L’animo alienissimo dal matrimonio (Voci, 19)

La Vita della B. Ivetta Vedova (13 Gennaio)

L’Historia della Vita della B. Ivetta, specchio di penitenza e di santità, ci fu lasciata diligentemente scritta da Ugo Floresiense, Canonico Regolare dell’Ordine Premonstratense, ed è nella maniera che siegue. Nacque questa Beata Serva del Signore della Terra di Huy, appartenente al Vescovado e Principato di Liegi, da progenitori di chiaro sangue e dovitiosi molto. Appena hebbe ella toccato l’anno 13 dell’età sua, che fu da’ suoi trattato di dargli marito; e come che, oltre alla ricca dote, havesse ella un dovitioso capitale di tutte le qualità che ponno in una donzella nobile desiderarsi, fu da molti giovani nobili suoi concittadini ricercata in matrimonio. Et abbenché fosse ella lontanissima dal pensiere d’appigliarsi allo stato coniugale, nulladimeno, per non mancare al rispetto & all’ubbidienza dovuta a’ suoi genitori, chinò il capo e fu data per moglie ad un nobil giovane, suo pari e della sua patria medema.

Ma non andò gran tempo che, annoiata dallo stato da sé abbracciato, e vaga di esserne prosciolta, hebbe desiderio che ciò si effettuasse mediante la morte dello sposo. E quantunque per il buon fine, che ella haveva di rimaner libera per potersi dare intieramente al Divin servigio, non fosse ciò da essa creduto illecito, conosciuta poscia da sé la gravezza di questo peccato, pianselo lungamente e fenne rigorosissima penitenza, infino a che fu assicurata dal Cielo di haverne dalla pietà Divina ottenuto il perdono. […]

Restata in questo mentre priva del marito, e conseguentemente sciolta (cosa sommamente da lei bramata) dal tanto a lei grave e noioso peso del giogo matrimoniale, e ciò nel fiore dell’età sua, cioè nell’anno diciottesimo, e quinto dal suo matrimonio, parve a lei il tempo opportuno per darsi tutta alla vita spirituale. Ricusò perciò di passare alle seconde nozze, abbenché a questo da molti, che ammiravano & amavano le di lei rarissime doti, venisse a grande instanza sollecitata. Lasciolla il defunto suo Consorte madre di tre fanciulli maschi, uno de’ quali passò all’altra vita in tenera età; applicò il maggiore, già grandicelllo, allo studio delle lettere; ritenendo appresso di sé, come troppo tenero, e non per anco atto d’applicarsi alle lettere, il più giovane. Cercò il padre di Ivetta, il quale di mala voglia portava di vederla, giovane come ella era, nello stato vedovile, tutti i mezzi a sé possibili per indurla a passare un’altra volta a marito, impiegando perciò l’autorità di Radulfo Vescovo e Principe di Liegi […].

Fecela il Vescovo chiamare alla sua presenza, ove giunta che fu & vi hebbe veduta la folta moltitudine de’ tanti personaggi che gli facevan corteggio, con assieme le Guardie de Soldati che stavangli attorno, atterrissi ella non poco, e come grandemente modesta se gli coperse il volto di rossore. Pure venendo incoraggita dal Vescovo, che la tirò alquanto in disparte, ascoltò, standosene ella frattanto con la mente tutta fissa in Dio, il discorso che egli le fece e con cui studiossi di persuaderla perché si conformasse a’ voleri del Padre. Stava ella (come dicevamo) col cuore a Dio, e pregavalo di volerla liberare da quel periglioso assalto. Rispose a tutte le proposte del Vescovo con gran modestia e con non minor prudenza. Rappresentogli haver essa l’animo alienissimo dal matrimonio e per questo, e per poter più speditamente servire a Dio, essersi con voto ligata di osservare castità nello stato vedovile.

Adopraronsi molti degli astanti, persone letterate ed astute, di persuaderla a piegarsi, ma fu ogni lor’opra gettata al vento, rimanendosi a guisa di scoglio, immota a fronte di quell’onde che la sbattevano. Vedutasi dal Vescovo la sodezza d’Ivetta, non volle passar più oltre con la sua persuasiva; anzi, fattosi suo avvocato e difenditore, lodò il da lei fatto proponimento, e promisegli il suo patrocinio contro chi havesse intrapreso a molestarla. Ordinò inoltre al di lei Padre di fare lo stesso e, datagli la sua benedittione, la rimandò con Dio.

♦ Santorale del Sacro Ordine Cisterciense, raccolto dal M.R.P.D. Marc’Antonio Carretto, monaco della Congregatione Riformata di San Bernardo del medemo Ordine, tomo primo, che contiene i Mesi di Gennaro e di Febraro, in Torino 1705, nella Stampa di Gio. Battista Fontana, pp. 95-97.

