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Colombano bastian contrario

«Pochi scritti sono tanto preziosi per la storia monastica quanto la Vita Columbani di Giona di Bobbio. La grandezza dei fatti, la qualità delle testimonianze, raccolte sui luoghi in cui visse il santo e dalla bocca dei suoi discepoli, l’intelligenza e il talento dello scrittore, tutto ne fa un documento di cui non si potrebbe esagerare l’importanza», così il grande studioso Adalbert de Vogüe sintetizza il giudizio sulla Vita di san Colombano (e dei suoi discepoli), che il suo autore redasse intorno al 640 mentre era al servizio del «vescovo itinerante» Amando1.

È, ovviamente, un testo molto studiato, e a me, prudentemente, non rimane che dire che si tratta di un’agiografia molto bella e istruttiva, ricca di quei piccoli particolari che, sfuggendo ai binari del canone, la rendono più interessante, e dotata inoltre di un curioso «schema di movimento» legato alle vicende del santo.

Per quanto riguarda i primi, si va dalla descrizione della patria di Colombano, l’Irlanda («isola situata all’estremità dell’Oceano», dove «gigantesche ondate aprono spaventosi abissi dal terrificante colore, mentre si increspano in modo impressionante sulle alte creste con il manto per un istante biancheggiante sul ceruleo dorso e sferzano gli schiumosi lidi», I, 2), alla composizione della sua dieta al tempo del romitaggio: «Nient’altro che una piccola quantità di erbe selvatiche e di piccoli frutti volgarmente chiamati “bollicine”» – cioè i mirtilli (I, 10); dal fatto che quando serve nella cucina del monastero di Luxeuil «utilizza quegli involucri in uso per proteggere le mani, che i Galli chiamano “wanti”» (I, 16), alla sua dimestichezza con gli animali di qualsiasi tipo e taglia: orsi, corvi, lupi, pesci e «quella bestiola chiamata comunemente scoiattolo», che un testimone assicura di aver visto «lanciarsi giù, al suo richiamo, dalle cime più alte degli alberi, accovacciarglisi nella mano, saltargli al collo, entrargli in seno e sgusciargli fuori» (I, 16).

Per quanto riguarda invece lo «schema di movimento», si nota come all’inizio della sua santa vicenda Colombano venga ostacolato nel suo desiderio di andare sulla strada che Dio gli ha indicato. Per tre volte. La prima persona a opporsi è sua madre, in una scena abbastanza straziante e redenta dalla solita citazione di Matteo 10, 37. Quando Colombano manifesta la sua decisione di partire in cerca di qualcuno che lo possa istruire nelle Sacre Scritture, la madre si sdraia sulla soglia di casa, implorandolo di non andare, al che «egli, scavalcandola, oltrepassa la soglia e le dice di mettersi l’animo in pace» (il corsivo, mio, dovrebbe restituire la dimensione del gesto). Poi tocca a Comgall, abate del monastero di Bangor, dove Colombano risiede per alcuni anni, obbediente, ma sempre più inquieto, fino a quando dice: padre, io voglio andare. Comgall tentenna, poiché gli dispiace «perdere un aiuto così prezioso», ma alla fine cede, per ispirazione divina. Arrivato infine nelle Gallie, Colombano si presenta alla corte del re franco Childeberto, che lo apprezza subito e grandemente, tanto che quando il monaco lo informa di voler proseguire il suo percorso di evangelizzazzione dei popoli, il re gli risponde così: «Scegli il luogo deserto che preferisci e vivi là tranquillamente. Ti chiedo soltanto di non abbandonare il territorio del nostro regno per passare ai popoli vicini». E tre.

Toccherà a Teodorico, aizzato dalla madre Brunilde, inviperita perché Colombano non riconosce la regalità del figlio (illegittimo), a invertire la tendenza. Questo sedicente uomo di Dio dà scandalo, non rispetta la tradizione, ha scritto una Regola inaccettabile, bisogna intervenire: Teodorico decide di andare personalmente al monastero di Luxeuil a parlare con Colombano. Il dialogo è molto teso e si conclude con il monaco che profetizza la rovina del regno di Teodorico che, prima di lasciarlo, ribatte: «Tu speri che io ti procuri la corona del martirio, ma io non sono tanto pazzo da commettere una simile scelleratezza». Nondimeno gli chiede esplicitamente di andarsene «per la medesima via per la quale è venuto». E Colombano si rifiuta, rispondendo «allora che non sarebbe uscito dalla clausura del cenobio».

