«Piante d’appartamento» (i «Capitoli» di Mauro-Giuseppe Lepori, pt. 2)

(la prima parte è qui)

Secondo Mauro-Giuseppe Lepori, abate generale dei Cisterciensi, tutte le «tradizioni veramente autentiche» del monachesimo possono prosperare ed essere trasmesse, possono parlare all’oggi, soltanto se mantengono il loro legame originario con la vita e la missione di salvezza di Gesù. L’obbedienza, ad esempio, che non è tanto un «valore» o una «virtù» in sé, bensì un riflesso, l’eco di quella di Gesù, venuto a fare la volontà «di colui che mi ha mandato»; o anche la stabilità, che è anzitutto permanenza presso Gesù in nome di tutti, ed echeggia lo stare di Maria presso la Croce, idealmente e fisicamente; o ancora la fraternità, la «vita in comune», in cui si incorpora il rapporto d’amore delle tre Persone che si allarga ben al di là della singola comunità1. «Questo valore profondo e vivo delle nostre tradizioni e osservanze», sottolinea d. Lepori, «vale per tutto, per ogni aspetto della nostra vita e della nostra vocazione. Questo vale per la povertà, vale per la vita fraterna, vale per la preghiera, vale per il silenzio, vale per il lavoro e per il modo in cui siamo invitati a vivere nel monastero ogni aspetto della nostra umanità.» Mi pare un punto fondamentale per evitare di svuotare di contenuto, o attribuirgliene altro, proprio quei tratti che sono alla base dell’attuale «fascino» della vita monastica.

È facile, tuttavia, e forse comprensibile, che siano quei tratti a essere selezionati e appropriati, quando l’abate stesso riconosce come ciò che spinge anzitutto verso i monasteri sia il grande bisogno di consolazione dell’«uomo contemporaneo». È l’instablità di giovani e meno giovani, il loro essere «fluttuanti e sballottati sulla superficie delle acque»2, che «rende la proposta di san Benedetto ancora più attuale, ancora più urgente, ancora più necessaria per consolare davvero l’uomo di oggi».

«Oggi», si domanda l’abate generale al centro della sua riflessione, «dobbiamo chiederci se abbiamo e se formiamo “anziani” che sappiano accompagnare le persone dissipate e dissipatrici che il mondo attuale produce in massa e che sono spesso gettate verso di noi dai flutti della società liquida, come naufraghi su una spiaggia sconosciuta. Siamo questi “anziani”, ci formiamo attraverso tutta la nostra tradizione monastica a questa maturità umana, stabile, pacifica, benevola, che può davvero trasmettere una vera consolazione all’uomo di oggi?»

Pur riconoscendomi dissipato, non credo che ciò che mi spinge verso i monaci e le monache sia il bisogno di consolazione (un terreno complicato, sul quale s’intrecciano aspetti, diciamo così, esistenzialistici e sociali), bensì l’aver intravisto un’alternativa e la nostalgia di tale alternativa: le precisazioni da fare qui sarebbero molte, alcune le ho fatte nel corso di questi appunti, altre le farò, ma, semplificando con un’immagine, è un po’ come camminare speditamente per strada, vedere oltre una recinzione qualcosa di inatteso, rallentare, lanciando un’altra occhiata, e infine fermarsi a osservare con sempre maggiore attenzione, dicendo tra sé: Ah, guarda, fanno così, bello, non immaginavo… Eh, sì, sarebbe l’ideale… Credo nondimeno di capire quello che vuol dire l’abate e penso che l’equilibrio tra ricerca di consolazione (di silenzio, di pace, di mistero) e comprensione di ciò che avviene realmente tra le mura di un monastero sia difficile e fragile: l’una rischia per così dire di infrangersi sull’altra: un «fatto» tipicamente umano come la consolazione contro un’aspirazione sovrumana come l’«inerenza totale a Cristo».

È d’altra parte lo stesso abate Lepori a ribadire, con una frase semplice e definitiva, che senza questo nesso tra monachesimo e adesione integrale a Gesù la fedeltà alla vocazione, il suo senso medesimo, sbiadisce: «Si è lì, si resiste, ma come quelle piante di appartamento che sono forse belle da vedere, ma che non hanno alcuna funzione o fecondità».

(2-fine)

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  1. «Senza la coscienza di queste dimensioni del nostro “vivere insieme”, la comunità si riduce a un rifugio intimistico, sempre più “borghese”, che non sarà mai abbastanza confortevole, nel quale ci garantiamo comunque degli spazi individualistici. […] Gesù ha legato la nostra responsabilità verso il mondo intero alla nostra responsabilità verso la nostra comunità. La dimensione della nostra responsabilità è il mondo intero, ma il campo in cui assumiamo questa responsabilità universale è il piccolo e quotidiano ambito della nostra comunità.»
  2. L’abate Lepori ha sviluppato questa immagine nel suo ultimo libro, Pecore pesanti e fratelli fluttuanti. La via di san Benedetto alla cura dell’altro, San Paolo 2018, sul quale ho preso qualche nota qui.

