Bella cera, stoppini e lumache (Tessere §§ 1-6)

Una nuova rubrica, «Tessere», monastiche ovviamente. Tessere di un mosaico che non sarà mai completo.

 

§ 1. Proviamo a evocare con gli occhi di un giurista questa forma di esistenza, nella sua consistenza puramente politica, al di fuori degli stereotipi religiosi e spiritualistici con cui viene di solito presentata: vedremo un gruppo di individui soli e rigorosamente celibi che decidono di abbandonare il centro della vita associata, la polis, per realizzare una nuova politeia (questo è il nome tecnico della forma di vita monastica), una comunità in cui alla norma (la regula) è affidata la definizione di ogni aspetto della vita dei suoi membri. In questo dunque la spontaneità così come la natura e tutte le sue necessità devono essere integralmente estromesse: là dove tutto è decretato normativamente (nomô), nulla può né deve accadere per natura (physei).

Emanuele Coccia, La legge della salvezza. Bernardo di Clairvaux e il diritto monastico (2010).

 

§ 2. Le donne nuove sono le recluse, le beghine, le terziarie e, ancor più, le claustrali dei nascenti ordini mendicanti, che trasformano il tradizionale monachesimo femminile, benedettino in particolare, da un fenomeno di condizione elitaria a un movimento aperto.

Vincenza Musardo Talò, Per una fenomenologia del monachesimo femminile nel Medioevo (2004).

 

§ 3. Vivono le monache in perpetua clausura avendone fatto il voto. Vivono in clausura senza voto le educande, ma le educande non fanno certamente la vita che fanno le Zitelle nei conservatori, che giornalmente lavorano. Le clausure dei monasteri sono ampie, e grandi e non v’è monastero di Monache in cui non vi sia un luogo d’aria apertissima, ed un giardino da potersi muovere, quali comodi certamente mancano o in tutto o in parte nei Conservatori delle Zitelle. In sequela degli accennati comodi vediamo per lo più godersi dalle monache buona salute e molto più dalle educande, che anche ne mostrano i contrassegni della buona ciera. Come vada la cosa nelle zittelle de’ conservatori, quando la ciera sia contrassegno di buona sanità, diremo che va male; dal che deriva ancora la difficoltà che s’incontra di maritarle e di farle religiose.

Prospero Lambertini, Notificazione del 16 marzo 1737 rivolta alli Signori Assunti dei Conservatori delle Esposte, o siano Bastarde, e delle altre oneste Zitelle del Baracano, di Santa Marta, di Santa Croce, di San Giuseppe della città di Bologna.

 

§ 4. Le monache della Misericordia di Reggio Emilia erano famose per le «galanterie di cannellata», quelle della Torre di Forlì per le «corone di colla di pesce», quelle del Corpus Domini di Ravenna per le confetture in forma di pigna. Unica è poi la specialità delle monache di Bobbio: «Non fan lavori singolari, ma in cuocer le lumache non han pari».

Gabriella Zarri, Novizie ed educande nei monasteri italiani post-tridentini (2011).

 

§ 5. Ai tempi di Gregorio di Tours i malati mangiavano la cera delle candele che bruciavano davanti alla tomba del santo, e talvolta persino gli stoppini carbonizzati.

Roger Sumption, Monaci santuari pellegrini (1975).

 

§ 6. Al nome di Dio e della sua gloriosa madre vergine Maria et della gloriosa vergine et martyre maddona Sancta Agata et di tucta la celestiale corte del Paradiso Amen. In questo presente libro io Suora Ginevra monaca del monistero di sancta Aghata in Firenze, come camarlingha electa [d]al convento di dicto monistero adi 2 di novembre 1443 terro conto dogni danaio e dogni altra cosa mi verra nelle mani di dicto monistero per tucto quel tempo durera il presente uficio.

da Sylvie Duval, Scrivere, contare, gestire. I libri di amministrazione dei monasteri femminili fiorentini 1320-1460 (in Scritture carismi istituzioni. Percorsi di vita religiosa in età moderna, 2018).

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Dopo un lungo periplo (i padri del deserto, ancora loro)

 Nell’inchiesta di «Jesus» sulla crisi della vita consacrata1 che citavo qualche settimana fa, il priore di Novalesa p. MichaelDavide Semeraro apriva il suo intervento dicendo tra l’altro che «la vita religiosa, così come noi la concepiamo, è destinata non a scomparire, ma a diventare più rara. Stiamo tornando, dopo un lungo periplo, allo stato degli inizi della vita consacrata, all’esperienza dei padri e delle madri del deserto, che era la risposta di battezzati che, a un certo punto della loro vita, hanno sentito il bisogno di dare al loro discepolato una forma particolare, una risposta più individuale e personale». Bene, aprendo un volume che da tempo desideravo leggere2 ho trovato queste parole scritte trentasette anni fa del suo curatore, Guido Dotti, monaco di Bose: «La storia della spiritualità cristiana dimostra che, ad ogni rinnovamento spirituale nella chiesa, i padri del deserto riacquistano autorità, sia come effetto che come causa. Si direbbe che i padri del deserto ritornino più attuali e più vivi ogniqualvolta si ha maggiormente bisogno di loro, cioè ogni volta che emerge la radicalità richiesta a ogni cristiano per soddisfare le richieste dell’evangelo».

