Maledetta primavera (Dice il monaco, CXL)

Dice Teofane il Recluso (1815-1894), teologo russo-ortodosso, vescovo e infine monaco recluso:

La primavera è un periodo piacevole, ma quanto male fa sul piano morale! Avete visto come i montoni, quando li portano al pascolo, belino, corrano e saltino per gioco? Da cosa dipende? La vita ribolle in loro. Provano una simile agitazione anche gli uomini – non solo i giovani, anche i vecchi. Non c’è nulla di peccaminoso in questo. È un sentimento innocente, ma non è del tutto senza colpa il modo in cui gli uomini lo usano. È la gioia di vivere! Provandola bisogna ringraziare Dio che ha lasciato posto anche alla gioia su una terra piena di afflizioni per i nostri peccati perché non cadessimo nella disperazione. Che accade invece? Non ringraziano affatto Dio, ma vaneggiano per prolungare questa gioia, si sbandano e ritornano come prima. Questa gioia e questo agitarsi della vita sono piacevoli, ma sono del tutto sensibili, corporei, e i loro richiami si mostrano sensibili e corporali. Si vuole guardare a ciò che è piacevole per gli occhi, ascoltare ciò che è piacevole per le orecchie, sentire ciò che è piacevole per l’odorato, respirare l’aria, esporsi a un venticello gradevole… Chi segue queste voglie non rimane dentro di sé, ma esce immancabilmente all’esterno, si interrompe, perciò, la vigilanza su se stessi; i pensieri, i sentimenti e i desideri cominciano di nuovo ad agitarsi… il pensiero di Dio si dilegua e la pace interiore scompare.

Teofane il Recluso, Lettera XLIV, in La vita spirituale. Lettere, traduzione a cura di M. Garzaniti, introduzione di T. Špidlík, Città Nuova 1989, p. 153.

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Delegati d’amore (Baldovino di Ford)

«La prima volta che ho letto il Trattato sulla vita comune di Baldovino di Ford sono rimasta delusa. Ero agli inizi della mia vita monastica, ma la “luna di miele” era già conclusa. Le domande sulla vita cenobitica avevano iniziato ad accumularsi e desideravo risposte concrete. La vita comune della Trinità o la condivisione degli angeli non mi sembravano soluzioni pratiche. Sì, sì, sì, era tutto molto bello, ma era come cercare di riparare un rubinetto con una chiave inglese in una mano e un libro di poesie nell’altra.» Quando un po’ per caso ho letto queste parole della monaca Maria Gonzalo1, oltre a riconoscere il tipico spirito pratico trappista, mi son detto: andare subito a leggere il suddetto trattato di Baldovino, di cui, guarda caso, avevo recuperato tempo fa per ogni evenienza la traduzione italiana2.

In effetti il testo del monaco cistercense inglese – abate di Ford, quindi vescovo di Worcester, in seguito arcivescovo di Canterbury, morto infine a Tiro nel 1190, nel corso della terza Crociata (quella di Riccardo Cuor di Leone) – sembra, se così si può dire, un po’ astratto, per quanto l’assunto di partenza sia di grande interesse teologico. Più ancora che nella comunità degli apostoli, infatti, la vita cenobitica trova la sua origine altissima nella vita comune della Trinità. «Dio non vive nel singolare», scrive Baldovino, «non è solitario… La vita di Dio non è sottratta alla comunione, poiché per le tre persone una sola è la vita». E con la vita comune discende la sua legge, cioè l’amore, perché «l’amore solitario è tormento a se stesso e finisce per odiarsi, perché non può essere solitario, non può essere privo di reciprocità» (tutt’altro che casuali, per tempo e luogo, gli echi della lirica cortese). L’amore è anche la via che conduce al ristabilimento della somiglianza delle creature al Creatore ed è strumento di conoscenza superiore alla stessa fede («Grazie ad esso Dio si fa vedere e sentire in noi molto più di quanto si faccia conoscere nella sola fede»).

