Stanca polvere (Dice il monaco, LXXII)

Dice Paolino di Nola, monaco e vescovo, intorno al 396:

Benché noi e tutti i viventi abbiamo avuto in dono un’unica sostanza per il corpo, non siamo tuttavia revocati nel nulla appena liberi dalla morte, senza anima come saremo dopo il disfacimento della carne; ma, al suono della tromba finale, mentre la terra da ogni parte ricomporrà i nostri corpi dai semi dispersi, noi, ricostituiti novellamente nel corpo, nella mente e nell’anima, secondo l’antica compagine, andiamo dinanzi alla presenza del Signore Dio. Se dubiti che le ceneri possano essere raccolte per i nostri corpi e le anime possano ritornare nel loro vaso, ti sarà buon teste il profeta Ezechiele, al quale da tempo è stato rivelato il fenomeno della risurrezione per opera del Signore. Nella sua lettura contemplerai in piena misura come gli impercettibili frammenti di uomini antichi riescano a riprendere vita, e come le ossa disperse in lungo e in largo per l’estesa spianata acquistino un autonomo moto diretto alla propria compaginazione. Vedrai tornare le innervature degli intimi midolli e subito ornare di carne la cute rinnovellata e infine, in un batter di ciglia, ricomposte le membra alla perfezione, uomini nuovi risorgere dalla stanca polvere.

♦ Carme XXXI, Per la morte del fanciullo Celso, 301-20, in Cipriano di Cartagine, Paolino di Nola, Uranio, Poesia e teologia della morte, a cura di M. Ruggiero, Città Nuova 1984, pp. 65-66.

 

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Un uccello triste non canta (Teolepto di Filadelfia)

Il corpus principale delle opere di Teolepto, «singolare figura di monaco e di metropolita», nato a Nicea (nientemeno) nel 1250 e morto a Filadelfia (l’odierna Alaşehir, in Turchia) nel 1322, si compone di cinque lettere e ventitré «discorsi», e non so nemmeno io perché ho deciso di leggerlo1.

Probabilmente perché la maggior parte delle sue pagine, ispirate e a loro modo poetiche, rientrano nel genere delle catechesi e delle istruzioni ai monaci2, o più esattamente alle monache (tradizione, quella di un vescovo che scrive alle claustrali della propria diocesi, importante e che si ritrova viva anche nel XX secolo), e perché a esse è consegnata la memoria di un rapporto di paternità spirituale di grande intensità, quello di Teolepto medesimo nei confronti di Irene-Eulogia Cumnena Paleologhina (ah, i nomi…), figlia del Niceforo Cumno dignitario alla corte di Andronico II Paleologo, vedova a soli sedici anni, quindi monaca e infine badessa del monastero Philanthropos Soter di Bisanzio3.

Le innumerevoli raccomandazioni, i consigli, i suggerimenti, i richiami, le prescrizioni che Teolepto rivolge a Irene-Eulogia, e alle sue consorelle, vertono principalmente sul distacco dal mondo, sulla sopportazione e sull’inesausta battaglia contro le tentazioni, le cadute, i vizi tipici della condizione umana, che va condotta a forza di pentimento e preghiera, ma sono espressi sempre senza durezze eccessive e con la comprensione di chi sa di essere affetto da quegli stessi vizi (bello l’avvertimento che accompagna l’elogio della vita in comune: «Accetta la meschinità che potresti incontrare nel fratello come fosse tua»). E sono ricche, le raccomandazioni, di similitudini inattese e assai incisive. I ricordi imprimono le proprie tracce nei pensieri «come i piedi dell’uomo lasciano le impronte quando si cammina nella neve» (ci penserà poi il Cristo-sole a scioglierla e a cancellare quelle tracce); la lettura concentrata estrae il succo dalle parole «come il cibo masticato dai denti dà il piacere al gusto»; l’anima si concentra in un solo pensiero d’amore «come l’incenso preparato da molti tipi di sostanze fragranti emana un unico odore»; coloro che confidano solo nella propria conoscenza sono «come quelli che camminano di notte al chiaro di luna, che è insufficiente e debole»; chi prega tenga il pensiero di Dio al suo centro «proprio come il compasso sta ritto al centro e traccia il cerchio»; e ancora, se ti privi di tutto ma non dell’odio «sei come una nave che accetta il carico a terra, ma in mare lo getta per la tempesta», se ti ammazzi di lavoro ma pensi male del fratello «sei come uno stomaco che accetta i cibi ma che subito li rigetta a causa dell’umore apportatore di malattie che vi è all’interno», se non ti sottometti agli ordini di Dio «sei come la carne più dura e piena di nervi che non cede ai denti» e infine se reciti i salmi con la lingua, ma divaghi coi pensieri, sei «come un uomo che porta in giro gli attrezzi, ma non conosce il mestiere e non fa il lavoro» – un idraulico, con una borsa spettacolare, ma incapace di porre rimedio a una semplice perdita…

