«Ti ho visto, sa’?» (La ronda monastica, pt. 1)

Dell’esistenza dei decani (seniores) nei monasteri altomedievali sapevo, tra le altre fonti, dalla Regola di Benedetto: monaci anziani, o comunque provati per «anzianità di servizio», con responsabilità di controllo, per così dire, sugli altri confratelli, con particolare riguardo alla lectio divina, all’ozio e alla chiacchiera. Nel capitolo 48 (cc. 17-18) vengono appunto evocati «uno o due monaci anziani che facciano il giro del monastero nelle ore in cui i fratelli sono occupati nella lettura sacra, per vedere se per caso ci sia qualche monaco indolente, che, invece di dedicarsi alla lettura, perda tempo oziando e chiacchierando e quindi, oltre a essere inutile a se stesso, distragga anche gli altri.» Quello che non sapevo, invece, è come dalla locuzione usata da Benedetto – «unus aut duo seniores qui circumeant monasterium» – sia derivata la figura più articolata del circator, vero e proprio sorvegliante del monastero1.

Il circator (detto anche circinnator, e talvolta abbreviato in circa) è un ruolo che emerge nell’VIII secolo nei commentari alla Regola e soprattutto nei costumari, cioè nelle raccolte di usi e regole tipiche di determinate abbazie. Le comunità progressivamente si allargano, e con esse l’estensione della superficie occupata dagli edifici abbaziali, le attività che vengono svolte nello stesso momento aumentano e spesso gli spazi che le ospitano sono distanti: è impensabile che un solo monaco (si pensi ad esempio al ruolo del priore claustrale, cui era affidato il giro serale per controllare che tutti i confratelli siano nelle loro celle) possa essere ovunque in ogni tempo. Le necessità e gli incarichi si moltiplicano e così alcuni uffici stabiliti dalla prima legislazione benedettina tendono alla suddivisione e alla specializzazione.

Il ruolo del circator peraltro, secondo alcuni studiosi, trova un precedente diretto anche nelle consuetudini militari romane (cosa che non sorprende), come si può leggere nel De re militari di Vegezio dove si fa menzione di circumitores che fanno la ronda per verificare che le sentinelle notturne siano sveglie2. Oltre alla ronda, il loro compito è anche quello di denunciare le mancanze, esattamente quello che è richiesto ai circatores monastici.

Alcuni studiosi collegano la diffusione di questi «sorveglianti» anche a quella dell’istituto dell’oblazione, che riempie i monasteri di monaci che, seppur debitamente istruiti nei noviziati, non hanno scelto la vita monastica con piena consapevolezza, da adulti, e che quindi possono essere, diciamo così, più resistenti alle prescrizioni della Regola.

Dall’Ordo casinensis I, che viene datato intorno al 750, si apprende, ad esempio, che a Monte Cassino c’erano due circatores «che a ogni ora, controllavano i confratelli e facevano il giro del monastero [circuibant monasterium], per verificare che nessuno di loro non fosse al proprio posto. Se ciò accadeva, ne prendevano subito nota su tavolette [statim in tabulis notabatur]». Laddove è interessante notare che esisteva il concetto di «al proprio posto» [ne quis frater deesset proprio loco] e che il compito dei circatores era soltanto quello di osservare e prendere nota, per riferire poi al capitolo alla presenza dell’abate, unica autorità che poteva stabilire una penitenza per le mancanze. Ed è interessante notare le altre due circostanze che il costumario cassinese ricorda: «I predetti circatores osservavano anche se qualcuno rideva o parlottava [hoc observabant, si aliquem ridentem, vel aliquid susurrantem conspexerant]. Anche in questo caso ne prendevano immediatamente nota sulle loro tavolette, per accusare misericordiosamente i colpevoli al momento giusto [tempore oportuno].