La mediazione che permette il passaggio della vita comune dal modello supremo della Trinità all’imitazione abborracciata degli esseri umani è la comunità degli angeli, e «la lirica descrizione della vita degli angeli quale ci è dato di leggere al cap. IV», come opportunamente fa osservare il curatore del volume, «è in realtà una rappresentazione ideale del monastero». Tutti si amano, tutti vogliono le stesse cose, unico è l’intento; niente superbia, niente gelosia, non si litiga, non si sparla, tutti ubbidiscono; ogni cosa è ordinata, materialmente e spiritualmente, tutto è di tutti. E poi «nulla che sia trattenuto di nascosto con l’intento di appropriarsene» (che detto di angeli fa un po’ ridere, detto di monaci al contrario), e ancora «attorno all’unica mensa si saziano dello stesso cibo» (idem come sopra), e infine «nessuno si dedica nella singolarità a opere che possono turbare o contrastare la pace comune» (e tre).

La superiorità della vita comune è poi sottilmente suggerita da un passaggio che sottolinea come l’amore del prossimo sia la custodia dell’amore di e per Dio, il suo «terreno di coltura». Quel po’ di bene che riusciamo a fare, infatti, è di giovamento a noi, certo non a Lui «che in sé non ha bisogno dei nostri benefici»; siamo noi che abbiamo bisogno di amore, non Dio, «che basta a se stesso». Amare Dio non vuol dire nulla se non si ama l’altro che è lì, in carne e ossa: «Se ogni uomo non avesse uno strumento con cui far prova di sé, con cui saggiarsi, se cioè non amasse il prossimo che vede, che ha davanti a sé come delegatogli da Dio e cui deve rendere il suo debito d’amore, come potrebbe mai amare Dio che non vede, che non gli si mostra presente e bisognoso?» Ho molte difficoltà con l’uso che i più diversi uomini e donne di religione hanno fatto nei secoli del termine e del relativo verbo (per non parlare della carità…), e non posso nascondere il mio risibile «fastidio» per l’«arruolamento» dell’amore da parte del pensiero cristiano, come se la specie umana fosse diventata capace di tale sentimento soltanto «per grazia ricevuta», ma l’idea della delega è, come si suol dire, un’ipotesi di lavoro comune – per quanto pressoché preclusa, come sempre, a chi santo non è.

  1. Maria Gonzalo, The Love of Sharing and the Sharing of Love, https://cistercian-mentors.webnode.es/materials/baldwin/ ↩︎
  2. Baldovino di Ford, Perfetti nell’amore. Tract. XV – De vita coenobitica, seu communi; Tract. XVI – Perfectorum religiosorum encomium, introduzione, traduzione e note a cura di E. Arborio Mella, Edizioni Qiqajon – Comunità di Bose 1987. ↩︎

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Come si ama nella certosa

All’interno di un libretto anonimo, o meglio, come vuole la loro tradizione, intestato a «Un Certosino», ho trovato un breve scritto (una «operetta») dedicato alla Vocazione dei certosini e delle monache certosine1 che, seppur con la massima sobrietà, restituisce lo spirito certosino par lui-même. In quella prima persona plurale, «noi certosini», seppur rivestita della massima umiltà possibile, risuona tuttavia, almeno alle mie orecchie, un innegabile spirito… «di corpo».

«Il nostro ideale è quello di seguirla [la chiamata di Gesù Cristo] e di non vivere che in unione con lui», eliminando tutti gli ostacoli che vi si frappongono, i quali «si riducono ad uno solo: il nostro attaccamento a noi stessi». È un ideale di estrema precisione e semplicità, che non richiede interpretazioni e commenti, tanto che «i monaci e le monache certosine… non hanno costituito alcuna scuola né si sono posti sotto il nome di un maestro». Un primo tratto di questo ideale è la verginità, del corpo e dell’anima (motivo per il quale, tra l’altro, «a noi non sembra affatto che le nostre monache siano aggregate al nostro Ordine accidentalmente»), affinché non vi sia spazio che per Lui, e che pertanto chiama a sé la solitudine, «quella fra le nostre osservanze che più spesso fa specie agli estranei e li sorprende» (gli estranei…). Una condizione apparentemente inumana e che invece è una vocazione che si oppone all’inumanità collettivistica del «mondo».

«La vita certosina si definisce altresì in ragione della sua attività interiore», cioè la contemplazione, che designa con esattezza l’atteggiamento dell’«anima sposa», una perfetta unione che è per sua natura «segreta»: «Il segreto è, del resto, uno dei caratteri di tutta la vita certosina», un «fresco riparo». Questi aspetti convergono verso un’unica preoccupazione, che è quella di sparire, imitando in questo Gesù prima della nascita e nei trent’anni che prepararono la «salvezza del mondo». E se sparire è doloroso, la solitudine è un sacrificio benefico e benvenuto: non c’è infatti vita interiore autentica senza un’immensa pazienza, «e se la vita di cella non è una vita interiore, è una prigionia singolarmente infelice». La pazienza, altra virtù pratica chiave, è lo strumento silenzioso che pialla l’amor proprio.

