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Una notte buia e tempestosa

La prima parte del numero 15 di «Vita Nostra» (rivista dell’Associazione Nuova Citeaux)1, testé uscito, offre un ricco e prezioso ventaglio di interventi sui temi della formazione delle nuove generazioni di monaci e monache e del valore pedagogico della Regola di san Benedetto. Sono testi, non più vecchi dell’anno scorso, di persone direttamente coinvolte nel lavoro di formazione delle «nuove leve» e, per questo motivo, molto concreti e attenti agli aspetti più pratici. Sono assai utili, non foss’altro perché dissolvono quell’immagine stereotipata che talvolta affligge chi guarda al mondo monastico da fuori e vorrebbe i benedettini, le cisterciensi, le carmelitane e i certosini di oggi non molto diversi da quelli e quelle di seicento e più anni fa: si sa, i monaci sono sempre uguali, invariabili come le regole che seguono e i chiostri che abitano; noi ci agitiamo, inseguendo gli idoli del momento, mentre loro, per fortuna, restano fissi al modello, stabili (numquam reformati quia umquam deformati, estendendo a tutti un famoso motto certosino).

E invece, ovviamente, non è così. I giovani che si rivolgono alle comunità monastiche, ed eventualmente chiedono di farne parte, provengono da un «mondo» che in ogni caso ha lasciato su di loro una traccia profonda, e lo scontro con le strutture della vita monastica può a volte assomigliare a una deflagrazione. Strutture materiali – la vita in comune, il silenzio, gli orari – e strutture spirituali – il servizio, l’annullamento di sé, il riconoscimento del proprio limite: la situazione preoccupa i formatori, cioè i maestri e le maestre di novizi e novizie, anche perché, come scrivono sr. Alba Caminati e sr. Maria Giovanna Locatelli, alle prese con le giovani a Vitorchiano, «la tentazione, per la maestra, è quella di lasciarsi dominare dal desiderio che la persona rimanga e, per questo, cercare di eliminare le fatiche e gli ostacoli», ma l’esperienza dimostra il contrario, avvertono le due maestre. Il «lavoro» che va compiuto durante il noviziato è assai esteso, lo si intuisce solo vagamente all’inizio e può spaventare, e soprattutto è un assaggio di quello che sarà una modalità di vita ininterrotta. In monastero, infatti, si entra per cercare Dio, «una scuola in cui non si finirà neanche in cielo di imparare».

La situazione è preoccupante anche se riguardata dal versante opposto, se strappa all’abate generale dei cisterciensi, dom Mauro-Giuseppe Lepori, queste parole: «In questa ricezione di una tradizione che diventi esperienza di vita e vita di esperienza, oggi siamo in profonda crisi, in particolare e anzitutto nei monasteri… Oggi abbiamo bisogno più di chi ci insegni a imparare che di chi ci insegni qualcosa. I veri formatori sono quelli che costantemente si formano, i veri maestri sono i permanenti discepoli» – «formazione permanente», si diceva appunto qualche decennio fa.

La chiave di volta di una proposta formativa sempre rinnovata ed efficace è da tutti, non sorprende, individuata nella Regola, nella sua visione antropologica come nel suo indirizzo pratico, nella sua concreta attuazione da parte di «comunità monastiche vive, capaci di sostenere, pur nell’inevitabile fragilità, un confronto con l’apparente pre-potenza della cultura globalizzata mondana». Bene, se da un lato resto in rispettoso silenzio davanti a persone consacrate che riflettono sui modi di trasmissione della loro esperienza alle nuove generazioni, dall’altro, proprio davanti a quella formula usata da sr. Maria Francesca Righi (maestra del monasticato a Valserena), provo un sentimento misto di perplessità e rammarico.

«Pre-potenza della cultura globalizzata mondana»: espressioni come questa danno il tono dell’interpretazione del «mondo» che prevale in queste pagine, il «mondo» dal quale certi giovani si allontanano e al quale i monasteri devono saper opporre altri valori. Ne riporto qualche altra, perché questo sarebbe il panorama sociale, psicologico, ideologico nel quale io, ad esempio, cercherei di vivere: «La distruzione antropologica che la mentalità dittatoriale del relativismo e del pensiero intollerante e dominante ha operato nel XX secolo» (M.F. Righi); «Una società che spinge i singoli al risultato immediato e alla prestazione in vista del successo, dell’affermazione personale», «l’ozio dell’iperconnessione continua» (Angelo Fusaro); «Gli “studi esteriori”, la scienza mondana, che oggi trascina l’uomo in un baratro di non senso e di vuoto esistenziale (M.G. Lepori); «L’uomo che ormai concepisce se stesso solo come materia e come evoluzione della materia – il che di per sé è assurdo e irrazionale rispetto alla sola evidenza – si chiude in una trappola di dissociazione e angoscia» (Monica della Volpe) – un paesaggio apocalittico, di fronte al quale mi limito alla forma dubitativa: possibile che là fuori, insieme a tanto male, non ci sia nulla di buono, o almeno di non riprovevole? Possibile che in quella che m. della Volpe chiama una «terra oscura» e «senza cielo» siano accese soltanto le piccole luci della fede?