 

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Sempre loro, i Padri del deserto

Prendo sempre tutte le edizioni in cui mi imbatto (diciamo compatibilmente con le lingue che conosco e nei limiti di spesa): vecchi volgarizzamenti e nuove traduzioni, raccolte filologiche, scelte tematiche e per così dire d’autore1 o piccoli libretti da portarsi dietro – non importa, tutte, sempre; fino a quando i Padri del deserto non saranno diventati dei parenti lontani, una banda di vecchi amici un po’ strani, una schiera di venerati maestri, vestigia di una specie aliena capitata sulla terra, una manica di vecchi pazzi seminudi e irsuti che sorprendono, divertono, scandalizzano e insegnano. Così, mentre fai quello che puoi, ogni tanto senti la loro voce spezzata dai digiuni e intravedi i loro occhi lucidi di veglie disumane.

Così, ti capita di sentire l’abate Longino che dice: «Il mio terzo progetto è di fuggire lo sguardo degli uomini», e l’abate Lucio rispondergli: «Se non cerchi prima di correggerti in mezzo a loro, non è abitando solo che potrai correggerti». Oppure un anziano che dice: «Se ti si parla di qualcosa, non discutere. Se è bene, di’: “Va bene”. Se è male, di’: “A te giudicare!”. Ma non intervenire in nessuna discussione».

E spesso ti capita anche di vederli, mentre passano le loro giornate a intrecciare foglie di palma e si mettono alla prova, come in questa storiella, così bella e perfetta che merita di essere riportata per intero (con una sola minima variante di traduzione).

Due anziani vissero insieme molti anni e non litigarono mai. Uno disse all’altro: «E se una volta litigassimo, come fanno tutti?». Il fratello rispose: «Non so come si fa». L’altro disse: «Ecco, metto una pietra fra noi e dico: “È mia”, e tu mi devi dire: “No, è mia!”. È così che comincia una lite». Posero dunque un sasso tra loro. Uno disse: «È mio». E l’altro: «No, è mio». Il primo rispose: «Sì, è tuo; prendilo dunque e vai tranquillo». Così si separarono senza essere riusciti a litigare.

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  1. Detti e fatti dei Padri del deserto, a cura di C. Campo e P. Draghi, Rusconi 1975. Le citazioni si trovano rispettivamente alle pp. 105, 156 e 160.

 

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«Una cassaforte sempre più arrugginita» (i «Capitoli» di Mauro-Giuseppe Lepori, pt. 1)

È molto bello che sia stato reso disponibile a tutti gli interessati il testo dei «Capitoli» pronunciati da Mauro-Giuseppe Lepori nell’ambito del «Corso di formazione monastica»1 tenutosi lo scorso settembre 2019 presso il Collegio Internazionale San Bernardo di Roma2. È molto interessante, infatti, poter leggere direttamente i documenti della riflessione che i monaci di oggi conducono su se stessi, la propria condizione, il proprio futuro, e, d’altra parte, difficilmente, per non dire mai, un testo dell’abate generale dei Cisterciensi scivola sulla superficie dell’argomento o ricicla il già detto: quello che di lui ho letto mi è sempre sembrato molto personale e frutto di una speciale urgenza.

I problemi e le difficoltà della scelta di vita monastica trovano spazio in queste «conferenze», sono ricordati con precisione e discrezione, soprattutto grazie all’attività dell’abate generale di visitatore informale delle comunità sparse nel mondo («Quando vedo che, molto spesso, nelle comunità o nei singoli monaci e monache che visito…», «Qualche anno fa, visitando una comunità…», «Noto spesso che le comunità…», ecc.), ma i testi, com’è naturale che sia data l’occasione per la quale sono stati pensati, danno il massimo risalto alle prospettive future, cioè a cosa possono e devono trasmettere oggi le comunità monastiche ai giovani e alle persone in genere che le scelgono o semplicemente le avvicinano. Trasmissione, prima parola chiave isolata da d. Lepori, di qualcosa che si è ricevuto da qualcuno a qualcun altro: «Abbiamo l’impressione che stiamo finendo», si chiede, un po’ dolorosamente l’abate, «che la nostra missione è giunta alla fine, che si stia esaurendo, che nessuno la raccoglierà. Ma siamo preoccupati di trasmetterla? Abbiamo un’idea esatta della trasmissione? Detto in modo ancor più radicale: abbiamo semplicemente un’idea della trasmissione?»

