Archivi categoria: Spigolature

È già successo, o: Del rilavare l’uvetta

Nel 1974 Henri Nouwen, sacerdote e teologo di origine olandese, attivo ormai da un decennio negli Stati Uniti, decide di trascorrere un ritiro di alcuni mesi presso l’abbazia trappista di Genesee, nel nord dello Stato di New York. Sente di aver bisogno di una pausa per riflettere sulla propria attività di insegnante, di conferenziere, di scrittore (ha già pubblicato una delle sue opere che diventeranno più famose), ed è attratto da Genesee, filiazione dell’abbazia di Gethsemani, nel Kentucky, in particolare dalla presenza dell’abate John Eudes Bamberger, che era a sua volta entrato proprio a Gethsemani nel 1951, attratto dagli scritti di Thomas Merton. Durante i sette mesi di ritiro Nouwen tiene un diario, che due anni dopo diventerà il famoso «Rapporto da un monastero trappista», un testo che da allora non ha smesso di essere letto (e che io ho scoperto soltanto adesso)1.

All’inizio Nouwen ha molte difficoltà ad adattarsi ai ritmi della vita trappista: a Genesee, tra l’altro, si lavora duro per completare gli edifici monastici, la chiesa prima di tutti, e al forno, dove si produce un «Pane dei monaci» in diverse varianti, tra le quali la più famosa è quella con l’uvetta, la cui vendita nei dintorni assicura il sostentamento della comunità2. Intellettuale e, come si diceva un tempo, uomo di penna, Nouwen si affanna, si stanca, qualche volta si fa male e qualche volta combina dei pasticci, come quello accaduto venerdì 2 agosto.

«Questa mattina, toccandole col piede, ho rovesciato un grosso mucchio di casse d’uvetta lavata di fresco. È stato un disastro, che però non ha sconvolto nessuno. “È già successo”, ha detto fra’ Theodore. Poi ha rimesso in moto la macchina e ha rilavato l’uvetta.»3

È già successo.

Mi sono fermato su questa battuta, apparentemente innocua, per un lunghissimo momento.

Perché a un primo passaggio c’è tutto il pragmatismo trappista, di chi lavora e deve consegnare la quantità concordata di confezioni di pane. E c’è anche il pragmatismo monastico in generale, per lo meno di certi periodi storici, pragmatismo che trascolora nella consapevolezza quieta di una tradizione millenaria: Riesci a immaginare quante volte è accaduto che le casse si rovesciassero, che il vaso si rompesse, che un confratello sia inciampato? E così il banale incidente trascolora ancora: Quante volte abbiamo sbagliato, in questi millecinquecento anni? E cosa pensi che abbiamo fatto? Abbiamo rilavato l’uvetta, facendo attenzione a non inciampare di nuovo, possibilmente. E ancora, nessuno si è sconvolto: Credi di essere il primo a rovesciare l’uvetta? Ti pare credibile che non sia mai accaduto prima? Coraggio, benvenuto nella comunità! E ancora, è il confratello che rimedia, senza tante storie: Ci penso io, non ti preoccupare.

A distanza di oltre quarant’anni si sente ancora, chiarissima, l’eco di consolazione presente in quell’«È già successo». Sembra proprio un piccolo «fatto» dei Padri del Deserto, dal quale estrarre innumerevoli insegnamenti. Ma non solo.

Perché se lo ripasso dal mio punto di vista di non credente (per intenderci) ecco spuntare un sapore acido che si scontra con la credenza profondamente cristiana, e che lo stesso Nouwen sviluppa nelle pagine del suo diario, dell’unicità di ogni esistenza umana, di ogni anima. È un pensiero assai più grande di un singolo individuo e quindi vi faccio soltanto un piccolo, modesto accenno: è già successo, tutto è già successo, compresa la mia replica di quest’oggi, cui sono tuttavia attaccato con alterno umore e cui non posso che dar corpo come se fosse una prima assoluta mondiale, pur sapendo che non lo è.

______

  1. Henri Nouwen, The Genesee Diary. Report from a Trappist Monastery (1976), trad. ital., di A. Tavianini Palieri, Ho ascoltato il silenzio. Diario da un monastero trappista, Queriniana 201616.
  2. L’attività, mai interrotta, ha assunto successivamente una dimensione pressoché industriale.
  3. L’episodio si legge a pag. 98. Tre giorni dopo, lunedì 5, è già abbondantemente superato: «Questa mattina ho unto migliaia di teglie di pane. Non è andata male; un lavoro che disturba ma non troppo».