Colombano comincerà allora quel «tribolato percorso verso l’Italia del Nord» che lo porterà a Bobbio, sua celeberrima fondazione, nel 614, solo un anno prima della morte. E quando il re Lotario manderà a Bobbio un emissario affinché, ora che Brunilde e i suoi figli e nipoti sono fuori gioco, «con la più raffinata diplomazia lo persuada a venire a corte», Colombano rimanderà l’ambasciatore «con l’ordine di rendere, nel limite del possibile, gradevole alle orecchie del re questa sua risposta: tornare indietro  non gli sembra assolutamente opportuno».

E forse in quell’«assolutamente» c’è l’essenza di un vero, ammirevole bastian contrario.

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  1. Giona, Vita di san Colombano, con introduzione di I. Biffi, traduzione delle monache benedettine dell’Abbazia «Mater Ecclesia» dell’Isola San Giulio, Abbazia San Benedetto Seregno 1999.

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Germano manicurista

vitadigermanoIl momento che preferisco, durante la lettura delle agiografie, è quando mi pare di notare una deviazione, anche minima, dalle forme prevalenti del genere, una piccola aggiunta, magari personale dell’autore, ai moduli canonici. È probabile che la mia impressione sia il semplice prodotto di conoscenza limitata della materia, ma devo dire che ciò non toglie l’interesse per quei momenti in cui sembra appunto che l’autore, più o meno noto, si materializzi all’improvviso e mi faccia notare un particolare o condivida una sua impressione.

Mi è accaduto, ancora, di recente con la Vita di Germano di Auxerre di Costanzo di Lione1, una breve2 agiografia databile intorno al 470-75. Biografia episcopale3 che possiamo definire già tipica, l’opera di Costanzo «intende far emergere», ricorda il bravo e compianto curatore, «la vita di un alter Christus: le guarigioni, gli esorcismi, il dominio sugli elementi naturali richiamano alla mente eventi biblici soprattutto neotestamentari che fanno di Germano un riflesso e un’imitazione di Cristo». All’interno di questa griglia non mancano di certo le informazioni e i racconti interessanti, prima tra tutti la notizia circa l’elezione di Germano alla dignità vescovile, che avviene per acclamazione («I chierici tutti, l’intera nobiltà, la plebe delle città e delle campagne convennero in una decisione unitaria») e che comporta in rapida successione l’ordinazione sacerdotale, la rinuncia ai beni e la separazione dalla moglie («la sposa è mutata da coniuge in sorella»). E andrebbero ricordati anche il bellissimo paragrafo 13, dedicato a una tempestosa navigazione notturna, e il 20 sul furto di un cavallo… Ma veniamo alle «deviazioni».

La prima riguarda un miracolo quantomeno singolare4. Durante un viaggio Germano è costretto a pernottare in campagna, presso la casa di una famiglia di contadini. Ciò nonostante non tralascia di recitare l’ufficio notturno, e proprio mentre vi è intento, all’alba, si accorge che inaspettatamente non si sente il canto di alcun gallo. Il vescovo indaga e «venne a sapere che già da molto tempo un triste silenzio rifiutava di accogliere il normale sorgere del sole» (è bella quella nota sul «triste silenzio», «tristis taciturnitas»). Supplicato da tutti di porvi rimedio, Germano benedice un po’ di frumento e lo dispose nel pollaio. Il risultato è garantito, sin troppo forse, poiché «gli uccelli che ne mangiarono assillarono fino alla noia [usque ad molestiam] le orecchie degli abitanti con la frequenza dei loro canti»: da quando è passata sua eminenza, quei benedetti galli non la smettono più…!

