Assetati e dissetati (un sermone di Guerrico d’Igny)

Guerrico IgnySi prenda un sermone abbaziale del XII secolo, uno dei tanti, su un argomento particolarmente ostico per un «non credente», la discesa dello Spirito Santo, di un un autore non di primissimo piano, Guerrico d’Igny, che pure è stato inserito tra «i quattro evangelisti di Cîteaux, al fianco dei sommi Bernardo di Chiaravalle, Guglielmo di Saint-Thierry e Aelredo di Rievaulx. Si prenda e si legga, come se fosse pronunciato oggi1.

Va detto anzitutto che mi è impossibile cogliere la fittissima rete di citazioni bibliche (evangeliche, paoline, ma anche dai Salmi, dai Profeti e dai libri sapienziali) se non con l’aiuto delle note. Scorro in ogni caso le non nuove (anche per me) affermazioni sull’infinita misericordia di Dio e sulla profusione della Sua grazia, anche sui peccatori: grazia come luce che splende su tutti, senza distinzione di condizione o merito. «Né Dio ha tralasciato di dare testimonianza di sé nella coscienza degli uomini», precisa Guerrico; guai, quindi, a coloro che sono «ribelli alla luce» (apparentemente impossibile, no?), perché per loro la luce diventa il calore che secca il fango, lo indurisce e lo crepa.

«Ma cosa ci importa», prosegue Guerrico, «di coloro che sono al di fuori», il sermone è per chi accetta e riconosce lo Spirito. Eccomi quindi «al di fuori», e tuttavia oggetto di speranza da parte di chi è dentro, il quale comunque è bene che non stia tranquillo («Come infatti è crudele perdere ogni speranza nei loro confronti, così è temerario essere troppo sicuri di noi»). A nessuno infatti è lecito giudicare prima del Giudice, e chi è dentro non deve dimenticare che anche lui una volta era fuori: «Siamo dunque, noi per loro, un esempio di speranza per la penitenza, essi per noi di timore per la perseveranza».

Il timore è una disposizione cruciale, perché «mette ordine» e affranca dalla frivolezza e dalla falsa gioia. Chi è dentro può accedere alla vera gioia, come l’assetato all’acqua, e questa è l’unica condizione: «Voglia venire solo chi sa di avere sete». I (falsamente) dissetati dalle cose terrene, i sazi di mondo saranno respinti.

Il punto è delicato. La sazietà, da qualsiasi cosa sia provocata, è male, perché spinge a disprezzare il «dono del cielo» (cioè la luce): «Quale peste infatti è tanto perniciosa, quale morbo tanto letale da far così avvicinare l’uomo dimentico della sua salvezza, ridente e senza preoccupazioni, fino alle porte della morte?» Mah… chi è che si avvicina alla fine ridente e senza preoccupazioni? Assai pochi. E perché colpevolizzare il ridente e senza preoccupazioni, se non nuoce al prossimo? E ancora: le sazietà sono tutte uguali?

È san Paolo che parla per bocca di Guerrico, il quale tuttavia pare ora rivolgersi più direttamente ai suoi confratelli: perché non perseverate, avete dimenticato la promessa di Dio? Prima cantavano inni al Signore, «ora invece partecipano alle lodi divine e continuano a dormire o indugiano con la mente in pensieri oziosi e anche dannosi; siedono davanti a un libro e sbadigliano, ascoltano la parola di esortazione e perfino nell’ascoltarla si affaticano; passano di pascolo in pascolo e provano fastidio sia di questi sia di quelli, di continuo si trovano fra gli alimenti che danno vita e muoiono di fame».

Non si facciano ingannare dai demoni, è un attimo farsi trascinare dalla libidine, dall’ira, anche dalla semplice impazienza, che inebriano e non dissetano. E per carità non parlino contro i fratelli, è «commensale» dei demoni chi lo fa e anche colui che, «anche se non sparla, ascolta volentieri chi lo fa [o] che con la scurrilità del suo parlare finisce per ridurre al nulla coloro che ne ridono a crepapelle» (qui etiamsi non detrahit, detrahentem libenter audit; qui scurilitate stultiloquii cachinnantes dissolvit).

Ma no, conclude l’abate Guerrico, con un piccolo colpo di scena finale, non sto parlando di voi, «non voglia il cielo che io, facendo queste considerazioni, accusi voi che invece, essendo innocenti, mi date una grandissima gioia», no, lo dico soltanto per mettervi in guardia.

E noi, che intanto siamo rimasti fuori, qualche barzellettina possiamo dirla?

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  1. Guerrico d’Igny, Sermone I per la Pentecoste, in: Bianca Betto, Guerrico d’Igny e i suoi sermoni, Edizioni Scritti Monastici, Abbazia di Praglia, 1988, pp. 309-16.

