Archivi categoria: Agiografie

«C’era grande preoccupazione su come portarlo giù» (La «Vita di Daniele stilita», pt. 2/2)

(la prima parte è qui)

Il passaggio dalla seconda alla terza colonna è spettacolare, perché avviene senza che il santo tocchi terra: Daniele, infatti, «ordinò che fosse posta un’asse, da scala a scala, a guisa di ponte. Fatto ciò, il santo si trasferì sulla colonna doppia»; la cui costruzione peraltro era stata assai travagliata, tanto che l’imperatore, dopo un clamoroso episodio di tempesta notturna che mette a rischio la vita di Daniele1, condanna a morte l’architetto negligente, ma lo stilita intercede, e Leone, naturalmente, concede il perdono dopo aver ordinato – e qui non posso fare a meno di pensare che la curatrice si sia concessa una punta di ironia moderna – «che la colonna fosse messa in sicurezza».

Di scene spettacolari, va detto, la Vita di Daniele stilita è piena. Come quando un’ondata di gelo si abbatte sul Bosforo e Daniele finisce «per assomigliare a una statua di sale». Il passaggio della tempesta merita una citazione estesa: «Quando, per misericordia divina, tornò il sereno, portarono la scala, e videro che i capelli e i peli della barba2, diventati ghiaccioli, si erano incollati al corpo e il viso, coperto di ghiaccio a guisa di una lastra di vetro, non era più visibile, ed era assolutamente incapace di parlare e di muoversi. Allora portarono di corsa recipienti di acqua tiepida e grosse spugne, lo riscaldarono a pezzo a pezzo, e con fatica lo misero in condizione di parlare» (e Daniele rivelerà di essere entrato in una specie di trance a battito cardiaco ridotto e completa di visioni). O come quando l’imperatore Leone conduce alla colonna il re dei Lazi Gubazo, «e il santo si fece mediatore di accordi soddisfacenti per entrambi». O ancora come quando, durante la prima fase del regno di Zenone, in occasione della vicenda dell’usurpatore Basilisco (475), Daniele scende a terra per la prima e unica volta: lo spostamento del santo dalla colonna alla Grande Chiesa (di Santa Sofia) è una sequenza di scene di massa sempre più clamorose: codazzi di religiosi, acclamazioni di popolo, sollevazioni, interventi vescovili, richieste pressanti di reliquie (le garze che avvolgono i piedi martoriati del santo), miracoli, altre guarigioni, proclami, fino alla gloriosa conclusione che vede l’usurpatore pentirsi, perlomeno pubblicamente: «E mentre il popolo continuava a gridare con tali esclamazioni e innumeri altre simili, essi giacevano ai piedi del santo, l’imperatore e l’arcivescovo»…

Ma l’evento più eclatante di tutti, quasi da far sospettare la presenza di un’attenta regia, non poteva essere che la morte del santo, «una delle più spettacolari dell’antichità dai tempi di Antonio e Cleopatra», dice la curatrice citando lo storico inglese Robert Lane Fox. Le cose cominciano non meno di tre mesi prima, per poter stabilire con agio i modi della sepoltura, compresa la costruzione di «un’impalcatura a forma di spirale» lungo la quale sarebbe stato calato il cadavere disteso su una tavola, e la verifica del luogo dove fare la veglia in modo che il corpo non fosse smembrato dalla folla a caccia di reliquie. Sette giorni prima Daniele si congeda dai suoi discepoli, benedicendoli e invitandoli all’amore fraterno. Da quel momento la folla non fa che aumentare. Ogni tanto l’arcivescovo Eufemio, che presiede alle operazioni, sale sulla scala, dà un’occhiata e si rivolge ai presenti: «Il santo è ancora vivo ed è con noi, non perdetevi d’animo». Prima che Daniele completi la sua ascesa al cielo, infatti devono arrivare tutti, ma proprio tutti.

Dopo il trapasso, l’ispezione del corpo, che si presenta rattrappito, con le ginocchia piegate al petto, le cosce unite ai talloni e i piedi in uno stato inimmaginabile… «e dopo che il suo corpo venne disteso a forza, ci fu uno scricchiolio d’ossa sì da pensare che fosse andato in pezzi; ma una volta disteso, non mancava assolutamente nulla». Una volta fissato alla tavola, il corpo viene mostrato alla folla, in verticale. La tensione sale, c’è «grande preoccupazione su come portarlo giù», l’arcivescovo chiede una teca di piombo e, insieme ad altri, scende lungo «la scala a chiocciola»; la folla preme; i portatori si dirigono all’oratorio, ma le assi dell’ingresso, «non reggendo la spinta, si separarono l’una dall’altra, e tutti quelli che portavano in spalla la bara furono buttati a terra insieme alle sante spoglie…» Solo la grazia del Signore evita la tragedia, e il corpo di Daniele viene deposto nella terra.

«Lo spettacolo era infatti ben strano», dice l’anonimo autore, commentando lo sbalordimento di coloro che per primi videro Daniele sulla colonna, all’inizio della sua avventura, e al di là delle ironie moderne, dell’eccesso, delle risonanze storiche di una pratica non del tutto esclusiva del monachesimo cristiano delle origini (puntualmente passate in rassegna nell’Introduzione), è in effetti difficile pensare a un’immagine di collegamento, di raccordo, di «cerniera», fra terra e cielo di maggiore potenza ed efficacia visiva: un simbolo vivente, un’aspirazione incarnata, una sospensione incredibile, la contraddizione in cui molti sentono di vivere cristallizzata in un gesto unico e ininterrotto, di eterno presente – eterno quanto può esserlo una «impresa umana».

(2-fine)

______

  1. «E poiché tutti avevano davvero perso ogni speranza, stavano lì attoniti e pieni di paura, volgendo il capo da un lato all’altro insieme all’oscillazione della colonna, per osservare in quale direzione il cadavere del giusto sarebbe stato scagliato insieme alla colonna» (§ 47).
  2. Che alla morte misureranno, rispettivamente, circa 1 metro e 80 (divisi in dodici trecce) e circa 1 metro e 40 (divisa in due trecce).

