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Sfere, non cubi (Dice il monaco, XXXII)

Dice Matoes, Padre del deserto:

Un fratello chiese al padre Matoes: «Che devo fare? La mia lingua mi è causa di afflizione: quando giungo in mezzo agli altri, non riesco a trattenerla, ma in ogni loro buona azione trovo da giudicarli e accusarli. Che devo dunque fare?». L’anziano gli rispose: «Fuggi nella solitudine. È debolezza infatti. Chi vive con dei fratelli , non deve essere un cubo, ma una sfera, per poter rotolare verso tutti». E disse: «Non per virtù vivo in solitudine, ma per debolezza; sono forti infatti quelli che vivono in mezzo agli uomini».

Detti dei Padri del deserto, serie alfabetica, Matoes, 13 (questo e il precedente appunto mi sono stati suggeriti dalla lettura dell’articolo di Lisa Cremaschi, Il desiderio dell’armonia con tutto il creato nei Padri del deserto, «Ora et Labora» LXX [2015], 1).

 

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Colpo di scena

Dai, giochiamo un po’: con le storielle dei Padri del deserto è facile, sono sempre così vivide, ed è peccato veniale.

Allora, c’è questo giovanotto bello deciso: Basta, proclama, rinuncio al mondo, vado nel deserto. Vede una cella a forma di torre e si dice: Okay, chiunque vi abiti, voglio servirlo, punto. Va, bussa, esce un monaco anziano, «che gli disse: “Che vuoi?”»

Il giovane non si scompone: Ho fatto un voto, dice.

Vabbè, risponde l’anziano, mangia qualcosa e poi mi racconti.

No, niente, ribatte l’aspirante monaco, voglio restare qui.

Mi sa ch’è meglio di no, risponde il vecchio. Colpo di scena: «Se vuoi riceverne beneficio, vai in un monastero, perché io sto con una donna».

Il giovane non si sposta di un millimetro: Non m’interessa, moglie o sorella, io qui resto, come vostro servitore.

Passa un po’ di tempo, il giovane fa tutto quello che deve, senza fiatare, finché i due conviventi si confrontano: Oh, già viviamo nel peccato, ci tocca pure avere sulla coscienza questo qui. Raccattiamo qualcosa e teliamo.

Seeenti, esordisce l’anziano, «noi andiamo ad adempiere un voto, e tu custodiscici la cella». Ma dopo cinque minuti il giovane capisce l’inganno e li insegue. «Quelli, al vederlo, restarono sconvolti e dissero: “Fino a quando sarai per noi una condanna? Hai la cella, stai lì e bada a te stesso.» Quell’altro niente, di ferro: «Io non sono venuto per la cella, ma per servirvi». E te pareva.

Questo non ce lo leviamo più di torno, ma… «a queste parole, furono presi da compunzione e decisero di tornare a Dio con la penitenza. Allora, la donna se ne andò in un monastero, e l’anziano ritornò alla sua cella. Così, per la pazienza del fratello, si salvarono entrambi».

(Qualche corsivo impertinente aggiunto a Everghetinós, 27, 3, in: Paolo Everghetinós, Esempi e parole dei santi Padri teofori, volume I, a cura di M.B. Artioli, Edizioni Scritti Monastici, Abbazia di Praglia 2012, pp. 270-71.)

 

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Solo vederti

I pochi avvenimenti concreti del deserto dei Padri sono fonte inesauribile di letture simboliche. La pozza fangosa, la morte di un asino, le canne mosse dal vento… «altrettanto accade per le cose dell’anima»: un semplice giro di parole semplici e l’insegnamento è servito.

«Il padre Antonio disse: “Colui che batte un blocco di ferro, prima pensa a quel che vuole farne; se una falce, o una spada, o una scure. E anche noi dobbiamo sapere a quale virtù tendiamo, se non vogliamo faticare invano”.» Dall’umano al divino.

A me tuttavia piace, per così dire, tornare all’umano, anche tra quegli scontrosi digiunatori. Come i tre anziani che ogni anno andavano dal padre Antonio e lo subissavano di domande, sui pensieri, sulle tentazioni, sulla salvezza, su cosa devo fare. Per l’esattezza, erano soltanto in due a chiedere, «il terzo, invece, sempre taceva e non chiedeva nulla. Dopo lungo tempo, il padre Antonio gli dice: “È tanto ormai che vieni qui e non mi chiedi nulla”. Gli rispose: “A me, padre, basta il solo vederti”.»

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Per giunta

Ho letto un altro reportage sui Padri del deserto, quello del simpatico Rufino di Concordia (oggetto di «una doverosa, se pur tardiva, rivalutazione», dice il curatore). C’è molta discussione sulla reale paternità della Historia monachorum che gli viene accreditata, ma ovviamente il testo non perde di interesse per questo. Anche perché è uno dei rari casi in cui viene data notizia delle difficoltà incontrate per andare a intervistare quei «pazzoidi» chiusi in qualche grotta del deserto egiziano. Rufino, che fu in Egitto intorno al 374, riferisce infatti nell’epilogo «dei pericoli del viaggio verso gli eremi». (Nota pifferesca: le citazioni sono ritoccate su uno degli originali latini, visto che la versione italiana appare qua e là un po’ prodiga di «arricchimenti».) Ne fa proprio un elenco.