Tutto questo ha una sola ragione d’essere: la carità, l’amore, indirizzato al Signore, ma che si riversa per così dire tutto attorno, a cominciare dai confratelli («attraverso uno sforzo costante di delicatezza e comprensione vicendevole», che «si realizza in maniera più costante di quanto il mondo non creda») fino all’intera comunità dei viventi. La fraternità monastica, oltre a essere sostegno quotidiano per il certosino, può essere un esempio fruttuoso per le «persone del secolo»: nessun affetto può infatti durare se non si è pronti alla rinuncia, nessun amore può vivere se non si è disposti al sacrificio (anzi, «a numerosi sacrifici»).

«Chi non riconosce queste verità, non può certo amare come si ama nella certosa, ma non crediamo molto che sappia amare altrimenti.»

  1. Un Certosino, Parola di Dio e vita divina, prefazione di C. Journet, traduzione di G. Caprile, Firenze, Edizioni di spiritualità, 1956. (Per una serie di circostanze bibliografiche è probabile che l’autore sia identificabile con d. Jean-Baptiste Porion, certosino dal 1924 alla morte, nel 1987.) ↩︎

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Altra gente (Vite dimenticate di venerabili camaldolesi)

«Quando i Barbari precipitaronsi in massa sull’Occidente, e spezzarono tutti i legami della società, gli uomini che non avevano se non Dio per isperanza, e il deserto per refugio, corsero ad aprire nelle foreste e nei luoghi più inaccessi benefici asili all’oppressa umanità. Le fertili pianure eran preda di selvaggi che non sapevano coltivare, mentre che sulle creste dei monti abitava altra gente, la quale ivi recava a salvamento, siccome da un diluvio, le venerande reliquie delle lettere, dell’arti, e della civiltà.»1

Impostato il discorso in tal classica guisa, l’anonimo autore ricorda che tutte le umane cose sono soggette al medesimo arco di nascita, sviluppo, maturazione, fioritura, decadenza e… trasformazione. Ebbene, «una delle trasformazioni più memorabili dell’Ordine Benedettino avvenne nel secolo XI per opera di S. Romoaldo, mediante la fondazione che Egli fece del Sacro Eremo di Camaldoli», grazie al quale il santo riuscì a stringere in alleanza la vita anacoretica – che conduce più «dirittamente» a Dio, ma «non ha il sostegno degli altrui esempi, delle prove e dei confronti» – e la vita cenobitica, più attiva e sicura in virtù dell’obbedienza, ma «più bersagliata d’agitazioni». Un’alleanza che, considerando appunto le umane cose, ha invece resistito al tempo ed è ancora vigente dopo mille anni, costellati di santi e venerabili eremiti, dei quali l’autore si dispone a pubblicare «compendiosamente la serie, se non delle azioni, almeno dei nomi», a beneficio di quest’epoca corrotta e «a fomento di pietà e religione».

Seguono quindi poco più di una cinquantina di brevi profili biografici di beati e di venerabili, preceduti naturalmente da una assai concisa e stilizzata vita di san Romualdo. Si tratta di testi agiografici, edificanti, pieni di formule, stereotipi e «ritornelli» – anche nel caso dei personaggi più storicamente rilevanti, come ad esempio il b. Paolo Giustiniani – che in fondo non metterebbe conto di leggerli se non… se non fosse che è gradevole ripassare una lingua italiana da tempo scomparsa, giustamente giubilata, ma che ormai ha assunto un gusto museale che a taluni può piacere: il «giovane appena quadrilustre, tocco da potente ispirazione di grazia sovrannaturale s’involava», «dai lontani come dai vicini paesi colà accorrevasi per gustarne i soavi colloqui», «siccome avvi un pianto funesto figlio del delitto e della disperazione, così vi ha pure un pianto felice…», e così via, quasi melodrammeggiando.