 

2 commenti

Archiviato in Agiografie, Libri

Come le pecore (La «Vita di Daniele stilita», pt. 1/2)

Campione ante litteram di distanziamento sociale, primatista assoluto di perseveranza, esorcista e guaritore di prima categoria, Daniele è forse meno noto di san Simeone, del quale condivide l’origine siriana, ma come lui siede a pieno diritto nel pantheon degli stiliti. E lo fa grazie a un’agiografia di autore anonimo, di poco successiva alla morte avvenuta nel 493, che senza uscire dai canoni del genere ce ne tramanda le imprese e che possiamo leggere in traduzione italiana nella pregevole edizione curata da Laura Franco1. In verità si potrebbe dire l’impresa, al singolare, con riferimento ai trentatré anni che Daniele ha vissuto issato su una colonna in località Sostenio, l’attuale Istynie, distretto di Istanbul sulle rive del Bosforo.

Trentatré anni, dal 460 (all’età di 51anni) al 493, di «distacco» fisico dal mondo, peraltro preceduti da una non tanto differente preparazione, ma non di isolamento dal consesso umano, anzi. Intorno alla colonna del sant’uomo si raccoglie rapidamente una comunità (mandra, nel senso fisico di «recinto») di discepoli, che provvede ai suoi limitatissimi bisogni alimentari e che funge anche da filtro di accesso per la massa crescente di individui che preme, letteralemente, ai piedi di Daniele per ottenerne una benedizione, un consiglio, una guarigione. Quanto ai primi, i bisogni alimentari, è lo stesso Daniele a rispondere nel dettaglio a un uomo che lo aveva interrogato a riguardo. È una risposta notevole, che ci ricorda il senso pratico di questi individui apparentemente così privi del medesimo. Non facendo moto che possa «aiutare la mia digestione» – dice Daniele –, è meglio che mangi il meno possibile, e comunque «credimi, fratello, io mangio e bevo in misura sufficiente alle mie necessità. Non sono infatti uno spirito, né un essere incorporeo, ma un uomo, rivestito di carne. E quanto all’altra necessità, quella di evacuare, la faccio come le pecore, per via dell’estrema secchezza».

Quanto alla seconda, la folla che si recava dal santo, va ricordato che ai piedi della colonna nel corso degli anni si presenta tutta la società del tempo, dall’ultimo dei lebbrosi al vescovo, dal truffatore, all’ex soldato, all’imperatore Leone I il Grande (457-474). Quest’ultimo, anzi, stabilisce un rapporto privilegiato con lo stilita, che diventerà a tutti gli effetti un specie di consigliere, non soltanto in materie religiose, ma anche e soprattutto politiche. Ed è curioso notare la trasformazione dell’atteggiamento dell’uomo politico: quando Daniele sale sulla colonna, il proprietario del terreno va subito a lamentarsi dall’arcivescovo Gennadio e da Leone, ma «l’imperatore non gli rispose nulla»; passano gli anni e Leone continua a sentire racconti su Daniele, tanto che a un certo punto gli fa chiedere un’intercessione: prontamente esaudita; poi è la volta della dignità sacerdotale, che l’imperatore concede a Daniele, forzando la mano allo stesso arcivescovo, e in fondo allo stesso monaco; infine giunge il momento dell’incontro: Leone «si recò nel luogo… dove si trovava il santo, e chiese si appoggiasse la scala per salire e ricevere la benedizione. Accostata la scala, l’imperatore salì dal servo di Dio e gli chiese il permesso di toccare i suoi piedi. Avvicinatosi e vedendo come erano ulcerati e gonfi, fu preso da stupore e, ammirando la capacità di sopportazione del giusto, e glorificando Dio, pregò il santo di potergli erigere una colonna doppia».

Già, perché tre sono le colonne nel corso della carriera da stilita di Daniele, via via una più alta della precedente, la prima essendo pari «all’altezza di due uomini» dotata di un semplice parapetto di legno, ricavato probabilmente da una botte, l’ultima essendo appunto «doppia» e completa di una vera balaustra e successivamente di un riparo.

(1-segue)

______

  1.  Fra terra e cielo. Vita di Daniele stilita, a cura di L. Franco, SE 2020.

 

Lascia un commento

Archiviato in Agiografie, Libri

Cristina l’Ammirabile

A Tommaso da Cantimpré, canonico regolare a Cantimpré, per l’appunto, e poi domenicano a Lovanio, si devono alcune delle agiografie più interessanti dedicate alle mulieres religiosae di «quell’eccezionale cronotopo di santità che era allora [agli inizi del XIII secolo] la diocesi di Liegi»1. Una spinta spirituale, mistica, penitenziale che cerca nuove forme e nuove soluzioni per esprimersi e che vede soprattutto le donne protagoniste di una sperimentazione non sempre gradita, per usare un eufemismo, alle istituzioni e alle gerarchie ecclesiastiche. Una «fioritura eccezionale» che i contemporanei descrivono talvolta con toni epici: «Si fondavano cenobi, si erigevano monasteri, si riempivano i chiostri, vi affluivano le vergini, vi accorrevano le vedove e le donne sposate convertivano, col consenso dei mariti [per carità], il matrimonio carnale in unione spirituale» (Giacomo da Vitry).

Sono gli uomini che scrivono le storie delle donne, per forza e ancora per un bel po’, nondimeno sotto le forme ordinate o in via di definzione dell’agiografia spirituale si intravedono percorsi diversi, confusi, disordinati, che a orecchie moderne raccontano anche di tentativi di sottrarsi a destini prefissati, o di tratti caratteriali incoercibili che cercano una via di sfogo. Se da un lato il rischio è quello di travisare, di distorcere, di incorrere in palesi anacronismi; dall’altro dai testi – da parole, gesti e situazioni – emerge qualcosa che trascende il contesto storico e illumina l’individualità che si ripresenta.

Prima di scrivere il suo «capolavoro», la Vita di Lutgarda di Aywières, badessa cisterciense da lui conosciuta personalmente, Tommaso si concentra su tre «casi», tre donne molto diverse, cercando di ricavarne dei modelli, se non da imitare in toto, anche per via dei loro eccessi, senza dubbio accettabili e degni di cristiana ammirazione. I nomi di queste donne sono Maria di Oignies (1177-1215), Cristina l’Ammirabile (1182-1224) e Margherita d’Ypres (1216-1237), tutt’e tre formidabili, se provo a immaginarle ascoltando quello che dice il loro biografo, ma è la seconda ad avermi, per così dire, conquistato.