 

2 commenti

Archiviato in Spigolature, Trappisti e trappiste

Tre piccoli gesti e un calcio

Capita spesso che, leggendo agiografie o cronache monastiche, mi fissi su particolari secondari rispetto alla narrazione principale. Il più delle volte si tratta di situazioni o gesti: piccole note marginali (quasi delle «fotografie»), ma al tempo stesso così nitide e definite da essere assai difficilmente, credo, frutto di invenzione: se al miracolo vero e proprio, ad esempio, «non si può» credere, è in ciò che lo precede che si può trovare assai più facilmente il vero. Li riconosco subito quei momenti, quando mi ci imbatto, e allora resto lì un po’, a gustare il sapore di passato remoto reso improvvisamente presente da un giro di parole efficace. Me ne sono capitati parecchi, di recente, con l’Exordium Magnum Cisterciense, la cui lettura procede: eccone alcuni.

A Cluny vigeva la regola di raccogliere a fine pasto le briciole e mangiarle, onde evitare anche il più piccolo spreco, e così aveva fatto un bravo monaco: fatto un mucchietto, l’aveva sistemato nel palmo, ma poi si era distratto ad ascoltare il lettore ed era rimasto con le briciole in mano al momento di lasciare il refettorio: adesso non sa più cosa fare, «ormai non era più possibile né buttarle né ingoiarle» e «perciò continua a tenersele strette nella mano». Andrà infine dal priore a confessare la «negligenza» e un miracolo lo premierà. (I, 7).

Stefano Harding, terzo abate di Cîteaux, ogni volta che entrava in chiesa per compieta e per l’ufficio notturno tratteneva la porta qualche istante e vi premeva con forza le dita, «come per un segno convenzionale». Molto incuriosito, un giorno un confratello gliene chiese il motivo, e questa fu la risposta dell’abate: «A tutti i pensieri che lungo la giornata sono costretto ad accogliere, secondo il dovere che mi è stato imposto di provvedere alla casa, dico di restar fuori: non osino in nessun modo entrar dentro con me, ma aspettino fino a domani. Quando avrò detto Prima, li troverò qui» (I, 26).

Pietro, ottavo abate di Clairvaux, si riteneva più di ogni altro indegno di ricoprire tale carica, pertanto affidò ai cellerari e ai procuratori quasi tutte le incombenze amministrative, per potersi dedicare interamente alla salvezza delle anime del suo gregge. «Cosicché, tutte le volte che poteva esser libero, se ne stava seduto solo in silenzio in un parlatorio con lo sguardo rivolto a terra perché se qualcuno dei fratelli più giovani o più fragili si sentiva assediato da un mucchio di tentazioni o provato da qualsiasi difficoltà, avesse la possibilità di rivolgerglisi liberamente» (II, 32).

Infine il calcio di papa Alessandro III. Già, perché quando il «manigoldo» che aveva pugnalato a morte Gerardo, sesto abate di Clairvaux, si presentò al pontefice confessando la colpa e implorando il perdono, Alessandro III, cui l’abate era stato carissimo, «si sentì inorridire e profondamente scosso, venendo meno, come si dice, alla misura, lo respinse col piede, dicendogli: “Vattene, figlio della perdizione!”». Quando poi, convinto dai suoi consiglieri, il papa fece richiamare l’assassino pentito, non fu più possibile ritrovarlo: «Dove sia andato o in che modo sia finito, a tutt’oggi si ignora» (II, 29).

 

Lascia un commento

Archiviato in Spigolature

Strategie di parenting del Padreterno per far mangiare le verdure ai suoi figlioli

Il buon Andrea di Verdun ha da poco lasciato il mondo per vestire l’abito bianco dei Cisterciensi, ma dopo l’iniziale entusiasmo si sente sempre più in difficoltà e fa «fatica a dimenticare gli agi della sua vita di prima». La vita a Clairvaux, infatti, è dura, tanto che sta meditando, non di tornare indietro, non sia mai, ma almeno di «andarsene in qualche altro Ordine di più blanda osservanza». L’abate Roberto, cui è toccato l’ingratissimo compito di succedere nientemeno che a Bernardo di Chiaravalle, lo ha scongiurato, ha pregato Dio e adesso non sa più cosa fare: di fronte alla progettata diserzione, «gli strappò che si sarebbe fatto forza e avrebbe portato pazienza per altri tre giorni». Intanto continuiamo a invocare l’aiuto del Signore.

