«In che mondo sono arrivato»

Ieri siamo stati all’Abbazia benedettina di Finalpia, a Finale Ligure. Abbiamo sbagliato orario di avvicinamento e siamo potuti entrare soltanto nel negozietto presso la portineria, dove abbiamo parlato un po’ con una signora gentilissima, che alla fine ci ha venduto un barattolo di marmellata «mela + caco» («ottima per un regalo»), una confezione di «gocce di miele» (dall’apiario benedettino per il quale Finalpia è rinomata), due birre, due opuscoli, un volumetto della collana «Orizzonti monastici» dell’Abbazia San Benedetto di Seregno (che mi sono accorto, poi, a casa, di avere già) e i due corposi tomi di Monastica et humanistica, gli Studi in onore di Gregorio Penco o.s.b., pubblicati nel 2003 dal Centro storico benedettino italiano a cura di Francesco G.B. Trolese.

«Quello è un vero affare», ha detto la signora, quando ha visto che ci eravamo fermati sul piccolo scaffale con i libri. Non ho esitato, anche perché non era un caso che fossero lì: il grande storico del monachesimo ha fatto proprio a Finalpia la sua professione monastica, nel 1949, e vi ha concluso la sua vita – quella terrena, come di certo lui credeva – nel 2013. Sono due volumi splendidi, per ricchezza di contenuti e prestigio di firme, di complessive 1088 pagine, introdotte da tre pagine affettuose dell’allora abate di Finalpia, Romano Cecolin. Passando brevemente in rassegna la sterminata bibliografia del suo confratello, l’abate Cecolin ricorda come da un lato «lo studioso Gregorio Penco sia pienamente comprensibile solo nel contesto più ampio della figura del padre don Gregorio, monaco di Finalpia, come spesso egli firmava i suoi contributi»; dall’altro, come non fossero certo i mezzi esteriori a sorreggerne l’eccezionale capacità di sintesi. «Scherzando», ricorda l’abate Cecolin, «ci mostrava il suo computer da 500 lire, consistente in una scatola di cartone per le schede, ricavate da fogli di carta di tutti i formati e spessori.»

Mentre ero lì, poi, all’ingresso dell’abbazia, mi sono ricordato che Finalpia è anche il punto di partenza di quel «viaggio per monasteri d’Italia e spaesati dintorni» che ha dato origine a Sulle strade del silenzio di Giorgio Boatti, uno dei libri «laici» sull’argomento più riusciti e concreti degli ultimi tempi. Il libro di Boatti si apre proprio a Finalpia, con un capitolo molto personale e di grande sincerità, che s’intuisce sofferta. Era la prima volta che l’autore entrava in un monastero, e tutto era nuovo: dagli orari della comunità agli abiti dei monaci; dal modo di prendere i pasti a quello di pregare; dalle cose che mancavano, rispetto al mondo «di fuori», a quelle che invece c’erano, e fuori no; dal vasto orto chiuso al mondo circostante alla porta sempre aperta, e al mazzo di chiavi («dell’ingresso principale del monastero sul lato della basilica, del passo carraio, di questa cella»), consegnato senza esitazioni all’ospite appena giunto. «Non mi sembra vero. In che mondo sono arrivato?» commentava Boatti. «Che razza di posto è quello dove, con i tempi che corrono, mollano le chiavi di casa al primo venuto?» Là dove, tra l’altro, «in che mondo sono arrivato» potrebbe essere il motto del laico che si avvicina ai monasteri…

Come dicevo, però, noi ci siamo arrivati al momento sbagliato, e così ci siamo fermati sulla soglia , al «passo carraio, dietro la chiesa, [che] è sempre aperto», come dice il padre foresterario. Pazienza, torneremo.