Se non fosse anche il volume, con la sua cospicua appendice, rappresenta una specie di specchio della congregazione negli anni più tumultuosi delle soppressioni. Ai testi dedicati ai confratelli seguono infatti molti «materiali» di varia origine, tra i quali spicca un Sermone in lode dei VV. Eremiti Camaldolesi, pronunziato nel S. Eremo l’anno 1853 da un Superiore dell’Ordine. E poi estratti dalle Costituzioni, lettere, altri sermoni o «porzioni» di essi e un sonetto del b. Giustiniani, e così via. Come a dire: questi siamo noi, questa è la nostra storia, questo è il nostro ideale; se anche gli individui scompaiono, l’Ordine permane.

Se non fosse infine che s’intuiscono comunque gli individui in carne e ossa dietro le formule; deboli tracce di un veloce passaggio che, per quanto «standardizzate», lo ammetto, non mi lasciano indifferente: il b. Rustico, «rustico di nome, ma gentile di tratto e di maniere»; il b. Cornelio calabrese, «uomo religiosissimo, il quale non per bassezza d’animo, ma per sublimità di pensieri celò nel silenzio d’una cella le più belle doti dello spirito»; il b. Carimerio, «lietissimo di sua vocazione»; il v. Samuele, da Forlì, la cui semplicità e candidezza dell’anima «trasparivano ancora al di fuori e ispiravano venerazione, nell’atto che ne facevano un esemplare nella scuola della perfezione monastica»; il v. Francesco, milanese, «che era una di quelle anime semplici, colle quali lo spirito del Signore si diletta di conversare, nel grado di monaco converso si rese un modello di perfezione», e così via.

Invecchiando, sono sempre più attratto da queste pagine, non foss’altro perché salvano dall’oblio totale f. Giovanni Nenci fiorentino, che «fu religioso di molta orazione e di prolungate vigilie, solito passare gran parte della notte nella cappella della Vergine: nel corso del suo vivere eremitico mai depose il cilizio, mai si coricò in letto, prendendo il suo breve sonno appoggiato ad una sedia: morì nel 1688».

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  1. Cenni biografici dei venerabili eremiti che son vissuti nel S. Eremo di Camaldoli, preceduti da una Notizia storica intorno l’Istituzione del medesimo, Firenze, Tip. Federigo Bencini, 1862.

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Irrequietezza degli arti (Dice il monaco, CXXXIX)

Dice Pier Damiani, monaco avellanita, nel 1067:

Torniamo ora al vescovo, da cui aveva preso le mosse il discorso. Infatti, sebbene Pietro, più anziano, lo avesse sempre preceduto sul cammino dei duri propositi e della vita austera, Rodolfo tuttavia, una volta elevato ai doveri del sacerdozio, nella Chiesa non trascurò ciò che aveva appreso nell’eremo. Si strofinava sempre le membra con cilici e si accontentava delle vesti di un tempo, povere e modeste. E poiché, a causa della natura assillante della sua giovane età, soffriva spesso assai gravemente di acedia, fissava delle corde alle travi soffitto della sua cella e, agganciativi gli avambracci, penzolante, perseverava nello studio dei salmi.

Pier Damiani, Vita di S. Rodolfo, vescovo di Gubbio, e di S. Domenico Loricato, II, in PL (Migne) 144, 1009-24.

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Bella cera, stoppini e lumache (Tessere §§ 1-6)

Una nuova rubrica, «Tessere», monastiche ovviamente. Tessere di un mosaico che non sarà mai completo.

 

§ 1. Proviamo a evocare con gli occhi di un giurista questa forma di esistenza, nella sua consistenza puramente politica, al di fuori degli stereotipi religiosi e spiritualistici con cui viene di solito presentata: vedremo un gruppo di individui soli e rigorosamente celibi che decidono di abbandonare il centro della vita associata, la polis, per realizzare una nuova politeia (questo è il nome tecnico della forma di vita monastica), una comunità in cui alla norma (la regula) è affidata la definizione di ogni aspetto della vita dei suoi membri. In questo dunque la spontaneità così come la natura e tutte le sue necessità devono essere integralmente estromesse: là dove tutto è decretato normativamente (nomô), nulla può né deve accadere per natura (physei).

Emanuele Coccia, La legge della salvezza. Bernardo di Clairvaux e il diritto monastico (2010).

 

§ 2. Le donne nuove sono le recluse, le beghine, le terziarie e, ancor più, le claustrali dei nascenti ordini mendicanti, che trasformano il tradizionale monachesimo femminile, benedettino in particolare, da un fenomeno di condizione elitaria a un movimento aperto.

Vincenza Musardo Talò, Per una fenomenologia del monachesimo femminile nel Medioevo (2004).

