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Stai parlando con me? (Le «Conferenze» di Cassiano)

Devo confessare che non avevo mai letto per intero e senza interruzioni le Conferenze ai monaci di Giovanni Cassiano, quelle Collationes che Benedetto nella sua Regola suggerisce siano lette dai confratelli dopo cena, insieme «alle Vite dei padri o qualche altra opera di edificazione». L’ho fatto finalmente nei due mesi scorsi, con qualche momento di fatica ma con una grande soddisfazione generale. Ho cominciato la lettura su una vecchia traduzione, in un bell’italiano un po’ desueto, che poi ho dovuto abbandonare per via delle evidenti ed eccessive libertà di cui era costellata, passando all’edizione curata da Lorenzo Dattrino, molto sicura e giusta, anche nel restituire la tortuosità di taluni passaggi1.

Le Conferenze – cioè le ventiquattro conversazioni spirituali tenute da Giovanni, e dal suo compagno Germano, con quindici tra i più famosi patriarchi del monachesimo egiziano della fine del IV secolo – potrebbero sembrare, anche a causa delle dimensioni, uno di quei monumenti davanti ai quali si resta zitti, un gigantesco affresco che si affronta ormai soltanto per motivi di studio, soprattutto se non si è religiosi, ma la cui viva sostanza è andata perduta ormai da tempo. Non è così – per quanto strano che a dirlo sia un non credente.

Mi sono chiesto, infatti, quali siano le radici di quella «soddisfazione generale» che ho provato durante la lettura. Certo, se si vuole avere una qualche conoscenza delle «cose monastiche», è difficile prescindere da un testo che ha nutrito, e probabilmente nutre ancora, generazioni di monaci. Un testo, e questo è un primo punto, che come pochi tiene insieme questioni dottrinali e aspetti pratici: un vero manuale che risponde, per il tramite delle richieste, talvolta molto specifiche, avanzate da Giovanni e da Germano ai vecchi monaci, a due domande di fondo: cosa dobbiamo sapere?, cosa dobbiamo fare? E anche non accogliendo la fede che ne è alla base, come non provare una forma di nostalgia per ciò che evoca un testo del genere: nostalgia non per l’auctoritas che non può essere messa in discussione e che sancisce i comportamenti, bensì per l’esistenza di qualcuno cui porre quelle domande, qualcuno che incarni teoria e pratica delle questioni sollevate da quelle domande. Perché non ammettere che sarei ben contento di incontrare, oggi, un Serapione, un Teona, un Pafnuzio? (Sarei anche disposto ad andare a cercarli nel «deserto» dove, eventualmente, si fossero rifugiati? Domanda giusta, alla quale non so rispondere.)

Che le Conferenze siano poi un trattato di psicologia non sono certo io a scoprirlo, ma rimane il piacere, se così si può dire, di verificarlo di persona, pagina dopo pagina. E c’è un altro aspetto, legato a questo, che mi spinge a prevedere future frequentazioni del libro di Cassiano. È una cosa molto semplice e molto antica: Mutato nomine de te fabula narratur, si parla di me, o perlomeno si parla anche di me.

Posso anche indicare il punto esatto nel quale me ne sono accorto, il punto nel quale, starei per dire, sono stato smascherato. È il paragrafo 12 della Conferenza IV del Primo libro, in cui abba Daniele discute «quale sia la posizione della nostra volontà, posta com’essa è fra la carne e lo spirito». Daniele descrive la posizione ambigua che la volontà cerca spesso di mantenere, sopraffatta da una «tiepidezza dannossissima» per colpa della quale «vorrebbe sovrabbondare nelle virtù spirituali, senza mortificare la carne; possedere la grazia della pazienza, senza risentire la reazione per le contraddizioni; esercitare l’umiltà del Cristo, senza il rigetto degli onori del mondo;  adottare la semplicità della religione, senza ricusare l’ambizione del secolo; servire Cristo, ma con le lodi e il favore degli uomini; sostenere il diritto della verità, senza dispiacere anche leggermente ad alcuno; e infine aspirare al conseguimento dei beni futuri, senza perdere però i benefici presenti».