Lascia un commento

Archiviato in Voci

Schedine: Giorgio La Pira; Erik Varden

Giorgio La Pira, Lettere al Carmelo, a cura di D. Pieraccioni, prefazioni di B. Maggioni, Vita e Pensiero 19872. «Noi che siamo “fuori” pensiamo sempre con soavità infinita agli orti conclusi ove la grazia del Signore fiorisce soave e pura!» Così scrive Giorgio La Pira, nel gennaio del 1948, in una lettera a suor Teresina (Virginia Sardi) del Carmelo di Santa Maria degli Angeli di Firenze. Le «lettere alle claustrali» sono un sottogenere epistolare di lunga tradizione che cerco di frequentare ogni volta che se ne presenta l’occasione, anche se i carteggi pubblicati sono quasi sempre monchi delle lettere «in uscita» dai chiostri; e anche se non di rado capita di imbattersi in quel singolare fenomeno per il quale chi sta «fuori» ritiene di poter spiegare a chi sta «dentro» i motivi riposti della loro scelta: voi siete questo, voi rappresentate quest’altro, il senso della vostra esperienza è questo, ecc. Confesso di aver fatto un po’ di fatica a leggere queste Lettere al Carmelo, e non tanto per il tipo di rapporto, forse un po’ datato, quanto per il tono sempre troppo acceso dell’uomo politico. Mi è parso infatti che La Pira spesso lanci i suoi appelli, rivendichi la sua ideale appartenenza, ribadisca la sua adesione a colpi di punti esclamativi, come se sentisse di dover espiare il suo impegno nel mondo, la sua attività politica: «Talvolta – spesso! – anche l’anima nostra cerca i suoi “carmeli”: spesso ci portiamo con lo spirito in queste isole di purità, in questi orti sigillati, in queste mistiche case di purità e sostiamo ristorati e fortificati» Oppure: «Mi sentirò figlio di tutti i Carmeli, di tutte le Certose, di tutte le Trappe: e nel silenzio della preghiera mi sentirò unito alla soave salmodia comune!». Ho fatto fatica per il linguaggio usato, per i modi retorici, ma non ho mancato di riconoscere le tracce di un atteggiamento dal quale, pur in forme che non potrebbero esser più diverse, non sono del tutto esente. I sentimenti di La Pira sono, al di là delle forme, di indubitabile sincerità, e i miei?

♦ ♦ ♦

Erik Varden, La solitudine spezzata. Sulla memoria cristiana, Qiqajon-Comunità di Bose 2019. Il libro raccoglie sei meditazioni dell’ex abate dell’abbazia trappista di Mount Saint Bernard, nel Leicestershire, da poco nominato vescovo della diocesi di Trondheim. Il testo è strutturato «intorno a sei comandi biblici di ricordare» e ogni capitolo sviluppa una particolare sfumatura cristiana del concetto di memoria, e della sua pratica, a partire da una «situazione» o da un personaggio tratti dalla Scrittura: ad esempio il monito rivolto ad Adamo circa la polvere, o meglio la «terra», da cui proviene; o l’appello di Mosè a Israele affinché non dimentichi la schiavitù; o ancora l’avvertimento di Gesù di ricordarsi della moglie di Lot. Accanto a questi spunti, sviscerati in profondità, l’autore convoca una galleria di testimoni che per me ha rappresentato il motivo di maggior interesse del volume, da san Benedetto a Stig Dagerman, da Maria Egiziaca al padre Sergij di Tolstoj, da Maïti Girtanner (eroina della resistenza francese) a Motovilov… non si finisce mai d’imparare. Si può anche dire che non si finisca mai di ricordare, e la Bibbia può essere uno strumento fecondissimo per questo esercizio: «Il nostro ricordare non è mai confinato alla sola esperienza, limitata o ampia che sia. Noi scopriamo – se osiamo – che la memoria è più che un’acqua stagnante di ricordi privati. Ricordare, ricordare veramente, è levare i nostri ormeggi e salpare verso il mare aperto, con tutto ciò che comporta come pericolo ed euforia».

Lascia un commento

Archiviato in Libri, Schedine

Cardiochirurgia (Dice il monaco, LXIV)

Dice Erik Varden, ocso, già abate dell’abbazia di Mount St Bernard (Leicestershire), ora vescovo di Trondheim (Norvegia), nel 2018:

Essere monaco è abitare un universo senza limiti. È essere spinti verso un’altezza e una profondità, una lughezza e una larghezza che toccano l’infinito. Se vissuta sinceramente, la vita monastica è un habitat di trasformazione. I padri descrivono come il cuore del monaco venga frantumato, poi aperto e, poco alla volta, risanato. Esso inizia a farsi più ampio, al punto da contenere il mondo intero, richiamando alla mente la sua piaga davanti a Dio, ricordando al mondo la grazia di Dio. Il cuore del monaco, conforme a quello di Cristo, è un luogo d’incontro. Esso tende verso l’alto nella più fiduciosa delle gioie, perché è stata messa alla prova. La gioia che spesso mi sfuggiva quando ero giovane mi è data adesso: è allo stesso tempo conosciuta e nuova. Vedo ancora l’oscurità, come potrei non vederla? Ma ha perso il suo fascino, so che è stata attraversata.

