«Pachidermici, neri come la pece» (Reperti, 47-49: Pontiggia; Borowski; Tomasi)

47. Nella più recente raccolta poetica, molto bella, di Giancarlo Pontiggia c’è una poesia, «suggerita» dal titolo di un libro di Francesco M. Cataluccio, in cui compare un monaco silenzioso1.

 Vado a vedere se di là è meglio

 

«Vado a vedere se di là è meglio.»

Ma cos’è meglio? Il silenzio mistico

di chi contempla il muro, spoglio, di una cella

o il frastornante rumore del mondo? Il mattino

quando tutto è primo, sospeso

sul fare delle cose

o il pomeriggio, sul tardi, quando

il cielo se ne va, e si porta via

ogni pensiero? La vita

che trafigge, rapida, tormentosa, i nostri anni

o la fine, la fine caritatevole, che rigenera

il mondo? Com’è che esiti,

 

se te lo chiedo?

 

48. Nelle tre biografie kantiane che vengono tradizionalmente presentate insieme, quelle di Borowski, Jachmann e Wasianski, si dà ampio spazio anche ai diversi aspetti dei rapporti di Kant con la religione. Ludwig Ernst Borowski, in particolare, ricorda tra le altre cose un opuscolo del «prof. Reuss», Va insegnata la filosofia di Kant nelle Università cattoliche?, ormai superato dai fatti, poiché non sono pochi i docenti di confessione cattolica che la insegnano, compreso lo stesso Reuss, a Würzburg. E tali docenti sono elencati in un documento, indirizzatogli dallo stesso Kant, che Borowski pone in appendice al suo scritto: «Persino nei conventi» si tengono lezioni su Kant, come a Münnerstadt, presso gli agostiniani, «i quali in ogni epoca scientifica arrivano sempre con vent’anni di ritardo»2.

In realtà anche Christian Jonas Petrus Reuss (1751-1798) era un monaco, benedettino dell’abbazia di Santo Stefano, appunto a Würzburg, dove aveva pronunciato i voti solenni nel 1777, dopo studi di filosofia e medicina, e assumendo il nome di Matern, in onore dell’abate Matern Bauerness che lo aveva accolto nel cenobio3. «Oratore affascinante, maestro amato e stimatissmo, Reuss, con un attivismo impareggiabile, si adoperò per diffondere la filosofia di Kant nella cultura tedesca, sia all’interno del suo ordine sia nelle università cattoliche della Germania» (Antiseri). Borowski non si nasconde, tuttavia, che, nonostante l’opera di Reuss e di altri come lui, «la filosofia kantiana non entrerà tanto presto dagli oscuri portoni di certe scuole claustrali». Ci vorrà tempo e, «a dispetto di qualche cenobita devoto al nostro filosofo, e per farlo montare su tutte le furie, si darà al cane da guardia del convento il nome di Kant (un fatto avvenuto, anche se non sono in grado di indicare il luogo)» – Kant! Vieni qua!

49. Avevo dimenticato il mirabile panorama monastico che Tomasi di Lampedusa ricostruisce dai pensieri del Principe di Salina in viaggio notturno verso Palermo4. Avevo dimenticato le «smisurate moli dei conventi», «pachidermici, neri come la pece, immersi in un sonno che rassomigliava al nulla». Avevo dimenticato il senso di morte che trasmettono alla città e «che neppure la frenetica luce siciliana riusciva mai a disperdere». E soprattutto avevo dimenticato quella presenza eccentrica in un elenco di ordini del tutto consueto: «Conventi di gesuiti, di benedettini, di francescani, di cappuccini, di carmelitani, di liguorini, di agostiniani…» I liguorini, cioè i padri redentoristi di Alfonso Maria de’ Liguori, che Garibaldi avrebbe espressamente «sciolto», insieme ai gesuiti, con un decreto del giugno 1860, un mese dopo la scena descritta da Tomasi, perché «sono stati nel tristo periodo dell’occupazione borbonica i più validi fautori del dispotismo», e i cui beni sarebbero stati venduti il mese successivo a favore della Pubblica Istruzione o messi a disposizione della medesima5, ebbene, sono quasi convinto che, al di là della esattezza storica, Tomasi li abbia inseriti per il suono del loro nome: una scelta musicale.

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  1. Giancarlo Pontiggia, Il moto delle cose, Mondadori 2017, p. 93-4.
  2. L.E. Borowski, Descrizione della vita e del carattere di Immanuel Kant (1804), in L.E. Borowski, R.B. Jachmann, E.A.Ch. Wasianski, La vita di Immanuel Kant narrata da tre contemporanei, traduzione di E. Pocar, Laterza 1969, p. 41.
  3. Traggo queste notizie da testi di storia delle filosofia di Dario Antiseri.
  4. Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo, Feltrinelli 1958, Capitolo primo.
  5. Decreto del 20 luglio 1860, art. 4: «Le biblioteche, musei d’antichità ed arti, o di scienze naturali, i gabinetti di fisica, e tutt’altra collezione di simil natura che apparteneva ai Gesuiti, o ai Liguorini, saranno addette ad uso pubblico ciascuna nella stessa città ove si trovi; e verranno aggregate agli Stabilimenti analoghi della Città, quando ve ne sia».

