Il solito problema delle posate (Dice il monaco, LXXIII)

Dice Gregorio di Nissa, monaco e teologo, intorno al 381:

Si potrebbe fare questo esempio; qualcuno ha preparato sulla tavola tutto il necessario per un banchetto, e ha disposto tutte le posate necessarie per prendere il cibo – quello che appunto viene preparato così da chi è maestro in quest’arte. Ci sono coltelli affilati con i quali i convitati possono prendersi la loro parte delle portate; oppure posate d’argento a punta da un’estremità che, avendo forma di cucchiaio dall’altra, servono per i passati di legumi. Ma succede che uno dei convitati al banchetto inverta gli oggetti usando ciascuno per l’uso al quale non è destinato, e così col coltello tagli se stesso o qualcuno dei commensali, oppure, con le posate a punta, trafigga l’occhio del vicino o il suo. Si dirà a quel punto che il tale ha adoperato malamente quanto era stato disposto dal padrone di casa, non si dirà certo che chi in precedenza aveva tutto predisposto aveva preparato anche la causa dell’incidente: è il cattivo uso degli oggetti preparati che ha portato a questo guaio chi ha usato sbadatamente di quello che aveva davanti. Così, dice il testo, anch’io ho capito che ogni cosa viene da Dio sempre per il meglio, purché se ne usi «al momento dovuto», per l’uso cui è destinata; ma la deviazione dal retto giudizio sulle realtà esistenti, porta il bene a divenire occasione di male.

♦ Gregorio di Nissa, Omelie su Qoelet, VIII, 8, introduzione e note di F. Vinel, traduzione di M.B. Artioli, Edizioni San Clemente – Edizioni Studio Domenicano 2011, pp. 443-45.

 

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Pergamene sottili e disgraziati caratteri

Devo al notevolissimo saggio di Charles Dumont sulla «sapienza cisterciense secondo san Bernardo», Sulla via della pace1, l’attenzione riportata su molti passi bernardini di grande bellezza e verità. La centralità dell’esperienza nella riflessione di san Bernardo, l’osservazione instancabile delle dinamiche psicologiche, che si traduce in una profusione di immagini, similitudini, metafore, tutte animate dal desiderio di farsi capire dal suo lettore, e sarebbe forse più corretto dire dal suo ascoltatore, poiché sempre è avvertibile la voce dell’abate che sta parlando ai suoi monaci, penso sia una delle ragioni principali della sua «attualità»: se, per un qualsiasi motivo, ci si dispone ad acoltarlo, è difficile non esserne coinvolti. Personalmente, poi, è il Bernardo che squaderna i moti meno nobili dell’animo, con tagliente severità e compassione fraterna, a incidere di più nella mia lettura. E se in ogni occasione, alla luce impietosa gettata sulla ferita, Bernardo fa seguire la somministrazione, se così si può dire, del rimedio, a chi non crede all’efficacia di tale rimedio, rimane il più delle volte il dolore dell’incisione, forse comunque consigliabile invece dell’inconsapevolezza.

L’«incisione» più profonda in questa circostanza l’ha prodotta, probabilmente, un passo sulla memoria del grande sermone Ad clericos de conversione2. Lungo la via della pace, quale la percorrono in particolare i monaci, Bernardo indica infatti come «terza incombenza», dopo l’illuminazione della ragione (sulla verità) e la purificazione della volontà (dalle passioni), la disinfestazione della memoria dal ricordo dei peccati commessi, non perseguendone la dimenticanza, bensì implorandone la remissione all’Unico la cui indulgenza senza limiti può, senza cancellarli, tuttavia spegnerli.

Questo è il rimedio che Bernardo offre, senza incertezze, alla ferita sempre aperta della memoria, la cui lenta, inesorabile infezione descrive con poche righe di straordinaria evidenza visiva, tremende e sublimi. Quand’anche ci si tenga a distanza dai concetti di peccato, colpa, contrizione e remissione, sono parole che mi pare parlino a tutti. Eccole, senza ulteriori commenti:

«Dopo che la volontà s’è cambiata e il corpo è stato assoggettato, come se la sorgente delle nequizie fosse stata in certo modo essiccata e turato il buco, rimane ancora una terza incombenza, quella di purificare la memoria e di svuotare la latrina. Come potrà sparire dalla mia memoria la vita mia? Una pergamena modesta e sottile ha forse assorbito l’inchiostro; con quale metodo potrà essere cancellato? Perché non s’è limitato a tingere la superficie, ma ha imbevuto di sé tutta la pergamena. Sarebbe inutile tentare di grattar via le lettere: si strapperebbe la carta prima di riuscir a cancellare i disgraziati caratteri. Forse l’oblio potrebbe cancellare la memoria, se per esempio la mia mente fosse offuscata e io non riuscissi più a ricordarmi le colpe commesse. Ma non verificandosi questa eventualità, quale rasoio potrebbe fare in modo che, pur rimanendo intatta la memoria, scompaiano le macchie che la sconciano?»3