Nel secondo caso il miracolo è una classica guarigione, e la deviazione è alla fine. Durante un altro viaggio, mentre Germano, ormai noto a tutti per la sua fama di taumaturgo, fa tappa ad Autun, due genitori disperati portano al suo cospetto la figlia, che ha le dita della mano destra contratte e rivolte verso il palmo, al punto che le unghie hanno cominciato a penetrare nella carne, provocando piaghe dolorosissime. Germano, con santa delicatezza, benedice a una a una le dita e piano le distende, restituendo poi alla ragazza la mano sanata. È un gesto di grande dolcezza, se lo immaginiamo, e comunque lo vogliamo interpretare. Il racconto sarebbe potuto terminare qui, e invece no, poiché Germano aggiunge un altro «gesto di bontà: una volta rese diritte le dita, tagliò con le sue sante mani l’eccessiva lunghezza delle unghie secondo la forma usuale»5.

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  1. Costanzo di Lione, Vita di Germano di Auxerre, traduzione e note di E. Arborio Mella, Città Nuova 2015 (l’originale si può consultare qui).
  2. Non secondo il suo autore, che se ne scusa così: «A te, lettore, chiedo un duplice perdono: anzitutto perché ferisco le tue orecchie con solecismi e con la povertà dei termini; in secondo luogo perché uno scritto molto lungo ingenera normalmente fastidio» (§ 46).
  3. Biografia episcopale dedicata a due vescovi, che non posso non citare: Paziente di Lione e Censurio di Auxerre.
  4. L’episodio è raccontato al § 11.
  5. Il latino è molto bello, ed è anche molto interessante quel riferimento a una «forma usuale» in cui si tenevano le unghie: «Id insuper pietatis adiungit, ut sanctis manibus, directis iam digitis, excessum unguium ad formam communis consuetudinis resecaret» (§ 30).

 

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«Però farò come mia alma brama» (Voci, 6)

santaeufrosinaIl tema della donna che si traveste da uomo per entrare nel monastero che altrimenti le sarebbe precluso ha avuto una larga diffusione, sin dai tempi del monachesimo delle origini, e frequentando la letteratura monastica vi ci s’imbatte facilmente. Mi è capitato di recente con la storia di santa Eufrosina: partendo dalle Vite dei Padri, e transitando dai relativi volgarizzamenti di Domenico Cavalca, sono approdato all’interessante Rappresentazione di santa Eufrosina vergine. La quale essendo maritata si fuggì tra monaci come maschio, & ivi stette trent’otto anni, & alla sua morte fu conosciuta dal padre, si come ella volse, di autore ignoto e stampata a Firenze nel 1585 da Giovanni Baleni1.

La giovane Eufrosina è stata promessa dal padre Panuzio a un «degno sposo», e in vista delle nozze, ormai imminenti, proprio il padre la conduce presso un monastero in modo che l’abate possa istruirla sulle virtù cristiane. Oltre che dalle parole dell’abate, tuttavia, Eufrosina è molto colpita anche da quello che vede, tanto che comincia a meditare di abbracciare la vita religiosa, ma al tempo stesso non vuole disubbidire al padre. In preda ai dubbi, un giorno, di nascosto al padre, fa venire a casa un monaco di quelli che aveva visti e…

Giugne il frate in camera, e la serva è per casa a far le faccende e ‘l frate & Eufrosina si pongon ginocchione, e di poi il frate la benedice, & pongonsi a sedere, & Eufrosina dice.

 

O padre mio questa pompa fallace

del mondo cieco indotto ha il padre mio

a maritarmi benché sia capace

della fede christiana, & tema Dio,

hor di mandarmi a marito gli piace

ch’altra herede non ha che me ma io

non mi vorrei col mondo avviluppare

anzi alla religion volevo entrare.

 

Ma temo allui esser disubidiente

hora i non so che partito mi prenda

mai non dormi la notte precedente

orando a Dio chel cor del ver m’accenda,

& come mi spirò in lui confidente

mandai pel primo, hor prego condiscenda

dapoi che mandò te al mio consiglio

a darmi o padre il tuo fedel consiglio.

 

Risponde il monaco.

 

Figliuola quel consiglio che chiesto hai

primi chel dia, Christo nel suo parlare

ha detto nel vangel come tu sai,

chi el padre suo non vuol rinunciare

& la madre, & sé proprio, che giamai

non si potrà mio discepol chiamare,

dunque non so che altro debba dire

se non chel buon pensier si vuol seguire.

 

Non lasciar perder questa ispirazione

non ricever in van la grazia data,

se vincer credi la gran tentazione

che dalla carne vien quando è impugnata

fuggiti, & entra nella religione

lascia il padre, la roba, & la brigata,

non ti curar di questa gran ricchezza

ma come cosa vil quella disprezza.

