Quando mi viene l’idea di prendere qualche appunto su Pier Damiani (sic), mi rendo conto che non c’è niente come lasciarlo parlare direttamente e cercare semmai di rendere in italiano il suo mirabile e fiammeggiante latino. In queste due lettere c’è tutta la storia del suo furioso estremismo e del suo un po’ sconsolato realismo.
Scrive Pier Damiani, priore di Fonte Avellana (1043-1057), al monaco Cerebroso (Ep. VI, 27): «Ma dimmi, ti prego, fratello… detesti forse quelle flagellazioni che secondo il costume vengono abitualmente amministrate in capitolo? Condanni forse che spesso a un fratello che ha confessato una colpa di cui si è macchiato ordiniamo di subire diciamo venti, o al massimo cinquanta colpi? Ma poiché queste discipline sono brevi e lievi da sopportare, e regolarmente stabilite tra i fratelli, è chiaro che tu non le denigri né le biasimi, ché non sembri che tu vada contro la consuetudine comune del Santo Ordine. E dunque, se, come si è detto, è lecito imporne cinquanta, perché non sessanta, o persino, se ci è lecito dire, cento? Ma se è lecito arrivare a cento in questo sacrificio di pia devozione, perché non duecento, perché non trecento, quattrocento, cinquecento? Certamente non è lecito arrivare a mille, no? È assurdo che la più piccola porzione di una cosa venga accolta con gratitudine e la più grande venga rifiutata, ed è assai sciocco credere che qualcosa di buono debba sbocciare, ma non possa essere lasciato crescere. Come è possibile che un pochino di disciplina purifichi, ma diventi impura agli occhi di Dio quando si moltiplica? A me pare infatti che, se un digiuno quotidiano è buono, due o tre giorni sono meglio. Allo stesso modo vegliare, cantare i salmi, lavorare, obbedire, perseverare con vigilanza nella meditazione delle Scritture. Ogni pia opera, quanto più è prolungata, tanto più è degna della gloria della ricompensa».
Ma una decina di anni dopo, così scrive ai suoi eremiti (Ep. VI, 34): «In una congregazione di fratelli spirituali, la discrezione si esercita in modo appropriato se la moderazione del superiore imita la diligenza del cavaliere. Egli infatti usa gli speroni per spronare, le briglie per frenare; stimola il cavallo che procede lentamente, frena i passi fieri e scalpitanti. Allo stesso modo, il priore dovrebbe spronare i fratelli più lenti con le sue esortazioni, come con gli speroni, e dovrebbe frenare quelli che si agitano con più fervore del necessario, grazie alle briglie della discrezione. Per venire al dunque, la vostra santa devozione, miei carissimi, non ignori che la “disciplina”, alla quale vi dedicate con tanto fervore, pur potendo essere benefica se moderata, è tuttavia dannosa se indiscriminata. Per questo motivo, i vostri corpi, sfiniti dalla fatica, cedono e si indeboliscono e si consumano a causa dei troppi colpi, poiché alcuni di voi eseguono un intero salterio senza interruzioni, o anche due, ogni giorno, flagellandosi. A ciò si aggiunga fatto che la maggior parte dei fratelli che desiderano ritirarsi nel deserto [nell’eremo], quando sentono queste cose, sono presi dal timore e ne sono dissuasi. E poiché si crede che la disciplina sia più dura di quanto non sia in realtà… i fratelli più deboli, quando ne sentono parlare, sono terrorizzati fino al midollo e vengono distolti dal loro cammino verso il deserto. Perciò, in nome della discrezione, decretiamo che nessuno nell’eremo sia costretto a imporsi la disciplina. Colui che il santo fervore spinge a farlo, sia autorizzato a disciplinarsi per quaranta salmi al giorno, ma non superi questa misura. Nelle due Quaresime che precedono la Natività del Signore, o la santa Pasqua, sia ammesso spingersi fino a sessanta salmi, ma nessuno, per avventata presunzione, superi questa misura che abbiamo stabilito. Così, non togliamo ciò che è buono, ma limitiamo ciò che è superfluo. Né invidiamo ai nostri fratelli la loro salvezza, ma indichiamo una misura ragionevole, oltre la quale è certamente lecito, se lo desiderano, essere afflitti; ma oltre la quale non sarà lecito andare».