Abba, dimmi una parola! è il titolo del volume in questione, raccoglie una dozzina di saggi della metà degli anni ’80 (salvo uno del 1960), scritti dai «più qualificati conoscitori degli abba del deserto, a loro volta monaci e padri di monaci», e la «parola» che fa risuonare si rivela – più o meno paradossalmente a seconda dei punti di vista – di grande significato anche per «uno di fuori», forse proprio perché, come dice Thomas Merton nel contributo che apre il volume, le cose che ci trasmettono i padri del deserto non sono state soltanto dette, bensì anche e soprattutto fatte: detti e fatti dei padri del deserto. Circostanza, questa del «fare», quanto mai utile per non risolvere le proprie idee in proclami astratti e ritualità svuotate, e per mostrare che la spiritualità (o l’ideologia) vissuta non può essere disgiunta dall’attività, dalla «messa in pratica», «un elemento spirituale che, se autentico, tenderà necessariamente a concretizzarsi in atti e in pratiche in cui il corpo avrà la sua parte» (Lucien Regnault).

E se il deserto suona oggi come la grande metafora della terra incognita, dell’altrove, fisico e mentale, nel quale avventurarsi per togliersi di dosso il superfluo, il primo termine del nome degli abba rimanda alla paternità spirituale, all’altro cui aprirsi e affidarsi con fiducia. Già, scomparso il confessore, se ne è fatta una professione, con uno slittamento che chiameremo economico di prestazione che ne ha cambiato profondamente la prospettiva. «Uno scopo dello svelamento dei pensieri», scrive André Louf, «è quello di far risalire alla superficie quelle tendenze che si annidano in fondo al cuore e che provocano grandi devastazioni proprio nella misura in cui non sono condivise con nessuno. Una volta portate alla luce, invece, svaniscono spesso da sole.»

Molti sono gli aspetti presi in considerazione dai saggi presentati, a riprova anche dell’incredibile fertilità di un insieme di testi, gli apoftegmi, che rischiano sempre più di secolo in secolo di essere scambiati per un’opera di fiction, ma in questa periodica ricognizione a me è sembrato che proprio «altrove» e «altro» fossero i due poli attorno ai quali ruota l’asse di collegamento tra quel gruppuscolo di «anarchici» e noi, in opposizione al «qui» e all’«io», cui spesso (spesso?) riduco il mio sguardo. Due poli che comportano una costellazione di concetti e di pratiche come l’austerità, l’umiltà, la fiducia, la mitezza, il discernimento e la comprensione, ma anche il coraggio, la determinazione, la schiettezza, ecc., che, aggiungo io, non necessariamente possono fiorire solo in un contesto religioso, o essere distorte in un «contesto competitivo».

Mi fa sorridere trovarmi a sottolineare il commento conclusivo di Louis Leloir: «Uomini come Antonio, Macario, Poemen e Sisoes sono necessari oggi come lo sono stati quindici secoli fa e in tutte le epoche, soprattutto in quelle di grandi mutamenti»; o quello di Thomas Merton: «Mi basti dire che noi dobbiamo imparare, da questi uomini del IV secolo, a ignorare i pregiudizi, a sfidare le costrizioni e a partire, senza paura, verso l’ignoto».

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  1. G. Ferrò e V. Prisciandaro, La vita religiosa tra crisi e profezia. Dal crollo delle vocazioni una riflessione sull’identità e sul futuro dei consacrati, in «Jesus» 48, 4, aprile 2026.
  2. Abba, dimmi una parola! La spiritualità del deserto, a cura di G. Dotti, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 1989 (scritti di Merton, Regnault, Louf, Guy, Bianchi, Leloir, Van Parys e Couilleau).

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«E si tornino subito a chiudere» (Voci, 41)

 Cap. I. Dell’alienazione dal secolo e della clausura

Come si è detto nel preambolo, la vita delle anime avventurate che dalla bontà Divina sono chiamate a questo Instituto, deve esser solitaria, astratta e totalmente aliena dal Secolo; sia dunque la conversatione loro sempre in Cielo. In Dio solo il riposo di tutti i loro affetti, desiderij e pensieri, ogni altro pensiero, desiderio ed affetto da Dio alieno non solo sradicato dal cuor loro, ma, quanto ad esse sia possibile, dalla loro memoria scancellato, e lo studio continuo, e principale di esse sia il procurare di morire continuamente al Mondo e scordarsi di tutto quello, che per vivere a Dio solo, hanno lasciato.

Et acciò questa pacifica, felicissima e dolce scordanza (che è la chiave della divina contemplatione) non sia perturbata da novelle mondane, né la pura luce che mediante quella riceve lo spirito solitario dal raggio indeficiente della verità eterna sia macchiata da imagini e rimembranze del secolo, si ordina che in questo eremitico monastero giammai non siano né vi si possano introdurre ruote, grate o altro per conversare col Mondo.