 

§ 3. Vivono le monache in perpetua clausura avendone fatto il voto. Vivono in clausura senza voto le educande, ma le educande non fanno certamente la vita che fanno le Zitelle nei conservatori, che giornalmente lavorano. Le clausure dei monasteri sono ampie, e grandi e non v’è monastero di Monache in cui non vi sia un luogo d’aria apertissima, ed un giardino da potersi muovere, quali comodi certamente mancano o in tutto o in parte nei Conservatori delle Zitelle. In sequela degli accennati comodi vediamo per lo più godersi dalle monache buona salute e molto più dalle educande, che anche ne mostrano i contrassegni della buona ciera. Come vada la cosa nelle zittelle de’ conservatori, quando la ciera sia contrassegno di buona sanità, diremo che va male; dal che deriva ancora la difficoltà che s’incontra di maritarle e di farle religiose.

Prospero Lambertini, Notificazione del 16 marzo 1737 rivolta alli Signori Assunti dei Conservatori delle Esposte, o siano Bastarde, e delle altre oneste Zitelle del Baracano, di Santa Marta, di Santa Croce, di San Giuseppe della città di Bologna.

 

§ 4. Le monache della Misericordia di Reggio Emilia erano famose per le «galanterie di cannellata», quelle della Torre di Forlì per le «corone di colla di pesce», quelle del Corpus Domini di Ravenna per le confetture in forma di pigna. Unica è poi la specialità delle monache di Bobbio: «Non fan lavori singolari, ma in cuocer le lumache non han pari».

Gabriella Zarri, Novizie ed educande nei monasteri italiani post-tridentini (2011).

 

§ 5. Ai tempi di Gregorio di Tours i malati mangiavano la cera delle candele che bruciavano davanti alla tomba del santo, e talvolta persino gli stoppini carbonizzati.

Roger Sumption, Monaci santuari pellegrini (1975).

 

§ 6. Al nome di Dio e della sua gloriosa madre vergine Maria et della gloriosa vergine et martyre maddona Sancta Agata et di tucta la celestiale corte del Paradiso Amen. In questo presente libro io Suora Ginevra monaca del monistero di sancta Aghata in Firenze, come camarlingha electa [d]al convento di dicto monistero adi 2 di novembre 1443 terro conto dogni danaio e dogni altra cosa mi verra nelle mani di dicto monistero per tucto quel tempo durera il presente uficio.

da Sylvie Duval, Scrivere, contare, gestire. I libri di amministrazione dei monasteri femminili fiorentini 1320-1460 (in Scritture carismi istituzioni. Percorsi di vita religiosa in età moderna, 2018).

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Dopo un lungo periplo (i padri del deserto, ancora loro)

 Nell’inchiesta di «Jesus» sulla crisi della vita consacrata1 che citavo qualche settimana fa, il priore di Novalesa p. MichaelDavide Semeraro apriva il suo intervento dicendo tra l’altro che «la vita religiosa, così come noi la concepiamo, è destinata non a scomparire, ma a diventare più rara. Stiamo tornando, dopo un lungo periplo, allo stato degli inizi della vita consacrata, all’esperienza dei padri e delle madri del deserto, che era la risposta di battezzati che, a un certo punto della loro vita, hanno sentito il bisogno di dare al loro discepolato una forma particolare, una risposta più individuale e personale». Bene, aprendo un volume che da tempo desideravo leggere2 ho trovato queste parole scritte trentasette anni fa del suo curatore, Guido Dotti, monaco di Bose: «La storia della spiritualità cristiana dimostra che, ad ogni rinnovamento spirituale nella chiesa, i padri del deserto riacquistano autorità, sia come effetto che come causa. Si direbbe che i padri del deserto ritornino più attuali e più vivi ogniqualvolta si ha maggiormente bisogno di loro, cioè ogni volta che emerge la radicalità richiesta a ogni cristiano per soddisfare le richieste dell’evangelo».

Abba, dimmi una parola! è il titolo del volume in questione, raccoglie una dozzina di saggi della metà degli anni ’80 (salvo uno del 1960), scritti dai «più qualificati conoscitori degli abba del deserto, a loro volta monaci e padri di monaci», e la «parola» che fa risuonare si rivela – più o meno paradossalmente a seconda dei punti di vista – di grande significato anche per «uno di fuori», forse proprio perché, come dice Thomas Merton nel contributo che apre il volume, le cose che ci trasmettono i padri del deserto non sono state soltanto dette, bensì anche e soprattutto fatte: detti e fatti dei padri del deserto. Circostanza, questa del «fare», quanto mai utile per non risolvere le proprie idee in proclami astratti e ritualità svuotate, e per mostrare che la spiritualità (o l’ideologia) vissuta non può essere disgiunta dall’attività, dalla «messa in pratica», «un elemento spirituale che, se autentico, tenderà necessariamente a concretizzarsi in atti e in pratiche in cui il corpo avrà la sua parte» (Lucien Regnault).