A Saint-Trond (Sint-Truiden), nella valle della Mosa, Cristina e le due sorelle maggiori restano presto orfane e decidono di continuare a vivere insieme in ispirito di penitenza, dividendosi i compiti: sorella A si dedicherà alla preghiera, sorella B si occuperà delle faccende domestiche e Cristina baderà al loro piccolo gregge di pecore. Ma è proprio alla pecoraia che Dio parla, e costei, travolta forse dall’enormità della cosa, muore senza che nessuno sappia alcunché di quei mistici colloqui. Durante il rito funebre, il prodigio: «Al momento dell’offerta, la morta si sollevò all’improvviso dal feretro e con un gran balzo raggiunse il soffitto della chiesa. Rimase lassù, per tutto il tempo della messa, appollaiata sulle travi come un uccello spaventato». Panico generale, cui segue la curiosità, e Cristina racconta che ha visto l’aldilà, purgatorio e inferno, e che Dio le ha offerto l’alternativa tra restare nella di Lui gloria e tornare sulla terra e pregare per le anime del purgatorio. Cristina non ha esitato, ed eccola lì.

Per adempiere al compito che si è assunta, tuttavia, non ritorna a casa, ma se ne va, lascia la città e comincia a errare, nelle desolazioni, nelle foreste, sulle sommità delle torri, delle chiese o di qualsiasi altura: «L’eremita dei boschi vive la vita degli uccelli, soffre la fame e la penuria, e per nove settimane Dio la nutre con il latte che fluisce dai suoi seni verginali». Non si ferma davanti ad alcuna situazione, estrema, pericolosa, riprovevole, i suoi comportamenti destano meraviglia2 tanto che, guarda un po’, si comincia a sospettare che sia posseduta («putantes eam plenam daemonibus») e infine l’autorità la prende di mira: «La bloccano con catene di ferro, ma lei le spezza, la rinchiudono dentro una stanza con le porte e le finestre murate, legata a una colonna, ma abbatte il muro e, durante la notte, libera e inafferrabile come un uccello, esce dalla cella». Praticamente indistruttibile, e incoercibile.

Quando infine inziano ad accettarla, e ad ascoltarne gli oracoli, Cristina rientra in città e continua a dare scandalo, avvicinando i ladri, i criminali, le prostitute, i malati, gli avanzi della società, «lei stesso soltanto un “resto”, come l’abito che la ricopre, cucito con pezzi di stoffa ricevuti per caso».

La sua fuga inesausta si conclude nel monastero di Santa Caterina, nella sua città natale, dove passa gli ultimi nove anni di vita da reclusa, scansando disperatamente la fama di santa e profetessa che ormai l’avvolge. Vuole il buio, la solitudine, l’oblio, chiede alle consorelle di abbandonarla nella cella e lasciarla morire da sola. Così, «un giorno, prima che la sua consorella Beatrice rientrasse nella cella, esalò l’anima, invocando Cristo. Tornata con un’altra sorella, Beatrice la trovò esanime sul pavimento, riversa al modo dei morti, ma davvero credo vegliata dagli angeli».

______

  1. Devo le informazioni contenute in questi appunti a Alessandra Bartolomei Romagnoli, Agiografia e mistica del Duecento. Le Vitae Matrum di Tommaso da Cantimpré, in «Hagiographica» XVII (2010), pp. 207-52.
  2. «Quando pregava, e la grazia divina della contemplazione scendeva in lei, le sue membra, come cera riscaldata, si raggomitolavano in una specie di palla, e nulla poteva penetrare in quel corpo sferico. Quando poi l’ebbrezza spirituale era passata, i sensi recuperavano le sedi loro proprie e il corpo, racchiuso come una pianta, tornava alla sua forma, mentre gli arti, prima rinchiusi in quella forma informe, si estendevano.»

 

2 commenti

Archiviato in Agiografie

Occhio alle lattughe

Leggendo il terzo frammento superstite, mutilissimo, del De Cruce di Bonvesin de la Riva1 ci si imbatte in una storiella semplice e nondimeno curiosa, che assegna a un alimento in genere non temuto un insospettabile potere di tentazione.

La storia, come informa la curatrice del testo, Silvia Isella, è tratta di peso dai Dialoghi di Gregorio Magno2 e narra di un provvidenziale esorcismo compiuto da Equizio, fondatore e abate di monasteri nell’Italia centrale del VI secolo. L’episodio, e il suo protagonista, ho appreso, è sempre stato oggetto dell’interesse degli studiosi e ha attirato anche l’attenzione di Erich Auerbach, «come esempio di “realismo” medievale e di stile popolare».

Stile popolare che si direbbe esaltato dal volgare di Bonvesin. Un certo giorno, infatti, in uno dei monasteri che Equizio «havea in soa cura», «andando una dre moneghe | per l’orto a la verdura, / Et eco ella have vezudho | entr’orto una lagiuva». Il desiderio di addentare la lattuga è forte, e non sarebbe così grave, se la monaca non dimenticasse di benedirla adeguatamente con il segno della croce («no fé lo segno dra crox»).

Al primo morso scatta il dramma: il diavolo se la prende all’istante, e la povera serva di Dio «se buta in terra | com femena inganadha, / E dal malegno spirito | crudelmente fi turbadha». Si manda a chiamare Equizio, che accorre e si mette subito a pregare per la sventurata. Al che il diavolo, subdolo, parlando con la voce della sua vittima, fa come per discolparsi…

La conclusione della storia la leggiamo solo in Gregorio Magno, poiché il testo di Bonvesin qui si ferma, e ne ricaviamo un avvertimento: attenzione anche ai più innocui cespi d’insalata, non si sa mai chi vi possa essere appostato. Sbraita infatti il diavolo a Equizio che lo scaccia: «Che cosa ho fatto? Che cosa ho fatto? Me ne stavo seduto sopra la lattuga, costei è venuta e mi ha morso»3.