 

Lasciala al padre tuo che se vorrae

di sue sustanze heredi, & successori,

credimi certo assai ne troverrae

di quei c’ha Dio sien per lui intercessori

spedali, e chiese, & vedove assai ci hae

pupilli, & pellegrini, & chieditori,

lascia la roba, & fa ch’a ciò non pensi

lasciala a lui ti dico, ei la dispensi.

 

Non perder tu per questo l’eccellente

anima tua, segui Dio, che ti chiama.

 

Risponde Eufrosina, & dice.

 

Io spero in Dio, e nel tuo orar fervente

però farò come mia alma brama.

 

Risponde il Monaco.

 

Fa dunque presto, e non sia negligente

che così debbe far chi Dio brama.

 

Risponde Eufrosina

 

Così vo fare, hor ti priego per Dio

che mi tondi le treccie o padre mio.

 

Il monaco s’inginocchia, & fa orazione a Dio con le man giunte, & poi si rizza, & piglia le forbice, & sedendo Eufrosina, & porgendoli e capelli, lui gli taglia, & gettagli in terra, & nel tagliargli dice.

 

Figliuola hor è tagliata la radice

si che dal mondo debbe esser partita

seguita Christo, & faratti felice

il quale è via, verità, & vita.

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  1. La rappresentazione, il cui titolo rivela già il succo della storia, si può leggere qui.

 

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Dell’acqua, un prato, un bel posto

Tra le varie qualità soprannaturali che Gregorio Magno attribuisce a Benedetto da Norcia nella sua Vita e miracoli del venerabile abate Benedetto, contenuta nel secondo libro dei Dialoghi, c’è quella di capire al volo se una persona tenuta al digiuno lo abbia invece rotto; qualità che, volendo, si potrebbe anche attribuire a quella spiccata capacità di osservazione che il padre del monachesimo dimostra ampiamente nella sua Regola.

Gregorio la esemplifica raccontando due episodi molto spiritosi1. Nel primo un gruppetto di confratelli si trova fuori del monastero «per una commissione» (ad responsum) e, avendo fatto tardi, nonostante il divieto della Regola2 «andarono da una pia donna che essi sapevano abitare là vicino, ed entrati da lei cenarono». E che sarà mai, no? Il guaio, però, è che, rientrati piuttosto tardi al monastero, a Benedetto che chiede loro dove abbiano mangiato, decidono di mentire: noi? da nessuna parte! L’abate li sbugiarda all’istante e scende persino nei dettagli: «Non siete stati in casa di quella tale donna? Non avete preso cibo da lei? Non avete bevuto tanti bicchieri?» Mortificati e anche spaventati, i monaci si gettano ai piedi di Benedetto e confessano tutto. E vengono perdonati.

Il secondo episodio vede protagonista il fratello, «laico, ma di sentimenti religiosi», di Valentiniano, uno dei discepoli più vicini all’abate. Costui ogni anno va a trovare il fratello al monastero, digiunando durante il viaggio in segno di penitenza per i suoi peccati. In uno di questi brevi ma sentiti pellegrinaggi viene avvicinato da «un altro viandante» (alter viator) che gli dice: «Vieni, fratello, mangiamo: se no, veniamo meno per la stanchezza». Il fratello di Valentiniano rifiuta, ricordando all’occasionale compagno di viaggio il suo voto. Dopo un po’ quello ci riprova, e ancora il buon uomo rifiuta. Infine, «dopo che ebbero percorso molto altro cammino», si trova in un bel prato, con tanto di sorgente, e il tentatore torna all’attacco. Questa volta il fratello di Valentiniano cede e «acconsentì a mangiare».

Alla sera ha appena messo piede nel monastero e subito Benedetto lo apostrofa: «Che hai fatto, fratello? Il malvagio nemico, che ti ha parlato per tramite del tuo compagno di viaggio [conviator], non è riuscito a persuaderti né la prima né la seconda volta, ma c’è riuscito alla terza e ti ha imposto la sua volontà?» Finale obbligato: gettarsi ai piedi, vergognarsi, pentirsi – perdono.

