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«Ma noi, quando ci alziamo al mattino o nel cuore della notte, chi cerchiamo?» («Sui passi di Dio» di Patrizia Girolami, pt. 3/3)

suipassi(la prima parte è qui, la seconda qui)

La seconda parte del testo di Patrizia Girolami1 affronta con dovizia di riferimenti e di citazioni il tema, sempre risorgente, dell’attualità del monachesimo, di «quale testimonianza e profezia può essere chiamata a rendere oggi la vita monastica», e lo fa a partire da un’invocazione di papa Francesco, all’inizio del suo pontificato e contenuta in un’intervista del 2013 a La civiltà cattolica: «I religiosi devono essere uomini e donne capaci di svegliare il mondo».

Il concetto fondamentale intorno al quale ruota la riflessione è la «forza umanizzante» della vita monastica. Di fronte alla crescente frammentazione sociale e individuale, alla mancanza di punti di riferimento cui orientare le proprie scelte, di fronte al senso di  soffocamento che ci coglierebbe al cospetto dei nostri limiti, alla perdita di spiritualità e profondità delle nostre esistenze, di fronte alle forme «totalitarie» dell’interesse, del profitto, dell’autoaffermazione, ecc, il monachesimo può porsi come «risposta sull’uomo, sul senso della vita e sui più acuti problemi della convivenza umana» (qui l’autrice cita Cristiana Piccardo).

Il monachesimo, anche quello contemporaneo, conserva (come rare specie vegetali in una serra, verrebbe da dire) alcune forme, disposizioni e dimensioni esistenziali che possono dare sostanza al nuovo umanesimo capace di rispondere al «manifesto decadimento della dimensione umana». Tre forme tutte illuminate dall’esempio di Gesù. Anzitutto l’essere figli, condizione che s’incarna concretamente nel rapporto con l’abate, cioè con il «padre». Poi, «all’uomo come prodotto e funzione l’esperienza monastica contrappone e propone l’uomo creato da Dio secondo il disegno per rispondere al suo progetto e alla sua chiamata»; la creaturalità trova riscontro nella vita come servizio che nel monastero sfocia naturalmente nell’obbedienza (con particolare riferimento al lavoro, dimensione di speciale similitudine tra l’uomo e il suo Creatore). Infine, «al dramma dell’autoreferenzialità che rende l’uomo prigioniero di se stesso e lo condanna alla solitudine, la vita monastica risponde con la proposta dell’esperienza dell’uomo fratello/sorella», e la fraternità è forse la testimonianza più «urgente e necessaria» che il monachesimo è oggi chiamato a dare.

Volendo indicare un’icona evangelica che possa riassumere simbolicamente il senso della vita monastica, Patrizia Girolami sceglie la Maddalena, prima testimone del Risorto e «donna certamente innamorata di Gesù», e invita a rileggere con attenzione il testo di Giovanni 20:1-18 che la vede protagonista. Come Maddalena al sepolcro, infatti, ogni giorno i monaci devono chiedersi: «Ma noi, quando ci alziamo al mattino o nel cuore della notte, chi cerchiamo? Il Signore morto o il Signore risorto?» Come la Maddalena, anche i monaci piangono, ma non il pianto «sterile e infecondo» per le proprie insoddisfazioni e i propri fallimenti, bensì il pianto per «una realtà che nasconde e non restituisce appieno il volto del Signore, e perciò è insufficiente, deludente e ci spinge, quasi ci costringe, a cercare lui». Alla Maddalena è poi Cristo stesso che chiede: «Chi cerchi?» E questa «è la domanda chiave, la più importante da cui dipende tutta la nostra vita», domanda da ripetersi senza sosta ogni giorno. Ed è infine la Maddalena che Cristo chiama per nome ­– Maria –, «e in questa parola c’è la chiamata alla vita, c’è l’eco della vocazione che definisce la nostra vera identità, tutto ciò che siamo e siamo chiamati a diventare rispondendo a Dio».