 

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Petrus Sutor (Who’s Who, XIV)

Pietro Sutore (Petrus Sutor, «il Ricucitore»; Pierre Cousturier, ca. 1475-1537), o.cart., francese; dottore in teologia alla Sorbona (si dice che arrivò terzo nella sua classe di laurea del 1510), fu anche insegnante, di ferreo tradizionalismo, prima di entrare nell’ordine dei Certosini, nel quale ricoprì molte cariche. Fu diuturno avversario di Erasmo, che a un certo punto, colpito dalla violenza degli attacchi del contendente, cessò di rispondergli, non senza peraltro aver disseminato le sue lettere di espressioni poco lusinghiere nei confronti del monaco: «Che farragine di abusi verbali, di arroganza, stupidità e ignoranza vi si può trovare [nei suoi scritti]. Mi ricorda quel vecchio proverbio che invita il sarto a limitarsi a cucire»; «Ed ecco un nuovo libro di Pierre Cousturier, palesemente l’opera di un uomo che più che di un medico, ha bisogno di un esorcista»). La veemenza del certosino, estesa a tutto il campo degli umanisti («i quali, pazzi come sono, e incapaci per la più parte di articolare una replica, si rifugiano negli insulti, compongono libelli calunniosi, per di più anonimi, disprezzano qualsiasi forma di ragionamento e sillogismo, definendole “sofismi”, e ridono delle Scritture: ammirano soltanto le infiorettature retoriche, chiamano gli argomenti scolastici, cioè di grammatica, “belle lettere”, “umane lettere”, che è abitudine vergognosa, e infine, quando hanno disprezzato ogni cosa, quando hanno condannato chiunque, si considerano gli uomini più colti e avvertiti»), gli fu poi rimproverata, fin negli scritti degli eruditi dei secoli successivi, unitamente alla considerazione per la vastità del suo sapere. Un tema singolare sul quale s’incaponì fu qello del triplice matrimonio di sant’Anna.

Quasi tutti i repertori annotano che le sue opere non riscossero particolare successo: «Abbiamo di lui molte opere di critica e di controversia, che non ebbero grande incontro» (Storia ecclesiastica di Claude Fleury, l. CXXXVIII); «Lasciò molte opere, che adesso servono a’ tarli» (L.-M. Chaudon, Dizionario storico degli autori ecclesiastici, t. IV). Anche a non esser troppo severi, i toni sono comunque misurati: «Se si considera l’epoca nella quale è vissuto, non si potrà dire che dom Cousturier non sia stato un dotto teologo. Aveva un grande zelo per la fede e un grande amore per la Chiesa, e nutriva una profonda avversione nei confronti di qualsiasi novità, ancor più essendo stato testimone dei mali e delle complicazioni suscitate da Lutero» (J. Liron, Singularités historiques et littéraires, t. III).

Pubblicazioni più recenti antologizzano brani delle sue efficaci descrizioni della Grande Chartreuse, tratti dalla sua opera oggi meno dimenticata, il De vita cartusiana. Efficaci e cupe, e così lontane dalla cosiddetta sensibilità moderna. «Si consideri l’apetto temibile del luogo», scrive ad esempio il Sutor. «Nulla di bello, nessuna consolazione, nessuna piacevolezza terrena; il terreno è a malapena coperto dall’erba, gli uccelli a malapena vi cantano, gli animali selvatici a malapena vi scavano le loro tane. Che più? Le nevi risplendono di un candore eterno, ma il freddo conferisce ai corpi di chi vi dimora un livido pallore. Né la desolazione del deserto di Scete, né quella delle solitudini egiziane possono essere paragonate all’austerità del massiccio della Certosa: è un’orribile prigione, una sede di espiazione, ben più che un luogo adatto alla vita degli uomini.»

 

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Con maraviglia universale (Voci, 11)

Dalla Vita di san Bernardo di Goffredo di Auxerre, «biografo eccellente» del santo, un bell’esempio della «macchina da miracoli» che era Bernardo in viaggio, in questo caso sulla strada verso Chiaravalle dopo una campagna di predicazione in Germania.

