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«Con le sue manj». Il taglio dei capelli di Chiara d’Assisi

LeggendaSantaChiara«Et poi sancto Francesco la tondì denante allo altare, nella chiesia de la vergine Maria dicta dela Portiuncola.»

Ho approfittato dell’edizione in volume separato da poco pubblicata dalle edizioni Paoline per leggere la Leggenda di santa Chiara vergine di Tommaso da Celano. Quando mi avvicino alla «regione francescana» (e clariana), in particolare alle sue fonti, si accende una sensibilità inconfondibile, e sono certo di non essere il solo miscredente (peraltro non si è mai il solo «qualcosa») che Francesco d’Assisi zittisca. Oggi è stata la volta di una scena: il taglio dei capelli di Chiara d’Assisi.

Richiesto su come comportarsi per seguirlo nella «religione» («quando e come dovesse agire»), Francesco ha detto a Chiara di lasciare la casa paterna e di raggiungere lui e i suoi compagni a Santa Maria degli Angeli, la notte della Domenica delle Palme («el dì de la oliva», del 1211 o del 1212). Lei lo fa, uscendo da una porta secondaria, che apre miracolosamente, e «accompagnata da una onesta compagnia». In breve raggiunge la chiesa della Porziuncola, illuminata da fiaccole e dove i frati la stanno aspettando in preghiera. «E lì subito, gettate via le brutture di Babilonia, diede al mondo il libello del ripudio, tagliati per mano dei frati i capelli, depose anche i vari ornamenti» (Leggenda, IV).

Così scrive Tommaso da Celano. È un brano che nel suo complesso è stato, come è ovvio, attentamente analizzato, poiché ricco di sfumature e allusioni, ma del quale rimane intatta la forza dell’immagine notturna della chiesetta, illuminata dalle torce e presumibilmente fredda (è marzo), in cui fa il suo ingresso Chiara, attesa dai frati. Il curatore della Leggenda, Marco Guida, osserva sulla scorta di diversi studi anche il significato preciso della scelta del Celano di attribuire collettivamente ai frati, in contrasto con le fonti agiografiche precedenti, il taglio dei capelli di Chiara: la «responsabilità corale» nella fuga della giovane serve a ribadire, a molti anni di distanza dai fatti «il legame tra “sorelle povere” e “frati minori” caratteristico delle origini».

Altre «leggende», invece, scelgono comprensibilmente di unire Chiara e Francesco anche in quel gesto. Come nel caso della Legenda minore umbra, in volgare, probabilmente della fine del XIV secolo, che anzitutto precisa che i frati stavano proprio pregando per Chiara, «che non havesse impedimento al suo sancto desiderio et proponimento»; che restituisce poi ancora più poetica l’immagine della chiesa, «et intrando nella echiesia dove erano multi lumi accesi, però che li frati cantavano multe belle laude de Dio, et himnj sancti multo devotamente»; e arriva infine così all’apice della scena (che merita la citazione estesa):

«Et vestita de una soctana grossa, sancto Francesco con le sue manj sì li moçço et tondì li soi capilli, et cénseli una grossa corda, et puseli in capo uno velo biancho et uno negro de grosso et materiale panno. – Porresti pensare piatosamente, che era ad vedere una fanciulla tanto dilicata de .xiij anni andare con una soctana grossa et così grosamente velata con quillo angelico volto, et acompagnata da così poveri frati.»

Tommaso da Celano, Leggenda di santa Chiara Vergine, a cura di M. Guida, Edizioni Paoline 2015; la Legenda minore umbra, e tante altre cose molto interessanti, si può trovare nel sontuoso Fonti clariane. Documentazione antica su santa Chiara d’Assisi…, a cura di G. Boccali ofm, Edizioni Porziuncola 2013.