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  1. «Vita Nostra», Rivista periodica dell’Associazione Nuova Citeaux, VIII (2018), 2. La si può consultare qui.

 

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Gli elementi base della vita comune

C’è un curioso errore di stampa sull’ultimo numero di «Vita Nostra», che dedica un certo spazio ai lavori del Capitolo generale dell’Ordine Cisterciense della Stretta Osservanza (ocso) tenutosi ad Assisi lo scorso settembre 20171. Nell’indice del fascicolo, e nel titolo stesso dell’articolo, l’intervento di dom Mauro-Giuseppe Lepori, abate generale dell’altro ramo della famiglia cisterciense, è indicato come Il carisma monastico nell’XI secolo. Sono sufficienti le prime righe per capire che un errore si è insinuato nel secolo: all’abate generale ocist, e a un gruppetto di altri superiori di comunità, è stato chiesto infatti di parlare del carisma monastico nel XXI secolo. La svista tipografica è curiosa perché è significativa: non ci sarebbe poi nulla di strano se dom Lepori avesse parlato del carisma monoastico di mille anni fa.

Tanto più se si considera che a un certo punto del suo intervento, impostato sul concetto di «fare memoria» e sul recupero di un senso profondo di fecondità e discendenza, dom Lepori afferma: «Proprio come ho la certezza di essere legato a Adamo ed Eva da una catena ininterrotta di generazioni, così, se oggi sono cistercense, significa che una misteriosa catena spirituale collega senza interruzioni la mia vocazione a quella dei primi abati e monaci di Cîteaux e attraverso di loro, senza interruzioni, a san Benedetto». Come devo aver già sottolineato diverse volte, per un laico questa dimensione temporale unitaria, per quanto abbia conosciuto stagioni di sfilacciamento, è uno dei tratti più interessanti del monachesimo, una continuità, tra l’altro, di qualità decisamente diversa rispetto a quella, molto ribadita ma assai meno sottoscrivibile, della Chiesa.

Va detto che tale «spirito di corpo» si manifesta con maggior cautela negli interventi degli altri relatori, proprio a cominciare da quello dell’abate generale ocso. Se dom Lepori invita a non confondere fecondità e discendenza col numero delle vocazioni2, dom Eamon Fitzgerald aggira le statistiche – «di cui tutti avete un’idea generale» – e sceglie di parlare di due comunità precise, con i loro problemi di spazi abitativi, di organizzazione, di tempi, di lavoro, di reddito. E lo fa per introdurre, con discrezione e senza ambiguità, il tema fondamentale del rinnovamento: rinnovamento delle forme materiali e spirituali (ammesso che si possano scindere) del monachesimo, affinché possa ancora essere la risposta meditata e definitiva di individui del XXI secolo.

Rifacendosi a un recente documento della Congregazione per gli istituti di vita consacrata3, per ogni aspetto che deve essere investito da tale rinnovamento dom Fitzgerald sceglie con molta attenzione le parole, come ad esempio nel caso dell’autorità: «Anche il servizio dell’autorità è oggi problematico per insufficiente sussidiarietà e per debole e inefficiente corresponsabilità nella pratica del governo. In argomenti seri, ricorrere a un voto di maggioranza secondo la legge, senza fare lo sforzo di spiegare, di provvedere a chiarificazioni oneste e chiarire le obiezioni, non è una pratica saggia, e molto meno ancora stringere alleanze o gruppi di interesse. Si oppone a una comunione carismatica dell’istituto e milita contro il senso di appartenenza»4.

L’«oggi» (il domani) e il «mille anni fa», con una tensione che trovo molto istruttiva oltre che interessante, si alternano con sorprendente elasticità nelle parole degli abati e delle badesse cisterciensi. Come in quelle di uno dei più giovani di loro, l’abate del monastero inglese di Mount Saint Bernard, dom Erik Varden (nato nel 1974)5. «In questa assemblea», esordisce dom Varden, «io sono un operaio dell’undicesima ora. Molti tra voi, per non dire la maggioranza, eravate già monaci e monache prima che io nascessi», e prosegue interrogandosi sulla «stagione del cambiamento» degli anni ’60 e ’70: che cosa è rimasto, che cosa è entrato a far parte di una tradizione, «cosa siamo diventati?» Sembra quasi, leggendo tra le righe del suo intervento, che per la nuova generazione sia giunto il momento di tornare alle fonti, di risalire ancora una volta alla Regola, di recuperare un patrimonio, di ripartire dall’abc: «Permettetemi di fare ancora una volta riferimento alla mia comunità», chiede dom Varden (ed è una richiesta molto indicativa). «Abbiamo dovuto lavorare duramente per ritrovare gli elementi base della vita comune, come il capitolo quotidiano, la lectio divina e la preghiera silenziosa in comune, una cultura del pasto preso insieme. Questo lavoro di unificazione è stato condotto nel bel mezzo di una tendenza alla dispersione, evidente fin nel modo in cui il nostro monastero era organizzato. Non succedeva granché al centro, la vita scorreva alla periferia e questo privava il corpus monasterii della sua vitalità. Perché la vita fiorisca sembra essenziale consolidare il centro.»