E se il deserto suona oggi come la grande metafora della terra incognita, dell’altrove, fisico e mentale, nel quale avventurarsi per togliersi di dosso il superfluo, il primo termine del nome degli abba rimanda alla paternità spirituale, all’altro cui aprirsi e affidarsi con fiducia. Già, scomparso il confessore, se ne è fatta una professione, con uno slittamento che chiameremo economico di prestazione che ne ha cambiato profondamente la prospettiva. «Uno scopo dello svelamento dei pensieri», scrive André Louf, «è quello di far risalire alla superficie quelle tendenze che si annidano in fondo al cuore e che provocano grandi devastazioni proprio nella misura in cui non sono condivise con nessuno. Una volta portate alla luce, invece, svaniscono spesso da sole.»

Molti sono gli aspetti presi in considerazione dai saggi presentati, a riprova anche dell’incredibile fertilità di un insieme di testi, gli apoftegmi, che rischiano sempre più di secolo in secolo di essere scambiati per un’opera di fiction, ma in questa periodica ricognizione a me è sembrato che proprio «altrove» e «altro» fossero i due poli attorno ai quali ruota l’asse di collegamento tra quel gruppuscolo di «anarchici» e noi, in opposizione al «qui» e all’«io», cui spesso (spesso?) riduco il mio sguardo. Due poli che comportano una costellazione di concetti e di pratiche come l’austerità, l’umiltà, la fiducia, la mitezza, il discernimento e la comprensione, ma anche il coraggio, la determinazione, la schiettezza, ecc., che, aggiungo io, non necessariamente possono fiorire solo in un contesto religioso, o essere distorte in un «contesto competitivo».

Mi fa sorridere trovarmi a sottolineare il commento conclusivo di Louis Leloir: «Uomini come Antonio, Macario, Poemen e Sisoes sono necessari oggi come lo sono stati quindici secoli fa e in tutte le epoche, soprattutto in quelle di grandi mutamenti»; o quello di Thomas Merton: «Mi basti dire che noi dobbiamo imparare, da questi uomini del IV secolo, a ignorare i pregiudizi, a sfidare le costrizioni e a partire, senza paura, verso l’ignoto».

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  1. G. Ferrò e V. Prisciandaro, La vita religiosa tra crisi e profezia. Dal crollo delle vocazioni una riflessione sull’identità e sul futuro dei consacrati, in «Jesus» 48, 4, aprile 2026.
  2. Abba, dimmi una parola! La spiritualità del deserto, a cura di G. Dotti, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 1989 (scritti di Merton, Regnault, Louf, Guy, Bianchi, Leloir, Van Parys e Couilleau).

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«E si tornino subito a chiudere» (Voci, 41)

 Cap. I. Dell’alienazione dal secolo e della clausura

Come si è detto nel preambolo, la vita delle anime avventurate che dalla bontà Divina sono chiamate a questo Instituto, deve esser solitaria, astratta e totalmente aliena dal Secolo; sia dunque la conversatione loro sempre in Cielo. In Dio solo il riposo di tutti i loro affetti, desiderij e pensieri, ogni altro pensiero, desiderio ed affetto da Dio alieno non solo sradicato dal cuor loro, ma, quanto ad esse sia possibile, dalla loro memoria scancellato, e lo studio continuo, e principale di esse sia il procurare di morire continuamente al Mondo e scordarsi di tutto quello, che per vivere a Dio solo, hanno lasciato.

Et acciò questa pacifica, felicissima e dolce scordanza (che è la chiave della divina contemplatione) non sia perturbata da novelle mondane, né la pura luce che mediante quella riceve lo spirito solitario dal raggio indeficiente della verità eterna sia macchiata da imagini e rimembranze del secolo, si ordina che in questo eremitico monastero giammai non siano né vi si possano introdurre ruote, grate o altro per conversare col Mondo.