 

 

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Due (o più) note francescane

A un certo punto del suo carteggio con il servita Giovanni Vannucci, sorella Maria del Campello ritorna sulla sua decisione di dare del tu al giovane sacerdote di cui già apprezza la spiritualità, l’attività, l’attenzione verso la sua comunità, il complicato rapporto con le strutture ecclesiastiche. È il gennaio del 1949, i due si conoscono e si scrivono da poco più di un anno, lei ne ha 74, lui ne ha appena compiuti 35, e la lettera di Maria del 17 è tra le più lunghe e dense di quelle pubblicate (125 su 525, tanto per concludere un periodo pieno di numeri…). È un epistolario di notevole intensità, interessante di suo, si potrebbe dire, al di là della luce che getta sulle personalità dei due corrispondenti, sull’eco lasciata dalla figura di Ernesto Buonaiuti, sulla chiesa di quegli anni, sulle vicende di Nomadelfia, sull’astro di David M. Turoldo, ecc. – tutte cose di cui non so quasi niente e che è a suo modo più stimolante avvicinare attraverso le testimonianze degli individui che tramite le ricostruzioni storiche.

Per intanto, tuttavia, c’è quel «non si stupisca del Lei cui sono ritornata. Forse è meglio così, riflettendo. E forse verrà tempo d’una comunione più trasparente» (e infatti verrà). La nota suscita in Maria, la «Minore», come si autodefinisce, una riflessione sulle difficoltà dei rapporti: «Non è facile il passo avanti nel conoscimento di noi stessi e degli altri, anche se carissimi e consoni» (il corsivo è mio); lei si sente manchevole anche nei confronti delle sue compagne, che condividono quella singolare esperienza dell’eremo di Campello dal 1926, e aggiunge: «Quanto è nebuloso l’animo umano, anche dopo lunghi anni di convivenza fraterna!»; lo raccomandava anche Francesco, nella Regola non bollata: «”Si guardino i frati dal mostrarsi nebulosi…”».

È solo un lieve slittamento di significato, da nuvoloso a nebuloso, forse relativo soltanto all’italiano. Le Fonti francescane, al Capitolo VII, 16 della Regola non bollata, riportano infatti: «E si guardino i frati dal mostrarsi tristi all’esterno e oscuri in faccia come gli ipocriti, ma si mostrino lieti nel Signore e giocondi e garbatamente amabili», che viene dal latino: «Et caveant sibi, quod non se ostendant tristes extrinsecus et nubilosos hypocritas; sed ostendant se gaudentes in Domino et hilares et convenienter gratiosos»); passo che riceve testimonianza da un brano (XCI) della Vita seconda di Tommaso da Celano: «[Francesco] Amava poi tanto l’uomo pieno di letizia spirituale, che per ammonimento generale fece scrivere in un capitolo queste parole: “Si guardino i frati di non mostrarsi tristi di fuori e rannuvolati come degli ipocriti, ma si mostrino lieti nel Signore, ilari e convenientemente graziosi”».

Ma il titolo parlava di due note, almeno. Sì, perché, andando a vedere il passo di Tommaso da Celano, mi è cascato l’occhio, nella pagina a fronte, su un’immagine di Francesco così bella che con essa mi piace chiudere gli appunti di quest’anno:

«Talora – come ho visto con i miei occhi – raccoglieva un legno da terra, e mentre lo teneva sul braccio sinistro, con la destra prendeva un archetto tenuto curvo da un filo e ve lo passava sopra accompagnandosi con movimenti adatti, come fosse una viella, e cantava in francese le lodi del Signore.»

Francesco che suona e canta.

Sorella Maria, Giovanni M. Vannucci, Il canto dell’allodola. Lettere scelte (1947-1961), a cura di P. Marangon, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2006 (la lettera citata è la 23); Tommaso da Celano, Vita seconda di San Francesco d’Assisi, XC.

 

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Francesco vs Benedetto

L’intento è dichiarato, confrontare due monumenti: la regola benedettina (ca. 540) e quella francescana (1221-23), e a dispetto delle poche pagine questo libretto offre una gran quantità di materiali e riflessioni. E, soprattutto, un punto di vista «interno». La volontà di non giudicare, l’appello a una «conoscenza più scientifica», è espressa in apertura e ribadita in chiusura, ma l’autore è un francescano (1912-2002, studioso, docente, ministro provinciale e visitatore generale), e si sente. Anzi non dispiace che dopo le dichiarazioni di rito si lasci prendere un po’ la mano nel mostrare le proprie simpatie. Cosa che, tra l’altro, dà della grande famiglia monastica un’immagine più terrena e «reale», al di là dell’onnipresente perorazione dei «diversi carismi» che tutti concorrerebbero a dare valore all’esperienza religiosa…

Le convergenze sono poche: la provenienza geografica (Umbria), quella sociale (famiglie benestanti), la precocità della vocazione, l’assenza di sacerdozio e il fatto che entrambi sono «accompagnati» da figure femminili di grande rilievo (Scolastica e Chiara).