Vabbè, tre giorni. Neanche a farlo apposta, alla prima refezione Andrea si trova davanti il peggio che gli poteva capitare: un piatto di piselli. Li destesta, gli fanno venire la nasuea, gli chiudono lo stomaco. Soltanto la fame – che a Clairvaux non manca – gli fa prendere qualche legume. Ed ecco il miracolo: «Aveva appena toccato un pochetto di quell’odioso cibo che vi trovò un gusto meraviglioso: aveva un sapore più squisito d’un piatto di carne o di pesce!» Caspita, che buono! E, scordandosi ogni ritegno, fa piazza pulita dei piselli.

(E qui va osservato quanto sia bello, al di là del contenuto della narrazione esemplare, del «miracolo» che – oggi, ma non allora – può far sorridere, il formidabile realismo dei gesti descritti: «Come se ne accorse [della bontà dei piselli], afferrò il cucchiaio, trasse a sé la scodella e, dimenticandosi della moderazione, divorò la portata di legumi fino in fondo».)

Sono troppo buoni questi piselli, pensa Andrea, come minimo sono stati fritti, e si mette addirittura un dito in bocca alla ricerca di «cicccioli di lardo» da succhiare. A fine pranzo va dall’abate per ringraziarlo di aver fatto cucinare solo per lui un piatto così gustoso. Ma Roberto gli risponde che no, guarda, non ho ordinato niente di speciale. Ma dai, non è possibile, insiste Andrea. Va bene, allora sentiamo in cucina, e «vennero chiamati i cuochi a rispondere della cosa». E anche loro niente, soltanto sale e acqua, come al solito. Convinto?

«All’udir ciò, quel neofita si rese conto con gioia d’un miracolo con cui Dio l’aveva visitato: gliene rese grazie e d’allora in poi non poté esser smosso dal perseverare nell’Ordine». Non solo, perché da un punto di vista alimentare, ora Andrea diceva che «provava più gusto nel mangiar piselli e verdure di quanto non ne avesse prima a consumar pollame e selvaggina»: altro miracolo non da poco…1

______

  1. L’exemplum, narrativamente perfetto, si legge nel capitolo XXI del Libro secondo dell’Exordium Magnum Cisterciense, il cui titolo recita: «Il signor Roberto, secondo abate di Clairvaux, e il novizio che per la sua esortazione e la sua preghiera venne confermato con un grande miracolo nel santo proposito» (Corrado di Eberbach, Exordium Magnum Cisterciense, o Narrazione dell’inizio dell’ordine cistercense, a cura di p. Riccardo Spreafico, Nerbini 2018, p. 82).

 

Lascia un commento

Archiviato in Cisterciensi, Spigolature

Indole adatta e scelte di parole

Uno dei luoghi comuni cui soggiaccio nell’esplorazione delle «cose monastiche», e che forse non è un luogo comune, è considerare i documenti ufficiali di enti e istituti – principalmente del Vaticano – come il frutto di un estenuante lavorio, anche di carattere lessicale. I termini scelti per definire determinate situazioni, mi dico, si inseriscono in catene di parole di origine spesso remota e sono pertanto soppesati a lungo prima di essere stampati. Così, leggendo la Cor orans, la «Istruzione applicativa sulla vita contemplativa femminile», pubblicata nel 2017 dalla Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica, ho tra l’altro sottolineato alcune di queste parole ed espressioni e le riporto qui, in ordine di apparizione.

La prima è indole, al punto 16, caratteristica individuale che viene attribuita al singolo monastero e che la comunità deve poter conservare. In fondo non sorprende l’uso di questo termine, di solito associato al carattere di una singola persona, per un luogo dove convivono diverse persone: non soprende, nondimeno è bello.

Al punto 32, là dove si affronta il tema delle nuove fondazioni, si precisa che le monache destinate alla nuova casa «liberamente devono aderire in scritto a tale progetto», là dove la formula rimanda, in maniera un po’ inattesa, a contratti e altre circostanze passibili di contestazioni.