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Piccolo decalogo della comunicazione, © 373 by san Basilio (Dice il monaco, XCI)

Dice Basilio di Cesarea, scrivendo all’amico Gregorio di Nazianzo nel 373:

Prima di tutto occorre badare a non ignorare il modo di usare la parola, ma a interrogare senza animosità [1], a rispondere senza ambizione [2], senza interrompere l’interlocutore [3] quando dice qualcosa di utile, senza desiderare di mettere avanti il proprio discorso [4] per mettersi in mostra; a porre discrezione nel parlare e nell’ascoltare [5], a imparare senza vergognarsi [6], a insegnare senza invidia [7]; e se si è imparato qualcosa da un altro, a non nasconderlo, ma a proclamare equamente l’autore di quel tale discorso [8]. Il tono di voce da preferire è quello medio [9], in modo che l’ascolto non sfugga per troppo fievolezza né sia troppo faticoso per eccessiva intensità. Solo dopo aver esaminato in precedenza il contenuto del discorso, bisogna esporlo in pubblico [10]

♦ Basilio di Cesarea, Lettera all’amico Gregorio, in Epistolario, a cura di A. Regaldo Raccone, Edizioni Paoline 1968, p. 49.

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Monks, monks everywhere (Reperti «speciali» 61-62: Cantimori, Tolkien)

Uno degli «effetti collaterali» di tutte queste letture monastiche è che, in poche parole… vedo monaci dappertutto, anche quando e dove non sono formalmente presenti. Parole-spia, frasi, situazioni, immagini che mi fanno dire: uhm, ma qui si parla di monaci. Anche questi sono «reperti», in fondo, ma di un tipo speciale, legati a una mia deformazione e non alla realtà, e così vanno presi. Ecco un paio di esempi recenti.

61. Concludendo la sua introduzione alla Crisi della civiltà di Johan Huizinga, Delio Cantimori mette in guardia contro gli «umanesimi» d’accatto che vengono indossati nelle «ore di distrazione» da coloro che non sono impegnati nella vita politica o sociale. «Sogni» li definisce, di fronte alla necessità di prendere atto della portata dei problemi e di individuare concrete prospettive di cambiamento, perché «arrivati a un certo punto, non sarebbe più possibile, mai più, parlare di libertà – neppur dello spirito –, neppur mediante ascesi, semplicità, rinuncia, elementarità di vita»1.

Ma cosa rappresenta quest’ultima sequenza se non la forma di vita monastica, mi son detto. Che nonostante tutto, però, non credo sia giusto sospingere nella dimensione del «sogno». La vita monastica non è un sogno per chi la vive, mentre forse lo è proprio per chi, nelle sue «ore di distrazione», la legge, la visita, la osserva, la sfiora (per me, ad esempio).

62. Nel primo dei Racconti perduti, La casetta del gioco perduto, Tolkien racconta di Eriol, «un viaggiatore venuto da terre lontane», che, giunto all’Isola Solitaria, una sera bussa alla porta di una casa minuscola che ha attirato la sua attenzione. È appunto la Casetta del Gioco Perduto di Lindo e Vairë, ed è abitata da una folta schiera di persone. Eriol si stupisce che così in tanti possano abitarvi, ma il suo ospite gli risponde: «Piccola è la casa, ma più piccoli ancora sono coloro che vi abitano – perché tutti quelli che entrano devono essere molto piccoli, o di loro spontaneo desiderio devono diventarlo proprio mentre stanno sulla soglia»2.

Il pensiero è andato immediatatamente all’umiltà, alla scelta di «piccolezza», che deve accompagnare chi desidera entrare in monastero: una piccola casa per chi vuole essere piccolo. Senza dimenticare le parole di Benedetto circa l’ammissione di nuovi fratelli, che devono sostare all’ingresso, praticamente sulla soglia, anche a lungo prima di poter varcare la porta del chiostro e cominciare il loro percorso («Se insiste per entrare e per tre o quattro giorni dimostra di saper sopportare con pazienza i rifiuti poco lusinghieri e tutte le altre difficoltà opposte al suo ingresso, perseverando nella sua richiesta, sia pure accolto e ospitato per qualche giorno nella foresteria», RB, 58).

Sia che l’umiltà sia già stata conquistata (o ricevuta per grazia), o che sia un desiderio irresistibile, non si può entrare in un monastero «a testa alta», perché la sua porta, come quella del Regno, è piccola, bassa. Come ricorda anche Guerrico d’Igny, che casualmente ho sottomano: «Se gli uomini di alta statura non si curvano, questa bassa porta non li lascerà passare, anzi certamente farà cadere a terra il capo a molti e coloro che si avvicinano a testa alta, respinti, cadranno all’indietro con il capo troncato»3.