______

  1. Bonvesin de la Riva, De Cruce, testo frammentario inedito a cura di S. Isella Brusamolino, All’Insegna del Pesce d’Oro 1979.
  2. Gregorio Magno, Dialoghi I, 4, 7, in Storie di santi e di diavoli, introduzione e commento di S. Pricoco, testo critico e traduzione a cura di M. Simonetti, vol. I, Fondazione Lorenzo Valla, Mondadori, 2005, p. 34-37.
  3. «Ego quid feci? Ego quid feci? Sedebam mihi super lactucam. Venit illa et momordit me.»

 

2 commenti

Archiviato in Agiografie, Spigolature

Colombano bastian contrario

«Pochi scritti sono tanto preziosi per la storia monastica quanto la Vita Columbani di Giona di Bobbio. La grandezza dei fatti, la qualità delle testimonianze, raccolte sui luoghi in cui visse il santo e dalla bocca dei suoi discepoli, l’intelligenza e il talento dello scrittore, tutto ne fa un documento di cui non si potrebbe esagerare l’importanza», così il grande studioso Adalbert de Vogüe sintetizza il giudizio sulla Vita di san Colombano (e dei suoi discepoli), che il suo autore redasse intorno al 640 mentre era al servizio del «vescovo itinerante» Amando1.

È, ovviamente, un testo molto studiato, e a me, prudentemente, non rimane che dire che si tratta di un’agiografia molto bella e istruttiva, ricca di quei piccoli particolari che, sfuggendo ai binari del canone, la rendono più interessante, e dotata inoltre di un curioso «schema di movimento» legato alle vicende del santo.

Per quanto riguarda i primi, si va dalla descrizione della patria di Colombano, l’Irlanda («isola situata all’estremità dell’Oceano», dove «gigantesche ondate aprono spaventosi abissi dal terrificante colore, mentre si increspano in modo impressionante sulle alte creste con il manto per un istante biancheggiante sul ceruleo dorso e sferzano gli schiumosi lidi», I, 2), alla composizione della sua dieta al tempo del romitaggio: «Nient’altro che una piccola quantità di erbe selvatiche e di piccoli frutti volgarmente chiamati “bollicine”» – cioè i mirtilli (I, 10); dal fatto che quando serve nella cucina del monastero di Luxeuil «utilizza quegli involucri in uso per proteggere le mani, che i Galli chiamano “wanti”» (I, 16), alla sua dimestichezza con gli animali di qualsiasi tipo e taglia: orsi, corvi, lupi, pesci e «quella bestiola chiamata comunemente scoiattolo», che un testimone assicura di aver visto «lanciarsi giù, al suo richiamo, dalle cime più alte degli alberi, accovacciarglisi nella mano, saltargli al collo, entrargli in seno e sgusciargli fuori» (I, 16).

Per quanto riguarda invece lo «schema di movimento», si nota come all’inizio della sua santa vicenda Colombano venga ostacolato nel suo desiderio di andare sulla strada che Dio gli ha indicato. Per tre volte. La prima persona a opporsi è sua madre, in una scena abbastanza straziante e redenta dalla solita citazione di Matteo 10, 37. Quando Colombano manifesta la sua decisione di partire in cerca di qualcuno che lo possa istruire nelle Sacre Scritture, la madre si sdraia sulla soglia di casa, implorandolo di non andare, al che «egli, scavalcandola, oltrepassa la soglia e le dice di mettersi l’animo in pace» (il corsivo, mio, dovrebbe restituire la dimensione del gesto). Poi tocca a Comgall, abate del monastero di Bangor, dove Colombano risiede per alcuni anni, obbediente, ma sempre più inquieto, fino a quando dice: padre, io voglio andare. Comgall tentenna, poiché gli dispiace «perdere un aiuto così prezioso», ma alla fine cede, per ispirazione divina. Arrivato infine nelle Gallie, Colombano si presenta alla corte del re franco Childeberto, che lo apprezza subito e grandemente, tanto che quando il monaco lo informa di voler proseguire il suo percorso di evangelizzazzione dei popoli, il re gli risponde così: «Scegli il luogo deserto che preferisci e vivi là tranquillamente. Ti chiedo soltanto di non abbandonare il territorio del nostro regno per passare ai popoli vicini». E tre.

Toccherà a Teodorico, aizzato dalla madre Brunilde, inviperita perché Colombano non riconosce la regalità del figlio (illegittimo), a invertire la tendenza. Questo sedicente uomo di Dio dà scandalo, non rispetta la tradizione, ha scritto una Regola inaccettabile, bisogna intervenire: Teodorico decide di andare personalmente al monastero di Luxeuil a parlare con Colombano. Il dialogo è molto teso e si conclude con il monaco che profetizza la rovina del regno di Teodorico che, prima di lasciarlo, ribatte: «Tu speri che io ti procuri la corona del martirio, ma io non sono tanto pazzo da commettere una simile scelleratezza». Nondimeno gli chiede esplicitamente di andarsene «per la medesima via per la quale è venuto». E Colombano si rifiuta, rispondendo «allora che non sarebbe uscito dalla clausura del cenobio».

Colombano comincerà allora quel «tribolato percorso verso l’Italia del Nord» che lo porterà a Bobbio, sua celeberrima fondazione, nel 614, solo un anno prima della morte. E quando il re Lotario manderà a Bobbio un emissario affinché, ora che Brunilde e i suoi figli e nipoti sono fuori gioco, «con la più raffinata diplomazia lo persuada a venire a corte», Colombano rimanderà l’ambasciatore «con l’ordine di rendere, nel limite del possibile, gradevole alle orecchie del re questa sua risposta: tornare indietro  non gli sembra assolutamente opportuno».

E forse in quell’«assolutamente» c’è l’essenza di un vero, ammirevole bastian contrario.

____

  1. Giona, Vita di san Colombano, con introduzione di I. Biffi, traduzione delle monache benedettine dell’Abbazia «Mater Ecclesia» dell’Isola San Giulio, Abbazia San Benedetto Seregno 1999.