 

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È già successo, o: Del rilavare l’uvetta

Nel 1974 Henri Nouwen, sacerdote e teologo di origine olandese, attivo ormai da un decennio negli Stati Uniti, decide di trascorrere un ritiro di alcuni mesi presso l’abbazia trappista di Genesee, nel nord dello Stato di New York. Sente di aver bisogno di una pausa per riflettere sulla propria attività di insegnante, di conferenziere, di scrittore (ha già pubblicato una delle sue opere che diventeranno più famose), ed è attratto da Genesee, filiazione dell’abbazia di Gethsemani, nel Kentucky, in particolare dalla presenza dell’abate John Eudes Bamberger, che era a sua volta entrato proprio a Gethsemani nel 1951, attratto dagli scritti di Thomas Merton. Durante i sette mesi di ritiro Nouwen tiene un diario, che due anni dopo diventerà il famoso «Rapporto da un monastero trappista», un testo che da allora non ha smesso di essere letto (e che io ho scoperto soltanto adesso)1.

All’inizio Nouwen ha molte difficoltà ad adattarsi ai ritmi della vita trappista: a Genesee, tra l’altro, si lavora duro per completare gli edifici monastici, la chiesa prima di tutti, e al forno, dove si produce un «Pane dei monaci» in diverse varianti, tra le quali la più famosa è quella con l’uvetta, la cui vendita nei dintorni assicura il sostentamento della comunità2. Intellettuale e, come si diceva un tempo, uomo di penna, Nouwen si affanna, si stanca, qualche volta si fa male e qualche volta combina dei pasticci, come quello accaduto venerdì 2 agosto.

«Questa mattina, toccandole col piede, ho rovesciato un grosso mucchio di casse d’uvetta lavata di fresco. È stato un disastro, che però non ha sconvolto nessuno. “È già successo”, ha detto fra’ Theodore. Poi ha rimesso in moto la macchina e ha rilavato l’uvetta.»3

È già successo.

Mi sono fermato su questa battuta, apparentemente innocua, per un lunghissimo momento.

Perché a un primo passaggio c’è tutto il pragmatismo trappista, di chi lavora e deve consegnare la quantità concordata di confezioni di pane. E c’è anche il pragmatismo monastico in generale, per lo meno di certi periodi storici, pragmatismo che trascolora nella consapevolezza quieta di una tradizione millenaria: Riesci a immaginare quante volte è accaduto che le casse si rovesciassero, che il vaso si rompesse, che un confratello sia inciampato? E così il banale incidente trascolora ancora: Quante volte abbiamo sbagliato, in questi millecinquecento anni? E cosa pensi che abbiamo fatto? Abbiamo rilavato l’uvetta, facendo attenzione a non inciampare di nuovo, possibilmente. E ancora, nessuno si è sconvolto: Credi di essere il primo a rovesciare l’uvetta? Ti pare credibile che non sia mai accaduto prima? Coraggio, benvenuto nella comunità! E ancora, è il confratello che rimedia, senza tante storie: Ci penso io, non ti preoccupare.

A distanza di oltre quarant’anni si sente ancora, chiarissima, l’eco di consolazione presente in quell’«È già successo». Sembra proprio un piccolo «fatto» dei Padri del Deserto, dal quale estrarre innumerevoli insegnamenti. Ma non solo.

Perché se lo ripasso dal mio punto di vista di non credente (per intenderci) ecco spuntare un sapore acido che si scontra con la credenza profondamente cristiana, e che lo stesso Nouwen sviluppa nelle pagine del suo diario, dell’unicità di ogni esistenza umana, di ogni anima. È un pensiero assai più grande di un singolo individuo e quindi vi faccio soltanto un piccolo, modesto accenno: è già successo, tutto è già successo, compresa la mia replica di quest’oggi, cui sono tuttavia attaccato con alterno umore e cui non posso che dar corpo come se fosse una prima assoluta mondiale, pur sapendo che non lo è.

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  1. Henri Nouwen, The Genesee Diary. Report from a Trappist Monastery (1976), trad. ital., di A. Tavianini Palieri, Ho ascoltato il silenzio. Diario da un monastero trappista, Queriniana 201616.
  2. L’attività, mai interrotta, ha assunto successivamente una dimensione pressoché industriale.
  3. L’episodio si legge a pag. 98. Tre giorni dopo, lunedì 5, è già abbondantemente superato: «Questa mattina ho unto migliaia di teglie di pane. Non è andata male; un lavoro che disturba ma non troppo».