In mezzo a questo elenco c’è anche il mio peccato, brillante come una spia accesa, e anche se preferisco chiamarlo diversamente – colpa, vizio, debolezza? – la sostanza non cambia: sì, Cassiano sta parlando con me.

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  1. Giovanni Cassiano, Conferenze ai monaci, traduzione, introduzione e note a cura di L. Dattrino, 2 voll., Città Nuova 2000.

 

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Ehilà, Achilla!

«Si recarono un giorno da abba Achilla, di mattino presto, abba Amoe e abba Vitimio, e lo trovarono intento a fare la corda.»

Posso dire di aver letto ormai alcune centinaia di incipit come questo – lo dico soltanto come fatto statistico, in relazione alle antologie di detti dei Padri del Deserto sui cui periodicamente ritorno1 – e ciò nonostante la luce di questi saggi e bizzarri signori brilla sempre di nuovo, ancora come la prima volta, ancora dopo secoli, anche per me che, in coda a una schiera di milioni di lettori di ogni tempo, non cerco parole di fede.

È la luce di quei nomi, strani ma non assurdi, che fanno sorridere: Achilla, Amoe, Vitimio. È la luce tipica di quel mattino presto, la luce della frescura mattutina dei luoghi che col passare delle ore si arroventeranno, come le stradine che portano alle spiagge estive. È la luce di Amoe e Vitimio che la sera prima si saranno detti: Domani potremmo andare da Achilla, ti va? – Giusto, è un po’ che non lo vediamo. Magari gli chiediamo un consiglioPerò presto, che poi fa un caldo del diavoloAggiudicato. È la luce di una formidabile presenza, cui sono sufficienti tre parole per saltare fuori da una pagina. Come non vedere infatti proprio lì, davanti a noi, che di buon mattino siamo giunti insieme ad Amoe e Vitimio, Achilla seduto per terra, che intreccia la sua corda: Ehilà, Achilla, come andiamo? Ehi! Benone! Che ci fate qui?Niente, ci chiedevamo se potevi dirci qualcosa di utile – Be’, guardate «da ieri sera fino ad ora ho intrecciato venti braccia di corda, e in realtà non ne ho bisogno».

Hanno ragione tutti quelli che hanno lodato l’inesausta freschezza delle storielle dei Padri, di questi vegliardi che, come ha detto ad esempio Emanuela Ghini, «ci propongono la loro parola pacata e vivacissima, a volte intrisa di ironia, sempre percorsa di gioia, di misericordia, ricca di una straordinaria conoscenza dell’io [corsivo mio]; un’esperienza non superata da quella di tanti maestri in scienze umane dei secoli successivi, ricercati come guide e punti di riferimento per neutralizzare l’angoscia esistenziale che insidia, a diversi livelli, la vita di tutti»2.

Forse qualche altro maestro lo si è potuto trovare lungo la strada, nondimeno i Padri sono sempre lì, fissati in un’immagine che non teme l’ingiuria del tempo, che pare addirittura fuori del tempo. Il mondo e gli esseri umani sono andati avanti, ma anche stamattina, se ci si pensa, in un angolo del deserto egiziano, Amoe e Vitimio sono andati a trovare Achilla.

Il quale Achilla ha poi spiegato ai suoi visitatori che aveva intrecciato tutta la notte per evitare che Dio lo trovasse ozioso e lo rimproverasse: «È per questo che fatico e faccio tutto ciò che mi è possibile». E Amoe e Vitimio, nella più pura tradizione desertica, «se ne andarono edificati».

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  1. In questi giorni è la volta di Paolo Everghetinós, Esempi e parole dei santi Padri teofori, vol. II, a cura di M.B. Artioli, Edizioni scritti monastici, Abbazia di Praglia, 2013 (l’apoftegma qui riportato si trova a p. 62).
  2. Emanuela Ghini, Vie di preghiera. Testi dei Padri del deserto, EDB 2013, p. 5.