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  1. Charles Dumont, Sulla via della pace. La sapienza cisterciense secondo san Bernardo, introduzione di B. Olivera, traduzione a cura delle monache trappiste di Vitorchiano, Jaca Book 2000 (ediz. orig. Au chemin de la paix. La sagesse cistercienne selon saint Bernard, 1998).
  2. San Bernardo, Ai chierici sulla conversione, a cura di E. Paratore e J. Jolivet, in Sentenze e altri testi («Opere di San Bernardo» II), Scriptorium Claravallense – Città Nuova 1990. Scrive Ferruccio Gastaldelli nella Premessa al volume: «[Questi testi ci presentano] un san Bernardo inedito, spoglio dei paludamenti della scrittura e delle grandi occasioni, colto invece nella spontaneità della sua predicazione quotidiana ai monaci. I quali ne trascrissero le parole all’ascolto, tramandandoci un Bernardo più vivo, se non più autentico, di quello che offrono le opere maggiori».
  3. Ai chierici sulla conversione, XV, 28 (p. 197).

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Gli zoccoli la sera no, mi raccomando (Voci, 23)

Capitolo XXII. Del modo, e tempo, che devono dormire le sorelle, e che tutte dormono in un Dormitorio l’una separata dall’altra

Acciocché il nostro dormire non sia immagine di morte, ma sia di riposo e fortificazione del corpo e dello spirito, discretamente ordiniamo tutte di unanime consenso che la Madre usi buona provvidenza circa il dormire delle Sorelle, dando tale ordine alla Sagrestana, che in ogni tempo dell’anno debba sonare la dormizione a tal’ora che tutte abbiano spazio di dormire sette ore fra il giorno e la notte. Onde la detta Sacrestana osservando sempre in ogni cosa l’ordine, il quale è la bellezza ed ornamento della santa Religione, dovrà avere l’orologio, e secondo che la notte manca, o cresce, così dovrà temperare la vigilia della notte con il riposo del giorno, sminuendo o crescendo la predetta vigilia secondo la varietà de’ tempi. Ed acciocché le Sorelle possino essere più ferventi alli Divini Officj, ed all’Orazione mentale, ed agli esercizj corporali, sarà lecito a tutte andare a riposare ne’ suoi letti dopo Mattutino. Nientedimeno vogliamo che sia in arbitrio dell’Abbadessa poter qualche volta proibire la dormizione dopo Mattutino secondo l’occorrente necessità.

Parimente per seguitare lo stile delle nostre Maggiori, e per conformarsi con le Religioni di Osservanza, non vogliamo che le Sorelle dormano su le piume, se non in caso di legittima necessità, come sarebbe per infermità, debolezza, ec., ma dormano sopra li sacconi di paglia, ed abbiano li capezzali di paglia, con il cuscino di piuma di sopra alli capezzali. Potranno ancora usare materassi, lenzuoli di lana, ed altre coperte, e piumazzi secondo il freddo della stagione, sempre però abbiano l’onestà, cioè l’abito indosso in contrassegno di religiosità.

Ogn’una dormi separata dall’altra Sorella nel suo letto, ed ancora nella sua cella. Le nostre coperte saranno schiavine, o fressate di poco prezzo e di poca apparenza. Tutte le Sorelle, come altresì la Madre, dormiranno in un medesimo Dormitorio, né mai dormiranno nude, ma sempre siano vestite, o di camiscia o di tonica; e se per infermità, debolezza, o vecchiaja la Madre non dormisse in Dormitorio, la Vicaria dovrà supplire le di lei veci in questo ed altri casi, quando la Madre non può fare il suo officio per le cose che ogn’ora e spesse volte occorrono.

La lampada stia sempre appesa la notte in mezzo del Dormitorio. Le finestre del Dormitorio, delle celle, dell’Infermeria, della Foresteria, della Chiesa, e generalmente tutte le finestre pericolose e sospette, sieno indispensabilmente serrate [ferrate]. Dette finestre dovranno essere tanto alte che le Sorelle non possono vedere né essere vedute da quelli di fuori del Monistero, se pure non si riponessero qualche cosa sotto de’ piedi, ovvero ascendessero in luogo eminente, la qual cosa nissuna ardisca di fare, altrimenti sia corretta col dovuto gastigo. Per tanto se qualche Sorella sarà scoperta e ritrovata stare a qualche finestra della Casa, o della Chiesa, per qualche leggerezza, o curiosità, o per esser veduta, o per vedere altri, sì fattamente dovrà esser corretta che serva d’esempio a tutte le altre.

