La tecnica del nuoto (Dice il monaco, LXXXVI)

Uno degli ostacoli per me insormontabili in questo «tentativo di comprensione» è ben rappresentato da una frase che traggo dall’interessante e sapiente libretto che il camaldolese Vincenzo Bonato ha intestato a una Introduzione al monachesimo1, sotto forma di lettera a un giovane che da esso monachesimo si senta in varia misura attratto (testo cui credo dedicherò qualche altra nota). Passando in rassegna i sentimenti e gli atteggiamenti2 che caratterizzerebbero la «nostra relazione con Dio», e senza nasconderne, appunto, la «difficoltà», il monaco afferma: «L’abbandono in Dio è, forse, il sentimento più difficile da conseguire ma è anche l’unico che, liberandoci dal logoramento delle preoccupazioni, ci può infondere pace. Ciò che egli vuole è necessario che accada, mentre ciò che egli non vuole è impossibile che si realizzi». Be’, certo, commento a margine con una timida matita…

Assai opportunamente, p. Bonato accenna poco dopo alle conoscenze scientifiche che ci hanno reso consapevoli della vastità dell’universo e della nostra conseguente nullità, e al fatto che senza l’amore di Dio «saremmo proprio un niente». Quindi, «abbandonandolo, contando solo su noi stessi o addirittura vivendo sottomessi al nostro ego, corriamo il rischio di diventare realmente un nulla, divorati dal rimpianto». Ecco l’ostacolo insormontabile, per il quale accetto senz’altro l’accusa di superbia, se superbia è e non realismo, e questa è la «correzione» che per onestà propongo: non essendoci altro, dovendo contare solo su noi stessi e cercando di tenere a bada il nostro ego, riconosciamo di essere realmente un nulla, facendo il possibile con gli altri per non essere divorati dal rimpianto (e da altre cose). È poco, è qualcosa, è solo un gioco di parole? Non lo so.

A commento della difficoltà di concepire la bontà di Dio anche quando ci manda le (siamo preda delle) tribolazioni e inevitabilemente pecchiamo (sbagliamo) p. Bonato cita un efficace insegnamento spirituale di Doroteo di Gaza (ancora Gaza), e quindi:

Dice Doroteo di Gaza, monaco, agli inizi del secolo VI:

Siamo noi a non avere pazienza, a non voler fare un po’ di fatica, a non accettare di accogliere qualunque cosa con umiltà; per questo siamo fatti a pezzi [!] e, quanto più cerchiamo di sfuggire alle tentazioni, tanto più ne sentiamo il peso, ci scoraggiamo e non riusciamo a liberarcene. Ci sono alcuni che per necessità devono nuotare nel mare; se conoscono la tecnica del nuoto, quando giunge l’onda contro di loro, si curvano e si immergono finché essa passa, e così poi continuano a nuotare indenni. Se invece vogliono resistere all’onda, ne sono respinti e rigettati a una grande distanza. Come ricominiciano a nuotare, arriva su di loro un’altra onda; se di nuovo oppongono resistenza, di nuovo essa li respinge e li getta fuori, di nuovo vengono fiaccati senza concludere nulla. Se invece, come ho detto, si curvano sotto l’onda e si umiliano sotto di essa, questa passa oltre senza far loro del male ed essi continuano a nuotare quanto vogliono e a fare il loro lavoro. Così accade anche nelle tentazioni; se uno sopporta la tentazione con pazienza e umiltà, essa passa oltre senza fargli del male; se invece continua a tormentarsi, a lasciarsi turbare e a incolpare tutti, punisce se stesso, si rende più pesante la tentazione e non ne riceve profitto, ma anzi ne riceve danno3.

Forse, tuttavia, tra male vero e proprio e tentazione vi è una certa differenza…

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  1. Vincenzo Bonato, Introduzione al monachesimo, Nerbini 2021 («Orizzonti monastici»; 46).
  2. E lasciamola qui una «provocazione», che, espressa sottovoce e senza alcuna pretesa di sapienza, può anche non guastare: e se il futuro del cristianesimo fosse quello di una metamorfosi da fede in atteggiamento (complesso di atteggiamenti)?
  3. Doroteo di Gaza, Insegnamento XIII. Sopportare le tentazioni senza turbarsi e rendendo grazie, in Comunione con Dio e con gli uomini. Vita di abba Dositeo, Insegnamenti spirituali, Lettere e Detti, a cura di L. Cremaschi, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2014, p. 209. (Vincenzo Bonato dà un’altra traduzione, in cui, tra l’altro, curiosamente, «la tecnica del nuoto» diventa «l’arte del tuffo».)

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La sventurata aspettava il segnale (Aelredo a Watton)

È lo stesso Aelredo di Rievaulx, mite cantore cisterciense dell’amicizia monastica, e dell’amicizia tout court, a raccontare con cautela la storia terribile di una «certa ragazza» (niente nome, solo puella quaedam) del monastero gilbertino di Watton (Yorkshire), accaduta intorno alla metà del XII secolo. La racconta in una lettera a un destinatario ignoto per prevenire in qualche misura lo scandalo che i nemici della virtù e dell’ordine potrebbero suscitare, e lo fa perché ne è stato in parte testimone oculare e perché ha saputo il resto da persona «la cui maturità e santità non le avrebbero permesso di mentire»1.