Salva

Lascia un commento

Archiviato in Agiografie

Germano manicurista

vitadigermanoIl momento che preferisco, durante la lettura delle agiografie, è quando mi pare di notare una deviazione, anche minima, dalle forme prevalenti del genere, una piccola aggiunta, magari personale dell’autore, ai moduli canonici. È probabile che la mia impressione sia il semplice prodotto di conoscenza limitata della materia, ma devo dire che ciò non toglie l’interesse per quei momenti in cui sembra appunto che l’autore, più o meno noto, si materializzi all’improvviso e mi faccia notare un particolare o condivida una sua impressione.

Mi è accaduto, ancora, di recente con la Vita di Germano di Auxerre di Costanzo di Lione1, una breve2 agiografia databile intorno al 470-75. Biografia episcopale3 che possiamo definire già tipica, l’opera di Costanzo «intende far emergere», ricorda il bravo e compianto curatore, «la vita di un alter Christus: le guarigioni, gli esorcismi, il dominio sugli elementi naturali richiamano alla mente eventi biblici soprattutto neotestamentari che fanno di Germano un riflesso e un’imitazione di Cristo». All’interno di questa griglia non mancano di certo le informazioni e i racconti interessanti, prima tra tutti la notizia circa l’elezione di Germano alla dignità vescovile, che avviene per acclamazione («I chierici tutti, l’intera nobiltà, la plebe delle città e delle campagne convennero in una decisione unitaria») e che comporta in rapida successione l’ordinazione sacerdotale, la rinuncia ai beni e la separazione dalla moglie («la sposa è mutata da coniuge in sorella»). E andrebbero ricordati anche il bellissimo paragrafo 13, dedicato a una tempestosa navigazione notturna, e il 20 sul furto di un cavallo… Ma veniamo alle «deviazioni».

La prima riguarda un miracolo quantomeno singolare4. Durante un viaggio Germano è costretto a pernottare in campagna, presso la casa di una famiglia di contadini. Ciò nonostante non tralascia di recitare l’ufficio notturno, e proprio mentre vi è intento, all’alba, si accorge che inaspettatamente non si sente il canto di alcun gallo. Il vescovo indaga e «venne a sapere che già da molto tempo un triste silenzio rifiutava di accogliere il normale sorgere del sole» (è bella quella nota sul «triste silenzio», «tristis taciturnitas»). Supplicato da tutti di porvi rimedio, Germano benedice un po’ di frumento e lo dispose nel pollaio. Il risultato è garantito, sin troppo forse, poiché «gli uccelli che ne mangiarono assillarono fino alla noia [usque ad molestiam] le orecchie degli abitanti con la frequenza dei loro canti»: da quando è passata sua eminenza, quei benedetti galli non la smettono più…!

Nel secondo caso il miracolo è una classica guarigione, e la deviazione è alla fine. Durante un altro viaggio, mentre Germano, ormai noto a tutti per la sua fama di taumaturgo, fa tappa ad Autun, due genitori disperati portano al suo cospetto la figlia, che ha le dita della mano destra contratte e rivolte verso il palmo, al punto che le unghie hanno cominciato a penetrare nella carne, provocando piaghe dolorosissime. Germano, con santa delicatezza, benedice a una a una le dita e piano le distende, restituendo poi alla ragazza la mano sanata. È un gesto di grande dolcezza, se lo immaginiamo, e comunque lo vogliamo interpretare. Il racconto sarebbe potuto terminare qui, e invece no, poiché Germano aggiunge un altro «gesto di bontà: una volta rese diritte le dita, tagliò con le sue sante mani l’eccessiva lunghezza delle unghie secondo la forma usuale»5.

______

  1. Costanzo di Lione, Vita di Germano di Auxerre, traduzione e note di E. Arborio Mella, Città Nuova 2015 (l’originale si può consultare qui).
  2. Non secondo il suo autore, che se ne scusa così: «A te, lettore, chiedo un duplice perdono: anzitutto perché ferisco le tue orecchie con solecismi e con la povertà dei termini; in secondo luogo perché uno scritto molto lungo ingenera normalmente fastidio» (§ 46).
  3. Biografia episcopale dedicata a due vescovi, che non posso non citare: Paziente di Lione e Censurio di Auxerre.
  4. L’episodio è raccontato al § 11.
  5. Il latino è molto bello, ed è anche molto interessante quel riferimento a una «forma usuale» in cui si tenevano le unghie: «Id insuper pietatis adiungit, ut sanctis manibus, directis iam digitis, excessum unguium ad formam communis consuetudinis resecaret» (§ 30).

 

Salva

2 commenti

Archiviato in Agiografie

«Però farò come mia alma brama» (Voci, 6)

santaeufrosinaIl tema della donna che si traveste da uomo per entrare nel monastero che altrimenti le sarebbe precluso ha avuto una larga diffusione, sin dai tempi del monachesimo delle origini, e frequentando la letteratura monastica vi ci s’imbatte facilmente. Mi è capitato di recente con la storia di santa Eufrosina: partendo dalle Vite dei Padri, e transitando dai relativi volgarizzamenti di Domenico Cavalca, sono approdato all’interessante Rappresentazione di santa Eufrosina vergine. La quale essendo maritata si fuggì tra monaci come maschio, & ivi stette trent’otto anni, & alla sua morte fu conosciuta dal padre, si come ella volse, di autore ignoto e stampata a Firenze nel 1585 da Giovanni Baleni1.

La giovane Eufrosina è stata promessa dal padre Panuzio a un «degno sposo», e in vista delle nozze, ormai imminenti, proprio il padre la conduce presso un monastero in modo che l’abate possa istruirla sulle virtù cristiane. Oltre che dalle parole dell’abate, tuttavia, Eufrosina è molto colpita anche da quello che vede, tanto che comincia a meditare di abbracciare la vita religiosa, ma al tempo stesso non vuole disubbidire al padre. In preda ai dubbi, un giorno, di nascosto al padre, fa venire a casa un monaco di quelli che aveva visti e…

Giugne il frate in camera, e la serva è per casa a far le faccende e ‘l frate & Eufrosina si pongon ginocchione, e di poi il frate la benedice, & pongonsi a sedere, & Eufrosina dice.

 

O padre mio questa pompa fallace

del mondo cieco indotto ha il padre mio

a maritarmi benché sia capace

della fede christiana, & tema Dio,

hor di mandarmi a marito gli piace

ch’altra herede non ha che me ma io

non mi vorrei col mondo avviluppare

anzi alla religion volevo entrare.