Già, gli elementi base della vita comune.

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  1. «Vita Nostra», Rivista periodica dell’Associazione «Nuova Cîteaux» VIII (2018), n. 1 (marzo). Qui si può leggere una cronaca del Capitolo, e qui si possono ripercorrere le principali conferenze.
  2. Mi sento sempre a disagio quando vedo che la preoccupazione di avere vocazioni per i nostri monasteri è spesso meno la preoccupazione di una fecondità che quella di poter tenere in piedi la casa, l’azienda, gli edifici, la proprietà. È come se si volessero vocazioni solo in funzione della struttura, invece di desiderare semplicemente di trasmettere loro la vita, la vocazione come vita.»
  3. Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica, Per vino nuovo otri nuovi. Dal Concilio Vaticano II la vita consacrata e le sfide ancora aperte: orientamenti, LEV gennaio 2017.
  4. L’intervento, in inglese, di dom Fitzgerald può essere ascoltato e visto qui.
  5. Anche il suo intervento, sempre in inglese, è stato registrato e può essere ripercorso qui.

 

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Un evidente principio di giustizia (Dice il monaco, XLVII)

Dice Bernardo di Chiaravalle, santo abate cisterciense, intorno al 1140:

In realtà queste regole [monastiche] sono state inventate e istituite, non perché non fosse lecito vivere altrimenti, ma perché è meglio vivere in questo modo, non avendo altro fine se non il vantaggio e la difesa della carità. In quanto sono, dunque, al servizio della carità, sono prescritte come immutabili e in alcun modo, neppure dai superiori, possono essere modificate senza peccato. Se poi, tuttavia, dovessero in qualche occasione apparire contrarie alla carità, a chi è data la facoltà di giudicare è affidato ugualmente il compito di provvedere: non è forse un evidente principio di giustizia, che le regole istituite per la carità, al momento opportuno, siano omesse o sospese, o magari trasformate in qualcosa di meglio, se la carità stessa lo richiede? Così pure, al contrario, sarebbe evidentemente iniquo, se un’istituzione, il cui unico scopo è la carità, fosse mantenuta contro la carità stessa. Conservano perciò costantemente, anche presso i superiori, la loro indiscutibile immutabilità quelle regole, che derivano da un obbligo stabile, ma solo nella misura in cui sono al servizio della carità. Del resto, sono forse il solo a pensarla in questo modo, o il primo a parlarne…?

Devo il richiamo su questo passo molto significativo a L’arte della vita comune di Cecilia Falchini, «lettura spirituale della Regola di Benedetto» di grande interesse, cui dedicherò presto qualche nota.

Bernardo di Chiaravalle, Il precetto e la dispensa, II, 5, in Trattati, Opere di San Bernardo I, a cura di F. Gastaldelli, Scriptorium Claravallense / Fondazione di Studi Cistercensi / Città Nuova 1984, p. 509 (trad. di M. Cristiani).

 

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Bernardo insetticida (Voci, 7)

Libro II, cap. XVIII. Recupera un cavallo con l’oratione, & fa morir le mosche

Ritornando il Santo [Bernardo di Chiaravalle] da Chialon in campagna1, era con tutta la compagnia fortemente travagliato dal freddo. Andandosene a sorte inanzi gl’altri (perché il gran freddo gli toglieva ogni pensiero di badare alli altrui bisogni2) occorse che il cavallo di uno delli due ch’erano rimasti per tenergli compagnia, lasciato incautamente in libertà, cominciò a scorrere per la campagna. Non vi essendo modo di pigliarlo, né permettendo il freddo di trattenersi in questo, disse il Santo: «Fa qui mestieri di oratione». Non havea ancora ben finito il Pater noster, quando eccoti il cavallo che col capo chino se gli viene a fermare inanzi, & si lascia consignare a chi lo cavalcava.

