Sembra di moda

 Quello che io contesto non è certo il richiamo ai valori della Regola benedettina per affrontare le «sfide antropologiche e culturali di oggi» (per riprendere il titolo di un capitolo di un recente libro di s. Maria Geltrude del Divin Cuore, benedettina dell’Adorazione Perpetua)1. Figuriamoci, proprio io. Figuriamoci se non sono sensibile a «un atto di speranza nelle potenzialità del monachesimo anche nel nostro tempo». Quello che mi pare legittimo contestare, anche in un certo senso come parte in causa, è la «lettura» che viene data della dimensione delle «persone che vivono lontano da Dio e sembrano incredule se si parla loro del suo amore perché non hanno avuto il dono di sperimentarlo». E si tratta di una lettura assai diffusa, per non dire obbligatoria, perlomeno negli scritti di questo genere che ho letto sinora. Capisco la necessità dialettica di impostare il discorso su un’antitesi, ciò nondimeno la trovo una premessa non del tutto sostenibile, che, anzi, nonostante l’apertura di molti religiosi e religiose, mi pare ricada in un vecchio schema «dualistico»: il bene di qua, il male di là.

Dalla parte del male abbiamo: la libertà intesa in senso individualistico, la falsa libertà («che è una vera riedizione del peccato dei progenitori»), il rifiuto istintivo di ogni disciplina, la «tendenza a seguire pedissequamente le chiacchiere… e gli imperativi della moda accettati acriticamente», la frammentazione della persona, la ricerca del piacere immediato, i condizionamenti occulti del nostro inconscio, la superficialità episodica dei rapporti, la mentalità consumistica dominante, una «cultura dominata dal secolarismo e dalla negazione di un finalismo basato sul Trascendente», il dinamismo frenetico e senza una direzione precisa, e si potrebbe andare avanti spalancando un abisso di inautenticità, ostilità, egoismi, futilità, disperazione.

Ora, va ribadito che s. Maria Geltrude non è una religiosa ottocentesca ottusamente china sul Sillabo, né l’articolazione delle sue tesi ha bisogno del mio riconoscimento. Lei stessa riconosce senza esitazioni che molte posizioni del passato, compreso «l’atteggiamento apologetico di condanna della cultura moderna», «non sono certo da rimpiangere!» Tuttavia, a fronte di quei «mali» che vengono da lei (ripeto, non soltanto da lei) ricordati, e che sono innegabili, mi sarebbe piaciuto vedere espresso con pari vigore che la modernità non si riduce a quei mali. La messa in discussione di un determinato modello di autorità non comporta necessariamente l’autosufficienza e la «convinzione di non aver bisogno di imparare nulla», perché mai? Il rifiuto di un certo tipo di obbedienza non comporta necessariamente «l’abbandono al proprio capriccio». La liberazione dei rapporti interpersonali da certi vincoli non porta necessariamente allo sfruttamento vorace dell’altro. E così via.

«Sembra di moda dichiararsi agnostici», scrive s. Maria Geltrude in un passo particolarmente meditato, «affermare che Dio o non esiste o non ha nulla a che fare con noi, con la nostra vita e con tutto l’orizzonte umano. È proprio per questo che percepiamo dolorosamente la disumanità del mondo attuale: senza Dio l’uomo creato a sua immagine non è più sé stesso, non è più autenticamente umano…» Be’, l’ateismo, lo sforzo di sviluppare un pensiero che non ricorra ad alcuna forma di trascendenza, non è proprio una «moda»… Cedendo poi alla tentazione della polemica mi verrebbe da evidenziare qualche altro aspetto, in particolare quello molto complesso della «volontà di Dio» e quello dell’«impossibilità» del cattolicesimo di riconoscere davvero «uno di fuori», ma non lo farò.

Direi di restare sul terreno di quanto di buono la Regola può suggerire a tutti, in termini di stabilità, di rispetto (della persona e delle regole, appunto) e disciplina (sì), di attenzione alla comunità, di rapporto con la natura, di solidarietà, eccetera. Ci si può incontrare lì, rispettando la fede e la di lei assenza.