Al punto 70, nel paragrafo dedicato all’eventualità della soppressione di un monastero, vengono evocati cinque punti la cui valutazione è d’obbligo in tale caso; tre sono oggettivi: numero delle monache, età avanzata delle medesime, mancanza di candidate («da diversi anni»); due, invece, presentano quella tipica vaghezza che sembra arrendersi al «vedremo poi i singoli casi»: la «reale capacità di governo e formativa» e, più ancora, «la mancanza della necessaria vitalità nel vivere e trasmettere i carismi nella fedeltà dinamica».

Particolarmente interessanti sono poi alcune scelte lessicali del capitolo III, dedicato alla «Separazione dal mondo» e incentrato sulla definizione e sull’attuazione dei vari tipi di clausura. Anzitutto detta clausura «costituisce un obbligo comune a tutti gli Istituti» ed è espressione dell’«aspetto materiale della separazione dal mondo – della quale, tuttavia, non esaurisce la portata» (156). La separazione è centrale anche per l’altissima stima che la Chiesa nutre per la vita contemplativa delle monache, stima legata all’anticipazione della pienezza di vita futura rappresentata dalla comunità monastica: quel gruppo di donne raccolte in preghiera «raffigura visibilmente la meta verso cui cammina l’intera comunità ecclesiale» (159). La clausura è il luogo del silenzio, del raccoglimento, dell’intimità e «risponde all’esigenza, avvertita come prioritaria, di stare con il Signore»: come non comprendere qui, anche da un punto di vista laico e in termini generali, il desiderio di stare da soli con chi si ama? (Per quanto vengano alla mente due osservazioni, che non farò per evitare fraintendimenti.) E ancora, al punto 165 si precisa che la clausura è uno spazio da tutelare «in senso privativo», mentre al 166, si ricorda che «deve essere materiale ed efficace, non solo simbolica o spirituale». En passant, mi piace segnalare che al punto 167 si definisce il progresso spirituale che il monastero deve favorire fervido, la celebrazione della liturgia accurata e l’osservanza della separazione regolare.

Venendo infine alla parte conclusiva, e cruciale, sulla formazione, c’è, al punto 234, un’espressione molto interessate. Superata la professione solenne, la formazione deve diventare «permanente» e bilanciare la «mancanza di mete ulteriori a breve termine», dove si trova un compromesso tra il fatto che per i cristiani esiste una sola, vera meta ulteriore e il riconoscimento della cosiddetta progettualità dell’essere umano, sempre pronto all’«e adesso?», al «what’s next?». Gli estensori del documento ammettono quindi che si può manifestare uno scompenso psicologico, perché «non c’è più nulla a cui prepararsi, ma solo un quotidiano da vivere nel dono pieno di sé al Signore e alla Chiesa». Qui il commento «extra-monastico» potrebbe essere assai lungo, in particolare intorno a quel concetto di «solo un quotidiano da vivere», che sembra talvolta lo spauracchio più spaventoso della presente condizione esistenziale.

Definite poi le varie fasi di avvicinamento alla professione solenne – aspirantato, postulantato, noviziato e iuniorato –, nel precisare «il necessario» che occorre per abbracciare la vocazione, si fa riferimento alle «doti naturali e psicologiche, una normale apertura agli altri, equilibrio psichico, spirito di fede e volontà ferma» per affrontare con serenità la vita in comune. Della postulante, infine, si dovrà valutare (272) lo «stato di salute», la «maturità confacente all’età», la socievolezza, la sincerità, la solidità di dottrina e… «se ha l’indole adatta». Eccola lì, l’indole, che, come scrive la Treccani, deriva «dal lat. indŏles, comp. di indu– (= in-) e tema di alĕre “alimentare”; propr., in origine, “accrescimento”» e significa «temperamento, insieme di naturali inclinazioni che concorrono alla formazione del carattere individuale».

 

Lascia un commento

Archiviato in Spigolature

Le isole di Rutilio e quelle di Ambrogio

I due testi che ho messo a fianco oggi1 sono praticamente coevi, li divide un breve intervallo di trent’anni, sono pieni di reminescenze classiche e al tempo stesso non potrebbero essere più lontani. Nondimeno entrambi convergono, per così dire, su un punto significativo: le isole (del Mediterraneo) rappresentano per l’occidente cristiano quello che per l’oriente è il deserto, il primo luogo di fioritura del monachesimo, la sede di elezione di chi fugge il mondo per cercare Dio; le isole sono il deserto monastico dell’occidente. Nel bene e nel male.

