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Arrabbiato Satanasso (Voci, 25)

AnnoBenedettino3

Dalla Vita di S. Ludgarde [Lutgarda di Tongres (di Aywères)]

I Demonj fecero sovente tutti gli sforzi per travagliare la Santa. Le apparivano in figure orribili, e le annunziavano sempre alcun accidente funesto per metterla in terrore: ma ella mostrava loro di sprezzarli, sputando contro loro e non prendendosi pena di udirli. Pres’ella tal impero sopra questi superbi spiriti, che fuggivano da lei ed avevano in orrore il luogo dov’ella faceva orazione. Questo è l’effetto delle promesse del Salvadore, e della vittoria che riportano i Fedeli sopra i maligni spiriti: voi vi metterete sotto i piedi (dice la Scrittura) l’Aspide, e il Basilisco, e calpesterete il Lione, e il Dragone. Quantunque questa mirabile figliuola non intendesse i Salmi, de’ quali avea rinunziata la intelligenza con una modestia che a mio credere non ha esempio, ella ne cavava alcuni versetti per porre in fuga i Demonj: per l’ordinario servivasi di quello col quale noi cominciamo tutte le ore dell’Offizio Canonico «Deus in adjutorium meum intende», col quale si liberava anche da cattivi pensieri. […]

Un giorno, che cantava il Vespero con fervore impareggiabile, una monaca vide uscire una fiamma di fuoco dalla di lei bocca, che dinotava visibilmente il fuoco della di lei carica e divozione. Ma la cosa più mirabile in lei era la profonda umiltà che conservava in mezzo di queste cose rare e sublimi che Dio in lei operava, considerandosi sempre piccola innanzi a suoi occhi, quanto era grande agli occhi altrui. Questo è il carattere del Figliuolo di Dio: questo è il sigillo che imprime sopra le opere sue, e quando un’anima non porta questa marca, la di lei santità non è che una illusione ed un inganno. […]

Eccovi un nuovo favore del suo diletto, una grazia che non concedesi che a persone fedeli e che conoscono la virtù della Croce. Essendo una sera tutta rapita nella passione di Nostro Signore concepì una sete intollerabile di patire per lui, morendo di dolore per non essere stata in quel secolo nel quale i tiranni perseguitavano la Chiesa. Le venne allora in memoria S. Agnese, la di cui felicità accese in lei una sì santa invidia, che le si ruppe alla fine una vena dal cuore: martirizzata in questa maniera, per mano d’amore versò in tal copia il sangue, che ne restarono inzuppati i suoi abiti, e talmente diminuita la sua forza ch’era quasi in agonia. Apparvele in questo stato Nostro Signore, con viso assai lieto, e le promise che per l’ardentissimo desiderio che avea avuto del martirio otterrebbe in Cielo il medesimo premio di S. Agnese. Fu vedut’altre volte tutta di sangue coperta mentre meditava questo istesso mistero, ed avvenne che avendola un prete ritrovata nella violenza del suo dolore le tagliò secretamente parte de’ di lei capelli che distillavano sangue; ma si disseccarono nelle sue mani, quando cessò la effusione della Santa.

Le straordinarie sue grazie mossero una Religiosa di Euvière a indrizzarle suo padre nobil uomo di condizione, e ricchissimo, ma schiavo del Demonio. La Santa posesi di buona voglia ad affaticarsi per la di lui salute, cominciando dal fare per lui fervorose orazioni. Arrabiato Satanasso contro lei, apparve ad un’altra Monaca e dissele: Donna Ludgarde si sforza di rapirmi il Cavaliere Reniero, che mi serve da tanti anni: impieghi pur ella la sua autorità: l’affare anderà in lungo, e quando io non facessi altro che ridurre questo uomo alla ultima miseria, sono sicuro di riuscirvi. Infatti questo Cavaliere dopo la sua conversione non avea un pezzo di pane da mangiare, ma in ricompensa diventò ricco per il possesso di una eroica pazienza, e mori finalmente ottimo Religioso di San Benedetto, nel Monastero di Afflighen.

♦ Jacqueline Bouette de Blémur (Mère de Saint-Benoît), La vita di S. Ludgarde, in Anno benedettino, ovvero Vite de’ Santi dell’Ordine di S. Benedetto distribuite per ciaschedun giorno dell’anno, opera tradotta dal Franzese nello Idioma Italiano, tomo terzo, che contiene li Mesi di Maggio e di Giugno, Venezia 1727, presso Francesco Storti, pp. 380-81.

 

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Biagia e Giovanni (in margine ai Gesuati)

La piccola e innocua libertà di questa serie di appunti mi consente di recuperare su una bancarella («Tutto a 2 euro») la Vita del Beato Giovanni Colombini di Feo Belcari, in un’edizione a scopo edificante delle Paoline1, e di decidere di cominciare proprio da qui ad apprendere qualcosa dei Gesuati: compagnia, «brigata», congregazione fondata, per così dire, dal suddetto beato senese dopo la sua conversione avvenuta nel 1355 e talvolta presa per un refuso della ben più famosa Compagnia. Scritta all’incirca ottant’anni dopo la morte del Colombini, avvenuta nel 1367, l’opera del Belcari, noto per le sue sacre rappresentazioni, è stata spesso ristampata, ha il suo posto preciso nella storia della letteratura italiana: «Il [Pietro] Giordani, scrivendo al Cesari il 24 febbraio 1827, la paragonò ad “un arancio in gennaio, un frutto del Trecento nel Quattrocento”, e ne definì l’autore, scrivendo al Leopardi nel giorno dell’Ascensione del 1817, “scrittor purissimo e di utilissima semplicità”» (Mario Marti), e racconta con brio agiografico non privo di rispetto per le fonti i dodici anni cruciali dell’esperienza d’ispirazione francescana del Colombini.