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  1. Maria Geltrude del Divin Cuore, La Regola di san Benedetto di fronte alle sfide antropologiche e culturali di oggi, in Svegliare l’aurora. La sapienza di Benedetto: alba di speranza per il nostro tempo, Nerbini 2026, pp. 190-214.

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Pace con sé stessi (Dice il monaco, CXLIII)

Dice Battista da Varano, clarissa e badessa del monastero di Santa Maria Nuova di Camerino, intorno al 1500:

La virtù, secondo lo philosopho, consiste circa lo difficile; dificillima cosa è amare li inimici, adunque la virtù è maxima. Ma nota: quando l’anima è cresciuta in gratia non conosce più inimici, adunque, ogni persona, che l’aiuta a salvare conosce per amico. O bella theologia è questa, se fusse intesa! Tutto il mondo e lo inferno gli è amico, sé stessa ha per nimica e non truova più nulla persona che gli impedisca la sua salute, se non gli suoi disordinati afecti; facto che ha pace con sé stessa, non ha più di chi si dolga.

♦ Battista da Varano, Istruzioni al discepolo, 18-20, in La purità del cuore e altri scritti, a cura di S. Serventi, con la collaborazione di A. Dejure, A, Maiarelli e M. Reschiglian, prefazione di P. Messa, Fondazione Lorenzo Valla / Mondadori 2024, p. 264.

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Maddalena e l’ortolano (Isabel de Villena, 3)

 «Maddalena, la mattina presto della domenica, uscì di casa per seguire il suo amoroso desiderio di fare i servizi funebri al corpo morto del Signore e maestro suo, che non credeva di poter avere di nuovo vivo […]. E la accompagnarono le due Marie, sorelle della signora.»

Giunta quasi alla fine del suo libro – la Vita di Gesù – la clarissa Isabel de Villena prende le poche parole evangeliche (e dei commenti a lei noti, in questo caso quello di Ludolfo di Sassonia) dedicate alla scomparsa del corpo di Gesù dal sepolcro e, con il procedimento adottato lungo tutta l’opera, le espande in un racconto ampio, disteso e arricchito di grandi e piccoli particolari, e con un crescendo irresistibile. L’«incontro» di Maria Maddalena con il Cristo risorto scatena la sua fantasia, dà sfogo alla sua sensibilità e le permette di costruire una scena in cui la potenza dell’amore, di un amore tutto umano, sfolgora, ponendo in ombra il contenuto di fede1.

Già sulla strada verso la sepoltura è la Maddalena a vedere per prima la croce su cui è morto Gesù e a correre ad abbracciarla: «E qui mancava poco che morisse, e perse del tutto le parole». Di nuovo in cammino, le tre Marie sono assalite dal dubbio: come faremo a spostare la pietra che chiude il sepolcro, e Isabel aggiunge, cioè «come abbiamo fatto a non pensare di portare con noi delle persone» che ci aiutassero? Ma la pietra è stata rotolata via, il sepolcro è vuoto e un angelo le informa che Gesù è risorto. Disperate e incredule, le compagne della Maddalena scappano via. Lei rimane, «e deliberò di morire qui al sepolcro, perché non le sembrava che nessuna cosa la potesse togliere dalla pena che sentiva se non la sua morte, dato che aveva perso colui che era la vita della sua anima».

Piange, in preda a uno «smisurato dolore», e invoca Gesù – «Oh Signore e vita mia!» – e torna a guardare dentro il sepolcro – «desiderando di vedere quello che non vedeva» – e si scioglie di nuovo in lacrime. Tanto che Gesù manda due angeli per consolarla: «Donna, perché piangi?» «Ahimè triste. Io non cerco degli angeli», risponde lei, «né voglio la loro consolazione, ma cerco il Signore degli angeli, e non lo trovo né lo posso vedere!» Ma che domande mi fate! Perché volete che esprima a parole ciò che mi uccide, non lo capite?