Nel male per il poeta latino, patrizio e pagano, che nel 417 (data su cui concordano in molti) lascia l’amata Roma per tornare «a casa», nella Gallia Narbonese. Rutilio Namanziano sceglie la via del mare e racconta il suo viaggio nel famoso poemetto Il ritorno (De reditu suo)2. Arrivato all’altezza dell’arcipelago toscano, l’avvistamento della Capraia è l’occasione per una prima invettiva, colma di sconcerto, per gli «uomini che fuggono la luce» che la popolano, e che «da sé con nome greco si definiscono “monaci”, per voler vivere soli, senza testimoni». Perché costoro rifuggono i doni della fortuna? Perché si rendono infelici per non esserlo? Perché si rinchiudono da soli? Rutilio non capisce: «Che pazza furia di un cervello sconvolto è mai questa? [Quaenam perversi rabies tam stulta cerebri]». Poco dopo anche la Gorgona offre lo spunto per un altro lamento. Rutilio distoglie lo sguardo dall’isola perché si ricorda che un giovane illustre là si è voluto seppellire («vivo cadavere»), rinunciando a tutti i suoi averi per inseguire un’idea assurda. È convinto costui, infatti, che «di lordure voglian nutrirsi le cose del cielo e si opprime da sé con più violenza di una vendetta degli dèi adirati». Ci pensa già il fato a piegarci, a ferirci, ad atterrarci, perché, o voi che vi chiamate monaci, volete infliggervi da soli lo stesso male?

Nel bene per il vescovo di Milano, patrizio e dottore della Chiesa, che nel 387 (data convenzionalmente accettata), durante la settimana santa, predica un famoso «commento ai sei giorni della Creazione», l’Esamerone3. Nella «Terza giornata», dedicata all’acqua, Ambrogio dedica alcune pagine particolarmente ispirate al mare e alle sue bellezze, tra le quali vanno annoverate le isole. E non tanto per la loro amenità, quanto perché vi abitano «coloro che con costante proposito di mortificazione rinunziano alle attrattive della sregolatezza mondana, preferiscono vivere nascosti al mondo e schivare gli scabrosi anfratti di questa vita». Grazie alle isole il mare diventa il luogo dove la solitudine, il pentimento, la temperanza, la tranquillità dell’anima possono fiorire (esattamente ciò che Rutilio depreca), e i canti che vi si possono udire «rivaleggiano col mormorar dell’onde che sciabordano lievemente».

«È molto giusto che la chiesa sia paragonata al mare», dice Ambrogio, intendendo proprio l’edificio: non avevo mai pensato al canto gregoriano come a una dolce e ininterrotta risacca, ora credo che non scorderò più questa immagine.

______

  1. Perché me li ha indicati Roberto Alciati nel suo Monaci d’Occidente (Carocci 2018), a p. 67.
  2. Rutilio Namanziano, Il ritorno, a cura di A. Fo, Einaudi 1992. I due brani che si riferiscono ai monaci si leggono ai versi 439-452 e 511-526.
  3. Ambrogio, Exameron. Commento ai sei giorni della Creazione, a cura di G. Coppa, TEA 1995. Il brano cui faccio riferimento è III, 5, 23.

 

Lascia un commento

Archiviato in Spigolature

L’eremita e gli usignoli

Come dice Maria Luisa Spaziani, che in una sua bella poesia mi ha fatto scoprire l’aneddoto monastico, nessuno al mondo ricorderebbe il nome di Sigar di Northaw, strano eremita, «se una notte remota (era gennaio / o un plenilunio di settembre?) in furia / non avessi chiamato a te i novizi, / e con reti e con frecce e con panie / non li avessi costretti a dare il bando / per sempre agli usignoli del giardino»1.

La tomba di Sigar (o il suo cenotafio) è ancora visibile presso la cattedrale di Saint Albans, nell’Hertfordshire, e alla sua vicenda è dedicato un intero paragrafo delle Gesta abbatum monasterii Sancti Albani, intitolato proprio alla «santità di Sigar, monaco ed eremita». Il quale Sigar così viene consegnato ai posteri: «Vigorosissimo domatore della sua carne, eccellente vincitore di demoni, inflessibile spregiatore del mondo, famosissimo coltivatore di virtù».

Ai tempi dell’abate Goffredo di Dunstable, che resse l’allora fiorentissima abbazia di Saint Albans dal 1119 al 1146, Sigar era solito andare al monastero ogni mattino per cantare il mattutino nell’oratorio dell’abbazia. Dopodiché se ne tornava al suo eremo, dove continuava le orazioni e la meditazione, in solitudine.