Solamente si permettono la gratella del confessionario, le grate di sopra l’Altare, il finestrino della Santissima Comunione, una ruota per dove dalla contigua Casa si amministrino al monastero il cibo e l’altre cose necessarie, un’altra, piccola, al piano dell’infermeria per mostrare ciò che bisogni al medico; ivi ancora un finestrino per cavar sangue dal piede e un altro in ciascuna cella per cavarlo dal braccio, e per essere le inferme osservate dal medico e (quando si possa) confessate e comunicate dal confessore. Le porte dell’horto e le principali del monastero e tutte queste cose nella forma e con quelle chiavi e cautele che si ordineranno al Cap. 22.

[Al quale capitolo, Della porta, ruota e del modo di entrare nel monastero, della finestra del Coro, del finestrino della Comunione, e della ruota e finestrini dell’infermeria, tra l’altro si legge:]

Sia sempre munita questa Casa con tre porte, e la seconda con due catenacci, uno dalla parte di dentro e l’altro dalla parte di fuori; la chiave di questo e della prima porta esteriore siano in potere del Visitatore, o Confessore pro tempore. La chiave di quello la tenga la Maestra, e la chiave della prima porta interiore la Superiora.

Non si aprino giammai queste porte, se non per quelle cose che nella ruota non potranno entrare, ancorché si mettano ad una ad una; e tutte quelle volte che si apriranno sia di mano delle suddette Superiora e Maestra, e essendo alcuna di esse impedita, dalla prima Discreta. E se ne apra pochissimo, e solo quanto basta per quello che ha da passare per essa, e si tornino subito a chiudere. Né si parli in quel luogo parola a persona veruna, siasi di qualsivoglia qualità e rispetto, se non per grandissima necessità e dalla maggiore delle due che aprono.

♦ Costitutioni delle Religiose Solitarie Scalze di S. Chiara, del Monastero detto la Solitudine di S. Maria della Provvidenza Soccorrente della Fara in Farfa. Fatte per ordine dell’Eminentis. e Reverendis. il Sig. Card. Barberino, Abbate Protettore e Fondatore, et accettate per Voti segreti, Nemine discrepante, dalle medesime Religiose capitolarmente congregate. In Roma, nella Stamperia di Bartolomeo Lupardi Stampatore Camerale e Vaticano, 1678.

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I nostri due trattori (Dice il monaco, CXXXVIII)

Dice Thomas Merton, monaco trappista in una poesia del 1942 intitolata Trappisti al lavoro:

Le nostre seghe dentate ora declamano inni sacri in questo mondo di legname, dove le querce sparano come armi da fuoco e si schiantano come cascate, riversando il loro boato nel verde pozzo del bosco.

Vieni da noi, Gesù, attraverso la muraglia degli alberi, e trovaci ancora adoranti in queste ariose chiese, mentre cantiamo il secondo Ufficio con seghe e scuri. Insegna ancora, a noi Tuoi figli, nella fitta foresta, e fa’ che un piccolo raggio di sole ci raggiunga nelle ombre delle nostre menti e tra le fronde dei nostri studi.

Quando il tempo avrà imbiancato la campagna di frumento e imbevuto la terra di sole cocente, raggiungici, Gesù, attraverso le pareti di grano, quando i nostri due trattori arriveranno a falciarle: semina venti leggeri sugli ettari del nostro spirito e rinfresca le terre dove le nostre preghiere mietono. E dissetaci, o Cielo, con i Tuoi fiumi di vita.

♦  Thomas Merton, Poesie, a cura di A. Guidi, Morcelliana 1952. (Ho modificato un po’ la traduzione e l’ho svolta in prosa. Pare, tra l’altro, che in origine il testo si intitolasse Woodcutters and Harvesters («Taglialegna e mietitori»), prima che Merton modificasse il titolo in Trappists, working – «Trappisti al lavoro», appunto –, come nella migliore tradizione cisterciense.

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«Cosa sta succedendo a monaci, frati, religiosi e suore?»

Questo è ciò che si chiedono Giovanni Ferrò e Vittoria Prisciandaro introducendo un dibattito in cui hanno coinvolto «quattro protagonisti italiani della vita consacrata, che sul tema hanno molto riflettuto»: MichaelDavide Semeraro, priore benedettino di Novalesa, Grazia Loparco, salesiana e docente universitaria, Sabino Chialà, priore di Bose, e Paola Arosio, religiosa delle Suore della Carità di S. Giovanna Antida Thouret1. Il confronto muove dai numeri (nei sessant’anni che ci dividono dal Vaticano II, i religiosi nel mondo sono diminuiti del 61%, passando da 329.799 a poco più di 128.000, e le religiose del 38%, passando da oltre 961.000 a 589.000) per lasciarli subito, minacciosi, sullo sfondo e concentrarsi su alcune parole tematiche nelle quali si riassume la questione: vocazione, identità, carisma, discernimento, presenza femminile.