Dunque era stato il demonio che, infilatosi nei panni di un passante qualsiasi, aveva indotto al peccato il fratello di Valentiniano, ma va detto che il modo in cui l’ha fatto, le parole che ha usato sono quanto di più umano si possa immaginare. Quando infatti erano arrivati nel luogo della tentazione il viandate aveva detto: «Ecco dell’accqua, ecco un prato, ecco un bel posto. Qui ci possiamo ristorare e riposare un po’, per avere la forza di terminare il viaggio in buone condizioni». Del tutto ragionevole.

E soprattutto: «Ecce aqua, ecce pratum, ecce amoenus locus», dell’acqua, un prato, un bel posto.

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  1. Gregorio Magno, Storie di santi e di diavoli (Dialoghi), introduzione e commento di S. Pricoco, testo critico e traduzione di M. Simonetti, Fondazione Lorenzo Valla, Mondadori, 2005; vol. I, pp. 147-51.
  2. «Il monaco, che viene mandato fuori per qualche commissione [pro quovis responso] e conta di tornare in monastero nella stessa giornata, non si permetta di mangiare fuori, anche se viene pregato con insistenza da qualsiasi persona, a meno che l’abate non gliene abbia dato il permesso», Regola, LI.

 

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Lascia stare quella gallina («Storia di sant’Antonio abate e del suo culto»)

dalleremoallastalla«Del 1513. Il giorno di S. Pietro il Sig. Prospero Colonna alloggiò nel borgo di S. Iacobo con lo campo de’ Spagnoli fuori della Città di Brescia: & uno di quelli Spagnoli tolse una galina ad una casa dove era dipinta la figura di S. Antonio, e una donna li disse lassa star quella gallina che ella è di S. Antonio & questo Spagnolo fece le fiche a ditta figura, dispreciando S. Antonio con parole, & il Signor Iddio volendo dimostrare parte della sua possanza in questo Spagnolo ad essempio che gli altri non debbano far disprecio ai suoi servi fece che questo Spagnolo cominciò subitamente ad ardere, & si vedeva visibilmente a uscirli il fumo de la bocca, & la cener da li occhi & in breve morì miseramente, talmente che quel corpo stette doi giorni che tutti lo potevano vedere in la Chiesa de S. Antonio di Brescia.»

Al libro di Laura Fenelli dedicato alla storia di sant’Antonio e all’evoluzione del suo culto e della sua iconografia1 devo molte citazioni curiose come questa, devo una gran quantità di informazioni interessanti e di suggerimenti per altre letture, ma devo soprattutto un percorso ricchissimo e in effetti avvincente attraverso le varie forme assunte dall’identità e dall’immagine del santo: dall’anziano eremita che fugge nel deserto e viene attaccato dai demoni, al patrono degli animali da stalla e da cortile che inganna il diavolo; dalle tavole di metà del secolo XIV, ai santini ancora oggi in stampa.

Come questa straordinaria metamorfosi sia accaduta è il filo conduttore del volume, che affronta con coraggio una mole di materiale storico vasta e multiforme. Nella vicenda di Antonio, che solo a un certo punto diventa sant’Antonio abate, s’intrecciano infatti agiografia e iconografia, in un rapporto che non è sempre a senso unico, dalla prima alla seconda, ma talvolta si inverte; storia degli ordini religiosi e della spiritualità laica (nascita, diffusione e declino dell’ordine ospitaliero degli antoniani, eretti ordine di canonici regolari nel 1297 da Bonifacio VIII, ma cui già da prima era affidata la «gestione dell’ambulanza papale», cioè «un ospedale mobile per la corte papale, che aveva il compito di seguire il pontefice nei suoi spostamenti»; e dei quali ebbero a ridire con toni piuttosto duri o ironici, tra gli altri, Dante, Boccaccio e Sacchetti); storia delle reliquie e del loro ruolo simbolico ed economico (intorno alla fine del Quattrocento i corpi di sant’Antonio, perfettamente conservati, diventano due – poi anche tre –, e la controversia che ne deriva giunge fino al 1859, con un pronunciamento finale della Congregazione dei riti); storia della medicina (l’esclusività della cura del fuoco di sant’Antonio, il fuoco sacro da intendersi come l’intossicazione da segale cornuta e non come l’odierno herpes zooster, da parte degli antoniani si affermò tra Trecento e Quattrocento, ed è molto interessante il fatto che, una volta ammessi negli ospedali, i pazienti dovessero assumere uno stile di vita simile a quello dei canonici, nel cibo – cosa che faceva parte della terapia –, nelle vesti e nei doveri liturgici. Sempre da un punto di vista terapeutico, e collegata al possesso delle reliquie «autentiche», è altrettanto interessante la questione del saint vinage – la «bevanda ricavata ogni anno, il giorno dell’Ascensione, versando vino nella cassa contenente le ossa di sant’Antonio – e del grasso di maiale utilizzato come eccipiente nel balsamo di sant’Antonio per lenire le ulcere cutanee – cosa che si collega al privilegio degli antoniani di allevare i maiali anche in città, e alla singolare e stabile presenza del maiale tra gli attributi del santo nelle sue rappresentazioni); e ancora storia dell’arte, filologia (la Vita di Antonio di Atanasio, la Leggenda di Patras, la Leggenda di Teofilo), storia del folclore e delle tradizioni popolari (l’abruzzese Stòrije di sand’Anduone e le innumerevoli canzoni popolari) …