 

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Scherni, soprusi e senape

Everghetinos 2

«Nessuno mente tanto come chi mi loda e mi dice beato», diceva abba Zosima. «E nessuno dice la verità come quelli che mi biasimano e mi disprezzano.»1 Il valore inestimabile delle offese subite è un tema ricorrente negli insegnamenti dei Padri del deserto2 ed è strettamente collegato all’imitazione di Cristo: Egli, figlio di Dio, soffrì offese, ingiurie, patimenti e violenze senza rispondere, e senza turbarsi; noi, mortali peccatori, dobbiamo almeno tentare di seguirlo. Perciò dobbiamo essere grati a chi ci offende, perché ci mette in condizione di porre in atto questo tentativo, cosa che da soli non potremmo fare: infatti, «non è di umili sentimenti chi si disprezza da se stesso, ma chi accetta con gioia insulti e disonore da parte del prossimo».

La lode, per contro, è un veleno. «Disse un anziano: “Chi loda un monaco, lo consegna a satana”.» Sia perché qualsiasi lode non tiene conto delle mancanze di chi viene lodato – che anche se non si vedono, ci sono –, sia perché la lode alimenta il fuoco maligno della vanagloria. Ben venga quindi persino la calunnia, l’accusa immotivata, il biasimo immeritato, il giudizio perverso – come ci ricorda abba Poemen: «Qualunque difficoltà ti capiti, la vittoria sta nel tacere».

E ben vengano addirittura i soprusi, le angherie, le percosse. I cenobi del monachesimo delle origini sono pieni di santi monaci che tutto sopportano e si fanno carico dei compiti più bassi, alla ricerca della perfetta e costante umiliazione: Pinufrio si occupa con gioia del letame, mentre Marcello cura gli asini e considera quel servizio alla stregua di una benedizione, tanto che «chiese di venire assicurato per iscritto che non lo avrebbero mai tolto da quel lavoro». La cosa curiosa è che a umiliare tali campioni della virtù, e talvolta anche a picchiarli, sono alcuni dei loro confratelli. Un abba, ad esempio, «veniva insultato e sbeffeggiato da tutti, spesso anche ingiustamente battuto, ma tutto sopportava generosamente, senza mai accusare nessuno di alcunché»; mentre Eufrosino, «quasi sempre tutto nero e sporco [perché lavorava in cucina], era esposto al riso e alle beffe dei fratelli più negligenti, che gli facevano continuamente piovere addosso rimbrotti, insulti e scherni».

Nel monastero di Tabennesi viveva Isidora, «santissima donna» che, «sempre scalza, mai insultò qualcuno, mai mormorò, né mai disse una sola parola, benché insultata, maltrattata, maledetta e detestata da molti». Tutte le sue quattrocento consorelle ne avevano addirittura «orrore». Tuttavia fu proprio lei, tra lo stupore della monache, che il grande Piterone, «uomo provato e virtuoso anacoreta», volle incontrare durante la sua visita al monastero, lei che, «essendo migliore di voi e di me, è un amma, cioè una madre spirituale, e io mi auguro di essere trovato degno di trovarmi con lei nel giorno del giudizio». Sconvolte, le monache di Tabennesi si inginocchiano e confessano i loro peccati nei confronti di Isidora, in un crescendo che strappa un sorriso. «Io deridevo il suo misero abito», dice la prima; «Io le ho più volte versato addosso l’acqua della sciacquatura di piatti», dice la seconda; «Io l’ho picchiata», ammette la terza; «Io l’ho presa a pugni», confessa la quarta.

E la quinta? «Io le ho più volte spalmato il naso con la senape.»

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  1. E Zosima prosegue: «Se ottenessero di vedere non dico tutti, ma una parte dei miei mali, si distoglierebbero da me come dal pantano o dal fetore, o come da uno spirito impuro. E se i corpi degli uomini diventassero altrettante lingue per insultarmi per le mie cattiverie, sono convinto che nessuno sarebbe in grado di parlare esattamente della mia ignominia».
  2. Ho tratto lo spunto per queste note da Paolo Everghetinós, Esempi e parole dei santi Padri teofori, vol. II, a cura di M.B. Artioli, Edizioni scritti monastici, Abbazia di Praglia, 2013; in particolare dall’Argomento 1 («Quanti hanno poca stima di se stessi sono in onore presso Dio. Tutti quelli che da sé si trattano come persone da poco, sono considerati da Dio degni di onore») e dall’Argomento 2 («Accettare il disprezzo genera umiltà, mentre l’onore produce superbia. Perciò quelli che hanno umile sentire gioiscono quando sono disprezzati e si rattristano se onorati»), pp. 7-57.