Da un lato, il terreno sul quale la vita religiosa prosperava è stato eroso (non da ieri, direi) dall’«individualismo esasperato» (Loparco) «che fa parte dell’attuale mutazione antropologica» (Semeraro). Molti aspetti centrali della vita consacrata si scontrano con istanze che oggi vengono considerate imprescindibili per la costruzione della propria identità – a partire proprio dal concetto di identità individuale («Il grosso discernimento da farsi nei primi sei mesi di postulandato è: il giovane che arriva è capace di entrare in un mondo che non è il suo? Oppure cerca semplicemente una location in cui realizzarsi a spese di chi lo ha preceduto?» avverte p. Semeraro). La libertà di movimento, la realizzazione di sé, la crescita personale, un’idea stessa di libertà di scelta (in tutto il dibattito, ad esempio, non viene mai evocata, nemmeno di sfuggita, il concetto e la pratica dell’obbedienza, se non a un superiore o a una superiora, quantomeno a una Regola): tutte cose che nella vita comunitaria regolata devono essere in qualche modo sacrificate. Sia p. Semeraro che s. Arosio, per dire, parlano del «prezzo» «veramente alto» da pagare «se vuoi andare fino in fondo a questa scelta», teoricamente irreversibile.

D’altra parte, proprio ribaltando tale prospettiva, il «mondo di oggi» offre molte alternative a chi voglia perseguire certi ideali. In campo femminile, ad esempio, «la vita religiosa, con la novità dell’apostolato, poteva essere un’occasione anche di emancipazione culturale… Adesso non è più così, almeno in Occidente, perché non c’è bisogno di essere suore per occuparsi di certe opere…» (Loparco); «Per adesso, da varie parti del mondo arrivano vocazioni religiose che fra un po’… non arriveranno più. Arrivano per fare cose che, come donne, non possono fare, ma come suore sì. È lo stesso percorso fatto in 50 anni nel mondo occidentale. Ma i tempi si sono accorciati, già dall’Africa oggi arrivano meno vocazioni…» (Arosio).

Poi c’è il carisma, anzi i carismi, che secondo Chialà sono oggi un problema, se non il problema: «Uno degli elementi di criticità della vita religiosa in Occidente, infatti, è stata la necessità di individuare la propria particolarità per giustificare la propria esistenza», ci si attarda sulle distinzioni mentre «abbiamo bisogno di ridefinire l’essenziale della vita religiosa». E l’essenziale, che costituisce il fondamento comune di tutte le forme, è rappresentato dalla vita celibataria (che comporta una scelta ben precisa a livello affettivo e relazionale) e dalla vita comunitaria (pur nelle diversità), alle quali s. Loparco aggiunge «la dimensione di missione, di apostolato».

I due cenobiti, comprensibilmente, mettono l’accento anche su un altro aspetto, riassumibile in questa battuta citata da p. Semeraro: «I giovani che arrivavano negli anni Settanta guardavano al futuro, quelli che arrivano oggi guardano al passato». Entrambi poi sottolineano la fragilità psicologica dei postulanti, che nel monastero cercano sicurezza, più che il senso della propria esistenza, cercano un riparo dalla vita (come chi sceglieva la vita militare in tempo di pace), cosa che il monastero non è.

Non so, o meglio so che in questi casi il non credente, ancorché simpatizzante, deve limitarsi ad ascoltare le parole di chi il saio lo veste, i postulanti li accoglie e le vocazioni le vaglia. Sia consentito, al massimo, osservare, senza il minimo intento polemico, che in tutti gli interventi – nel complesso cauti, preoccupati, ma non arresi – non compare mai la «parola Dio», se non una volta quando viene menzionato il di Lui «popolo».

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  1. G. Ferrò e V. Prisciandaro, La vita religiosa tra crisi e profezia. Dal crollo delle vocazioni una riflessione sull’identità e sul futuro dei consacrati, in «Jesus» 48, 4, aprile 2026, pp. 28-39.

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«La gioia nel silenzio», di Elena Francesca Beccaria

 In un panorama editoriale in cui tutto, in un modo o nell’altro, è «genere», periodicamente una casa editrice non religiosa si interessa di monaci e, più frequentemente, di monache e mette in programma un «libro di un abate» o «di una badessa» che racconti al «grande pubblico» che senso ha «essere monaci oggi» e magari cosa significa «vivere in clausura al tempo dei social network». A me la cosa non dispiace, anzi, perché i racconti autobiografici di vocazione sono sempre interessanti e cerco di non perdermeli, anche se in fondo si assomigliano. A dirlo, peraltro, che si assomigliano, è una badessa, mentre riflette sui motivi che l’hanno spinta ad accettare l’invito a scrivere un libro sulla propria esperienza: «La scelta di dire sì a una casa editrice non di stampo religioso esprime la volontà che questo messaggio [non importa la mia vicenda, ma ciò che Dio ha saputo farne] arrivi anche ai “non addetti ai lavori” e non ai soli “simpatizzanti”, che peraltro di storie come la mia ne avranno sentite raccontare un’infinità». Sì, è vero, ma posso anche assicurare che noi «simpatizzanti», ancorché non credenti, di storie come la sua ne vorremo sentire ancora1.

