Ragazze, vedove & mogli (Dice il monaco, LXXXIII)

Dice Aelredo, abate dell’abbazia cisterciense di Rievaulx, intorno al 1160:

È difficile in questi tempi trovare una qualche reclusa che stia sola, che non abbia invece, seduta davanti alla sua finestra, una qualche vecchia garrula e pettegola, che stia lì a intrattenerla raccontando storie, a nutrirla con mormorazioni e maldicenze, a descrivere l’aspetto, il volto, le abitudini di questo o quel monaco, o di un chierico, o di qualcuno che appartenga a un qualche ordine, infilando in mezzo a queste chiacchiere qualche tratto piccante, dipingendo o la lascivia di ragazze giovani, o la libertà di vedove che si concedono tutto quello che loro piace, o l’astuzia di mogli abili a ingannare i mariti e a soddisfare le loro voluttà. In mezzo a tutto ciò la bocca si scompone in risa e schiamazzi, e il veleno bevuto con dolcezza si diffonde nelle viscere e per le membra. Così, quando l’ora costringe a salutarsi, la reclusa si trova appesantita dai piaceri, e la vecchia carica di vettovaglie. Ritornata alla quiete, la poveretta rimugina nel suo cuore, trasformate in immagini, le cose che le sue orecchie vi avevano inserito, e trasforma in incendio violento quel fuoco che era stato attizzato dalle chiacchiere precedenti. Nei salmi balbetta, come fosse ubriaca, nella lettura le si appanna la vista, barcolla nella preghiera.

♦ Aelredo di Rievaulx, Regola delle recluse, I, 2, a cura di D. Pezzini, Edizioni Paoline 2003, pp.124-25.

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Noi dobbiamo arrangiarci. Lezioni monastiche di economia e di vita

DonneChiesaMondo 10-21Molto, molto interessante il numero di questo ottobre 2021 di «Donne Chiesa Mondo»1, mensile dell’«Osservatore Romano», dedicato a come vivono le suore e le monache di oggi; «o meglio», come dice Ritanna Armeni nella premessa, «di che vivono, come provvedono alle necessità della vita quotidiana, come si organizzano». Il piglio gioioso della copertina contrasta un po’ con il tono generale del numero, improntato a una composta eppur profonda preoccupazione per la situazione delle diverse comunità. La foto che vi è riprodotta, assai famosa per chi è appassionato di cose monastiche, raffigura infatti un gruppo di consorelle dell’abbazia cisterciense di Boulaur, in Occitania, issate con grande soddisfazione su un grosso trattore agricolo2.

La preoccupazione che emerge dagli articoli e dalle interviste è legata sia agli aspetti per così dire strutturali, come l’invecchiamento delle comunità (che comporta l’aumento delle spese per assistenza e cura), l’assenza di un reddito regolare («Non riceviamo nessuno stipendio», dice una suora orsolina della Sacra Famiglia, «e nessun aiuto dal Vaticano. Noi dobbiamo arrangiarci») e la scomparsa di fonti di finanziamento tradizionali («Fino a una ventina d’anni fa si poteva parlare orientativamente di quattro forme di sostentamento», spiega s. Claudia Grenga dell’Unione superiore maggiori d’Italia, «lavoro dipendente, donazioni, attività produttive e pensione di vecchiaia. Ormai, con l’incremento dell’età media delle religiose, è questa l’ultima risorsa principale. […] Le donazioni non sono calate, non ci sono proprio»), la mancanza di una vera cultura dei diritti del lavoro in ambito ecclesiastico («Nei rapporti delle suore con i loro datori di lavoro c’è stato un offuscamento di quello che io chiamo i confini», dice ad esempio Maryanne Loughry, suora della Misericordia, psicologa e ricercatrice australiana. «Nella Chiesa ci sono molte cose date per assodate: che noi siamo molto generosi, che usciamo dagli schemi se c’è da fare qualcosa di speciale. Non voglio rinunciare a questa caratteristica, ma penso che a volte venga sfruttata»); sia ad aspetti contingenti, come gli effetti della pandemia, che in certi casi ha colpito duramente le comunità («La responsabile di una comunità di una quarantina di suore, tutte anziane», ancora s. Claudia Grenga, «mi confidava di aver perduto quindici sorelle nel giro di poche settimane, durante la prima ondata. Per riuscire a pagare i funerali, ha dovuto chiedere aiuto fuori della comunità. Oltretutto, di colpo, la comunità si è ritrovata con quindici pensioni in meno») e ha pesantemente ostacolato, se non interrotto attività in qualche misura redditizie (fino a un certo punto: il più delle volte «il fatturato è così scarno che per poter sopravvivere le monache devono ricevere i pacchi della Caritas o accettare donazioni dai famigliari») come la vendita di prodotti e l’ospitalità (come osservato dal Segretariato assistenza monache, che dalla sua fondazione nel 1953 si adopera, data la loro «situazione particolarissima», per sostenere nei loro bisogni quotidiani le claustrali, «meno di 40 mila nel mondo, poco più del 6 per cento delle religiose»).