Qui scatta il primo colpo da maestro di Isabel: «E, mentre Maddalena diceva queste cose, il suo amato Signore le arrivò alle spalle». Gli angeli all’istante si prostrano e lei, stupita, «si girò e vide Gesù, il suo amato in abito dissimulato, e non lo riconobbe, anzi pensò che fosse un ortolano» (nel Vangelo di Giovanni lei lo scambia per il custode, qui è Gesù che si traveste per metterla alla prova). L’«ortolano» ripete la domanda, «Donna, perché piangi? Chi cerchi?» Ne nasce uno scambio di battute non breve, alla fine del quale Gesù, «guardando Maddalena, e vedendo che il suo dolore era tanto che, se non l’aiutava, presto ella avrebbe perso del tutto la vita, allora la sua clemenza volle manifestarsi e le disse con la solita dolcezza delle sue parole: “Maria”».

Maddalena è travolta dalla gioia, tuttavia «non le bastava solo vedere Gesù e parlare con Gesù, se non poteva anche toccarlo…», il Gesù che pensava di aver perso per sempre. E Gesù… «la volle accontentare… e permise che gli baciasse i piedi e le mani, come desiderava, e l’abbracciò con grandissimo amore». Un abbraccio che non si ha il coraggio di immaginare.

A questo punto la fede fa capolino, per così dire, perché è la fede che ha meritato a Maddalena «di vedere vivo e di ascoltare colui che morto cercavi». Ma la chiusa dell’episodio – che quando da oggi in poi ci penseremo, così lo ricorderemo – è ancora tutta straordinariamente umana: «E i due che di cuore si amavano, Gesù e Maddalena, rimanevano con grande gioia e allegria non raccontabile, parlandosi così come fanno gli amici».

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  1. Isabel de Villena, Vita di Cristo, introduzione, traduzione e note di S. Sari, Paoline 2013, capitoli 241-242, pp. 454-462.

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Centinaja di piccoli ruscelli (Voci, 42)

Cap. VII. Suor Giuseppa Rosa è fatta Maestra delle Novizie – Come ne adempie il grave e delicato ufficio.

Non è chi non vegga e non senta la importanza somma che in un Ordine religioso ha l’officio di Maestra delle Novizie. Per un rispetto si può dire il più importante dell’Ordine; perocché è al Noviziato e a chi lo governa che si lega la esistenza e il buon andamento dell’Ordine stesso. Se la Superiora Generale deve dirigere e moderare l’Ordine in tutti i suoi rapporti interni ed esterni, la Maestra delle Novizie dee formare lo spirito e il cuore di quelle giovani, che il Signore chiama a riempire il vuoto che lasciano quelle che, compiuto il loro corso, sen vanno a miglior vita: l’azione della prima è piuttosto esterna, quella della seconda è piuttosto interna: alla prima spetta, se vuoi, una parte più brillante, alla seconda più vitale. Ed è mestieri che sia ben informata dello spirito dell’Ordine, e dotata di grandi virtù non solo, ma di sottile accorgimento colei che è destinala a perpetuare lo spirito dell’Ordine, e quindi in un senso l’Ordine stesso.

[Scelta come maestra delle novizie] Suor Giuseppa si mise tosto all’opera con tutto lo zelo di cui era capace. Una maestra delle Novizie che vuol riuscire nel suo officio, dee adempire queste due parti: 1. In primo luogo dee presentare in se stessa il modello più perfetto dell’osservanza di quella Regola che dee insegnare. 2. Guadagnata con l’esempio la stima e la fiducia delle Novizie, dee spiegare lo zelo più instancabile congiunto ad una discrezione e prudenza consumata nell’informarne gli animi. Dove mancasse una sola di queste doti sarebbe follia ogni speranza di buon riuscimento.