(1-continua)

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  1. Figura che è stata studiata a più riprese, anche se mi pare con minore frequenza rispetto ad altri simili soggetti. Devo le notizie riportate in questi appunti ai seguenti articoli: Hugh Feiss, Circatores. From Benedict of Nursia to Humbert of Romans, in «American Benedictine Review» 40 (1989), pp. 346-379; Scott G. Bruce, Lurking with Spiritual Intent: a Note on the Origin and Functions of the Monastic Roundsman (circator), in «Revue bénédictine» 109 (1999), pp. 75-89; Wojtek Jezierski, Monasterium Panopticum. On Surveillance in a Medieval Cloister: the Case of St. Gall, in «Frühmittelalterliche Studien» 40 (2006), pp. 167-182.
  2. «Idoneos tamen tribuni et probatissimos eligunt, qui circumeant vigilias et renuntient, si qua emerserit culpa, quos circumitores appellabant; nunc militiae factus est gradus et circitores vocantur» De re militari, III, 8.

 

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Amorevolmente riunite: Herrad e le sue consorelle

L’Hortus deliciarum, il «libro che non c’è più», è il famoso codice che la badessa del monastero alsaziano di Hohenburg, Herrad von Landsberg, concepì e realizzò, in collaborazione con le consorelle, e per la loro istruzione, in un arco di tempo che secondo alcuni studiosi va dal 1159 al 1176. Famoso sin quasi da subito, tanto da essere gelosamente custodito nell’abbazia dove era stato prodotto fino alla sua demolizione, nel 1546, poi sistemato, e altrettanto gelosamente custodito, nella Certosa di Molsheim e quindi depositato, in epoca rivoluzionaria, presso la biblioteca di Strasburgo. Qui verrà infine distrutto, nell’incendio divampato nella notte tra il 24 e il 25 agosto 1870, durante la guerra franco-prussiana.

Ho appreso la storia travagliata del codice, e in parte quella della sua autrice, dal dotto e preciso libro che vi ha dedicato Mario Gennari1, professore di Pedagogia generale e Filosofia della formazione umana all’università di Genova, che mi ha raccontato anche le vicende della ricostruzione del codice, attraverso la collazione delle varie e diverse copie (parziali) che ne furono fatte durante i sette secoli della sua «vita» e culminate con l’edizione curata dal Warburg Institute nel 1979.

«Rispettando le intenzioni di Herrad von Landsberg», scrive Gennari, «si potrà dire che si tratta di un libro pensato da una canonichessa per le altre monache, da una badessa per le novizie, le adolescenti, le consorelle del monastero», e che restituisce, tramite una serie di citazioni di opere classiche e coeve, testi originali e immagini esplicative l’idea di un ordine del mondo e della sua direzione verso la grazia nella fede, un ordine tripartito secondo la scienza delle cose divine, di quelle umane e di quelle mondane. C’è dentro di tutto nel Giardino delle delizie di Herrad, forse si potrebbe dire che c’è dentro tutto, tutto quello che si poteva cristianamente sapere e dire, conoscere e credere, apprendere e sperare, ma anche imparare e rigettare, in quel momento della storia europea che viene definito la «rinascita del XII secolo». Per questo motivo è stato ed è ampiamente studiato, e per questo motivo non posso che rimandare al libro di Gennari, e alla sua ampia bibliografia, anche per un primo avvicinamento alle molte questioni sollevate dall’Hortus.

Quello che invece qui mi preme annotare è una sensazione, che mi auguro frutto non di pura fantasia: la sensazione restituita da una delle ultime immagini, ricostruite, del codice, quella che mostra Herrad e le sue 60 consorelle (tra canonichesse e novizie) sotto la seguente scritta: «La comunità religiosa al tempo delle badesse Rilinde [la predecessora di Herrad] e Herrad, al servizio di Dio a Hohenburg, amorevolemente riunita [caritative adunata]». Su sei ripiani sono allineate le monache di Hohenburg, a mezzo busto, ciascuna con una piccola caratteristica che le distingue (nell’abito o nei tratti) e quasi tutte con il loro nome e la provenienza: Guta, Odilia, Gerdrut, Cunegunt, Adelheit, Anna, Bertha, Jta, Ada, Hildegart, Hemma… amorevolmente riunite. «Ciò che tiene intimamente unita la comunità guidata da Herrad», ipotizza Gennari, «non deve essere stato affatto il principio dell’autorità nell’esercizio dell’obbedienza, bensì la liberalità nella correzione fraterna e nel vicendevole condono delle offese. Non si spiegherebbe altrimenti l’atmosfera gioiosa di una piccola comunità monastica [femminile, sottolinerei], che segue la propria consorella in un compito arduo ma affascinante: la scrittura e la miniatura di un codex capace di riassumere in sé il pensiero cristiano espresso attraverso le grandi auctoritates del passato e del presente».