I medesimi articoli e interviste, comprensibilmente, danno spazio a diversi esempi di reazione a quella preoccupazione, all’insegna anzitutto dell’inscindibile connubio di fede, speranza e carità, ma anche della creatività e dell’intraprendenza, di cui quel trattore e quella gioia sono un po’ il simbolo: «Con audacia le religiose combinano il carisma che ha animato i fondatori e le fondatrici con la storia di oggi. Con molta determinazione affinano le strategie di marketing, intelligentemente usano i media e la tv». Si va così dalla messa a punto di campagne mirate di crowdfunding sulle piattaforme più note o su quelle specifiche, alla disponibilità a concedere alcuni spazi del proprio monastero per le riprese di un reality; dalla cooperazione per la vendita online dei prodotti dei propri laboratori, alla creazioni di reti di sostegno nazionali e internazionali che coinvolgano i laici; da un rinnovato impegno nel campo dell’educazione, alla gestione di vere e proprie strutture alberghiere; preghiere di intercessione, attività culturali, lavoro artigianale, confezione di abbigliamento religioso, realizzazioni di icone o immagini sacre, promozione sui social network, cd di musica religiosa e, sia detto con il massimo rispetto, tante, tantissime creme e saponette.

L’impressione che si ricava leggendo queste pagine è quella di un coro formato, certo, da voci diverse, ma percorso da un filo comune, da un’omogeneità di fondo nobile, concreta e di piena ispirazione evangelica: mettere in comune quello che si ha, vivere in pienezza la propria forma di vita, servire gli altri. Non dirò quindi che spiccano alcune voci, perché non è vero, mi limito a sottolineare la testimonianza di Nabila Saleh, suora del Santo Rosario, a capo della Rosary Sister’s School nella Striscia di Gaza; e quella di Rosa Lupoli, badessa delle Clarisse cappuccine di S. Maria in Gerusalemme a Napoli, le cosiddette Trentatré (oggi rimaste in otto). «Il caso delle Trentatré è ancora più specifico», scrive Antonella Cilento, che ha intervistato m. Lupoli, «poiché la povertà personale è condizione insindacabile della professione solenne. Le clarisse cappuccine entrano in clausura rinunziando davanti al notaio, ben due volte, a qualsiasi bene personale, eredità familiare e a ogni possibile eredità dovessero ricevere in futuro da terzi. L’origine clariana dell’ordine stabilisce un’autentica povertà: si deve vivere con la Provvidenza, giorno per giorno, quel che si riceve in dono gratuito. E basta.»

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  1. «Donne Chiesa Mondo» 104 (ottobre 2021): Consacrate. Lezioni di economia e di vita.
  2. L’immagine, che accompagnava la campagna di autofinanziamento delle monache francesi per la costruzione di una grangia (campagna coronata da pieno successo), merita di essere osservata nella sua interezza.

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La «perla» (Dice la monaca, LXXXII)

Dice Teresa Forcades, monaca benedettina, nel 2021:

Un paio di anni fa ho creato una scuola monastica ispirata alle madri del deserto, non ai padri. Ho preso in considerazione la vita di Sincletica, una donna di Alessandria d’Egitto che visse intorno al quarto secolo e che passò lungo tempo nel deserto. Ci sono rimasti suoi Detti, come quelli di Sara o di Teodora, che circolarono nei centri monastici egiziani. Sono raccolte di scritti in cui queste madri ci parlano dell’esperienza del dolore e della gioia. Non so se il loro fosse un pensiero femminile. Ma erano donne, erano le madri del deserto.

Questa scuola che hai fondato che finalità si prefigge?

Imparare a parlare di ciò che amiamo o che ci fa soffrire.

Qualcosa di molto personale?

Non necessariamente. Parto dalla considerazione che se ciò di cui parli ha valore per te, allora può averlo anche per me. È come se tu avessi un «perla» e quella perla fa vibrare le parole del racconto.