In estrema sintesi ciò che le comunità devono sapere, o imparare a, ricevere e ridare è la «trasmissione del Cristo vivente, inviato dal Padre a salvare il mondo», formula che l’abate Lepori provvede a colmare di contenuti – così che anch’io, pur da lontano, posso provare a comprendere. In discussione qui, in primo luogo, non è un complesso di esperienze, di osservanze, un’insieme di tradizioni, un patrimonio di edifici3, bensì – credo si possa dire – una forma di umiltà e di apertura: «Viviamo nel monastero al servizio della trasmissione di Gesù Cristo?» si chiede ancora d. Lepori. «Viviamo la nostra fedeltà monastica al servizio della trasmissione di Gesù? [Dovremmo rifletterci] quando consideriamo il nostro modo di vivere la vita monastica, la nostra tradizione monastica, per vedere se, sì o no, rimaniamo in una trasmissione umile e aperta di un dono, o se ci riduciamo a essere solo guardie giurate di antichità rinchiuse nella cassaforte della nostra osservanza, una cassaforte, peraltro, sempre più arrugginita.»

È curioso, tra l’altro, osservare come l’insieme dei beni (antichità) che sarebbero custoditi in quella cassaforte – la pace, il silenzio, l’ordine quotidiano, il «minimalismo» degli ambienti, l’assenza di distrazioni, e mettiamoci anche il canto suggestivo, la bellezza di certi chiostri e, più sottilmente, l’escamotage dell’obbedienza – sia proprio ciò che attira le cosiddette folle verso i monasteri: spesso leggo interventi che osservano come ciò vada comunque letto come il sintomo di «un bisogno diffuso di spiritualità e di senso», e poi leggo l’abate che invita confratelli e consorelle a non dimenticare il «nocciolo del problema».

«Questo fondamento della nostra vocazione sulla missione salvifica di Cristo ci aiuta a cogliere il valore profondo e vivo delle nostre tradizioni», ribadisce con chiarezza l’abate, «delle nostre tradizioni veramente autentiche, non di quelle che, in definitiva, sono solo ornamenti esteriori.» E non è questo forse un invito rivolto anche ai laici che si avvicinano alle comunità, ai fedeli che partecipano alla liturgia, ai miscredenti come me che vanno a visitare i monasteri? Meno cd di gregoriano e più Gesù Cristo?

(1-segue)

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  1. Dom Mauro-Giuseppe Lepori, Capitoli sulla Regola, Corso di formazione monastica, 26 agosto – 20 settembre 2019: lo si può trovare qui; oppure qui, insieme ad altre testimonianze sul corso.
  2. «Alla scuola della spiritualità cistercense, voi siete spronati a orientare alla contemplazione di Dio l’intera vostra esistenza, secondo il consiglio di san Benedetto: “Non anteporre nulla all’amore di Cristo”. L’esperienza monastica vi stimola, altresì, a praticare la Lectio divina, a celebrare insieme la Liturgia delle Ore, soprattutto l’Eucaristia ogni giorno, e a prolungare nell’adorazione eucaristica la vostra intimità con il Signore. L’assillo dello studio non vi distolga da questa immersione quotidiana in Dio. Solo da Lui, infatti, potrete attingere la forza indispensabile per l’apostolato che vi sarà affidato dai vostri superiori quando tornerete nelle vostre rispettive nazioni e diocesi», Giovanni Paolo II, Discorso alla comunità del Collegio Internazionale San Bernardo in Urbe, Roma, 3 maggio 2001.
  3. «I più anziani sono spesso ansiosi e inquieti per la trasmissione delle osservanze, delle tradizioni, degli edifici. Vogliono che tutto ciò “sopravviva”. È come se volessero trasmettere la vita monastica senza trasmettere Cristo, che è l’unico significato della vita monastica cristiana.»

 

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I caratteri precedenti (Dice il monaco, LXV)

(Senza voler concedere alcunché alla «questione» delle coincidenze, mi ha fatto comunque sorridere che ieri, 2 gennaio, giorno in cui si festeggia san Basilio, in uno scaffale basso e un po’ polveroso di una non molto illuminata libreria dell’usato io abbia trovato una vecchia edizione delle Paoline dell’Epistolario del grande padre cappadoce, curata da Adriana Regaldo Raccone, per la nota collana cartonata in verde di «Patristica», numerata in 923 pagine e finita di stampare il 6-6-1968. E visto che il 2 gennaio si festeggia anche san Gregorio di Nazianzo, suo amico fraterno, vediamo cosa…)