Una comunità religiosa ha molte regole: ve n’hanno di sostanziali e accessorie, di principali e secondarie. La religiosa dee tendere alla perfezione, e però dee scrupolosamente evitare tutto quello che l’impedisce o la scema, e far tutto quello che ad essa conduce. Ora, tutte le regole d’un Ordine, anche le più minute e agli occhi del mondo spregevoli, cospirano mirabilmente a rimuovere ogni difetto e a condurre alla perfezione. Sono le centinaja di piccoli ruscelli che formano i gran fiumi: così sono le cose piccole, le regole che pajono di poco momento che, riunite insieme e osservate, formano la perfezione della vita religiosa: quindi l’anima che vuole davvero giungere alla perfezione, e più l’anima che dee condurvi altri, le deve osservare tutte con ogni esattezza. Giovano assai le parole, le belle istruzioni; ma giova ben più l’esempio vivo ed eloquente di chi alla parola accompagna l’opera.

Alcune memorie intorno alla vita di Suor Giuseppa Rosa, al secolo Margherita, Maestra delle Novizie nell’Istituto delle Suore della Carità, raccolte e scritte dal Prevosto di Lovere D.re Geremia Bonomelli, Brescia, Tipografia del Pio Istituto in San Barnaba, 1870, pp. 33-35.

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Margini, processi, transiti (Tessere, 13-17)

§ 13. L’abate generale [dei Premostratensi] Jos Wouters è a capo di 38 abbazie norbertine in tutto il mondo. [Il religioso] rileva come i monasteri stiano assistendo a un calo degli ingressi di nuovi monaci, e come quando le persone interessate bussano alla loro porta, si tratti sempre più spesso di individui psicologicamente vulnerabili. «Per istinto di sopravvivenza, le abbazie accettano queste persone, anche se sono completamente inadatte». La Chiesa è diventata un fenomeno marginale nella società, afferma p. Wouters. «E attrae persone marginali».

Celine Timmerman e Hendro Munsterman, «La maggior parte delle abbazie europee scomparirà, inclusa Berne». Il capo dell’ordine monastico conferma problemi strutturali, intervista all’abate generale dei Premostratensi Jos Wouters, in «nederlandsdagblad.nl», 22 aprile 2026.

 

§ 14. I quattro luoghi che Antonio occupò durante la sua vita monastica riflettono la varietà di spazi adottati dalle generazioni successive di monaci: case ai margini della città, tombe abbandonate, strutture monumentali abbandonate (una fortezza nel caso di Antonio) e costruzioni realizzate vicino a grotte naturali.

Darlene L. Brooks Hedstrom, The Geography of the Monastic Cell in Early Egyptian Monastic Literature, in «Church History» 78, 4 (December 2009), p. 773.

 

§ 15. Quando Dio chiama in modo totale come nella vita monastica, allora la persona può raggiungere il punto più alto di quanto sensibilità, cultura e spiritualità sono in grado di esprimere. […] Il monastero è il luogo profetico in cui il creato diventa lode di Dio e il precetto della carità concretamente vissuta diventa ideale di convivenza umana, e dove l’essere umano cerca Dio senza barriere e impedimenti, diventando riferimento per tutti, portandoli nel cuore ed aiutandoli a cercare Dio.

■ papa Giovanni Paolo II, Lettera apostolica Orientale Lumen, per la ricorrenza centenaria della Orientalium Dignitas di papa Leone XIII, 2 maggio 1995, 9.

 

§ 16. La contemplazione non è un luogo di pace e di quiete, e i veri mistici sanno di inoltrarsi in territori sconosciuti, in cui andranno incontro a gioie ineffabili, ma anche a sofferenze e incubi spaventosi. Né, d’altra parte, il rientro nel mondo e nella società di questi esuli dello spirito appare meno irto di insidie e di minacce, tanto che pare esservi una relazione inscindibile tra la vita spirituale e la violenza. Lo si vede già nelle condizioni di trasmissione dei testi. I documenti relativi alla mistica provengono sovente da procedure disciplinari: inchieste delle magistrature pubbliche ed ecclesiastiche, rapporti e dichiarazioni di giuristi o teologi deputati a vagliare e certificare la purezza della dottrina, referti medici di corpi studiati, spiati con curiosità morbosa per verificare le prove di un possibile inganno. Non ci sono quasi mai mistici senza processi, in una spirale che raggiunge il suo culmine tra Cinque e Seicento, l’età del disciplinamento sociale.