Sul cartiglio che Herrad, a destra, regge con entrambe le mani si può leggere una sua poesia, dedicata alla comunità caritative adunata sotto il suo sguardo benigno e responsabile. Recita così: «O nivei fiori, odorosi di virtù, sempre assorti nelle cose divine; sprezzata la polvere delle cose terrene, correte al cielo. Al cielo, dove potrete, ora nascosto, vedere lo Sposo».

E la sensazione di comunità, non soltanto di fede, ma anche di vita quotidiana, di aspirazioni, di reciproca responsabilità mi pare che giunga sino a noi.

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  1. Mario Gennari, Herrad von Landsberg e l’Hortus deliciarum, il melangolo 2017.

 

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Al conquibus ci penso io (Voci, 10)

Capo XXVI. Qualità, e doni naturali della Venerabil Madre

Fu Ella in quanto al corpo di molto buona, e leggiadra dispositione, di statura, secondo il consueto delle donne più tosto alta, che picciola; il volto era non mediocremente bello, di figura però alquanto lunga. Il colore assai bianco, e negl’ultimi anni, per le sue molte indispositioni violato quasi sempre dal pallido. La fronte di moderata ampiezza; l’occhio di color celeste, e gratioso, abenche non molle, ed effeminato, ma ben sì grave, e virile, e più tosto inchinava al severo, che al soverchiamente benigno, onde traluceva in esso la Maestà de’ suoi alti natali. Il naso uguale, e di ottima proportione e nella sommità delle narici alquanto rotondo. La bocca corrispondeva all’altre parti senza improportione, le gote erano decentemente piene. Haveva sotto il labbro del lato sinistro un Neo; scherzo consueto della natura, e che al rimanente della faccia suol aggiungere un poco di gratia. Nel camminare era compostissima, aborrendo naturalmente qualsivoglia strepito. La voce era alquanto piena, e sonora, nel che non osservava l’ordinaria conditione del sesso. Questa gli offerse materia per esercitarsi nell’humiltà, imperoche alcune volte, senza avvedersene, l’alzava soverchiamente, onde nel riconoscerlo con indicibil sommissione ne chiedeva perdono, quasi di grave delitto.

[…] Hor passando dall’esterna apparenza del corpo all’interne, e naturali doti dell’animo, diamo principio dall’intelletto, era questi perspicace, ed acuto sopra la conditione delle donne, onde componeva Sermoni, come se molto tempo havesse studiato. Io ne ho letti alcuni con altre sue Sagre Poesie, delle quali dilettossi, e ne lasciò scritti molti versi, e canzonette in lode dell’amor di Dio, e del patire per suo amore, e d’altre materie spirituali; discuopre in essi non volgare ingegno, e può esser che un giorno li goda la pietà de Fedeli promulgati con le stampe. Dimostrava ne i negotij una capacità così grande, che il governo d’un Monastero era per il suo svegliato intendimento assai inadeguato impiego. Il Cardinal de Medici fratello del gran Duca di Toscana essendo in Roma gli parlò, e la trattò, e dipoi disse non haver conosciuta donna di maggior capacità. Quindi avveniva che compisse con tutti i Signori Prencipi, e Cardinali con estrema vivezza di parole, e prontezza di ben aggiustate risposte, quantunque la temperasse con la Religiosa simplicità, che professava. Era nel tratto sommamente gioiale, aborrendo certe rozze malinconie spiacevoli all’humana conversatione. Diceva, e non di rado motti dolcemente arguti tal’hora in lingua Spagnola, o Siciliana, co’ quali nelle communi ricreationi gloriavasi di servire alla modesta allegrezza delle sue Religiose.