Anche da questo confuso elenco, che non gli rende ragione, emerge la dovizia del libro, che deriva da una tesi di dottorato2 e che in una certa misura ne risente: talvolta l’esposizione è quasi sopraffatta dalla quantità di dati e notizie che si sovrappongono, dalle prospettive di ricerca che si affiancano, ma alla fine prevale, direi, lo stupore per l’incredibile stratificazione di concetti, riferimenti e rimandi che si presenta a chi indaghi la figura e la vicenda del santo, e la sua altrettanto incredibile estensione temporale: sedici secoli in cui succede di tutto senza che si smarrisca un fondo comune, poiché, come conclude l’autrice, «l’Antonio contadino, l’Antonio burlone che va all’inferno per gabbare il diavolo, l’Antonio che protegge le stalle e i raccolti, l’Antonio che spegne gli incendi che minacciano le case coloniche è, nei fatti, lo stesso Antonio che nella biografia atanasiana coltiva il suo orticello contro i demoni, che sfida Satana nel deserto, che insegna ai suoi compagni come sopravvivere in un ambiente ostile, che risana prodigiosamente chi gli si rivolge».

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  1. Laura Fenelli, Dall’eremo alla stalla. Storia di sant’Antonio abate e del suo culto, Laterza 2011.
  2. Sant’Antonio abate. Parole, reliquie, immagini, tesi di dottorato in Storia medievale presso l’Università degli studi di Bologna, a.a. 2006-07 (che si può leggere qui).

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Nella medesima notte: Paterno e Scubilione amici per sempre

Dopo quella di Eutizio e Fiorenzo, e quella di Romano e Lupicino, grazie al già citato articolo di Edoardo Ferrarini1 sono andato a leggere la storia di Paterno e Scubilione, un’altra storia di amicizia monastica nel contesto della letteratura agiografica altomedievale. La storia, bella e struggente, è narrata indirettamente da Venanzio Fortunato nella sua Vita di san Paterno, ed è accessibile nella ricca edizione curata da Paola Santorelli2. «Indirettamente» perché la Vita di san Paterno è in realtà un esempio di agiografia episcopale, nella quale però lo spazio dedicato alle imprese di Paterno come vescovo è assai minore di quello riservato alla sua vicenda precedente come monaco e abate, e appunto come amico del confratello Scubilione.

Il contesto storico e geografico è molto interessante: siamo nella prima metà del VI secolo (la nascita di Paterno, a Poitiers, è collocata intorno al 480) nella regione della Bassa Normandia, tra Coutances, Saint-Pair-sur-Mer (Pair è forma recente di Paterno), Avranches e il Mont-Saint-Michel. Ci sarebbero molte altre cose da annotare, ma seguiamo Paterno, che già da piccolo entra nel monastero di Saint Jouin de Marnes e in breve, per le evidenti doti, viene nominato cellario.

Si capisce che il ragazzo è destinato a grandi cose, ma a Saint Jouin c’è anche Scubilione, di qualche anno più anziano, e qui scatta qualcosa, perché al di là delle parole usate da Venanzio per raccontare i fatti, in sostanza i due decidono di scappare insieme verso nord, appunto verso la regione di Coutances: «Abbandonati i parenti per amore di Cristo, scelsero con convinzione di diventare pellegrini in Constantino pago condividendo lo stesso alloggio, portando solo il libro dei salmi».