 

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«Sono gente pratica»

«L’ambiente, teatro dei detti e dei fatti del Volgarizzamento delle Vite de’ SS. Padri, è prevalentemente il deserto, che, come mare di sabbia, si espande in varia guisa ai margini della ferace valle del Nilo.»

Non posso, né voglio, nascondere il senso di evasione che ricavo talvolta dalla lettura dei consueti argomenti in pagine di qualche tempo fa. La dimensione quasi leggendaria di certi personaggi risulta amplificata dalla bella prosa che molti studiosi del secolo scorso, e del precedente, ritenevano ancora doverosa. Oggi, anche un semplice lettore come me si confronta in prevalenza con testi «specialistici», più attenti alla sostanza che alla forma. Così, è di grande soddisfazione ogni tanto affrontare testi che badino a entrambe.

Come nel caso di Ascetismo e monachesimo prebenedettino di Giuseppe Turbessi (o.s.b.; 1912-1979), valente studioso e successore del famoso dom Franzoni nell’abbaziato di San Paolo fuori le Mura. Nonostante sia del 1961, il saggio non è trascurabile, ha una ricchissima bibliografia e contiene un capitolo – il nono: «Spiritualità del monachesimo primitivo» – che racconta dei Padri del Deserto con precisione e gusto, e da una prospettiva condivisibile: «I monaci, quali ci appariscono nelle Vite, non sono affatto teorici della spiritualità: sono gente pratica».

«Vediamo chi fossero questi asceti prima di venire al deserto; e che cosa vi facciano»: la vicenda è nota, ma le parole di dom Turbessi la rendono piacevole e accogliente in ogni suo aspetto. Dal rapporto con le «belve» («il dominio sulla natura e sugli animali che Adamo perdette con la colpa, sembra riconquistato da questi abitatori dei deserti»), al cibo, «poverissimo e misurato» («non ti sia bisogno d’andare molto attorno né d’impacciarti a cuocere», nella splendida versione del Cavalca prediletta da dom Turbessi); dal vestiario, «che non era migliore del loro vitto» («si vestivano di panni vecchi e pizzicanti»), al lavoro quotidiano («tessere funi; fare sportelle e matte») – c’è una vaga atmosfera di fiaba, che avvolge dolcemente il lettore, cui può capitare di accompagnare idealmente i protagonisti di questo racconto, «che si sono inabissati nell’umiltà del proprio nulla».

Per quanto sia stato un campo di battaglia spirituale dei più sanguinosi, leggendo queste pagine sembra impossibile che qualcosa di male possa essere accaduto nel deserto dei Padri, poiché lì tutte, o quasi, le sconfitte hanno avuto una rivincita, tutti gli errori hanno trovato un pentimento, tutte le domande una risposta, le lacrime un conforto. Certo, i «pacifici abitanti dell’eremo» avevano anche dei nemici, come i falsi monaci, gli avari, i ladri, gli incontinenti e «gli illusi dal demonio», ma i «mediocri» erano comunque in minoranza, e tra quelle sabbie, in una sintesi perfetta di idea e azione, i monaci «vissero integralmente il loro ideale cristiano».

È lo stesso dom Turbessi a ricordarci la parte di leggenda di quelle vite, ma ci ricorda anche, in conclusione, che «un fervore così vasto, intenso, totalitario ed incendiario non fu mai più narrato».

Giuseppe Turbessi, Ascetismo e monachesimo prebenedettino, Editrice Studium 1961.

 

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Due comportamenti solo apparentemente contraddittori del grande Macario

Macario è uno dei Padri del deserto che mi sono più simpatici. Egiziano, contemporaneo di Antonio, di poche parole, talvolta dure, e di molti atti, anche assai dolci, con un passato di cammelliere, onorato da vivo e più ancora da morto, di sé diceva di non essere diventato monaco, ma di avere «semplicemente» visto dei monaci.