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  1. Delio Cantimori, Nelle ombre del domani, introduzione a J. Huizinga, La crisi della civiltà, Einaudi 1962, p. XXXII.
  2. J.R.R. Tolkien, Il libro dei racconti perduti, prima parte, a cura di C. Tolkien, traduzione di C. Pieruccini, Bompiani 2022, p. 25.
  3. Guerrico d’Igny, Sermone I per il Natale, in: Bianca Betto, Guerrico d’Igny e i suoi sermoni, Edizioni Scritti Monastici, Abbazia di Praglia, 1988, p. 201.

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Per chissà quanto tempo ancora (le domenicane di San Sisto, pt. 2/2)

CronacheFioretti(la prima parte è qui)

«Il cammino delle monache, riunite a San Sisto dal fondatore San Domenico di Guzman [nel 1221], è stato lungo nel tempo: tra due decenni il monastero celebrerà gli otto secoli di vita; ma, com’era nell’ordine delle cose, non le ha portate molto lontano nello spazio: dall’Appia a Magnanapoli [attuale sede dell’Angelicum, la Pontificia università S. Tommaso d’Aquino], a Montemario, pochi chilometri in linea d’aria, sempre nell’ambito di Roma, della quale le monache di San Sisto e poi dei Santi Domenico e Sisto erano fiere di essere figlie.» Questo l’epilogo, datato 1993 del fluviale volume di Cronache e fioretti che il domenicano Raimondo Spiazzi ha ricavato, dome si diceva, dai dodici volumi manoscritti conservati nel monastero di Santa Maria del Rosario a Montemario, attuale sede della comunità1.

È raro poter leggere un libro, non di ricostruzione storiografica, che restituisca con tale evidenza quel senso del tempo, di continuità nel tempo, che rappresenta per me uno degli aspetti cruciali dell’interesse per le «cose monastiche». Ci si trova, infatti, per fare un solo esempio, di fronte alla medesima comunità di suore che, a loro modo, registrano sconvolte i fatti del Sacco di Roma del maggio 1527 e, altrettanto sconvolte, i fatti del rapimento e poi dell’assassinio del «Presidente del partito “Democrazia Cristiana”» Aldo Moro del maggio 1979. Le monache sono ovviamente diverse, figlie dei loro rispettivi tempi e di differenti provenienze e formazioni (questo il senso di a loro modo), ma la comunità è la stessa.

Sono sicuro, ahimè, che dimenticherò molte delle cose che ho letto, soprattutto gli echi che nelle cronache suscitano fatti storici altrimenti noti: la «cattività avignonese», un soggiorno della figlia di Alessandro VI Borgia («Appena Lucrezia entrò, in quelle mura dove prima si respirava solitudine, silenzio, raccoglimento, si vide prodursi un’agitazione continua, un tumulto, una dissipazione che è più facile immaginare che descrivere»), la morte del Savonarola, il Sacco del 1527 («Non un solo crocifisso presente nelle chiese ricevette meno di cento, duecento colpi di pugnale, di spada o di lancia»), il pontificato di Pio V Ghislieri (artefice del primo trasferimento della comunità nel 1575, 356 anni dopo la fondazione), i francesi a Roma nel 1798, la Restaurazione e infine l’Unità d’Italia e le sue conseguenze («Nel giorno 9 settembre 1871, d’infausta memoria, il nuovo Governo d’Italia s’impossessava del monastero domenicano dei SS. Domenico e Sisto che veniva destinato ad uso di uffici governativi»), il pontificato di Pio XII Pacelli (artefice del secondo trasferimento della comunità nel 1931, anche in questo caso 356 anni dopo il primo: «Per provvidenziale disposizione del Cielo il Capo del Governo, Benito Mussolini, si mostrò favorevole»), la guerra, i bombardamenti, la Liberazione, le elezioni del giugno 1946 («Grazie a Dio il nostro popolo s’è affermato, con grandissima maggioranza, sui partiti sovversivi»), l’attentato a Giovanni Paolo II del maggio 1981 («Nella nostra Comunità si ha la facoltà, per questa circostanza, di seguire qualche programma televisivo»)…