Ma prima di procedere (ci sono da leggere soprattutto le lettere del beato), la mia attenzione si è fermata sulla figura della moglie di Giovanni, Biagia de’ Cerretani, «venerabile e onesta donna, e ben composta di tutti gli approvati costumi», poiché è a lei che in fondo si deve la memorabile conversione. Memorabile perché avviene in un uomo di 51 anni, uomo affermato nella sua attività di mercante di panni, chiamato più volte a ricoprire incarichi pubblici, «prudente e circonspetto in tutte le cose del secolo».

Ebbene, un giorno Giovanni torna a casa prima del solito dal negozio e si irrita perché non è pronto da mangiare e gli affari premono. Biagia non si scompone «e disse: “Intantoché io ordino le vivande, prendi questo libro e leggi un poco”, e posegli innanzi un volume che conteneva alquante vite di sante». Giovanni si irrita ancora di più – tu hai sempre in testa queste storie – e butta il libro in un angolo. Poi, però… lo raccoglie, comincia a leggere (la storia di Maria Egiziaca) e quando la moglie lo chiama a tavola, le risponde: «Aspetta tu ora un poco, per infino che questa leggenda io abbia letta».

Da lì, si direbbe un po’ prosaicamente, è tutta discesa: Giovanni continua a meditare quello che ha letto e, tanto per cominciare, dopo qualche giorno propone a Biagia il voto di castità, che la donna accetta. Qualche tempo dopo Giovanni si confida con un amico, Francesco de’ Vincenti (che resterà con lui fino alla fine), e la compagnia prende corpo. Poi si ammala e, invece di farsi curare in casa (ne avrebbe i mezzi), va «occultamente al più povero ospedale che in Siena fosse». Una volta guarito, comincia a donare i suoi averi ai poveri e mosso a compassione si porta a casa un lebbroso, lo cura e lo fa accomodare nel letto della moglie. Biagia non è contentissima, chiede un po’ di misura, e Giovanni si stupisce: prima volevi che diventasssi caritatevole e adesso mi ostacoli?

«La donna a questo rispondeva: “Io pregava che piovesse, ma non che venisse il diluvio”.»

E diluvio sarà, di santità, e Biagia sembra scomparire dalla storia del marito, delle sue peregrinazioni toscane, delle sue penitenze e disavventure, dell’ingrossamento dei seguaci e dei suoi miracoli. Ma quando infine il corpo senza vita del beato viene portato al monastero senese di Santa Bonda per esservi interrato, eccola ricomparire e gettarsi al volto del suo «dilettissimo Giovanni» e scoppiare in una dichiarazione d’amore non spento cui lascio ammirato la parola:

«O castisstima e santa faccia che per amore di Cristo è dodici anni che non ti toccai! O occhi santissimi, quante lagrime per Cristo Crocifisso avete sparse? O dolcissima bocca, che con tanto fervore l’onore di Dio e la salute dell’anime predicavi, e con tanta carità confortavi i tribolati, conforta me tribulata più che femmina Sanese. Io piango la morte mia, non la tua, che sono privata di te, mia vita.»

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  1. Feo Belcari, Vita del Beato Giovanni Colombini, introduzione e note di P. [Giuseppina] Romagnoli Robuschi, V edizione, Edizioni Paoline 1962.

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«C’era grande preoccupazione su come portarlo giù» (La «Vita di Daniele stilita», pt. 2/2)

(la prima parte è qui)

Il passaggio dalla seconda alla terza colonna è spettacolare, perché avviene senza che il santo tocchi terra: Daniele, infatti, «ordinò che fosse posta un’asse, da scala a scala, a guisa di ponte. Fatto ciò, il santo si trasferì sulla colonna doppia»; la cui costruzione peraltro era stata assai travagliata, tanto che l’imperatore, dopo un clamoroso episodio di tempesta notturna che mette a rischio la vita di Daniele1, condanna a morte l’architetto negligente, ma lo stilita intercede, e Leone, naturalmente, concede il perdono dopo aver ordinato – e qui non posso fare a meno di pensare che la curatrice si sia concessa una punta di ironia moderna – «che la colonna fosse messa in sicurezza».

Di scene spettacolari, va detto, la Vita di Daniele stilita è piena. Come quando un’ondata di gelo si abbatte sul Bosforo e Daniele finisce «per assomigliare a una statua di sale». Il passaggio della tempesta merita una citazione estesa: «Quando, per misericordia divina, tornò il sereno, portarono la scala, e videro che i capelli e i peli della barba2, diventati ghiaccioli, si erano incollati al corpo e il viso, coperto di ghiaccio a guisa di una lastra di vetro, non era più visibile, ed era assolutamente incapace di parlare e di muoversi. Allora portarono di corsa recipienti di acqua tiepida e grosse spugne, lo riscaldarono a pezzo a pezzo, e con fatica lo misero in condizione di parlare» (e Daniele rivelerà di essere entrato in una specie di trance a battito cardiaco ridotto e completa di visioni). O come quando l’imperatore Leone conduce alla colonna il re dei Lazi Gubazo, «e il santo si fece mediatore di accordi soddisfacenti per entrambi». O ancora come quando, durante la prima fase del regno di Zenone, in occasione della vicenda dell’usurpatore Basilisco (475), Daniele scende a terra per la prima e unica volta: lo spostamento del santo dalla colonna alla Grande Chiesa (di Santa Sofia) è una sequenza di scene di massa sempre più clamorose: codazzi di religiosi, acclamazioni di popolo, sollevazioni, interventi vescovili, richieste pressanti di reliquie (le garze che avvolgono i piedi martoriati del santo), miracoli, altre guarigioni, proclami, fino alla gloriosa conclusione che vede l’usurpatore pentirsi, perlomeno pubblicamente: «E mentre il popolo continuava a gridare con tali esclamazioni e innumeri altre simili, essi giacevano ai piedi del santo, l’imperatore e l’arcivescovo»…