Dimentico, come molte altre volte, della base teologica, di fede, che sostiene ogni frase, seguo con piacere i discorsi di Teolepto, le sue belle immagini di cui ho dato solo un piccolissimo esempio (tralascio, per non dir d’altro, i sempre affascinanti elenchi: le tre solitudini della monaca – del pellicano, del gufo, dell’uccello solitario –, le sei battaglie del digiuno, la «decade nemica»), convincendomi una volta di più del patrimonio di conoscenza psicologica racchiuso nella letteratura monastica – a prescindere, per dirla con una battuta.

E che simpatia provo per Teolepto che, dopo aver riempito pagine e pagine delle sue raccomandazioni, si preoccupa che vengano ascoltate, prima di partire con un’altra salva; ma, se non ne sarà rassicurato, allora «il dolore mi sommergerà e imporrà il silenzio alle mie labbra. Perché, come dice la canzone, un uccello triste non canta».

La canzone?

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  1. Nella bella edizione curata di Antonio Rigo, con la collaborazione di Anna Stolfi, e pubblicata dalle Edizioni Qiqajon nel 2007.
  2. È interessante come, da subito, oltre alle regole per così dire autoprodotte, sia nata una solida corrente di istruzioni date a chi voleva esser monaco da chi monaco non era. Istruzioni prevalentemente accolte di buon grado, in linea certo con la pratica fondante della vita monastica, l’umiltà, e tuttavia frutto di una circostanza singolare, almeno a occhi moderni. Va detto che il «vescovo» Teolepto conosceva, per esperienza diretta, ciò di cui parlava.
  3. Uno dei codici che ha tramandato i testi di Teolepto reca sui margini alcune note della stessa Eulogia, e l’intestazione della Lettera I è in questo senso evidente: «Lettera di Teolepto di Filadelfia alla principessa Irene, fondatrice del venerabile monastero imperiale del Cristo Salvatore Philanthropos, che, dopo aver indossato l’abito divino e angelico, ha mutato il proprio nome in monaca Eulogia. Ella fu l’autentica figlia spirituale di Teolepto, da lui tonsurata con le proprie mani».

 

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Sporchi, sbagliati, complicati e nell’oscurità («Gesù Cristo, nostra vita», di Anna Maria Cànopi)

Ripassando a lettura ultimata le pagine di Gesù Cristo, nostra vita di Anna Maria Cànopi, il testo che le sue stesse «figlie» di San Giulio chiamano il suo «testamento»1, mi ha fatto sorridere uno degli innumerevoli commenti che tra la selva di punti interrogativi ho scritto sui margini, sia per la curiosa ostinazione con cui continuo a prendere queste note, attribuendovi quindi un certo significato, sia, più semplicemente, per il suo tenore: Questo pensiero non è condivisibile in alcun modo, ho scritto di fianco alla seguente affermazione della badessa: «Se custodiamo il silenzio la verità verrà alla luce, ma anche se ciò non accadesse, che importa?», come se ritenessi assolutamente necessario lasciare traccia del mio disagio.