Puntò alla solitudine più assoluta nel deserto di Scete. Se ne stava nella sua grotta, dando un’occhiata qualche volta alla strada: «Ed ecco un giorno passare di lì Satana in forma di uomo: sembrava che indossasse una tunica di lino piena di buchi, e dai buchi sporgevano delle fiale». Dove vai? E cos’è quella roba? gli chiede Macario. «Vado a insinuare i pensieri nei fratelli», risponde Satana. «Porto ai fratelli le golosità», ne porto tante perché alla fine ce n’è almeno una che piace. Al ritorno, però, Satana è molto seccato perché tutti sono stati «sgarbati» con lui e l’hanno scacciato; tutti tranne uno, Teopempto, «lui mi dà retta e, quando mi vede, si contorce come il vento».

Appena il diavolo si allontana, Macario si alza e si affretta verso il monastero. Grandi feste, ma lui vuole essere portato subito da Teopempto. Si siede con lui e gli chiede: «”Come ti vanno le cose, fratello?”. Disse: “Bene, grazie alle tue preghiere”. “Non ti fanno guerra i pensieri?”. “No, finora sto bene”.» Teopempto si vergogna come un cane, ha paura di confessare, e allora Macario s’inventa di essere lui vittima dei pensieri: nonostante l’età, la fama e tutto quanto «sono turbato dallo spirito di fornicazione». Alla fine il giovane monaco si apre e Macario lo lascia confortato e attrezzato di buoni consigli.

Rientrato al suo eremo, qualche giorno dopo Macario rivede Satana che torna dal monastero. «”Come vanno i fratelli?”. “Male!”, disse [Satana]. “Perché?”. “Perché sono tutti sgarbati; e, quel ch’è peggio, anche quello che mi era amico e mi ubbidiva è cambiato non so come, e nemmeno lui mi dà più retta, anzi è diventato il più sgarbato di tutti».

D’altra parte Pietro racconta che un giorno Macario andò in visita da un anacoreta e, «trovatolo malato, gli chiese: “Che vuoi mangiare?”». Nella cella non c’era niente di niente, e quando l’anziano gli rispose «un pasticcino», Macario non esitò un istante e andò «a prenderlo fino ad Alessandria e lo portò al malato».

«E questo fatto meraviglioso rimase ignoto a tutti.»

Detti dei Padri del deserto, serie alfabetica, Macario l’Egiziano, 3, 8.

 

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«Sparsi nei deserti» (la «Storia dei monaci in Egitto»)

ConiPadrinel desertoHo già preso qualche appunto sulla Historia monachorum, in particolare sulla sua versione latina, di Rufino di Concordia – secondo alcuni autore, secondo altri traduttore di un originale greco – ma l’ho riletta volentieri sia perché è molto divertente, sia perché ne è testé uscita una nuova edizione per le benemerite Edizioni Scritti Monastici dell’Abbazia di Praglia, basata su quello che viene appunto considerato l’originale greco, di autore incerto.

Databile intorno al 400, è un vero e proprio reportage di un monaco di Gerusalemme che, insieme ad alcuni compagni, va a raccogliere notizie su gli «uomini perfetti» che si sono ritirati nei deserti dell’Egitto, e può essere assimilato ai grandi esempi della Storia lausiaca e della Storia dei monaci siri. Non è un documento storico, per quanto i particolari più minuti raccontino aspetti molto interessanti della quotidianità, non è un romanzo fantastico, per quanto sia bombo di senso del meraviglioso: è, come giustamente viene proposto, una «evocazione», di un clima spirituale, di uno slancio, di un’incarnazione della fede, concepita e scritta soprattutto come esortazione per tutti coloro che verranno e ai quali di quel clima non resterà altro che il racconto: sappiate che quegli uomini (e quelle donne, qui però assenti) sono esistiti.

E hanno compiuto prodigi.

«Ho visto, infatti, in Egitto», dice l’autore all’inizio del suo racconto, «molti padri che vivono una vita angelica, seguendo le orme del Signore nostro Salvatore e, come nuovi profeti, con la loro condotta ispirata, meravigliosa, virtuosa, dimostrano di possedere una potenza divina… Alcuni di loro non sanno che sulla terra c’è un altro mondo, che nelle città s’insinua la cattiveria… È possibile vederli, sparsi nei deserti, in attesa del Cristo, come figli legittimi aspettano il padre, come un esercito il proprio re, o come servi devoti il loro padrone e liberatore» (Prologo, 5-7).