Tutto regolare.

Ma questo campione di santità e di devozione aveva un problema: talvolta veniva distratto nella preghiera dal canto degli usignoli (lusiniae vel philomela), sicché un giorno si inginocchiò e chiese a Dio di far sparire (ut amoveret) quei volatili, in modo che non gli capitasse più di rivolgere alle modulazioni del loro canto l’attenzione che doveva soltanto a Dio. E così fu, e i poveri usignoli si tennero lontani dall’eremo di Sigar non soltanto per tutto il corso restante della sua vita, ma fino al tempo presente [almeno un secolo dopo], e per mille passi d’intorno non osarono più cantare e nemmeno farsi vedere.

Il problema, tuttavia, non era la distrazione, intuisce Maria Luisa Spaziani, bensì il fatto che Sigar volesse essere l’unico a cantare le lodi del Signore, ma, come ricorda opportunamente la poetessa, «non si è mai soli, o monaco orgoglioso».

______

  1. Maria Luisa Spaziani, Gli usignoli di Saint Alban’s, in Utilità della memoria, Mondadori 1966, p. 145-47.

 

Lascia un commento

Archiviato in Spigolature

Suor Chiara Domitilla fa il pane e suor Angela Maria l’aiuta

Il libro è molto interessante1, lo finirò senz’altro e probabilmente ne dirò qualcosa, ma ciò che mi ha conquistato, e distratto, all’istante è stata l’appendice, la prima delle due, che riporta alcuni estratti dagli atti delle visite del vescovo (o del suo vicario) compiute presso il monastero femminile di Santa Maria Maddalena di Novara tra il 1546 e il 1804. Tra le altre cose, tali atti riportano l’elenco delle monache (agostiniane) presenti al momento della visita, con le rispettive mansioni e i livelli, cioè i «redditi derivanti da proprietà che le famiglie vincolavano alla ragazza che entrava in convento» e che finivano nella cassa comune del monastero, oltre naturalmente alla «dote spirituale» che veniva versata all’atto della vestizione.

Eccole, dunque, le monache, che ci vengono incontro, guidate da Arcangela Caccia Mater abbatissa (1546) e da colei che le succede, Ippolita Leonarda, e che insegna anche musica (1594). E poi Giulia Clemente Parpagliona (1594), «prefetta alla cella vinaria»; Chelidonia Gerra (1594), che «cura i libri di musica e alleva i bachi da seta»; le due ascoltatrici, Emilia De Grandis e Barbara Flaminia Gerra (sempre 1594), cioè le monache preposte alla sorveglianza delle conversazioni in parlatorio; Chiara Domitilla Langa, che «fa il pane» e Angela Maria Nibbia, che «aiuta a fare il pane».

Da seguire le sorelle Avogadra(o), Hieronima Teodora (poi Ieronima Theodora, con «acca» trascorrente) e Flavia Leonora: nel 1594 la prima «si occupa della tessitura degli indumenti di lana e di lino», mentre la seconda è «sagrestana (concia le pelli)»; nel 1617 sono, rispettivamente, discreta e tesoriera, e nel 1625 entrambe depositarie. Nel frattempo, nel 1617, è arrivata anche Cassandra Francesca, che nel 1625 è infermiera e nel 1648 prefetta del granaio; nel 1625, peraltro, troviamo anche Tarsia Felice, discreta/portinaia, e così via.

Poi ci sono le converse, cioè le «serve», senza «livelli», ma che si pagano la permanenza in monastero sgobbando più o meno tutta la vita, come Paola Leonarda, che troviamo nel 1625, nel 1638, nel 1648 e nel 1658 (settantenne). Veniamo inoltre a sapere che, nel 1658 (1657), le monache versano, tra l’altro, 68 lire al barbiere «per far salassi e metter ventose», spendono 143 lire «per pianelle et scarpe» e 223 lire in formaggio; e 411 lire «per altre spese fatte giornalmente in cibatorio e altro» (le classiche «varie»).

I nomi, è inutile negarlo, sono uno degli elementi principali del fascino di questi elenchi: Vittoria Maria Genestrona (dispensiera) e Ottavia Francesca Boniperta («panni di lino», 1658); Gioconda Lucrezia Fisrenga (badessa) e Paola Giovanna Guittina (1701), Giuseppa Maria Genesi e Maria Teresa Paruchona (1765), per chiudere infine, nel 1804, con Egiziaca Marcellina Braga e Eurosia Luigia Orighetti.