Vanno a vivere in una caverna, ma la fama di santità nasce e si diffonde in fretta. La coppia si muove, cominciano i miracoli, assegnati sistematicamente a Paterno: è lui che concretizza, spesso su passaggio di Scubilione. Come in un caso che ci dice molto delle personalità dei due. Un giorno, pur essendogli rimasta soltanto una mezza pagnotta, Paterno non esita a darla in elemosina: «L’uomo di Dio desiderava dare quel pane in beneficenza piuttosto che riporlo nello stomaco [in ventrem recondere]»; Scubilione «mal sopportò ciò, per il fatto che non aveva trovato, dopo il lavoro, ciò che potesse ristorare la sua stanchezza». Non ti preoccupare, lo rimprovera Paterno, Cristo non dimentica i suoi, e infatti, «senza indugio», arriva un loro discepolo carico di cibarie. E poiché dopo mangiato bisogna anche bere, ecco che Paterno batte una roccia con un bastone e fa sgorgare una fonte.

Che fossero proprio scappati lo si evince anche dal fatto che il loro abate, Generoso, dopo tre anni si mette a cercarli. Quando li trova, a Scissy (l’attuale Saint-Pair-sur-Mer), si raccomanda a Paterno di non eccedere nelle durezze e nelle privazioni, ma gli concede di restare lì, mentre si porta via Scubilione. E qui è bello immaginare ciò che Venanzio ha deciso di non dirci, forse perché non lo sapeva, quando scrive di Generoso che permise a Scubilione «di ritornare dal fratello dopo un breve intervallo di tempo»: che cosa gli avrà fatto cambiare idea?

Il racconto di Venanzio si contrae. Molti anni passano in pochi capitoletti. Paterno diventa sacerdote, cresce in dignità ecclesiastica, altri miracoli, molti monasteri fondati, i due amici si devono separare. E qui Venanzio ci racconta l’unico episodio che può assomigliare a un litigio tra i due. Un giorno Paterno, che è ancora a Scissy, va da Scubilione, che si trova ad Avranches, e gli chiede se può portarsi via due colombe che lui stesso aveva allevato. Scubilione, già abbastanza triste per l’allontanamento dell’amico, gli risponde di no: «Possa io tenerle in cambio della tua presenza qui». Ah sì?, ribatte Paterno. «Rimangano presso colui che amano di più». Dopodiché se ne va e torna a Scissy, e il giorno seguente le due colombe si fanno quasi diciotto miglia (fere decem et octo milia3) per raggiungere Paterno…

Paterno è sempre più famoso, va persino a Parigi, chiamato dal re Childeberto. Infine, a settant’anni, intorno al 550, viene eletto per acclamazione vescovo di Avranches. Fa il suo dovere con grandezza e santità per tredici anni, fino a quando il lunedì di Pasqua, diciamo del 563, si ammala. Il primo pensiero è: Scubilione. L’amico si trova al momento al monastero del Mont-Saint-Michel e si è ammalato nel medesimo giorno. Paterno e Scubilione, allora, «si muovono l’uno alla volta dell’altro per vedersi prima di morire». Ma in quel periodo l’alta marea nella baia di Mont-Saint-Michel è eccezionale e i due cortei restano bloccati sulle rispettive rive. Così, «mentre i santi erano distanti tra loro circa tre miglia, nella medesima notte e con le stesse modalità [eadem nocte pariter], il beato Paterno e il suo santo fratello… lasciarono andare le pie anime dal mondo terreno verso Cristo in un felice viaggio».

I due cortei dirigono allora, l’uno all’insaputa dell’altro, a Scissy, dove arrivano nello stesso giorno e dove Paterno e Scubilione «insieme, nello stesso momento, furono sepolti l’uno con l’altro […] in modo tale che nemmeno l’evento della morte dividesse coloro che sempre una sola vita aveva unito»4.

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  1. Edoardo Ferrarini, «Gemelli cultores»: coppie agiografiche nella letteratura latina del VI secolo, in «Reti Medievali Rivista» XI (2010), 1 (gennaio-giugno).
  2. Venanzio Fortunato, Vite dei santi Paterno e Marcello, introduzione, traduzione e commento a cura di P. Santorelli, Paolo Loffredo i.e. 2015.
  3. In effetti, tra Saint-Pair-sur-Mer e Avranches ci sono circa 23 chilometri.
  4. I loro resti sono ancora lì, vicini.