Disagio che è uno dei motivi per i quali ho cercato di leggere estesamente le opere di m. Cànopi, insieme con la nozione che è stata una testimone non ignorabile del monachesimo contemporaneo e con una certa forma di attrazione-repulsione per quella che non esito a chiamare la sua antropologia negativa. Anche questo testo, peraltro, vive dell’ambiguità di essere formalmente rivolto alle sue monache, e quindi alle persone consacrate in generale, ma anche ai cristiani in senso più vasto, e sullo sfondo a tutti, anche a chi si ritiene «simile a una meteora dispersa nello spazio», a «chi non ha fede e quindi nemmeno speranza e amore». (No, quel quindi è ingiusto.)

Ecco ad esempio come, a proposito di uno dei cardini del pensiero di m. Cànopi, l’obbedienza, si legge che «nella nostra giornata niente deve essere lasciato all’iniziativa personale», dove «nostra» vale senza dubbio per «delle monache». Poi, però, si legge anche che dobbiamo contrastare la «nostra natura incline al rifiuto e alla disobbedienza, quella disobbedienza che ha causato tanti mali all’umanità», dove il «nostra» sembrerebbe ben più ampio, se non universale. E più avanti si legge ancora che «l’obbedienza del cristiano e tanto più del monaco ha senso e valore solo come scelta di aderire con amore senza limiti al Signore, a ogni sua volontà», e non posso trattenermi dall’osservare che se nel monastero tale volontà si rende evidente in ciò che dispone il superiore2, fuori del monastero l’unica indicazione per il cristiano è l’altissima probabilità che la volontà del Dio sia il contrario dei propri desideri3.

Già, perché «il nemico più temibile è dentro di noi… questo focolare oscuro rappresentato dall’orgoglio, dalla superbia e dall’ostinazione», che va sconfitto con quell’«obbedienza feriale» che è fatta di docilità, adesione, adeguamento, e di superamento del proprio modo di pensare, del proprio desiderio di «appartenersi». Dall’altro lato, rispetto a questa obbedienza, si accalcano una serie di tratti individuali che m. Cànopi spesso accomuna in maniera non condivisibile: è come un ribollire di elementi sfrenati che, combinati, sono la radice di ogni male. Eccoli lì: i desideri, appunto, le passioni, le nostalgie, i ricordi, i giudizi, e anche gli istinti, le inclinazioni, le simpatie, le antipatie: lì in mezzo (in mezzo «ai tanti aspetti ancora troppo umani») siamo in balia delle onde e facili prede del Tentatore, che «con il pretesto di renderci  liberi e indipendenti ci rende invece schiavi della sua perversa volontà che ci allontana da Dio».

E proprio da quel calderone sembra sgorgare quella che sopra ho chiamato l’antropologia negativa di m. Cànopi: «Noi abbiamo dentro delle ombre, delle macchie che rendono opaco lo sguardo del nostro cuore, ma proprio per questo dobbiamo metterci sotto lo sguardo del Signore per poter essere ripuliti, corretti, semplificati, illuminati». Bene, dunque, leggendo in negativo, siamo sporchi, sbagliati, complicati e nell’oscurità. E soprattutto: «Nessuna abilità diplomatica, nessuna teoria filosofica, nessuna scienza psicologica potrà mai guarire l’uomo dalle sue profonde e malsane inclinazioni e metterlo in armonioso accordo con tutti e con tutto». Incapace di risposta – figuriamoci –, confido nel lavoro del pensiero laico, per fronteggiare questa affermazione, e nella vita quotidiana con le sue infinite scelte immanenti e a breve scadenza, per annacquarla. Se così si può dire.

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  1. Anna Maria Cànopi, Gesù Cristo nostra vita, Nerbini 2019 («Orizzonti monastici»; 44).
  2. «L’obbedienza monastica comporta la convinzione che quanto il superiore stabilisce è ciò che Dio vuole in quel momento.»
  3. «Obbedire in ciò che è contrariante alla nostra natura fa morire l’uomo vecchio e fa crescere l’uomo nuovo che aderisce pienamente al Signore»; «Anche se in misura diversa dalle circostanze, l’obbedienza è per lo più crocifiggente.»