Non dimenticherò invece, spero, l’immagine delle centinaia e centinaia di consorelle che sfilano in queste pagine, tutte confuse in un’unica schiera, tutte con un loro piccolo o grande tratto individuale, per quanto le carte e il tempo abbiano consentito di conservarne testimonianza: quella più ammirabile che imitabile, quella che non volle più sapere nulla del mondo e nemmeno vedere troppo spesso i suoi genitori, quella che per dormire non si tolse mai la tunica, l’abito e lo scapolare, i due veli, la cintura, le calze e le pantofole, quella nemica delle ciancie, sterminatrice delle mormorazioni, anche lievi, quella la cui vita di religione fu così lunga che per indicare la lunga esistenza di una cosa o di una persona, nel monastero si suol dire proverbialmente: «Ha l’antichità di suor Filippa», quella (m. Costanza Alli) che, morta a 102 anni («di cui ottanta trascorsi in religione») attraversò tutto il 1500, quella che era di alta statura, di complessione robusta e forte, di tinta rossastra, quella che era di carnagione bianca, di statura alta e piena di vita, quella che aveva la lingua ingombrata, sicché le era difficile pronunciare tutte le parole, quella che come condimento cospargeva i cibi di cenere, quella che conosceva perfettamente la lingua greca, quella che era soggetta a scrupoli, quella che era di maniere un po’ brusche, ma nel fondo era molto affabile…

So che la mia fascinazione è legata alle parole, e quindi in un certo senso è superficiale, ma il ricordo di queste donne, dei loro gesti, paure, devozioni, gioie, vite – come di ogni altra cosa in fondo – alle parole è affidato, quindi non la reprimo e lascio che le immagini scorrano, fino all’ultima: il 16 novembre 1981 papa Giovanni Paolo II visita il monastero a conclusione di una visita pastorale a Montemario e «all’impressione di repentinità con cui tutto si era svolto», commentano le monache, «al rammarico di aver ricevuto Sua Santità forse stanco, quando già da alcune ore era in visita alla parrocchia di Santa Maria “Stella Mattutina”, si è sostituito un diverso sentimento: è stato forse meglio così, che la giornata pastorale [del papa] si concludesse qui, nel silenzio di un monastero claustrale. Tutto questo sarà anche, senza dubbio, l’argomento gioioso delle nostre ricreazioni per chissà quanto tempo ancora».

(2-fine)

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  1. Cronache e fioretti del monastero di San Sisto all’Appia, a cura di p. Raimondo Spiazzi, o.p., Edizioni Studio Domenicano 1993.

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Anche soltanto per un capello (Monachesimo di Gaza e direzione spirituale, pt. 3/3)

(la prima parte è qui, la seconda qui)

NecessitaDelConsiglioLa risposta più ovvia dei Grandi Anziani del monachesimo di Gaza (Barsanufio e Giovanni), alla «domanda cruciale» – «Come so che sto facendo la volontà di Dio, invece della mia?» – è: Perché ho chiesto consiglio, ho chiesto cosa fare e ho fatto quello che mi è stato detto. Si è chiesto dunque al padre spirituale, a persona esperta, pronti a eseguire quanto suggerito, badando tuttavia a distinguere tra consiglio, che non comporta obbligazione ma, semmai, rimorso, e comandamento, che rappresenta invece una prescrizione inderogabile, e quindi un eventuale peccato di omissione, in virtù del fatto che a parlare per bocca dell’anziano è Dio stesso. La materia della direzione spirituale, vista da una prospettiva odierna, è delicata, oggetto di ripensamento dalle stesse persone di religione, intrecciata com’è a dinamiche psicologiche non sempre limpide e difficili da districare.

E se invece non si è potuto chiedere? In questo caso la risposta, ad esempio quella di Giovanni di Gaza1, si articola in tre parti. Le prime due, poco importa che siano dedicate alla condizione di monaco, sono semplici, e tuttavia difficili da accogliere oggi, per lo meno nel loro «integralismo». Se si è soli (nella propria cella), l’importante è rifuggire il piacere, «perché la volontà della carne è di ottenere il piacere in ogni cosa»; se invece si è in mezzo agli altri (confratelli), bisogna «morire al loro sguardo, stare in mezzo a loro come se non si esistesse»; come distinguere, infine, le risposte che provengono dai demoni? Qui le poche parole di Giovanni sono per così dire una lama ancor oggi affilatissima: «La volontà che viene dai demoni, invece, è la mania di giustificarsi e di riporre fiducia in se stessi, nella quale si finisce per rimanere intrappolati» (Lettera 173). Come non riconoscere la pretesa di essere nel giusto (non sto facendo nulla di male, io ho agito correttamente) e l’eccessiva sicurezza di sé, che sconfina nell’autocompiacimento (come sono bravo & co.)? E se la sorgente di queste suggestioni, come oggi è risaputo, non è esterna, bensì è dentro di me, non è ancor peggio?