A conclusione della sua trattazione l’autrice riepiloga quello che il monaco di oggi è chiamato a testimoniare al mondo: l’inestinguibilità della domanda sul senso della vita e della ricerca di Dio; il bisogno di assoluto e di eterno; la necessità di un «esodo» da se stessi in direzione degli altri; la possibilità di una vita dotata di un centro; la possibilità di una gioia profonda e duratura; la forza della comunità fraterna e la debolezza dell’individuo solo.

È un elenco ambizioso e, come ho già detto, dal mio punto di vista non si tratta di condividere o no – probabilmente avrei da ridire su ogni pagina di questo libro –, bensì soltanto di  comprendere, e Sui passi di Dio è un libro utilissimo per capire. Talvolta mi è sembrato scritto in una lingua straniera, ma questo è normale.

(3-fine)

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  1. Patrizia Girolami, Sui passi di Dio. Testimonianza e profezia della vita monastica, introduzione di mons. D. Carolla, Quaderni di Valserena, Nerbini 2016.

 

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«Tutto ciò che ci pare e piace» («Sui passi di Dio» di Patrizia Girolami, pt. 2/3)

suipassi(la prima parte è qui)

Codificando e fondando la comunità monastica, Benedetto avrebbe scoperto «le radici dell’esistenza tutta e il senso del proprio essere nel mondo»: una tesi di un certo rilievo, se così si può dire, la cui chiave sta nella trasformazione operata da Benedetto di un’esperienza individuale in un’esperienza di comunità. In questo senso la Vita contenuta nei Dialoghi di Gregorio Magno e la Regola vanno lette come un’opera in due volumi, e la Regola non può essere isolata dalla vita del padre del monachesimo: «La Regola nasce sul terreno concreto dell’esperienza della vita del santo e vi ritorna prescrivendo quelle stesse modalità che egli aveva vissuto».

La Regola, intesa come metonimia del monastero, è il luogo dove l’esperienza di Dio passa da fatto intimistico a relazione (necessaria) con l’altro; la Regola ridesta l’esperienza religiosa senza riconsegnarla alla «volontà individuale» (l’arcinemico della quasi totalità della letteratura monastica, e non solo). L’esperienza dell’alterità è incardinata nella Regola, attraverso la mediazione dell’abate e dell’intera comunità.

Il vero monaco, dunque, si affida alla Regola, le si consegna, con un atto di «decentramento» da sé che lo mette sulla strada verso l’altro, altrimenti (apparentemente) irraggiungibile. La Regola sostituisce «ciò che vogliamo, desideriamo, pensiamo o sentiamo» e così facendo ci libera, ci rende liberi di fare esperienza di Dio: «La discriminante fra essere monaco e non esserlo è tutta qui: fare eseperienza della Regola o piuttosto fare esperienza di Dio mediante la Regola, assumere la Regola come strumento per incontrare Dio e far sì che la relazione con Dio e con la sua Parola possa trasformare la nostra vita».

Ancora una volta, non si tratta di concordare o argomentare contro, semmai di osservare alcune sfumature. A cominciare dal fatto che assai spesso i fondatori di Ordini o i riformatori hanno perseguito con tenacia ciò che sentivano, volevano, ecc., proprio perché alla ricerca di una diversa esperienza – si dirà che erano ispirati da Dio, ma rischiando l’argomento circolare. Devo anche ammettere che quando la frequenza di aggettivi come «vero» e «autentico» cresce, cresce anche la mia preoccupazione: «Il candidato monaco o monaca della Regola è un uomo o una donna che cercano la vita, che sono mossi da un desiderio di vita piena, vera, autentica, che vogliono che la loro vita sia davvero vita», cui si potrebbe aggiungere il «vero alimento», «il vero bene», l’«autentica libertà» la «vera identità» e l’immancabile «vero senso». A ciò si lega infine la perplessità per il totale disconoscimento, da parte dell’autrice – né prima né ultima di una cospicua schiera – di una terza via tra l’obbedienza e il puro arbitrio solipsistico e distruttivo: «Si capisce allora come questa concezione di obbedienza [l’obbedienza monastica] sovverta la falsa immagine di libertà concepita, invece, come affermazione di sé e della propria autonomia e autosufficienza e, dunque, sostanzialmente come assenza di legami e possibilità di fare tutto ciò che ci pare e piace, divenuta ormai assolutamente imperante».