 

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Tre piccoli gesti e un calcio

Capita spesso che, leggendo agiografie o cronache monastiche, mi fissi su particolari secondari rispetto alla narrazione principale. Il più delle volte si tratta di situazioni o gesti: piccole note marginali (quasi delle «fotografie»), ma al tempo stesso così nitide e definite da essere assai difficilmente, credo, frutto di invenzione: se al miracolo vero e proprio, ad esempio, «non si può» credere, è in ciò che lo precede che si può trovare assai più facilmente il vero. Li riconosco subito quei momenti, quando mi ci imbatto, e allora resto lì un po’, a gustare il sapore di passato remoto reso improvvisamente presente da un giro di parole efficace. Me ne sono capitati parecchi, di recente, con l’Exordium Magnum Cisterciense, la cui lettura procede: eccone alcuni.

A Cluny vigeva la regola di raccogliere a fine pasto le briciole e mangiarle, onde evitare anche il più piccolo spreco, e così aveva fatto un bravo monaco: fatto un mucchietto, l’aveva sistemato nel palmo, ma poi si era distratto ad ascoltare il lettore ed era rimasto con le briciole in mano al momento di lasciare il refettorio: adesso non sa più cosa fare, «ormai non era più possibile né buttarle né ingoiarle» e «perciò continua a tenersele strette nella mano». Andrà infine dal priore a confessare la «negligenza» e un miracolo lo premierà. (I, 7).

Stefano Harding, terzo abate di Cîteaux, ogni volta che entrava in chiesa per compieta e per l’ufficio notturno tratteneva la porta qualche istante e vi premeva con forza le dita, «come per un segno convenzionale». Molto incuriosito, un giorno un confratello gliene chiese il motivo, e questa fu la risposta dell’abate: «A tutti i pensieri che lungo la giornata sono costretto ad accogliere, secondo il dovere che mi è stato imposto di provvedere alla casa, dico di restar fuori: non osino in nessun modo entrar dentro con me, ma aspettino fino a domani. Quando avrò detto Prima, li troverò qui» (I, 26).

Pietro, ottavo abate di Clairvaux, si riteneva più di ogni altro indegno di ricoprire tale carica, pertanto affidò ai cellerari e ai procuratori quasi tutte le incombenze amministrative, per potersi dedicare interamente alla salvezza delle anime del suo gregge. «Cosicché, tutte le volte che poteva esser libero, se ne stava seduto solo in silenzio in un parlatorio con lo sguardo rivolto a terra perché se qualcuno dei fratelli più giovani o più fragili si sentiva assediato da un mucchio di tentazioni o provato da qualsiasi difficoltà, avesse la possibilità di rivolgerglisi liberamente» (II, 32).

Infine il calcio di papa Alessandro III. Già, perché quando il «manigoldo» che aveva pugnalato a morte Gerardo, sesto abate di Clairvaux, si presentò al pontefice confessando la colpa e implorando il perdono, Alessandro III, cui l’abate era stato carissimo, «si sentì inorridire e profondamente scosso, venendo meno, come si dice, alla misura, lo respinse col piede, dicendogli: “Vattene, figlio della perdizione!”». Quando poi, convinto dai suoi consiglieri, il papa fece richiamare l’assassino pentito, non fu più possibile ritrovarlo: «Dove sia andato o in che modo sia finito, a tutt’oggi si ignora» (II, 29).

 

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Schedine: Dellavite, Mazzolari, Cànopi

Giulio Dellavite, Se ne ride chi abita i cieli. L’abate e il manager: lezioni di leadership fra le mura di un monastero, Mondadori 2018. S’inserisce in un filone non povero di esempi il libro (il romanzo?) di Giulio Dellavite (che è un sacerdote, e non un monaco, e mi pare si senta), quello dei possibili parallelismi tra la Regola di san Benedetto e i trattati (o i manuali) di management, tra abate e manager: leadership, divisione dei compiti, pianificazione, obiettivi, squadra, «debolezze» che diventano «opportunità», e via di questo passo. Bloccato da un guasto alla sua auto, in mezzo alla campagna, proprio all’inizio di un sospirato week-end, un dirigente fin troppo tipico nei suoi tratti e modi si ritrova a passare una notte e una mattina in un monastero, in attesa di potersi rimettere in marcia verso i suoi impegni. Coro, sala capitolare, biblioteca, refettorio, infermeria: il manager verrà accompagnato dall’abate e dagli altri monaci in una visita ai vari ambienti, e ogni luogo sarà l’occasione per una conversazione (e per storielle, citazioni e aneddoti in gran copia). Non inaspettatamente, cellulare infine ben carico e auto riparata, il nostro se ne andrà, pensando di essere un po’ cambiato.