 

Ma temo allui esser disubidiente

hora i non so che partito mi prenda

mai non dormi la notte precedente

orando a Dio chel cor del ver m’accenda,

& come mi spirò in lui confidente

mandai pel primo, hor prego condiscenda

dapoi che mandò te al mio consiglio

a darmi o padre il tuo fedel consiglio.

 

Risponde il monaco.

 

Figliuola quel consiglio che chiesto hai

primi chel dia, Christo nel suo parlare

ha detto nel vangel come tu sai,

chi el padre suo non vuol rinunciare

& la madre, & sé proprio, che giamai

non si potrà mio discepol chiamare,

dunque non so che altro debba dire

se non chel buon pensier si vuol seguire.

 

Non lasciar perder questa ispirazione

non ricever in van la grazia data,

se vincer credi la gran tentazione

che dalla carne vien quando è impugnata

fuggiti, & entra nella religione

lascia il padre, la roba, & la brigata,

non ti curar di questa gran ricchezza

ma come cosa vil quella disprezza.

 

Lasciala al padre tuo che se vorrae

di sue sustanze heredi, & successori,

credimi certo assai ne troverrae

di quei c’ha Dio sien per lui intercessori

spedali, e chiese, & vedove assai ci hae

pupilli, & pellegrini, & chieditori,

lascia la roba, & fa ch’a ciò non pensi

lasciala a lui ti dico, ei la dispensi.

 

Non perder tu per questo l’eccellente

anima tua, segui Dio, che ti chiama.

 

Risponde Eufrosina, & dice.

 

Io spero in Dio, e nel tuo orar fervente

però farò come mia alma brama.

 

Risponde il Monaco.

 

Fa dunque presto, e non sia negligente

che così debbe far chi Dio brama.

 

Risponde Eufrosina

 

Così vo fare, hor ti priego per Dio

che mi tondi le treccie o padre mio.

 

Il monaco s’inginocchia, & fa orazione a Dio con le man giunte, & poi si rizza, & piglia le forbice, & sedendo Eufrosina, & porgendoli e capelli, lui gli taglia, & gettagli in terra, & nel tagliargli dice.

 

Figliuola hor è tagliata la radice

si che dal mondo debbe esser partita

seguita Christo, & faratti felice

il quale è via, verità, & vita.

______

  1. La rappresentazione, il cui titolo rivela già il succo della storia, si può leggere qui.

 

2 commenti

Archiviato in Agiografie, Voci

Dell’acqua, un prato, un bel posto

Tra le varie qualità soprannaturali che Gregorio Magno attribuisce a Benedetto da Norcia nella sua Vita e miracoli del venerabile abate Benedetto, contenuta nel secondo libro dei Dialoghi, c’è quella di capire al volo se una persona tenuta al digiuno lo abbia invece rotto; qualità che, volendo, si potrebbe anche attribuire a quella spiccata capacità di osservazione che il padre del monachesimo dimostra ampiamente nella sua Regola.

Gregorio la esemplifica raccontando due episodi molto spiritosi1. Nel primo un gruppetto di confratelli si trova fuori del monastero «per una commissione» (ad responsum) e, avendo fatto tardi, nonostante il divieto della Regola2 «andarono da una pia donna che essi sapevano abitare là vicino, ed entrati da lei cenarono». E che sarà mai, no? Il guaio, però, è che, rientrati piuttosto tardi al monastero, a Benedetto che chiede loro dove abbiano mangiato, decidono di mentire: noi? da nessuna parte! L’abate li sbugiarda all’istante e scende persino nei dettagli: «Non siete stati in casa di quella tale donna? Non avete preso cibo da lei? Non avete bevuto tanti bicchieri?» Mortificati e anche spaventati, i monaci si gettano ai piedi di Benedetto e confessano tutto. E vengono perdonati.

Il secondo episodio vede protagonista il fratello, «laico, ma di sentimenti religiosi», di Valentiniano, uno dei discepoli più vicini all’abate. Costui ogni anno va a trovare il fratello al monastero, digiunando durante il viaggio in segno di penitenza per i suoi peccati. In uno di questi brevi ma sentiti pellegrinaggi viene avvicinato da «un altro viandante» (alter viator) che gli dice: «Vieni, fratello, mangiamo: se no, veniamo meno per la stanchezza». Il fratello di Valentiniano rifiuta, ricordando all’occasionale compagno di viaggio il suo voto. Dopo un po’ quello ci riprova, e ancora il buon uomo rifiuta. Infine, «dopo che ebbero percorso molto altro cammino», si trovano in un bel prato, con tanto di sorgente, e il tentatore torna all’attacco. Questa volta il fratello di Valentiniano cede e «acconsentì a mangiare».

Alla sera ha appena messo piede nel monastero e subito Benedetto lo apostrofa: «Che hai fatto, fratello? Il malvagio nemico, che ti ha parlato per tramite del tuo compagno di viaggio [conviator], non è riuscito a persuaderti né la prima né la seconda volta, ma c’è riuscito alla terza e ti ha imposto la sua volontà?» Finale obbligato: gettarsi ai piedi, vergognarsi, pentirsi – perdono.

Dunque era stato il demonio che, infilatosi nei panni di un passante qualsiasi, aveva indotto al peccato il fratello di Valentiniano, ma va detto che il modo in cui l’ha fatto, le parole che ha usato sono quanto di più umano si possa immaginare. Quando infatti erano arrivati nel luogo della tentazione il viandate aveva detto: «Ecco dell’accqua, ecco un prato, ecco un bel posto. Qui ci possiamo ristorare e riposare un po’, per avere la forza di terminare il viaggio in buone condizioni». Del tutto ragionevole.

E soprattutto: «Ecce aqua, ecce pratum, ecce amoenus locus», dell’acqua, un prato, un bel posto.