Alessandra Bartolomei Romagnoli, «In figura Christi». La violenza autoinflitta delle donne, in Dira mulier. La violenza delle donne nelle letterature del Medioevo, a cura di F. Mosetti Casaretto, Edizioni dell’Orso 2022, pp. 1-2.

 

§ 17. Quest’anno celebriamo l’ottavo centenario del Transitus di san Francesco: la sua morte. Anche tra noi, in molte aree dell’Occidente, intere comunità e Province affrontano davvero la fine. Si può rinviarla con qualche strategia di sopravvivenza, oppure attraversarla con fede. Del resto, se non sappiamo guardare in faccia la morte, che cosa abbiamo da dire al Signore della vita? Uscendo da quell’antico convento [olandese], ho pensato che il futuro dell’Ordine somiglierà sempre meno all’immagine che abbiamo ricevuto e custodito per tanto tempo. Ma, se guarderemo con fede e sapienza, sapremo riconoscere ciò che conta davvero: il Vangelo continua a mettere radici.

■ fr. Massimo Fusarelli ofm (Ministro generale dei Francescani), «Il punto di fra Massimo»: Dove il Vangelo continua a mettere radici, in «Fraternitas» 386 (5 agosto 2026), p. 4.

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Traslochi benedettini e relative sfide (pt. 1)

Qualche mese fa «la famiglia monastica delle Benedettine dell’Adorazione perpetua di Milano ha vissuto il primo anniversario del trasferimento dal centro cittadino alla periferia». La vicenda, che poteva essere traumatica ed è stata, invece, diciamolo subito, feconda, è stata ricostruita in un lungo articolo1, arricchito da considerazioni spirituali, apparso in forma estesa sul numero di luglio-dicembre di quest’anno di «Ora et Labora», il periodico delle monache benedettine giunto all’ottantunesimo anno di vita. L’autrice, s. Maria Geltrude del Divin Cuore, è stata priora della comunità dal 1990 al 2016, quando cioè il monastero si trovava in via Bellotti, a Milano, e ora della nuova priora, m. Maristella Maria dell’Annunciazione, è la vicaria.

  Poteva essere traumatico, il trasferimento, per via dell’abbandono della sede originaria della comunità (scrive non senza commozione s. Maria Geltrude: «Dal 1895 la comunità viveva a Porta Venezia, in via Bellotti, in una grande struttura architettonica, in stile neogotico, progettata e costruita per accogliere più di ottanta monache. Il chiostro ampio e maestoso, collocato al centro dell’edificio, conferiva unità organica e significato simbolico all’articolazione dei vari ambienti che vi si affacciavano: il coro monastico anzitutto, nel braccio lungo di una croce latina che ospitava due navate della chiesa aperta sulla pubblica via. Le meravigliose vetrate che filtravano la luce dorata del sole erano un vero itinerario di contemplazione della vita benedettina e del carisma eucaristico») e per le relative motivazioni («La precarietà dell’edificio vetusto, ormai in uno stato di progressivo e inesorabile degrado [e sottoposto ai vincoli della Soprintendenza ai Beni culturali], la sproporzione tra l’ampiezza del fabbricato e il piccolo numero delle monache, la vertiginosa altezza degli ambienti che era impossibile riscaldare in modo efficace, tutto impediva di trovare soluzioni che permettessero di rimanere»): impossibile ristrutturare, impossibile alienare una parte del complesso, impensabile, poi, costruire un nuovo monastero. Dopo «una sorta di inesausto pellegrinaggio alla ricerca di un luogo adatto», la nuova sede è stata individuata, e successivamente votata all’unanimità dal capitolo delle monache, in «una struttura ex scolastica sita a Vialba, confinante con Quarto Oggiaro, una delle periferie più povere di Milano, tristemente famosa per la malavita che vi imperversava negli anni ’80».