 

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Rodolfo incontra un diavolo, lo stesso, tre volte

All’inizio del Libro Quinto delle sue Storie Rodolfo il Glabro rievoca in alcune pagine assai brillanti tre circostanze in cui si è trovato a tu per tu con il medesimo diavolo, tre di molte a quanto dice lui stesso1. Curiosamente, ma fino a un certo punto, tutte e tre le volte il fatto si verifica in concomitanza col rintocco della campana che chiama lui e i suoi confratelli a mattutino.

La prima volta Rodolfo si trova nel monastero di Saint-Léger di Champeaux, proprio intorno all’anno 1000, è notte e un diavolo gli appare ai piedi del letto. «Tu non resterai qui oltre», gli dice più volte, tirando il pagliericcio e digrignando i denti. Rodolfo balza in piedi e corre in chiesa, dove si prostra davanti all’altare, cercando «con la massima attenzione di richiamare alla mente tutte le malefatte e le colpe gravi che volontariamente o per trascuratezza avevo commesso fin dalla fanciullezza». Niente di meno: una ricapitolazione generale fin dalla fanciullezza.

La seconda volta Rodolfo si trova a Digione, a Saint-Bénigne, presumibilmente una ventina di anni dopo, è l’alba e «un essere non diverso, anzi identico al primo» gli compare davanti, uscendo di corsa dalle latrine e gridando: «Dov’è il mio baccelliere? Dov’è il mio baccelliere?» A quanto pare stava cercando il monaco Teodorico, che infatti dal giorno successivo, «gettata la tonaca, per un certo tempo condusse vita mondana».

La terza volta, un’altra quindicina d’anni dopo, l’irrequieto Rodolfo è a Moutiers, è notte e ancora sta tergiversando a letto dopo che è suonata la campana del mattutino. Salendo affannosamente dalla scala che conduce alla chiesa, il diavolo si presenta nel dormitorio e proclama: «Eccomi! Eccomi! Io sto con quelli che rimangono qui». È lui, «quella voce mi svegliò: alzai il capo e riconobbi alla vista colui che avevo già incontrato due volte». Anche lì, tre giorni dopo, un altro dei monaci dormiglioni «ebbe il coraggio di lasciare il monastero e… di condurre per sei giorni una vita tumultuosa».

Irrequieto e consapevole dei propri peccati, e dei propri difetti («Mi ribellavo ai più anziani, infastidivo i coetanei, opprimevo i più giovani; insomma, a dirla franca, la mia presenza era un tormento, la mia assenza un sollievo per tutti»), Rodolfo tuttavia sa scrivere, e la descrizione del diavolo che l’ha perseguitato così a lungo è bellissima, soprattutto in latino: «Mi apparve ai piedi del letto una figura di omiciattolo dall’aspetto tenebroso. Per quanto mi fu possibile distinguere, era di

statura mediocris, collo gracili, facie macilenta, oculis nigerrimis, fronte rugosa et contracta, depressis naribus, os exporrectum, labellis tumentibus, mento substricto ac perangusto, barba caprina, aures irtas et preacutas, capillis stantibus et incompositis, dentibus caninis, occipitio acuto, pectore tumido, dorso gibato, clunibus agitantibus, vestibus sordidis,

era affannato e con tutto il corpo in agitazione». Un vero, classico, povero diavolo…  col mento sfuggente, i capelli spettinati, la gobba e le «natiche che si scuotevano».

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  1.  Rodolfo il Glabro, Cronache dell’Anno Mille (Storie), V, 1-5, a cura di G. Cavallo e G. Orlandi, Fondazione Lorenzo Valla, Mondadori, 20119, pp. 246-55.