* * *

XXXVI. Nella quarta feria, essendoci partiti dal castello chiamato Huy, siamo giunti con fretta al Monistero di Gembluz1. Ora, nell’istesso viaggio un vecchio cieco da un occhio, e un giovane che aveva l’istesso difetto, sono stati insieme illuminati. La mattina del quinto giorno, nel suddetto Monistero fu all’Uomo di Dio presentato un fanciulletto zoppo, e dopo che fu da lui segnato, rimase talmente sano, che liberamente camminava nel cospetto di tutti. Parimenti un pochetto dopo, nell’entrar che facemmo nell’istesso borgo, un altro fanciulletto storpiato nelle mani e ne’ piedi, sotto gli occhi di tutti, acquistò la salute degli uni e degli altri membri. Nè molto si era discostato, quando gli fu messo innanzi un fanciullo nato mutolo: egli segnò ancor questo, e senz’altro lo sanò, cosicchè gli rese l’uso della favella; e quei parlava articolatamente. Nel viaggio medesimo gli furono offerti due sordi, e chi aveva fatto parlare il muto, fece ancora udire il sordo. In quelle parti presentemente si fabbrica un Monistero chiamato Villers, in cui pochi mesi avanti il Santo Padre vi aveva mandata una famiglia di Monaci. Volle adunque visitare anche di passaggio quella nuova piantagione, e consolare colla sua presenza que’ suoi figliuoli, che erano in pellegrinaggio. Mentre adunque andava avvicinandosi al Monistero, toccò, segnò, drizzò una donna zoppa, e comandolle che francamente camminasse. Parimenti nell’istesso luogo fece camminare due zoppi, e a certo giovane restituì la perduta vista di un occhio alla presenza de’ fratelli e, d’altri molti che colà si erano radunati.

XXXVII. Indi s’affrettava verso Castel Fontane, dove il nostro Filippo lo aveva pregato che albergasse appresso i suoi congiunti. In questo viaggio poi gli offerivano un fanciullino nato cieco, il quale non poteva neppure aprire le palpebre degli occhi. Già di lui disperavano, eziandio tutti quelli che erano stati spettatori di moltissimi e massimi miracoli: ma egli senza frapporre veruna tardanza impose al fanciullo la mano, e fatta una brevissima orazione (siccome far sempre soleva), colle sue dita aprì al fanciullo le palpebre, e gli dimandò se vedeva? Rispose il fanciullo: Veggo, o Signore, veggo voi, e veggo tutti gli uomini colle loro capellature. Ed esultando con grande applauso e veemenza diceva: Dio, Dio mio, non inciamperò più, nè caderò con vostra offesa. Nella sesta feria, prima della nostra partenza da Fontane, è stata distesa e sanata una mano ad una fanciulla, la quale se le era ritirata e inaridita. Per istrada eziandio appresso certo borgo un fanciullo riebbe la facoltà di camminare. Quindi noi ci siamo accostati ad un castello che si dinomina Bins, onde ci venne incontro tanta moltitudine, di uomini, cosicchè il popolo copriva la pianura tutta de’ campi. Colà portarono sulle spalle un fanciullo zoppo, e l’offerirono all’Uomo di Dio, il quale egli avendo segnato, comandò che fosse deposto, acciocchè camminasse. Tanto grande era il concorso e il tumulto, che appena si poteva ritrovar luogo ov’egli ciò facesse ; essendo però, deposto, incominciò a camminare fra le turbe, e conducendolo fuori in un campo aperto, moltissimi lo seguitarono; imperciocchè ivi si ritrovavano sua madre e i suoi congiunti, e molti altri ancora che lo conoscevano, conciliando colla loro allegrezza fede al miracolo. Frattanto essendosi partita col fanciullo una parte non piccola del popolo, si raddoppiò l’allegrezza del restante, poichè un fanciullo similmente zoppo fu similmente drizzato. Nell’istessa campagna fu raddirizzato il terzo zoppo, e alla presenza di tutti camminava e correva facendo festa, e rendendo grazie a Dio. Vicino al medesimo castello fu illuminato un cieco; e due sordi ricevettero l’udito nello stesso luogo, in cui il Santo si era fermato per dare al popolo la benedizione e licenziarlo da sè. Mons si chiama il primo castello nella provincia d’Annonia, in cui la sesta feria abbiamo passata la notte. Ivi la mattina del Sabbato, prima che partissimo, un certo vecchio di un villaggio vicino, conosciuto da molti di quelli che si ritrovavano presenti, e ancora dal nostro Filippo, ricevette la vista, di cui era privo da molti anni. Anzi un certo giovane scolare cieco da un occhio rimase illuminato con tanta prestezza, che non prima il Beato Padre allontanò la sua mano, che il giovane gridava, Veggo, Signore, con maraviglia universale.