La bambina entra in monastero come oblata all’età di quattro anni, con la benedizione del vescovo di York, e, raggiunta l’adolescenza, comincia a comportarsi da… adolescente: nessun amore per la religione, nessun rispetto per la disciplina, nessun timore di Dio; e ancora, a mano a mano che passa il tempo, ammicca, è sboccata, si muove in maniera indecente, non si cura delle punizioni, morali o corporali che siano, fa gestacci e dà il cattivo esempio. Ciò nonostante è costretta a restare, per paura, e a mantenere un’apparenza di «onestà». Una ragazza ribelle, una bomba pronta a esplodere o, per usare altri termini, la preda perfetta del diavolo.

Che infatti si presenta nelle forme, avvenenti, di un giovane converso (?) che entra con altri nel chiostro per fare dei lavori. È il diavolo, certo, che ha combinato la «cosa», ma le parole di Aelredo (suo malgrado?) raccontano qui, in un primo momento, la storia eterna: lei lo guarda, lui la guarda; qualche cenno del capo, poi qualche gesto («res primum nutibus agitur, sed nutus signa sequuntur»), quindi una, due, tre parole e infine un breve e dolce dialogo amoroso – e il sostantivo che «scappa» al monaco dice tutto: «Tandem rupto silentio conserunt de amoris suavitate sermonem». E qui Aelredo fa un’osservazione che merita di essere sottolineata. Entrambi i giovani alimentano l’un l’altro il seme della lussuria, «ma lui pensava allo stupro, mentre lei, come disse in seguito, pensava soltanto all’amore» («et ille stuprum meditabatur, illa vero postea dicebat, de solo cogitabat amore»).

Comunque la miccia è accesa, la premessa della tragedia è posta. I due si parlano ancora, si accordano per un incontro, lui lancia un sasso sul tetto del dormitorio («e tu, infelice ragazza, cosa pensavi? Cosa ti spingeva a prestare orecchio alle tegole con tanta attenzione?»), lei cede, e infine («chiudete le vostre orecchie, vergini di Cristo, copritevi gli occhi») esce dal dormitorio vergine per rientrarvi poco dopo adultera, esce colomba e finisce tra gli artigli del falco («è gettata a terra, la bocca coperta in modo che non possa chiamare e, già corrotta nella mente, viene corrotta nella carne»). Sperimentata la voluttà, il male impone di essere ripetuto, sicché la cosa si ripete, le monache si insospettiscono (che sono tutti ’sti sassi?), lei resta incinta, lui scappa, lei confessa, le monache perdono la testa: la picchiano, alcune vogliono bruciarla, altre scuoiarla; la superiora riprende il controllo della situazione: la puella quaedam viene imprigionata, frustata e pesantemente incatenata, a pane e acqua.

Ma la gravidanza diventa evidente: che fare? La cosa migliore è rimandare la ragazza, che è diventata un’immonda prostituta («meretrix adulterino fetu gravida»), a chi l’ha traviata. Ed è lei, stremata, a indicare il luogo dove avrebbe potuto ritrovare il giovane se mai fosse uscita dal monastero. Alcuni membri dell’ordine maschile preparano l’agguato, uno si traveste da monaca, catturano il giovane (che, vista la figura velata «sicut equus et mulus, quibus non est intellectus, irruit in virum quem feminam esse putabat»), lo massacrano di botte e lo consegnano alle monache. La punizione deve essere esemplare. Le monache lo portano al cospetto della sventurata, obbligano costei a evirarlo e – lasciamo parlare il latino di Aelredo – «una de astantibus, arreptis quibus ille fuerat relevatus, sicut erant foeda sanguine in ora peccatricis projecit».

Aelredo inorridisce, ma non può condannare apertamente, così, dopo otto righe di premesse bibliche, dice: «Non lodo il gesto, bensì lo zelo; non approvo lo spargimento di sangue, bensì l’indignazione delle sante vergini nei confronti di tale turpitudine», e cambia argomento.

La giustizia, anzi, la vendetta è consumata. Il ragazzo viene restituito ai confratelli e la ragazza, spezzata come possiamo solo immaginare, viene rimessa in cella, e di nuovo incatenata. Qui il suo pentimento giunge a compimento – come la sua gravidanza, assai faticosa e complicata dalla prigionia e dalle angherie2 –, tanto che la notte prima di quello che ormai è un parto imminente, la giovane ha una (seconda) visione: il vescovo stesso le si presenta insieme con due donne dal volto bellissimo… La ragazza offre al prelato piena confessione del suo peccato e poi le sembra («ut sibi videbatur») che le due donne si allontanino insieme col vescovo recando un bambino avvolto in panni candidi. Quando si desta il suo ventre è vuoto e il corpo perfettamente integro.

