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Spazzare il chiostro («Schiacciare l’anima» pt. 1)

F4_le lassus_mini 2av.inddAlla fine dell’anno scorso è uscito anche in traduzione italiana un libro piuttosto importante sugli «abusi spirituali nella vita religiosa»1. Frutto di una ricerca durata quattro anni, s’intitola, nell’originale francese, Rischi e derive della vita religiosa ed è firmato dal priore della Grande Certosa e superiore generale dei certosini Dysmas de Lassus. E anche questo è un aspetto rilevante della pubblicazione, che un monaco certosino abbia voluto affrontare apertamente la questione. Tanto che lo stesso dom Dysmas vi accenna in una breve nota a conclusione della sua premessa: «È tradizione nella Certosa non firmare un testo col proprio nome, ma soltanto così: un certosino. Il carattere particolare di questo testo invita a una deroga. L’argomento è troppo serio per l’anonimato: il lettore ha diritto di sapere chi parla. È prima di tutto la compassione verso tutti e tutte coloro che soffronto che ho intrapreso questo lavoro. Dio conceda che possa essere utile a qualcuno».

Prima di provare a stendere qualche nota di lettura sul libro nel suo complesso ci tengo a segnalare una delle molte, ottime pagine che dom Dysmas dedica all’obbedienza religiosa, ai suoi fraintendimenti e alle sue distorsioni. Si tratta del paragrafo intitolato La volontà del superiore non è la volontà di Dio e muove da una distinzione molto chiara e tuttavia spesso ignorata.

Il voto di obbedienza va sempre inteso come uno strumento di perfezione per chi lo emette, e quello che Dio conseguentemente chiede non è ciò – il gesto, l’azione, il «contenuto» – che il superiore o la superiora di turno chiede al monaco o alla monaca, bensì l’obbedienza stessa al superiore o alla superiora; l’obbedienza in sé e per sé (senza tuttavia che ciò implichi l’annullamento cieco della propria volontà o l’astensione dal discernimento), a imitazione di Gesù. «Questa precisazione», sottolinea il priore, «è talmente importante che bisognerebbe inciderla con lo scalpello sul frontone dei noviziati.» E l’esempio che dom Dysmas fa è, per così dire, molto gustoso, scelto forse anche per alleggerire per un momento l’atmosfera tesa, se non drammatica, delle sue pagine. Merita di essere riportato per esteso:

Se la superiora domanda a una religiosa di spazzare il chiostro pur sapendo che la comunità deve fare nel pomeriggio un lavoro che sporcherà lo stesso chiostro, la religiosa ha diritto di pensare che la cosa non è di buon senso e deve ricordare alla superiora ciò che ella ha forse dimenticato. Se la superiora mantiene il suo ordine, il discernimento è facile poiché spazzare il chiostro non fa male a nessuno. La religiosa si vede offrire una bella occasione per esprime al Signore il suo amore nella realtà concreta di un gesto quotidiano. Se spazza il chiostro non è a motivo del buon senso, che brilla per la sua assenza, né per far piacere alla superiora (attenzione a questo slittamento di significato, che trasforma un’obbedienza religiosa in un atto puramente umano), ma perché un giorno ha detto al Signore che avrebbe obbedito per amore di lui. E questo è sufficiente a dare un senso compiuto, totalmente umano, a un atto pensato e voluto con piena consapevolezza non per la sua utilità ma per il suo significato.

È il significato del gesto che conta, non il suo effettivo contenuto. Insistere sul cosa dell’obbedienza, cioè in sostanza domandarsi quale sia la volontà di Dio, è pericoloso «perché la volontà di Dio non ha come obiettivo il gesto di spazzare». Dom Dysmas rileva come questa domanda sia molto più diffusa oggi rispetto al passato e come derivi da un altrettanto pericoloso slittamento dalla soggettività all’oggettività: «“Signore, che cosa vuoi che io faccia?” diventa: “Signore, che cosa vuoi che sia fatto?”. L’“io” è scomparso, il criterio di riferimento non è più la relazione d’amore con Dio, fine primario dell’obbedienza religiosa, ma la realtà concreta, il chiostro e la scopa».

Il commento conclusivo del priore certosino, sobrio e composto come sempre, e tuttavia lucido e preoccupato, dice tutto: «Ne derivano molteplici complicazioni».

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  1. Dysmas de Lassus, Risques et dérives de la vie religieuse, préface di Mgr José Rodriguez Carballo, Les Editions du Cerf 2020; trad. ital. di G. Lamieri, E. Antoniazzi e T. Testoni, Schiacciare l’anima. Gli abusi spirituali nella vita religiosa, EDB 2021.