Primo Mazzolari, Lettere a una suora, La Locusta s.d. (ma 1961). Un piccolo fascicolo di lettere di don Primo Mazzolari a una religiosa rimasta anomima, risalenti soprattutto agli anni 1926-34, spedite quindi dalla parrocchia di Cicognara, prima, e di Bozzolo, poi. Una nota informa che le lettere giunsero all’editore accompagnate da queste parole, che ho trovato commoventi: «Sono una povera suora. Casualmente, lessi su un giornale che La Locusta sta raccogliendo le lettere di don Primo. Io ho un epistolario, che va dal 1926 al 1954. Ve lo mando. Anche per partecipare ad altri del bene che ho ricevuto da don Primo…» Ho un particolare interesse per gli epistolari tra persone «in religione», forse perché mi pare che, quasi sempre, in virtù del riferimento a una dimensione «ulteriore», vi siano assenti le scorie dei rapporti di potere e di genere. Poco importa, in fondo, che io non creda a quella dimensione se posso trovarmi al cospetto del colloquio profondo tra due individui. Qui il grande rammarico è che non siano riprodotte anche le lettere della religiosa, probabilmente perdute, onde poter scoprire quali richieste o confessioni abbiano suscitato certe frasi del sacerdote: «Per lei, come per tanti di noi che viviamo da anni in religione, non è più questione di luce, ma di obbedienza a occhi chiusi» (1926), «Non è una strada fatta, la vocazione, ma una strada da farsi, e col piccone» (1928), «Io la vorrei più suora che monaca, pronta a sopportare il peso dello stare insieme» (1928).

Anna Maria Cànopi, Chiamati ad andare oltre. Il cammino quotidiano della vita monastica, Nerbini 2018. La benemerita collana degli «Orizzonti monastici» ha ripreso le pubblicazioni, presso l’editore Nerbini, con una raccolta di scritti di m. Cànopi ricavati dai suoi corsi di formazione per le novizie. Diciassette riflessioni sugli aspetti in prevalenza spirituali della scelta di vita monastica, che la inseriscono in un quadro di riferimento non soltanto esistenziale e comunitario (ed ecclesiale), bensì anche universale e «persino cosmico» («Dobbiamo avere rispetto, devozione e affetto per questo impegno che ci caratterizza e ci identifica: siamo quelli che danno lode a Dio per tutti. […] Andando in coro, dobbiamo quindi pensare che ci uniamo alla schiera immensa delle generazioni umane del passato, ma anche quelle del presente e del futuro per camminare verso l’ultima ora della storia»). I lettori interessati – come me, al di là di qualsiasi grado di disaccordo – troveranno anche qui (anzi, qui forse più che altrove) lo stile e i temi inconfondibili di m. Cànopi, primo fra tutti lo scontro frontale e inesausto con quell’«assolutizzazione» o «divinizzazione» dell’io che nelle parole veementi della badessa pare assurgere a origine di tutti i mali.

 

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Né dopo né prima (Dice il monaco, LVII)

Riferisce Beda il Venerabile, monaco e storico, che il re di Northumbria Edwin, intorno al 625, incerto circa l’opportunità di convertirsi al cristianesimo, chiese consiglio ai suoi dignitari. Uno di essi rispose così:

O re, la vita degli uomini sulla terra, a confronto di tutto il tempo che ci è sconosciuto, mi sembra come quando tu stai a cena coi tuoi dignitari d’inverno, col fuoco acceso e le sale riscaldate, mentre fuori infuria una tempesta di pioggia e di neve, e un passero entra in casa e passa a volo velocissimo. Mentre entra da una porta e subito esce dall’altra, per questo poco tempo che è dentro non è toccato dalla tempesta ma trascorre un brevissimo momento di serenità; ma subito dopo dalla tempesta di nuovo rientra nella tempesta e scompare ai tuoi occhi. Così la vita degli uomini resta in vista per un momento, e noi ignoriamo del tutto che cosa sarà dopo, che cosa è stato prima. Perciò, se questa nuova dottrina ci fa conoscere qualcosa di più certo, senz’altro merita di essere seguita.

Venerabile Beda, Storia ecclesiastica degli Angli, II, 13; a cura di G. Simonetti Abbolito, Città Nuova 1987, p. 143.

 

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Gli «Orizzonti monastici» sono tornati!

Ho scoperto qualche tempo fa con… be’, sì, con una certa emozione che la collana «Orizzonti monastici» è rinata ed è tornata in libreria.

Ce li ho quasi tutti i quarantuno volumetti verdi pubblicati dal 1991 al 2009 dall’Abbazia San Benedetto di Seregno, sotto l’amorosa direzione del suo abate, Valerio Cattana; e l’emozione è dovuta al fatto che, per così dire, devo a loro la mia definitiva introduzione al mondo monastico scritto. La copertina e la veste editoriale sobrissima; i titoli, che appoggiavano su volumi di pochi pagine argomenti di notevole vastità: Il monachesimo occidentale oggi, Monachesimo e cultura, Il monaco e il mondo contemporaneo, oppure che accompagnavano in territori del tutto ignoti, perlomeno per me: Cultura scientifica e tecnica del monachesimo in Italia, Monachesimo e mistica, San Colombano attraverso le sue parole; e gli autori, nomi che avrei imparato a conoscere: Jean Leclercq, Reginald Grégoire, Gregorio Penco, Divo Barsotti, Anna Maria Cànopi, Adalbert de Vogüé, ma anche Ildefonso Schuster, Carlo Maria Martini, grandi studiosi che spesso accettavano l’invito del direttore della collana (della «mini-collana», come la chiamava lui) a condensare il loro sapere e le loro riflessioni in eccellenti «gioielli di sintesi». E poi quegli strani inserti di illustrazioni a colori, tra la cartolina e il documento d’archivio, e, non certo da ultimo, le presentazioni dell’abate Cattana, firmate sempre in occasione di ricorrenze monastiche, spesso l’11 luglio, solennità di san Benedetto, patrono d’Europa.