Sulle prime, le monache la accusano di ulteriore empietà: maledetta, cos’hai fatto? Ma non v’è alcun segno che la incolpi di alcunché, non v’è traccia di neonati e, anzi, una delle pesanti catene che la imprigionavano si è spezzata. La giovane racconta la sua visione e le monache chiamano il superiore della congregazione che, a sua volta, chiama proprio Aelredo. Seguono giorni, di racconti, testimonianze, nuove accuse, verifiche di catene, preghiere, finché Aelredo torna al suo monastero, «lodando e glorificando il Signore per tutto quello che avevo visto e udito e quello che mi era stato raccontato dalle sorelle». Qualche giorno dopo una lettera lo informa che anche l’altra pesante catena che inchiodava a terra la giovane si è spezzata: bene, «ciò che Dio ha sciolto, tu non legherai».

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  1. Ho letto il De sanctimoniali de Wattun, «Le monache di Watton», nella Patrologia latina, vol. 195, cc. 780-96, aiutato nella comprensione da una traduzione in inglese di John Boswell.
  2. Tra l’altro, la descrizione dei particolari fisici della gravidanza fornita in queste pagine è stata oggetto di studi che ne hanno approfondito gli aspetti di storia della medicina.

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A Stairway to Heaven

«Giunto [Romualdo] nelle regioni del territorio di Arezzo e desiderando ardentemente di trovare il luogo adatto al suo proposito, gli venne incontro un uomo di nome Maldolo, dicendo che possedeva un ameno campo sulle Alpi [leggi Appennini], dove una volta, mentre dormiva, aveva visto, come il patriarca Giacobbe, una scala altissima, che con la sua cima toccava quasi il cielo e sulla quale si vedeva salire una moltitudine di esseri bianchi e splendenti. Udite queste parole, l’uomo di Dio, come illuminato da un oracolo divino, subito raggiunse quel campo, vide il luogo, vi costruì le celle…» Maldolo, hai proprio ragione…

Così il priore Rodolfo, nel Libro della regola eremitica1, racconta la leggenda della fondazione dell’eremo di Camaldoli da parte di Romualdo. La visione era dunque di tale Maldolo, ma nel passaggio all’iconografia viene, «comprensibilmente», trasferita allo stesso Romualdo e si diffonde lungo i secoli in una serie notevole di variazioni sul tema: miniature, dipinti e affreschi di cui raccolgo qui qualche esempio (la ricerca in Rete è assai facile).

VisioneRomualdo 03

Nella Visione di san Romualdo (1360-80) di Jacopo da Bologna (alla Pinacoteca nazionale di Bologna) la scala, a pioli, è appoggiata a un altare e buca in alto la volta del cielo dorato verso le stelle. I monaci vi salgono con cautela, aiutandosi con le mani, ben distanziati. Il santo dorme tranquillo (la barba ancora scura) posando il capo su un braccio piegato, in una posizione di grande naturalezza.

VisioneRomualdo 02

Nella Visione di san Romualdo, che Luca Longhi dipinse nel 1579, insieme con il figlio Francesco, sulla volta del refettorio di Classe a Ravenna (ora Biblioteca Classense), il santo si è addormentato leggendo, pardon, rivedendo il testo dell regola, e la scala è ancora una scala a pioli appoggiata alle nuvole e che non dà l’idea di essere proprio sicurissima. Incuranti dei pericoli, peraltro, i monaci si avventurano pure in qualche acrobazia.

VisioneRomualdo 01

Nel Sogno di San Romualdo di Donato Mascagni (chiostro di Santa Maria degli Angeli a Firenze, 1600), l’«uomo di Dio» è ancora correttamente vestito di panno scuro, s’intravedono una decina scarsa di solidi gradini ormai in muratura e i monaci vi salgono a due a due e in definitiva armonia (a giudicare dal passo perfettamente accoppiato).

VisioneRomualdo 04

La Visione di San Romualdo di Andrea Sacchi (1631; Pinacoteca Vaticana) mostra un Romualdo sveglio che racconta la sua visione ai confratelli e addita la scala (poco visibile). I monaci non si voltano a guardare, ma ascoltano il sant’uomo, con attenzione, pazienza, devozione ma anche, almeno in un caso, con una punta di incredulità. Bello il monaco che, coperto da un confratello, si sporge per vedere bene in faccia Romualdo.

VisioneRomualdo 05

Il Sogno di San Romualdo di Giuseppe Bazzani (1750 ca.; Museo diocesano di Mantova) lascia infine intravedere una solidissima scala, sulla quale i monaci (azzurrini, più che bianchi) salgono agevolmente parlottando tra loro.

La mia preferenza, tuttavia, va a una miniatura di cui, ahimè, non sono in grado di indicare la fonte e che illustra la copertina di Camaldoli e l’ordine camaldolese dalle origini alla fine del XV secolo (a cura di C. Caby e P. Licciardello, Badia di Santa Maria del Monte di Cesena 2014). Il santo vi è raffigurato dormiente e seduto all’interno del recinto, formato dalla foresta, dell’eremo già costruito (magnifico il particolare di quello che interpreterei come sistema di distribuzione dell’acqua alle celle e ad altri due edifici). Dalla sua testa (se non dalla soglia dell’oratorio) parte la scala (mobile) sulla quale i monaci marciano a coppie, lo sguardo fisso all’apertura in alto dove la loro lunga attesa alfine si concluderà.