[…] Era naturalmente così tenera di cuore, e cotanto compassionevole verso le sue Religiose, che se gli rendeva impossibile vederle patire, onde se si avvedeva, che alcuna di loro mostrasse tristezza, a tutto suo potere si studiava rallegrarla, essendo Ella di conditione lieta, e vivace. Diceva bene spesso, che in tutto il tempo, nel quale era stata Religiosa non sapeva che cosa fosse scontentezza. Da questa sua innata compassione originavasi l’esser molto liberale in spender denaro, quando conosceva esser necessario per il sollievo, e sostentamento delle medesime Religiose. L’avvisavano alcune volte le Dispensiere, che si consumava molto per condire le vivande, o in altra cosa appartenente al vitto. Al che Ella rispondeva disconvenirsi molto a quelle, che servono un sì grande, ricco, e potente Signore l’esser anguste di cuore. Che quando mancasse la provisione già fatta l’avvisassero, che harebbe fatta l’altra, solo richieder da loro, che attendessero a servire Iddio con perfettione, e lasciassero a lei la cura di provederle: esser Iddio fedele a quelli che con esattezza lo servono.

Vita della ven. Madre Suor Chiara Maria della Passione Carmelitana Scalza: Fondatrice del Monastero di Regina Coeli. Nel secolo donna Vittoria Colonna, Figlia di Don Filippo Gran Contestabile del Regno di Napoli ecc. Scritta dal padre fra Biagio della Purificatione Carmelitano Scalzo, in Roma, nella Stamperia di Gioseppe Vannacci, 1681 (Libro II, Capo XXVI, pp. 334 e segg.).

 

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«Se vedi la Madonna, salutala da parte mia» (Le «Lettere a una carmelitana scalza» di Giacomo Biffi)

Di primo acchito non potrei sentirmi più lontano da un cardinale, per di più tradizionalista, e da una monaca carmelitana, per quanto «impegnata e problematica». Ciò nonostante le Lettere a una carmelitana scalza del cardinale Giacomo Biffi mi hanno preso sin dal primo «Gentilissima Signorina»1. All’inizio dell’epistolario, nel febbraio del 1960, la destinataria, Emanuela Ghini – che è anche la commossa e partecipe curatrice del volume –, è infatti ancora una laica, di circa 27 anni, assistente straordinaria di filosofia all’università di Bologna, e il mittente, da parte sua, non è ancora cardinale, bensì un professore trentenne del Seminario di Venegono, in provincia di Varese. Il primo scambio verte, come accadrà poi con frequenza, su un libro: la propria tesi in teologia che d. Giacomo regala alla giovane filosofa, ma si interrompe subito, perché nel frattempo sta maturando la di lei vocazione. Quando riprende, nell’agosto del 1964, Ghini è diventata suor Emanuela, al Carmelo di Savona, e d. Giacomo è, da qualche anno, parroco a Legnano. Passano altri sei anni di silenzio, imposto dal noviziato della religiosa, e lo scambio riprende infine nell’agosto del 1970, per non interrompersi più, se non alla morte di Biffi, nel 2015.

Purtroppo le lettere di s. Emanuela non sono riportate, salvo una minima parte sul finale, ed è un vero peccato, ma un’eco non flebile di esse risuona comunque nelle lettere di Biffi, che spesso risponde a domande precise, ribatte, puntualizza, commenta le osservazioni della monaca, e lo fa con un tono scevro da qualsiasi remora di carattere «politico», da qualsiasi cautela diplomatica, come con ogni probabilità faceva la sua corrispondente. Nonostante la percezione della possibilità che le sue lettere sarebbero state un giorno pubblicate, il cardinale è sempre chiaro e diretto, nei giudizi, talvolta molto severi, come nelle battute, spesso brillanti, nelle esortazioni come nelle confessioni. Come questa, che scelgo in rappresentanza di tutte: «Pare anche a me che la vita di fede sia aspra e oscura. È molto difficile continuare a credere. Solo che l’incredulità mi sembra più difficile ancora. Mi pare di dover finire per forza tra le braccia del Padre, non tanto perché mi attirino (almeno inizialmente), quanto perché in tutti gli altri posti è, dopo un po’, impossibile stare. […] Dio abita nell’oscurità. Per me, è tutto dietro la figura di Cristo. Se smarrissi il senso di Cristo, probabilmente diventerei ateo».