 

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Lupicino, il massaggiatore

NelDesertoDelGiuraLupicino è il secondo abate del monastero di Condat, situato nei pressi dell’attuale Saint-Claude, nel Giura francese. È succeduto, intorno al 460, al fratello Romano, che il monastero l’ha fondato dopo un’esperienza eremitica proprio con Lupicino. Sono tempi duri, il luogo e il clima lo sono altrettanto, e lui è un asceta formidabile, tanto che il suo anonimo biografo si deve trattenere: «Racconterei imprese ancora più grandi, che egli compì nel campo dell’astinenza, se non sapessi che per i Galli ciò che si tramanda circa le sue azioni sarebbe inimitabile»1.

Tanto per cominciare, indossa una tunica formata da diversi pezzi di pelle cuciti insieme e che non ripara nulla, porta sempre e soltanto zoccoli; «si dice che non abbia mai avuto delle lenzuola né un letto», dorme qualche ora su una panca dell’oratorio e, in caso, assai frequente, di freddo, scalda un pezzo di corteccia che poi mette sotto la tunica; rigorosamente vegetariano, «non permise quasi mai che fosse aggiunta neppure una goccia d’olio o di latte alla sua polentina» (bello quel «quasi»), niente vino, pare nemmeno acqua, menu estivo: «pezzetti di pane macerati in acqua fredda», e così via.

Inflessibile verso se stesso, Lupicino è d’altra parte un campione ingegnoso di carità, come dimostra questo episodio così singolare da sfuggire agli stereotipi agiografici.

C’è, tra i suoi confratelli, un anziano monaco che si è spinto troppo in là nell’ascesi e «aveva reso il suo misero corpo tanto rattrappito per una qualche scabbia e semivivo per l’eccessiva magrezza». È tutto incurvato, bloccato sia nelle gambe sia nelle braccia, non può muoversi da solo, è capace soltanto di un «debole respiro affannoso»; unico cibo un po’ di briciole  di pane «raccolte con attenzione con una spazzolina dopo il pasto dei fratelli e bagnate con un pochino d’acqua»2. Cosa si può fare? si chiede il santo abate.

Un giorno, mentre tutti sono al lavoro nei campi, Lupicino si carica l’anziano monaco sulle spalle e lo porta nell’orto, dicendogli con dolcezza: «È molto tempo che tu, bloccato da una gravissima malattia, non vieni baciato dai raggi del sole e non vedi neanche un po’ di verde neppure con un rapido sguardo». All’aperto stende qualche pelle per terra, vi depone il monaco e si sdraia accanto a lui, imitandone la posizione. Dopodiché, comincia a distendere le membra, poco alla volta, lasciandosi sfuggire qualche espressione di sollievo. Poi, con estrema delicatezza, «come un massaggiatore», fa lo stesso con il fratello rattrappito, che a poco a poco si raddrizza. Non contento, Lupicino corre in cucina e ritorna con «alcuni piccoli pezzi di pane bagnati di vino» e induce il confratello, con l’esempio anziché col comando, a ristorarsi.

Il giorno successivo ripete tutto da capo, «con la sua abituale delicatezza», e il terzo giorno, quando ormai l’anziano monaco riesce quasi a stare in piedi da solo, Lupicino – che: va bene, l’orto è bello, ma ha bisogno di cure – «gli procura un bastone ricurvo alla maniera di una piccola zappa» e, sia che quello stia in piedi o si metta sdraiato, «gli insegna a sarchiare il terreno intorno alle piante col rastrello e con le dita».

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  1. Vita del santo abate Lupicino, in Nel deserto del Giura (La vita degli abati Romano, Lupicino, Eugendo), traduzione, introduzione e note di D. Marchini, Edizioni Scritti Monastici, Abbazia di Praglia, 2016, pp. 47-71.
  2. Il curatore fa notare un interessante parallelismo con la Regola del Maestro (23, 34-48), che impone di raccogliere tutte le briciole in un vaso in modo che, alla fine della settimana, con esse possa essere preparata una pietanza.

 

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