Su quel «sostanzialmente» inciampo, e anche se per prudenza non mi avventuro in una definizione di libertà, nemmeno prendendola a prestito, mi pare nondimeno che «fare tutto ciò che ci pare e piace», senza ulteriori specificazioni, pertenga più al Paese di Cuccagna che alla nostra terrestre realtà.

(2-segue)

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«Per così dire quasi di contatto» («Sui passi di Dio» di Patrizia Girolami, pt. 1/3)

suipassi«La vita monastica… è profezia del Definitivo, dell’Assoluto, dell’Eterno senza il quale il tempo e lo spazio sarebbero solo una tragica e beffarda assurdità.» Nell’introduzione di mons. Dante Carolla al volume di Patrizia Girolami, Sui passi di Dio1, viene suggerito come il testo della monaca trappista di Valserena, che raccoglie una serie di interventi tenuti durante un corso di formazione per monache benedettine, non si rivolga esclusivamente alle sue destinatarie naturali, bensì a tutti, anche a coloro che, come chi scrive, sono più vicini al partito della «tragica e beffarda assurdità». Monaci e monache, ribadisce mons. Carolla, «sono un modello irrinunciabile di umanità perché non si accontentano del provvisorio, del precario, del parziale».

Confesso una certa perplessità di fronte a certe rivendicazioni, talvolta cariche di sottintesi. E aggiungerei che non si tratta di «accontentarsi» del provvisorio, cioè di quella fragilità e mortalità che non hanno bisogno di essere dimostrate, quanto di immergersi in quel provvisorio, riconoscendovi, si potrebbe dire, la propria vera e unica casa, al pari di quelli che la riconoscono in un chiostro.

A me sembra che gli interventi di s. Patrizia Girolami siano molto cauti nel generalizzare, e il loro «rivolgersi a tutti» sia alquanto indiretto (salvo in alcuni passaggi che vedremo più avanti); è con la medesima cautela, quindi, che li ho avvicinati dall’esterno, in particolare il primo, che si intitola La via della vita: testimoni-profeti secondo la Regola. I due temi, testimonianza e profezia – che già di per sé sono scivolosi per un laico – convergono, nel discorso dell’autrice, sul concetto (e sulla realtà) dell’esperienza; nel caso specifico «una esperienza profonda di Dio […] che in un certo senso si impone da sola in loro [nei monaci] per la sua forza e la sua evidenza». Tali forza ed evidenza, mi pare, sono più affermate che mostrate, tuttavia, e d’altra parte come pretendere altrimenti: l’evidenza qui rivendicata si ritrova più nell’effetto – la volontà di conformarsi al Cristo, sia pure esito di una «chiamata»  – che in una sua qualità, se non misurabile (come una febbre), almeno «auto-evidente».

Intorno a questa esperienza, che inevitabilmente desta in me la massima curiosità intellettuale e umana, si raccolgono frasi talvolta molto suggestive, ma anche di difficile presa: «Facendo esperienza di lui… il monaco e la monaca sono la trasparenza del volto stesso di Dio nel mondo»2, o ancora «attraverso le vicende stesse del vivere noi possiamo fare l’esperienza di Dio, riconoscere e avvertire quella sorta di presenza immediata e diretta, per così dire quasi di contatto, del divino»; l’esperienza «è il luogo del permanere e del mutare, della durata e del divenire», è «una porta che immette in un oltre», che consente di «passare là dove non si era mai passati».