E allora, più che ripercorrere la vicenda di m. Beccaria – nata nel 1960, dopo «normali» esperienze di vita, studio e lavoro, ha vestito l’abito delle clarisse nel 1987 e per venticinque ha vissuto nel monastero di Città della Pieve, ricoprendo vari incarichi; dal 2013 è al monastero di Santa Chiara a Roma, del quale è oggi badessa – e ripeterne le parole su quel fenomeno che alle parole tende a sfuggire, cioè la vocazione (in rete si possono trovare ottime recensioni, interviste e altri materiali interessanti), vediamo quelle che lei chiama le «sfide che da contemplative possiamo lanciare per aiutare a guardare con altri occhi il quotidiano». Con la precisazione, non irrilevante, che la badessa, che avevo già «incontrata», si rivolge ai giovani e io giovane non sono.

  1. In un mondo costantemente proiettato all’esteriorità, la vita contemplativa suggerisce «di fare della vita interiore il motore trainante dell’esistenza». (Sì, certo, bisogna coltivare l’interiorità, per non sventolare come una bandierina, senza tuttavia finire all’estremo opposto e convincersi che i fatti siano come noi reagiamo a essi).
  2. «In monastero si vale per quello che si è, non tanto per quello che si fa, perché si prega con quello che si è.» (Penso che sia giusto ricordare che il monastero è una «entità» di dimensioni ridotte, in cui è più facile coltivare certe dinamiche; inoltre «ciò che si è» rischia spesso di diventare giustificazione di «ciò che si fa».)
  3. In un mondo dominato dall’immagine, con tutti i problemi che ciò comporta, «le contemplative scelgono di non vedere… e di non essere viste… per ridare all’immagine il suo valore di profondità e bellezza.» (Con l’età ho finito con l’essere dello stesso parere, perché, per restare fedeli a vecchi insegnamenti, i mutamenti quantitativi si risolvono a un certo punto in mutamenti qualitativi.)
  4. In un mondo di spostamenti facili, «le contemplative invece “stanno”, scelgono un luogo che sarà loro per tutta la vita.» (Per quanto sia un grande sostenitore della stabilitas, fisica e metaforica, è un punto estremamente delicato, soprattutto là dove si invita a «ritrovare prima di tutto la grazia e la bellezza del luogo in cui si è chiamati a vivere», frase che forse andava contestualizzata.)
  5. «La vita contemplativa mette al centro il silenzio, non solo e non tanto come spazio di ascolto, ma come unico luogo dove può germogliare la parola, quella parola che davvero comunica qualcosa.» (Tutti d’accordo, direi.)
  6. «La vita contemplativa è in quanto tale un grande atto di rinuncia» che mette al riparo dall’inganno del benessere totale, il cui inseguimento produce soltanto frustrazione.
  7. «Nei monasteri la vita cerca di mettersi in sintonia con i ritmi naturali» e quello che si ritiene vada perduto nell’attesa, lo si guadagna in profondità.
  8. «I monasteri di clausura sono i luoghi in cui in modo più esigente e stringente si vive la relazione. […] Forzatamente la vita si vive “insieme”.»
  9. «Le Sorelle povere si chiamano così perché la loro vita si fonda non soltanto sul bene prezioso della fraternità, ma anche su quello dell’“altissima povertà”, altissima perché ancora più ardita di quella dei frati: noi scegliamo la povertà insieme alla clausura.» (Praticamente una bestemmia per il mondo di fuori.)
  10. Umiltà, umiltà, umiltà.

L’ultima parola di m. Beccaria va ascoltata e basta, perché al di là dei molti punti interrogativi posti a margine del testo, non posso, come ho già detto altre volte, che credere alle parole di chi dice di credere: «Il segreto del nostro stare qui è in questo accogliere fino in fondo la nostra povertà, nell’accettare di essere “nulla” per non opporre la minima resistenza all’azione di Dio in noi, per il bene del mondo. E ci vuole coraggio per accettare di perdersi completamente, giorno dopo giorno.»

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  1. Elena Francesca Beccaria, La gioia nel silenzio. Come ho scoperto il mondo dalla vita di clausura, Marsilio 2026.

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Tacchini (Dice il monaco, CXXXVII)

Dice lo – e si dice dello – starec Amvrosij d’Optina (1812-1891):

Aveva uno straordinario influsso spirituale non solo sui fratelli che vivevano nel monastero, ma anche su laici di ogni grado e condizione sociale, di qualunque livello economico e culturale, a partire da quella contadina povera e senza alcuna istruzione, che si lamentava dei tacchini che erano morti, su su fino a metropoliti, principi, senatori, scrittori, filosofi che andavano da lui per cercare un consiglio e una parola di conforto ai travagliati e difficili problemi che riguardavano la loro profonda vita interiore; e nessuno partiva da lui senza aver ricevuto l’aiuto necessario e un sostegno morale. […] Diceva: «Durante tutta la mia vita non ho fatto che coprire il tetto degli altri, mentre il mio è rimasto bucato… Così io parlo con coloro il cui proposito è sincero, come con coloro che non sono sinceri. Nessuno ha scritto sulla fronte ciò che è e così bisogna parlare, e non vogliono capire che io non ho il tempo per tutti. Inoltre questo mi crea sofferenza, a causa della mia debolezza e della fatica. Non riceverli è impossibile, ma riceverli tutti è ugualmente impossibile; e le forze mi mancano».

