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Ehilà, Achilla!

«Si recarono un giorno da abba Achilla, di mattino presto, abba Amoe e abba Vitimio, e lo trovarono intento a fare la corda.»

Posso dire di aver letto ormai alcune centinaia di incipit come questo – lo dico soltanto come fatto statistico, in relazione alle antologie di detti dei Padri del Deserto sui cui periodicamente ritorno1 – e ciò nonostante la luce di questi saggi e bizzarri signori brilla sempre di nuovo, ancora come la prima volta, ancora dopo secoli, anche per me che, in coda a una schiera di milioni di lettori di ogni tempo, non cerco parole di fede.

È la luce di quei nomi, strani ma non assurdi, che fanno sorridere: Achilla, Amoe, Vitimio. È la luce tipica di quel mattino presto, la luce della frescura mattutina dei luoghi che col passare delle ore si arroventeranno, come le stradine che portano alle spiagge estive. È la luce di Amoe e Vitimio che la sera prima si saranno detti: Domani potremmo andare da Achilla, ti va? – Giusto, è un po’ che non lo vediamo. Magari gli chiediamo un consiglioPerò presto, che poi fa un caldo del diavoloAggiudicato. È la luce di una formidabile presenza, cui sono sufficienti tre parole per saltare fuori da una pagina. Come non vedere infatti proprio lì, davanti a noi, che di buon mattino siamo giunti insieme ad Amoe e Vitimio, Achilla seduto per terra, che intreccia la sua corda: Ehilà, Achilla, come andiamo? Ehi! Benone! Che ci fate qui?Niente, ci chiedevamo se potevi dirci qualcosa di utile – Be’, guardate «da ieri sera fino ad ora ho intrecciato venti braccia di corda, e in realtà non ne ho bisogno».

Hanno ragione tutti quelli che hanno lodato l’inesausta freschezza delle storielle dei Padri, di questi vegliardi che, come ha detto ad esempio Emanuela Ghini, «ci propongono la loro parola pacata e vivacissima, a volte intrisa di ironia, sempre percorsa di gioia, di misericordia, ricca di una straordinaria conoscenza dell’io [corsivo mio]; un’esperienza non superata da quella di tanti maestri in scienze umane dei secoli successivi, ricercati come guide e punti di riferimento per neutralizzare l’angoscia esistenziale che insidia, a diversi livelli, la vita di tutti»2.

Forse qualche altro maestro lo si è potuto trovare lungo la strada, nondimeno i Padri sono sempre lì, fissati in un’immagine che non teme l’ingiuria del tempo, che pare addirittura fuori del tempo. Il mondo e gli esseri umani sono andati avanti, ma anche stamattina, se ci si pensa, in un angolo del deserto egiziano, Amoe e Vitimio sono andati a trovare Achilla.

Il quale Achilla ha poi spiegato ai suoi visitatori che aveva intrecciato tutta la notte per evitare che Dio lo trovasse ozioso e lo rimproverasse: «È per questo che fatico e faccio tutto ciò che mi è possibile». E Amoe e Vitimio, nella più pura tradizione desertica, «se ne andarono edificati».

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  1. In questi giorni è la volta di Paolo Everghetinós, Esempi e parole dei santi Padri teofori, vol. II, a cura di M.B. Artioli, Edizioni scritti monastici, Abbazia di Praglia, 2013 (l’apoftegma qui riportato si trova a p. 62).
  2. Emanuela Ghini, Vie di preghiera. Testi dei Padri del deserto, EDB 2013, p. 5.

 

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Nazarena, monaca reclusa (pt. 2)

(La prima parte è qui)

Nazarena (che si definiva «grossolano cavolfiore») è una Madre del deserto teletrasportata nel Ventesimo secolo, ma non è inconsapevole del mondo che ha lasciato, né selvaggia e illetterata. La sua «durezza» è rivolta soltanto contro se stessa, il suo combattimento ha due soli nemici: «il diavolo e l’io». La sua scelta di un eterno presente («Bisogna liberare il momento dal peso del passato che non torna e dalle preoccupazioni del futuro ignoto», una frase «buddhista»), dello svuotamento per far spazio al Signore, può sembrare ancora più impressionante considerando la condizione da cui è partita, che non ci è difficile immaginare. La sua «immolazione perpetua di sé» è una sepoltura ante litteram.

Ancora una volta, è paradossale che l’aspirazione all’annullamento si traduca in una «soluzione» che fa di lei un caso unico – invece di nascondersi nell’anonimato di una professione monastica senza particolarità, lei sceglie l’assoluta eccezione, che la trasforma in una specie di punto di riferimento, un modello estremo (ancora in vita era già citata in varie pubblicazioni). La sua obbedienza a oltranza (in questo caso rivolta alla «chiamata» del Signore), ai miei occhi, ha i tratti della ferrea volontà di chi contro tutto e tutti ha deciso di andare per la sua strada (come dimostra il suo percorso di avvicinamento alla reclusione). Una strada priva di valore – lo ripete in continuazione – ma che allo stesso tempo rappresenta il sacrificio totale di quella limitata dotazione di vita che abbiamo.