In oltre non vogliamo che alcuna Sorella ardisca entrare nella cella dell’altra senza licenza della Madre, o della Vicaria in sua assenza; né in verun modo deve una Sorella dar licenza all’altra di entrare nella sua cella, eccettuata la Maestra delle Novizie, la quale può dar licenza alle sue Novizie di entrare nella sua camera, e così ella può entrare nelle celle delle sue Novizie per visitarle ed ammonirle quando le parerà, senza pigliare altra licenza speziale dalla Madre. Quando vi fosse necessità di dire qualche cosa alla Sorella che trovasi in cella, ciò deve farsi con poche parole e con voce sommessa, stando all’uscio fuori della cella. Siano ancora avvisate le Sorelle di non fare strepiti e disordinati movimenti in cella, o nel Dormitorio, per non conturbare la quiete corporale e spirituale delle altre.

Sonato che sarà il segno della dormizione, così di giorno come di notte, tutte le Sorelle, posposta ogni altra faccenda, vadano alle loro celle per riposare, sempre eccettuate quelle che fossero occupate nelle opere di carità, o avessero licenza dalla Madre di non dormire o di andar a dormire dopo le altre; la qual licenza deve darsi di raro, e massime alla sera, quando non fosse per estrema necessità. Quando pure alcuna restasse dietro alle altre per qualche spazio di tempo, non porti onninamente le zoccole in dormitorio. In ogni altro tempo però è lecito a tutte portare zoccole, anzi nissuna presuma di andare con li piedi nudi per terra, acciocché non le cagioni infermità.

Vogliamo di più, che nissuna Sorella ardisca dormire con un’altra: onde, come è stato detto di sopra, se una Sorella non deve entrare nella cella dell’altra senza licenza della Madre, molto maggiormente non deve una presumere di dormire con un’altra senza saputa della Madre. Quando poi le Sorelle faranno andate a dormire, la Madre, o la Vicaria, o pure un’altra a ciò destinata, dovrà chiavare le porte del Dormitorio, tenendo la chiave presso di sé fino all’ora del Mattutino.

Costituzioni per le Romite dell’Ordine di S. Ambrosio ad Nemus, Sub Regula Sancti Augustini. Escono la prima fiata in pubblico dedicate all’Em.mo Principe il Sig. Cardinal Arcivescovo di Milano Giuseppe Pozzobonelli dal Sig. D. Nicolla Sormani Dottore dell’Ambrosiana Biblioteca in nome del Monistero di S. Maria sul Monte, illustre monumento, e quasi ultimo segno della santa anacorési Ambrosiana; in Milano [1746] nella Stamperia di Pietro Francesco Malatesta.

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Possibilità (Schedine: Baral e Corsani; Standaert)

Sabina Baral e Alberto Corsani, Credenti in bilico. La fede di fronte alle fratture dell’esistenza, Claudiana 2020. Non di interesse direttamente monastico, ma molto interessante, poiché forse con una punta di pervicacia penso che oggi la domanda sia: «Com’è possibile credere?», e non più: «Com’è possibile non credere?». Gli autori, di confessione protestante, hanno interrogato nove figure di intellettuali assai diverse (psicanalisti, teologi, pedagogisti, artisti, scrittori, poeti, pastori…) sull’argomento espresso con precisione dal sottotitolo. Non sono stato scosso, se così si può dire, nelle mie convinzioni, perché posso ascoltare l’uomo («Non crediamo in un’idea o in un concetto astratto, ma in una persona che ha detto: “Io sono la via, la verità e la vita”. Un uomo, non una citazione dotta», Bruno Forte), ma non posso credere che quest’uomo sia risorto; perché penso che la promozione e lo sviluppo della fraternità non abbiano bisogno di fondamenti trascendenti; perché non penso che la famigerata «domanda sul senso» sia proficua, e così via. Nondimeno ho letto con grande interesse i dubbi espressi senza tanti giri di parole da questa schiera di, a vario titolo, credenti. In particolare quelli che si trovano nel sofferto intervento del pastore Gianni Genre, che esordisce con queste parole sorprendenti: «A livello personale, ho sempre avvertito l’incredulità [da distinguere dall’ateismo] come una continua minaccia, ma anche come un lusso che non mi potevo permettere… Avrei voluto – e a volte ancora vorrei – arrendermi alla suggestione che Dio non abbia alcuna voce in capitolo in ciò che succede attorno a me». Ed ecco la sua risposta alla domanda di cui sopra: «Ciò che io posso provare a definire fede mi salva dall’assurdo. L’assurdo, per me è pensare di potere credere. Pensare che la fede sia qualcosa che posso. Insomma, non c’è nessuna scelta, nessuna mia libera volontà, nessun lontano frammento di libero arbitrio».