 

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Vita, volontà e opinione (Dice il monaco, LXXI)

Dice Teolepto di Filadelfia, monaco, eremita, metropolita di Filadelfia (l’odierna Alaşehir, in Turchia), nel 1319:

Il cenobio è stato definito cenobio (vita in comune) per questo motivo: un gruppo eterogeneo di monaci è venuto in una sola e unica dimora per avere in comune abitazione, vita, volontà e opinione, e per non avere nulla di proprio nel cenobio, cosa che susciterebbe discordia nella comune armonia, nell’accordo secondo Dio e nella professione che ognuno di voi fece con la promessa dinanzi a Cristo di prestare obbedienza al superiore e a tutti i fratelli.

Se uno si separa intenzionalmente dall’armoniosa comunità dei fratelli, il nemico trova subito un punto d’appoggio e tramite lui si affretta a controllare tutti gli altri. Di conseguenza si creano fazioni, dissensi, discordie, divisioni, agitazioni e confusione. Colui che è favorevolmente disposto verso un tale, è ostile nei confronti degli altri. Un altro è d’accordo con chi vuole, ma contraddice e combatte gli altri. E così il cenobio non è più visto come un corpo e perde la sua testa. Il superiore, o piuttosto Cristo, di cui noi tutti siamo le membra ed egli stesso è il capo di tutte le cose, è infatti ignorato.

Questa è la grazia del cenobio, tale è l’aiuto della comunità: una sola cinta per le celle, la stessa cappella per gli inni sacri, la stessa tavola per il cibo. Tutte le cose in comune e per tutti le medesime, cosicché i beni esteriori come gli interiori sono proprietà comune. E soprattutto quelli interiori. In questo modo tutti hanno gli stessi pensieri, gli stessi desideri e sono concordi nelle medesime cose, perché l’opinione di tutti è il giudizio di ognuno e inoltre la volontà di uno è la disposizione di tutti.

♦ Teolepto di Filadelfia, Discorso IX: Istruzione che definisce la condotta appropriata per i monaci che vivono in cenobio, 2, 3, 5, in Lettere e discorsi, cura di A. Rigo con la collaborazione di A. Stolfi, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2007, pp. 163-65.

 

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Sainte-Marie de la Tourette

«Se volete che sia realizzata un’opera forte e bella che esprima l’ammirazione, vostra e dell’Ordine [domenicano], per l’arte contemporanea, e comunichi la fiducia che ne avete, rivolgetevi a Le Corbusier: non sarete delusi» Marie-Alain Couturier (1897-1954; «frate domenicano a Parigi, pittore e amico dei grandi pittori dell’epoca»)1.

 

 

 

«Sono venuto sul posto, col mio taccuino, come sempre. Ho disegnato la strada, gli orizzonti, ho segnato l’orientamento del sole, ho fiutato la topografia. E ho deciso la posizione, che non era ancora definita», Le Corbusier.

 

 

«Per noi [domenicani] la povertà degli edifici deve essere rigorosa, senza alcunché di lussuoso e nemmeno di superfluo, è necessario soltanto che i bisogni vitali siano rispettati: il silenzio, una temperatura adatta al lavoro intellettuale continuato, gli spostamenti interni ridotti al minimo…», Marie-Alain Couturier.

 

«Ho cercato di creare un luogo di meditazione, di ricerca e di preghiera per i frati predicatori. Le risonanze umane di questo “problema” hanno guidato il mio lavoro… Ho immaginato le forme, i punti di contatto e di circolazione necessari affinché la preghiera, la liturgia, la meditazione, lo studio potessero trovare agio in questo edificio», Le Corbusier.

 

La sala capitolare

«Vivere a La Tourette non è soltanto un’esperienza estetica, è l’esperienza più profonda di abitare un edificio che non vi lascia mai tranquilli nelle vostre certezze, una casa esigente che vi mette sempre davanti a voi stessi e smaschera i vostri tentativi di fuga. L’architetto ha concepito il suo lavoro come la realizzazione delle condizioni pratiche per tale esperienza interiore», Jean-Marie Gueullette, op, ex priore di La Tourette2.