Ma l’evento più eclatante di tutti, quasi da far sospettare la presenza di un’attenta regia, non poteva essere che la morte del santo, «una delle più spettacolari dell’antichità dai tempi di Antonio e Cleopatra», dice la curatrice citando lo storico inglese Robert Lane Fox. Le cose cominciano non meno di tre mesi prima, per poter stabilire con agio i modi della sepoltura, compresa la costruzione di «un’impalcatura a forma di spirale» lungo la quale sarebbe stato calato il cadavere disteso su una tavola, e la verifica del luogo dove fare la veglia in modo che il corpo non fosse smembrato dalla folla a caccia di reliquie. Sette giorni prima Daniele si congeda dai suoi discepoli, benedicendoli e invitandoli all’amore fraterno. Da quel momento la folla non fa che aumentare. Ogni tanto l’arcivescovo Eufemio, che presiede alle operazioni, sale sulla scala, dà un’occhiata e si rivolge ai presenti: «Il santo è ancora vivo ed è con noi, non perdetevi d’animo». Prima che Daniele completi la sua ascesa al cielo, infatti devono arrivare tutti, ma proprio tutti.

Dopo il trapasso, l’ispezione del corpo, che si presenta rattrappito, con le ginocchia piegate al petto, le cosce unite ai talloni e i piedi in uno stato inimmaginabile… «e dopo che il suo corpo venne disteso a forza, ci fu uno scricchiolio d’ossa sì da pensare che fosse andato in pezzi; ma una volta disteso, non mancava assolutamente nulla». Una volta fissato alla tavola, il corpo viene mostrato alla folla, in verticale. La tensione sale, c’è «grande preoccupazione su come portarlo giù», l’arcivescovo chiede una teca di piombo e, insieme ad altri, scende lungo «la scala a chiocciola»; la folla preme; i portatori si dirigono all’oratorio, ma le assi dell’ingresso, «non reggendo la spinta, si separarono l’una dall’altra, e tutti quelli che portavano in spalla la bara furono buttati a terra insieme alle sante spoglie…» Solo la grazia del Signore evita la tragedia, e il corpo di Daniele viene deposto nella terra.

«Lo spettacolo era infatti ben strano», dice l’anonimo autore, commentando lo sbalordimento di coloro che per primi videro Daniele sulla colonna, all’inizio della sua avventura, e al di là delle ironie moderne, dell’eccesso, delle risonanze storiche di una pratica non del tutto esclusiva del monachesimo cristiano delle origini (puntualmente passate in rassegna nell’Introduzione), è in effetti difficile pensare a un’immagine di collegamento, di raccordo, di «cerniera», fra terra e cielo di maggiore potenza ed efficacia visiva: un simbolo vivente, un’aspirazione incarnata, una sospensione incredibile, la contraddizione in cui molti sentono di vivere cristallizzata in un gesto unico e ininterrotto, di eterno presente – eterno quanto può esserlo una «impresa umana».

(2-fine)

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  1. «E poiché tutti avevano davvero perso ogni speranza, stavano lì attoniti e pieni di paura, volgendo il capo da un lato all’altro insieme all’oscillazione della colonna, per osservare in quale direzione il cadavere del giusto sarebbe stato scagliato insieme alla colonna» (§ 47).
  2. Che alla morte misureranno, rispettivamente, circa 1 metro e 80 (divisi in dodici trecce) e circa 1 metro e 40 (divisa in due trecce).

 

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Come le pecore (La «Vita di Daniele stilita», pt. 1/2)

Campione ante litteram di distanziamento sociale, primatista assoluto di perseveranza, esorcista e guaritore di prima categoria, Daniele è forse meno noto di san Simeone, del quale condivide l’origine siriana, ma come lui siede a pieno diritto nel pantheon degli stiliti. E lo fa grazie a un’agiografia di autore anonimo, di poco successiva alla morte avvenuta nel 493, che senza uscire dai canoni del genere ce ne tramanda le imprese e che possiamo leggere in traduzione italiana nella pregevole edizione curata da Laura Franco1. In verità si potrebbe dire l’impresa, al singolare, con riferimento ai trentatré anni che Daniele ha vissuto issato su una colonna in località Sostenio, l’attuale Istynie, distretto di Istanbul sulle rive del Bosforo.

Trentatré anni, dal 460 (all’età di 51anni) al 493, di «distacco» fisico dal mondo, peraltro preceduti da una non tanto differente preparazione, ma non di isolamento dal consesso umano, anzi. Intorno alla colonna del sant’uomo si raccoglie rapidamente una comunità (mandra, nel senso fisico di «recinto») di discepoli, che provvede ai suoi limitatissimi bisogni alimentari e che funge anche da filtro di accesso per la massa crescente di individui che preme, letteralemente, ai piedi di Daniele per ottenerne una benedizione, un consiglio, una guarigione. Quanto ai primi, i bisogni alimentari, è lo stesso Daniele a rispondere nel dettaglio a un uomo che lo aveva interrogato a riguardo. È una risposta notevole, che ci ricorda il senso pratico di questi individui apparentemente così privi del medesimo. Non facendo moto che possa «aiutare la mia digestione» – dice Daniele –, è meglio che mangi il meno possibile, e comunque «credimi, fratello, io mangio e bevo in misura sufficiente alle mie necessità. Non sono infatti uno spirito, né un essere incorporeo, ma un uomo, rivestito di carne. E quanto all’altra necessità, quella di evacuare, la faccio come le pecore, per via dell’estrema secchezza».