♦ Erik Varden, La solitudine spezzata. Sulla memoria cristiana, traduzione di L. Gobbi e T. Pizzimenti, Edizioni Qiqajon – Comunità di Bose 2019.

 

1 Commento

Archiviato in Dice il monaco

«Perdute nella storia? Andiamole a cercare!»

Primo e non trascurabile merito del volume Detti e fatti delle donne del deserto, curato da Lisa Cremaschi, monaca di Bose1, è quello di offrire una raccolta molto ricca, per non dire completa, delle testimonianze, quasi esclusivamente indirette, che riguardano le cosiddette «madri del deserto» (là dove deserto è da intendersi in senso ampio come «luogo di solitudine»); cioè le donne vissute tra IV e VI secolo – «tempi… avari di parole di donne e sulle donne» – che decisero di «seguire» il Cristo. Sono tutte lì, dalle più famose, come Sincletica, le due Melanie, Eustochio, Macrina, Olimpia(de), Scolastica, a quelle di cui è rimasta soltanto una debole traccia, come la sorella, senza nome, di Antonio, il padre della vita monastica, che la affidò «ad alcune vergini conosciute e fedeli»; o come la sorella di Pacomio, Maria, che, rinchiusasi nel monastero costruitole dal severo fratello, attirò molte donne che «sentirono parlare di lei e la raggiunsero, abitarono con lei e si diedero a un’intensa ascesi».

Al cospetto di questa galleria di amme (femminile plurale di abba) si sarebbe tentati di porre in primo piano battute ed episodi che evidenzino il loro carattere, il loro femminismo ante litteram in un contesto rigorosamente maschile. E anche se la curatrice invita a «guardarsi dal leggere questi testi con gli occhiali di oggi», è lei stessa, con un discreto, quasi invisibile tappeto di punti esclamativi, a perdonare la suddetta tentazione. Come non ricordare, solo per fare qualche esempio, la formidabile amma Sara, monaca egiziana, che a una coppia di anziani anacoreti che la invitavano rudemente a non montarsi la testa, fu costretta a rispondere: «Quanto alla natura sono donna, ma non quanto al pensiero»2; o la nobile e ricchissima Melania l’Anziana che, rimasta vedova e persi due figli, lascia tutto3 e decide di destinare i suoi beni ai poveri: quando il console della Palestina la fa arrestare, per interdirla e incamerare il patrimonio, «ignorando il suo stato di donna libera», lei risponde così: «Io sono figlia del tale e moglie del talaltro, ma sono serva di Cristo. Non disprezzare la meschinità del mio abito. Se voglio, ho il potere di innalzarmi e perciò non riesci a farmi paura né a prendere qualcosa di mio»; o ancora l’aristocratica romana Marcella, che, secondo la testimonianza di Girolamo, quando la madre le propose un secondo marito, anziano ma di ottime sostanze, così declinò: «Se volessi sposarmi e non desiderassi dedicarmi alla castità perpetua, di certo cercherei un marito e non un’eredità».

Ma l’aspetto del volume che più mi ha colpito è stato un altro, e cioè il commento ai testi di Lisa Cremaschi, che unisce ai dati filologici e interpretativi un inconfondibile senso di attualità. Il volume infatti, nelle parole della stessa curatrice, vuole essere soprattutto «un viaggio per “visitare” le monache antiche e chiedere loro una parola», una parola per l’oggi, per noi, è sottinteso. Non è possibile fare esempi, poiché si tratta di una tensione che trascorre in tutto l’apparato di note e lo rende «avvincente»: di cosa si sta parlando qui? Quale nome ha preso oggi la circostanza di cui riferisce questa donna di quindici secoli fa? Cos’ha lei da insegnarci, e cos’abbiamo noi da imparare da lei? Non accade forse lo stesso anche oggi? Non sembrano rivolti a noi questi  consigli? E così via.

In ciò risulta evidente come si tratti del commento di una monaca, non soltanto di una studiosa, di una monaca psicologa che non esita a esporsi in prima persona, tanto che talvolta, specie nelle note più lunghe e nei richiami bibliografici non di rado sorprendenti, la sua voce si mescola e si confonde con quella di Teodora, di Sara, di Domnina. Così, a fianco di tanti volumi, indubbiamente meritevoli e tuttavia silenziosi come cimiteri, possiamo mettere questo libro ricchissimo di conoscenze e meditazioni, da cui sgorga un flusso di parole e di gesti che sembrano risalire a non più tardi di ieri. L’altroieri, via.