La vita di san Bernardo primo abate di Chiara-valle scritta già in latino da diversi contemporanei e accreditati Autori, e da essi pure in sette Libri divisa; ora nel nostro volgare tradotta, ed accresciuta di una diffusa Prefazione, di varie Appendici, di molte Istoriche e Monastiche Annotazioni, e di un Indice dovizioso delle cose più ragguardevoli, da Pietro Magagnotti, Padova, appresso G. Comino, 1744 (Capitolo XI. Dei Miracoli accaduti in Liegi, in Gembluz, in Villers, in Mons, in Valencienne ec.).

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  1. Gembolium; o Gemblojum; cioè Giblù, o Gembluz, celebre Badia dell’Ordine di S. Benedetto nel Brabante.

 

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Qualcosa, qualcuno («La forza del silenzio» di Robert Sarah, pt. 2/2)

(la prima parte è qui)

Dopo le faticose pagine del cardinal Sarah – e dopo essermi preso dell’animale festaiolo «senza anima né speranza»1 – le prime parole di dom Dysmas de Lassus sono senza dubbio sorprendenti. Ecco come esordisce infatti il priore della Grande Chartreuse e Ministro generale dei Certosini nel quinto e ultimo capitolo del volume2: «Gli uomini considerano il silenzio come la semplice assenza di rumore o di parole, ma la realtà è molto più complessa. Il silenzio di una coppia che sta cenando tra sé può esprimere la profondità della comunione che non ha più bisogno di parole o, al contrario, non essere più capaci di parlarsi». Il fatto che, come immagine di un silenzio espressivo e comunicativo, dom de Lassus scelga quella di una coppia a tavola, che mangia tranquilla, mi pare molto significativo di una sensibilità che non faccio fatica a seguire. «Fintantoché ci saranno innamorati sulla terra», dice ancora il priore, scegliendo un’altra immagine per così dire «ecumenica», «cercheranno di vedersi da soli, e, nei loro incontri, il silenzio avrà la sua parte. Questo è forse il modo più semplice di spiegare la nostra scelta di vita.»

Sarà soltanto una differenza di tono, ma devo ammettere che trovo molto più interessante il discorso del priore, anche quando, com’è ovvio, si avvicina alle questioni centrali della sua fede e del modo certosino di viverla. Un modo che non rifugge nemmeno da quella dimensione paradossale che pure mi stancava nelle parole del cardinale: «Tutto è paradossale nella relazione con Dio», dice dom de Lassus, per il quale il «silenzio di Dio» coincide con i trent’anni in cui la parola di Gesù non ha superato i confini di un villaggio di qualche centinaio di abitanti. «Possiamo parlare di un Dio silenzioso?» chiede ancora. «Preferirei parlare di un Dio nascosto. Sono due sfumature di una stessa realtà, che ha in sé lo stesso contrasto: è la maniera di parlare di Dio che è silenziosa.» La prospettiva va ribaltata, e il silenzio di Dio va collegato più alla nostra poca voglia di ascoltarlo che alla sua mancanza di espressione; il suo cosiddetto silenzio non potrebbe forse essere, invece, il segno di una infinita delicatezza nei nostri confronti? «Siamo fragili come il vetro», ricorda il priore, e Dio deve moderare la sua potenza per non travolgerci.

Che io accetti o meno tali sottili distinzioni non ha importanza, quello che m’importa qui è la possibilità di cogliere i tratti di un’esperienza che non è sufficiente registrare alla voce «ineffabile». È necessario esprimerla, tale esperienza? Per me lo è, in nome di quella «esteriorità» che spesso è oggetto della condanna degli scrittori di religione, ma che è anche il sostegno della vita di relazione, della sussitenza e della conoscenza. Dunque la formulazione per cui opta dom de Lassus, tornando sul tema del silenzio e citando Isacco il Siro, mi colpisce: «All’inizio, bisogna fare uno sforzo per tacere», dice il priore, «ma se noi vi siamo fedeli, poco a poco, dal nostro silenzio nasce qualcosa che ci attira a un silenzio maggiore. Questo “qualcosa”, di cui non saprei definire i contorni, sappiamo che è “Qualcuno” che ci attira sempre più nel suo mistero».