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Qualcosa, qualcuno («La forza del silenzio» di Robert Sarah, pt. 2/2)

(la prima parte è qui)

Dopo le faticose pagine del cardinal Sarah – e dopo essermi preso dell’animale festaiolo «senza anima né speranza»1 – le prime parole di dom Dysmas de Lassus sono senza dubbio sorprendenti. Ecco come esordisce infatti il priore della Grande Chartreuse e Ministro generale dei Certosini nel quinto e ultimo capitolo del volume2: «Gli uomini considerano il silenzio come la semplice assenza di rumore o di parole, ma la realtà è molto più complessa. Il silenzio di una coppia che sta cenando tra sé può esprimere la profondità della comunione che non ha più bisogno di parole o, al contrario, non essere più capaci di parlarsi». Il fatto che, come immagine di un silenzio espressivo e comunicativo, dom de Lassus scelga quella di una coppia a tavola, che mangia tranquilla, mi pare molto significativo di una sensibilità che non faccio fatica a seguire. «Fintantoché ci saranno innamorati sulla terra», dice ancora il priore, scegliendo un’altra immagine per così dire «ecumenica», «cercheranno di vedersi da soli, e, nei loro incontri, il silenzio avrà la sua parte. Questo è forse il modo più semplice di spiegare la nostra scelta di vita.»

Sarà soltanto una differenza di tono, ma devo ammettere che trovo molto più interessante il discorso del priore, anche quando, com’è ovvio, si avvicina alle questioni centrali della sua fede e del modo certosino di viverla. Un modo che non rifugge nemmeno da quella dimensione paradossale che pure mi stancava nelle parole del cardinale: «Tutto è paradossale nella relazione con Dio», dice dom de Lassus, per il quale il «silenzio di Dio» coincide con i trent’anni in cui la parola di Gesù non ha superato i confini di un villaggio di qualche centinaio di abitanti. «Possiamo parlare di un Dio silenzioso?» chiede ancora. «Preferirei parlare di un Dio nascosto. Sono due sfumature di una stessa realtà, che ha in sé lo stesso contrasto: è la maniera di parlare di Dio che è silenziosa.» La prospettiva va ribaltata, e il silenzio di Dio va collegato più alla nostra poca voglia di ascoltarlo che alla sua mancanza di espressione; il suo cosiddetto silenzio non potrebbe forse essere, invece, il segno di una infinita delicatezza nei nostri confronti? «Siamo fragili come il vetro», ricorda il priore, e Dio deve moderare la sua potenza per non travolgerci.

Che io accetti o meno tali sottili distinzioni non ha importanza, quello che m’importa qui è la possibilità di cogliere i tratti di un’esperienza che non è sufficiente registrare alla voce «ineffabile». È necessario esprimerla, tale esperienza? Per me lo è, in nome di quella «esteriorità» che spesso è oggetto della condanna degli scrittori di religione, ma che è anche il sostegno della vita di relazione, della sussitenza e della conoscenza. Dunque la formulazione per cui opta dom de Lassus, tornando sul tema del silenzio e citando Isacco il Siro (di Ninive), mi colpisce: «All’inizio, bisogna fare uno sforzo per tacere», dice il priore, «ma se noi vi siamo fedeli, poco a poco, dal nostro silenzio nasce qualcosa che ci attira a un silenzio maggiore. Questo “qualcosa”, di cui non saprei definire i contorni, sappiamo che è “Qualcuno” che ci attira sempre più nel suo mistero».

Mi pare che questa breve frase riesca a condensare un aspetto vertiginoso di quell’esperienza: il silenzio permette la percezione di un qualcosa dai contorni indefiniti, che però sappiamo essere qualcuno, la cui dimensione primaria è quella del mistero.

Lo scambio tra Robert Sarah e dom Dysmas de Lassus è ricco di molti altri spunti, ma io mi fermo qui: quanto mi piacerebbe chiedere al priore cosa c’è, da dove viene, come si manifesta quel «sappiamo», ma non posso farlo, ed è lui stesso a ricordarmi che «nella fede, l’incomprensione è essenziale e non è una frustrazione, questo permette di sognare».

(2-fine)

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  1. «Non ignoro il fatto che questo linguaggio sia assolutamente incomprensibile e scioccante per coloro che non hanno la fede. L’uomo materialista vuole fare della vita una grande festa, un tempo per approfittare di tutti i piaceri, un godimento compulsivo. Poi, il più tardi possibile, la morte viene a fermare questa corsa e conduce al vuoto. Non c’è più niente. Questi uomini si comportano come animali, senza anima né speranza», p. 217.
  2. Robert Sarah con Nicolas Diat, La forza del silenzio. Contro la dittatura del rumore, prefazione di Benedetto XVI, traduzione di A. Cappelli, Cantagalli 2017.

 

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