______

  1. Detti e fatti delle donne del deserto, introduzione, traduzione e note a cura di L. Cremaschi, Edizioni Qiqajon – Comunità di Bose 2018. Il titolo del post è tratto dall’Introduzione. Curato dalla stessa studiosa è necessario qui ricordare Donne di comunione. Vite di monache d’oriente e d’occidente, sempre nelle Edizioni Qiqajon, ma del 2013.
  2. «Di lei [Sara] dicevano che abitò sessant’anni dinnanzi al fiume, e non si sporse mai a guardarlo» (p. 91). Per una curiosa combinazione, lo stesso giorno leggevo una recensione dello scienziato Edoardo Boncinelli: «Siamo figli di milioni e milioni di anni di evoluzione, fisica, biologica e infine culturale. Guardarci intorno allora è allo stesso tempo una necessità per conoscerci nel profondo e una concreta manifestazione di dove siamo arrivati, come specie e come individui» (Il cielo sopra di noi. E sotto di noi, «Corriere della Sera – La Lettura», 27 ottobre 2019).
  3. «Lascia anche – e questo ci sconcerta – l’ultimo figlio che le era rimasto, Publicola, e parte per l’Oriente» (p. 165).

 

2 commenti

Archiviato in Le origini, Libri

Come si è fatti («Monaci e uomini», di Ghislain Lafont, pt. 3)

(la prima parte è qui, la seconda qui)

Sono troppi gli spunti interessanti che emergono dalla conversazione di Ghislain Lafont1 perché possa darne conto in maniera esauriente, e anzi uno dei suoi aspetti più notevoli è proprio la conferma di come una vita dedicata alla ricerca di Dio, attraverso una forma nel complesso rigida, non comporti l’annullamento delle altre dimensioni. E perché dovrebbe, in fondo. L’angolo di visuale è diverso, certo, ma il mondo, per lo meno dagli anni Sessanta in poi, filtra dalle mura del monastero. «Non possiamo realizzare nessun rinnovamento», afferma con decisione p. Lafont, «nessuna delle riforme che cerchiamo di fare, se non ci fosse coscienza di ciò che accade nel mondo, la quale ci spinge ad essere monaci, ma nel mondo in cui siamo oggi, non nel mondo di ieri» (p. 165).

I «cercatori di Dio» sono persone come tutte le altre, quindi «tutti i mezzi culturali di espressione della fede e tutti i mezzi culturali di espressione dell’umano possono avere il loro diritto di cittadinanza nel monastero. Perché no?» Come nel caso della psicoterapia, per fare un solo esempio. Ghislain Lafont vi dedica alcune pagine molto interessanti, che prendono spunto da ciò che gli psicologi chiamano «ripetizione» e che non è altro che «il nome contemporaneo dato a una realtà vecchia quanto l’umanità contro la quale san Benedetto nella sua Regola non cessa di mettere in guardia e che lui chiama “mormorio”». Il mormorio, la mormorazione, è il risultato della continua azione nel profondo di traumi e situazioni dolorose, che portano a ripercorrere e riutilizzare una specie di copione prestabilito. L’«uomo vecchio» si ripresenta e adotta meccanismi di difesa che già hanno funzionato in passato, rimuovendo e nascondendo. L’umiltà monastica può dunque essere anche scuola di accettazione di queste ferite profonde e di superamento di esse tramite il «lavoro» della comunità. Di sé p. Lafont dice che la vita benedettina gli ha donato «ciò che anche la psicoterapia forse gli avrebbe dato», ma non nega l’utilità, se non la necessità, in certi casi delle «tecniche» analitiche: «Il tempo in cui si credeva che fosse sufficiente “dominarsi” e “pregare il buon Dio” è passato».

Tutta l’esisteza del monaco, anche di quello di clausura, si srotola nel segno dell’apertura: può sembrare un mero gioco di parole, ma, come ho detto altre volte, non ho motivo di mettere in dubbio le parole di un monaco che parla della propria esperienza, che confessa le proprie aspirazioni. E l’aspirazione primaria è proprio quella di diventare monaco («In realtà non sono ancora sicuro di essere diventato cristiano, di essere diventato monaco»), con un’ansia di futuro, che ho sempre rintracciato nella letteratura monastica, e che in mezzo a crolli e insidie trovo affascinante.

«L’avvenire è più importante», dice, anche qui con decisione, Ghislain Lafont, e io lo ascolto con incredulità e al tempo stesso con ammirazione. Lo sguardo di chi si prepara al nulla, o che semplicemente lo aspetta, si volge via via sempre più verso il passato, sino a diventare incapace di altra direzione, il monaco benedettino, invece, insiste: «La cosa più importante è questa tensione verso il futuro, questa speranza estremamente gioiosa di diventare un giorno cristiano; dalla misericordia di Dio», aggiunge p. Lafont, regalandoci una preziosa confessione, «mi aspetto di non lasciare questo mondo prima che questo succeda» (p. 207).