Benoît Standaert, Diario dell’umiltà, traduzione di G. Romagnoli, Queriniana 2020Monaco benedettino dell’abbazia di Saint-André a Zevenkerken, nelle Fiandre, d. Standaert è diarista di lunga esperienza e ha deciso di pubblicare qui uno dei suoi diari, esteso dall’agosto del 2007 (quando aveva 62 anni) al 2017, dedicato appunto alla teoria e alla pratica dell’umiltà, «senza dubbio il regalo più prezioso e segreto della tradizione cristiana rispetto a tutte le altre tradizioni». Riflessioni, ricordi, racconti, citazioni e appunti, talvolta anche sin troppo stringati, di una continua ricerca, prima ancora che della virtù «centrale della nostra ricerca monastica», della sua possibilità; di un reiterato tentativo di acquisire quello «svuotamento», che rappresenta uno dei concetti più imprescrutabili della fede cristiana – imprescrutabili se riferiti a Dio, poiché di esperienza quotidiana si tratta se riferito agli esseri umani: «Vivere “alla maniera di Dio” significa vivere nascosto. Sempre di più. Senza retorica, senza enfasi. Basta la sola kenosi. Quella di Dio in Cristo e di Cristo in noi. E di noi in tutto». Ciò nonostante, pure in questo nascondimento abbassamento svuotamento, d. Standaert ravvisa la possibilità, anzi la certezza di un’assoluta unicità dell’individuo: «Noi tutti abbiamo solo una frase da dire. Dopodiché, possiamo andare. L’oblio ricoprirà molte cose, talvolta in modo stranamente rapido. Non affliggerti troppo! Ma sii fedele alla tua prima chiamata, alla tua prima presa di coscienza, alla tua melodia di fondo».

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Stanca polvere (Dice il monaco, LXXII)

Dice Paolino di Nola, monaco e vescovo, intorno al 396:

Benché noi e tutti i viventi abbiamo avuto in dono un’unica sostanza per il corpo, non siamo tuttavia revocati nel nulla appena liberi dalla morte, senza anima come saremo dopo il disfacimento della carne; ma, al suono della tromba finale, mentre la terra da ogni parte ricomporrà i nostri corpi dai semi dispersi, noi, ricostituiti novellamente nel corpo, nella mente e nell’anima, secondo l’antica compagine, andiamo dinanzi alla presenza del Signore Dio. Se dubiti che le ceneri possano essere raccolte per i nostri corpi e le anime possano ritornare nel loro vaso, ti sarà buon teste il profeta Ezechiele, al quale da tempo è stato rivelato il fenomeno della risurrezione per opera del Signore. Nella sua lettura contemplerai in piena misura come gli impercettibili frammenti di uomini antichi riescano a riprendere vita, e come le ossa disperse in lungo e in largo per l’estesa spianata acquistino un autonomo moto diretto alla propria compaginazione. Vedrai tornare le innervature degli intimi midolli e subito ornare di carne la cute rinnovellata e infine, in un batter di ciglia, ricomposte le membra alla perfezione, uomini nuovi risorgere dalla stanca polvere.

♦ Carme XXXI, Per la morte del fanciullo Celso, 301-20, in Cipriano di Cartagine, Paolino di Nola, Uranio, Poesia e teologia della morte, a cura di M. Ruggiero, Città Nuova 1984, pp. 65-66.

 

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Un uccello triste non canta (Teolepto di Filadelfia)

Il corpus principale delle opere di Teolepto, «singolare figura di monaco e di metropolita», nato a Nicea (nientemeno) nel 1250 e morto a Filadelfia (l’odierna Alaşehir, in Turchia) nel 1322, si compone di cinque lettere e ventitré «discorsi», e non so nemmeno io perché ho deciso di leggerlo1.

Probabilmente perché la maggior parte delle sue pagine, ispirate e a loro modo poetiche, rientrano nel genere delle catechesi e delle istruzioni ai monaci2, o più esattamente alle monache (tradizione, quella di un vescovo che scrive alle claustrali della propria diocesi, importante e che si ritrova viva anche nel XX secolo), e perché a esse è consegnata la memoria di un rapporto di paternità spirituale di grande intensità, quello di Teolepto medesimo nei confronti di Irene-Eulogia Cumnena Paleologhina (ah, i nomi…), figlia del Niceforo Cumno dignitario alla corte di Andronico II Paleologo, vedova a soli sedici anni, quindi monaca e infine badessa del monastero Philanthropos Soter di Bisanzio3.