È lo stesso autore che osserva come non basterebbe il tempo per raccontare tutte le manifestazioni della virtù somma di questi uomini: taciturni, pazienti, candidi, obbedienti, ospitali, servizievoli, altruisti, longevi, prevalentemente crudisti e grandi amici degli animali; come abba Teona che «di notte, così raccontavano, usciva dalla sua cella e si univa alle bestie selvatiche alle quali dava da bere l’acqua che aveva. Intorno alla sua casetta si potevano vedere orme di bufali, di onagri, di gazzelle e di altri animali la cui compagnia per lui era motivo di grande piacere» (VI, 4).

Mi piace molto quando, quasi inavvertitamente, si insinua nel racconto un minimo particolare che non rimandi all’ascesi e alla penitenza. In questo caso addirittura un «grande piacere», oppure un pisolino, come nel caso di abba Giovanni che, «prima di tutto restò in piedi per tre anni sotto una roccia, pregando incessantemente Dio, senza mai sedersi, senza dormire, a eccezione di qualche sonnellino che riusciva quasi a rubare in quella posizione» (XIII, 4): lo so, è un puro gioco intellettuale, ma io lo vedo l’anziano asceta che chiude gli occhi un momento, e la testa gli scivola di lato e si appoggia alla pietra…

O come nella storia dell’uva e del grande Macario, al quale «furono portati dei grappoli d’uva fresca. Egli volentieri l’avrebbe mangiata ma, per dimostrare di essere temperante, la mandò ad un fratello ammalato», il quale a sua volta la spedì a un altro, che, per carità, e via così: «Quell’uva, in conclusione, fece il giro di molti fratelli e nessuno la mangiò»; fece il giro completo del monastero perché tornò a Macario che «la riconobbe, fece delle indagini, e rimase stupito» (XXI, 14): bravi confratelli!

I nomi non sono estranei alla simpatia che provo per questi personaggi: abba Or, abba Bes, abba Surus, Amun e Pitirione, abba Dioscoro, Piammonas e Pafnuzio, che un giorno disse a un mercante: «Perché non vieni anche tu a godere del nostro nome, il nome di monaco?», e quello andò. E abba Patermuzio, per il quale il sole arrestò il suo corso «e non tramontò prima del suo arrivo nel villaggio [dove si stava recando a visitare discepoli ammalati]: tutti gli abitanti della zona videro bene il fenomeno». Tutti.

Con i Padri nel deserto (Storia dei monaci in Egitto), a cura di S. di Meglio, Edizioni Scritti monastici, Abbazia di Praglia, 2015 (con illustrazioni molto interessanti da un volume del 1625).

 

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«Come se fosse la cosa più facile di tutte»: il discorso ascetico di Nilo di Ancira

È molto seccato Nilo di Ancira, abate vissuto tra la fine del IV secolo e l’inizio del V e noto anche come Nilo l’Asceta, seccato perché ci sono individui che vanno in giro dichiarandosi monaci, discepoli della «vita filosofica», e invece non fanno altro che indossarne la maschera, continuando a seguire le proprie passioni e attirando in questo modo «il pubblico discredito su tutta la vita monastica». Come se bastassero «barba, mantello e bastone» per imitare gli apostoli e i padri delle origini, figuriamoci! Questi tizi ignorano che «essere filosofo [cioè monaco] significa soprattutto essere libero, più che altro fuggendo la schiavitù delle passioni». Bisogna esercitarsi senza posa nel combattimento delle passioni, avendo sempre ben chiaro che cosa ci aspetta dopo la morte: l’eterno supplizio o la gloria luminosa. Anche perché «osservare invero il più assoluto silenzio, nutrirsi di erbe, coprirsi il corpo con logori stracci e vivere rinchiusi in una botte passerebbe davvero ogni limite di insipienza se non si attendesse dopo la morte nessuna gratificazione». (Devo dire che mi piace questa franchezza che, nelle immagini aggiunte per maggior chiarezza, dimostra l’assidua frequentazione del dubbio da parte di Nilo: «Sarebbe infatti come eliminare dalla vita il premio per la virtù […], stare in un’arena che al di là dei sudori non porta altri frutti».)