______

  1. Silvana Bartoli, La «Madalena» di Novara. Un convento e una città, Sellerio 1995.

 

1 Commento

Archiviato in Libri, Spigolature

Conventini e… sciocchezze (Reperti, 40-41)

40. Capita, talvolta, che insegua una traccia, anche molto piccola, per il semplice gusto di farlo, di evocare ciò che è scomparso e, soprattutto, perché adesso si può. Da una poesia di Sebastiano Satta, ad esempio, La portatrice d’acqua (compresa nei Canti del salto e della tanca, usciti postumi nel 1924), sono emersi dei frati che mi hanno incuriosito: «I frati di Monteraso / Pingon la Maddalena / Con una rosa in bocca… / I frati di Monteraso…»1. Il Monteraso, o Monte Rasu, è un rilievo che si trova nella regione sarda del Goceano (provincia di Sassari)2, alla quale il Casalis, nel suo Dizionario, attribuisce nel 1839 una popolazione di 7958 persone, cui «aggiungeremo preti 25, che hanno la cura delle anime; frati 10 ne’ due conventini, od ospizii, de’ quali uno in Monterasu, l’altro in Bottidda»3: eccoli lì, i frati di Monteraso, nel loro conventino. Da una memoria di viaggio di autore francese (1837) ho appreso poi che «in una crespa boschiva di Monteraso, e in una situazione incantevole, trovasi uno de’ più antichi conventi de’ francescani dell’isola, fondato verso il 1220 […]. Questo convento, passato in progresso di tempo ai conventuali, serve oggidì di meschino alloggio e ricovero a pochi frati, il cui superiore trova più comodo di risiedere talvolta al convento di Bottidda»4. Il convento di Monteraso è dato da alcuni, tra l’altro, come luogo di morte e sepoltura, intorno al 1240, di Giovanni Parenti, ministro generale dei frati Minori dal 1227 al 1232. Acquistato quanto ne restava da privati alla fine dell’Ottocento, è stato restaurato.

41. Su un numero recente della «Lettura» del «Corriere della Sera» è apparsa una intervista a David Krakauer, direttore del Santa Fe Institute, un centro di ricerca fuori dagli schemi, fondato nel 1984, nel quale «scienziati e letterati si interrogano sui comuni denominatori, riflettendo con rigore matematico su problemi complessi come l’evoluzione dell’intelligenza o la natura del tempo». Il reperto sta nelle poche, incisive parole usate da Krakauer in apertura per definire l’istituto: «È come un monastero, un antidoto alla modernità, un luogo dove minimizzare le str***ate»5.

______

  1. Sebastiano Satta, Canti, Mondadori 1955, p. 213.
  2. Il Goceano «è una regione montagnosa, e tra le sue maggiori eminenze è da notarsi il Monteraso, che stimasi il secondo dei punti più elevati della Sardegna settentrionale», G. Casalis, Dizionario geografico storico-statistico-commerciale degli Stati di S.M. il Re di Sardegna, vol. VIII, Maspero (Torino) 1841, p. 168.
  3. Casalis, Dizionario, cit., p. 170.
  4. Viaggi alle isole di Corsica, d’Elba e di Sardegna del Signor Valery, vol. IV, Pirotta (Milano) 1843, pp. 168-169.
  5. Viviana Mazza, Le app uccidono l’intelligenza, in «La Lettura», «Corriere della Sera», n. 302, 10 settembre 2017, p. 10.

 

Lascia un commento

Archiviato in Reperti, Spigolature

Bottino

Quando all’interesse per le cose monastiche si unisce il feticismo librario il risultato è ben rappresentato dall’immagine a fianco, nella quale tutto converge verso la perfezione: l’argomento, va da sé; l’autore, reverendo padre priore di Longpont (la basilica di Longpont, nei pressi di Montlhéry, affidata appunto ai premostratensi); la collana («Etudes de théologie et d’histoire de la spiritualité») e i suoi direttori (Etienne Gilson e André Combes); la tipografia, equilibratissima; l’anno di pubblicazione (1947) e l’editore (Librairie Philosophique J. Vrin). Nel negozio del quale editore, tutt’oggi al 6 di Place de la Sorbonne, ho potuto acquistare il volume, intonso.