♦ Teresa Forcades, Il mio Dio non è né maschio né femmina, intervista di A. Gnoli, in «Robinson – la Repubblica», 25 settembre 2021.

 

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Righe storte e fogli mossi

Commentando la finezza psicologica di Evagrio nel cogliere le insidie dell’acedia anche nei dubbi che tormentano il religioso o la religiosa, Gabriel Bunge fa di sfuggita un’osservazione degna di nota. Bisogna ricordare, sottolinea infatti, che «accanto a motivi nobili e autentici, in ogni decisione entra in gioco anche una quantità di ragioni superficiali o addirittura impure». In ogni buona scelta, quindi, anche nella risposta a una vocazione, si rivela una «elezione per grazia», e solo agli increduli la particolare combinazione di debolezza umana e forza divina «sfuggirà per sempre». La convinzione che si tratti sempre e soltanto di «fattori umani» è un’illusione, un’illusione demoniaca e fatale «alla quale molti soccombono, e non da oggi».

La verità è che «Dio scrive diritto anche su righe storte», dice Bunge, e questa espressione me ne ha riportata subito alla memoria un’altra che ho letto di recente. È del gesuita Jean-Pierre de Caussade, cui si attribuisce uno dei testi più famosi della spiritualità cristiana, quell’Abbandono alla Provvidenza divina ricavato probabilmente dalla sua corrispondenza rivolta alle visitandine di Nancy e diffuso a partire dal 1860.

Considerando l’inutilità di tante «parole e idee confuse» per riconoscere la volontà di Dio e la Sua azione, mentre si dovrebbe «far uso soltanto di quello che Dio ci dà da patire e da fare», Caussade lamenta l’insensatezza e la curiosità che ci spingono a leggere gli scritti che celebrano la Sua storia, invece di lasciare che Egli la prosegua «scrivendo sui nostri cuori diversamente che con l’inchiostro». In questo modo «teniamo la carta in una agitazione continua», e Dio non può scrivere.

Non ti muovere! sembra dire Caussade, se vuoi che Dio scriva sulla tua anima. Non ti preoccupare, ribatte Bunge, anche se il foglio si muove e la riga è storta, Dio scriverà ugualmente.

E chi scriverà sul foglio del miscredente, ammesso che ne abbia uno anche lui? Se lo scriverà da solo? E per chi? In quale archivio finirà, se ci finirà, quel foglio?

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♦ Gabriel Bunge, Akèdia. Il male oscuro, nuova edizione interamente rifatta sulla quarta edizione tedesca ampliata [1995], a cura di V. Lanzarini, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 1999, pp. 88-89; Jean-Pierre de Caussade, L’abbandono alla Provvidenza divina, traduzione di M. Calasso, Adelphi 1989, p. 121.

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Come un’ombra (Gabriel Bunge e l’acedia di Evagrio, pt. 2/2)

BungeAkedia2

(la prima parte è qui)

«Pensare che oggi le cose siano diverse sarebbe un’illusione fatale», risponde Gabriel Bunge all’inizio del suo saggio1 a chi obietta che l’acedia era un «problema» di individui solitari ed eccentrici che si rifugiavano nel deserto. Sono gli esiti di un «processo sempre più profondo di spersonalizzazione» – del bene, del male, di tutto – che ci spingono a pensare che la «cosa» non ci riguardi, e a tali esiti occorre opporsi ricordando che «i vizi che opprimono l’umanità [«così pure i nemici e gli avversari del cristiano»] sono sempre e dovunque gli stessi». Gli scritti dei Padri, le loro esperienze fatte in condizioni estreme, possono essere una guida anche per l’oggi perché fanno riferimento a un «nucleo in cui ognuno può riconoscere la propria esperienza personale», per quanto i nomi e i «travestimenti» dei demoni che ci affliggono siano cambiati.