La forma precipua della domanda che, in assenza dell’anziano, si rivolge a Dio è quella della preghiera, «oggetto» ai miei occhi complicatissimo quanto più se ne cerca la definizione. Le indicazioni di Giovanni sono tuttavia interessanti. Quante volte si deve pregare per ottenere l’ispirazione giusta? «Quando non puoi interrogare l’Anziano, devi pregare tre volte per ogni questione, poi osservare dove inclina il cuore, anche soltanto per un capello, e agire. Perché l’ispirazione è chiara ed è chiaramente riconoscibile nel cuore» (Lettera 365). E quando si deve farlo? «Se hai tempo, prega tre volte in tre giorni diversi. Ma se c’è un’urgenza, prendi a modello il Salvatore che, nell’ora del tradimento – circostanza assai dura da sopportare – si è fatto da parte tre volte e ha pronunciato la stessa preghiera.» E se non si viene ascoltati? In fondo anche Gesù non lo è stato… «E se evidentemente non è stato ascoltato, poiché il disegno divino doveva compiersi, ciò è accaduto per insegnarci a non rattristarci quando preghiamo e non veniamo esauditi nell’immediato; perché Egli conosce meglio di noi ciò che è bene per noi» (Lettera 366). E se comunque la risposta tarda a manifestarsi? «Se dopo la terza preghiera l’ispirazione non arriva, sappi che è colpa tua: se non vedi il peccato, incolpa te stesso e Dio avrà pietà di te» (Lettera 367).

È un meccanismo logico blindato, si potrebbe dire, in virtù del quale Colui al quale si rivolgono le proprie invocazioni «ha sempre ragione». Ma questa osservazione deriva dall’applicazione di un criterio razionale a una circostanza che non rientra nel dominio del razionale, e occorre essere disposti a riconoscere che tale dominio non sia l’unico campo di manifestazione della realtà.

Ho tardato a concludere queste note perché questo è lo scalino sul quale regolarmente inciampo.

(3-fine)

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  1. Queste note, come le precedenti, derivano dalla lettura di Lorenzo Perrone, La necessità del consiglio. Studi sul monachesimo di Gaza e la direzione spirituale, Edizioni Scritti Monastici, Abbazia di Praglia, 2021. Le citazioni dai Grandi Anziani sono tratte da Barsanuphe et Jean de Gaza, Correspondance, texte critique, notes et index par F. Neyt et P. de Angelis-Noah, traduction par L. Regnault, Editions du Cérf; vol. I: Aux solitaires, t. 2 (1998; «Sources Chrétiennes», 427); vol. II: Aux cénobites, t. 1, (2000 «Sources Chrétiennes», 450).

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In altre parole, un affarone (Dice il monaco, XCI)

Dice Pietro di Celle, abate benedettino (morto nel 1182):

Certo, dal punto di vista del diritto, il merito e la ricompensa dovrebbero camminare allo stesso passo, ma da quello della grazia prevale la ricompensa. È stupefacente chiudersi per poco tempo nel recinto di un chiostro [antro claustri] e poi possedere per l’eternità gli spazi infiniti del cielo; prosciugare con l’astinenza questa carne fatta di fango [limosam carnem] e ricevere, alla risurrezione, con gli angeli un corpo spirituale liberato da ogni fardello; scambiare il chiasso del mondo per le melodie degli angeli; raccogliere consolazione per la desolazione, ricchezze per la povertà, gloria per la sottomissione, Dio Padre per un padre, Dio Figlio per dei figli, Dio Spirito Santo per ogni conoscenza e affetto carnale. Nessun venditore ha venduto così, nessun acquirente ha acquistato così, nessun mercante ha mercanteggiato così.

♦ Pietro di Celle, La scuola del chiostro (De disciplina claustrali), Epil., a cura di p. M. Di Monte, Edizioni Monasterium 2022, p. 141.

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In fondo al loro chiostro (le domenicane di San Sisto, pt. 1/2)

CronacheFioretti«Sovente la si vedeva camminare, compiere i suoi uffici, recarsi al coro, così presa dalla contemplazione che, interrogata, non rispondeva; non si accorgeva di quelli che incontrava; spesso restava immobile nel coro.» Poche righe di una delle oltre 670 notizie biografiche di sorelle domenicane che si possono leggere nel corposo volume dedicato alle cronache del monastero di San Sisto, poi dei Santi Domenico e Sisto, a Roma1. Tali Cronache sono conservate in dodici volumi manoscritti, coprono un incredibile arco temporale (dalla fondazione del 1221, dovuta allo stesso san Domenico, al 1993, quando la comunità da tempo si è trasferita nel monastero del SS. Rosario a Montemario) e il volume ne ha presentato per la prima volta in lingua italiana un’amplissima scelta. Sono l’opera paziente e commossa principalmente di quattro monache – s. Pulcheria Carducci (dotata «di scrittura mirabile per nitore e costante grandezza dei caratteri», 1599-1647; la prima data è quella dell’ingresso in comunità), s. Domenica Salomonia («piena di razionalità e di buon senso», 1612-1672), s. Anna Vittoria Dolara («pittrice, musicista e poetessa», †1827) e s. Tommasa Angelica Pannilini («artista, poetessa e parlatrice», †1918) – che hanno scavato nei documenti d’archivio, selezionato, riassunto, collazionato e trascritto, aggiungendovi il tratto della loro personalità. Una parte cospicua è occupata, come accennavo, dai necrologi delle monache, a volte brevissimi («Se ne conosce solo il nome»), a volte distesi su cinque o sei pagine (origine famigliare, dote, tratti fisici e del carattere, devozioni, opere, incarichi). Li ho letti tutti.