Quanto alla seconda, la folla che si recava dal santo, va ricordato che ai piedi della colonna nel corso degli anni si presenta tutta la società del tempo, dall’ultimo dei lebbrosi al vescovo, dal truffatore, all’ex soldato, all’imperatore Leone I il Grande (457-474). Quest’ultimo, anzi, stabilisce un rapporto privilegiato con lo stilita, che diventerà a tutti gli effetti un specie di consigliere, non soltanto in materie religiose, ma anche e soprattutto politiche. Ed è curioso notare la trasformazione dell’atteggiamento dell’uomo politico: quando Daniele sale sulla colonna, il proprietario del terreno va subito a lamentarsi dall’arcivescovo Gennadio e da Leone, ma «l’imperatore non gli rispose nulla»; passano gli anni e Leone continua a sentire racconti su Daniele, tanto che a un certo punto gli fa chiedere un’intercessione: prontamente esaudita; poi è la volta della dignità sacerdotale, che l’imperatore concede a Daniele, forzando la mano allo stesso arcivescovo, e in fondo allo stesso monaco; infine giunge il momento dell’incontro: Leone «si recò nel luogo… dove si trovava il santo, e chiese si appoggiasse la scala per salire e ricevere la benedizione. Accostata la scala, l’imperatore salì dal servo di Dio e gli chiese il permesso di toccare i suoi piedi. Avvicinatosi e vedendo come erano ulcerati e gonfi, fu preso da stupore e, ammirando la capacità di sopportazione del giusto, e glorificando Dio, pregò il santo di potergli erigere una colonna doppia».

Già, perché tre sono le colonne nel corso della carriera da stilita di Daniele, via via una più alta della precedente, la prima essendo pari «all’altezza di due uomini» dotata di un semplice parapetto di legno, ricavato probabilmente da una botte, l’ultima essendo appunto «doppia» e completa di una vera balaustra e successivamente di un riparo.

(1-segue)

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  1.  Fra terra e cielo. Vita di Daniele stilita, a cura di L. Franco, SE 2020.

 

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Cristina l’Ammirabile

A Tommaso da Cantimpré, canonico regolare a Cantimpré, per l’appunto, e poi domenicano a Lovanio, si devono alcune delle agiografie più interessanti dedicate alle mulieres religiosae di «quell’eccezionale cronotopo di santità che era allora [agli inizi del XIII secolo] la diocesi di Liegi»1. Una spinta spirituale, mistica, penitenziale che cerca nuove forme e nuove soluzioni per esprimersi e che vede soprattutto le donne protagoniste di una sperimentazione non sempre gradita, per usare un eufemismo, alle istituzioni e alle gerarchie ecclesiastiche. Una «fioritura eccezionale» che i contemporanei descrivono talvolta con toni epici: «Si fondavano cenobi, si erigevano monasteri, si riempivano i chiostri, vi affluivano le vergini, vi accorrevano le vedove e le donne sposate convertivano, col consenso dei mariti [per carità], il matrimonio carnale in unione spirituale» (Giacomo da Vitry).

Sono gli uomini che scrivono le storie delle donne, per forza e ancora per un bel po’, nondimeno sotto le forme ordinate o in via di definzione dell’agiografia spirituale si intravedono percorsi diversi, confusi, disordinati, che a orecchie moderne raccontano anche di tentativi di sottrarsi a destini prefissati, o di tratti caratteriali incoercibili che cercano una via di sfogo. Se da un lato il rischio è quello di travisare, di distorcere, di incorrere in palesi anacronismi; dall’altro dai testi – da parole, gesti e situazioni – emerge qualcosa che trascende il contesto storico e illumina l’individualità che si ripresenta.

Prima di scrivere il suo «capolavoro», la Vita di Lutgarda di Aywières, badessa cisterciense da lui conosciuta personalmente, Tommaso si concentra su tre «casi», tre donne molto diverse, cercando di ricavarne dei modelli, se non da imitare in toto, anche per via dei loro eccessi, senza dubbio accettabili e degni di cristiana ammirazione. I nomi di queste donne sono Maria di Oignies (1177-1215), Cristina l’Ammirabile (1182-1224) e Margherita d’Ypres (1216-1237), tutt’e tre formidabili, se provo a immaginarle ascoltando quello che dice il loro biografo, ma è la seconda ad avermi, per così dire, conquistato.

A Saint-Trond (Sint-Truiden), nella valle della Mosa, Cristina e le due sorelle maggiori restano presto orfane e decidono di continuare a vivere insieme in ispirito di penitenza, dividendosi i compiti: sorella A si dedicherà alla preghiera, sorella B si occuperà delle faccende domestiche e Cristina baderà al loro piccolo gregge di pecore. Ma è proprio alla pecoraia che Dio parla, e costei, travolta forse dall’enormità della cosa, muore senza che nessuno sappia alcunché di quei mistici colloqui. Durante il rito funebre, il prodigio: «Al momento dell’offerta, la morta si sollevò all’improvviso dal feretro e con un gran balzo raggiunse il soffitto della chiesa. Rimase lassù, per tutto il tempo della messa, appollaiata sulle travi come un uccello spaventato». Panico generale, cui segue la curiosità, e Cristina racconta che ha visto l’aldilà, purgatorio e inferno, e che Dio le ha offerto l’alternativa tra restare nella di Lui gloria e tornare sulla terra e pregare per le anime del purgatorio. Cristina non ha esitato, ed eccola lì.