Dice Basilio di Cesarea, con la sua non inconsueta dolce durezza ultramondana, in una lettera indirizzata proprio a Gregorio di Nazianzo circa 1650 anni fa, nel 373:

Ogni giorno che viene reca con sé la sua particolare melanconia per l’anima, e ogni notte, ereditando le preoccupazioni del giorno, delude l’animo con le medesime visioni. Da questi affanni c’è una sola via di uscita: l’isolamento assoluto da questo mondo. Questa separazione non consiste nell’esserne fuori fisicamente, ma nello staccare l’animo dai legami con il corpo e nel sentirsi slegato dalla patria, dalla casa, dalla proprietà, dagli amici, dai possedimenti, dalla vita, dagli affari, dalle relazioni con gli altri, dalla conoscenza degli insegnamenti umani, e nell’essere pronti a ricevere in cuore le impronte derivanti dall’insegnamento divino. Questa preparazione del cuore si ottiene spogliandolo dalle lezioni e dagli insegnamenti che per cattiva e radicata abitudine lo posseggono. Non è possibile infatti scrivere sulla cera se prima non si sono cancellati i caratteri precedenti; e neppure imprimere nell’animo gli insegnamenti divini se prima non si sono cancellate le basi acquisite dalla consuetudine.

 

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Occhio alle lattughe

Leggendo il terzo frammento superstite, mutilissimo, del De Cruce di Bonvesin de la Riva1 ci si imbatte in una storiella semplice e nondimeno curiosa, che assegna a un alimento in genere non temuto un insospettabile potere di tentazione.

La storia, come informa la curatrice del testo, Silvia Isella, è tratta di peso dai Dialoghi di Gregorio Magno2 e narra di un provvidenziale esorcismo compiuto da Equizio, fondatore e abate di monasteri nell’Italia centrale del VI secolo. L’episodio, e il suo protagonista, ho appreso, è sempre stato oggetto dell’interesse degli studiosi e ha attirato anche l’attenzione di Erich Auerbach, «come esempio di “realismo” medievale e di stile popolare».

Stile popolare che si direbbe esaltato dal volgare di Bonvesin. Un certo giorno, infatti, in uno dei monasteri che Equizio «havea in soa cura», «andando una dre moneghe | per l’orto a la verdura, / Et eco ella have vezudho | entr’orto una lagiuva». Il desiderio di addentare la lattuga è forte, e non sarebbe così grave, se la monaca non dimenticasse di benedirla adeguatamente con il segno della croce («no fé lo segno dra crox»).

Al primo morso scatta il dramma: il diavolo se la prende all’istante, e la povera serva di Dio «se buta in terra | com femena inganadha, / E dal malegno spirito | crudelmente fi turbadha». Si manda a chiamare Equizio, che accorre e si mette subito a pregare per la sventurata. Al che il diavolo, subdolo, parlando con la voce della sua vittima, fa come per discolparsi…

La conclusione della storia la leggiamo solo in Gregorio Magno, poiché il testo di Bonvesin qui si ferma, e ne ricaviamo un avvertimento: attenzione anche ai più innocui cespi d’insalata, non si sa mai chi vi possa essere appostato. Sbraita infatti il diavolo a Equizio che lo scaccia: «Che cosa ho fatto? Che cosa ho fatto? Me ne stavo seduto sopra la lattuga, costei è venuta e mi ha morso»3.

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  1. Bonvesin de la Riva, De Cruce, testo frammentario inedito a cura di S. Isella Brusamolino, All’Insegna del Pesce d’Oro 1979.
  2. Gregorio Magno, Dialoghi I, 4, 7, in Storie di santi e di diavoli, introduzione e commento di S. Pricoco, testo critico e traduzione a cura di M. Simonetti, vol. I, Fondazione Lorenzo Valla, Mondadori, 2005, p. 34-37.
  3. «Ego quid feci? Ego quid feci? Sedebam mihi super lactucam. Venit illa et momordit me.»

 

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«Nei cortili dei chiostri silenziosi» (Reperti 53: Corrado Govoni)

Palermo, Convento di Santa Caterina (foto Potts)

53. È inutile negarlo: se osservo la composizione del mio «interesse», uno degli ingredienti, non l’ultimo, è l’immagine malinconica dei monasteri, in particolare – va detto – di quelli femminili, tipica di un certo gusto che con la vera natura di questi istituti oggi nulla ha a che fare. Ne potrei anche rintracciare la genealogia letteraria – perché di letteratura si tratta –, dalle rovine preromantiche agli interni crepuscolari, ma ciò non cambierebbe l’attrazione che provo per le immagini che associano i conventi a generiche atmosfere di tristezza e, più precisamente, alla manifestazione dolce e dolente del passare del tempo.