______

  1. Gregorio Magno, Storie di santi e di diavoli (Dialoghi), introduzione e commento di S. Pricoco, testo critico e traduzione di M. Simonetti, Fondazione Lorenzo Valla, Mondadori, 2005; vol. I, pp. 147-51.
  2. «Il monaco, che viene mandato fuori per qualche commissione [pro quovis responso] e conta di tornare in monastero nella stessa giornata, non si permetta di mangiare fuori, anche se viene pregato con insistenza da qualsiasi persona, a meno che l’abate non gliene abbia dato il permesso», Regola, LI.

 

1 Commento

Archiviato in Agiografie, Spigolature

Lascia stare quella gallina («Storia di sant’Antonio abate e del suo culto»)

dalleremoallastalla«Del 1513. Il giorno di S. Pietro il Sig. Prospero Colonna alloggiò nel borgo di S. Iacobo con lo campo de’ Spagnoli fuori della Città di Brescia: & uno di quelli Spagnoli tolse una galina ad una casa dove era dipinta la figura di S. Antonio, e una donna li disse lassa star quella gallina che ella è di S. Antonio & questo Spagnolo fece le fiche a ditta figura, dispreciando S. Antonio con parole, & il Signor Iddio volendo dimostrare parte della sua possanza in questo Spagnolo ad essempio che gli altri non debbano far disprecio ai suoi servi fece che questo Spagnolo cominciò subitamente ad ardere, & si vedeva visibilmente a uscirli il fumo de la bocca, & la cener da li occhi & in breve morì miseramente, talmente che quel corpo stette doi giorni che tutti lo potevano vedere in la Chiesa de S. Antonio di Brescia.»

Al libro di Laura Fenelli dedicato alla storia di sant’Antonio e all’evoluzione del suo culto e della sua iconografia1 devo molte citazioni curiose come questa, devo una gran quantità di informazioni interessanti e di suggerimenti per altre letture, ma devo soprattutto un percorso ricchissimo e in effetti avvincente attraverso le varie forme assunte dall’identità e dall’immagine del santo: dall’anziano eremita che fugge nel deserto e viene attaccato dai demoni, al patrono degli animali da stalla e da cortile che inganna il diavolo; dalle tavole di metà del secolo XIV, ai santini ancora oggi in stampa.

Come questa straordinaria metamorfosi sia accaduta è il filo conduttore del volume, che affronta con coraggio una mole di materiale storico vasta e multiforme. Nella vicenda di Antonio, che solo a un certo punto diventa sant’Antonio abate, s’intrecciano infatti agiografia e iconografia, in un rapporto che non è sempre a senso unico, dalla prima alla seconda, ma talvolta si inverte; storia degli ordini religiosi e della spiritualità laica (nascita, diffusione e declino dell’ordine ospitaliero degli antoniani, eretti ordine di canonici regolari nel 1297 da Bonifacio VIII, ma cui già da prima era affidata la «gestione dell’ambulanza papale», cioè «un ospedale mobile per la corte papale, che aveva il compito di seguire il pontefice nei suoi spostamenti»; e dei quali ebbero a ridire con toni piuttosto duri o ironici, tra gli altri, Dante, Boccaccio e Sacchetti); storia delle reliquie e del loro ruolo simbolico ed economico (intorno alla fine del Quattrocento i corpi di sant’Antonio, perfettamente conservati, diventano due – poi anche tre –, e la controversia che ne deriva giunge fino al 1859, con un pronunciamento finale della Congregazione dei riti); storia della medicina (l’esclusività della cura del fuoco di sant’Antonio, il fuoco sacro da intendersi come l’intossicazione da segale cornuta e non come l’odierno herpes zooster, da parte degli antoniani si affermò tra Trecento e Quattrocento, ed è molto interessante il fatto che, una volta ammessi negli ospedali, i pazienti dovessero assumere uno stile di vita simile a quello dei canonici, nel cibo – cosa che faceva parte della terapia –, nelle vesti e nei doveri liturgici. Sempre da un punto di vista terapeutico, e collegata al possesso delle reliquie «autentiche», è altrettanto interessante la questione del saint vinage – la «bevanda ricavata ogni anno, il giorno dell’Ascensione, versando vino nella cassa contenente le ossa di sant’Antonio – e del grasso di maiale utilizzato come eccipiente nel balsamo di sant’Antonio per lenire le ulcere cutanee – cosa che si collega al privilegio degli antoniani di allevare i maiali anche in città, e alla singolare e stabile presenza del maiale tra gli attributi del santo nelle sue rappresentazioni); e ancora storia dell’arte, filologia (la Vita di Antonio di Atanasio, la Leggenda di Patras, la Leggenda di Teofilo), storia del folclore e delle tradizioni popolari (l’abruzzese Stòrije di sand’Anduone e le innumerevoli canzoni popolari) …

Anche da questo confuso elenco, che non gli rende ragione, emerge la dovizia del libro, che deriva da una tesi di dottorato2 e che in una certa misura ne risente: talvolta l’esposizione è quasi sopraffatta dalla quantità di dati e notizie che si sovrappongono, dalle prospettive di ricerca che si affiancano, ma alla fine prevale, direi, lo stupore per l’incredibile stratificazione di concetti, riferimenti e rimandi che si presenta a chi indaghi la figura e la vicenda del santo, e la sua altrettanto incredibile estensione temporale: sedici secoli in cui succede di tutto senza che si smarrisca un fondo comune, poiché, come conclude l’autrice, «l’Antonio contadino, l’Antonio burlone che va all’inferno per gabbare il diavolo, l’Antonio che protegge le stalle e i raccolti, l’Antonio che spegne gli incendi che minacciano le case coloniche è, nei fatti, lo stesso Antonio che nella biografia atanasiana coltiva il suo orticello contro i demoni, che sfida Satana nel deserto, che insegna ai suoi compagni come sopravvivere in un ambiente ostile, che risana prodigiosamente chi gli si rivolge».

______

  1. Laura Fenelli, Dall’eremo alla stalla. Storia di sant’Antonio abate e del suo culto, Laterza 2011.
  2. Sant’Antonio abate. Parole, reliquie, immagini, tesi di dottorato in Storia medievale presso l’Università degli studi di Bologna, a.a. 2006-07 (che si può leggere qui).