Dall’altro lato, invece, il tempo li divide (settecento anni) e soprattutto il contesto dal quale «escono» e in relazione al quale elaborano le loro regole. Benedetto scrive in un periodo di chiusura sociale, di dissoluzione di un sistema (l’impero romano) che lascia il vuoto, e concepisce il monastero come una fortezza di difesa dal caos; Francesco scrive in un mondo che si è riaperto, ai viaggi, agli scambi e ai commerci. Il primo fugge il mondo per ritrovare Dio, il secondo si mette in strada per riportarvelo. Benedetto si rivolge prevalentemente al «tu» e al «voi» della comunità, mentre Francesco si scioglie spesso nel «noi» (e non a caso non chiama mai Ordine la sua fondazione, bensì «fraternità» o «religione»). La regola benedettina si adatta facilmente a vari tipi di comunità, mentre quella francescana «non si presta ad alcuna manipolazione e non potrà mai accettare coperture di comodo» (come dire che quella benedettina è esposta a un rischio del genere?).

È poi nell’analisi delle differenze di ordine spirituale che mi pare di notare la «soddisfazione» dell’autore di stare dalla parte di Francesco. Quello che mantiene ancora l’aspetto di un rigoroso confronto diventa, con grande tatto e cautela, un inno all’umanità e alla modernità francescane, anche a prezzo di qualche dimenticanza nella rassegna delle caratteristiche benedettine. Un esempio rivelatore, tra i molti, sono le scelte lessicali adottate per illustrare i temi della fraternità e dell’obbedienza nelle due regole.

Il cuore della regola di Francesco, secondo il p. Quaglia, è raccolto nel capitolo 10, «la magna charta della fraternità francescana», che «non si preoccupa di stabilire, regolare, proibire questo o quello. Avendo dato le indicazioni di fondo, le linee direttrici, lascia i frati all’esercizio, faticoso certo ma esaltante, della minorità nella fraternità. […] La vita francescana è sostenuta più da impulsi carismatici che da leggi, più da creatività che da statuti… più dall’apertura che dalla clausura… più da un apostolato pieno di fantasia che da una zoppicante imitazione». Così, il rapporto tra superiori e inferiori risulta improntato al «servizio», e non vi è l’insistenza benedettina sulla disciplina e sulla punizione, sull’organizzazione quasi poliziesca che tutto stabilisce, seppure con discrezione, per il buon funzionamento della comunità. Nel monastero benedettino il monaco deve espropriare la propria volontà a favore dell’abate, che è garante dell’autorità e guida verso la salvezza; anche nel convento francescano il frate si sottomette, per amore di Cristo, ma tutti si sottomettono a tutti. L’obbedienza benedettina è scolastica, militaresca, prevalgono in essa «le motivazioni ascetico-organizzative su qualunque altro elemento che ne possa allargare l’orizzonte di respiro morale e alleggerirne la pesantezza»; quella francescana è soprannaturale e mistica, cristologica e liberante (libertaria?), universale e lieta. L’obbedienza benedettina, sembra suggerire l’autore, rischia di deresponsabilizzare l’individuo ed è aperta al pericolo dell’autoritarismo, quella francescana responsabilizza il singolo e spinge verso la letizia condivisa.

Il libretto è ricco di molto altro, ma a volerlo riassumere con una battuta, verrebbe da dire che con Benedetto si sta in caserma, consegnati, mentre con Francesco si va in manifestazione, tutti uguali.

Armando Quaglia, Due Regole a confronto. San Benedetto e san Francesco, Edizioni Messaggero Padova 1990.

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