«Dolce e dolente» è, ahimè, la chiave terminologica di questo sentimento, che ha trovato di recente uno sfogo inatteso in Armonia in grigio et in silenzio, di Corrado Govoni. È una raccolta di poesie del 1903 che inaugura una certa sensibilità, che sarà poi messa a punto e diffusa dai crepuscolari, traendo dichiaratamente motivi e toni da alcuni simbolisti francesi e in particolare dal poeta belga di silenzi e beghinaggi Georges Rodenbach. «Sono loro, le beghine, si direbbe», scrive infatti Laura Barile, curando una ristampa anastatica del volume1, «le capostipiti delle centinaia di suore, sorelle e candidi conventi finiti nella poesia di Govoni, Moretti, Palazzeschi di quegli anni»2.

Delle quattro parti di cui si compone il libro, una soprattutto, la terza, dà voce alla massima potenza al suddetto sentimento, a cominciare dal titolo, Rosario di conventi: trentadue poesie, prevalentemente in quartine rimate (e che rime!), che rigurgitano di silenzi, fiori secchi, piccole teche, nostalgie, morti, lente liturgie e iscrizioni quasi cancellate, incensi, rimpianti, dorature scolorite, acque stagnanti, erbe spente e passi malfermi, campane distanti: «un vivissimo caleidoscopio, … un ininterrotto elenco, … una continua esplosione di immagini collegate dal dèmone, non già del mezzogiorno, bensì dell’analogia» (Barile).

«Ho sempre amato le cose tristi», confessava Govoni in una famosa lettera a Lucini, e nella rassegna che allegava comparivano anche «tutte le cose tristi della religione»: la combinazione di «letteratura triste» e chiostri è per me quanto più irrealistica tanto più irresistibile, come in queste tre strofe di Le voci de le suore:

Dietro le grate, le nascoste suore

rispondono a le virtuali parole,

e le lor voci sembrano un sentore

di basilico e d’appassite viole.

 

O voci de le suore di clausura,

voci che sanno d’un poco di vecchio,

come ogni cosa de la clausura,

come una cosa dentro ad uno specchio!

 

Voci temprate ne le liturgie

de l’incenso, vocine inconsistenti

come quelle de le fotografie

di defunti o lontani e cari assenti!

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  1. Corrado Govoni, Armonia in grigio et in silenzio, postfazione di L. Barile, Scheiwiller 1989.
  2. E Montale aggiunge, nel 1965, in morte del poeta: «Doveva aver letto per tempo quei poeti francesi e belgi che furono i veri iniziatori della poesia che potremmo definire del marché aux puces».

 

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Citazioni, confessioni

Una cosa di sicuro mi ha insegnato la lettura degli scritti dei monaci: tutte le frasi che mi colpiscono di più sono lo specchio in cui più chiaramente si riflettono i miei «peccati». E, forse, non saprei indicare specchio più limpido dei detti dei Padri del deserto.

Così, quando sono arrivato a pagina 63 di questa ennesima edizione che mi sono portato a casa1, e che leggo come se fosse la prima volta che avvicino Antonio, Poemen, Macario e soci, ho consumato tutte le matite rosse e blu e gli evidenziatori che avevo a disposizione.

Si domandò ad abba Elia: «Con che cosa saremo salvati in questi tempi?». Egli rispose: «Ci salveremo per il fatto di non avere stima di noi stessi».

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  1. Detti e fatti dei Padri del deserto, a cura di Cristina Campo e Piero Draghi, Rusconi 1975.

 

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«E poi l’ambiente benedettino è sempre simpatico» (Montini, pt. 1)

Se c’è un personaggio di cui mi dispiace molto non poter provare a parlare qui, poiché non direttamente legato all’argomento di queste note, e perché con ogni probabilità troppo al di là della loro conveniente estensione, questi è Giovanni Battista Montini: se solo fosse stato «l’abate Montini» e non papa Paolo VI – mi dico –, a questo punto avrei già esagerato con le citazioni. La sua presenza nelle mie letture, d’altra parte, è sempre più frequente, e in questi giorni si sono accavallati così tanti testi, appartenenti a epoche diverse della sua vita, che non riesco a evitare almeno qualche appunto.