Per adempiere al compito che si è assunta, tuttavia, non ritorna a casa, ma se ne va, lascia la città e comincia a errare, nelle desolazioni, nelle foreste, sulle sommità delle torri, delle chiese o di qualsiasi altura: «L’eremita dei boschi vive la vita degli uccelli, soffre la fame e la penuria, e per nove settimane Dio la nutre con il latte che fluisce dai suoi seni verginali». Non si ferma davanti ad alcuna situazione, estrema, pericolosa, riprovevole, i suoi comportamenti destano meraviglia2 tanto che, guarda un po’, si comincia a sospettare che sia posseduta («putantes eam plenam daemonibus») e infine l’autorità la prende di mira: «La bloccano con catene di ferro, ma lei le spezza, la rinchiudono dentro una stanza con le porte e le finestre murate, legata a una colonna, ma abbatte il muro e, durante la notte, libera e inafferrabile come un uccello, esce dalla cella». Praticamente indistruttibile, e incoercibile.

Quando infine inziano ad accettarla, e ad ascoltarne gli oracoli, Cristina rientra in città e continua a dare scandalo, avvicinando i ladri, i criminali, le prostitute, i malati, gli avanzi della società, «lei stesso soltanto un “resto”, come l’abito che la ricopre, cucito con pezzi di stoffa ricevuti per caso».

La sua fuga inesausta si conclude nel monastero di Santa Caterina, nella sua città natale, dove passa gli ultimi nove anni di vita da reclusa, scansando disperatamente la fama di santa e profetessa che ormai l’avvolge. Vuole il buio, la solitudine, l’oblio, chiede alle consorelle di abbandonarla nella cella e lasciarla morire da sola. Così, «un giorno, prima che la sua consorella Beatrice rientrasse nella cella, esalò l’anima, invocando Cristo. Tornata con un’altra sorella, Beatrice la trovò esanime sul pavimento, riversa al modo dei morti, ma davvero credo vegliata dagli angeli».

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  1. Devo le informazioni contenute in questi appunti a Alessandra Bartolomei Romagnoli, Agiografia e mistica del Duecento. Le Vitae Matrum di Tommaso da Cantimpré, in «Hagiographica» XVII (2010), pp. 207-52.
  2. «Quando pregava, e la grazia divina della contemplazione scendeva in lei, le sue membra, come cera riscaldata, si raggomitolavano in una specie di palla, e nulla poteva penetrare in quel corpo sferico. Quando poi l’ebbrezza spirituale era passata, i sensi recuperavano le sedi loro proprie e il corpo, racchiuso come una pianta, tornava alla sua forma, mentre gli arti, prima rinchiusi in quella forma informe, si estendevano.»

 

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Occhio alle lattughe

Leggendo il terzo frammento superstite, mutilissimo, del De Cruce di Bonvesin de la Riva1 ci si imbatte in una storiella semplice e nondimeno curiosa, che assegna a un alimento in genere non temuto un insospettabile potere di tentazione.

La storia, come informa la curatrice del testo, Silvia Isella, è tratta di peso dai Dialoghi di Gregorio Magno2 e narra di un provvidenziale esorcismo compiuto da Equizio, fondatore e abate di monasteri nell’Italia centrale del VI secolo. L’episodio, e il suo protagonista, ho appreso, è sempre stato oggetto dell’interesse degli studiosi e ha attirato anche l’attenzione di Erich Auerbach, «come esempio di “realismo” medievale e di stile popolare».

Stile popolare che si direbbe esaltato dal volgare di Bonvesin. Un certo giorno, infatti, in uno dei monasteri che Equizio «havea in soa cura», «andando una dre moneghe | per l’orto a la verdura, / Et eco ella have vezudho | entr’orto una lagiuva». Il desiderio di addentare la lattuga è forte, e non sarebbe così grave, se la monaca non dimenticasse di benedirla adeguatamente con il segno della croce («no fé lo segno dra crox»).

Al primo morso scatta il dramma: il diavolo se la prende all’istante, e la povera serva di Dio «se buta in terra | com femena inganadha, / E dal malegno spirito | crudelmente fi turbadha». Si manda a chiamare Equizio, che accorre e si mette subito a pregare per la sventurata. Al che il diavolo, subdolo, parlando con la voce della sua vittima, fa come per discolparsi…

La conclusione della storia la leggiamo solo in Gregorio Magno, poiché il testo di Bonvesin qui si ferma, e ne ricaviamo un avvertimento: attenzione anche ai più innocui cespi d’insalata, non si sa mai chi vi possa essere appostato. Sbraita infatti il diavolo a Equizio che lo scaccia: «Che cosa ho fatto? Che cosa ho fatto? Me ne stavo seduto sopra la lattuga, costei è venuta e mi ha morso»3.

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  1. Bonvesin de la Riva, De Cruce, testo frammentario inedito a cura di S. Isella Brusamolino, All’Insegna del Pesce d’Oro 1979.
  2. Gregorio Magno, Dialoghi I, 4, 7, in Storie di santi e di diavoli, introduzione e commento di S. Pricoco, testo critico e traduzione a cura di M. Simonetti, vol. I, Fondazione Lorenzo Valla, Mondadori, 2005, p. 34-37.
  3. «Ego quid feci? Ego quid feci? Sedebam mihi super lactucam. Venit illa et momordit me.»

 

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Colombano bastian contrario

«Pochi scritti sono tanto preziosi per la storia monastica quanto la Vita Columbani di Giona di Bobbio. La grandezza dei fatti, la qualità delle testimonianze, raccolte sui luoghi in cui visse il santo e dalla bocca dei suoi discepoli, l’intelligenza e il talento dello scrittore, tutto ne fa un documento di cui non si potrebbe esagerare l’importanza», così il grande studioso Adalbert de Vogüe sintetizza il giudizio sulla Vita di san Colombano (e dei suoi discepoli), che il suo autore redasse intorno al 640 mentre era al servizio del «vescovo itinerante» Amando1.

È, ovviamente, un testo molto studiato, e a me, prudentemente, non rimane che dire che si tratta di un’agiografia molto bella e istruttiva, ricca di quei piccoli particolari che, sfuggendo ai binari del canone, la rendono più interessante, e dotata inoltre di un curioso «schema di movimento» legato alle vicende del santo.