Solamente si permettono la gratella del confessionario, le grate di sopra l’Altare, il finestrino della Santissima Comunione, una ruota per dove dalla contigua Casa si amministrino al monastero il cibo e l’altre cose necessarie, un’altra, piccola, al piano dell’infermeria per mostrare ciò che bisogni al medico; ivi ancora un finestrino per cavar sangue dal piede e un altro in ciascuna cella per cavarlo dal braccio, e per essere le inferme osservate dal medico e (quando si possa) confessate e comunicate dal confessore. Le porte dell’horto e le principali del monastero e tutte queste cose nella forma e con quelle chiavi e cautele che si ordineranno al Cap. 22.

[Al quale capitolo, Della porta, ruota e del modo di entrare nel monastero, della finestra del Coro, del finestrino della Comunione, e della ruota e finestrini dell’infermeria, tra l’altro si legge:]

Sia sempre munita questa Casa con tre porte, e la seconda con due catenacci, uno dalla parte di dentro e l’altro dalla parte di fuori; la chiave di questo e della prima porta esteriore siano in potere del Visitatore, o Confessore pro tempore. La chiave di quello la tenga la Maestra, e la chiave della prima porta interiore la Superiora.

Non si aprino giammai queste porte, se non per quelle cose che nella ruota non potranno entrare, ancorché si mettano ad una ad una; e tutte quelle volte che si apriranno sia di mano delle suddette Superiora e Maestra, e essendo alcuna di esse impedita, dalla prima Discreta. E se ne apra pochissimo, e solo quanto basta per quello che ha da passare per essa, e si tornino subito a chiudere. Né si parli in quel luogo parola a persona veruna, siasi di qualsivoglia qualità e rispetto, se non per grandissima necessità e dalla maggiore delle due che aprono.

♦ Costitutioni delle Religiose Solitarie Scalze di S. Chiara, del Monastero detto la Solitudine di S. Maria della Provvidenza Soccorrente della Fara in Farfa. Fatte per ordine dell’Eminentis. e Reverendis. il Sig. Card. Barberino, Abbate Protettore e Fondatore, et accettate per Voti segreti, Nemine discrepante, dalle medesime Religiose capitolarmente congregate. In Roma, nella Stamperia di Bartolomeo Lupardi Stampatore Camerale e Vaticano, 1678.

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I nostri due trattori (Dice il monaco, CXXXVIII)

Dice Thomas Merton, monaco trappista in una poesia del 1942 intitolata Trappisti al lavoro:

Le nostre seghe dentate ora declamano inni sacri in questo mondo di legname, dove le querce sparano come armi da fuoco e si schiantano come cascate, riversando il loro boato nel verde pozzo del bosco.

Vieni da noi, Gesù, attraverso la muraglia degli alberi, e trovaci ancora adoranti in queste ariose chiese, mentre cantiamo il secondo Ufficio con seghe e scuri. Insegna ancora, a noi Tuoi figli, nella fitta foresta, e fa’ che un piccolo raggio di sole ci raggiunga nelle ombre delle nostre menti e tra le fronde dei nostri studi.

Quando il tempo avrà imbiancato la campagna di frumento e imbevuto la terra di sole cocente, raggiungici, Gesù, attraverso le pareti di grano, quando i nostri due trattori arriveranno a falciarle: semina venti leggeri sugli ettari del nostro spirito e rinfresca le terre dove le nostre preghiere mietono. E dissetaci, o Cielo, con i Tuoi fiumi di vita.

♦  Thomas Merton, Poesie, a cura di A. Guidi, Morcelliana 1952. (Ho modificato un po’ la traduzione e l’ho svolta in prosa. Pare, tra l’altro, che in origine il testo si intitolasse Woodcutters and Harvesters («Taglialegna e mietitori»), prima che Merton modificasse il titolo in Trappists, working – «Trappisti al lavoro», appunto –, come nella migliore tradizione cisterciense.

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«Cosa sta succedendo a monaci, frati, religiosi e suore?»

Questo è ciò che si chiedono Giovanni Ferrò e Vittoria Prisciandaro introducendo un dibattito in cui hanno coinvolto «quattro protagonisti italiani della vita consacrata, che sul tema hanno molto riflettuto»: MichaelDavide Semeraro, priore benedettino di Novalesa, Grazia Loparco, salesiana e docente universitaria, Sabino Chialà, priore di Bose, e Paola Arosio, religiosa delle Suore della Carità di S. Giovanna Antida Thouret1. Il confronto muove dai numeri (nei sessant’anni che ci dividono dal Vaticano II, i religiosi nel mondo sono diminuiti del 61%, passando da 329.799 a poco più di 128.000, e le religiose del 38%, passando da oltre 961.000 a 589.000) per lasciarli subito, minacciosi, sullo sfondo e concentrarsi su alcune parole tematiche nelle quali si riassume la questione: vocazione, identità, carisma, discernimento, presenza femminile.