A cominciare dai due corposi volumi delle Lettere ai familiari 1919-19431: sono a metà e, oltre l’interesse per le notizie biografiche, mi pare di sentire ormai risuonare il tono della sua voce epistolare, che immagino non molto dissimile da quello della sua voce naturale2. Serio ma mai grave; intimo e affettuoso, e sempre sincero nel variare senza formalismi bensì con stile le innumerevoli forme di saluto, di augurio, di partecipazione; discreto e composto («Avrei, senza fretta, bisogno di un paio di mut. di lana», 1924), ma preciso nella confessione («Talvolta solo fra la gente mi sorprende una sconfinata noia di tutto, e se un pensiero riflesso di pace cristiana non sopravvenisse a ridarmi un qualche intimo gusto di sorridere e pazientare, la tempesta di questi venti mi porterebbe chissà in quale mare di pessimismo», 1924); pronto all’ironia («Questi altri giorni abbiamo un gran da fare per fare non so bene cosa, ma tutte cose – potete dubitarne? – molto importanti», 1924) ed esatto nell’introspezione («Ho fatto la Comunione rimpiangendo che non fosse la prima, e che l’età e le occupazioni tolgano ormai quella vergine impressionabilità da cui dipende oltre che la più bella poesia dei ricordi, la profonda e oscura ragione di tante nostre azioni», 1919); saldissimo ma non cieco nell’espressione della sua fede… È un attimo, come si vede, e le citazioni mi prendono la mano.

Perché è molto bello seguire giorno dopo giorno il distendersi del «discorso» umano del giovane sacerdote, sentire l’eco delle sue riflessioni nelle sue lettere, anche in quelle più brevi e informative, a testimonianza di un’unità individuale che, seppur non priva, e per fortuna, di dubbi, soprattutto su se stesso, trovo esemplare. Un’unità che nel crescere dell’età e nell’allargarsi della visione o, volendo usare altra espressione, delle responsabilità, non lascerà indietro nulla, ma tutto accumulerà e cercherà di comprendere, sì, in un abbraccio sempre più largo.

Di fronte a don B., come poi a papa Paolo VI, davanti a un’autenticità scottante, il desiderio di capire, e soprattutto di ascoltare, si fa intenso: «A chi non ha religione o a chi l’avversa – dice il papa nel messaggio pasquale del 1964 – Noi rivolgeremo preghiera di non condannarsi da sé al peso di dogmi irrazionali, alle contraddizioni del dubbio senza pace e dell’assurdo senza scampo, o alle maledizioni della disperazione e del nulla»3. Non proprio dal nulla, oso rispondergli idealmente, bensì da un qualcosa immanente e transitorio, dove paradossalmente si può tentare di declinare un passaggio della sua esortazione Gaudete in Domino in chiave del tutto terrena e perciò drammaticamente caduca, ma non per questo meno vera. La gioia del cristiano, infatti, deve rifarsi, per così dire, alla gioia stessa di Gesù, che si inscrive in tre concetti che descrivono il suo rapporto con il Padre: «È una Presenza che non lascia mai solo. È una conoscenza intima che lo colma: “Il Padre conosce me e io conosco il Padre”. È uno scambio incessante e totale: “Tutte le cose mie sono tue e tutte le cose tue sono mie”»4. Presenza ininterrotta, conoscenza profonda e scambio totale: non possono forse essere le coordinate più alte di un rapporto tra esseri umani? Il massimo cui possiamo ambire, per un certo periodo di tempo e per poi scomparire non disperati?

Mi sono spinto troppo in là. Quello che vole dire è che penso sia concesso percepire una «vibrazione benedettina» negli scritti di Paolo VI, anche al di là dei riferimenti diretti (di uno dei quali ho parlato qui), e inseguirla. E poi, forse, ci possiamo sempre rifare a un modo di dire che era, evidentemente, ancora in un uso ai suoi tempi: «L’Abbé Jean Montini a suivi un Cours pendant l’été 1924 à l’Alliance Française. Il a été reçu premier au Certificat d’Aptitude avec mention “très honorable”»: l’Abbé Montinì.

Biglietto da visita di G.B Montini a Varsavia, 1923 (Istituto Paolo VI, Brescia)

(1-continua)

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  1. Giovanni Battista Montini (Paolo VI), Lettere ai familiari 1919-1943, a cura di N. Vian, premessa di C. Manziana, Istituto Paolo VI – Edizioni Studium 1986.
  2. Essendo praticamente coinciso il suo pontificato con i miei primi quindici anni di vita (si parva licet), posso annoverare il suono della sua voce naturale tra i miei non moltissimi ricordi più vecchi di carattere sociale non mediati da supporti successivi.
  3. Messaggio Urbi et Orbi di Sua Santità Paolo VI, Pasqua di Risurrezione, 29 marzo 1964, che continua così: «Forse non pochi di voi hanno della religione concetti imprecisi e ripugnanti; forse pensano della fede ciò che precisamente non è: offesa al pensiero, catena al progresso, umiliazione dell’uomo, tristezza alla vita. Forse alcuni di voi sono più avidi e perciò inconsciamente più atti a cogliere il lampo della luce, perché, se non dormono nell’ignavia e nell’ignoranza, l’oscurità del loro ateismo dilata le loro pupille verso un affannoso sforzo di decifrare al buio il dove e il perché delle cose».
  4. Gaudete in domino, Esortazione apostolica di Sua Santità Paolo VI, 9 maggio 1975 (cap. III). Devo la segnalazione del passo e le riflessioni inerenti a Aldino Cazzago, La gioia in Paolo VI, Benedetto XVI e Francesco, in «Rivista di Vita Spirituale», a. 73, n. 1 (gennaio-marzo 2019), pp. 83-108.