Mi pare che questa breve frase riesca a condensare un aspetto vertiginoso di quell’esperienza: il silenzio permette la percezione di un qualcosa dai contorni indefiniti, che però sappiamo essere qualcuno, la cui dimensione primaria è quella del mistero.

Lo scambio tra Robert Sarah e dom Dysmas de Lassus è ricco di molti altri spunti, ma io mi fermo qui: quanto mi piacerebbe chiedere al priore cosa c’è, da dove viene, come si manifesta quel «sappiamo», ma non posso farlo, ed è lui stesso a ricordarmi che «nella fede, l’incomprensione è essenziale e non è una frustrazione, questo permette di sognare».

(2-fine)

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  1. «Non ignoro il fatto che questo linguaggio sia assolutamente incomprensibile e scioccante per coloro che non hanno la fede. L’uomo materialista vuole fare della vita una grande festa, un tempo per approfittare di tutti i piaceri, un godimento compulsivo. Poi, il più tardi possibile, la morte viene a fermare questa corsa e conduce al vuoto. Non c’è più niente. Questi uomini si comportano come animali, senza anima né speranza», p. 217.
  2. Robert Sarah con Nicolas Diat, La forza del silenzio. Contro la dittatura del rumore, prefazione di Benedetto XVI, traduzione di A. Cappelli, Cantagalli 2017.

 

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Inutili rifiuti e dighe («La forza del silenzio» di Robert Sarah, pt. 1/2)

Ho letto con una certa «fatica» le meditazioni del cardinale Robert Sarah sul silenzio, meditazioni raccolte e travestite da risposte alle domande del giornalista e scrittore Nicolas Diat nel volume La forza del silenzio, apparso in Francia l’anno scorso e quest’anno in traduzione italiana1. Un po’ me lo aspettavo, considerando il profilo dell’attuale Prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, i suoi ferventi sostenitori e le polemiche di cui è stato di recente al centro, fuori e dentro la Chiesa, per via delle sue prese di posizione apertamente «tradizionaliste»; d’altra parte l’argomento squisitamente monastico imponeva la lettura del libro, nato appunto dall’amicizia del cardinale con un monaco dell’abbazia francese di Lagrasse e da un successivo ritiro presso la Grande Chartreuse. In tale occasione, peraltro, ha preso corpo l’ultimo, lungo capitolo del volume, che riporta il dialogo intrattenuto dal cardinal Sarah con il priore della Grande Chartreuse, e Ministro generale dei Certosini, dom Dysmas de Lassus.

La fatica, se così la vogliamo chiamare, è ascrivibile a due motivi. Da un lato l’insistenza del tono censorio e del lessico apocalittico usati da Robert Sarah per definire la situazione attuale, dominata dalle «ideologie post umane»: non mi è impossibile comprendere il punto di vista del cardinale, mi è assai difficile invece digerire un torrente in piena di formule come «oscenità mondane», «macchine infernali che spingono al funzionalismo», «democrazia di cianfrusaglie», «onirismo senza consistenza», «bisogno bulimico di icone adulterate», «prigioni luminose», «agitazione diabolica ed estenuante», «distruzione delle coscienze» e come «questo mondo che non smette mai di gesticolare, cercando di assordarci e di stordirci per meglio abbandonarci come relitti sventrati dalle barriere coralline, volgari e inutili rifiuti, gettati sulla riva» (p. 54) – tutto male, senza eccezione.

In secondo luogo mi è altrettanto difficile accogliere il «metodo del paradosso» (la definizione, non molto efficace, è mia) utilizzato, anche in questo caso, a oltranza. Un esempio perfetto di tale metodo espositivo è questa frase: «Il silenzio non è un’assenza. Al contrario, è la manifestazione di una presenza, più intensa di qualsiasi altra presenza» (p. 34), o anche il titolo del secondo capitolo Dio non parla, ma la sua voce è nitida2. La riflessione sul silenzio, quello di Dio e quello respinto o accolto dagli esseri umani, si rivela un terreno particolarmente fertile per il proliferare di ossimori, di ribaltamenti e, appunto, di paradossi: che si tratti di un tentativo per esprimere un’esperienza, o una ipotetica realtà, che va oltre l’esprimibile, lo capisco3; da laico, tuttavia, chiamato talvolta direttamente in causa dal cardinale4, dichiaro la mia difficoltà e la mia preferenza, in genere, per ciò che è esprimibile.

