
Nella stilizzatissima e romanzata vita che Girolamo dedica a Ilarione1, asceta di Gaza «fiorito» – «come una rosa dalle spine» – intorno alla metà del IV secolo, un’attenzione tutta particolare è riservata agli aspetti, appunto, ascetici. Subito dopo i dati per così dire anagrafici, e prima del racconto dei prodigi, veniamo infatti a sapere che «mangiava solamente quindici fichi secchi dopo il tramonto del sole», si tagliava i capelli una volta all’anno (a Pasqua), indossava il medesimo abito finché non si disfaceva, abitava in una celletta «più bassa della sua statura e poco più lunga di quanto consentiva il suo corpo», e così via. Girolamo teme di annoiare, sicché, visto che «sarebbe troppo lungo descrivere il processo della sua ascesi, momento per momento, in successione cronologica, la riassumerò in breve». E così ci illustra, nel capitolo 5, la «Dieta Ilarione».
Dunque. A partire dal ventunesimo anno ci si fa un tre anni a lenticchie (un quarto di litro, poi ammollate, al giorno), successivamente altri tre a pane e acqua, poi ancora tre anni «mangiando erbe di campo e radici crude di certi virgulti». Dai 30 ai 35 il menu giornaliero, sempre esclusivamente serale, si articola in un etto scarso, molto scarso, di pane d’orzo e un po’ di verdura «poco cotta, senza olio [coctum modice olus absque oleo]».
Gli anni passano, «senza sentire mai altro sapore, né di frutta né di legumi né di alcuna altra cosa». A 64, cominciando a intravedersi la fine, proprio quando «tutti gli altri vivono, di solito, con maggiore agiatezza», si toglie il pane e ci si limita a una «zuppa di farina e di verdura tritata, che pesavano, per cibo e bevanda, sì e no cinque once» (un po’ meno di 70 g). (Bellissima la «comminuto olere sorbitiuncula», cioè proprio una zuppettina di verdura tritata – una vellutata?). E così fino agli 80, cioè alla fine (i fichi secchi eran stati quindi una «debolezza» giovanile).
Va detto che questa dieta, si direbbe spesso ampiamente sotto le mille calorie pro die, qualche problema a Ilarione lo dava. Girolamo ci informa infatti che verso i 35 anni la vista cominciò ad annebbiarglisi e «tutto il suo corpo era bruciato dalle croste e si contraeva per effetto di una scabbia che lo disseccava come pietra pomice». E fu così che Ilarione «aggiunse dell’olio al vitto precedente». Non più di un filo, anche se con ogni probabilità extravergine…
- Girolamo, Vita di Ilarione, 5, in Vite dei santi IV. Vita di Martino. Vita di Ilarione. In memoria di Paola, introduzione di C. Mohrmann, testo critico e commento a cura di A.A.R. Bastiaensen e J.W. Smit, traduzioni di L. Canali e C. Moreschini, Fondazione Lorenzo Valla, Mondadori, 1975, p. 85. ↩︎