Per quanto riguarda i primi, si va dalla descrizione della patria di Colombano, l’Irlanda («isola situata all’estremità dell’Oceano», dove «gigantesche ondate aprono spaventosi abissi dal terrificante colore, mentre si increspano in modo impressionante sulle alte creste con il manto per un istante biancheggiante sul ceruleo dorso e sferzano gli schiumosi lidi», I, 2), alla composizione della sua dieta al tempo del romitaggio: «Nient’altro che una piccola quantità di erbe selvatiche e di piccoli frutti volgarmente chiamati “bollicine”» – cioè i mirtilli (I, 10); dal fatto che quando serve nella cucina del monastero di Luxeuil «utilizza quegli involucri in uso per proteggere le mani, che i Galli chiamano “wanti”» (I, 16), alla sua dimestichezza con gli animali di qualsiasi tipo e taglia: orsi, corvi, lupi, pesci e «quella bestiola chiamata comunemente scoiattolo», che un testimone assicura di aver visto «lanciarsi giù, al suo richiamo, dalle cime più alte degli alberi, accovacciarglisi nella mano, saltargli al collo, entrargli in seno e sgusciargli fuori» (I, 16).

Per quanto riguarda invece lo «schema di movimento», si nota come all’inizio della sua santa vicenda Colombano venga ostacolato nel suo desiderio di andare sulla strada che Dio gli ha indicato. Per tre volte. La prima persona a opporsi è sua madre, in una scena abbastanza straziante e redenta dalla solita citazione di Matteo 10, 37. Quando Colombano manifesta la sua decisione di partire in cerca di qualcuno che lo possa istruire nelle Sacre Scritture, la madre si sdraia sulla soglia di casa, implorandolo di non andare, al che «egli, scavalcandola, oltrepassa la soglia e le dice di mettersi l’animo in pace» (il corsivo, mio, dovrebbe restituire la dimensione del gesto). Poi tocca a Comgall, abate del monastero di Bangor, dove Colombano risiede per alcuni anni, obbediente, ma sempre più inquieto, fino a quando dice: padre, io voglio andare. Comgall tentenna, poiché gli dispiace «perdere un aiuto così prezioso», ma alla fine cede, per ispirazione divina. Arrivato infine nelle Gallie, Colombano si presenta alla corte del re franco Childeberto, che lo apprezza subito e grandemente, tanto che quando il monaco lo informa di voler proseguire il suo percorso di evangelizzazzione dei popoli, il re gli risponde così: «Scegli il luogo deserto che preferisci e vivi là tranquillamente. Ti chiedo soltanto di non abbandonare il territorio del nostro regno per passare ai popoli vicini». E tre.

Toccherà a Teodorico, aizzato dalla madre Brunilde, inviperita perché Colombano non riconosce la regalità del figlio (illegittimo), a invertire la tendenza. Questo sedicente uomo di Dio dà scandalo, non rispetta la tradizione, ha scritto una Regola inaccettabile, bisogna intervenire: Teodorico decide di andare personalmente al monastero di Luxeuil a parlare con Colombano. Il dialogo è molto teso e si conclude con il monaco che profetizza la rovina del regno di Teodorico che, prima di lasciarlo, ribatte: «Tu speri che io ti procuri la corona del martirio, ma io non sono tanto pazzo da commettere una simile scelleratezza». Nondimeno gli chiede esplicitamente di andarsene «per la medesima via per la quale è venuto». E Colombano si rifiuta, rispondendo «allora che non sarebbe uscito dalla clausura del cenobio».

Colombano comincerà allora quel «tribolato percorso verso l’Italia del Nord» che lo porterà a Bobbio, sua celeberrima fondazione, nel 614, solo un anno prima della morte. E quando il re Lotario manderà a Bobbio un emissario affinché, ora che Brunilde e i suoi figli e nipoti sono fuori gioco, «con la più raffinata diplomazia lo persuada a venire a corte», Colombano rimanderà l’ambasciatore «con l’ordine di rendere, nel limite del possibile, gradevole alle orecchie del re questa sua risposta: tornare indietro  non gli sembra assolutamente opportuno».

E forse in quell’«assolutamente» c’è l’essenza di un vero, ammirevole bastian contrario.

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  1. Giona, Vita di san Colombano, con introduzione di I. Biffi, traduzione delle monache benedettine dell’Abbazia «Mater Ecclesia» dell’Isola San Giulio, Abbazia San Benedetto Seregno 1999.

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Germano manicurista

vitadigermanoIl momento che preferisco, durante la lettura delle agiografie, è quando mi pare di notare una deviazione, anche minima, dalle forme prevalenti del genere, una piccola aggiunta, magari personale dell’autore, ai moduli canonici. È probabile che la mia impressione sia il semplice prodotto di conoscenza limitata della materia, ma devo dire che ciò non toglie l’interesse per quei momenti in cui sembra appunto che l’autore, più o meno noto, si materializzi all’improvviso e mi faccia notare un particolare o condivida una sua impressione.

Mi è accaduto, ancora, di recente con la Vita di Germano di Auxerre di Costanzo di Lione1, una breve2 agiografia databile intorno al 470-75. Biografia episcopale3 che possiamo definire già tipica, l’opera di Costanzo «intende far emergere», ricorda il bravo e compianto curatore, «la vita di un alter Christus: le guarigioni, gli esorcismi, il dominio sugli elementi naturali richiamano alla mente eventi biblici soprattutto neotestamentari che fanno di Germano un riflesso e un’imitazione di Cristo». All’interno di questa griglia non mancano di certo le informazioni e i racconti interessanti, prima tra tutti la notizia circa l’elezione di Germano alla dignità vescovile, che avviene per acclamazione («I chierici tutti, l’intera nobiltà, la plebe delle città e delle campagne convennero in una decisione unitaria») e che comporta in rapida successione l’ordinazione sacerdotale, la rinuncia ai beni e la separazione dalla moglie («la sposa è mutata da coniuge in sorella»). E andrebbero ricordati anche il bellissimo paragrafo 13, dedicato a una tempestosa navigazione notturna, e il 20 sul furto di un cavallo… Ma veniamo alle «deviazioni».