Se la direzione del tempo ci divide, la considerazione della durata ci unisce: «Presso di noi – infatti –, come altrove, è la durata che costituisce la prova della verità e della coesione del gruppo». Occorre tempo per scoprire «come si è fatti», molto tempo.

(3-fine)

______

  1. Ghislain Lafont, Monaci e uomini, nella chiesa e nella società, traduzione di G. Cecchetto, Cittadella editrice 2016 (trad. di Des moines et des hommes, Stock 1975).

 

Lascia un commento

Archiviato in Benedettini / Benedettine, Libri

Occhio alla testa (Dice il monaco, LXIII)

Dice Corrado di Eberbach, monaco cisterciense, intorno al 1220:

Conviene perciò a ogni uomo, ma soprattutto a chi ha abbracciato la vita religiosa, ripensare diligentemente agli anni della sua vita passata nell’amarezza della propria anima e senza dissimulazione, con la confessione della bocca, la contrizione del cuore e anche l’esecuzione di opere buone, giudicare se stesso, se non vuole essere condannato con questo mondo. Poiché la via stretta che conduce alla vita a stento ha spazio per quelli che sono scarichi e leggeri, visto che a stento si salva il giusto; mentre ricaccia del tutto quelli che sono carichi e ridondanti di affanni e piaceri del mondo; né ostacola chi vuole entrare per la porta della vita che si abbassi quanto può, mentre è un danno irreparabile se si innalza di traverso anche solo di un dito più di quanto lo consente l’architrave, poiché di botto vi cozzerà e cadrà con la testa fracassata.

♦ Corrado di Eberbach, Exordium Magnum Cisterciense, o Narrazione dell’inizio dell’ordine cistercense, VI, 9, a cura di p. Riccardo Spreafico, Nerbini 2018, p. 334.

 

Lascia un commento

Archiviato in Dice il monaco

Le novelle del Mondo (Voci, 18)

Dal Capitolo 6. Della Patienza nelle mortificationi

Hebbe perciò Donna Maria Caterina ne’ principij non pochi incontri. Incorse nell’odio di quelle che trascurano alcune cose, le quali, se bene paiono di poco momento, cagionano nondimeno de gravi rilassamenti nello spirito e delle ruine insieme alla salute.

Soleva Donna Maria Caterina riprendere, massime quando era elevata in spirito, acremente i vitij del suo monastero, benché non nominasse alcuna particolare persona; nientedimeno alcune, che sentivano quelle accerbe riprensioni, rimordendo loro la conscienza sentendosi pungere il cuore, e stimando che mirasse a loro la riprensione di Donna Maria Caterina, sinistramente interpretavano il tutto, né di buon occhio la potevano vedere, il perché nelle occasioni non tralasciavano di mortificarla.

Due fra gli altri difetti nel Monastero spiaccievano grandemente a Donna Maria Caterina, de quali non tralasciava, quantunque ne incorresse nell’odio loro, di riprenderle. Uno era la sensualità nell’andare attilate nel vestire con una esquisita lindezza & eleganza nel rassettarsi attorno il velo, nell’acconciarsi le pieghe, a tale che lo studio che alcuna Monaca vi pone la dichiara vana e sensuale. L’altro era la frequenza del parlatorio. Molte volte andando qualche Monaca di nascosto al parlatorio, Donna Maria Caterina la vedeva in spirito con la mente e soleva all’hora prorompere in queste parole, con non poca meraviglia di quelle che la sentivano e non sapevano il perché: «Che fai, o anima, dunque lasci il tuo Creatore per la creatura, l’eterno bene per un breve e momentaneo diletto? Così ti scordi del tuo sposo celeste al quale consecrasti te stessa, il cuore e l’amore tuo?» Queste et altre somiglianti parole diceva Donna Maria Caterina nell’absenza istessa, mentre quelle nel parlatorio si trattenevano a sentire le novelle del Mondo, le quali non poco raffredano al fine la Monaca nella divotione e la distraono dallo spirito. […]

Fra le altre persecutioni le quali patì, oltre le altre onte, una fu di alcune, le quali procurarono di metterla in sinistro concetto appresso il Padre Confessore, con soggerirli cose, le quali ciascuno di può imaginare in simili occorrenze, somministrando l’inimico, per disturbar il bene, le maldicenze. Dicevano queste al Padre Confessore che guardasse bene, non si fidasse di Donna Maria Caterina, né mirasse alla sua apparente santità, che elle la giudicavano espressa hippocresia, e nell’interno non essere così come mostrava in apparenza, che amava la singolarità per parere più perfetta delle altre, & elle la scorgevano una ambitiosa spirituale, massime non veggendola così rassegnata nell’obbedienza come forsi egli si pensava; in oltre che si dilettava d’apporre hor a questa & hor a quella altra, cosa che pareva poco conveniente, essendo ella giovine, volesse fare della Maestra di spirito con riprensioni.