VisioneRomualdo 06

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  1. Libro della regola eremitica, 10, in Privilegio d’amore. Fonti camaldolesi. Testi normativi, testimonianze documentarie e letterarie, a cura di C. Falchini, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2007, p. 272.

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Priorità nei mestieri di casa (Dice il monaco, LXXXV)

Per restare nell’ambito del monachesimo di Gaza, sentiamo cosa risponde Giovanni di Gaza (l’Altro Anziano rispetto a Barsanufio, il Grande Anziano), monaco recluso, nella prima metà del VI secolo, alla domanda di un confratello.

 Un fratello domandò all’Altro Anziano: Quando m’interrogo circa le piccole cose, la mia anima s’inorgoglisce di mostrare una tale delicatezza di pensiero. Risposta:

«Se interroghi i Padri sul dedicarsi ai piccoli pensieri senza inorgoglirsi, ricorda che all’uomo è richiesto prima di tutto di correggere se stesso circa i pensieri importanti, quelli che l’Apostolo ha indicato: pensieri di lussuria, dissolutezza, invidia e altri vizi simili; e solo in seguito di prestare attenzione anche a quelli piccoli. Perché chi si affretta a prendersi cura delle piccole cose, e trascura quelle grosse, è come colui che possiede una casa sporca e disordinata, e piena di cose ammassate su cui posano alcuni fili di paglia. Volendo infine fare pulizia, costui inizia col togliere la paglia, e lascia lì pietre, legni e altri materiali, sui quali finisce per sbattere e farsi male. Anche se ha tolto la paglia, la casa non ha certo un aspetto migliore; mentre se avesse rimosso pietre, legni e altri materiali, allora avrebbe potuto togliere anche i fili di paglia, che danno alla casa un aspetto poco curato. È così che il nostro Salvatore rimproverò i farisei e i sadducei, dicendo loro: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima della menta, dell’aneto e del cumino, e trasgredite le prescrizioni più gravi della legge… Queste cose bisognava praticare, senza omettere quelle”.»

♦ Barsanuphe et Jean de Gaza, Correspondance, vol. II: Aux cénobites, t. 2, texte critique, notes et index par F. Neyt et P. de Angelis-Noah, traduction par L. Regnault, Editions du Cérf 2000 («Sources Chrétiennes», 450), p. 417 (lettera 381). (L’individuazione del passo, nascosto tra migliaia di pagine, la devo a Lorenzo Perrone; la traduzione dal francese, e quindi le relative piccole libertà ed errori, è mia.)

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Un ineludibile e vincolante rapporto con l’altro (Monachesimo di Gaza e direzione spirituale, pt. 2)

(la prima parte è qui)

NecessitaDelConsiglioMolti sono i punti decisivi che emergono dall’insegnamento dei grandi Anziani o Reclusi del monachesimo di Gaza, Barsanufio e Giovanni, pur nel quadro di un’impostazione individuale dei problemi che di volta in volta vengono proposti; anzi, forse è proprio in ragione di questo «quadro» – la risposta fornita da un singolo individuo, per quanto in posizione avanzata sulla strada verso la… «perfezione», alla domanda posta da un altro singolo individuo – che l’insegnamento affronta snodi cruciali, con quella che si potrebbe chiamare «ricaduta collettiva»: l’attuazione di questi comportamenti spingendo al riconoscimento della sostanza dialogica dell’essere al mondo.

Si diceva dell’inaggirabile necessità del consiglio, ad esempio, ecco, «per Barsanufio e Giovanni di Gaza», sottolinea Lorenzo Perrone1, «il compimento della vocazione monastica si gioca proprio in questo rapporto con l’autorità e il consiglio dei padri, che mette in luce il requisito indispensabile per ogni itinerario di perfezione – l’umiltà – e al tempo stesso traduce l’adesione alla carità evangelica nella forma di un ineludibile e vincolante rapporto con l’altro». Il corsivo, mio, apre, secondo me, il discorso anche a una dimensione che non sia quella dell’itinerario di perfezione, ma si contenti di un obiettivo assai più modesto di… (che parola mettere qui?)… decenza. Non si può far da soli; anzi, l’autarchia è «insidia demoniaca». «La pseudoscienza», avverte Giovanni, «consiste nel fidarsi del proprio pensiero che una cosa sta così: chi vuole esserne liberato, non si fidi del proprio pensiero ma interroghi un anziano.» Non solo, perché «se l’anziano risponde e la sua risposta corrisponde a quello che pensava il fratello, nemmeno allora deve credere al proprio pensiero, ma dire: I demoni si sono beffati di me…» per farmi credere di essere sufficiente a me stesso. In questa alternativa inconciliabile «sta e cade per i due maestri di Gaza la scelta monastica, e la stessa professione di cristianesimo»: orgoglio o umiltà, far da sé o affidarsi, contare sulle proprie forze o «aggrapparsi al sostegno di un fratello, pur sapendo che anche questi partecipa dell’umana debolezza».

