezze dell’avvenire», e poi ci sono i peccati altrui, «l’interesse per la sorte eterna degli altri», il sentimento della salvezza perduta, e così via. Un male universale che tuttavia non deve spingere alla tristezza e alla disperazione, perché la possibilità stessa di piangerlo è un dono del Signore e il segno che non ci ha abbandonati. Il discorso di Hausherr continua, esaminando i mezzi, gli ostacoli e gli effetti della compunzione e del lutto, con pagine piene di note, riferimenti e suggestioni di grande interesse. Nel frattempo, però, se così si può dire, io mi sono fermato sulla riva dove il concetto cristiano di peccato si è dissolto, ma non il suo effetto. È difficile muoversi su tale sponda, e questa è comunque una lezione dei Padri, perché la «porticina segreta dell’autogiustificazione» (Barsanufio) è sempre aperta; ed è difficile per le risonanze psicoanalitiche (anche d’accatto) di certi discorsi. Ma il «rammarico che si prova in fondo al cuore» esiste, e punge, a livello individuale o sociale, e se non è «per aver peccato», sarà «per essere stato inadeguato», alle cose o alle persone. È chiaro che il pentimento qui ha un significato diverso, e che anche la salvezza, se è data, ha un significato completamente diverso. Non diverso forse è quel «lutto», in questo caso sì, senza speranza, per i propri refusi.

Ma queste sono solo parole.

(2-fine)

Irénée Hausherr, Penthos. La dottrina della compunzione nell’Oriente cristiano (Roma, 1944), traduzione di L. Danieli, Edizioni Scritti Monastici, Abbazia di Praglia, 2013.

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Qualcosa di completamente fuori moda («Penthos», di Irénée Hausherr; pt. 1/2)

Penthos«Penthos è precisamente quel genere di libro di cui la maggior parte di noi ha bisogno oggi – qualcosa di completamente fuori moda che dà un taglio al nostro contemporaneo spirito consumistico. È un libro per persone serie, che tratta un argomento serio.» Con queste parole dirette, e che vezzeggiano il lettore, l’editore presenta la prima traduzione italiana del volume del francese Irénée Hausherr, gesuita e professore di patristica morto nel 1978, dedicato al penthos, cioè al lutto. Non quello circoscritto a un singolo evento luttuoso, bensì il sentimento di vasta estensione esistenziale, all’origine, tra le altre cose, della compunzione.

Non so se si possa avere bisogno di un libro, non so se sia il caso di squalificare senza distinzioni lo spirito consumistico, ho il terrore di indossare la maschera della «persona seria» (visto che mi riesce così bene) e non ricordo nemmeno vagamente l’ultima volta in cui mi sono, o mi sarei potuto, imbattere nel termine «compunzione»; eppure non mi sento ancora del tutto estraneo al suo significato. Anzi.

Sono molto contento di aver letto questo libro, e ringrazio chi l’ha tradotto, perché ne ho ricevuto due spinte. La prima, più prevedibile, è legata all’aspetto della spiritualità orientale qui preso in considerazione e al relativo, e misterioso, «carisma delle lacrime», che mi ha sempre interessato molto e che forse ho potuto comprendere un po’ meglio. Sono passati settant’anni dalla prima edizione di Penthos, e se il suo impatto si è affievolito, considerando ad esempio che molti dei Padri del Deserto citati da Hausherr oggi sono ampiamente tradotti e diffusi, tanto che persino uno come me non batte ciglio a veder menzionate le lettere di Barsanufio di Gaza, la sua compattezza di struttura e la sua forza concettuale sono intatte: fonti, definizione, cause, mezzi, ostacoli, effetti del lutto – 220 pagine che ne racchiudono migliaia, senza sbavature, né lungaggini, né ostentazioni.

Compattezza e forza che derivano, mi sembra, da uno stile individuale che fiammeggia sotto l’erudizione. Così, ad esempio, l’autore ha catturato la mia attenzione nel quarto paragrafo: «In mancanza di esperienza personale, ti propongo di ascoltare gli insegnamenti degli anziani su una delle disposizioni più necessarie all’ascensionista spirituale. Essi lo chiamano in greco penthos. Ma non si tratta di un’idea greca oppure bizantina; essa si ritrova sotto diversi nomi (dei quali vi faccio grazia) in tutte le lingue parlate dai cristiani orientali. Accontentiamoci di ricordare i termini latini dei Verba Seniorum: dolor, ovvero luctus».

Ecco: una delle disposizioni più necessarie all’ascensionista spirituale. Il lutto, il cordoglio, con la sua manifestazione più eclatante, il pianto, quello adulto, altro oggetto misterioso dell’esperienza quotidiana. Il lutto di lūgĕo, lūges, luxi, luctum, lūgēre, quello al centro della seconda «beatitudine» che in genere ricordiamo così: «Beati gli afflitti, perché saranno consolati» (Beati qui lugent, quoniam ipsi consolabuntur, Matteo 5, 4), ma che ad esempio il Diodati rende così: «Beati coloro che fanno cordoglio, perché saranno consolati». Il lutto che non è tristezza, che non ha a che fare con la penitenza, che «non sboccia dentro un animo debole», che «è una disposizione dimessa dell’anima», che è il primo passo su una strada che va in direzione opposta alla disperazione, e così via.

Ma qui siamo già sul terreno della seconda spinta.

(1-continua)

Irénée Hausherr, Penthos. La dottrina della compunzione nell’Oriente cristiano (Roma, 1944), traduzione di L. Danieli, Edizioni Scritti Monastici, Abbazia di Praglia, 2013.

 

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