Come era prevedibile, io, se così si può dire, non condivido le opinioni espresse dal cardinale, e ascolto con un certo distacco le preoccupazioni sul «destino della cristianità» dei due religiosi, che non di rado, peraltro, sono in disaccordo (e su una questione in particolare, la figura di Giuseppe Dossetti, sono in netto e doloroso disaccordo), non partecipo delle loro ansie per lo stato di salute della Chiesa, non nutro la loro fede e le loro speranze, talvolta non so nemmeno esattamente di cosa stiano parlando… Tuttavia sono rimasto avvinto dai documenti di un’amicizia che non ho bisogno di definire spirituale per riconoscerne la profondità, l’onestà e la fedeltà: una conversazione di due menti (per rispetto dovrei dire «di due anime») così intima e concreta da suscitare autentica ammirazione: «L’importante», dice presto d. Giacomo, «è che continuiamo a volerci bene e a dialogare con franchezza, senza plagiarci vicendevolmente e senza prepotenze».

E anche divertendosi, mi sentirei di aggiungere, considerando le innumerevoli battute che costellano un po’ sorprendentemente, l’epistolario. «Il senso dell’umorismo», scrive il futuro cardinale, in maniera non del tutto scontata, «è il fondamento della vita religiosa», perché «è fatto di distacco dalle situazioni unito alla simpatia e all’amore». E così, ad esempio, commentando la tendenza moderna a preferire il «cercare» al «trovare», Biffi ricorda che è stato «Lessing a dire che vale più la caccia della lepre. Ma forse perché non ha mai mangiato la lepre». Ma soprattutto, vagamente preoccupato per certe «illuminazioni» che s. Emanuela gli ha confidato, il cardinale conclude: «Credo che tra poco comincerai ad avere anche le visioni, e così saremo a posto. Comunque, se vedi la Madonna, salutala da parte mia».

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  1. Giacomo Biffi, Lettere a una carmelitana scalza (1960-2013), introduzione e note a cura di E. Ghini, prefazione di C. Caffarra, postfazione di M.M. Zuppi, Itaca 2017.

 

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Non si anteponga nulla (Luigi Gioia, «La saggezza del monaco», pt. 2/2)

(la prima parte è qui)

C’è almeno un’altra cosa, tra le molte, che il libro di Luigi Gioia1 sulla spiritualità monastica mi ha fatto capire bene. Un aspetto nel quale probabilmente mi devo essere imbattuto in precedenza, ma che qui è posto con un’evidenza e un’argomentazione che sono state per me rivelatrici.

Si ricorderà che nel capitolo 43 della Regola Benedetto conia la celebre espressione «Nihil operi Dei praeponatur»: al segnale dell’ufficio divino il monaco deve interrompere qualsiasi attività e accorrere alla celebrazione, in modo che non si anteponga nulla all’Opera di Dio. Raffigurandomi la scena, e considerando la composizione della Liturgia delle Ore, ho sempre pensato che la comunità dei monaci si riunisse per cantare le lodi del Signore, per rendere grazie, per celebrare, appunto, l’Onnipotente: questo è l’opus Dei. E invece no, la prospettiva va ribaltata.

Per farlo Gioia muove da un passo del Vangelo di Giovanni (6, 28-29): quando gli apostoli chiedono a Gesù cosa devono fare «per compiere le opere di Dio», Gesù, passando inaspettatamente al singolare, risponde: «Questa è l’opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato». «Prima di parlare di opere degli uomini per Dio», commenta Gioia, «occorre accogliere l’opera di Dio per l’uomo, l’opus Dei, ciò che Dio opera in noi, cioè il dono della fede». Una fede che si traduce primariamente nel dono di una grazia di natura comunitaria. Il moto di Dio verso gli esseri umani è di natura, per così dire, collettiva, e anche la risposta, il moto contrario degli esseri umani, lo sarà.