Le innumerevoli raccomandazioni, i consigli, i suggerimenti, i richiami, le prescrizioni che Teolepto rivolge a Irene-Eulogia, e alle sue consorelle, vertono principalmente sul distacco dal mondo, sulla sopportazione e sull’inesausta battaglia contro le tentazioni, le cadute, i vizi tipici della condizione umana, che va condotta a forza di pentimento e preghiera, ma sono espressi sempre senza durezze eccessive e con la comprensione di chi sa di essere affetto da quegli stessi vizi (bello l’avvertimento che accompagna l’elogio della vita in comune: «Accetta la meschinità che potresti incontrare nel fratello come fosse tua»). E sono ricche, le raccomandazioni, di similitudini inattese e assai incisive. I ricordi imprimono le proprie tracce nei pensieri «come i piedi dell’uomo lasciano le impronte quando si cammina nella neve» (ci penserà poi il Cristo-sole a scioglierla e a cancellare quelle tracce); la lettura concentrata estrae il succo dalle parole «come il cibo masticato dai denti dà il piacere al gusto»; l’anima si concentra in un solo pensiero d’amore «come l’incenso preparato da molti tipi di sostanze fragranti emana un unico odore»; coloro che confidano solo nella propria conoscenza sono «come quelli che camminano di notte al chiaro di luna, che è insufficiente e debole»; chi prega tenga il pensiero di Dio al suo centro «proprio come il compasso sta ritto al centro e traccia il cerchio»; e ancora, se ti privi di tutto ma non dell’odio «sei come una nave che accetta il carico a terra, ma in mare lo getta per la tempesta», se ti ammazzi di lavoro ma pensi male del fratello «sei come uno stomaco che accetta i cibi ma che subito li rigetta a causa dell’umore apportatore di malattie che vi è all’interno», se non ti sottometti agli ordini di Dio «sei come la carne più dura e piena di nervi che non cede ai denti» e infine se reciti i salmi con la lingua, ma divaghi coi pensieri, sei «come un uomo che porta in giro gli attrezzi, ma non conosce il mestiere e non fa il lavoro» – un idraulico, con una borsa spettacolare, ma incapace di porre rimedio a una semplice perdita…

Dimentico, come molte altre volte, della base teologica, di fede, che sostiene ogni frase, seguo con piacere i discorsi di Teolepto, le sue belle immagini di cui ho dato solo un piccolissimo esempio (tralascio, per non dir d’altro, i sempre affascinanti elenchi: le tre solitudini della monaca – del pellicano, del gufo, dell’uccello solitario –, le sei battaglie del digiuno, la «decade nemica»), convincendomi una volta di più del patrimonio di conoscenza psicologica racchiuso nella letteratura monastica – a prescindere, per dirla con una battuta.

E che simpatia provo per Teolepto che, dopo aver riempito pagine e pagine delle sue raccomandazioni, si preoccupa che vengano ascoltate, prima di partire con un’altra salva; ma, se non ne sarà rassicurato, allora «il dolore mi sommergerà e imporrà il silenzio alle mie labbra. Perché, come dice la canzone, un uccello triste non canta».

La canzone?

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  1. Nella bella edizione curata di Antonio Rigo, con la collaborazione di Anna Stolfi, e pubblicata dalle Edizioni Qiqajon nel 2007.
  2. È interessante come, da subito, oltre alle regole per così dire autoprodotte, sia nata una solida corrente di istruzioni date a chi voleva esser monaco da chi monaco non era. Istruzioni prevalentemente accolte di buon grado, in linea certo con la pratica fondante della vita monastica, l’umiltà, e tuttavia frutto di una circostanza singolare, almeno a occhi moderni. Va detto che il «vescovo» Teolepto conosceva, per esperienza diretta, ciò di cui parlava.
  3. Uno dei codici che ha tramandato i testi di Teolepto reca sui margini alcune note della stessa Eulogia, e l’intestazione della Lettera I è in questo senso evidente: «Lettera di Teolepto di Filadelfia alla principessa Irene, fondatrice del venerabile monastero imperiale del Cristo Salvatore Philanthropos, che, dopo aver indossato l’abito divino e angelico, ha mutato il proprio nome in monaca Eulogia. Ella fu l’autentica figlia spirituale di Teolepto, da lui tonsurata con le proprie mani».