«Per venire incontro al desiderio di molte persone che vengono nella nostra chiesa per venerare san Mauro, discepolo di san Benedetto e abate, abbiamo chiesto al confratello di Monte Oliveto Maggiore, don Stanislao Avanzo, di scrivere una breve vita di san Mauro, che ora volentieri pubblichiamo»: come non sentire in queste parole, datate 15 gennaio 1991 e che aprono il primo volume della collana, un’eco del medesimo invito che oltre mille anni prima un altro abate avrebbe potuto rivolgere al suo confratello di…? Ogni volta poche parole misurate e «dolci», che testimoniavano di una rete invisibile di contatti («Lo stesso Leclercq, scrivendomi recentemente, sottolineava che…», «Visitando, tempo fa, la splendida abbazia cisterciense di Sénanque…»), di lunghe fedeltà («Consegnandoci il dattiloscritto, l’autore del presente volumetto, che da più di 50 anni studia il monachesimo, ci ha confessato che la presente costituisce l’ultima sua sintesi di un argomento che lo ha appassionato tutta la vita») e di un sereno intento pedagogico («[Questo libro vuole essere anche un] dono, un piccolo dono, alle nuove generazioni di monaci perché non si disperda un tratto significativo della più che millenaria tradizione benedettina»).

Mi ricordo molto bene quando li cercavo nell’unica libreria di mia conoscenza che li tenesse, e qualche volta li chiedevo al commesso, suscitando una punta di sorpresa. E ora eccoli di nuovo lì, sempre con la copertina verde, con l’indicazione «collana fondata da p. Valerio Cattana» e il numero sul dorso: 42, 43…

 Il testimone è stato raccolto, silenziosamente e nobilmente, dalle Edizioni Nerbini di Firenze, che lo scorso giugno hanno pubblicato Chiamati ad andare oltre, di Anna Maria Cànopi, e in novembre La vita monastica come «conversione nella fede», di Andrea Pacini: subito comprati e letti.

Può far sorridere, se non peggio, che nel presente contesto ci si «emozioni» per un’iniziativa editoriale. Sì, è possibile, e non ho né «ma», né «però» da opporre a tale eventualità.

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Fluttuanti

In uno dei passi più belli della sua Regola san Benedetto prescrive che l’abate si preoccupi dei fratelli che sono incorsi in mancanze gravi e che, pertanto, sono stati scomunicati, cioè separati dal resto della comunità, e che lo faccia mandando loro, quasi di nascosto, dei fratelli anziani per confortarli e indurli al pentimento che li riporterebbe in seno alla comunità (XXVII, 2-3). Lo scomunicato che non deve essere abbandonato a se stesso è il fratrem fluctuantem, espressione che la maggior parte delle traduzioni e dei commenti correnti della Regola rende con fratello agitato, o vacillante, rimandando alla condizione di costui, che sarà combattuto tra l’irritazione, provocata dalla punizione, e la tristezza, dovuta allo stretto isolamento1.

Nel suo ultimo libro, molto bello, pubblicato all’inizio dell’anno scorso, Mauro Giuseppe Lepori ha scelto, sin dal titolo, di rendere quell’espressione con fratello fluttuante, o anche galleggiante2. Secondo l’abate generale dell’Ordine cistercense Benedetto deriva l’espressione da san Paolo, dai parvuli fluctuantes, i «bambini sballottati dalle onde» della Lettera agli Efesini (4, 14), e ci offre una lettura dell’immagine legata strettamente all’attualità. Con una mossa che ho visto – e ammirato? – tante volte, il monaco del XXI secolo compie un salto di oltre millecinquecento anni, con l’«asta» della Regola, e affratella l’uomo contemporaneo, «instabile, vacillante, come un naufrago su una tavola», costantemente distratto e in superficie, surfante «sulle onde fugaci e virtuali della realtà», a quel monaco scomunicato e solo.

E non soltanto gli uomini e le donne di oggi, perché «anche nei monasteri mi capita di incontrare molti fratres e sorores fluctuantes, che hanno difficoltà a fermarsi, ad esempio per dedicarsi alla preghiera, alla lectio divina, alla meditazione». L’uomo contemporaneo, nella visione dell’abate, è sballottato dalle onde della superficialità, afflitto – per restare nell’ambito dell’immagine – da un mal di mare dilagante. Il passo successivo del ragionamento è prevedibile, e l’abate lo compie: «È come se le tragiche immagini delle migliaia di migranti che naufragano nel Mediterraneo fossero uno specchio che l’umanità più misera pone davanti alla cultura occidentale perché vi veda riflessa la propria condizione umana e spirituale».