Ecco allora, prosegue Gioia, che «l’espressione della regola di san Benedetto nihil operi Dei praeponatur non vuole dire “non si anteponga nulla alle opere che noi dobbiamo fare per Dio”, ma “non si anteponga nulla all’accoglienza e alla celebrazione di ciò che Dio fa per noi”, cioè all’accoglienza e alla celebrazione dell’opera di salvezza di Dio in noi, dell’alleanza, della riconciliazione, della comunione di Dio». La comunità monastica si riunisce per ascoltare il Signore, per fargli posto, sempre e di nuovo, attraverso la sua parola che lei stessa pronuncia (allo stesso modo il singolo monaco prosegue su questa strada grazie anche alla lectio divina). «Con la liturgia», dice Enzo Bianchi sulla stessa lunghezza d’onda, «noi apprestiamo tutto perché Lui possa agire in noi efficacemente con la sua Parola»2.

L’insistenza sull’ascolto della parola di Dio permette, inoltre, di cogliere un altro aspetto decisivo della vita monastica, che non è, anzitutto, obbedienza a una regola3, bensì continua risposta di fede, la risposta di un figlio all’invito di un padre («La prima, fondamentale definizione del monaco è proprio questa: il monaco è un figlio»): l’atteggiamento filiale è il vero ponte tra Vangelo e Regola, essere figli come Figlio è stato anzitutto Gesù.

Il luogo per eccellenza di questo atteggiamento filiale è il «deserto». Il deserto è lo strumento per mettere a nudo il proprio cuore, e in questo senso il monachesimo ricrea in continuazione tale dimensione – o almeno questo dovrebbe fare – per integrarla nella vita spirituale: «Solo grazie al deserto, infatti, diventa possibile cessare di illuderci su noi stessi riguardo all’autenticità delle nostre intenzioni ed entrare nel processo di conoscenza di sé che è alla base di ogni spiritualità seria». Trovo qui, tuttavia, una particolare consonanza con quell’impegno a smascherare le illusioni e le storie che ci raccontiamo che non richiede il contesto della fede per essere affermato, e forse non richiede nemmeno il deserto, ma per il quale talvolta può essere sufficiente una notte insonne.

(2-fine)

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  1. Luigi Gioia, La saggezza del monaco. Spiritualità monastica e vita della Chiesa, Edizioni Dehoniane Bologna 2017.
  2. Enzo Bianchi, Al termine del giorno. Parole per illuminare il viaggio interiore, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2017, p. 153.
  3. «Se una regola, se un’esortazione, se la legge, se il semplice fatto di dire o di sapere cosa fare fosse bastato per salvarci, non ci sarebbe stato bisogno che Dio si facesse uomo in Cristo e soprattutto che morisse sulla croce» (Gioia, p. 23), una frase che mi ha dato molto da pensare.

 

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Il peccato di una lettrice («Un monastero di famiglia», la cronaca delle «barberine» di Roma; pt. 2/2)

(la prima parte è qui)

Suor Eufrasia da San Martino, conversa di Castelnuovo della Sabina, muore il 22 novembre del 1647. La cronaca del monastero carmelitano della Santissima Incarnazione di Roma registra che passò a miglior vita dicendo: «Maria mater gratiae», e soprattutto che «visse con semplicità e purità colombina»1. Il suo necrologio è molto più breve di quelli delle monache «vocali», cioè delle coriste, ma contiene un episodio assai significativo, tanto che il redattore della cronaca lo segnala in un indice con questo titolo: «Il demonio comparisce in figura brutta ad una religiosa disubediente». Una storia di disobbedienza punita, quindi, che, va da sé, ho trovato molto interessante per motivi del tutto opposti.