  Tutto sembra andato per il meglio, come scrive s. Maria Geltrude passando in rassegna le caratteristiche della nuova sede, e concedendosi un «paradossalmente» quando rileva ad esempio l’assenza di un chiostro o di una foresteria. La comunità è stata accolta dal quartiere, dal suo clero e dai suoi abitanti, con i quali ha subito avviato un intenso rapporto, sono riprese le notevoli attività culturali già ospitate nella vecchia sede («con una risposta che ha superato tutte le nostre migliori aspettative») e gli oblati non si sono fatti spaventare dalla distanza.

  Il trasloco di una comunità benedettina interpella, per così dire, soprattutto il voto di stabilità ed è da questo infatti che parte la riflessione dell’autrice, non nuova a studi e approfondimenti della Regola di san Benedetto, il cui richiamo alla stabilitas, «dalla esperienza concreta [lo] impariamo», è da intendersi soprattutto in congregatione, cioè nella comunità, e non in un luogo preciso. Allargando l’orizzonte, la stabilità è fedeltà amorosa, a Dio e alle sue «promesse», alla sequela del Cristo, e quindi alle sorelle della comunità con le quali si condividono le situazioni, belle o brutte che siano, e quindi al mondo al di fuori delle mura del monastero. Non c’è nulla di statico nella stabilità, secondo la lettura di s. Maria Geltrude, al contrario, poiché essa «implica un dinamismo incessante di conversione. Il vero contrario della stabilità non è la mobilità, ma l’alienazione, il vivere fuori della dimensione dell’interiorità».

  Il trasferimento, per la comunità delle benedettine dell’Adorazione Perpetua del SS. Sacramento, è stato appunto un’occasione per sperimentare questo per certi aspetti sorprendente dinamismo (alla faccia, per essere un po’ prosaici, della comune nozione che pone il trasloco al terzo posto nella classifica dei motivi di stress) e per approfondire ulteriormente il rapporto che può instaurarsi tra la Regola e le sfide, soprattutto antropologiche, del nostro tempo; tanto che, conclude l’autrice, «viene spontaneo chiedersi: come oggi il monastero può svolgere il compito di mediazione culturale che è proprio una caratteristica intrinseca alla sua natura e alla sua storia? Ne è scaturito un libro che non per caso è stato pubblicato dopo questo trasferimento».

  E che non per caso ho recuperato e letto.

(1-segue)

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  1. Maria Geltrude del Divin Cuore, I chiostri del monastero e la stabilità nella comunità (RB 4, 78). Il trapianto di un monastero dal centro di Milano alla periferia, in «Ora et Labora» LXXXI, 2 (luglio-dicembre 2026), pp. 37-45.

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Su, su, sveglia! (Dice il monaco, CXLII)

Scrive Evagrio Pontico, il grande psicologo, nel suo essenziale catalogo dei vizi e delle opposte virtù, intorno al 390:

L’accidia è un’amica eterea, un andarsene a spasso, odio dell’operosità, un conflitto nell’esichìa [pace interiore], una tempesta nella salmodia, ritardo nella preghiera, rilassamento nell’ascesi, un dormire quando non è il momento, un sonno che prende, odio della cella, un antagonista nell’impegno ascetico, un nemico della tolleranza, un freno della meditazione, ignoranza delle Scritture, collega di tristezza, orologio della fame.

♦ Evagrio Pontico, I vizi opposti alle virtù, 7, in: A Eulogio sulla confessione dei pensieri e consigli di vita. I vizi opposti alle virtù, edizione bilingue, introduzione, traduzione e note di L. Coco, San Paolo 2024, p. 131.