Si transferì una volta a Fusniaco, che è una delle prime Abbazie che egli edificasse, posta nel territorio di Laudun3. Et trattandosi quivi di consecrare una Chiesa fatta di nuovo, fu questa ingombrata da tanta quantità di mosche, che arrecavano uno indicibile tedio & disturbo a chiunque entrava in essa. Non truovandosi remedio, disse il Santo: «Io le scomunico tutte». Et, oh mirabil cosa!, la seguente mattina tutte si viddero morte. Et tanta era la copia di esse, che havevano ricoperto tutto il pavimento, & fu di mestieri che per nettar il luogo li Monaci sudassero attorno con le palle4. Et fu questo miracolo tanto noto ad ogn’uno per la moltitudine de’ popoli ivi concorsi, che le mosche di Fusniaco passorono in proverbio contro di quelli che di scommunica venivano minacciati. Benché, a dirne il vero, non fu questa propriamente scommunica, ma una somiglianza di essa. Conciossi che come la scommunica Ecclesiastica dà morte all’anima, privandola de’ Sacramenti & delli altri beni ne’ quali communicano tutti li fedeli membri della Chiesa, così la maledittione del Santo, privando per divina virtù quei animaletti noiosi dell’uso vitale dell’aere, o di quel concorso divino senza il quale non può la natura né conservarsi in essere, né vivere, né operare, causò loro la morte.

Così han talhora li Prelati di Santa Chiesa scommunicate le fiere, con privarle con forza sopranaturale del potere più toccare quelle terre ove prima facevano gravi danni; et similmente li bruchi & altri animaletti dannosi alle campagne; perché o fossero constretti di assentarsi da quei luoghi, o in tutto si morissero.

Filippo Malabaila, Vita del gran padre et mellifluo dottore San Bernardo, divoto citerista di Maria Vergine et abbate di Chiaravalle dell’ordine cisterciense, composta dal r. don Filippo di S. Gio. Battista, Astegiano e Monaco dell’Ordine istesso, della Congregatione Folliense. In Torino, 1619. Per gli eredi di Gio. Domenico Tarino (che si può leggere qui).

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  1. Châlons-en-Champagne, che dalla Rivoluzione fino al 1998 si è chiamata Châlons-sur-Marne, luogo bernardiano per eccellenza, se si considera che nel 1115 Bernardo vi fu confermato abate di Chiaravalle dal vescovo Guglielmo di Champeaux.
  2. Notazione assai strana, se riferita all’abate di Chiaravalle.
  3. Bernardo fondò l’abbazia di Foigny (nei pressi di Orsigny, diocesi di Laon) nel 1121.
  4. Da intendersi quel panno di tela che fa parte dell’arredo liturgico? Non credo.

 

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Uno sconcertante silenzio (parla l’abate di Notre-Dame d’Acey)

giornatadiunmonacoC’è sempre qualcuno – un giornalista, una studiosa, uno scrittore – che un bel momento si mette in testa di andare a parlare con un abate o una badessa per realizzare un’intervista e ricavarne un libro. E c’è sempre qualche abate o qualche badessa, individui pazienti e disponibili per definizione, che acconsente, sicché la produzione di questi libri è costante, e io, nei limiti del possibile, cerco di leggerli tutti.

Le domande dipendono dalla sensibilità dell’intervistatore, ma spesso si assomigliano: Perché siete venuti qui? Qual è il senso della vostra separazione dal mondo? È difficile fare l’abate? Come fate a svegliarvi alle tre di notte? Ce l’avete Internet…? E per quanto buona parte delle risposte siano anch’esse simili – non potrebbe essere diversamente, soprattutto per le questioni fondamentali –, capita sempre di imbattersi in qualche sfumatura differente, e perciò interessante.

Rientra alla perfezione nella categoria la conversazione1 che il sacerdote Francesco Strazzari ha condotto con Jean-Marc Thévenet, abate (dal 2003) dell’abbazia cisterciense di Notre-Dame d’Acey2, sicché passerei subito alle sfumature, o più esattamente, in questo caso, a tre frasi sulle quali la mia lettura, che avanzava senza scossoni, si è fermata.

La prima è tratta dal capitolo dedicato al «combattimento spirituale» (nel quale, detto per inciso, ritrovo uno degli elementi del monachesimo che più mi appassiona: la «contemporaneità» di IV e XXI secolo). Dice l’abate Thévenet: «Davanti al mistero di un Dio, il cui silenzio sconcertante è spesso dolorosamente sofferto, la preghiera consente al monaco di restare fermo nell’amore, la fede e la speranza» (pp. 55-6). È un’espressione di estrema onestà e che suscita, se così posso dire, tutta la mia comprensione, poiché mi pare che vi risuoni quel fondo di disperazione, respinta, dal quale procede l’invocazione del credente a Dio, il cui silenzio sconcertante è spesso dolorosamente sofferto. Quasi che il silenzio monastico, in cui si amplifica il silenzio di Dio, fosse la condizione per l’ascolto dell’abisso, e la preghiera un sonar.

La seconda è tratta dal capitolo dedicato alla «comunità» e mi sembra anch’essa un’onesta quanto dolorosa ammissione: «Vivere la fraternità secondo il vangelo non ha niente di spontaneo. Esige un lungo cammino di conversione – quindi molta pazienza e misericordia – perché si sviluppi la reciproca fiducia» (p. 90). L’antropologia negativa che vi intravedo mi pare ripulita da ipotesi diaboliche, e per questo ben più condivisibile.