Dunque l’acedia2, tra gli otto famosi «pensieri» il temuto assalto del demone di mezzogiorno3, che determina «una sorta di perdita di tensione delle forze naturali dell’anima» e produce un tipo specifico di sofferenza. «Come un’ombra» che accompagna la condizione umana, l’acedia è un fenomeno multiforme che si manifesta come punto di arrivo di un processo di opacizzazione del rapporto del monaco (dell’io) con sé, gli altri, le cose, Dio, e cui concorrono le forze razionali e irrazionali che ci agitano: «L’acedia rappresenta una sorta di vicolo cieco nella vita dell’anima», una paralizzante «avversione nei confronti di tutto ciò che si ha a disposizione, legata a una bramosia per ciò che non è a portata di mano». È qui che esplode, si può dire come una bomba di desiderio e irascibilità, l’amore di sé, che distoglie da tutto il resto e apre la strada a ogni vizio. In questo amore di sé (philautía) «Evagrio individua il sostrato di ogni passione. Per cui la passione è nella sua essenza un’alienazione egoistica, è l’essere prigionieri del proprio io»; amore di sé, va aggiunto, che diventa odio di ogni altra cosa.

Manifestazioni. La voglia di qualcosa di nuovo, l’irrequietezza (anche proprio quella degli arti), la noia e l’ansia, le malattie immaginarie, questo inutile lavoro che mi tocca fare e quell’imbecille del mio capo, l’«illusione dell’agenda piena», ah, se solo avessi tempo, ah, questa città questo quartiere questa stanza, «quando legge, l’acedioso sbadiglia molto… si sfrega gli occhi e stira le braccia e distogliendo gli occhi dal libro fissa la parete. Poi… lo legge un po’… sfogliando… conta le pagine… critica la scrittura e la decorazione e per finire vi appoggia sopra la testa e cade in un sonno non troppo profondo…» – tutto storto, vera desertificazione, ben più spaventosa del deserto fisico dei Padri.

Rimedi. «I rimedi contro l’acedia sono di due tipi: generali e specifici.» Anzitutto conoscenza e dominio di sé; poi la fermezza (fatta di coraggio e pazienza), che si traduce in resistenza («questo significa restare là sul posto, finché l’attacco non sia cessato»). L’apertura del cuore, cioè la confidenza al padre o alla madre spirituale. L’azione positiva (fatta di costanza e perseveranza): «Guariscono l’acedia la costanza e il fare ogni cosa con grande cura, timore di Dio e perseveranza. Fìssati una misura in ogni opera, e non abbandonarla finché non l’hai portata a termine». Il lavoro, quindi, e infine, sopra ogni altra cosa, la preghiera, dal momento che «acedia e preghiera si escludono a vicenda».

Degli esiti si è detto. Al di là dell’acedia c’è la possibilità di superare l’alienazione ed essere di nuovo «persone totalmente unificate» (cioè monaci) che sono uscite dalla prigione (dell’amore) di sé e sono nuovamente «capaci di Dio». Anche nel momento di assoluta oscurità mai ci viene tolta la libertà di questa scelta: «Questo passo al di là di se stessi, ciascuno deve farlo personalmente, eppure non da solo, perché innumerevoli sono coloro che l’hanno fatto prima di lui. […] A tal punto Dio ama e stima la sua creatura, da lasciarle spazio in se stesso affinché compia da sola quest’ultimo piccolo passo verso di lui». E qui la distanza tra lo psicologo Evagrio, e il suo interprete Gabriel Bunge, e gli psichiatri si fa incolmabile: la scelta.

(2-fine)

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  1. Gabriel Bunge, Akèdia. Il male oscuro, nuova edizione interamente rifatta sulla quarta edizione tedesca ampliata [1995], a cura di V. Lanzarini, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 1999.
  2. «I possibili equivalenti italiani sono tanti: tedio, noia, pigrizia, scoraggiamento, languore, disgusto, depressione, nausea… Ma per non perdere le varie sfumature di senso, faremo anche noi come Cassiano e parleremo semplicemente di acedia
  3. «Chi è stato in Oriente avrà ben presente lo sfondo reale di questo quadro. Il tempo che va dall’ora quarta (le 10.00) all’ora ottava (le 14.00) è per così dire il “punto morto” della giornata: il sole è alto nel cielo, la calura è opprimente…»

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Un’oretta in silenzio (Gabriel Bunge e l’acedia di Evagrio, pt. 1/2)