Comunque la grandezza di un tempo è corrotta, e le città «pullulano di girovaghi alla ventura», proprio quei girovaghi aborriti da Benedetto, che sono regola a se stessi, che «assiepano come parassiti le porte dei ricchi o li precedono di corsa nelle piazze come fanno gli schiavi, allontanandone quelli che già stanno loro intorno e…» e che, somma iniquità, pretendono persino di avere dei discepoli, aggiungendo alla propria la responsabilità per l’altrui perdizione. I padri seppero mettere a tacere le pretese del corpo, seppero farsi simili alle Pontenze invisibili, «noi invece in stato di bisogno ci comportiamo come cagnolini che scodinzolano per fare festa a chi loro getti un osso spolpato», ci preoccupiamo dei terreni, dei confini, dei vestiti, dei cibi, degli oggetti, anche di quelli più volgari: ma vi rendete conto, giungiamo a fabbricare pitali d’argento!

È curioso, poi, se ci si pensa: a nessuno viene in mente di fare il chirurgo senza aver appreso l’arte medica, nessuno si sogna di costruire una casa senza conoscere le regole dell’edilizia, e così via, «solo quando si tratta di onorare Dio come egli merita, tutti non hanno timore di cimentarsi senza la guida di un maestro, come se fosse la cosa più facile di tutte».

Sì, mi piace questo Nilo, devoto e contemporaneo del Crisostomo, che, secondo il curatore, Calogero Riggi, spesso la tradizione ha sovrapposto o confuso con Nilo il Sinaita, l’autore delle Narrationes de caede monachorum in monte Sinai (che ancora mi mancano). Tutte le opere intestate ai vari Nili stanno nel tomo 79 della Patrologia Graeca del sommo Migne, quelle di sicura attribuzione a Nilo di Ancira, oltre a un corpus rispettabile di lettere, hanno titoli indicativi, come ad esempio (sempre in latino) il Tractatus de paupertate volontaria, il De octo spiritibus malitiae e appunto il Liber de monastica exercitatione, cioè il Discorso ascetico, nel quale si riversa tutta la seccatura di Nilo per la faccia tosta di chi si spaccia per monaco. Ma nel quale si trovano anche interessanti esempi di lettura allegorica della Bibbia e un gusto spiccato per l’immagine concreta, utile a comprendere bene il senso pratico dell’insegnamento.

La via della virtù è una lunga convalescenza, dice infatti Nilo, e occorre stare più che attenti alle ricadute, sempre in agguato anche dopo una vita intera di rinunce. Lungo questa via possiamo contare però su alcuni maestri. Il primo, infallibile, è Gesù, «che volle prima fare e poi insegnare»; poi le scritture, che opportunamente lette sono un tesoro inestimabile; e infine le testimonianze di chi ci ha preceduto.

Proprio a questo proposito, commentando l’attraversamento del Giordano da parte di Giosuè e del suo esercito (Giosuè 4, 1-11), Nilo fa un’osservazione che mi sembra molto bella: «Così egli [Giosuè] ci insegna come bisogna fare emergere alla luce i pensieri sommersi nel profondo della nostra vita istintiva, comporli sapientemente in un insieme come un monumento, e parteciparne agli altri, senza gelosia, la conoscenza, perché sappia come tragittare il fiume non solo chi si trovi a passare per caso, ma anche chiunque voglia compire la medesima traversata, così facilitata dall’esperienza altrui; perché insomma l’esperienza degli uni sia di insegnamento agli altri».

Nilo di Ancira, Discorso ascetico, a cura di C. Riggi, Città Nuova 1983.

 