Salva

2 commenti

Archiviato in Agiografie, Iconografia, Libri

Nella medesima notte: Paterno e Scubilione amici per sempre

Dopo quella di Eutizio e Fiorenzo, e quella di Romano e Lupicino, grazie al già citato articolo di Edoardo Ferrarini1 sono andato a leggere la storia di Paterno e Scubilione, un’altra storia di amicizia monastica nel contesto della letteratura agiografica altomedievale. La storia, bella e struggente, è narrata indirettamente da Venanzio Fortunato nella sua Vita di san Paterno, ed è accessibile nella ricca edizione curata da Paola Santorelli2. «Indirettamente» perché la Vita di san Paterno è in realtà un esempio di agiografia episcopale, nella quale però lo spazio dedicato alle imprese di Paterno come vescovo è assai minore di quello riservato alla sua vicenda precedente come monaco e abate, e appunto come amico del confratello Scubilione.

Il contesto storico e geografico è molto interessante: siamo nella prima metà del VI secolo (la nascita di Paterno, a Poitiers, è collocata intorno al 480) nella regione della Bassa Normandia, tra Coutances, Saint-Pair-sur-Mer (Pair è forma recente di Paterno), Avranches e il Mont-Saint-Michel. Ci sarebbero molte altre cose da annotare, ma seguiamo Paterno, che già da piccolo entra nel monastero di Saint Jouin de Marnes e in breve, per le evidenti doti, viene nominato cellario.

Si capisce che il ragazzo è destinato a grandi cose, ma a Saint Jouin c’è anche Scubilione, di qualche anno più anziano, e qui scatta qualcosa, perché al di là delle parole usate da Venanzio per raccontare i fatti, in sostanza i due decidono di scappare insieme verso nord, appunto verso la regione di Coutances: «Abbandonati i parenti per amore di Cristo, scelsero con convinzione di diventare pellegrini in Constantino pago condividendo lo stesso alloggio, portando solo il libro dei salmi».

Vanno a vivere in una caverna, ma la fama di santità nasce e si diffonde in fretta. La coppia si muove, cominciano i miracoli, assegnati sistematicamente a Paterno: è lui che concretizza, spesso su passaggio di Scubilione. Come in un caso che ci dice molto delle personalità dei due. Un giorno, pur essendogli rimasta soltanto una mezza pagnotta, Paterno non esita a darla in elemosina: «L’uomo di Dio desiderava dare quel pane in beneficenza piuttosto che riporlo nello stomaco [in ventrem recondere]»; Scubilione «mal sopportò ciò, per il fatto che non aveva trovato, dopo il lavoro, ciò che potesse ristorare la sua stanchezza». Non ti preoccupare, lo rimprovera Paterno, Cristo non dimentica i suoi, e infatti, «senza indugio», arriva un loro discepolo carico di cibarie. E poiché dopo mangiato bisogna anche bere, ecco che Paterno batte una roccia con un bastone e fa sgorgare una fonte.

Che fossero proprio scappati lo si evince anche dal fatto che il loro abate, Generoso, dopo tre anni si mette a cercarli. Quando li trova, a Scissy (l’attuale Saint-Pair-sur-Mer), si raccomanda a Paterno di non eccedere nelle durezze e nelle privazioni, ma gli concede di restare lì, mentre si porta via Scubilione. E qui è bello immaginare ciò che Venanzio ha deciso di non dirci, forse perché non lo sapeva, quando scrive di Generoso che permise a Scubilione «di ritornare dal fratello dopo un breve intervallo di tempo»: che cosa gli avrà fatto cambiare idea?

Il racconto di Venanzio si contrae. Molti anni passano in pochi capitoletti. Paterno diventa sacerdote, cresce in dignità ecclesiastica, altri miracoli, molti monasteri fondati, i due amici si devono separare. E qui Venanzio ci racconta l’unico episodio che può assomigliare a un litigio tra i due. Un giorno Paterno, che è ancora a Scissy, va da Scubilione, che si trova ad Avranches, e gli chiede se può portarsi via due colombe che lui stesso aveva allevato. Scubilione, già abbastanza triste per l’allontanamento dell’amico, gli risponde di no: «Possa io tenerle in cambio della tua presenza qui». Ah sì?, ribatte Paterno. «Rimangano presso colui che amano di più». Dopodiché se ne va e torna a Scissy, e il giorno seguente le due colombe si fanno quasi diciotto miglia (fere decem et octo milia3) per raggiungere Paterno…

Paterno è sempre più famoso, va persino a Parigi, chiamato dal re Childeberto. Infine, a settant’anni, intorno al 550, viene eletto per acclamazione vescovo di Avranches. Fa il suo dovere con grandezza e santità per tredici anni, fino a quando il lunedì di Pasqua, diciamo del 563, si ammala. Il primo pensiero è: Scubilione. L’amico si trova al momento al monastero del Mont-Saint-Michel e si è ammalato nel medesimo giorno. Paterno e Scubilione, allora, «si muovono l’uno alla volta dell’altro per vedersi prima di morire». Ma in quel periodo l’alta marea nella baia di Mont-Saint-Michel è eccezionale e i due cortei restano bloccati sulle rispettive rive. Così, «mentre i santi erano distanti tra loro circa tre miglia, nella medesima notte e con le stesse modalità [eadem nocte pariter], il beato Paterno e il suo santo fratello… lasciarono andare le pie anime dal mondo terreno verso Cristo in un felice viaggio».

I due cortei dirigono allora, l’uno all’insaputa dell’altro, a Scissy, dove arrivano nello stesso giorno e dove Paterno e Scubilione «insieme, nello stesso momento, furono sepolti l’uno con l’altro […] in modo tale che nemmeno l’evento della morte dividesse coloro che sempre una sola vita aveva unito»4.

______

  1. Edoardo Ferrarini, «Gemelli cultores»: coppie agiografiche nella letteratura latina del VI secolo, in «Reti Medievali Rivista» XI (2010), 1 (gennaio-giugno).
  2. Venanzio Fortunato, Vite dei santi Paterno e Marcello, introduzione, traduzione e commento a cura di P. Santorelli, Paolo Loffredo i.e. 2015.
  3. In effetti, tra Saint-Pair-sur-Mer e Avranches ci sono circa 23 chilometri.
  4. I loro resti sono ancora lì, vicini.

 

Lascia un commento

Archiviato in Agiografie