Scrive s. Pannilini, introducendo uno dei suoi volumi: «Non si vorrà obiettare che una tale storia non offra alcun interesse: tutto dipende dal punto di vista da cui ci si mette». Già, da quale punto di vista mi metto io nel leggere con inattesa partecipazione le memorie di queste «anime che vivono in fondo al loro chiostro»? «Io so bene», prosegue s. Pannilini, «che se un profano leggesse queste pagine, non vi troverebbe grandi cose da lodare, ignaro com’è dei sentimenti più sacri della vita religiosa, dei bisogni del cuore di chi sa di appartenere a una Famiglia eletta, avviata verso grandi destini; incapace com’è di apprezzare l’eccellenza e il merito di questo genere di vita, di cui non considera che l’aspetto esteriore». Il curatore dell’edizione, il p. Raimondo Spiazzi, sembra poi farle eco quando raccomanda al lettore moderno l’umiltà «dinanzi a chi ha studiato, scritto, riflettuto, vissuto prima di noi», mettendo da parte sia il fideismo acritico sia l’esasperato razionalismo. Queste testimonianze possono anche «fiorire in leggende», e occorre discernimento, «ma senza diventare ipercritici, irragionevoli, fanatici della dissacrazione». Ecco il mio punto di vista.

Un punto di vista non privo, anzi, anche in questo caso inaspettamente, di una certa «nostalgia del sacro»; sentimento sterile, poiché mi dico convinto della irreversibilità della secolarizzazione, e tuttavia presente e, si potrebbe forse dire, retrospettivo. Cosa proverebbe una di quelle religiose se le venisse imposto di riguardare da questo XXI secolo, e con la di lui consapevolezza, la propria devozione del XVI?

Chissà cosa proverebbe ad esempio la venerabile madre suor Filippa Caputi, che, «essendo di intelligenza poco felice», aveva accettato «solo di prendersi cura del pollaio del monastero, e in questo incarico viveva solitaria, a guisa di anacoreta, con la sola compagnia degli animali a lei affidati, contenta della sua sincera umiltà». L’unica sua tristezza era di non poter recitare l’ufficio con le consorelle, e «un giorno che si sentiva afficata, dopo aver svolto il suo umile lavoro», udendo le altre in coro fu presa da «santa invidia» e corse a piangere davanti a una santa immagine della Madonna col Bambino (la statua di Nostra Signora delle Grotte, oggetto di molte peripezie nei vari trasferimenti). Si dice che la Madonna si staccò il Bambino dal seno e lo depose tra le braccia di s. Filippa, che poi glielo restituì collocandolo dalla parte opposta a dove si trovava in origine (questa la prova del miracolo). Fu così che «la fortunata Suor Filippa, rientrata in sé, cominciò a leggere perfettamente, tra lo stupore di tutte le sue consorelle e con sua grande felicità, l’Ufficio corale». Con sua grande felicità.

(1-segue)

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  1. «La venerabile Suor Eugenia de’ Rossi», novizia nel 1540, «salita alla gioia eterna nel 1575», in Cronache e fioretti del monastero di San Sisto all’Appia, a cura di p. Raimondo Spiazzi, o.p., Edizioni Studio Domenicano 1993, p. 333.

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Immunità e svegliarine monastiche (Reperti 59-60: Belotti; Scipione)

59. Bancarella di libri vecchi; scorro i dorsi rovinati (un tempo erano molto più frequenti le scritte in orizzontale); Bortolo Belotti, Poesie della montagna del fiume e della valle; lo prendo, ovviamente; lo apro a caso; pagina 101, primo di tre sonetti dedicati al cosiddetto giuramento di Pontida del 1167 – tutta questa strada per leggere le due terzine:

Belotti

Ora, nativo di Zogno (in Val Brembana), studente modello, dotto giurista, politico liberale, ministro del Regno, storico insigne (in particolare di Bergamo e dei bergamaschi), il Belotti è poeta un po’ attardato (le Poesie succitate sono del 1935, Montale ha pubblicato gli Ossi dieci anni prima e sta finendo di scrivere Le occasioni, per dire), però con quel «recinti immuni», detto dell’abbazia benedettina di San Giacomo Maggiore a Pontida, ha colto qualcosa. Lo si può dire dei chiostri in generale, che siano recinti immuni, anche se viene da chiedersi da cosa, e la risposta, la speranza, oggi, non può che essere una: da solitudine e disperazione.