BungeAkedia1Torno sempre volentieri sugli scritti di Evagrio Pontico, o sui libri che ne trattano, perché il dotto monaco e diacono, nato nel 345 in una regione dell’attuale Turchia e morto nel 399 nel deserto egiziano, rappresenta forse l’emblema di quella «conoscenza psicologica» ante litteram che tanto mi attira verso la letteratura monastica. Conoscenza psicologica che andrebbe chiamata più propriamente «sapienza spirituale», come infatti indica il sottotitolo del saggio di Gabriel Bunge che mi ha riportato a Evagrio: Akedia. Die geistliche Leher des Evagrios Pontikos vom Überdruss, apparso una prima volta in Italia nel 1992, presso le edizioni dell’Abbazia di Praglia, col titolo di Akèdia. La dottrina spirituale di Evagrio Pontico sull’accidia1 (che rende il «tedio» tedesco), e successivamente nel 1999, presso le Edizioni Qiqajon, indicativamente intitolato Akedia. Il male oscuro2. Conoscenza psicologica che tuttavia è stata ampiamente sottolineata in tempi moderni, da grandi studiosi sia religiosi, come il p. Hausherr (che definisce Evagrio tout court «psicologo») sia laici, come lo psichiatra cui, in questo caso, è affidata la prefazione dell’edizione di Praglia, Gabriele Benedetti. Il quale, seppur contrario a sovrapporre all’akedia di Evagrio la moderna «depressione», osserva che il «filosofo del deserto» e il suo interprete descrivono una situazione spirituale «che lo psichiatra non può non chiamare anche una situazione psichica; una situazione che al limite è malattia».

BungeAkedia2Acedia, dunque, o accidia, tristezza, o, più propriamente secondo Giovanni Cassiano, «acedia, quod est anxietas, sive taedium cordis», tedio del cuore: una condizione cui Evagrio ha dedicato descrizioni ampie e accurate, desunte sia dall’introspezione sia dalle «innumerevoli confessioni ascoltate» in qualità di padre spirituale di altri monaci. Il saggio di Gabriel Bunge ne esamina la trattazione citando diffusamente gli scritti di Evagrio e organizzandoli secondo uno schema chiaro e funzionale: definizione, origine, caratteristiche, rimedi ed esiti. Uno schema che indica anche un movimento: se infatti guardiamo alle considerazioni conclusive, notiamo come secondo Bunge l’acedia non è soltanto un male, un vizio, dal quale si può «guarire», ma anche un percorso, la tappa di un percorso, che può condurre in «regioni sconosciute e insolite»: quelle, per anticipare, della «contemplazione della gloria luminosa di Dio nello specchio luminoso del proprio io purificato da tutte le passioni». Un’esperienza forse addirittura necessaria, a patto che nel momento decisivo chi ne patisce scelga: «Una via d’uscita dal circolo infernale dell’acedia, infatti, è possibile solo se l’uomo apre un varco nelle mura carcerarie del proprio io, del proprio disperato isolamento, e perviene all’autentica esistenza personale, trasparenza per l’altro, e dunque anche all’autentico amore, che è un trovare se stessi nel darsi al tu dell’altro».

Non va dimenticato che per Evagrio l’acedia non è un’esperienza che ci cade addosso dal cielo come la pioggia, ma è il risultato di un attacco deliberato dei demoni che, come per ogni altro vizio o passione, fanno leva sulle nostre debolezze per perderci, che sfruttano la «radice malata» per amplificare il male. Un attacco che deve tradursi, da parte nostra, in una lotta, condotta scegliendo le armi più adatte e confidando nell’aiuto indispensabile del Signore. Secondo Gabriel Bunge questa lotta, la lotta spirituale, è «l’unica esperienza importante che è da fare in questa vita» e chi se ne priva fuggendo da essa commette un errore irreparabile. L’alternativa non è una stoica sopportazione fine a se stessa, bensì la pace di Dio, di un incontro con Lui «diretto e personale», per avere un’idea del quale «forse sarebbe bastato resistere un’oretta in silenzio».

(1-segue)

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  1. Gabriel Bunge, Akèdia. La dottrina spirituale di Evagrio Pontico sull’accidia, prefazione di G. Benedetti, traduzione di una versione corretta e aumentata dell’Autore di E. Salvadè-Ceppi, Edizioni Scritti Monastici, Abbazia di Praglia, 1992, 19952.
  2. Gabriel Bunge, Akèdia. Il male oscuro, nuova edizione interamente rifatta sulla quarta edizione tedesca ampliata [1995], a cura di V. Lanzarini, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 1999.

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Devi sapere (Dice il monaco, LXXXI)

Dice Isacco di Ninive, monaco e vescovo, verso la fine del VII secolo:

Devi sapere, fratello mio, che per questo noi ce ne stiamo in una cella: per non venire a conoscenza delle opere malvagie degli uomini! Così, vedendo tutti gli uomini come buoni, giungeremo alla purezza dell’intelligenza. Se infatti anche noi ci facessimo accusatori, castigatori, giudici, vendicatori, inquisitori e censori, perché abbiamo preferito abitare nel deserto invece di abitare nelle città?