 

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L’animo alienissimo dal matrimonio (Voci, 19)

La Vita della B. Ivetta Vedova (13 Gennaio)

L’Historia della Vita della B. Ivetta, specchio di penitenza e di santità, ci fu lasciata diligentemente scritta da Ugo Floresiense, Canonico Regolare dell’Ordine Premonstratense, ed è nella maniera che siegue. Nacque questa Beata Serva del Signore della Terra di Huy, appartenente al Vescovado e Principato di Liegi, da progenitori di chiaro sangue e dovitiosi molto. Appena hebbe ella toccato l’anno 13 dell’età sua, che fu da’ suoi trattato di dargli marito; e come che, oltre alla ricca dote, havesse ella un dovitioso capitale di tutte le qualità che ponno in una donzella nobile desiderarsi, fu da molti giovani nobili suoi concittadini ricercata in matrimonio. Et abbenché fosse ella lontanissima dal pensiere d’appigliarsi allo stato coniugale, nulladimeno, per non mancare al rispetto & all’ubbidienza dovuta a’ suoi genitori, chinò il capo e fu data per moglie ad un nobil giovane, suo pari e della sua patria medema.

Ma non andò gran tempo che, annoiata dallo stato da sé abbracciato, e vaga di esserne prosciolta, hebbe desiderio che ciò si effettuasse mediante la morte dello sposo. E quantunque per il buon fine, che ella haveva di rimaner libera per potersi dare intieramente al Divin servigio, non fosse ciò da essa creduto illecito, conosciuta poscia da sé la gravezza di questo peccato, pianselo lungamente e fenne rigorosissima penitenza, infino a che fu assicurata dal Cielo di haverne dalla pietà Divina ottenuto il perdono. […]

Restata in questo mentre priva del marito, e conseguentemente sciolta (cosa sommamente da lei bramata) dal tanto a lei grave e noioso peso del giogo matrimoniale, e ciò nel fiore dell’età sua, cioè nell’anno diciottesimo, e quinto dal suo matrimonio, parve a lei il tempo opportuno per darsi tutta alla vita spirituale. Ricusò perciò di passare alle seconde nozze, abbenché a questo da molti, che ammiravano & amavano le di lei rarissime doti, venisse a grande instanza sollecitata. Lasciolla il defunto suo Consorte madre di tre fanciulli maschi, uno de’ quali passò all’altra vita in tenera età; applicò il maggiore, già grandicelllo, allo studio delle lettere; ritenendo appresso di sé, come troppo tenero, e non per anco atto d’applicarsi alle lettere, il più giovane. Cercò il padre di Ivetta, il quale di mala voglia portava di vederla, giovane come ella era, nello stato vedovile, tutti i mezzi a sé possibili per indurla a passare un’altra volta a marito, impiegando perciò l’autorità di Radulfo Vescovo e Principe di Liegi […].

Fecela il Vescovo chiamare alla sua presenza, ove giunta che fu & vi hebbe veduta la folta moltitudine de’ tanti personaggi che gli facevan corteggio, con assieme le Guardie de Soldati che stavangli attorno, atterrissi ella non poco, e come grandemente modesta se gli coperse il volto di rossore. Pure venendo incoraggita dal Vescovo, che la tirò alquanto in disparte, ascoltò, standosene ella frattanto con la mente tutta fissa in Dio, il discorso che egli le fece e con cui studiossi di persuaderla perché si conformasse a’ voleri del Padre. Stava ella (come dicevamo) col cuore a Dio, e pregavalo di volerla liberare da quel periglioso assalto. Rispose a tutte le proposte del Vescovo con gran modestia e con non minor prudenza. Rappresentogli haver essa l’animo alienissimo dal matrimonio e per questo, e per poter più speditamente servire a Dio, essersi con voto ligata di osservare castità nello stato vedovile.