La prima riguarda un miracolo quantomeno singolare4. Durante un viaggio Germano è costretto a pernottare in campagna, presso la casa di una famiglia di contadini. Ciò nonostante non tralascia di recitare l’ufficio notturno, e proprio mentre vi è intento, all’alba, si accorge che inaspettatamente non si sente il canto di alcun gallo. Il vescovo indaga e «venne a sapere che già da molto tempo un triste silenzio rifiutava di accogliere il normale sorgere del sole» (è bella quella nota sul «triste silenzio», «tristis taciturnitas»). Supplicato da tutti di porvi rimedio, Germano benedice un po’ di frumento e lo dispose nel pollaio. Il risultato è garantito, sin troppo forse, poiché «gli uccelli che ne mangiarono assillarono fino alla noia [usque ad molestiam] le orecchie degli abitanti con la frequenza dei loro canti»: da quando è passata sua eminenza, quei benedetti galli non la smettono più…!

Nel secondo caso il miracolo è una classica guarigione, e la deviazione è alla fine. Durante un altro viaggio, mentre Germano, ormai noto a tutti per la sua fama di taumaturgo, fa tappa ad Autun, due genitori disperati portano al suo cospetto la figlia, che ha le dita della mano destra contratte e rivolte verso il palmo, al punto che le unghie hanno cominciato a penetrare nella carne, provocando piaghe dolorosissime. Germano, con santa delicatezza, benedice a una a una le dita e piano le distende, restituendo poi alla ragazza la mano sanata. È un gesto di grande dolcezza, se lo immaginiamo, e comunque lo vogliamo interpretare. Il racconto sarebbe potuto terminare qui, e invece no, poiché Germano aggiunge un altro «gesto di bontà: una volta rese diritte le dita, tagliò con le sue sante mani l’eccessiva lunghezza delle unghie secondo la forma usuale»5.

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  1. Costanzo di Lione, Vita di Germano di Auxerre, traduzione e note di E. Arborio Mella, Città Nuova 2015 (l’originale si può consultare qui).
  2. Non secondo il suo autore, che se ne scusa così: «A te, lettore, chiedo un duplice perdono: anzitutto perché ferisco le tue orecchie con solecismi e con la povertà dei termini; in secondo luogo perché uno scritto molto lungo ingenera normalmente fastidio» (§ 46).
  3. Biografia episcopale dedicata a due vescovi, che non posso non citare: Paziente di Lione e Censurio di Auxerre.
  4. L’episodio è raccontato al § 11.
  5. Il latino è molto bello, ed è anche molto interessante quel riferimento a una «forma usuale» in cui si tenevano le unghie: «Id insuper pietatis adiungit, ut sanctis manibus, directis iam digitis, excessum unguium ad formam communis consuetudinis resecaret» (§ 30).

 

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«Però farò come mia alma brama» (Voci, 6)

santaeufrosinaIl tema della donna che si traveste da uomo per entrare nel monastero che altrimenti le sarebbe precluso ha avuto una larga diffusione, sin dai tempi del monachesimo delle origini, e frequentando la letteratura monastica vi ci s’imbatte facilmente. Mi è capitato di recente con la storia di santa Eufrosina: partendo dalle Vite dei Padri, e transitando dai relativi volgarizzamenti di Domenico Cavalca, sono approdato all’interessante Rappresentazione di santa Eufrosina vergine. La quale essendo maritata si fuggì tra monaci come maschio, & ivi stette trent’otto anni, & alla sua morte fu conosciuta dal padre, si come ella volse, di autore ignoto e stampata a Firenze nel 1585 da Giovanni Baleni1.

La giovane Eufrosina è stata promessa dal padre Panuzio a un «degno sposo», e in vista delle nozze, ormai imminenti, proprio il padre la conduce presso un monastero in modo che l’abate possa istruirla sulle virtù cristiane. Oltre che dalle parole dell’abate, tuttavia, Eufrosina è molto colpita anche da quello che vede, tanto che comincia a meditare di abbracciare la vita religiosa, ma al tempo stesso non vuole disubbidire al padre. In preda ai dubbi, un giorno, di nascosto al padre, fa venire a casa un monaco di quelli che aveva visti e…

Giugne il frate in camera, e la serva è per casa a far le faccende e ‘l frate & Eufrosina si pongon ginocchione, e di poi il frate la benedice, & pongonsi a sedere, & Eufrosina dice.

 

O padre mio questa pompa fallace

del mondo cieco indotto ha il padre mio

a maritarmi benché sia capace

della fede christiana, & tema Dio,

hor di mandarmi a marito gli piace

ch’altra herede non ha che me ma io

non mi vorrei col mondo avviluppare

anzi alla religion volevo entrare.

 

Ma temo allui esser disubidiente

hora i non so che partito mi prenda

mai non dormi la notte precedente

orando a Dio chel cor del ver m’accenda,

& come mi spirò in lui confidente

mandai pel primo, hor prego condiscenda

dapoi che mandò te al mio consiglio

a darmi o padre il tuo fedel consiglio.

 

Risponde il monaco.

 

Figliuola quel consiglio che chiesto hai

primi chel dia, Christo nel suo parlare

ha detto nel vangel come tu sai,

chi el padre suo non vuol rinunciare

& la madre, & sé proprio, che giamai

non si potrà mio discepol chiamare,

dunque non so che altro debba dire

se non chel buon pensier si vuol seguire.