♦ Isacco di Ninive, Discorso L, 25, in Discorsi ascetici. Prima collezione, a cura di S. Chalà, Edizioni Qiqajon – Comunità di Bose 2021, p. 444. [Una breve citazione per «festeggiare», contenti e grati, questa notevole edizione («prima traduzione italiana dall’originale siriaco»), le cui oltre settecentocinquanta pagine saranno oggetto di futura ruminazione.]

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«Noi facciamo le tipografe». In margine a un volume dedicato a Margherita Marchi

MargheritaMarchiA un primo livello la lettura dello splendido volume dedicato a Margherita Marchi1, la «madre fondatrice» della comunità di benedettine che nel maggio del 1941 prese infine dimora stabile nell’abbazia di Viboldone, nei pressi di San Giuliano Milanese, è un’immersione nella proverbiale «miniera di informazioni»: sulla vita e sulla formazione di m. Marchi, sull’imponente fondo epistolare della medesima, sulle vicissitudini della comunità, dei suoi rapporti con la Chiesa e della sua posizione nel contesto generale, sulle figure di ecclesiastici che la avvicinarono, la accompagnarono, la sostennero, sulla composizione della comunità originaria. Va da sé che ne ricorderò assai poche, di tali informazioni, ma la traccia, per così dire, è lasciata, con forza, stile e qualità, e si potrà sempre tornare al volume, che per fortuna esiste, per verifiche e ripassi molto più agevolmente che tramite ricerche d’archivio.

A un secondo livello si staglia la figura di una donna di fede (Bologna, 6 giugno 1901 – Viboldone, 5 gennaio 1956) divisa tra azione e contemplazione, con tutti i problemi contingenti derivanti dall’epoca, e animata comunque da un desiderio di libertà, di «una libertà cristiana, di una libertà liberata», per usare le parole di Fulvio De Giorgi, che della m. Marchi traccia un esauriente profilo spirituale; una libertà che rappresenta il «nucleo essenziale e permanente tanto di una personalità energica e vitale quanto di un’esistenza per la maggior parte dei suoi anni scandita in semplicità dalla preghiera, dal lavoro e dall’umiltà silenziosa del chiostro». Una libertà cristiana che si traduce in un essere a disposizione: delle cose e delle circostanze, degli altri e, naturalmente, di Dio. «Bisogna dimenticarsi», scrive Margherita Marchi, non ancora professa, in una lettera che risale al 1923, «non a parole ma con i fatti: vivendo per gli altri e negli altri cercando il Signore, fissarLo e non togliersi da quella contemplazione per nessuna ragione. Non bisogna ricordarsi di sé neppure per disprezzarsi» (È questo, sia detto tra parentesi, uno dei punti di maggior «difficoltà» sui quali ritorno in queste note, questa declinazione di libertà di spirito, «dono imprezzabile», ampiamente diffusa e che «consiste principalmente nell’indifferenza e prontezza di fare in ogni cosa quello che si conosce essere volontà di Dio», per citare mons. Giulio Belvederi, che di m. Marchi fu primo «padre spirituale» e primo confidente e primo compagno d’azione. Quello che si conosce essere volontà di Dio – su espressioni come questa inciampo sempre, nella mia incapacità, della quale non riesco del tutto a incolparmi, a cogliervi un qualsivoglia contenuto di realtà. E già che ci siamo, un altro punto di difficoltà, sul quale dovrò tornare, sta in quel dimenticarsi: qui sono per così dire a casa, poiché ci si può dimenticare soltanto di ciò che si ricorda più che bene. La tipica rivolta contro l’ingombrante presenza dell’io è anzitutto segno della sua presenza, quanto più virulenta la prima, tanto più notevole la seconda.)