 

«Questo convento di cemento grezzo è un’opera d’amore. Qui non si parla. Qui si vive l’interiorità, perché è nell’interiorità che transita l’essenziale», Le Corbusier

 

 

 

Il «conduit» d’accesso alla chiesa

«Voi vi rivolgete direttamente a Dio, io no. D’altra parte, mi chiedete di costruire un convento, cioè un alloggio per un centinaio di religiosi, cercando di offrire loro ciò di cui gli esseri umani hanno più bisogno: il silenzio e la pace. In tale silenzio loro studieranno, e io farò una biblioteca e delle aule; in tale silenzio loro pregheranno, e io farò una chiesa, e questa chiesa per me avrà un significato preciso…», Le Corbusier.

 

 

 

«Un luogo di preghiera e di pace, dove l’utile è bello e il superfluo escluso.»3

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  1. Le citazioni, salvo diversa indicazione, sono tratte da Le Couvent de la Tourette – Le Corbusier, testi di Amans Aussibal, op, e Xavier Pollart, op, Les Frères dominicain de la Tourette 2020.
  2. Da «Les Amis des Monastères», n. 155, luglio 2008.
  3. Purtroppo delle celle abbiamo potuto vedere solo una maquette. Foto Potts.

 

 

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Echi (Anna Maria Cànopi e Bernardo di Chiaravalle)

Sto leggendo quello che le sue stesse «figlie» di San Giulio chiamano il «testamento» di m. Anna Maria Cànopi, Gesù Cristo nostra vita1, sul quale dovrò tornare, e mi sono fermato su questa frase, che compare nelle prime pagine: «La vita monastica, prendendo alla lettera il vangelo, […] richiede infatti la separazione dal mondo per una vita di nascondimento non solo agli occhi degli altri, ma anche ai propri…». Non è del tutto impossibile assimilare, o quantomeno avvicinare il primo nascondimento di cui parla m. Cànopi, perseguito in un monastero (dove è raccolta pur sempre una comunità), a quello dell’indistinzione in cui tutti (o quasi) siamo immersi (fatto salvo un piccolo intorno), ma un altro discorso è il nascondimento al proprio stesso sguardo, impresa ardua anche per l’eremita di cui il mondo non conosca nemmeno l’esistenza. Come si può raggiungere una tale forma di oblio di sé? Qual è il senso psicologico, storico, e anche sociale, di una domanda del genere?

Quello che mi ha colpito maggiormente, tuttavia, è come dietro questo tratto, tipico del radicalismo di m. Cànopi, risuoni un’eco lontana del mio amato (sì) Bernardo di Chiaravalle.

Nel quarto sermone del Commento al Salmo 902, infatti, san Bernardo, illustrando il  versetto Ti metterà all’ombra sotto le sue spalle, e sotto le sue ali sarai pieno di speranza, spiega il perché della reclusione monastica: «Ecco perché noi ci appartiamo, anche fisicamente, nei chiostri e nelle selve», per proteggere il «tesoro» che i monaci hanno intravisto, per fuggire la considerazione del mondo e la vanagloria che ne deriva, per essere santi senza saperlo. Per questo «è necessario cercare il nascondimento, non solo agli occhi altrui ma ancor più ai propri».

Più di ottocentocinquant’anni separano queste parole praticamente uguali che ho sottolineato, questo strano appello a occultarsi a se stessi. Strano perché quasi inconcepibile, se non per due persone abitate dal medesimo assillo per il rischio di perdizione che corre un’individualità indomabile – la propria.

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  1. Anna Maria Cànopi, Gesù Cristo nostra vita, Nerbini 2019 («Orizzonti monastici»; 44).
  2. Bernardo di Chiaravalle, Commento al Salmo 90, introduzione, traduzione e note di p. Raimondo Sorgia, o.p., Edizioni Paoline 1977, pp. 71 e segg. Il riferimento è alla Volgata.