Tutto questo procurava l’inimico per raffredare per mezzo di queste maledicenze Donna Maria Caterina & impedire i progressi suoi spirituali, & il Signore lo permetteva per maggiormente raffinarla nella virtù.

♦ Francesco Rugieri, Vita di donna Maria Caterina Brugora monaca milanese dell’ordine di San Benedetto nel Monastero di S. Margarita di Milano. Raccolta fedelmente da’ manuscritti & altre memorie che sono nell’istesso Monastero. Da Francesco Rugieri, nobile milanese, in Milano, per Filippo Ghisolfi, 1648, pp. 52-57.

Lascia un commento

Archiviato in Voci

Motorini guasti e vecchie facciate («Monaci e uomini», di Ghislain Lafont, pt. 2)

(la prima parte è qui)

Nelle pagine dedicate alle trasformazioni della liturgia, in particolare quelle linguistiche, Ghislain Lafont fa due affermazioni che mi suggeriscono una digressione. La prima è questa: «Normalmente in una comunità monastica tutte le parole dovrebbero essere d’amore, anche nel caso in cui si dicesse: “Potresti riparare il mio motorino?”; è un servizio che mi viene richiesto, lo svolgo normalmente, e nel mio profondo è un servizio a Gesù Cristo»1. La continuità tra i vari aspetti della vita quotidiana che questo esempio suggerisce e dimostra è per me una delle lezioni più preziose della forma di vita monastica. Un modello di comportamento arduo da seguire, che si scontra con le situazioni contingenti e con le nostre imperfezioni e stanchezze, che può essere agevolato da un ambiente protetto (o forse al contrario…) e che può essere assai difficile altrove; nondimeno resta un modello positivo che non perde il suo valore nemmeno se inseguito con le inevitabili intermittenze di quasi tutte le nostre imprese.

La seconda affermazione si trova poco oltre: «Se l’attuale liturgia è diventata talvolta così mediocre, piuttosto che piangere perché non è più in latino, piuttosto che chiedere che siano ripristinate le vecchie facciate – che permettono alle persone di conservare le proprie – la sola cosa che i fedeli devono fare è di impegnarsi in prima persona, se possono e come possono»2. Qui, come in ogni altra questione che viene via via affrontata le parole di p. Lafont mostrano il fenomeno che trovo sempre emozionante di una mente che ha raggiunto una limpidezza tale da permettere, attraverso di essa, l’osservazione delle cose, delle circostanze, senza distorsioni. Sia che p. Lafont parli dell’abbandono del latino nella liturgia o dell’abolizione della tonaca dei preti, si percepisce, è ovvio, il suo punto di vista, ma non c’è traccia di una sua personale versione della «cosa». Sono portato a credere, dalla lettura dei «documenti» più belli, che uno degli effetti della vita monastica, abbracciata con gioia, possa essere proprio questa chiarezza: lo sguardo del monaco o della monaca, grazie alla forma di vita in cui è immerso senza interruzioni, può raggiungere una trasparenza che garantisce la visibilità della «cosa» per come essa è. Con un’importante differenza rispetto alla trasparenza, per certi versi simile, che possono attingere gli artisti o i filosofi: la carità, o l’amore, a seconda di come la si voglia chiamare: un’osservazione misericordiosa del tutto priva sia di qualsiasi pur efficace forzatura espressiva, sia di certe vanaglorie pedagogiche, sia infine di eventuali sfumature deliberatamente taglienti – cose che possono essere di grande o grandissimo interesse, ma che credo aggiungano qualcosa alla cosa. Per il monaco, per tutti, resta come dicevo il punto di vista, non se ne può prescindere, ed è quello che il più delle volte non posso abbracciare, ma ammiro la qualità che può avere quello sguardo, e che ho trovato in sommo grado nelle parole di p. Lafont.

(2-segue)

______

  1. Ghislain Lafont, Monaci e uomini, nella chiesa e nella società, traduzione di G. Cecchetto, Cittadella editrice 2016 (trad. di Des moines et des hommes, Stock 1975), p. 59. La frase prosegue così: «Perché la parole della preghiera, le stesse che pronuncio con il fratello che possiede il motorino, dovebbero essere proferite in un’altra lingua?»
  2. Pag. 61.

 

Lascia un commento

Archiviato in Benedettini / Benedettine, Libri

Alquirio, Gerardo, Pietro, Acardo, Bosone e tutti gli altri…

Li ho evocati già molte volte e sono sicuro che lo farò ancora: i semplici monaci la cui memoria ci è stata tramandata da un breve, ma sentito paragrafo di una raccolta agiografica: un nome (non sempre) attaccato come un’etichetta a un gesto o a una battuta memorabili. Individui la cui intera esistenza, o quasi, si riduce a quel particolare proposto alla meditazione dei loro confratelli (e poi alla nostra), mentre il resto, tutto il resto, viene spesso archiviato con formule tipiche come questa, dedicata ad Alquirio: «Monaco coerente per integrità di costumi con la sua professione, uomo osservante e spirituale, sobrio nel vitto, umile nel vestito e quanto mai duro castigatore del suo corpo»1.