Suor Eufrasia, da brava conversa, in sostanza sgobba tutto il giorno, «sempre obediente e riverente» a tutte, e «fatigante in sommo grado», tuttavia sa leggere, almeno «un poco», e le piace, e poiché non ha tempo di farlo di giorno, lo fa di sera, non si sa se nel dormitorio o in cella. E così, «una di quelle sere doppo dato il segno di spegnere ogn’una il lume, lei vinta dal desiderio di terminare ciò che leggeva, non fece l’ubedienza di smorzare il lume». Non l’avesse mai fatto! Il Signore, punendola all’istante, le fa alzare lo sguardo alla finestra (si è d’estate ed è ancora aperta) dove è seduto, «in forma bruttissima», il demonio. Il quale demonio, «con risataccia da suo pari e con sbeffo, gli disse: “Leggi, leggi che mi dai gusto”». Sicché Eufrasia riconosce la sua mancanza e appena può va, «tutta paurosa e confusa», dalla superiora a confessarsi…

Qualche tempo fa dicevo che mi ero «avventato» sull’edizione della cronaca del monastero carmelitano della Santissima Incarnazione di Roma: be’, devo ammettere che ho fatto – e sto facendo – una certa fatica, dovuta soprattutto ai più che legittimi «criteri di edizione» che, pur avendo «parzialmente reso più fruibile per la lettura» il testo (parzialmente), ne hanno «scrupolosamente» mantenute le caratteristiche ortografiche e di punteggiatura, salvi pochissimi interventi di normalizzazione.

Nondimeno sono sempre conquistato da storie come quella di suor Eufrasia e dagli innumerevoli particolari che emergono dai necrologi delle consorelle: suor Felice Francesca delle Sacre Stimmate, suor Angela Vittoria del Cuor di Maria, suor Paola Maria del Santo Presepio, suor Maria Deodata delle Piaghe di Gesù e suor Caterina Eletta di San Giuseppe che, giovane di buona famiglia e in seguito tra le fondatrici del monastero, «prima si sarebbe lasciata tagliare la testa, che acconsentire al matrimonio».

Non posso riportare tutte le espressioni curiose e rivelatrici che ho sottolineato, dal misterioso modo di dire «cadere la goccia» (gli cascò la goccia, in un subito gli cascò la goccia nella lingua, fu ritoccata della goccia peggiore dell’altre volte), per significare un improvviso peggioramento delle condizioni fisiche2, alle descrizioni dei sintomi («Se la sentiva [la testa] tanto fredda come se fosse esposta al vento crudo d’inverno, con un rumore dentro come pioggia»), al ricordo delle attività costruttive del cardinale Francesco Barberini, protettore e benefattore, che ci ricordano cosa c’è al di là delle mura del monastero («Sopra il casino dello ius patronato, che godiamo in clausura nella più alta parte fabricò per recreatione delle religiose una loggia dalla quale senza essere vedute le monache si vede tutta Roma Monti, e città e castelli circonvicini»).

Tuttavia, per quanto stereotipate, esempi additati di modestia, non posso tralasciare le citazioni testuali di frasi pronunciate dalle monache che ogni tanto vengono inserite nel racconto: forse è il suono di quella voce ad andare oltre lo stereotipo. Quando la sgridavano, suor Maria Angelica dell’Amore di Dio rispondeva: «Sorelle mie havete ragione non sono buona a niente habbiate pazienza quest’altra volta farò meglio», mentre suor Maria Arcangela del Santissimo Sacramento diceva: «È vero… non ne fo una dritta»; suor Anna Maria Ancilla del Verbo Divino era così scrupolosa che, se le custodi non potevano assistere ai riti, dicevano: «Stiamo sicure per che ci è Anna Maria, e l’altre la immiteranno».

Suor Maria Minima di S. Maria Maddalena de’ Pazzi, infine, così rimproverava le novizie che salmodiavano troppo in fretta: «Oh, che havere li sbirri dietro, che si corre tanto in lodare Dio?».

(2-fine)

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  1. Un monastero di famiglia. Il Diario delle barberine della SS. Incarnazione (secc. XVII-XVIII), a cura di V. Abbatelli, A. Lirosi, I. Palombo, con un saggio introduttivo di G. Zarri, Viella 2016, p. 79.
  2. Non sono riuscito a trovare quasi niente. In una dispensa del comune di Oulx si legge: «Alcuni modi di dire di Rochemolles [comune di Bardonecchia] per  “morire” sono: shéir de la gout “cadere della goccia” – essere colpito da un malore (anticamente si credeva che dietro alla fronte l’uomo avesse tre gocce, quando una cadeva si moriva)».