 

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Sporchi, sbagliati, complicati e nell’oscurità («Gesù Cristo, nostra vita», di Anna Maria Cànopi)

Ripassando a lettura ultimata le pagine di Gesù Cristo, nostra vita di Anna Maria Cànopi, il testo che le sue stesse «figlie» di San Giulio chiamano il suo «testamento»1, mi ha fatto sorridere uno degli innumerevoli commenti che tra la selva di punti interrogativi ho scritto sui margini, sia per la curiosa ostinazione con cui continuo a prendere queste note, attribuendovi quindi un certo significato, sia, più semplicemente, per il suo tenore: Questo pensiero non è condivisibile in alcun modo, ho scritto di fianco alla seguente affermazione della badessa: «Se custodiamo il silenzio la verità verrà alla luce, ma anche se ciò non accadesse, che importa?», come se ritenessi assolutamente necessario lasciare traccia del mio disagio.

Disagio che è uno dei motivi per i quali ho cercato di leggere estesamente le opere di m. Cànopi, insieme con la nozione che è stata una testimone non ignorabile del monachesimo contemporaneo e con una certa forma di attrazione-repulsione per quella che non esito a chiamare la sua antropologia negativa. Anche questo testo, peraltro, vive dell’ambiguità di essere formalmente rivolto alle sue monache, e quindi alle persone consacrate in generale, ma anche ai cristiani in senso più vasto, e sullo sfondo a tutti, anche a chi si ritiene «simile a una meteora dispersa nello spazio», a «chi non ha fede e quindi nemmeno speranza e amore». (No, quel quindi è ingiusto.)

Ecco ad esempio come, a proposito di uno dei cardini del pensiero di m. Cànopi, l’obbedienza, si legge che «nella nostra giornata niente deve essere lasciato all’iniziativa personale», dove «nostra» vale senza dubbio per «delle monache». Poi, però, si legge anche che dobbiamo contrastare la «nostra natura incline al rifiuto e alla disobbedienza, quella disobbedienza che ha causato tanti mali all’umanità», dove il «nostra» sembrerebbe ben più ampio, se non universale. E più avanti si legge ancora che «l’obbedienza del cristiano e tanto più del monaco ha senso e valore solo come scelta di aderire con amore senza limiti al Signore, a ogni sua volontà», e non posso trattenermi dall’osservare che se nel monastero tale volontà si rende evidente in ciò che dispone il superiore2, fuori del monastero l’unica indicazione per il cristiano è l’altissima probabilità che la volontà del Dio sia il contrario dei propri desideri3.

Già, perché «il nemico più temibile è dentro di noi… questo focolare oscuro rappresentato dall’orgoglio, dalla superbia e dall’ostinazione», che va sconfitto con quell’«obbedienza feriale» che è fatta di docilità, adesione, adeguamento, e di superamento del proprio modo di pensare, del proprio desiderio di «appartenersi». Dall’altro lato, rispetto a questa obbedienza, si accalcano una serie di tratti individuali che m. Cànopi spesso accomuna in maniera non condivisibile: è come un ribollire di elementi sfrenati che, combinati, sono la radice di ogni male. Eccoli lì: i desideri, appunto, le passioni, le nostalgie, i ricordi, i giudizi, e anche gli istinti, le inclinazioni, le simpatie, le antipatie: lì in mezzo (in mezzo «ai tanti aspetti ancora troppo umani») siamo in balia delle onde e facili prede del Tentatore, che «con il pretesto di renderci  liberi e indipendenti ci rende invece schiavi della sua perversa volontà che ci allontana da Dio».

E proprio da quel calderone sembra sgorgare quella che sopra ho chiamato l’antropologia negativa di m. Cànopi: «Noi abbiamo dentro delle ombre, delle macchie che rendono opaco lo sguardo del nostro cuore, ma proprio per questo dobbiamo metterci sotto lo sguardo del Signore per poter essere ripuliti, corretti, semplificati, illuminati». Bene, dunque, leggendo in negativo, siamo sporchi, sbagliati, complicati e nell’oscurità. E soprattutto: «Nessuna abilità diplomatica, nessuna teoria filosofica, nessuna scienza psicologica potrà mai guarire l’uomo dalle sue profonde e malsane inclinazioni e metterlo in armonioso accordo con tutti e con tutto». Incapace di risposta – figuriamoci –, confido nel lavoro del pensiero laico, per fronteggiare questa affermazione, e nella vita quotidiana con le sue infinite scelte immanenti e a breve scadenza, per annacquarla. Se così si può dire.