La terza frase, infine, non è un’ammissione o un’istruzione, bensì un’immagine della fede cui non si può non riconoscere una certa bellezza. Si trova nell’ultimo capitolo, intitolato «La vita monastica per imparare a benedire», alla fine di una riflessione sulla mormorazione, che è il peccato più grave che si possa compiere contro la «grande corrente di benevolenza che Dio ha lanciato nella creazione». Alla mormorazione, che è la negazione stessa della vita, bisogna opporre la benedizione, e proprio in questo dom Thévenet scorge l’essenza della sua professione: «Ecco la nostra vocazione: benedire Dio su questa terra perché la nostra terra non sia una terra maledetta, ma benedetta» (p. 107). Io non credo che tale volontà possa corrispondere a una forma di realtà, ma questo non ha importanza, perché per l’abate sì.

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  1. Francesco Strazzari, La giornata di un monaco. Conversazione con dom Jean-Marc Thevenet, abate d’Acey, Edizioni Dehoniane Bologna 2016.
  2. Di lunghissima tradizione, se si considera la sua fondazione nel 1136. Dopo la grande fioritura dei secoli XII e XIII, il progressivo declino, l’abbandono e la Rivoluzione, la ripresa della vita monastica, a partire dal 1853, è dapprima lenta, poi solida e sicura dal 1937, con una nuova comunità cisterciense. Come si può leggere sul sito dell’abbazia, «Acey recupera il suo titolo di abbazia e mostra una nuova vitalità, che non si spegnerà più sino ai giorni nostri. Grazie a un laboratorio di elettrolisi, avviato e gestito con avvedutezza, le risorse si rivelano sufficienti per la comunità e permettono anche di affrontare importanti lavori di restauro e riedificazione, legati alla chiesa, al monastero, alle strutture per l’ospitalità e l’accoglienza dei giovani. È in questo quadro di rinnovamento e rilancio che oggi la comunità, unica erede dei tredici monasteri maschili  fondati nella Franca Contea del XII secolo, è impegnata a conservare lo spirito primitivo di Cîteaux».

 

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Alla coque, al forno, al tegamino (Dice il monaco, XLI)

Dice Bernardo di Chiaravalle (1090-1153), cisterciense:

Tre cose mettono alla prova e rafforzano la nostra speranza: l’umiltà derivata dalla sapienza, che è come cuocere un uovo nell’acqua [in aqua coquere]; la fermezza della costante pazienza, che è come arrostirlo nel fuoco [igni assare]; la nascosta verità dell’ispirazione, che è come friggerlo nel grasso [in sagimine frigere].

Bernardo di Chiaravalle, Sentenze II, 106, in Sentenze e altri testi, introduzione di J. Leclercq, traduzione e note di F. Cardini («Opere di San Bernardo» II), Città Nuova 1990, p. 327.

 

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Bernardo di Chiaravalle, Psy.D.

Leclercq Monaci e amoreLa tesi del solito Jean Leclercq («solito» per me, perché in fondo è grazie ai suoi scritti che mi sono avvicinato con intenzione a queste materie) è semplice ed espressa con chiarezza: mentre nel monachesimo «tradizionale» i nuovi membri delle comunità provenivano principalmente dalle schiere degli oblati, con il XII secolo le reclute del «nuovo» monachesimo (Cisterciensi, Certosini, ecc.) erano individui adulti provenienti dal «mondo». Se nel primo caso, quindi, trattandosi di bambini offerti a suo tempo dai genitori a un monastero e poi ivi cresciuti, «la maggioranza dei monaci, di ambo i sessi, non avevano conosciuto altro che la vita del chiostro» (e ne avevano appreso le regole), nel secondo «molti di questi monaci – uomini e donne – entravano in monastero in possesso di una precisa conoscenza dell’amor profano», e della vita nei castelli e nei borghi, delle attività di scambio e spesso anche della guerra.

Per quanto un po’ schematica, è una tesi che permette a Leclercq di leggere con profitto alcuni fatti importanti nello sviluppo della letteratura monastica, in particolare la diffusione dei trattati dedicati all’istruzione dei novizi e la nascita di un nuovo genere letterario, dedicato all’amore monastico – il che naturalmente conduce al «cardine di tutta la letteratura d’amore di ambito monastico nel dodicesimo secolo [, che] è costituito dalla conversione, opera ed influenza di Bernardo di Clairvaux».

Oltre che per la trasmutazione dell’amore, tuttavia, l’opera di Bernardo è stata fondamentale anche per la sublimazione dell’«aggressività sociale» dei suoi monaci. «È noto che molti dei monaci di Clairvaux, al tempo di Bernardo, erano stati cavalieri, addestrati alle armi, versati nella letteratura cortese e a conoscenza dei romanzi cavallereschi. Ma qualunque fosse la loro origine sociale, essi erano figli della propria epoca e così, in maggiore o minor misura, conoscevano – e subivano l’influenza – delle canzoni e dei racconti del momento.»