C’è forse scelta più «fuori moda» di questa, più impervia? Quante volte sono stato e sono capace di ammettere di non capire, di non vedere correttamente, di non essere in grado di distinguere «che cosa è giusto per me»? Quante volte sono stato e sono disposto al «taglio della volontà propria»? E alla luce di cosa ho rivendicato le mie scelte? (Quale sia poi il «campo» entro il quale si esercitino effettivamente queste scelte, se sia un campo di libertà o di pseudolibertà, è questione cui non sono in grado di rispondere, essendo dentro tale campo.)

Rimanendo per il momento al di qua dell’alternativa, uno dei primi requisiti in vista di quel taglio «consiste nello spezzare il circuito di un’interiorità esclusiva e ripiegata su se stessa per aprirla all’osservazione e al controllo di un’istanza esterna» (ogni riferimento all’istanza psicoanalitica di qualche secolo successiva non è casuale). Al padre spirituale occorre aprirsi completamente, senza la minima reticenza, in un rapporto di intimità che «è una palese compensazione per ciò che si presenta paradossalmente come un programma di annichilimento di sé» (Perrone). La rinuncia di sé, praticata nell’apertura al padre spirituale (all’altro tout court?), «è in primo luogo l’attuazione e il mantenimento di un atteggiamento amorevole verso il proprio prossimo». Perché il prossimo non è colui che noi dobbiamo aiutare, bensì colui che può aiutare noi. Troppo difficile, troppo.

Senza contare che nell’insegnamento dei padri di Gaza questa condotta, in sostanza, assume una dimensione globale: a essa bisogna tendere sempre. Mai fare la propria volontà, bensì «sia fatta sempre la Tua volontà». Ben vengano allora le domande, incalzanti, che un altro anziano rivolge a Giovanni: «Come posso sapere, padre, in cella, se recido la mia volontà, e ugualmente quando sono con gli uomini? E cos’è la volontà carnale? E la volontà che viene dai demoni, sotto apparenza di bene? E la volontà di Dio?»

Anche il professor Perrone si associa: «“Come so che sto facendo la volontà di Dio invece della mia?” Questa è senz’altro la domanda cruciale».

(2-segue)

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  1. Lorenzo Perrone, La necessità del consiglio. Studi sul monachesimo di Gaza e la direzione spirituale, Edizioni Scritti Monastici, Abbazia di Praglia, 2021.

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Perché piangi? (Monachesimo di Gaza e direzione spirituale, pt. 1)

NecessitaDelConsiglio«Il monachesimo di Gaza è ormai scomparso da tempo immemorabile», scrive Lorenzo Perrone, docente di Storia del Cristianesimo, e di discipline consimili, e curatore di importanti edizioni di scrittori cristiani delle origini, «ma di una “scuola di cristianesimo” di tal fatta c’è sempre, credo, molto da imparare ancora ai giorni nostri.» Non potrei essere più d’accordo, anche laddove mi azzardassi a sostituire «scuola di cristianesimo» con «scuola di umanità». Se è vero che non si può prescindere da un contesto di fede per comprendere correttamente le sue figure più rappresentative, Barsanufio e Giovanni di Gaza (senza dimenticare Doroteo, sempre di Gaza), nondimeno la «sapienza psicologica» dei due Anziani può, credo, essere di grande ispirazione anche al di fuori di quel contesto. Diciamo, forse meglio, che io, pur sprovvisto di fede, ho trovato di clamoroso interesse tale sapienza, tramandata dall’Epistolario dei due «reclusi» e alla scoperta della quale mi stanno accompagnando i saggi che il professor Perrone ha recentemente raccolto in volume1.

Lo stesso professore, peraltro, ribadisce che «le voci dei monaci di Gaza sono a mio giudizio tra quelle che meglio hanno interpretato, al di là delle stesse cerchie monastiche a loro più affini e vicine, la stessa “quintessenza” del messaggio di Gesù Cristo». Ed è molto importante sottolineare le «voci» poiché, grazie alla loro struttura a domanda e risposta, dalle lettere di Barsanufio e Giovanni è come se ci giungesse proprio la loro voce, intenta a rispondere a centinaia di quesiti di varia natura posti da una schiera di persone di varia estrazione: una perfetta rappresentazione, una rappresentazione vivente, di quella dimensione tanto complicata, rischiosa e in qualche misura tutt’oggi urgente che è la direzione spirituale.

«Padre, che cosa devo fare?» Quand’anche volessimo, com’è giusto, modificare l’appello iniziale – padre, madre –, l’accento fondamentale resterebbe sull’eterno, necessario, inaggirabile (a meno di usare potenti anestetici) «che fare?». Domanda che rimanda, appunto, alla «necessità del consiglio», perché, come dice Barsanufio basandosi sulla Bibbia, «non c’è nessuno che non abbia bisogno di un consigliere, se non Dio che ha creato la sapienza». Una negazione dell’autosufficienza dell’individuo che porta, per così dire, dritti nel Novecento e oltre, quando, in assenza di Dio, o nell’ombra del suo allontanamento, il fondamento del «consiglio» diventa un problema che sono in grado soltanto di nominare. Mi limito qui a osservare che lo sbriciolamento del fondamento del consiglio non ne intacca tuttavia la necessità.