60. Tra luglio e settembre del 1929 Scipione, sempre malato, passa una breve estate felice in Ciociaria («Io sto alla “Trattoria della stella d’Italia a Collepardo [Frosinone]»)1 e, raggiunto da Mario Mafai, va a visitare la Certosa di Trisulti, dove, salutato l’amico, rimane per qualche tempo: un soggiorno che lascerà una traccia non labile nei suoi ricordi e qualche testimonianza nei suoi olii e nei disegni. Ma non solo. In Carte segrete, l’antologia di scritti di Scipione approntata in forma «definitiva» (e «sforbiciata») da Enrico Falqui nel 1943 per Vallecchi, sono riportate, insieme con le «sue splendide dieci poesie» (come le definisce Amelia Rosselli), alcune lettere «a un reverendo», un monaco certosino che Scipione aveva conosciuto a Trisulti. In esse, di qualche anno posteriori al soggiorno, oltre a confessare al «carissimo Padre» i suoi turbamenti spirituali, Scipione torna spesso a quell’esperienza, a «quella pausa bianca, cara, che è forse la cosa più buona della mia vita»: «Oh! avessi io dato retta a quella voce che mi seguiva da presso e con la quale Dio mi indicava quella che doveva essere la mia vita. Oh! che adesso sarei a cantare le lodi del Signore invece di essere un rottame di naufragio che l’oceano deve consumare. […] Mi prese per mano, mi portò alla certosa e mi diceva in orecchio: Fatti certosino, fatti certosino».

Botticelli svegliarinoE tra i molti ricordi che si susseguono, carichi di nostalgia, uno mi ha permesso di imparare una cosa che, mea incredibile culpa, non sapevo, né m’era mai venuto di approfondire. Scrive ancora Scipione, da Roma, all’anonimo monaco: «… il rumore di una fontanina in un piccolo cortile subito mi trascina lontano nella cara Certosa, quando nella notte mi svegliavo con la Svegliatrice celeste o scendevo nella chiesa per il mattutino». Col nome di Svegliatrice o Svegliarina celeste, pare che Scipione si riferisca a santa Teresa del Bambin Gesù (di cui menziona altrove la chiesa romana al Pincio), ma non si può non pensare anche alla campanella che veniva usata dai monaci per accorrere alle ore canoniche, cioè allo svegliarino, o svegliatore, o destatore monastico, uno dei primi orologi meccanici della storia. Ovviamente descritto da Dante («… tin tin sonando con sì dolce nota», Paradiso, X, 139-144) e rappresentato, tra gli altri, da Botticelli nel suo affresco Sant’Agostino nel suo studio in Ognissanti, a Firenze.

  1. Lettera a Renato Mazzacurati, agosto 1929, in: Scipione, Carte segrete, prefazione di A. Rosselli, nota di P. Fossati, Einaudi 1982, p. 49. Da qui sono tratte tutte le citazioni, come quest’altra da una lettera a Libero de Libero, sempre dell’agosto 1929: «Dio! come è bella questa vita libera. Il mio sangue torna chiaro e mi sveglio al mattino col senso di felicità che non conoscevo».

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Nel campo del corpo umano (Dice il monaco, XC)

Dice Guerrico d’Igny, monaco e abate cisterciense, intorno al 1140:

Vorrei che tu scavassi dentro di te; infatti i tesori preziosi si trovano di solito nascosti nelle viscere della terra. In un campo era nascosto quel tesoro che spinse un uomo a vendere tutto il suo per il desiderio di averlo; in un campo i dieci uomini israeliti dicevano di aver nascosto i loro tesori e per questo scamparono alla morte. Quanti tesori di opere buone, quante ricchezze in frutti di pietà giacciono nascosti nel campo del corpo umano, e quanto di più nel segreto del cuore, purché vi sia chi lavori senza posa e scavi. Non ripropongo la famosa teoria platonica – per cui l’anima prima di essere unita al corpo aveva imparato le scienze che, oppresse dall’oblio e dal peso corporeo, devono essere ricuperate con disciplinato impegno –, ma ritengo che la ragione umana e le qualità naturali siano, con l’aiuto della grazia, il fondamento di tutte le virtù. Se dunque rientri nel tuo cuore ed eserciti il corpo, non dubitare che troverai tesori desiderabili e, se non d’oro subito dall’inizio, o d’incenso, certamente di mirra, che non è inutile.