♦ Citato in Adalberto Piovano, Santità e monachesimo in Russia, «La Casa di Matriona» 1990, pp. 83, 85.

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«Cose di donne», dirà Cosimo I

 C’è, ed è inutile negarlo, una componente di «escapismo» nel dedicare del tempo alla lettura della biografia di santa Caterina de’ Ricci, anzi al Breve ristretto della vita mirabile della Beata Caterina de’ Ricci, vergine domenicana1, apparso nel 1733, un anno dopo la beatificazione, le cui dodici pagine rappresentano gli appunti essenziali (un riassunto, restrictus) per la biografia vera e propria che verrà pubblicata nel 1747, in questo caso un anno dopo la canonizzazione. Gli elementi classici dell’agiografia ci sono tutti: la piccola Caterina (al secolo Alessandra Lucrezia Romola, nata a Firenze il 23 aprile 1522 – e nel testo c’è già un refuso: 1552) «fin da bambina parca nel cibo e lontana da puerili trastulli», subito devota e in contatto col suo angelo custode; osteggiata dal padre nel suo intento, ma poi sostenuta; umilissima novizia e saggia sottopriora e quindi priora; grande digiunatrice e severa castigatrice del corpo; soave infermiera, zelante ammonitrice, visionaria e profetessa. Tutto da manuale, compreso il santo transito, avvenuto nel monastero di San Vincenzo di Prato alle sette del mattino del 2 febbraio 1589, quando «nelle mani del Crocifisso suo sposo placidamente depositò il suo spirito, in età di anni 67, mesi 9, giorni 7, ed anni 54 di religiosa osservanza», e naturalmente i miracoli post mortem.

Ci sono anche, tuttavia, due piccole cose di quelle che mi piacciono sempre molto, un po’ perché difficilmente sono «inventate», o appiattite sui canoni del genere, e poi perché restituiscono frammenti di discorso diretto, di parole effettivamente pronunciate, nella fattispecie oltre cinquecento anni fa. Il primo caso riguarda uno dei peccatori impenitenti per i quali Caterina pregava senza sosta. Si trattava peraltro di un benefattore del monastero che però conduceva una vita «licenziosa». Caterina lo ammonì ancora una volta e «ne sentì in risposta derisoria, ch’andasse a filare»; al che la monaca raddoppiò le orazioni e per salvarlo si fece carico di «acerbissimi dolori, ond’ebbe a dire: vedrà ora N.N. se ho saputo filare».

Il secondo caso riguarda le estasi (i ratti) cui spesso Caterina era soggetta, tutt’altro che casuali e irregolari, poiché infatti «per lo spazio di dodici anni continui ogni settimana, dalle ore diciotto del Giovedì fin’alle ventidue del Venerdì fu rapita in un’Estasi di ventott’ore, elevata da terra, ma genuflessa, senza punto cibarsi né riposare, senza batter palpebre, né arrendersi a qualsisia fattale violenza…» Perfettamente immobile, tanto che venivano anche da Firenze per vederla. Come Donna Leonora di Toledo, moglie di Cosimo I, che dopo averla osservata a lungo e averla scossa, «sempre inutilmente», si voltò verso le dame del suo seguito e, già presagendo la scontata reazione del maschio di casa, disse: «Quando si vede, bisogna credere: se tutto ciò, che noi vediamo, ed abbiamo da noi stesse provato, riferiremo al nostro Signor Duca, dirà che sono pietà e divozioni femminili, alle quali non si deve dar fede: e pure con li proprj occhj, e mani, le vediamo, e tocchiamo».

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  1. Titolo completo: Breve ristretto della vita mirabile della Beata Caterina dell’illustrissima e clarissima famiglia de’ Ricci di Firenze, monaca professa del Terz’Ordine de’ Predicatori nel venerabile monastero di San Vincenzo di Prato, dedicato a’ divoti della medesima Beata, in Roma ed in Firenze, 1733. Nella stamperia allato alla Chiesa di S. Apollinare. Con licenza de’ Superiori. Si vendono in Prato da Ciriaco Fabbri Librajo.

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Andato, visto, tornato, raccontato (il quarto libro dei «Dialoghi» di Gregorio Magno, pt. 2)

(la prima parte è qui)

Talvolta i casi raccontati da Gregorio Magno1, da cui spuntano gli esempi di umorismo involontario di cui si diceva, svoltano improvvisamente, se così si può dire, soprattutto quando entra in scena la giustizia divina – con quella logica distorta, così difficile da contestualizzare, tanto da chiedersi se sia necessario farlo.