Prima di provare ad addentrarmi nei testi che illustrano la questione, mi preme tuttavia sottolineare il tono mite e dolce che pervade le testimonianze che più da vicino ci raccontano le dinamiche della direzione spirituale nell’esperienza dei monaci di Gaza. E per farlo mi appoggio a un episodio tratto dalla Vita di abba Dositeo di Doroteo di Gaza2 (sulla quale dovrò poi tornare estesamente).

Affidato alle cure di Doroteo, Dositeo è un giovane novizio pieno di entusiasmo che esegue in letizia tutto quello che il suo padre spirituale gli dice di fare, in particolare nel servizio di infermeria. Qualche volta però, essendo umano, perde la pazienza e magari sbotta con uno dei malati. Se ne pente all’istante e si chiude nella sua cella a piangere. Gli altri confratelli provano a consolarlo, inutilmente, e allora chiamano Doroteo, che lo raggiunge «e gli chiedeva: “Che c’è, Dositeo? Che cos’hai? Perché piangi?”. E Dositeo rispondeva: “Perdonami, carissimo! Sono andato in collera e ho trattato male un mio fratello”.» Doroteo lo rimprovera: non lo sai che se fai del male a un fratello lo fai a Cristo? Dositeo continua a piangere, in silenzio, ma «quando vedeva che aveva pianto abbastanza, Doroteo gli diceva: “Dio ti perdoni. Su, da questo momento ricominciamo. Impegniamoci per il futuro e Dio ci aiuterà”».

Ecco, a me sembra che il senso di tutto stia in quel «perché piangi?», in quel «pianto abbastanza» e infine in quel «su, ricominciamo».

(1-segue)

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  1. Lorenzo Perrone, La necessità del consiglio. Studi sul monachesimo di Gaza e la direzione spirituale, Edizioni Scritti Monastici, Abbazia di Praglia, 2021.
  2. Doroteo di Gaza, Vita di abba Dositeo, 6, in Comunione con Dio e con gli uomini, a cura di Lisa Cremaschi, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2014, pp. 68-69.

1 Commento

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Un piccolo ricettacolo (Dice il monaco, LXXXIV)

Dice Isacco di Ninive, monaco e vescovo, verso la fine del VII secolo:

 Ricordati del Signore in ogni tempo, ed egli si ricorderà di te quando si avvicinerà il male. Egli ha fatto della tua natura un ricettacolo di eventi e, nel mondo ove ti ha creato e lasciato, ha moltiplicato le occasioni in cui sei oggetto di eventi e tentazioni. Egli ha fatto della tua natura un piccolo ricettacolo di tutto questo. I mali non sono lontani da te, neppure di poco: è infatti dentro di te che scaturiscono, quando si fa loro cenno, da sotto i tuoi piedi e dal luogo dal quale tu stai. Anzi, come le palpebre sono vicine l’una all’altra, così le tentazioni sono vicine agli uomini.

♦ Isacco di Ninive, Discorso V, 30, in Discorsi ascetici. Prima collezione, a cura di S. Chialà, Edizioni Qiqajon – Comunità di Bose 2021, p. 126.

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Una persona che si ricorda (Definizioni, 1; l’abate)

Ho deciso di raccogliere – forse un po’ tardivamente, va detto – le definizioni che i monaci e le monache di tutti i tempi hanno dato e danno di se stessi: chi è un monaco, una monaca? Chi è un abate, una badessa? Cos’è un monastero? Cos’è il monachesimo? «Definizioni», quindi, tratte dagli scritti di chi, prima ancora di definire, ha cercato e cerca di essere un determinato individuo, inserito in una determinata tradizione (e in una comunità), con un determinato obiettivo complessivo di vita. Definizioni, e conseguenze di, riflessioni su, problemi di tali definizioni. La radicalità insita in quella scelta, di senso così contrario al cosiddetto spirito del tempo (ammesso che esista), che può essere, da qualsiasi punto di vista la si riguardi, utile a un tentativo di chiarezza interiore.

Comincio con un passo del commento alla Regola del monaco benedettino belga Benoît Standaert, un passo dedicato alla figura dell’abate, come viene descritta nel capitolo 2 della Regola, in particolare a paragrafi 30-32: «L’abate deve sempre ricordarsi quel che è e come viene chiamato…»1

Dice dunque Standaert: «L’abate è una persona che si ricorda, sempre. Ha una memoria tutt’altro che corta e debole, si ricorda e sa bene dove tutto questo lo potrà condurre. Un uomo senza memoria è un uomo senza futuro. Chi si ricorda bene, conosce già ora qual è la meta cui giungere. L’esigenza cresce proporzionalmente alla quantità delle responsabilità che si ricevono. Non è dunque ammessa la leggerezza, ma piuttosto un senso acuto della resposabilità che qui viene inculcata. Il compito è ridefinito in quello di “dirigere le anime” e “porsi al servizio dei temperamenti di molti”. Sono espressioni forti che attraverseranno i secoli nella definizione dell’autorità abbaziale. Tocca all’abate sapersi adattare incessantemente a ciascuno»2.