Alquirio, nella fattispecie, meritò di ricevere in punto di morte una visita dello stesso signore Gesù, ma comincerei con il venerabile Acardo e la sua «pazienza incredibile». Mandato in missione «nel territorio di Treviri», un giorno fu sorpreso da una tormenta e, non sapendo dove ripararsi, si stese semplicemente per terra, in attesa che passasse, tanto che «fu completamente ricoperto da uno strato non indifferente di neve e non ci sarebbe stato indizio alcuno che lì c’era il suo corpo, se una virgola di fumo dell’alito che gli usciva dalla bocca non avesse sciolto un tantino la neve cadutagli addosso»2.

Passerei poi al monaco Gerardo, spedito dallo stesso Bernardo di Chiaravalle in Svezia, «tra popoli che avevano sentito sì il nome “monaco”, ma prima d’allora un monaco non l’avevano mai visto». Infinitamente triste di dover lasciare Clairvaux, non si sottrasse tuttavia all’obbedienza e fu abate perfetto della nuova comunità, oltremodo mansueto e paziente, tanto che «quando una volta un monaco che egli aveva castigato per una colpa, ispirato dallo spirito maligno, gli diede un pugno così forte mentre scendeva dalla scala del dormitorio che il dolore causato dal colpo non fu da poco, non solo non lo cacciò via… o lo sottopose a grave pena, ma al contrario lo trasse in disparte e davanti a lui chiese perdono»3.

Ricorderei anche il monaco che aveva bisogno di un salasso e, poiché il suo abate glielo negava (troppo pericoloso), «nella stessa vena che desiderava fu invisibilmente salassato». E il converso Gualtiero, che provvedeva «con tanta dolcezza di carità» all’abito dei confratelli e che un giorno si addormentò, ebbe una visione e «quando si svegliò sapeva a memoria la stessa Messa che prima, in quanto analfabeta, gli era del tutto sconosciuta». E il monaco Pietro, così tormentato dalle tentazioni che «risolse di mutilarsi», ed ebbe in sogno la visione della sua evirazione per mano di un angelo e «quando poi si svegliò, credeva che quell’amputazione fosse stata in lui praticata veramente e materialmente…». E un altro Pietro, afflitto da un «gravissimo mal di testa», che tenne duro fino alla fine in coro e quando si avvicinò all’altare, «ecco d’un tratto cadere dal suo capo come una gran massa di piombo». E il venerabile Bosone, che «mai qualcuno di noi… vide adirato o turbato». E il monaco senza nome che «se ne stava tutto il giorno pieno di paura e ansietà per i suoi peccati»…

Concluderei, per questa volta, con il «signor Giovanni», amato e stimato priore di Clairvaux, che dal Signore aveva ricevuto soprattutto un dono, «una voce grossa e robusta», e che in coro faceva sempre una gran figura. Nonostante i suoi gravosi incarichi, non si sottraeva mai al dovere della salmodia, anche «durante il lunghissimo e quotidiano spazio delle sacre Vigilie»; se, stanco, gli capitava di chiudere gli occhi si pentiva amaramente e, nello specifico, «aveva collocato con ingegnosa disposizione nella parte superiore dello stallo [del coro] in cui stava un legno, in modo tale che se talvolta affaticato dalla lunghezza delle Vigilie avesse cominciato a sonnecchiare, quel martelletto, scattando, andasse a urtare la testa nel suo ondeggiare e con il suo colpo improvviso lo facesse più attento a vegliare»4.

______

  1. Corrado di Eberbach, Exordium Magnum Cisterciense, o Narrazione dell’inizio dell’ordine cistercense, a cura di p. Riccardo Spreafico, Nerbini 2018; IV, 1 (p. 189). Anche i successivi esempi sono tratti da qui.
  2. III, 22 (p. 167).
  3. IV, 28 (p. 226).
  4. IV, 26 (p. 220).

 

Lascia un commento

Archiviato in Cisterciensi, Spigolature

«Ho creduto di essere chiamato» («Monaci e uomini», di Ghislain Lafont, pt. 1)