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  1. Anna Maria Cànopi, Gesù Cristo nostra vita, Nerbini 2019 («Orizzonti monastici»; 44).
  2. «L’obbedienza monastica comporta la convinzione che quanto il superiore stabilisce è ciò che Dio vuole in quel momento.»
  3. «Obbedire in ciò che è contrariante alla nostra natura fa morire l’uomo vecchio e fa crescere l’uomo nuovo che aderisce pienamente al Signore»; «Anche se in misura diversa dalle circostanze, l’obbedienza è per lo più crocifiggente.»

 

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Rodolfo incontra un diavolo, lo stesso, tre volte

All’inizio del Libro Quinto delle sue Storie Rodolfo il Glabro rievoca in alcune pagine assai brillanti tre circostanze in cui si è trovato a tu per tu con il medesimo diavolo, tre di molte a quanto dice lui stesso1. Curiosamente, ma fino a un certo punto, tutte e tre le volte il fatto si verifica in concomitanza col rintocco della campana che chiama lui e i suoi confratelli a mattutino.

La prima volta Rodolfo si trova nel monastero di Saint-Léger di Champeaux, proprio intorno all’anno 1000, è notte e un diavolo gli appare ai piedi del letto. «Tu non resterai qui oltre», gli dice più volte, tirando il pagliericcio e digrignando i denti. Rodolfo balza in piedi e corre in chiesa, dove si prostra davanti all’altare, cercando «con la massima attenzione di richiamare alla mente tutte le malefatte e le colpe gravi che volontariamente o per trascuratezza avevo commesso fin dalla fanciullezza». Niente di meno: una ricapitolazione generale fin dalla fanciullezza.

La seconda volta Rodolfo si trova a Digione, a Saint-Bénigne, presumibilmente una ventina di anni dopo, è l’alba e «un essere non diverso, anzi identico al primo» gli compare davanti, uscendo di corsa dalle latrine e gridando: «Dov’è il mio baccelliere? Dov’è il mio baccelliere?» A quanto pare stava cercando il monaco Teodorico, che infatti dal giorno successivo, «gettata la tonaca, per un certo tempo condusse vita mondana».

La terza volta, un’altra quindicina d’anni dopo, l’irrequieto Rodolfo è a Moutiers, è notte e ancora sta tergiversando a letto dopo che è suonata la campana del mattutino. Salendo affannosamente dalla scala che conduce alla chiesa, il diavolo si presenta nel dormitorio e proclama: «Eccomi! Eccomi! Io sto con quelli che rimangono qui». È lui, «quella voce mi svegliò: alzai il capo e riconobbi alla vista colui che avevo già incontrato due volte». Anche lì, tre giorni dopo, un altro dei monaci dormiglioni «ebbe il coraggio di lasciare il monastero e… di condurre per sei giorni una vita tumultuosa».

Irrequieto e consapevole dei propri peccati, e dei propri difetti («Mi ribellavo ai più anziani, infastidivo i coetanei, opprimevo i più giovani; insomma, a dirla franca, la mia presenza era un tormento, la mia assenza un sollievo per tutti»), Rodolfo tuttavia sa scrivere, e la descrizione del diavolo che l’ha perseguitato così a lungo è bellissima, soprattutto in latino: «Mi apparve ai piedi del letto una figura di omiciattolo dall’aspetto tenebroso. Per quanto mi fu possibile distinguere, era di

statura mediocris, collo gracili, facie macilenta, oculis nigerrimis, fronte rugosa et contracta, depressis naribus, os exporrectum, labellis tumentibus, mento substricto ac perangusto, barba caprina, aures irtas et preacutas, capillis stantibus et incompositis, dentibus caninis, occipitio acuto, pectore tumido, dorso gibato, clunibus agitantibus, vestibus sordidis,

era affannato e con tutto il corpo in agitazione». Un vero, classico, povero diavolo…  col mento sfuggente, i capelli spettinati, la gobba e le «natiche che si scuotevano».

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  1.  Rodolfo il Glabro, Cronache dell’Anno Mille (Storie), V, 1-5, a cura di G. Cavallo e G. Orlandi, Fondazione Lorenzo Valla, Mondadori, 20119, pp. 246-55.

 

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Vita, volontà e opinione (Dice il monaco, LXXI)

Dice Teolepto di Filadelfia, monaco, eremita, metropolita di Filadelfia (l’odierna Alaşehir, in Turchia), nel 1319:

Il cenobio è stato definito cenobio (vita in comune) per questo motivo: un gruppo eterogeneo di monaci è venuto in una sola e unica dimora per avere in comune abitazione, vita, volontà e opinione, e per non avere nulla di proprio nel cenobio, cosa che susciterebbe discordia nella comune armonia, nell’accordo secondo Dio e nella professione che ognuno di voi fece con la promessa dinanzi a Cristo di prestare obbedienza al superiore e a tutti i fratelli.