Commentare un commento è imprudente, e tuttavia c’è forse un’indicazione preziosa in quella memoria e in quell’adattamento incessanti che sono rivolti non tanto a istanze generiche, a ideali sovrapersonali, globali, planetari, bensì a un gruppo circoscritto di persone, che può anche essere molto piccolo se non addirittura minimo, e alla sua storia. Persone la cui appartenenza a tale gruppo non è frutto del destino (Danger! Keep out!) o del caso, ma di una scelta, condivisa, e che viene prima delle differenze individuali.

E all’abate, viene da chiedersi, chi si adatterà? Chi si porrà al servizio del suo, di temperamento? Ma questo è lo spirito laico che domanda… perché san Benedetto invocherebbe un’altra pratica incessante: la reciprocità («I monaci… si prevengano l’un l’altro nel rendersi onore», RB, 72, 4).

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  1. San Benedetto, Regola, 2: «30L’abate deve sempre ricordarsi quel che è e come viene chiamato, nella consapevolezza che sono maggiori le esigenze poste a colui al quale è stato affidato di più. 31Bisogna che prenda chiaramente coscienza di quanto sia difficile e delicato il compito che si è assunto di dirigere le anime e porsi al servizio dei temperamenti di molti, incoraggiando uno, rimproverando un altro e correggendo un terzo: 32perciò si conformi e si adatti a tutti, secondo la rispettiva indole e intelligenza, in modo che, invece di aver a lamentare perdite nel gregge affidato alle sue cure, possa rallegrarsi per l’incremento del numero dei buoni».
  2. Benoît Standaert, Commentario alla Regola del nostro padre san Benedetto, a cura di fr. A. Oltolina, traduzione di M.M.E. Pedrone, vol. 1, Edizioni Monasterium 2021, pagg. 78-79.

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La libertà che talvolta altri si prendono (Voci, 27)

CnstitutionsPortRoyalVIII. Svelamento dell’interiorità

Occorre che [la novizia] nutra un’apertura del cuore che vinca la ripugnanza che può avere nel far conoscere le sue debolezze, di modo che in lei non accada alcunché di sì poco rilevante che non ne metta a conoscenza chi cura la sua condotta ancor prima che venga interrogata. Deve perseverare in questa pratica nella speranza che Dio la libererà da tutte le cose cattive che avrà messo in luce nel suo cuore con un umile svelamento di se stessa, invece di nasconderle per paura di essere umiliata, consentendo che mettano radici tanto forti da non poter essere strappate via da un’altra zappa. E deve anche scoprire il bene che si manifesta in lei, così come i buoni movimenti dell’anima che Dio le susciterà, o la grazia che le farà di praticare qualche virtù; non per vantarsene, o per compiacersi vanamente dei doni che Dio le avrà fatto, bensì semplicemente per non nascondere alcunché a coloro che la guidano, in modo che, conoscendo il bene e il male in cui si troverà, la possano aiutare a superare le sue colpe e a trarre maggior profitto dal bene, praticandolo nel modo che Dio avrà stabilito per lei.

IX. Umiltà

Deve manifestarsi in lei un sincero amore dell’umiltà, quale continuazione dello spirito di penitenza che deve avere per essere veramente Religiosa, e che deve essere tanto forte da soffocare nel suo cuore il desiderio di stima, di modo che si giustifichi con difficoltà, e solo quando è costretta a farlo. Non si arrabbi se viene umiliata; non giudichi sbagliato se viene rimproverata un paio di volte più severamente di quanto creda di meritare, o anche quando è accusata ingiustamente, se Dio così vuole; si umili come dice la Regola, inginocchiandosi non appena sarà ripresa, senza esaminare se a ragione o no; abbia rispetto e cortesia per tutti, in particolar modo per le anziane, perché è conseguenza necessaria dell’umiltà, ma anche perché la gentilezza interiore produce quella esteriore: una persona veramente umile si considera nel suo cuore l’ultima di tutti, per un gran numero di ragioni che la grazia le rivelerà, e in virtù di questo sentimento porterà rispetto a tutti. Questa medesima virtù impedisce all’anima che ne è riempita di immischiarsi in cose che non la riguardano, perché ha una buona opinione di coloro che vi sono preposti e sa di non doversene preoccupare; d’altra parte sa accettare la libertà che altri talvolta si prendono di immischiarsi nelle cose che la riguardano, perché si stima incapace in tutto e vuole che anche gli altri lo credano; condizione essenziale, questa, in una Religiosa, e che deve estendersi in genere a qualsiasi cosa, senza eccezioni.

♦ m. Agnès Arnauld [1593-1672], Les constitutions du monastere de Port Royal du Saint Sacrement, 1675; Avis à la Maistresse des Novices.