Se il silenzio è dunque lo strumento di comunicazione privilegiato nel rapporto tra Dio e l’uomo, ecco allora che nella visione del cardinale i contemplativi assumono un ruolo centrale nel panorama della cristianità contemporanea, della stessa Chiesa. «Nella Chiesa», afferma con decisione Robert Sarah, «pur stimando l’opera dei missionari e il merito del loro sacrificio, sono i monaci e le monache che rappresentano la forza spirituale più grande. I contemplativi sono la più grande forza missionaria ed evangelizzatrice, l’organo più prezioso e più importante per trasmettere la vita e mantenere in tutto il corpo l’energia essenziale.» I monaci, secondo il cardinale, raccolgono l’offesa del «mondo postmoderno» e si offrono in sacrificio «per i loro fratelli». Ci offrono un’immagine potente, che dobbiamo imparare a fare nostra, quella del chiostro, vera cittadella interiore dove «vivere un rapporto intimo con Dio», unico luogo nel quale «possiamo cercare Dio», e le loro case, i monasteri, «sono le dighe che proteggono l’umanità dalle minacce che incombono su di essa».

A questo punto risulta ancor più interessante ascoltare cos’ha da dire a riguardo un monaco, e va riconosciuto al cardinale il fatto di essere andato personalmente a raccoglierne la testimonianza.

(1-segue)

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  1. Robert Sarah con Nicolas Diat, La forza del silenzio. Contro la dittatura del rumore, prefazione di Benedetto XVI, traduzione di A. Cappelli, Cantagalli 2017.
  2. Ci sarebbe molto da dire sull’uso pervasivo e dimostrativo di quella semplice particella avversativa, «ma», un uso che non posso seguire («Il silenzio di Dio è incomprensibile e inaccessibile. Ma l’uomo che prega sa che Dio lo ascolta allo stesso modo in cui ha compreso le ultime parole di Cristo sulla Croce. L’umanità parla e Dio risponde con il suo silenzio», il corsivo è mio).
  3. «Mai il mondo ha parlato altrettanto di Dio, della teologia, della preghiera e persino della mistica. Ma il nostro linguaggio umano riduce a un livello molto povero tutto quello che cerca di dire su Dio. Le parole sciupano tutto ciò che le supera», p. 148.
  4. «Sono convinto che il problema dell’ateismo contemporaneo risieda innanzitutto in una cattiva comprensione del silenzio di Dio di fronte alle catastrofi e alle sofferenze dell’uomo. Se l’uomo non vede nel silenzio divino altro che una forma di abbandono, di indifferenza o d’impotenza di Dio, potrà difficilmente entrare nel suo mistero indicibile e inaccessibile», p. 109.

 

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Settecento e una monaca (Reperti, 42-43: Palazzeschi, Leopardi)

42. Mi piacciono molto i ritmi con i quali Aldo Palazzeschi introduce una comunità di monache in una delle sue poesie più note, Il convento delle Nazarene (già presente nei Poemi del 1909). Comunità invero assai nutrita, visto che sono «Nazarene settecento / tutte chiuse in un convento / senza luci e senza grate / per le suore rinserrate»1. Una quartina regolare di ottonari, tipica della romanza ottocentesca; ma già alla seconda strofa, scrive Sergio Antonielli, «si ha una specie di colpo di scena. Ancora una quartina, ma non più di ottonari: tre settenari con un senario interposto. Ancora rime, ma in rapporto mutato. Addio romanza. In aggiunta, un’interrogazione beffarda, uno scatto non più in ordine crepuscolare: “Ma ve le figurate / tutte quelle monache / con quell’enormi tonache / là dentro rinserrate?”». E se qui, all’inizio, ci troviamo di fronte a immagini del tutto ideali, funzionali al tono «tra il tenero e il beffardo» e al gioco dei metri e delle rime, alla fine lasciamo il convento con un’immagine di quotidianità semplice e pura concretezza, sottolineata da una metrica ormai sciolta: «E in un canto del vasto cortile / una giovane, parte un pomo a spicchi, / in terra ha posato un bacile / pieno zeppo di radicchi»2.