E non posso nemmeno dire che sia il pezzo più pregiato del bottino della recente «spedizione d’oltralpe». Del quale bottino, per il puro piacere bibliografico, do qui immagine ed elenco.

  • François Petit, La spiritualité des Prémontrés aux XIIe et XIIIe siècles, Librairie Philosophique J. Vrin 1947.
  • Paul Delatte, Commentaire sur la Règle de Saint Benoît, nouvelle édition revue et augmentée (1913), Abbaye de Saint-Pierre de Solesmes 1969.
  • Un Chartreux, La Grande Chartreuse, neuvième édition, Arthaud 1950.
  • Folques de Cambrai, La fondation de l’Abbaye de Vaucelles (Fundatio abbatiae de Valcellis), texte latin édité, traduit et commenté par B.-M. Tock, Les Belles Lettres 2016 («Les Classiques de l’histoire au Moyen Age», 56).
  • La Règle de Saint Benoît, introduction, traduction et notes par A. de Vogüé, texte établi et présenté par J. Neufville, vol. I: introduction, Prologue – ch. 7, Les Editions du Cerf 1972 («Sources chrétiennes», 181).
  • Pierre Teilhard de Chardin, Le Phénomène humain (1955), Editions du Seuil 2007.
  • Hadewijch d’Anvers, Une femme ardente, textes choisis et présentés par C. Juliet, Editions Points 2012.
  • Charles de Foucauld, Lettres et carnets, textes présentés et ordonnés par J.-F. Six, Editions du Seuil 1966.
  • Régine Pernoud, Hildegarde de Bingen. Conscience inspirée du XIIe siècle, nuovelle edition, Editions du Rocher 1995.
  • Un Chartreux, Amour et silence (1951), préface de C. Journet, Editions du Seuil 1977.

Merci bien.

 

Salva

Salva

Salva

4 commenti

Archiviato in Libri, Spigolature

San Colmano rattristato

Oggi ho trovato su una bancarella un libretto che sotto la sua copertina e il suo titolo assai sobri nascondeva un piccolo tesoro, o che per lo meno tale è sembrato a me, che non lo conoscevo. Si intitola A Celtic Miscellany, è curato da Kenneth Hurlstone Jackson ed è apparso per la prima volta nel 1951. Da allora è stato regolarmente ristampato. La copia finita in mio possesso è del 1988, ma il libro è tuttora disponibile in edizione assai più recente1.

Il volume contiene 244 brani, di diversa lunghezza, tradotti in inglese corrente dalle «letterature celtiche» (cioè dalle «sei letterature composte nelle lingue celtiche»: irlandese, gallese, gaelica, mannese, cornica e bretone) e suddivisi per argomento.

Al numero 236, nella sezione «Religione», si può leggere la storia delle Ricchezze di Mo Chua (cioè di san Colmano di Kilmacduagh)2, che comincia ricordando che

Mo Chua e Colum Cille [cioè san Columba] erano contemporanei. Quando Mo Chua viveva da eremita nel deserto3 non possedeva altro che un gallo, un topo e una mosca. Il compito che il gallo assolveva per lui era di svegliarlo per il mattutino. Il topo, invece, non gli permetteva di dormire più di cinque ore al giorno. Quando Mo Chua, stanco per aver a lungo vegliato e pregato, avrebbe voluto dormire un po’ di più, il topo gli mordicchiava un orecchio e lo svegliava.

Compito della mosca, infine, era quello di aiutare Mo Chua nella lettura del Salterio, avanzando sulle righe del libro insieme al suo sguardo. E se l’eremita si prendeva un po’ di riposo tra un canto e l’altro, la mosca gli teneva il segno sul libro finché lui non tornava a leggere.

Accadde poi che questi tre validi collaboratori morissero. Mo Chua scrisse allora una lettera a Colum Cille, che si trovava a Iona, in Scozia, per lamentarsi della perdita del suo piccolo tesoro. Colum Cille gli rispose così: «Amato fratello, non ti meravigliare che il tuo tesoro ti sia stato tolto, poiché la sventura colpisce soltanto là dove c’è ricchezza».

______

  1. A Celtic Miscellany: selected and translated by Kenneth Hurlstone Jackson, Penguin 2015 (“Penguin Classics”).
  2. Tratta da O.J. Bergin, Stories from Keating’s History of Ireland, Dublino 1930.
  3. Da intendersi come luogo selvaggio e difficilmente raggiungibile.

 

Lascia un commento

Archiviato in Spigolature