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Diagnosi, stalli vuoti e vocazioni coniugali (Tessere, 7-12)

§ 7. Fra le iniziative personali e il sorgere di veri e propri «monasteri» appare infatti determinante «l’esperienza ascetica delle dame aristocratiche, che avviarono la consuetudine di accogliere nelle proprie ville urbane e suburbane donne di origine e provenienza diversa legate da una medesima propensione religiosa» (Rita Lizzi). Le ancillae Dei erano di norma delle vedove, donne connotate da una dimensione di liminalità, che attraverso la velatio acquisivano la protezione ecclesiastica, potendo conseguentemente evitare un secondo matrimonio e rimanere a vivere nella propria casa. Si mantenevano dunque al riparo dalle pressioni dei gruppi familiari, quello d’origine e quello del marito, e contemporaneamente non erano vincolate dagli obblighi normativi esistenti nei monasteri.

Mariaclara Rossi, Monachesimi femminili a Verona: tra vita comunitaria ed esperienze in domibus propriis (secoli VIII-XII) (2019).

 

§ 8. Non è un caso che molto di frequente quelle che tradizionalmente vengono presentate come classiche «tentazioni», che per definizione – ossia per dare significato all’esperienza ascetica – devono assalire l’asceta in modo che ella o egli dimostri di saper resistere e infine affermare l’integrità del corpo, assumano la forma di mali fisici ben individuabili e diagnosticabili.

Maria Dell’Isola, Gli esercizi delle madri del deserto. Utilità della tristezza per la perfezione, Edizioni ETS 2026, p. 30.

 

§ 9. Il vero problema non è che ci siano troppo poche vocazioni in alcune parti del mondo, o che i fratelli e le sorelle in alcune comunità non rispettino i loro voti. Il problema è che tutti noi, senza eccezioni, siamo stati influenzati da una mentalità mondana in cui cose come la realizzazione personale, la libertà individuale e l’affermazione dei diritti sono state elevate al rango di idoli. Naturalmente [Libertà, realizzazione e diritti] sono cose buone in sé, ma se ne facciamo valori assoluti e li idolatriamo, facciamo esattamente come il mondo e non ci distinguiamo più come cristiani, come monaci e monache.

Bernardus Peters, abate generale OCSO, Cooperare come segno cistercense di speranza nella Chiesa e nel mondo di oggi, Assisi, 3 settembre 2025, in «Vita Nostra», 30 (2026), pp. 9-10.

 

§ 10. È chiaro che, nel Tre-Quattrocento, le comunità religiose, soprattutto femminili, si caratterizzavano da uno scarso rispetto della comunità di beni; molte erano infatti le singole monache che gestivano da sole i loro beni personali. L’economia dei conventi, alla fine del medioevo, era quindi fatta da un rapporto costante tra un grande settore comunitario e tanti piccoli settori personali che interagivano tra loro in diversi modi (la loro separazione, tra l’altro, non era sempre molto chiara).

■ da Sylvie Duval, Scrivere, contare, gestire. I libri di amministrazione dei monasteri femminili fiorentini 1320-1460 (in Scritture carismi istituzioni. Percorsi di vita religiosa in età moderna, 2018).

 

§ 11. La nuova istituzione [il monastero di Marcigny-sur-Loire], che poteva ospitare novantanove monache, venne intitolata alla Vergine Maria, a cui idealmente veniva consegnato il titolo di badessa, tanto che nel coro le era dedicato lo stallo centrale, lasciato sempre vuoto. Il monastero richiamò numerose vocazioni e non furono rari i casi in cui molte donne coniugate entrarono a Marcigny, mentre i loro coniugi andavano a Cluny.

Vincenza Musardo Talò, Il monachesimo femminile (2006).

 

§ 12. Per diversi secoli in Italia i termini «putte per educazione» o «putte in serbanza» vennero usati come sinonimi e in numerosi casi alle novizie che si preparavano alla professione si affiancarono altre giovani donne destinate dalla famiglia al matrimonio. […] L’ampliamento dei conventi nel Cinque e Seicento avviene in gran parte attraverso l’acquisto di una cella da parte di una famiglia, che avrà diritto di riservare un posto per un altro membro della famiglia stessa.

Gabriella Zarri, Novizie ed educande nei monasteri italiani post-tridentini (2011).