43. Forse mi piace anche di più aver appreso che tra i «disegni letterari» di Giacomo Leopardi vi sia una cartella che traccia la «storia di una povera Monaca nativa di Osimo che disperata essendosi monacata per forza, si uccise gettandosi da una finestra del suo monastero di S. Stefano in Recanati». Il testo fa parte degli Abbozzi e appunti per opere da comporre, compresi nelle «carte napoletane», e risale al 18193. Non è difficile, e forse nemmeno improprio, scorgere nella figura di questa religiosa infelice una proiezione del poeta stesso. La situazione della monaca, probabilmente una clarissa, si aggrava quando una sua compagna e confidente ottiene la licenza per svestire l’abito e tornare nel mondo, a differenza di lei che, avanzata la medesima richiesta, viene respinta dai parenti, che «non la rivollero in casa», costringendola a rimanere nel monastero. «Si dovrà dipingere», si appunta qui Leopardi, «i gradi che l’animo umano percorre per determinarsi al suicidio quando non vede più nella vita altro che un male, e dispera di poter mai migliorar sorte, come anche il contrasto colla religione, massime in una monaca». La discesa nell’abisso è senza ritorno, e l’infelice viene a poco a poco data per pazza e controllata sempre a vista. C’è da rammaricarsi che Leopardi non abbia scritto il romanzo, del quale però ci ha lasciato prudentemente il finale: «Finalmente offertasi una volta alla sua custode, di andarle a prendere in un’altra stanza un paio di forbici, e lasciata andare col dirle che non facesse qualche pazzia, si precipitò da una finestra».

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  1. Secondo le statistiche ufficiali (anno 2011) le suore Nazarene sono invece 124, distribuite in cinque case italiane e tredici in Madagascar, dove sono anche più numerose le novizie.
  2. Aldo Palazzeschi, Il convento delle Nazarene, in Poesie, a cura di S. Antonielli, Mondadori 1971 (un gloriosissimo Oscar, uscito «con la collaborazione dell’autore, che ha presumibilmente rivisto o per lo meno approvato la scelta»), pp. 65-66.
  3. Si può leggere in Tutte le opere di Giacomo Leopardi, a cura di F. Flora, Le poesie e le prose, vol. I, Mondadori 19452, p. 691.

 

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Un grande tormento (Dice il monaco, XLV)

Dice Teresa d’Avila, santa, dottoressa della Chiesa e monaca carmelitana scalza, nel 1577:

Così, poiché non ci capiamo, soffriamo terribili tribolazioni, ritenendo che sia grave peccato ciò che non è cattivo, ma buono. Ecco da dove procedono le afflizioni di molte persone che praticano l’orazione e il lamentarsi delle sofferenze interiori, per lo meno di gran parte di quelle che non sono istruite; da qui le malinconie, la perdita della salute e perfino l’abbandono totale di ogni pratica, perché non si pensa che c’è in noi un mondo interiore; allo stesso modo, come non possiamo trattenere il movimento del cielo, che continua nella sua corsa vertiginosa, così non possiamo frenare il nostro pensiero. […]

Così pure non è bene turbarsi quanto ai pensieri. Non bisogna badarci, perché, se li ispira il demonio, con questa disposizione verso Dio avranno termine; e se provengono, come spesso avviene, dalla miserevole condizione lasciata in noi, con molti altri guai, dal peccato di Adamo, cerchiamo di aver pazienza e sopportiamoli per amor di Dio.

Siamo anche soggette a mangiare e a dormire, senza poterlo evitare, il che è un grande tormento.

Teresa d’Avila, Il castello interiore, «Quarte mansioni», I, 9, 11, in Opere complete, a cura di L. Borriello e G. della Croce, traduzione di L. Falcone, Paoline 1998, pp. 904, 906.

 

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