Cosa fa Bernardo, soprattutto nelle opere minori, quelle «per tutti i giorni»? Trova il modo di sfogare gli impulsi aggressivi e il bisogno d’azione dei suoi monaci insistendo sulla dimensione militare, di vero combattimento, dell’impegno spirituale. Nelle Sentenze e nelle Parabole la Bibbia viene riletta, nei suoi episodi più violenti, espungendo il «male contenuto nel senso letterale» e trasfigurandolo nel significato simbolico. Bernardo usa tutto il lessico militare e cavalleresco, parla di assedi, imboscate, accampamenti, scudieri, fortificazioni, torri, prigioni, ecc., trasponendolo puntualmente sul piano spirituale: «Una triplice linea di fortificazioni protegge l’anima: essa è circondata dall’assidua pratica della discrezione; trova sicuro baluardo nell’intercessione dei santi; ed è completamente cinta dalla divina protezione, capace di resistere a tutti gli assalti del diavolo»; e da parte sua il miles Christi deve portare lo «scudo della pazienza», la «corazza dell’umiltà» e in testa l’«elmo della salvezza», infine «la parola del Signore sarà la spada nella sua mano e giusti desideri il destriero sul quale è montato». Bernardo parla un linguaggio che un ex soldato capisce al volo, e intanto lo trasforma in un «operatore di pace».

Piena consapevolezza di sé, accettazione, neutralizzazione degli impulsi inconsci e sublimazione: questo è il percorso che Bernardo fa compiere ai suoi monaci. «Si può forse vedere in questa sicura capacità di guida psicologica una prova che Bernardo aveva per primo percorso questa strada?» si chiede in conclusione Leclercq. È uno storico, e quindi per iscritto deve rispondere «forse», ma pare evidente che in cuor suo abbia risposto «sì».

Jean Leclercq, Aggressività o repressione in s. Bernardo e nei suoi monaci (1979), in I monaci e l’amore nella Francia del XII secolo, Jouvence 2014, pp. 111-138.

 

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Cronaca nera monastica

In un saggio del 1979 di Jean Leclercq sulle strategie retoriche messe in atto da Bernardo di Chiaravalle per aiutare i suoi confratelli a sublimare l’aggressività, a un certo punto ho letto: «I monaci medievali non erano psicologicamente diversi dai loro contemporanei, e provenivano da ambienti sociali dove la violenza era all’ordine del giorno e in cui si dava libero sfogo agli impulsi aggressivi in una quantità di scontri e combattimenti. Un buon numero di testi convalida la verità di questo giudizio: ad esempio i registri della sacrestia dell’abbazia benedettina di Fleury dal decimo al dodicesimo secolo, le delibere dei capitoli generali dell’Ordine cisterciense, la Vita di s. Stefano Obazine». Sulle delibere dei capitoli generali dei cisterciensi una nota rimanda a uno studio francese, di qualche anno prima, dal titolo molto curioso: Violenze, risse e omicidi nei cisterciensi. L’ho cercato, l’ho trovato facilmente e l’ho letto.

L’autore, A. Dimier, ha spulciato gli otto volumi degli Statuta capitolorum generalium ordinis cisterciensis, registrando tutti i riferimenti a fatti violenti interni alle comunità e dando conto di tre principali categorie: a) le violenze perpetrate ai danni di abati (la stragrande maggioranza dei casi); b) le dispute, le risse, i crimini commessi tra membri di una comunità; c) i gesti di rivolta di monache. L’arco temporale coperto va dal 1176, anno in cui si dà notizia dell’omicidio dell’abate di Clairvaux, Gerardo, da parte del monaco Ugo di Bazoches (che ha aspettato l’abate, al termine dell’ufficio delle Lodi, nascosto ai piedi della scala che porta al dormitorio e l’ha pugnalato), a una nota del 1738, in cui si danno ulteriori disposizioni per la costruzioni di prigioni nei monasteri dell’Ordine.

Non avevo mai letto, tra l’altro, di questa cosa delle prigioni che nei monasteri cisterciensi «si trovano generalmente sotto la scala che dal chiostro conduce al dormitorio dei monaci», e delle quali si possono ancora vedere alcuni resti, ad esempio nelle abbazie provenzali di Thoronet, Senanque e Silvacane.

La carrellata è interessante anche se non del tutto sorprendente. L’abate che cerca di ristabilire la disciplina e correggere gli errori a volte rischia grosso: può essere picchiato, pugnalato o avvelenato; in un caso viene aggredito insieme al suo priore mentre sta pregando nel coro; in un altro caso ancora è vittima addirittura di un’imboscata prima che arrivi presso la comunità che deve rimettere in riga. La pena in questi casi è sempre l’incarcerazione perpetua, a pane e acqua, e talvolta con i ferri a mani e piedi.