Dopo l’intervista «ritrovata» a Benedetto Calati, il caso ha voluto che leggessi un’altra intervista risalente a un passato ancora più lontano. La conversazione con Ghislain Lafont, pubblicata nel 2016 dall’editrice Cittadella, col titolo di Monaci e uomini1 risale infatti addirittura al 1975. Che si tratti di un documento molto rilevante lo si capisce prendendo il libro in mano e osservandone gli aspetti per così dire esteriori: la forma dell’incontro, che si svolse nella famosa abbazia di La Pierre-qui-Vire, centro di studio e di lavoro culturale, ma anche laboriosa azienda agricola; il tipo di «conversazione», che fu assai distesa: alle poche, brevi e pertinenti domande, poste da una coppia (Edith e Jacques Bertin) durante un soggiorno di una settimana, seguirono le argomentate risposte del monaco, una o due al giorno; la figura del religioso, del teologo che risponde, Ghislain Lafont, allora quarantasettenne e benedettino già da trent’anni2: un normale monaco eccezionale che commenta così la conclusione della conversazione e la prospettiva che ne venga tratto un libro: «Vorrei che durante la lettura i lettori si dicessero: “È un’avventura umana che non ha nulla di particolare, l’avventura di un uomo tra tanti altri”. Vorrei che la nostra condivisione aiutasse quelli che affrontano le nostre stesse difficoltà e che viceversa permettesse agli altri di aiutare noi. Essere il monaco medio o l’uomo medio della seconda metà del XX secolo è forse più incoraggiante che essere un uomo eccezionale!».

Nelle sue lunghe risposte p. Lafont non presume mai di trovarsi in una posizione privilegiata, o più avanzata, nemmeno quando parla dell’«attività» principale della sua giornata, cioè la ricerca di Dio, ma bada sempre ad abbassare il tono, a esprimere il dubbio, a ricordare ai suoi interlocutori – e ai suoi lettori – i limiti della sua scelta di vita, la parzialità del suo punto di vista, le sue debolezze, i giorni e le notti della sua fede. Un atteggiamento che si traduce nella piena disponibilità alla discussione e all’ascolto, e che conquista quindi la mia totale attenzione: «Man mano che noi parleremo dei problemi di un monaco all’interno di un monastero verificheremo certamente che sono proprio i problemi di un uomo. Dunque non mi sento particolare rispetto agli altri uomini […] sono particolare nel senso che ogni uomo è diverso dagli altri, ma anche nel senso che sono stato chiamato, o ho creduto di essere chiamato, o ho deciso di procedere alla costruzione della mia umanità a parte» (il corsivo è mio, per sottolineare una dubitativa che non s’incontra spesso nei testi religiosi).

La separazione, quel vivere «a parte», deve tuttavia avere un senso, altrimenti andrebbe subito abbandonata, poiché tutto quello che comporta (noia e fatica comprese) si ridurrebbe a vuoto e arido formalismo. La messa a fuoco di tale senso non si limita a un concetto, ma coinvolge una precisa percezione dell’esistenza Dio, cui p. Lafont non si è mai «abituato» («Si tratta sempre per me di una notizia incredibile il fatto che Dio esiste»); coinvolge un luogo, il monastero, dove tutto è organizzato per favorire quell’«incontro» e la proclamazione di quella notizia, dove si sta in disparte per Dio, dove «viene messa in pratica una certa maniera di donare la vita»; coinvolge un linguaggio, quello della preghiera3; coinvolge un tempo, una grandissima, infinitesima quantità di tempo, che p. Lafont riconosce come possa persino essere definito «perso», ma che rappresenta la vera ascesi dei monaci («Per noi monaci ciò significa donare il tempo affinché Dio esista nei nostri cuori ed esista nel mondo degli uomini»); coinvolge ancora il desiderio di «applicare» il Vangelo, «che contiene veramente tutto»4.

«Dopo così tanti anni di vita monastica», dice p. Lafont, in una prima conclusione provvisoria, «posso umilmente affermare che possiedo la certezza che Dio è vicino all’uomo – non vorrei dire questo con troppa sicurezza umana, contando solo su me stesso.» Trovo significativo lo slittamento dall’esiste all’è vicino – due modi di essere ben diversi, ma forse si tratta soltanto di sfumature di formulazione e in fondo «sono cose difficili da spiegare, da delineare nel dettaglio», lo dice p. Lafont stesso. «Le parti più profonde della vita monastica non possono essere espresse con le parole.»

(1-segue)

______

  1. Ghislain Lafont,  Monaci e uomini, nella chiesa e nella società, traduzione di G. Cecchetto, Cittadella editrice 2016 (trad. di Des moines et des hommes, Stock 1975).
  2. Oggi Ghislain Lafont, nato nel 1928, ha 91 anni e «risiede» alla Pierre-qui-Vire dal 1945.
  3. «Quando mi capita di andare nel coro di Saint-Germain-des-Prés, dove so che i mie fratelli hanno pregato per quasi mille anni, mi sento bene e lo dico senza alcun tipo di sentimento romantico. […] In questo luogo continuo una tradizione millenaria di preghiera. Il coro della chiesa mi spinge alla preghiera, è la scuola stessa della preghiera» (p. 53).
  4. «Che interesse ci sarebbe a sapere ciò che Gesù ha fatto o ha detto se oggi non fosse più fattibile o applicabile, se tutto ciò non potesse, oggi, dare origine a dei comportamenti concreti?» (p. 48).

 

1 Commento

Archiviato in Benedettini / Benedettine, Libri