 

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I giudici, maschi, del mondo (Dice il monaco, LXX)

Dice Teresa d’Avila, santa, dottoressa della Chiesa e monaca carmelitana scalza, nel 1566:

Signore dell’anima mia, quando eravate su questa terra, non avete disprezzato le donne, anzi le avete sempre favorite con molta benevolenza ed avete trovato in esse tanto amore e più fede che negli uomini. Infatti, vi era fra loro la vostra santissima Madre, grazie ai cui meriti e per poter portare il suo abito meritiamo ciò che abbiamo demeritato per le nostre colpe… [Signore], nel mondo avete onorato le donne… Vi sembra impossibile che non facciamo qualcosa di valido per voi in pubblico, che non osiamo parlare di alcune verità che piangiamo in segreto e che una nostra così giusta richiesta non venga esaudita da voi? Io non lo credo, Signore, e mi affido alla vostra bontà e giustizia. Voi siete il giudice giusto e non fate come i giudici del mondo – i quali come figli di Adamo sono tutti maschi – che ritengono sospetta la virtù praticata dalla donna. O mio Re, dovrà venire il giorno in cui tutti si conoscono. Non parlo per me. Il mondo conosce già la mia miseria e mi sono rallegrata di ciò in pubblico. Vedo, però, profilarsi dei tempi in cui non esiste più motivo per disprezzare anime virtuose e forti per il fatto che sono donne.

♦ Teresa d’Avila, Cammino di perfezione (codice dell’Escorial), 4, 1, in Opere complete, a cura di L. Borriello e G. della Croce, traduzione di L. Falcone, Paoline 1998, pp. 497-98. «Tutto questo brano è stato cancellato dal censore.»

 

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La stanza degli specchi (Beatrice di Nazareth, pt. 2/2)

(la prima parte è qui)

«Alla maniera dell’onda del mare che non sopporta alcuna costrizione e fuoriesce con forte impeto dai propri confini»: è una delle molte immagini con le quali l’anonimo estensore della sua vita restituisce efficacemente la forza della mistica del sentimento (o mistica sponsale) di Beatrice di Nazareth (1200-1268)1.

Bambina precocissima nella devozione e nella volontà di penitenza, Beatrice mostra anche tali doti di intelligenza che la madre non ha dubbi sull’opportunità di farla studiare, circostanza non comunissima all’inizio del XIII secolo, seppure in ambiente borghese. Il padre, rimasto vedovo, conferma senza esitazione la decisione materna e affida la piccola di sette anni alle beghine di Zoutleeuw, nel Brabante fiammingo, dove l’ingeniosa filia – così viene ricordata nei documenti – comincia a studiare. Beatrice, poi, è oblata a dieci anni, a Bloemendael, quindi novizia a sedici, nel monastero di La Ramée, professa a venticinque a Maagdendael e infine corista a trentasei all’abbazia cisterciense di Nazareth, presso Lier, dove reggerà la carica di badessa per trent’anni, dal 1237 fino alla morte.

Le visioni che la consegneranno alla storia, e che ispireranno la sua opera sui Sette modi di amare Dio, testo capitale anche dal punto di vista linguistico («la prima opera in prosa della letteratura in medio nederlandese»), appartengono al periodo del noviziato; un periodo in cui Beatrice, oltre a vedere l’invisibile, a soffrire nel corpo i segni della grazia2, a disciplinarsi con rigore inaudito, con altrettando rigore mette in atto una serie di strategie per approfondire la conoscenza di se stessa: allo scopo di scovare le proprie manchevolezze, infatti, «iniziò a un certo punto a esaminare con gli occhi della circospezione gli angoli della sua volontà e del suo affetto, perché non si nascondesse in essi qualche ignoranza o negligenza che offendesse gli occhi della divina maestà e provocasse l’ira di quella contro di sé».