Un caso curioso è quello dell’abate di Fontfroide, Pierre Ferrer, che intorno al 1450 viene accusato di «gestione» scandalosa e quindi espulso dall’Ordine. Dopo un periodo di vagabondaggio, Ferrer «riprende possesso della sua abbazia con un intervento armato», e fatto oggetto di un mandato di arresto dal siniscalco di Carcassonne, «gli risponde barricandosi con un gruppo di armati nel monastero, e tenendolo fino alla morte». «In seguito a questi gravi disordini», commenta Dimier, «l’abbazia di Fontfroide non si risolleverà più.»

Singolare il caso del monaco Jean André, dell’abbazia di Stolpe, in Pomerania, che nel 1466 confessa spontaneamente l’assassinio di una prostituta «che si era introdotta di notte nel monastero», compiuto per «evitare lo scandalo». O ancora quello dei monaci di un abbazia norvegese, che una notte prendono a forza il priore, il sacrestano e il maestro del coro, li caricano su una barca e li abbandonano su un’isola deserta, e che, tornati indietro, aggrediscono l’abate e i suoi ospiti, li spogliano e li cacciano: «Il capitolo generale del 1243 li dichiara scomunicati e passibili della pena prevista per i cospiratori».

«Si deve sottolineare il fatto», conclude l’autore, «che in un periodo di sette secoli di storia dell’ordine di Cîteaux, che contava più di settecento monasteri maschili, e ancor più femminili – si parla cioè di migliaia e migliaia di religiosi – i circa sessanta casi di monaci o monache colpevoli di violenze o omicidi non sono che un’infima minoranza rispetto alla larghissima maggioranza di coloro che seppero restare fedeli alla loro vocazione.» Che poi è quello che osserva anche Leclercq: «La cosa stupefacente è che i monaci, che provenivano da una società così violenta, non soltanto erano meno violenti della maggioranza della gente, ma anche, in qualche modo, riuscirono a riconciliare e ad assicurare un po’ di pace alla loro epoca».

A. Dimier, Violences, rixes et homicides chez les Cisterciens, in «Revue des Sciences Religieuses» 46 (1972), 1, pp. 38-57; che si può leggere qui.

 

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Tu sei abate e ti tirano le pietre (Walter Map 2/2)

(la prima parte è qui)

Nei confronti del grande abate cisterciense Walter Map si trattiene, comprensibilmente, dall’insistere su accuse specifiche (non dalle battutacce, tuttavia) e introduce una categoria di narrazione agiografica insolita, beffarda e un po’ irriverente: il miracolo mancato – anche l’eminentissimo «don Bernardo» (dompnus Barnardus) ogni tanto faceva cilecca.

«Mi trovavo una volta alla mensa del beato Tommaso, allora arcivescovo di Canterbury», racconta Walter, riferendosi proprio a quel Tommaso, Becket, quando un commensale, stufo delle lodi sperticate che due abati «bianchi» stavano tessendo di Bernardo di Chiaravalle, intervenne per ricordare un caso singolare. Un giorno, a Montpellier, un indemoniato venne portato al cospetto dell’abate, che, «seduto su una grande asina, impartì ordini allo spirito immondo» di uscire immantinente da quel corpo. La cosa sembrava sistemata. Peccato però che, una volta lasciato libero, il disgraziato «si mise a scagliare sassi come poteva contro l’abate, inseguendolo con insistenza mentre fuggiva per le vie». «Questo racconto spiacque all’arcivescovo», commenta Walter: be’, non si stenta a crederlo, ma il commensale impertinente non si fece intimidire e aggiunse: «Quelli che furono presenti dicevano che si trattava di un miracolo degno di essere ricordato, poiché il posseduto dal demonio era con tutti mite e benevolo, e molesto solo verso gli impostori».

«È di dominio pubblico» (publicatum est autem), aggiunge poi Walter, che non fu l’unica volta che a Bernardo mancò la grazia del miracolo, ne occorsero altre, ahimè. Ad esempio quando Guglielmo di Nevers era morto, penitente, alla Grande Chartreuse, nel 1148, e Bernardo era accorso per partecipare ai riti funebri. Walter riferisce l’episodio in maniera concisa ed efficace, ma la scena è così vivace e simpatica che merita una minima dilatazione (con qualche licenza di fantasia).

Bernardo è disteso davanti al sepolcro di Guglielmo (che Walter chiama, erroneamente, Gualtiero), profondamente assorto in preghiera. Il priore certosino occhieggia dall’esterno della cappella, incerto: ma da quanto tempo è lì sdraiato padre Bernardo? Infine si decide: si accosta all’abate, si china e «lo pregò di andare a pranzare dato che era l’ora» – padre, scusate, sarebbe pronto in tavola…

Non se ne parla nemmeno! Bernardo si inalbera. Sembra di vedere un grande attore che si erge in tutta la sua potenza, di voce e di gesto: «Bernardo gli rispose: “Non mi smuoverò da qui finché frate Gualtiero non mi parlerà” ed esclamò a voce alta [così se c’è qualcun altro nelle vicinanze sente chiaramente]: “Gualtiero, vieni fuori!”», Galtere, veni foras!