Di fronte a ciò l’abate Lepori addita ai monaci e alle monache suoi compagni di viaggio, e forse un po’ a tutti, il vero carisma che si esprime nella Regola, e cioè l’osservazione e l’ascolto di Gesù, dei suoi gesti e delle sue parole, e l’appello a provarsi di seguirlo, avendo sempre davanti a sé il valore della relazione e dunque della comunità. Anche perché Gesù è colui che cammina sulle onde del mare in tempesta, e lo straordinario non è che non affondi, «lo farebbe anche un buon nuotatore», bensì il fatto che la superficie instabile diventi per lui un cammino, una direzione precisa: «Per Gesù la direzione vince sulla fluttuazione dello spazio».

Il libro dell’abate Lepori, che leggo sempre con grande interesse, non si riduce a questo, e una volta mi piacerebbe riflettere sulla questione delle dimensioni della comunità cui si riferisce anche qui l’autore, comunità che per il pensiero monastico è allo stesso tempo il piccolo coro di sei voci oranti e l’intero ecumene, ma giunto a questo punto sono un po’ sopraffatto dalle molte risonanze di questa meditazione, dalle mie molte mancanze a questo appello e dal rammarico per le difficoltà che il pensiero laico (e materialista) incontra nel rivendicare le medesime aspirazioni.

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  1. Al vertice della punizione sta, significativamente, l’obbligo di mangiare da solo, e di assumere cibo non benedetto, e il divieto fatto agli altri addirittura di salutarlo – praticamente un fantasma.
  2. Mauro Giuseppe Lepori, Pecore pesanti e fratelli fluttuanti. La via di san Benedetto alla cura dell’altro, San Paolo 2018.

 

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Oro, argento, inchiostro o acqua (Chiaravalle)

Chiaravalle Milanese, chiostro (foto Potts)

L’ultima visita all’Abbazia di Chiaravalle Milanese l’abbiamo fatta all’inizio dell’anno. Ci andiamo periodicamente, perché è vicina a casa, perché la strada che dobbiamo fare per raggiungerla è molto piacevole e soprattutto per respirare un po’. La campagna, un giro completo della chiesa, il periplo del chiostro, e poi, naturalmente, la Bottega dei Monaci, dove troviamo sempre qualcosa: i saponi, le creme, l’ultimo libro di Mauro Giuseppe Lepori (bello) e le birre trappiste che arrivano dal Belgio e dall’Austria, ma anche dall’Italia (era «appena arrivata» l’unica birra trappista italiana, quella del Monastero alle Tre Fontane di Roma).

Durante la visita non sono mai molto diligente, guida artistica alla mano, osservo e mi pasco, lasciando che il mio «interesse per le cose monastiche» si distenda nel luogo, senza articolarlo in parole, lette o ascoltate o, tantomeno, dette. Questa volta però, davanti all’affresco che sovrasta l’ala sinistra del coro, mi è subito tornata in mente una lettura che avevo fatto, soprattutto perché assai recente. Infatti, il miracolo rappresentato in Angeli che annotano il fervore dei monaci nella preghiera comune (del secondo decennio del ’600) – attribuito dapprima ai grandi decoratori della chiesa, i Fiamminghini (o Fiammenghini), e successivamente a Bartolomeo Roverio – è descritto nel capitolo III del Libro Secondo dell’Exordium Magnum Cisterciense: «Come san Bernardo durante la santa veglia vide degli angeli che stavano ciascuno accanto a un monaco e scrivevano su pergamene quel che salmodiavano».

Chiaravalle Milanese, coro, lato sinistro (foto Potts)

Si racconta che «una volta il padre santo prendeva parte alle Vigilie notturne con quella purezza e devozione che gli era consueta, nota a Dio solo e a lui. Mentre la lenta modulazione della salmodia protraeva le Vigilie, il Signore gli aprì gli occhi ed ecco: guardando, vide degli angeli che stavano ciascuno accanto a un monaco, riportando su fogli alla maniera notarile ciò che ognuno di loro salmodiava, con tanta esattezza da non tralasciare neppure la più piccola sillaba per quanto sbadatamente pronunziata». Bernardo si accorge che l’inchiostro usato dagli angeli per i loro verbali non è lo stesso per ogni monaco: per alcuni è oro, per altri argento, per altri ancora nero, a seconda del grado di passione infusa nel canto; per alcuni, inoltre, «sottratti a se stessi da vani pensieri», l’inchiostro era acqua, e infine, per qualcuno, gli angeli non scrivevano niente: costoro dormivano o erano volontariamente distratti.