♦ Guerrico d’Igny, Sermone I per l’Epifania, in: Bianca Betto, Guerrico d’Igny e i suoi sermoni, Edizioni Scritti Monastici, Abbazia di Praglia, 1988, p. 215.

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Celle e mascherine

Nel bel mezzo di un saggio interessante su «eremitismo francescano e reclusione femminile» Marco Guida, francescano a sua volta, e preside della Scuola superiore di Studi medievali e francescani della Pontificia Università Antonianum di Roma, fa un’osservazione inattesa1. Non perché avventurosa, oscura, discutibile o che altro, anzi; inattesa perché atipica rispetto alla natura accamedica del testo. Ecco cosa scrive lo studioso, introducendo le sue considerazioni su clausura e reclusione nel caso di Chiara d’Assisi: «L’interesse per l’“attualità” di certi temi non deve condizionare l’analisi e l’interpretazione dei testi medievali. Le Regulae, ad esempio, furono una risposta a domande sociali e religiose del XIII secolo e possono aiutarci a comprendere e a contestualizzare le esigenze di quel periodo, difficilmente potranno dare delle risposte a come vivere concretamente oggi; potranno offrire, invece, orizzonti, valori e ideali cui ispirarsi. Le norme e le consuetudini di una regola duecentesca sono spesso inutili e inapplicabili in un contesto radicalmente diverso da quello del secolo in cui videro la luce».

Non posso escludere che qualche religioso non si trovi completamente d’accordo, per contro, per un laico, pur consapevole di tante cose: limiti, difetti, velleità, appropriazioni indebite, ecc., la parola chiave è quell’«invece», ed è lì che mi sono soffermato, poiché in fondo credo che, parafrasando, «le regole siano anche una risposta a domande esistenziali probabilmente di ogni secolo». In questo senso, poi, il saggio di Marco Guida è ricco di citazioni che invitano a trascendere, se così si può dire, la materia trattata, con particolare riguardo al concetto di «cella interiore».

Giusto un paio di esempi. Il primo è un «detto» di Francesco tramandato dalla cosiddetta Compilazione di Assisi (FF 1659) e recita: «Pur essendo in cammino, il vostro comportamento sia così dignitoso come se foste in un romitorio o in una cella [in heremitorio aut in cella]. Infatti dovunque siamo e andiamo, noi abbiamo la cella con noi [habemus cellam nobiscum]: fratello corpo è la nostra cella, e l’anima è l’eremita che vi abita dentro per pregare il Signore e meditare su di lui». Ma cosa succede se in questa «cella» regna un silenzio abissale, una confusione inestricabile di voci o si srotola un monologo più o meno vaneggiante? Cosa, se il Signore lo si crede assente o una mera istanza ideale? Cosa avviene, realmente, lì dentro, se la cosiddetta anima (constipata et sola, come diceva di sé Angela da Foligno) è strapazzata dalle sue illusioni? A quest’ultima domanda risponde lo stesso Francesco, quando aggiunge subito dopo: «Perciò se l’anima non rimane in tranquillità e solitudine nella sua cella, di ben poco giovamento è per il religioso quella fabbricata con le mani». Le risonanze sociali, politiche, psicologiche e psicoanalitiche di quelle parole sono innumerevoli, e forse non c’è modo di uscirne, e dalla questione e dalla cella2.

Il secondo esempio è una testimonianza, ancora di Francesco, tratta dalla Vita Seconda di Tommaso da Celano (FF 681): «Cercava sempre un luogo appartato dove potersi unire, non solo con lo spirito, ma anche con le singole membra al suo Dio. E se all’improvviso si sentiva visitato dal Signore, per non rimanere senza cella, se ne faceva una piccola con il mantello. E se a volte era privo di questo, ricopriva il volto con la manica per non svelare la manna nascosta. Sempre frapponeva fra sé e gli astanti qualcosa, perché non si accorgessero del contatto con lo sposo: così poteva pregare non visto anche se stipato tra mille, come nel cantuccio di una nave. Infine, se non gli era possibile niente di tutto questo, faceva un tempio del suo petto». Ma in assenza di quella «visitazione», cosa c’è da nascondere? Qual è il segreto che non si può condividere quando si è stipati tra mille? Che non sia manna, allora, bensì il suo contrario? Come nel caso delle mascherine che ci siamo abituati a indossare in questi anni?

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  1. In «Quaderni di storia religiosa medievale», 24 (2021), pp. 195-238.
  2. «Azione è uscire dalla solitudine», direbbe, per fare un solo esempio, Luigi Pintor.

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