C’è poi un terzo livello, che so essere marginale rispetto al quadro complessivo che il volume traccia, ma che talvolta è quello che suscita il mio maggiore interesse. Si tratta di dettagli, battute estratte da lettere o da altri documenti d’archivio, piccole annotazioni, scelte lessicali curiose, minuzie che rimandano alle persone in carne e ossa, alle loro esistenze quotidiane, e le restituiscono con un’evidenza che almeno per un istante vince il tempo. Il volume ne è pieno e ne riporto solo qualche piccolo esempio. Madre Marchi che racconta a un’amica delle sue prime esperienze di maestra, in una colonia: «Ho i bambini di Imola, 40 maschietti tutt’altro che docili e di sentimenti tutt’altro che buoni. Sono quasi tutti di famiglie comuniste e questo ti basti» (corsivo dell’autrice)2. La di lei diffidenza per «qualsiasi esercizio di mortificazione, di virtù rigida, acrobatica – lasciamelo dire – sotto la quale c’è sempre il vuoto» (idem). La sorpresa che s. Giovanna Maria Scalabrini, fida consorella della madre, prova davanti a «innumerevoli cianfrusaglie devozionali» trovate in un altro monastero. Il bacio dell’anello da parte delle consorelle, «gesto che ripeto centinaia di volte in un giorno», come ricordato da m. Maria Ignazia Angelini, che di Viboldone sarà poi badessa e che a m. Marchi dedica un saggio di notevole esegesi, centrato sull’idea di un monachesimo «materno» e comunionale. «Ha scritto molto la Madre, e spesso a lungo: quattro, sei facciate di foglio, vergate con grafia chiara, elegante, ordinata.» «Sono un povero moscerino, oscuro, dolorante, ma su di esso, di tratto in tratto, si posa la Luce» (e «Luce» fu l’ultima parola di Margherita Marchi sul letto di morte). Tre righe per suor Armida Brucchietti (1913-1997): «A Viboldone venne assegnata alla tipografia, e poi, finché le forze la sorressero, alla sartoria; si occupò anche del pollaio. Monaca battagliera e obbediente». Suor Maria Pia Garabuggio, infermiera e devotissima alla Madre, e da lei chiamata «il mio primario». Suor Giovanna Maria Scalabrini, che «di tutti gli eventi vissuti dalla comunità… tenne meticolosamente nota, su pezzettini di carta divenuti proverbiali». I «curriculum» delle consorelle, da una sede all’altra prima dell’approdo a Viboldone («confezione arredi sacri… maestra di lavoro, lavoro di ricamo… infermiera e dispensiera… maestra di casa, lavoro nell’amministrazione, nell’orto, nel giardino e nella cura del bestiame da cortile… infermiera, organista, lezioni private, maestra di casa, scuola di canto alle ragazze del paese, lavoro di ricamo»). Certo, il lavoro, perché la comunità deve sostentarsi e come dice ancora m. Margherita Marchi: «Se le vestali ci fossero ora, dovrebbero fare le commesse di negozio per potersi dedicare a mantenere il fuoco sacro. Noi facciamo le tipografe per conservare la possibilità di dedicarci alla preghiera».

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  1. Margherita Marchi (1901-1956) e le origini delle Benedettine di Viboldone, saggi e ricerche nel 50° della morte, a cura di M. Tagliabue, Vita e Pensiero 2007.
  2. Autrice che in un’altra nota si riferisce al monastero di Viboldone come «isola situata in uno stagno di comunismo».

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Una bella sudata (Dice il monaco, LXXX)

Colum Cille (521-597), cioè san Columba, il fondatore dell’abbazia di Iona, nella regola per eremiti che gli viene tradizionalmente attribuita dice, tra le altre cose:

Che il tuo eremo sia un luogo molto sicuro con una sola porta.

Non intrattenere conversazioni con uno che si dedica a pettegolezzi inutili e mondani, o con uno che borbotta su quel che non si può né impedire né modificare. Tanto più non avere rapporti con un chiacchierone che racconta storie di amici e nemici; dagli semplicemente la tua benedizione e rimandalo ai suoi affari.

Non mangiare finché non hai fame. Non dormire finché non ne hai bisogno. Non parlare finché la necessità non lo richiede.

La misura del tuo sforzo deve essere fino a che non giungono le lacrime della preghiera. Il limite del tuo sforzo o delle tue prostrazioni, nel caso non giungano le lacrime, deve essere il sudore.

♦ Regola di Columcille, 4, 6, 20, 21, 22, 27, 28, in Regole monastiche celtiche. Lo Spirito che soffia dal Nord, a cura di A.M. Osenga, Monasterium 2020, pp. 144-46.