Che comincia con la «stanchezza mortale», e prosegue con la durezza del terreno, costellato di punte aguzze («umore salmastro» solidificato) che se mettono a dura prova i «buoni sandali», figuriamoci i nudos pedes. E poi le acque stagnanti del Nilo esondato, i predoni dal mare, il vento e infine «l’ottavo, il più grave», e cioè i coccodrilli (crocodili), sdraiati intorno a una pozza nell’ora più calda, perfettamente immobili. «Noi», dice Rufino, «non eravamo a conoscenza della loro maniera di fare [e] ci avvicinammo per vedere e ammirare la dimensione di quelle bestie che ritenevamo morte. Ma bastò lo scalpiccio dei nostri piedi perché esse lo avvertissero, balzassero su e ci venissero addosso.» Invocazione immediata al Signore: i coccodrilli si ributtano nello stagno e «noi ce la demmo a gambe, correndo verso il monastero»…

L’«intervista» più interessante è forse la prima, quella a Giovanni eremita (di Licopoli), di cui scrive anche Palladio nella sua Storia Lausiaca, riferendo le seguenti parole del sant’uomo: «Da quarantotto anni mi trovo in questa cella: non ho visto volto di donna, non immagine di moneta; non ho visto essere umano in atto di masticare; nessuno ha veduto me in atto di mangiare o di bere» (35, 13). Quando Rufino e i suoi compagni si presentano, Giovanni, ormai novantenne, si dichiara molto sorpreso che si siano dati pena di affrontare «un viaggio tanto faticoso» per incontrare proprio lui: «Siamo uomini come tutti gli altri, modesti, insignificanti, che nulla hanno in sé che possa essere desiderato o ammirato». Ma poi parla diffusamente, dilungandosi soprattutto sulle tentazioni, sulla distrazione dei pensieri, sulla tirannia delle passioni, sulla necessità di «svuotarsi» per far posto a Dio.

E infine racconta tre storie, di suoi «colleghi», la prima delle quali è fantastica e narra di un monaco, insuperbito dalla sua santità, che una sera riceve una visita «di una donna di splendido aspetto». È tardi, la giornata è stata dura, lei è molto stanca, teme le bestie feroci (non a torto…): «Consentimi di riposare in un angolino della tua cella». Il monaco, compassionevole, l’accoglie. Iniziano a parlare, com’è come non è, e «il veleno delle moine femminili frattanto prende il sopravvento». Adesso ridono, anche, e la donna «stende la mano a carezzare il mento e la barba veneranda del vecchio; procace, invece che in atteggiamento di venerazione!» E non si ferma, «tum vero palpare cervicem mollius, collumque levigare»…

È inutile tirarla per le lunghe, racconta Giovanni, «fatiche trascorse, propositi di santità, sono tutti dimenticati in un attimo». Siamo a un passo dagli «obscoenos complexus», ed ecco che «quella manda un grido enorme, con voce orrenda, [… e] si sottrae rapidamente all’amplesso di lui; che inseguiva vane parvenze con moti indegni; lo pianta lì in tronco e per giunta con scherno sgradevolissimo». Allora balza fuori la «truppa dei demoni» e si mette a sfotterlo, e il monaco perde la testa. Non si risolleverà più dal colpo; avrebbe dovuto piangere, pentirsi e riprendere a combattere, «ma non fu così»… e si lasciò andare.

Rufino di Concordia, Storia di monaci, a cura di G. Trettel, Città Nuova 1991.

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Paura e amore

1. Una storia de’ paura. Deciso ad abbandonare il mondo, un anacoreta si addentrò nel deserto del Sinai. Arrivato a una grotta, vide all’interno un uomo seduto. Bussò, «secondo l’usanza dei monaci», e aspettò che l’altro uscisse a salutarlo. Niente. Allora, «senza esitare, entrò e lo prese per una spalla; egli subito si dissolse e divenne polvere».

2. Una storia d’amore. Dopo qualche giorno, il suddetto anacoreta incontra  un altro sant’uomo. Gli chiede come va e costui gli racconta la storia della sua fuga dal mondo. Stava in un cenobio e tesseva il lino. Guadagnava bene e dava tutto in beneficenza. Poi aveva fondato un monastero suo e l’attività era cresciuta. Finché un giorno era arrivata una vergine e gli aveva commissionato un lavoro. E poi un altro, e un altro ancora. In breve, «ne derivò una consuetudine, quindi una maggior confidenza, infine anche il contatto delle mani, il riso e il mangiare insieme».

Io mi fermo qui. L’anacoreta non può, perché ovviamente c’è di mezzo il diavolo, e perciò, «dopo aver portato in seno la passione, partorimmo l’iniquità».

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