 

Non lasciar perder questa ispirazione

non ricever in van la grazia data,

se vincer credi la gran tentazione

che dalla carne vien quando è impugnata

fuggiti, & entra nella religione

lascia il padre, la roba, & la brigata,

non ti curar di questa gran ricchezza

ma come cosa vil quella disprezza.

 

Lasciala al padre tuo che se vorrae

di sue sustanze heredi, & successori,

credimi certo assai ne troverrae

di quei c’ha Dio sien per lui intercessori

spedali, e chiese, & vedove assai ci hae

pupilli, & pellegrini, & chieditori,

lascia la roba, & fa ch’a ciò non pensi

lasciala a lui ti dico, ei la dispensi.

 

Non perder tu per questo l’eccellente

anima tua, segui Dio, che ti chiama.

 

Risponde Eufrosina, & dice.

 

Io spero in Dio, e nel tuo orar fervente

però farò come mia alma brama.

 

Risponde il Monaco.

 

Fa dunque presto, e non sia negligente

che così debbe far chi Dio brama.

 

Risponde Eufrosina

 

Così vo fare, hor ti priego per Dio

che mi tondi le treccie o padre mio.

 

Il monaco s’inginocchia, & fa orazione a Dio con le man giunte, & poi si rizza, & piglia le forbice, & sedendo Eufrosina, & porgendoli e capelli, lui gli taglia, & gettagli in terra, & nel tagliargli dice.

 

Figliuola hor è tagliata la radice

si che dal mondo debbe esser partita

seguita Christo, & faratti felice

il quale è via, verità, & vita.

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  1. La rappresentazione, il cui titolo rivela già il succo della storia, si può leggere qui.

 

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Dell’acqua, un prato, un bel posto

Tra le varie qualità soprannaturali che Gregorio Magno attribuisce a Benedetto da Norcia nella sua Vita e miracoli del venerabile abate Benedetto, contenuta nel secondo libro dei Dialoghi, c’è quella di capire al volo se una persona tenuta al digiuno lo abbia invece rotto; qualità che, volendo, si potrebbe anche attribuire a quella spiccata capacità di osservazione che il padre del monachesimo dimostra ampiamente nella sua Regola.

Gregorio la esemplifica raccontando due episodi molto spiritosi1. Nel primo un gruppetto di confratelli si trova fuori del monastero «per una commissione» (ad responsum) e, avendo fatto tardi, nonostante il divieto della Regola2 «andarono da una pia donna che essi sapevano abitare là vicino, ed entrati da lei cenarono». E che sarà mai, no? Il guaio, però, è che, rientrati piuttosto tardi al monastero, a Benedetto che chiede loro dove abbiano mangiato, decidono di mentire: noi? da nessuna parte! L’abate li sbugiarda all’istante e scende persino nei dettagli: «Non siete stati in casa di quella tale donna? Non avete preso cibo da lei? Non avete bevuto tanti bicchieri?» Mortificati e anche spaventati, i monaci si gettano ai piedi di Benedetto e confessano tutto. E vengono perdonati.

Il secondo episodio vede protagonista il fratello, «laico, ma di sentimenti religiosi», di Valentiniano, uno dei discepoli più vicini all’abate. Costui ogni anno va a trovare il fratello al monastero, digiunando durante il viaggio in segno di penitenza per i suoi peccati. In uno di questi brevi ma sentiti pellegrinaggi viene avvicinato da «un altro viandante» (alter viator) che gli dice: «Vieni, fratello, mangiamo: se no, veniamo meno per la stanchezza». Il fratello di Valentiniano rifiuta, ricordando all’occasionale compagno di viaggio il suo voto. Dopo un po’ quello ci riprova, e ancora il buon uomo rifiuta. Infine, «dopo che ebbero percorso molto altro cammino», si trovano in un bel prato, con tanto di sorgente, e il tentatore torna all’attacco. Questa volta il fratello di Valentiniano cede e «acconsentì a mangiare».

Alla sera ha appena messo piede nel monastero e subito Benedetto lo apostrofa: «Che hai fatto, fratello? Il malvagio nemico, che ti ha parlato per tramite del tuo compagno di viaggio [conviator], non è riuscito a persuaderti né la prima né la seconda volta, ma c’è riuscito alla terza e ti ha imposto la sua volontà?» Finale obbligato: gettarsi ai piedi, vergognarsi, pentirsi – perdono.

Dunque era stato il demonio che, infilatosi nei panni di un passante qualsiasi, aveva indotto al peccato il fratello di Valentiniano, ma va detto che il modo in cui l’ha fatto, le parole che ha usato sono quanto di più umano si possa immaginare. Quando infatti erano arrivati nel luogo della tentazione il viandate aveva detto: «Ecco dell’accqua, ecco un prato, ecco un bel posto. Qui ci possiamo ristorare e riposare un po’, per avere la forza di terminare il viaggio in buone condizioni». Del tutto ragionevole.

E soprattutto: «Ecce aqua, ecce pratum, ecce amoenus locus», dell’acqua, un prato, un bel posto.

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  1. Gregorio Magno, Storie di santi e di diavoli (Dialoghi), introduzione e commento di S. Pricoco, testo critico e traduzione di M. Simonetti, Fondazione Lorenzo Valla, Mondadori, 2005; vol. I, pp. 147-51.
  2. «Il monaco, che viene mandato fuori per qualche commissione [pro quovis responso] e conta di tornare in monastero nella stessa giornata, non si permetta di mangiare fuori, anche se viene pregato con insistenza da qualsiasi persona, a meno che l’abate non gliene abbia dato il permesso», Regola, LI.

 

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