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La Dieta Ilarione

Nella stilizzatissima e romanzata vita che Girolamo dedica a Ilarione1, asceta di Gaza «fiorito» – «come una rosa dalle spine» – intorno alla metà del IV secolo, un’attenzione tutta particolare è riservata agli aspetti, appunto, ascetici. Subito dopo i dati per così dire anagrafici, e prima del racconto dei prodigi, veniamo infatti a sapere che «mangiava solamente quindici fichi secchi dopo il tramonto del sole», si tagliava i capelli una volta all’anno (a Pasqua), indossava il medesimo abito finché non si disfaceva, abitava in una celletta «più bassa della sua statura e poco più lunga di quanto consentiva il suo corpo», e così via. Girolamo teme di annoiare, sicché, visto che «sarebbe troppo lungo descrivere il processo della sua ascesi, momento per momento, in successione cronologica, la riassumerò in breve». E così ci illustra, nel capitolo 5, la «Dieta Ilarione».

Dunque. A partire dal ventunesimo anno ci si fa un tre anni a lenticchie (un quarto di litro, poi ammollate, al giorno), successivamente altri tre a pane e acqua, poi ancora tre anni «mangiando erbe di campo e radici crude di certi virgulti». Dai 30 ai 35 il menu giornaliero, sempre esclusivamente serale, si articola in un etto scarso, molto scarso, di pane d’orzo e un po’ di verdura «poco cotta, senza olio [coctum modice olus absque oleo]».

Gli anni passano, «senza sentire mai altro sapore, né di frutta né di legumi né di alcuna altra cosa». A 64, cominciando a intravedersi la fine, proprio quando «tutti gli altri vivono, di solito, con maggiore agiatezza», si toglie il pane e ci si limita a una «zuppa di farina e di verdura tritata, che pesavano, per cibo e bevanda, sì e no cinque once» (un po’ meno di 70 g). (Bellissima la «comminuto olere sorbitiuncula», cioè proprio una zuppettina di verdura tritata – una vellutata?). E così fino agli 80, cioè alla fine (i fichi secchi eran stati quindi una «debolezza» giovanile).

Va detto che questa dieta, si direbbe spesso ampiamente sotto le mille calorie pro die, qualche problema a Ilarione lo dava. Girolamo ci informa infatti che verso i 35 anni la vista cominciò ad annebbiarglisi e «tutto il suo corpo era bruciato dalle croste e si contraeva per effetto di una scabbia che lo disseccava come pietra pomice». E fu così che Ilarione «aggiunse dell’olio al vitto precedente». Non più di un filo, anche se con ogni probabilità extravergine…

  1. Girolamo, Vita di Ilarione, 5, in Vite dei santi IV. Vita di Martino. Vita di Ilarione. In memoria di Paola, introduzione di C. Mohrmann, testo critico e commento a cura di A.A.R. Bastiaensen e J.W. Smit, traduzioni di L. Canali e C. Moreschini, Fondazione Lorenzo Valla, Mondadori, 1975, p. 85. ↩︎

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Fari sulla costa (Dice il monaco, CXLI)

Scrive Pier Damiani agli eremiti Albizone e Pietro, nel 1069:

Così infatti accade spesso che chi, non contento della propria sorte, si prodiga per la salvezza altrui, sia poi costretto a sopportare il proprio pericolo; e quando ad altri, come a naufraghi nel pieno della tempesta, tende la mano, le onde voraci lo travolgono a capofitto. È dunque più sicuro per noi, che ci troviamo sulla riva, essere fari per quei naufraghi nell’oscurità notturna di questa vita [hujus vitae nocturna caligine], piuttosto che mossi a compassione nuotare verso di loro a rischio della nostra stessa vita. Dimodoché costoro, avendo noi indicato loro la giusta rotta, possano raggiungere la pace di un porto sicuro; invece che noi, remigando verso di loro, si venga inghiottiti dal vortice del mare spumeggiante [vorago spumosi maris].

Pier Damiani, Apologeticum de contemptu saeculi, Epist. 165. (PL, 145, 280C).

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