Emblematica è la storia di Galla, «nobile fanciulla della nostra città, figlia del console e patrizio Simmaco», che, rimasta precocemente vedova, volle unirsi a Dio invece di risposarsi. C’era un problema: «Dato però che il suo temperamento era molto ardente, i medici le dissero che, se non tornava a unirsi con un uomo [nisi ad amplexus viriles rediret], a causa dell’eccessivo ardore le sarebbe cresciuta, contro natura, la barba, il che effettivamente avvenne». Si ridacchia. A Galla, d’altra parte, non importava più di esser brutta per gli uomini, poiché le premeva d’esser bella per lo sposo celeste. Sicché si diede senza remore al servizio di Dio e per molti anni si dedicò ai bisognosi, finché… finché «Dio onnipotente decise di darle per questa sua attività la ricompensa eterna [e] fu colpita da un cancro alla mammella [cancri ulcere in mamilla percussa est]». Non si ride più.

Si scorrono con un sorriso novecentesco sulle labbra le molte storie che lasciano intravvedere scorci dell’altro mondo, cosa che avviene grazie a testimoni oculari, individui protagonisti di casi di morte apparente che il curatore avvicina alle near death experiences «che da decenni attirano l’interesse generale, oltre che scientifico di medici, neurologi e psichiatri». I Dialoghi sono la sorgente di queste visioni che si gonfieranno sino a sfociare nella Commedia, anzi: «È in questo racconto [la visione del monaco Reparato raccontata nel capitolo 32], e negli altri che seguiranno sullo stesso tema, l’“atto di fondazione” di un genere letterario, quello della visione dell’aldilà o viaggio nell’aldilà, destinato a grande fortuna nei secoli successivi». Reparato infatti, dato per morto, torna in sé e racconta di aver visto il rogo preparato per il presbitero Tiburzio, noto per «essere dedito ai piaceri della carne», e ri-muore. Il commento di Gregorio è illuminante: «Il fatto che Reparato, condotto al luogo dove si scontano le pene, abbia visto, sia tornato, abbia raccontato e sia morto dimostra con evidenza che quelle cose egli le ha viste non per sé ma per noi perché, fin tanto che ci è concesso di vivere, ci è data la possibilità di purificarci dalle cattive opere».

Così, cominciano a scorrere immagini di luoghi sotterranei, dove ardono «fornaci ardenti» inestinguibili; dove fluiscono fiumi «neri e caliginosi, che esalano una nebbia di fetore insopportabile»; dove gli spiriti cattivi si contendono l’anima dei trapassati; dove «ecce draconi ad devorandum datus sum»; dove i superbi stanno con i superbi, i lussuriosi con i lussuriosi e così via, «pari nella colpa, sono condotti a pari tormenti»; eccetera2.

Si diceva di Pietro, il mite interlocutore di Gregorio, che in questo quarto libro alza qualche volta la testa quasi fosse uno di noi moderni. Ebbene, in mezzo a tanto fuoco solleva una questione che più moderna non si può, quella del «fine pena mai», e lo fa con una frase che sorprende (46, 3): «Vorrei sapere come possa essere giusto che una colpa, che è finita, venga punita senza fine». Gregorio risponde così, forzando un po’ quello che ha detto Pietro: «Sarebbe giusta questa obiezione, se il severo giudice valutasse non i cuori degli uomini ma soltanto le loro azioni. In effetti le colpe dei malvagi sono finite, perché finita è la loro vita». Ma: «Se avessero potuto, avrebbero voluto vivere senza fine per poter peccare senza fine». Questa volta Pietro non molla, la punizione deve servire alla correzione, altrimenti è crudeltà: «Ma se coloro che sono consegnati alle fiamme della geenna non possono più essere corretti, a qual fine bruceranno per sempre?» E Gregorio: Dio è buono e giusto, e la punizione dei malvagi serve a che i giusti comprendano la grazia da cui sono stati toccati, quella di non meritare la pena. Ma scusa, Gregorio, insiste Pietro, «ma come possono essere santi, se non pregheranno per i loro nemici che vedono puniti nel fuoco?» Hanno pregato quando erano in vita, si spazientisce Gregorio, adesso non ha più senso, perché sarebbe inutile, e chiude il discorso con un ragionamento «tecnico» non proprio limpido.

Su questa nota saluto i Dialoghi di papa Gregorio Magno e e la sua ammissione che se Dio giudicasse soltanto le azioni… come fanno peraltro i giudici…

(2-fine)

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  1. Gregorio Magno, Storie di santi e di diavoli (Dialoghi), volume II (Libri III-IV), testo critico e traduzione a cura di M. Simonetti, commento a cura di S. Pricoco, Fondazione Lorenzo Valla / Mondadori 2006.
  2. Perché proprio adesso si infittiscono queste visioni? chiede Pietro. Perché il secolo presente si avvicina alla fine, risponde Gregorio. Come quando la notte sta per finire e il nuovo giorno sta per cominciare, «allo stesso modo la fine di questo mondo si mescola con l’inizio di quello futuro, e ciò che resta delle tenebre si illumina per la mescolanza della luce spirituale. Perciò già vediamo molte cose di questo mondo a venire, ma non le conosciamo ancora perfettamente, perché le scorgiamo come in un crepuscolo della mente, prima del sorgere del sole» (43, 2).