Adopraronsi molti degli astanti, persone letterate ed astute, di persuaderla a piegarsi, ma fu ogni lor’opra gettata al vento, rimanendosi a guisa di scoglio, immota a fronte di quell’onde che la sbattevano. Vedutasi dal Vescovo la sodezza d’Ivetta, non volle passar più oltre con la sua persuasiva; anzi, fattosi suo avvocato e difenditore, lodò il da lei fatto proponimento, e promisegli il suo patrocinio contro chi havesse intrapreso a molestarla. Ordinò inoltre al di lei Padre di fare lo stesso e, datagli la sua benedittione, la rimandò con Dio.

♦ Santorale del Sacro Ordine Cisterciense, raccolto dal M.R.P.D. Marc’Antonio Carretto, monaco della Congregatione Riformata di San Bernardo del medemo Ordine, tomo primo, che contiene i Mesi di Gennaro e di Febraro, in Torino 1705, nella Stampa di Gio. Battista Fontana, pp. 95-97.

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Schedine: Giorgio La Pira; Erik Varden

Giorgio La Pira, Lettere al Carmelo, a cura di D. Pieraccioni, prefazioni di B. Maggioni, Vita e Pensiero 19872. «Noi che siamo “fuori” pensiamo sempre con soavità infinita agli orti conclusi ove la grazia del Signore fiorisce soave e pura!» Così scrive Giorgio La Pira, nel gennaio del 1948, in una lettera a suor Teresina (Virginia Sardi) del Carmelo di Santa Maria degli Angeli di Firenze. Le «lettere alle claustrali» sono un sottogenere epistolare di lunga tradizione che cerco di frequentare ogni volta che se ne presenta l’occasione, anche se i carteggi pubblicati sono quasi sempre monchi delle lettere «in uscita» dai chiostri; e anche se non di rado capita di imbattersi in quel singolare fenomeno per il quale chi sta «fuori» ritiene di poter spiegare a chi sta «dentro» i motivi riposti della loro scelta: voi siete questo, voi rappresentate quest’altro, il senso della vostra esperienza è questo, ecc. Confesso di aver fatto un po’ di fatica a leggere queste Lettere al Carmelo, e non tanto per il tipo di rapporto, forse un po’ datato, quanto per il tono sempre troppo acceso dell’uomo politico. Mi è parso infatti che La Pira spesso lanci i suoi appelli, rivendichi la sua ideale appartenenza, ribadisca la sua adesione a colpi di punti esclamativi, come se sentisse di dover espiare il suo impegno nel mondo, la sua attività politica: «Talvolta – spesso! – anche l’anima nostra cerca i suoi “carmeli”: spesso ci portiamo con lo spirito in queste isole di purità, in questi orti sigillati, in queste mistiche case di purità e sostiamo ristorati e fortificati» Oppure: «Mi sentirò figlio di tutti i Carmeli, di tutte le Certose, di tutte le Trappe: e nel silenzio della preghiera mi sentirò unito alla soave salmodia comune!». Ho fatto fatica per il linguaggio usato, per i modi retorici, ma non ho mancato di riconoscere le tracce di un atteggiamento dal quale, pur in forme che non potrebbero esser più diverse, non sono del tutto esente. I sentimenti di La Pira sono, al di là delle forme, di indubitabile sincerità, e i miei?

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Erik Varden, La solitudine spezzata. Sulla memoria cristiana, Qiqajon-Comunità di Bose 2019. Il libro raccoglie sei meditazioni dell’ex abate dell’abbazia trappista di Mount Saint Bernard, nel Leicestershire, da poco nominato vescovo della diocesi di Trondheim. Il testo è strutturato «intorno a sei comandi biblici di ricordare» e ogni capitolo sviluppa una particolare sfumatura cristiana del concetto di memoria, e della sua pratica, a partire da una «situazione» o da un personaggio tratti dalla Scrittura: ad esempio il monito rivolto ad Adamo circa la polvere, o meglio la «terra», da cui proviene; o l’appello di Mosè a Israele affinché non dimentichi la schiavitù; o ancora l’avvertimento di Gesù di ricordarsi della moglie di Lot. Accanto a questi spunti, sviscerati in profondità, l’autore convoca una galleria di testimoni che per me ha rappresentato il motivo di maggior interesse del volume, da san Benedetto a Stig Dagerman, da Maria Egiziaca al padre Sergij di Tolstoj, da Maïti Girtanner (eroina della resistenza francese) a Motovilov… non si finisce mai d’imparare. Si può anche dire che non si finisca mai di ricordare, e la Bibbia può essere uno strumento fecondissimo per questo esercizio: «Il nostro ricordare non è mai confinato alla sola esperienza, limitata o ampia che sia. Noi scopriamo – se osiamo – che la memoria è più che un’acqua stagnante di ricordi privati. Ricordare, ricordare veramente, è levare i nostri ormeggi e salpare verso il mare aperto, con tutto ciò che comporta come pericolo ed euforia».

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