Ma infine mi si potrebbe chiedere: Non si tratta in fondo di una libera scelta? Non c’è posto nel mondo per tutti? Insomma, che male ti fa? O non è forse che la sua intransigenza ti mette a disagio perché espone i tuoi sotterfugi, il tuo desiderio di solitudine con tutti i comfort?

Scrive la curatrice, Emanuela Ghini: «La sua ascesi radicale fa problema. […] Indubbiamente la vita di Nazarena ha aspetti di un totalitarismo accettabile solo nell’ambito della sua eccezionale vocazione». Immagino quanto sia stata meditata quella parola – «totalitarismo» – e forse è per questo che non riesco a seguirla, anche soltanto per comprendere.

O, più semplicemente, questo è uno di quei casi in cui da non credente è più onesto dire «non capisco», in cui la «fede» è una nebbia oltre la quale mi è impossibile vedere. Oltre la quale non so nemmeno cosa ci sia da vedere.

(2 – Fine)

Oltre ogni limite. Nazarena monaca reclusa 1945-1990, a cura di Emanuela Ghini, Casale Monferrato, Piemme, 1993.

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Nazarena, monaca reclusa (pt. 1)

«So quanto facile sia illudersi circa queste intuizioni. Perciò non intendo essere presa sul serio. Forse Dio non c’entra affatto con quello che dico, né ispira ciò che sento. Non mi fido assolutamente di quanto provo, anche quando credo che venga da lui. Mi fido invece di chi mi parla in suo nome.»

Non sorprende che la prima a essere cauta circa la propria eccezionale esperienza sia lei stessa, suor Maria Nazarena, al secolo Julia Crotta (Glastonbury, Connecticut, 1907 – Roma, 1990; i genitori sono piacentini emigrati), monaca camaldolese che visse reclusa in una cella del monastero romano di Sant’Antonio Abate dal 1945 alla morte. E non sorprende anche, ma per un altro motivo, che la stessa prudenza si intuisca nelle parole dell’autrice dell’ottima cura del volume, la carmelitana Emanuela Ghini, come se stesse maneggiando materiale altamente infiammabile. Quando, ad esempio, Nazarena si dilunga sulla propria fame («per almeno venti anni ho sofferto di questo tormento»), la curatrice si chiede se non fosse bulimica, per poi scartarne la possibilità. E ancora: «Davanti a un cammino penitenziale estremo qual è quello di Nazarena, può sorgere il sospetto di atteggiamenti psichici non normali di genere masochistico», un’esperienza «anzi umanamente folle» che però è illuminata da quello che la monaca ha lasciato scritto e che non dà adito a dubbi circa il suo pieno equilibrio psicologico: Nazarena «volle vivere totalmente nascosta non certo per difficoltà umane di rapporto».

Gli scritti che gettano un po’ di luce sono undici note di carattere autobiografico, il Regolamento (con il quale si presenta nel 1945 da Pio XII perché lo approvi), trentatré lettere delle circa cento conservate e una scelta di frasi di Giovanni della Croce e Teresa di Lisieux. Vi si legge di un’infanzia e un’adolescenza serene e ricche di esperienze. Julia studia, fa sport, fa musica, con impegno e risultati (si laurea infine in Lettere e Filosofia). È alta (più di un metro e ottanta, e infatti gioca a basket), determinata, allegra, «golosissima», forte (una «robusta costituzione» che la sosterrà nelle privazioni). La «chiamata», interiore, verso un’altra «cosa» è del 1934, «cosa» che prende la forma della solitudine, del «deserto».

Passati due anni a New York (la New York del 1935-37), entra nel Carmelo di Newport, ma ne viene respinta tre mesi dopo. Così, parte per Roma (non tornerà mai più negli Stati Uniti) dove, attraverso vari contatti, fa un primo passo verso l’Ordine camaldolese, un’esperienza che si interrompe dopo solo un anno. Nel 1939 entra nel Carmelo francese di Torpignattara, dove passa cinque anni durissimi (per motivi non chiari, probabilmente «perché non era al suo posto», dice la curatrice), che la prostrano («Ero uno scheletro ambulante»). Si riprende e il richiamo della solitudine diventa imperioso: finalmente nel 1945 entra nel monastero camaldolese sull’Aventino dove resterà fino alla fine. Nel 1947 professa i voti perpetui e assume il nome di suor Maria Nazarena. Nel 1959 ottiene una piccola cella – 5 metri per 3, con un’ancor più piccola terrazza «per respirarvi aria» – appositamente sistemata secondo i suoi intenti.

Julia Crotta ha raggiunto infine il suo «deserto», in via di Santa Sabina, 64, 00153 Roma.

(1-continua; la seconda parte è qui)

Oltre ogni limite. Nazarena monaca reclusa 1945-1990, a cura di Emanuela Ghini, Casale Monferrato, Piemme, 1993.

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