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Frédéric Vermorel, eremita contemporaneo

SolitudineOspitaleD’altra parte lo dice lui stesso, proprio nelle prime righe, in cui, pur facendo appello all’«amico lettore», afferma che questo libro «l’ho scritto anzitutto per me, per narrare a me stesso le meraviglie che il Signore ha compiuto nella mia esistenza». Ed è questa l’impressione primaria che ho tratto dalla lettura di Una solitudine ospitale di Frédéric Vermorel1, nato in Francia nel 1958 e approdato quarantacinque anni dopo all’eremo di Sant’Ilarione, da lui restaurato, nella diocesi calabrese di Locri-Gerace, dove conduce una «vita semieremitica» intessuta di silenzio e solitudine, ma aperta agli ospiti, ai visitatori, al territorio, agli esseri viventi circostanti e al mondo.

Un’impressione resa ancora più forte dalla forma adottata da Vermorel, quella cioè di un montaggio non cronologico di brani tratti dal proprio diario (iniziato nel 1970) e intervallati da commenti e riflessioni al presente. E se il lettore incontra qualche difficoltà a «seguire il filo» di una vicenda spirituale ed esistenziale, che prende le mosse dalla comunità ecumenica di Taizé per toccare il Sahara di Charles de Foucauld, la comunità dell’Arca di Jean Vanier, la comunità monastica di Santa Maria delle Grazie a Rossano Calabro (un capitolo delicato e doloroso), il monastero benedettino di Goiás in Brasile, e ancora l’Istituto di Studi Teologici dei gesuiti a Bruxelles, il monastero di Marango a Caorle… appunto, l’effetto è quello di restituire quasi il meccanismo stesso della memoria, che a voltarsi indietro mostra contemporaneamente quadri e frammenti che si sovrappongono e s’intrecciano al presente, e vengono riletti e ricombinati, e si richiamano, si illuminano o sfumano in una progressiva oscurità.

Sono spesso colpito da quelle vicende nelle quali l’«itinerario alla ricerca di se stessi» va in parallelo a un viaggio reale, come se il proprio io autentico, ammesso che esista e che lo si riconosca, possa essere trovato solo in un luogo preciso. Oppure, per usare una formula più consona al libro, come se la «volontà di Dio» possa essere ravvisata alla fine di un pellegrinaggio geografico. Il suggerimento che viene dal testo di Vermorel è che forse più che attraverso una serie di luoghi (sull’«idolatria» dei quali l’autore infatti mette in guardia), il pellegrinaggio vada condotto attraverso una serie di incontri con gli altri, con l’«altro», cioè con Gesù. E di altri nel libro ce ne sono così tanti, così tanti…

In questo senso, in effetti, il libro di Vermorel racconta la storia di un continuo sradicamento: da luoghi, situazioni, affetti, amicizie, progetti, da tutto – a esclusione forse di una sola «cosa», cioè da se stessi.

Lo do sempre per scontato, ma credo sia giusto precisare che qui sto parlando di un libro che è stato pubblicato e che ho letto, e non di una persona, che non conosco e che non si sovrappone al libro che ha scritto. Dunque, al di là del complesso e privato criterio di scelta dei brani trascritti dai propri diari2, forse il merito maggiore del libro sta proprio nell’onestà e nel coraggio con i quali Vermorel si espone al lettore, ripercorrendo le proprie esperienze e mostrando il succedersi dei propri pensieri su se stesso e sul proprio cammino. E forse proprio in quella autodefinizione di «eremita contemporaneo» del sottotitolo si trova un indizio, là dove la ricerca di sé, ammesso che abbia ancora un senso, è comunque un percorso, ammesso che si ritenga necessario intraprenderlo, solitario pur in mezzo a una folla di amici, compagni di strada, guide e maestri, ammesso che esistano. La «nostalgia di comunità» che mi è sembrato di cogliere lungo tutto il testo si scontra in qualche misura con l’attaccamento a una «storia personale», che la contemporaneità inevitabilmente frantuma, attaccamento che forse rimane tale anche quando si accompagna – per non dire si nasconde – all’insistita domanda rivolta al Signore di illuminare e dare un segno della Sua volontà: «Cosa vuoi che io faccia, Signore?»

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  1. Frédéric Vermorel, Una solitudine ospitale. Diario di un eremita contemporaneo, prefazione di G.M. Bregantini, Edizioni Terra Santa 2021.
  2. Su questo aspetto è molto significativo il fatto che in uno dei momenti di maggior tensione spirituale, su richiesta di un consigliere spirituale della comunità di Rossano, Vermorel distrugga una serie di diari, «per obbedienza e [per] offrire un palese segno della mia disponibilità a perdonare e riprendere il cammino comunitario». Ne distrugge un po’, ma non tutti.

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