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Rondine, la zia Tarsilla e lo Stefano sbagliato (il quarto libro dei «Dialoghi» di Gregorio Magno, pt. 1)

Questi ultimi tre mesi, dedicati, con qualche intervallo, a Gregorio Magno, si avviano a conclusione e può accadere di arrivare alla lettura del quarto e ultimo (e più lungo) libro dei Dialoghi1 un po’ affaticati; cosa che peraltro trova parziale riscontro in quella che forse era la stanchezza dell’autore stesso. Gli studiosi, inoltre, sono inclini a pensare «che il quarto libro sia stato rapidamente progettato e assemblato, aggiunto in un secondo momento al corpo omogeneo dei primi tre, forse per rispondere a richieste sopravvenute su argomenti escatologici non preventivati o per sfruttare il successo e l’occasione che esso forniva» (Pricoco) – una trilogia in quattro volumi, insomma, come s’usa non di rado anche oggi…

Non ci vuole molto, tuttavia, per accorgersi che anche nei suoi squilibri, nei capitoli appena abbozzati o in quelli un po’ farraginosi, il quarto libro è pieno di cose interessanti, non soltanto intorno al «tema generale, che comprende tutti gli altri, [del]l’approdo finale che attende la creatura terrena, premiata o punita dopo la morte per la condotta tenuta in vita».

Già all’inizio, ad esempio, ci si imbatte in una curiosa cover del mito platonico della caverna, opportunamente cristianizzato (come i menhir) per illustrare perché taluni facciano tanta fatica a credere a ciò che non vedono. «Supponiamo», dice Gregorio, «che una donna incinta sia mandata in carcere dove partorisce un figlio che, nato in carcere, colà viene allevato e cresce…» Anche se la madre gli racconta di sole, luna, uccelli e cavalli, per il figlio saranno soltanto dei nomi, e potrebbe ragionevolmente dubitare di ciò che non conosce per esperienza. Per questo c’è la fede, dono dello Spirito Santo. Pietro, il diacono con il quale dialoga papa Gregorio, e che in questo libro talvolta non si limita a concisi, e anche un po’ servili, assensi, si dimostra nell’occasione quasi nostro contemporaneo: «Chi non crede nell’esistenza delle realtà invisibili non ha fede, e chi non ha fede, riguardo a ciò di cui dubita richiede non l’affermazione di fede ma la spiegazione razionale». Gregorio risolve l’impasse un po’ frettolosamente: guarda che anche l’infedele ha fede, ad esempio crede che i suoi genitori lo abbiano generato anche se non «sappia quando sia stato concepito o abbia visto quando sia nato», gli manca solo la fede giusta, quella in Dio2.

Ai primi posti metterei anche i nomi propri che costellano il testo, una piccola collezione di gioielli che restituiscono «in controluce» frammenti di storie individuali: il monaco Specioso, l’abate Speranza, la giovane Galla (di cui poi dirò), «un tale di nome Servolo, del quale anche tu [Pietro] sono sicuro che ti rammenti», le ancillae Dei Rondine, Redenta e Romola [Herundinis, Redempta, Romula], «mia zia Tarsilla» (che pregava sempre prostata, tanto che quando ne lavarono il cadavere prima della sepoltura «si constatò che ai gomiti e ai ginocchi per la pratica della diuturna orazione la pelle era diventata dura come quella dei cammelli [camelorum more obdurata]», l’avvocato Cumquodeus («che è morto di pleurite nella nostra città due giorni fa»), il conte Teofane, l’«uomo ragguardevole» Reparato, il calzolaio Deusdedit, i fratelli monaci, ed esperti di medicina, Giusto e Copioso…

Poi ci sono gli episodi di umorismo involontario – assolutamente involontario, dato che si tratta spesso di mostrare quale sia il destino degli impenitenti – come quello che riguarda l’«illustre Stefano» morto improvvisamente a Costantinopoli durante una missione e subito «portato nell’inferno». Ma… con tutta evidenza l’omonimia è un problema di tutte le giustizie poiché «quando fu presentato al giudice che presiedeva, non fu accettato da quello, che disse: “Ho ordinato di portare qui non costui, ma Stefano il fabbro ferraio”. Perciò egli fu subito restituito al suo corpo, e Stefano il fabbro, che viveva vicino a lui, morì proprio il quel momento». A riprova che laggiù si viene giudicati, anche se qualche problema con la relativa pratica ci può scappare.

(1 – segue)

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  1. Gregorio Magno, Storie di santi e di diavoli (Dialoghi), volume II (Libri III-IV), testo critico e traduzione a cura di M. Simonetti, commento a cura di S. Pricoco, Fondazione Lorenzo Valla / Mondadori 2006.
  2. Inoltre, chiosa Gregorio più avanti, «è oggetto di fede ciò che non si può vedere, poiché ciò che si vede, in quanto si vede, non può essere oggetto di fede».

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