Se uno si separa intenzionalmente dall’armoniosa comunità dei fratelli, il nemico trova subito un punto d’appoggio e tramite lui si affretta a controllare tutti gli altri. Di conseguenza si creano fazioni, dissensi, discordie, divisioni, agitazioni e confusione. Colui che è favorevolmente disposto verso un tale, è ostile nei confronti degli altri. Un altro è d’accordo con chi vuole, ma contraddice e combatte gli altri. E così il cenobio non è più visto come un corpo e perde la sua testa. Il superiore, o piuttosto Cristo, di cui noi tutti siamo le membra ed egli stesso è il capo di tutte le cose, è infatti ignorato.

Questa è la grazia del cenobio, tale è l’aiuto della comunità: una sola cinta per le celle, la stessa cappella per gli inni sacri, la stessa tavola per il cibo. Tutte le cose in comune e per tutti le medesime, cosicché i beni esteriori come gli interiori sono proprietà comune. E soprattutto quelli interiori. In questo modo tutti hanno gli stessi pensieri, gli stessi desideri e sono concordi nelle medesime cose, perché l’opinione di tutti è il giudizio di ognuno e inoltre la volontà di uno è la disposizione di tutti.

♦ Teolepto di Filadelfia, Discorso IX: Istruzione che definisce la condotta appropriata per i monaci che vivono in cenobio, 2, 3, 5, in Lettere e discorsi, cura di A. Rigo con la collaborazione di A. Stolfi, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2007, pp. 163-65.

 

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Sainte-Marie de la Tourette

«Se volete che sia realizzata un’opera forte e bella che esprima l’ammirazione, vostra e dell’Ordine [domenicano], per l’arte contemporanea, e comunichi la fiducia che ne avete, rivolgetevi a Le Corbusier: non sarete delusi» Marie-Alain Couturier (1897-1954; «frate domenicano a Parigi, pittore e amico dei grandi pittori dell’epoca»)1.

 

 

 

«Sono venuto sul posto, col mio taccuino, come sempre. Ho disegnato la strada, gli orizzonti, ho segnato l’orientamento del sole, ho fiutato la topografia. E ho deciso la posizione, che non era ancora definita», Le Corbusier.

 

 

«Per noi [domenicani] la povertà degli edifici deve essere rigorosa, senza alcunché di lussuoso e nemmeno di superfluo, è necessario soltanto che i bisogni vitali siano rispettati: il silenzio, una temperatura adatta al lavoro intellettuale continuato, gli spostamenti interni ridotti al minimo…», Marie-Alain Couturier.

 

«Ho cercato di creare un luogo di meditazione, di ricerca e di preghiera per i frati predicatori. Le risonanze umane di questo “problema” hanno guidato il mio lavoro… Ho immaginato le forme, i punti di contatto e di circolazione necessari affinché la preghiera, la liturgia, la meditazione, lo studio potessero trovare agio in questo edificio», Le Corbusier.

 

La sala capitolare

«Vivere a La Tourette non è soltanto un’esperienza estetica, è l’esperienza più profonda di abitare un edificio che non vi lascia mai tranquilli nelle vostre certezze, una casa esigente che vi mette sempre davanti a voi stessi e smaschera i vostri tentativi di fuga. L’architetto ha concepito il suo lavoro come la realizzazione delle condizioni pratiche per tale esperienza interiore», Jean-Marie Gueullette, op, ex priore di La Tourette2.

 

«Questo convento di cemento grezzo è un’opera d’amore. Qui non si parla. Qui si vive l’interiorità, perché è nell’interiorità che transita l’essenziale», Le Corbusier

 

 

 

Il «conduit» d’accesso alla chiesa

«Voi vi rivolgete direttamente a Dio, io no. D’altra parte, mi chiedete di costruire un convento, cioè un alloggio per un centinaio di religiosi, cercando di offrire loro ciò di cui gli esseri umani hanno più bisogno: il silenzio e la pace. In tale silenzio loro studieranno, e io farò una biblioteca e delle aule; in tale silenzio loro pregheranno, e io farò una chiesa, e questa chiesa per me avrà un significato preciso…», Le Corbusier.

 

 

 

«Un luogo di preghiera e di pace, dove l’utile è bello e il superfluo escluso.»3

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  1. Le citazioni, salvo diversa indicazione, sono tratte da Le Couvent de la Tourette – Le Corbusier, testi di Amans Aussibal, op, e Xavier Pollart, op, Les Frères dominicain de la Tourette 2020.
  2. Da «Les Amis des Monastères», n. 155, luglio 2008.
  3. Purtroppo delle celle abbiamo potuto vedere solo una maquette. Foto Potts.

 

 

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