Risultato della sua ricerca sono anzitutto due peccati: la pigrizia e l’incostanza («la sua inseparabile compagna»). Per combatterli Beatrice «costituì nel suo cuore due piccole celle» dove sistemare una serie di «strumenti» utili a contrastarli. Ed è così che nella stanza riservata all’incostanza, quella inferiore, troviamo le «normali miserie della condizione umana, che, contate nel numero di sei, [Beatrice] dispose ciascuna in ordine per ricordarle con devozione nell’ufficio». 1. Il peccato, una dura condizione cui nessuno può sfuggire, «nemmeno un infante che sia sulla terrra da un solo giorno»; 2. Le passioni, i bisogni (fame, sete, freddo, nudità) e i dolori del corpo; 3. L’instabilità della nostra natura; 4. L’esilio in questo mondo di dolore e vanità; 5. La tenebra del mondo e l’oscuramento della verità; 6. La morte, che ci condurrà al giudizio divino (Beatrice la definisce comunque «odiosa e ineluttabile» anche se rappresenta l’unica via di uscita da quel mondo in cui saremmo, appunto, esiliati).

Nella mente della mistica cisterciense (nel suo cuore, direbbero altri) si sviluppa una complessa geografia di luoghi – stanze, chiostri, giardini – che riflette forse anche i suoi studi e nella quale ci si addentra (in particolare nel secondo libro della Vita) con interesse e con novecentesca simpatia per l’indefessa volontà di autoanalisi: «Occupata giorno e notte in queste riflessioni, quando si cimentava per raggiungere una più piena conoscenza di sé, e non ci riusciva al meglio, secondo il desiderio del suo cuore, escogitava sempre qualcosa di nuovo e, a suo parere, più adeguato, attraverso cui sperava di arrivare meglio alla conoscenza di sé, all’abbassamento e all’umiltà».

Tra tutti, lo stratagemma psicologico che forse mi ha colpito di più è quello, semplice e potente, dei cinque specchi, nei quali «si sforzava con una profonda meditazione di vedere il volto dell’uomo interiore»: «Il primo fu il cielo sopra di sé, il secondo la terra sotto di sé, il terzo il prossimo accanto a sé, il quarto il Signore Gesù davanti a sé con le braccia spalancate sulla croce3, il quinto, infine, il costante ricordo della morte dentro di sé».

Con una piccola variante, glielo rubo.

(2-fine)

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  1. Beatrice di Nazareth, I sette modi di amare Dio, seguito da Anonimo, Vita di Beatrice, a cura di F. Paris e E. Tealdi, Paoline 2016.
  2. Se si raggruppano i «sintomi» citati dal suo biografo, questo è l’elenco che ne risulta: palpitazioni, svenimenti, tremori, dolori al petto, oppressione, catalessi, febbri, paralisi, ma anche sangue dal naso e riso smodato…
  3. «Fissando su di lui [Gesù] il nostro sguardo per vederci come in uno specchio, che cosa possiamo dire di noi?», scrive Anna Maria Cànopi (in Gesù Cristo nostra vita, Nerbini 2019, p. 38).

 

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Un pianto nascosto (Dice il monaco, LXIX)

Dice Isacco di Ninive, nella seconda metà del VII secolo:

In questo tempo in cui siamo privati del mondo e dell’assiduità con esso, sii per noi, Signore nostro, un consolatore, e non allontanarci dal tuo amore. Il nostro cuore è colmo di afflizioni e noi siamo sempre nella tristezza: rendici degni, Signore nostro, della tua consolazione che è più tenace dell’afflizione. Noi siamo colmi di pianto ed esso è per noi sempre amaro: rallegra, mio Signore, la nostra tristezza e da’ refrigerio al nostro cuore in fiamme.

Ansietà e sofferenza ci circondano di notte e di giorno: da’ refrigerio, Signore nostro, segretamente, alla fiamma dei nostri cuori. In nessun luogo c’è per noi una speranza capace di consolare il nostro dolore: accosta il tuo dito, refrigerio di ogni cosa, al pianto nascosto che è nel nostro cuore.

♦ Isacco di Ninive, Discorso X, 25-27, in Discorsi ascetici. Terza collezione, a cura di S. Chialà, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2004, pp. 148-49.

 

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