Ieri, poi, abbiamo trovato una copia del fantastico libretto di Michele Caffi, Dell’Abbazia di Chiaravalle in Lombardia, pubblicato nel 1843, prima delle ultime massicce demolizioni1. Il volume, tra le altre meraviglie, riporta tutte le iscrizioni presenti all’epoca nel complesso2, con tanto di svolgimento e traduzione. A pagina 49 vi si può così leggere: «La volta del coro è dipinta con angioli e ricchi ornamenti. Sovra poi i sedili… sono pure altri affreschi de’ Fiamminghini. A mano sinistra veggonsi i monaci di Clervaux, che salmeggiano nel loro tempio, e gli angeli presso loro che considerando il diverso fervore de’ salmeggianti, scrivono in un libro con diverse materie ed anche con nulla. Sotto la pittura è l’epigrafe oggi quasi nascosta dai sedili:

 inscrizione 14.

PSALLENTIBVS NOCTV MONACIS CLARAVALLENSIBUS QVIBVSQUE ILLORVM VIDIT

BERNARDVS ASTANTES ANGELOS EORUM PSALMODIAM AVRO ARGENTO ATRAMENTO

AQVA NIHILO PRO SINGVLORVM IN DEO PIETATE NOTANTES.

cioè: “Salmeggiando di notte i monaci di Chiaravalle, ad alcuni di loro vide san Bernardo astanti degli angioli, i quali notavano i loro canti con oro, argento, inchiostro, acqua, ovvero con nulla, secondo il diverso fervore di ciascheduno”».

Giuro che la prossima volta che andiamo a Chiaravalle mi porto dietro il libretto del Caffi.

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  1. Intendo una copia cartacea, perché il testo in formato digitale si può consultare qui.
  2. «Nel riportare il testo delle epigrafi si è seguita scrupolosamente l’ortografia loro, la disposizione delle linee, la punteggiatura, le abbreviature, le scorrezioni, quali le offre il marmo. Le inscrizioni ormai perdute ed i supplimenti alle mutile si pongono in carattere corsivo minuscolo.»

 

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Nuvole di tristezza e fantasmi della notte (Dice il monaco, LVI)

Dice Bernardo di Portes, certosino, priore, intorno al 1130:

Capita spesso, inoltre, a coloro che vivono in solitudine di essere tormentati intimamente e di veder passare qualche nuvola di tristezza [quamdam nebulam tristitiae], per colpa del diavolo. Il nostro eterno avversario, infatti, conosce parecchi strumenti per nuocere ai servitori di Dio e per distoglierli dalle loro sante occupazioni, e si studia di attaccarli con la tristezza o con una collera immotivata, con l’orgoglio o con la rievocazione di un’offesa, con il vano ricordo di ciò che qualcuno ha detto, o forse ha fatto, e ancora con la memoria dei propri doveri o con i pensieri impuri, e poi scusando un animo tiepido e il tepore del sonno: tutto al fine di deviare l’animo dai desideri santi e di contrastarlo. Se poi si accorge, il nostro eterno avversario, che riesce a far cedere il solitario nelle piccole cose, allora lo avvolge in una rete di tentazioni più gravi, poiché preferisce sempre abbattere piuttosto che ostacolare. Nondimeno, non smette un istante di porre ostacoli sul cammino di chi non riesce ad abbattere. […] Contro queste e contro tutte le altre tentazioni, di qualunque tipo esse siano, nonché contro i fantasmi della notte [quoque nocturnas illusiones], àrmati della preghiera e afferra quello scudo del quale l’Apostolo dice: «Tenete sempre in mano lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno».

♦ Lettera di Bernardo, priore di Portes, al fratello Rainaldo, recluso di Saint-Rambert, sulla vita religiosa dei reclusi, in Lettres des premieres chartreux, vol. II: Les moines de Portes, Bernard, Jean, Etienne, Les Editions du Cerf 2013 («Sources Chretiénnes»; 274), pp. 68-71.

 

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Due o al massimo tre («Monaci a tavola», di Nadia Togni)

L’occasione è troppo ghiotta per non definire assai gustosa la lettura di Monaci a tavola della ricercatrice storica e studiosa del monachesimo benedettino umbro Nadia Togni1. Il suo piccolo, solo all’apparenza, libro consente di ripassare molte cose circa i vari aspetti del rapporto tra monaci e cibo, di impararne molte altre e soprattutto di ascoltare commenti, ricordi e testimonianze sul tema dalla viva voce di un monaco e abate di lunghi studi e lunga esperienza. I vari capitoli del testo sono infatti punteggiati dalle conversazioni che l’autrice ha avuto con p. Giustino Farnedi, attualmente direttore e conservatore del complesso abbaziale di San Pietro a Perugia e del quale, in questo 2019, ricorrerà il 60° della professione monastica.