Ahia. «Ma Gualtiero, che non sentiva la voce di Gesù, non ebbe le orecchie di Lazzaro, e non uscì.»

(2-fine)

Walter Map, Svaghi di corte, a cura di F. Latella, 2 voll., Pratiche Editrice 1990, pp. 127-129.

 

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Il mistero delle galline dei cisterciensi (Walter Map 1/2)

L’ho tenuto lì a ingiallire per venticinque anni, anzi: li ho tenuti lì, perché la meritoria edizione Pratiche del 1990 degli Svaghi di corte di Walter Map è in due volumi: presi e messi da parte come tante altre opere importanti che prima o poi dovrò aver letto. Poi, appunto, leggendo i saggi di Raoul Manselli sulle eresie medioevali, ho trovato Walter Map citato un paio di volte e accompagnato da espressioni e aggettivi fatti apposta per incuriosire: beffardo, tagliente, acre spasso, vivacissimo racconto. E così è venuto anche il turno del De nugis curialium, opera singolarissima dello scrittore gallese – ecclesiastico, poeta, conteur, diplomatico, uomo di giustizia alla corte di Enrico II Plantageneto e di Eleonora di Aquitania – circolata solo dopo la sua morte, avvenuta intorno al 1210.

Un gran simpatico, tra l’altro, uno che, lamentandosi del fatto che solo gli autori antichi hanno successo, scrive: «Il mio solo torto è questo: sono vivo. Ciò nonostante non ho intenzione di porvi rimedio morendo. […] So cosa accadrà dopo la mia scomparsa: quando incomincerò a putrefarmi, allora l’opera acquisterà sapore, il mio decesso sanerà tutti i difetti, e in una posterità lontanissima la mia antichità mi renderà un’autorità».

Un’ampia parte del primo capitolo degli Svaghi è dedicata a storie di monaci: paragrafi più o meno estesi ricchi di aneddoti, storielle, battute, informazioni, racconti fantastici, invettive, «in modo che l’esposizione avvinca e l’insegnamento tenda a migliorare i costumi». Walter Map parla di cluniacensi, templari, ospitalieri, grandmontani, certosini; di questi ultimi cartusiani dà un ritratto succinto e molto gustoso, dal quale emerge uno dei tratti caratteristici del suo sguardo: «Non tramano contro i vicini, non fanno pettegolezzi [non cavillant], non rubano; nessuna donna entra da loro, ed essi non escono per cercarne». Non è mai particolarmente benevolo, ma la sua bestia nera sono in assoluto i cisterciensi, spuntati «dall’Inghilterra, da un luogo chiamato Sherborne» (che in realtà è il luogo di provenienza di Stefano Harding, terzo abate di Cîteaux). Con i monaci bianchi ci va giù davvero pesante: avidi, avari, falsi, subdoli, truffatori, superbi, privi di carità… forse persino assassini!

Pare che ci fosse un problema particolare con la pancetta, sì, la pancetta, poiché sebbene i cisterciensi abbiano rinunciato alla carne, «nutrono tuttavia diverse migliaia di maiali, vendendone poi la pancetta, forse non tutta; le teste, le zampe, i piedi non li danno, né li vendono, né li gettano; dove vadano a finire lo sa Dio. Similmente rimane tra Dio e loro cosa facciano delle galline, di cui abbondano assai». Scherzi a parte, viene da dire, le accuse di Walter Map sono pesanti e riguardano soprattutto la sete di ricchezza dei monaci bianchi, capaci di spostare nella notte un albero di confine, di falsificare un documento, di deportare famiglie, di far sparire un’intera cascina con alberi e recinti pur di ingrandire le loro terre. Siate avvertiti: «Quelli che invece vengono sorpresi da un’invasione dei Cistercensi sappiano che li aspetta un esilio perpetuo» (dove, al di là della polemica, si sente anche un’eco della poderosa spinta di lavoro del nuovo ordine).

E quando sono colti sul fatto e messi di fronte alle loro responsabilità, questi nuovi monaci, pusillanimi, danno la colpa ai conversi, come dimostra un abate citato da Walter: «Non sappiamo nulla di ciò che avviene nelle parti più riposte della nostra casa; tutto questo è stato fatto senza che noi ne fossimo a conoscenza; i contadini che vivono fuori del chiostro e lavorano con noi hanno commesso questa mancanza senza sapere quel che facevano, e saranno battuti». Sì, battuti, e magari impiccati.

«Ecco come se ne vanno elegantemente scusati!», commenta Walter, che non si ferma nemmeno davanti a Bernardo di Chiaravalle…

(1-continua)

Walter Map, Svaghi di corte, a cura di F. Latella, 2 voll., Pratiche Editrice 1990, pp. 121-167.

 

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