In un panorama editoriale in cui tutto, in un modo o nell’altro, è «genere», periodicamente una casa editrice non religiosa si interessa di monaci e, più frequentemente, di monache e mette in programma un «libro di un abate» o «di una badessa» che racconti al «grande pubblico» che senso ha «essere monaci oggi» e magari cosa significa «vivere in clausura al tempo dei social network». A me la cosa non dispiace, anzi, perché i racconti autobiografici di vocazione sono sempre interessanti e cerco di non perdermeli, anche se in fondo si assomigliano. A dirlo, peraltro, che si assomigliano, è una badessa, mentre riflette sui motivi che l’hanno spinta ad accettare l’invito a scrivere un libro sulla propria esperienza: «La scelta di dire sì a una casa editrice non di stampo religioso esprime la volontà che questo messaggio [non importa la mia vicenda, ma ciò che Dio ha saputo farne] arrivi anche ai “non addetti ai lavori” e non ai soli “simpatizzanti”, che peraltro di storie come la mia ne avranno sentite raccontare un’infinità». Sì, è vero, ma posso anche assicurare che noi «simpatizzanti», ancorché non credenti, di storie come la sua ne vorremo sentire ancora1.
E allora, più che ripercorrere la vicenda di m. Beccaria – nata nel 1960, dopo «normali» esperienze di vita, studio e lavoro, ha vestito l’abito delle clarisse nel 1987 e per venticinque ha vissuto nel monastero di Città della Pieve, ricoprendo vari incarichi; dal 2013 è al monastero di Santa Chiara a Roma, del quale è oggi badessa – e ripeterne le parole su quel fenomeno che alle parole tende a sfuggire, cioè la vocazione (in rete si possono trovare ottime recensioni, interviste e altri materiali interessanti), vediamo quelle che lei chiama le «sfide che da contemplative possiamo lanciare per aiutare a guardare con altri occhi il quotidiano». Con la precisazione, non irrilevante, che la badessa, che avevo già «incontrata», si rivolge ai giovani e io giovane non sono.
- In un mondo costantemente proiettato all’esteriorità, la vita contemplativa suggerisce «di fare della vita interiore il motore trainante dell’esistenza». (Sì, certo, bisogna coltivare l’interiorità, per non sventolare come una bandierina, senza tuttavia finire all’estremo opposto e convincersi che i fatti siano come noi reagiamo a essi).
- «In monastero si vale per quello che si è, non tanto per quello che si fa, perché si prega con quello che si è.» (Penso che sia giusto ricordare che il monastero è una «entità» di dimensioni ridotte, in cui è più facile coltivare certe dinamiche; inoltre «ciò che si è» rischia spesso di diventare giustificazione di «ciò che si fa».)
- In un mondo dominato dall’immagine, con tutti i problemi che ciò comporta, «le contemplative scelgono di non vedere… e di non essere viste… per ridare all’immagine il suo valore di profondità e bellezza.» (Con l’età ho finito con l’essere dello stesso parere, perché, per restare fedeli a vecchi insegnamenti, i mutamenti quantitativi si risolvono a un certo punto in mutamenti qualitativi.)
- In un mondo di spostamenti facili, «le contemplative invece “stanno”, scelgono un luogo che sarà loro per tutta la vita.» (Per quanto sia un grande sostenitore della stabilitas, fisica e metaforica, è un punto estremamente delicato, soprattutto là dove si invita a «ritrovare prima di tutto la grazia e la bellezza del luogo in cui si è chiamati a vivere», frase che forse andava contestualizzata.)
- «La vita contemplativa mette al centro il silenzio, non solo e non tanto come spazio di ascolto, ma come unico luogo dove può germogliare la parola, quella parola che davvero comunica qualcosa.» (Tutti d’accordo, direi.)
- «La vita contemplativa è in quanto tale un grande atto di rinuncia» che mette al riparo dall’inganno del benessere totale, il cui inseguimento produce soltanto frustrazione.
- «Nei monasteri la vita cerca di mettersi in sintonia con i ritmi naturali» e quello che si ritiene vada perduto nell’attesa, lo si guadagna in profondità.
- «I monasteri di clausura sono i luoghi in cui in modo più esigente e stringente si vive la relazione. […] Forzatamente la vita si vive “insieme”.»
- «Le Sorelle povere si chiamano così perché la loro vita si fonda non soltanto sul bene prezioso della fraternità, ma anche su quello dell’“altissima povertà”, altissima perché ancora più ardita di quella dei frati: noi scegliamo la povertà insieme alla clausura.» (Praticamente una bestemmia per il mondo di fuori.)
- Umiltà, umiltà, umiltà.
L’ultima parola di m. Beccaria va ascoltata e basta, perché al di là dei molti punti interrogativi posti a margine del testo, non posso, come ho già detto altre volte, che credere alle parole di chi dice di credere: «Il segreto del nostro stare qui è in questo accogliere fino in fondo la nostra povertà, nell’accettare di essere “nulla” per non opporre la minima resistenza all’azione di Dio in noi, per il bene del mondo. E ci vuole coraggio per accettare di perdersi completamente, giorno dopo giorno.»
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- Elena Francesca Beccaria, La gioia nel silenzio. Come ho scoperto il mondo dalla vita di clausura, Marsilio 2026.