 

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Assenza, attesa, desiderio: il chiostro

Di tutti gli spazi monastici, il chiostro è quello per il quale ho sempre provato l’attrazione maggiore. Sono sicuro di essere in vasta compagnia: per i laici, per i non credenti curiosi, e diciamo anche per i turisti, il chiostro è quasi il simbolo del monastero, il luogo che pare celare più degli altri il segreto del perché ci piace visitare le abbazie.

Chiostro dell’abbazia di Mont-Saint-Michel (foto Potts)

Quante volte mi sono seduto e, rivolgendomi a chi era con me, ho detto: «Qui potrei trattenermi un eone». Non soltanto per la pace e il silenzio, che pure sono aspetti non secondari, né solo per quella singolarità architettonica che permette la compresenza di luce piena e semioscurità (soprattutto in ambiente mediterraneo) e di «aperto» e «chiuso». Credo che il motivo principale della mia attrazione sia la nostalgia, qualunque possa essere il contenuto di questo sentimento, diverso per ciascun individuo che compia anche una breve sosta in quel quadrato magico1.

Quale sia il contenuto della mia nostalgia non è importante, ben più significativa è la riflessione che al chiostro dedica p. Mauro-Giuseppe Lepori, abate generale dell’Ordine Cistercense, in coda a una «meditazione tenuta a un corso di formazione per clarisse professe solenni nell’aprile 2015»2. Nonostante la sua brevità, il testo, quasi nascosto e intitolato Il chiostro monastico, spazio dell’attesa, è molto denso e apre prospettive interessanti.

«Il chiostro nel monastero», esordisce p. Lepori, «è uno spazio superfluo, uno spazio creato dal ritirarsi di altri spazi; uno spazio superfluo creato dal ritirarsi di spazi “utili”». Struttura di raccordo tra la sala capitolare, il refettorio, la biblioteca, la chiesa, il chiostro distende la sua apparente «inutilità» al centro del monastero e ne diventa, paradossalmente, il cuore. «Spazio inutile, spazio perduto», continua p. Lepori, perduto come il Paradiso terrestre da cui l’uomo si è esiliato. Il chiostro diventa allora il simbolo di questo Eden perduto e si fa reale simulazione («spazio virtuale ante litteram») di un concetto telogico e biblico: «Questo giardino è nel cuore dell’uomo. Il giardino perduto è la nostalgia essenziale del cuore dell’uomo. […] Nel chiostro il monaco riascolta l’eco del pianto di Adamo che dalla notte dei tempi riemerge in ogni cuore umano».

Ecco che la nostalgia riemerge anche nelle parole dell’abate generale, che si inoltra poi lungo un sentiero sul quale non sono in grado di seguirlo. Il chiostro, infatti, è al tempo stesso luogo di assenza, attesa e desiderio e luogo del ritorno e della Presenza. Il chiostro, intorno al quale si snoda la giornata monastica e lungo il quale il monaco si muove avanti e indietro, «è lo spazio destinato a un cammino», reale e figurato, il cammino della croce (p. Lepori ricorda, tra l’altro, che in tedesco chiostro si dice proprio Kreuz-gang, «cammino della croce»), sul quale si misura la «distanza tra l’abisso della miseria umana e l’abisso della Misericordia divina».

È di clamorosa importanza per i monaci e le monache ciò che lì accade ogni giorno. «E pian piano», conclude l’abate, «tace il rumore dei nostri passi nel chiostro. Il monaco, l’uomo, si ferma, ascolta. I passi di Dio!»

Qualcuno si ferma, ascolta, non sente niente. Nondimeno resta lì, si volta verso chi lo ha accompagnato e sorride.

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  1. Né si può dimenticare la nostalgia del chiostro che tanti monaci chiamati alla vita attiva hanno confessato, da Bernardo di Chiaravalle a Ildefonso Schuster.
  2. Mauro-Giuseppe Lepori, I tempi e i luoghi della nostra forma di vita, in «Forma Sororum» 54 (2017), n. 3, pp. 137-51.

 

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