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La stanza del tesoro di Isacco di Ninive

DiscorsiAscetici«Ciò che è eccellente»: sebbene il concetto non sia privo di complicazioni e l’uso improprio, passato e recente, l’abbia affaticato, il suo apparire ad apertura della «prima collezione» dei Discorsi ascetici di Isacco di Ninive dà come la tonalità della grande sinfonia che ci si dispone ad ascoltare iniziandone la lettura – qui non si scherza. Che poi il principio di ciò che è eccellente sia «il timore di Dio» è sviluppo altrettanto primario, ma che, come sempre, mi limito a registrare senza poterne dire alcunché.

Ho cominciato, appunto, la lettura del massiccio e splendido volume1 e di nuovo, da subito, sono stato conquistato da quel senso di «attualità» che il fedelissimo, a Isacco, e lodevolissimo curatore, Sabino Chialà, opportunamente sottolinea nell’Introduzione, illustrando «l’enorme irradiamento che l’insegnamento isacchiano ha conosciuto, infrangendo frontiere linguistiche e teologiche»: un padre della chiesa siro-orientale, originario dell’attuale Qatar e vissuto nella seconda metà del VII secolo, tradotto, letto e venerato nelle chiese di tradizione greco-ortodossa, in ambito slavo, copto ed etiopico, presente in Europa nelle biblioteche camaldolesi, certosine, francescane e domenicane, apprezzato anche in ambiente islamico.

«Un solitario che parla a dei solitari» e che pure si rivolge anche a me con un’immediatezza che avevo già sperimentato e che sempre mi sorprende, la ragione essendo forse, come dice Chialà, «la franchezza, la sincerità e dunque l’autenticità di un’esperienza che, essendo profondamente, radicata, emerge con parole che attraversano i tempi e gli spazi senza farsene oscurare»; e più ancora la ragione per il miscredente stando nella precisione con cui Isacco, oltre che di quella di Dio, parla «della sua esperienza dell’uomo che lui è e che vede intorno a sé», non essendoci forse nulla di più interessante e di utile di una rigorosa autoanalisi, da sant’Agostino a Sigmund Freud.

Già dai primi «discorsi», il primo, il secondo, il monumentale Terzo discorso, ho avuto ancora – buon ultimo di una schiera di lettori anche eccellenti – la sensazione di essere di fronte a un tesoro di sapienza, come se Isacco avesse aperto la sua «stanza del tesoro», quella che afferma essere «dentro di noi» e nella quale possiamo trovare «i gradini per i quali… salire». Non potrò approfondire la ricerca di «ciò che è eccellente», poiché «richiede un cuore che sia libero dalla terra e dalle relazioni con essa», cosa che ritengo impossibile; né posso considerare «tutte le realtà» al pari dei sogni che svaniscono, e che «spesso anche prima della morte ti abbandonano e si dileguano»; né infine posso trattare le cose sensibili come «caparra della delizia di quelle del mondo futuro»; ma posso ugualmente imparare molto da Isacco su come provare a comportarmi «quaggiù», attingendo alla sua saggezza concreta e derivata dall’esperienza: «La parola che viene dalla pratica è un tesoro affidabile, mentre la sapienza oziosa è un possesso vergognoso: è come un artista che dipinge sul muro un’acqua che non potrà alleviare la sua sete».

«Senza deserto e un luogo desolato, le passioni2 non si acquietano né cessano i cattivi pensieri», avverte Isacco, e allora tanto vale affrontarli e cercare di contenerli, ricordando per cominciare che l’origine del loro pungolo è quadruplice: a) il corpo (si sa); b) il mondo (certo); c) l’anima (intenderò cioè la combinazione di pensieri e ricordi); d) i demoni (intenderò gli istinti).

È frequente ascoltare qualcuno che, battendo il piede, afferma: non prendo lezioni da nessuno! Da Isacco mi sento di prenderle tutte, le lezioni, o quasi.

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  1. Isacco di Ninive, Discorsi ascetici. Prima collezione, introduzione, traduzione e note a cura di S. Chialà, Edizioni Qiqajon – Comunità di Bose 2021; prima traduzione italiana dall’originale siriaco. Sempre a cura di Chialà si potevano già leggere la Terza collezione dei Discorsi ascetici e la bella antologia Un’umile speranza (anche quest’ultima condotta sugli originali siriaci, ma con alcune scelte di traduzione che sono state modificate in questa nuova edizione integrale. Per restare alla nota iniziale, ad esempio, «ciò che è eccellente» era reso in precedenza con «virtù», «ma si trattava di una traduzione fuorviante, in quanto in “virtù” è insita un’idea di forza che il termine siriaco non ha»).
  2. «Nell’interpretazione contemplativa, si intende con “mondo” una realtà terminologica comprensiva, che riassume le diverse passioni. Quando dunque vogliamo indicare le passioni globalmente, le diciamo “mondo”. Quando invece [le vogliamo indicare] singolarmente, le chiamiamo “passioni”, distinguendone i nomi» (II, 25).

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