Proprio quando il disagio – il mio disagio – per queste e altre simili formule sembra prevalere ecco che l’autrice chiama in causa Benedetto da Norcia e la sua Regola, e lo fa in maniera eclatante, riprendendo le tesi di Pierfrancesco Stagi3, con un’affermazione non esattamente marginale: «San Benedetto ha fissato i fondamenti dell’esperienza religiosa dell’Occidente, ovvero ha fondato, non tanto a livello teorico quanto pratico, le modalità con cui l’Occidente si è rivolto a Dio». Quell’inciso (teorico / pratico), che è da sempre al centro della riflessione sul testo di Benedetto, mi ha subito rimesso in carreggiata.

(1-segue)

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  1. Patrizia Girolami, Sui passi di Dio. Testimonianza e profezia della vita monastica, introduzione di mons. D. Carolla, Quaderni di Valserena, Nerbini 2016.
  2. Qui, se non fossi chi sono, si potrebbe sviluppare l’immagine dei volti come finestre, che sembrano a volte aperte su altre dimensioni.
  3. Pierfrancesco Stagi, Benedetto da Norcia. L’esperienza di Dio, Borla 2014, un volume che mi sono subito accaparrato.

 

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Giorni felici e sano realismo

Un breve testo di una monaca cisterciense mi ha fatto notare che nel Prologo della sua Regola Benedetto, seppur citando i Salmi, fa riferimento ai «giorni felici» che desidera chi risponde alla chiamata di Gesù. S. Patrizia Girolami, del monastero trappista di Valserena, li evoca proprio a conclusione della sua riflessione sul senso e lo scopo della vita contemplativa oggi: «L’esiguità del numero, la debolezza e la precarietà della vita monastica oggi potrebbe far dire che tutto questo è sogno o utopia. Eppure, si può dire con sano realismo che questa è e rimane la potenzialità, la forza profetica, testimoniale, evangelica, “oggi” come sempre, della vita contemplativa. La proposta di un’umanità piena, di “giorni felici”, dice san Benedetto…»

Mi piace il «sano realismo», e mi piace il tono generale della testimonianza della monaca, attenta a rimanere aderente al tracciato della propria esperienza. Esperienza della quale s. Girolami trae in particolare due momenti che sono stati decisivi nel suo percorso. Anzitutto la prima visione che ebbe della chiesa di quello che sarebbe diventato il suo monastero: una tenda, la tenda del Dio di Israele, ma anche e soprattutto la tenda in cui il Signore ha scelto di abitare in mezzo agli uomini, cioè Gesù, come dice il Prologo del Vangelo di Giovanni (la maggior parte delle traduzioni ormai rende il verbo di I, 14 con abitare, dimorare, ma ce n’è una, dei francescani, del 1964, che recita: «E il Verbo si fece carne e si attendò fra noi»). Il secondo è quando vide, sempre quella prima volta, il coro della chiesa, con le monache unite in preghiera, e, in fondo, una porta, dalla quale alla fine «le monache sarebbero uscite… e sarebbero andate a fare altro». Era l’immagine di una vita comune, fatta di occupazioni diverse, ma raccolta intorno a un «centro».

Questi sono i due «segni» principali che la vita contemplativa addita all’oggi. Da un lato l’abitare con Dio nella «tenda» della sua presenza (si potrebbe quasi dire, parafrasando e con un gioco di parole e di maiuscole, che la vita contemplativa offra l’immagine più essenziale del vivere il presente e il Presente); dall’altro il richiamo alla centralità e all’interezza «per il tempo che ci troviamo a vivere, caratterizzato da una frammentazione del reale e della persona, percorso da un moto centrifugo che allontana dal “centro”, un tempo dove tutto è fluido, “liquido”, dove tutto si muove senza più centro».

Ora, io credo che la conquista del presente (o l’abbandono a esso) e l’interezza (o l’integrità) siano due vettori antitetici, che possano essere abbracciati soltanto uno a scapito dell’altro (e credo anche che nella frammentazione sia data una vera e aggiornata lezione di umiltà). Ma non sarò certo io a screditare le forme che la promessa di «giorni felici» può generare e le scelte cui può portare.

S. Patrizia Girolami, ocso, Vivere, oggi, la dimensione contemplativa, in «Vita Nostra» V (2015), 1, pp. 5-12.

 

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