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Solitudini e idroterapie (Reperti, 51-52: Krakauer; Montale)

51. Nel suo famoso libro Nelle terre estreme (Into the Wild), più di una volta Jon Krakauer1 fa riferimento ai monaci per descrivere qualche atteggiamento di Christopher McCandless, il giovane americano morto in Alaska per seguire fino in fondo il «richiamo della foresta». In una delle pagine dedicate al tentativo di capire il senso delle scelte di Alexander Supertramp – così chiamava se stesso McCandless durante la sua fatale avventura –, Krakauer cita addirittura l’ipotetico, e mai verificato da alcuna prova archeologica, approdo islandese dei papar, i monaci irlandesi che nel V e VI secolo avrebbero fatto rotta verso nord, senza mezzi adeguati ad affrontare l’Atlantico settentrionale, alla ricerca di una solitudine adatta ai loro scopi di contemplazione e preghiera, e che infine avrebbero lasciata anche l’Islanda all’arrivo dei primi norvegesi. Non è così sorprendente, il riferimento monastico, se si pensa alla schiera di «eremiti» di cui si può trovare traccia nella letteratura che finisce di solito sullo scaffale Americana; non è affatto sorprendente se si pensa a Thomas Merton… Quello che mi ha colpito è che a questa suggestione, se così vogliamo dire, sia affidata la conclusione del racconto: «Una delle ultime cose che Chris McCandless fece in vita fu quella di scattarsi una foto […] sotto la volta celeste del cielo d’Alaska. Con una mano rivolge il biglietto d’addio all’obiettivo e con l’altra porge un saluto sereno e coraggioso al mondo. Se in quelle ultime, difficili ore il ragazzo si sia commiserato – perché era giovane, perché era solo, perché il corpo l’aveva tradito riducendolo in quello stato – non traspare dall’immagine. Chris sorride, e il suo sguardo è inequivocabile: McCandless era in pace, beato come un monaco che va dal Signore».

52. Una minuzia montaliana. Il 3 agosto 1923, rispondendo a una lettera dell’amico e scultore Francesco Messina, Eugenio Montale, che si trovava col fratello presso lo Stabilimento Idroterapico di Voltaggio (Alessandria), fa menzione di un non meglio identificato abate Santalini2. Un mese e mezzo dopo, come se tornasse sull’argomento, scrivendo sempre a Messina, ma questa volta da Monterosso, dice: «Quanto ai reverendi abati non li detesto affatto, ma li preferisco se usano il Kalikor»3. Sul volume si legge appunto Kalikor, ma sarà da intendersi senz’altro Kaliklor, e chissà se è un refuso, un lapsus o una storpiatura montaliana (non implausibile). Si tratta di una «Pasta dentifricia antiacida perfetta» prodotta dalla ditta Valli di Milano, il cui slogan era: «… a dir le mie virtù basta un sorriso». Considerando l’antico, conflittuale rapporto tra clero e nuovi prodotti per l’igiene personale, come non ricordare il consiglio che il Principe di Salina darà a padre Pirrone nel Gattopardo…

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  1. Jon Krakauer, Nelle terre estreme, con una nuova postfazione dell’autore, traduzione di L. Ferrari e S. Zung, Corbaccio 201731.
  2. Eugenio Montale, Lettere e poesie a Bianca e Francesco Messina (1923-1925), a cura di L. Barile, Libri Scheiwiller 1995, p. 171.
  3. Lettera del 20 settembre 1923, p. 178.

 

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