Piccolo solo in apparenza, dicevo, perché il libro affronta l’argomento in maniera esauriente da ogni lato, a partire dalle indicazioni, dagli orari e dalle misure contenute nella Regola di san Benedetto; per passare poi agli spazi (il refettorio, la cucina, la cantina) e agli strumenti (le stoviglie, il tintinnabulum), alle norme e alle tradizioni, agli «accessori» (la neviera e la ghiacciaia) e alle «specialità» (quelle «piccole» come l’acquaticcio, un vinello da pasto, e l’orzarella, una bevanda da prima colazione, e quelle «grandi», come la birra, i formaggi, il miele, gli amari e i mille dolci, soprattutto delle monache: sfogliatelle, palommelle, cavallucci, biscotti ricci, ’mpatigghie, ’nfasciateddi e, naturalmente, le minne di virgini).

C’è tutto, insomma. Informazioni di carattere storico si alternano a riferimenti archeologici: un’area che infatti produce risultati molto interessanti, compatibilmente con i fondi a disposizione, è quella dell’archeologia monastica, che esplora i siti delle cucine e che, in base allo studio dei reperti, ricostruisce regimi alimentari, abitudini, materiali usati, scambi di prodotti con zone limitrofe o lontane2; riletture mirate dei testi normativi si susseguono a risultati di indagini d’archivio3; e tra i puntuali commenti eruditi del p. Farnedi, che – non va dimenticato – è di Cesena e all’abbazia di Santa Maria del Monte ha mosso i primi passi monastici, spuntano poi qui e là i ricordi e gli aneddoti. Coloro che, come l’abate Farnedi, sono entrati in probandato da piccoli «hanno ricevuto un’educazione monastica, che riguardava tutti i momenti della vita all’interno della comunità», il cosiddetto galateo monastico: «Noi più piccoli guardavamo e imparavamo dai monaci come dovevamo comportarci; venivamo continuamente corretti soprattutto sulle maniere sbagliate di mangiare» – no i gomiti, no i morsi, no rumori con la bocca, no non mi va, no porzioni troppo abbondanti, no «scambi di merce», e soprattutto no avanzare e no sprecare: «Proprio per questo nel monastero il cibo era spesso servito in piatti già pronti e confezionati in cucina, come la carne con il suo contorno, l’uovo al tegamino servito negli appositi padellini nei quali era stato cotto, la frutta e le noci, due o al massimo tre, schiacciate in cucina e servite con il loro guscio frantumato: dovevamo usare tutta la nostra pazienza e l’abilità delle dita per ricercare ogni più piccolo pezzettino di noce».

Infine, tra i tanti monaci citati in queste pagine – cellerari, ortolani, spezieri, cuochi, vinai, ecc. – una menzione non può essere negata a f. Isidoro Garattoni, cuoco e ortolano a Cesena, che i novizi chiamavano il cavaliere dello stracchino: «Lo ricordo ancora scendere a piedi in città con la sua grande sporta a fare la spesa per la comunità. Era abilissimo nel preparare piatti succulenti con povere cose, come le sue famose polpette nelle quali di carne c’era solo l’odore, ma ben farcite, tenere e gustosissime».

Rivendicando l’equilibrio, la misura, la sanità, la stagionalità, la territorialità, la creatività, la democraticità, la qualità «bio», e anche la bontà, della cucina monastica, perlomeno di quella di un tempo, il p. Farnedi ribalta il senso del noto modo di dire, e a questo ribaltamento si può affidare il commento conclusivo a questa assai piacevole lettura: «La cosa più bella nella vita di un monastero è che il monaco non deve mai scegliere il pasto da un menù, ma mangia ciò che gli viene servito, secondo la classica massima “mangià ciò che passa il convento”».

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  1. Nadia Togni, Monaci a tavola. La Regola di san Benedetto e le consuetudini alimentari, Tau Editrice 2018.
  2. «Gli scavi archeologici condotti a San Vincenzo al Volturno in questi ultimi decenni – ad esempio – hanno portato al ritrovamento della cucina monastica dell’inizio del secolo IX. Questa era a pianta quadrata con, al centro, un grande banco di cottura in muratura; alla base si aprivano quattro arcate, dove erano collocate le braci accese che riscaldavano la superficie del banco. […] Su un lato era disposta una mensa ponderaria, cioè la “tavola dei pesi”, di età romana, usata per pesare gli ingredienti e le quantità di cibo da cuocere; questa era costituita da un blocco di marmo con delle profonde cavità di dimensioni diverse corrispondenti alle diverse capacità di misura…», pp. 130-31.
  3. In un manoscritto seicentesco, conservato presso l’Archivio storico di San Pietro a Perugia, insieme con varie notazioni personali e liturgiche un anonimo monaco ha trascritto due ricette, quella dello Zucchero a cottura di bottone e quello del Caffè di Germania, che si fa così: «Ceci rossi [bacche di caffè non tostato], libbre 3; amandole amare, once 3; ginebro fatto bene. Si abbrustolischi ogni uno da sé e s’impasti unitamente e sarà fatto», pp. 194-95.

 

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