Da un lato, il terreno sul quale la vita religiosa prosperava è stato eroso (non da ieri, direi) dall’«individualismo esasperato» (Loparco) «che fa parte dell’attuale mutazione antropologica» (Semeraro). Molti aspetti centrali della vita consacrata si scontrano con istanze che oggi vengono considerate imprescindibili per la costruzione della propria identità – a partire proprio dal concetto di identità individuale («Il grosso discernimento da farsi nei primi sei mesi di postulandato è: il giovane che arriva è capace di entrare in un mondo che non è il suo? Oppure cerca semplicemente una location in cui realizzarsi a spese di chi lo ha preceduto?» avverte p. Semeraro). La libertà di movimento, la realizzazione di sé, la crescita personale, un’idea stessa di libertà di scelta (in tutto il dibattito, ad esempio, non viene mai evocata, nemmeno di sfuggita, il concetto e la pratica dell’obbedienza, se non a un superiore o a una superiora, quantomeno a una Regola): tutte cose che nella vita comunitaria regolata devono essere in qualche modo sacrificate. Sia p. Semeraro che s. Arosio, per dire, parlano del «prezzo» «veramente alto» da pagare «se vuoi andare fino in fondo a questa scelta», teoricamente irreversibile.

D’altra parte, proprio ribaltando tale prospettiva, il «mondo di oggi» offre molte alternative a chi voglia perseguire certi ideali. In campo femminile, ad esempio, «la vita religiosa, con la novità dell’apostolato, poteva essere un’occasione anche di emancipazione culturale… Adesso non è più così, almeno in Occidente, perché non c’è bisogno di essere suore per occuparsi di certe opere…» (Loparco); «Per adesso, da varie parti del mondo arrivano vocazioni religiose che fra un po’… non arriveranno più. Arrivano per fare cose che, come donne, non possono fare, ma come suore sì. È lo stesso percorso fatto in 50 anni nel mondo occidentale. Ma i tempi si sono accorciati, già dall’Africa oggi arrivano meno vocazioni…» (Arosio).

Poi c’è il carisma, anzi i carismi, che secondo Chialà sono oggi un problema, se non il problema: «Uno degli elementi di criticità della vita religiosa in Occidente, infatti, è stata la necessità di individuare la propria particolarità per giustificare la propria esistenza», ci si attarda sulle distinzioni mentre «abbiamo bisogno di ridefinire l’essenziale della vita religiosa». E l’essenziale, che costituisce il fondamento comune di tutte le forme, è rappresentato dalla vita celibataria (che comporta una scelta ben precisa a livello affettivo e relazionale) e dalla vita comunitaria (pur nelle diversità), alle quali s. Loparco aggiunge «la dimensione di missione, di apostolato».

I due cenobiti, comprensibilmente, mettono l’accento anche su un altro aspetto, riassumibile in questa battuta citata da p. Semeraro: «I giovani che arrivavano negli anni Settanta guardavano al futuro, quelli che arrivano oggi guardano al passato». Entrambi poi sottolineano la fragilità psicologica dei postulanti, che nel monastero cercano sicurezza, più che il senso della propria esistenza, cercano un riparo dalla vita (come chi sceglieva la vita militare in tempo di pace), cosa che il monastero non è.

Non so, o meglio so che in questi casi il non credente, ancorché simpatizzante, deve limitarsi ad ascoltare le parole di chi il saio lo veste, i postulanti li accoglie e le vocazioni le vaglia. Sia consentito, al massimo, osservare, senza il minimo intento polemico, che in tutti gli interventi – nel complesso cauti, preoccupati, ma non arresi – non compare mai la «parola Dio», se non una volta quando viene menzionato il di Lui «popolo».

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  1. G. Ferrò e V. Prisciandaro, La vita religiosa tra crisi e profezia. Dal crollo delle vocazioni una riflessione sull’identità e sul futuro dei consacrati, in «Jesus» 48, 4, aprile 2026, pp. 28-39.

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