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Cavalca, Cavalca, Cavalca

CavalcaQualche giorno fa, con la complicità di un pomeriggio piovoso, ho dedicato alcune ore a una libreria di remainders (una delle attività più belle, e al tempo stesso tristi, che conosca). Il risultato più notevole dello scavo sono stati i due volumi delle Vite dei S.S. Padri volgarizzate da Domenico Cavalca, pubblicati presumibilmente nel 1915 dall’Istituto Editoriale Italiano, nella collana dei Classici Italiani, serie III, voll. LIV-LV. Non si tratta di una rarità editoriale, e sono pressoché certo che siano disponibili in rete (anche se non le ho cercate), ma non potevo esimermi dal dare ricetto ai due suddetti volumi, il primo dei quali è introdotto con perizia da Massimo Bontempelli, che così presenta l’autore: «Domenica Cavalca nacque, circa il 1270, a Vico Pisano, e fu della regola di San Domenico. La sua vita è semplice, e si compendia tutta nelle sue opere ascetiche, e nella fondazione del monastero di Santa Marta in Pisa, ov’egli raccoglieva le donne di mala vita che riusciva a convertire. Morì nel 1342». E aggiunge un’osservazione sul genere frequentato dal Cavalca che merita di essere riportata: «La letteratura ascetica di quel tempo può dirsi impersonale: è un poco come gran parte della letteratura giornalistica del nostro».

È lo stesso Bontempelli a dar conto di quella che, seppur ampia, è comunque una scelta dai testi originali, che tra l’altro sono stati riproposti recentemente nell’«originaria forma linguistica pisana» dalle Edizioni del Galluzzo. Ma non si tratta qui di filologia né di bibliografia, che pure nel caso delle Vitae Patrum (del Vitapatrum) sarebbe molto interessante, bensì di un mero pretesto introduttivo per annotare una piccola scelta dei fantastici titoletti che accompagnano i paragrafi delle storie, e che già di per sé, anche fuori contesto, raccontano una storia.

  1. Come, entrando più addentro nel diserto, fu battuto e in diversi modi tentato dalle demonia.
  2. Di uno esempio che diede d’uno eremito che fu ingannato da un demonio che gli apparve in ispezie di una femmina smarrita.
  3. Come liberò una giovane che era ammaliata e impazzava d’amore, e d’altri indemoniati che liberò, e come visitava i frati una volta l’anno.
  4. Come tornando coi monaci al primo abitacolo, venendo tutti quanti meno di sete neL diserto, gittandosi in orazione, impetrò da Dio una fonte, e poi come ritornò al monte.
  5. De’ filosofi, i quali convinse.

 

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Errore di stampa, refuso («Penthos», di Irénée Hausherr; pt. 2/2)

Penthos(la prima parte è qui)

Questa seconda spinta ha a che fare con la versione laica della compunzione, che, ricordo anzitutto a me stesso, può essere definita come «rammarico che si prova in fondo al cuore per aver peccato». Tra l’altro, la parola greca che usano i Padri è catanyxis, che, mi insegna Hausherr, ha molti echi nelle Scritture, il più suggestivo dei quali per me è nel Salmo 4, al verso 5: «Tremate e non peccate, sul vostro giaciglio riflettete e placatevi»; molto potente in latino: «Irascimini, et nolite peccare; quae dicitis in cordibus vestris in cubilibus vestris compungimini» (dove c’è tutto il senso di costrizione e disagio); interessante in Turoldo: «Trepidate sgomenti e più non peccate, sui vostri giacigli meditate in silenzio» (ormai la preposizione per letto e giaciglio non può che essere «su», non più «in»). La compunzione, oggi ormai quasi sistematicamente sostituita dalla contrizione («sentimento di vivo dolore e di sincero pentimento per colpe commesse, soprattutto in trasgressione alle leggi della morale cristiana»), è, osserva Hausherr, essere inchiodati a qualcosa, al ricordo del peccato e dunque alla colpa, quella colpa che secondo Origene «lascia una traccia scritta indelebilmente nel cuore, per essere manifestata nel giorno del giudizio». E, per aggiungere suggestioni anche pretestuose, la parola greca per indicare questa traccia è typos, cioè typo, cioè «errore di battitura, errore di stampa, refuso»: il peccato è un errore di stampa che non può più essere corretto, bensì perdonato dal grande Correttore, al quale si presenterà infine lo scempio del proprio testo imperfetto. Il pentimento per l’errore, tuttavia, può cominciare subito, ed essere sostanzialmente ininterrotto: «Vi è una guarigione anche dopo l’ulcera, ma rimane la cicatrice» (Basilio); «Non vi è reintegrazione nella vecchia condizione, quando anche la cercassimo con molti sospiri e lacrime; da queste viene la cicatrizzazione, con pena, ma viene, e noi ci crediamo» (Gregorio).

Non soltanto il ricordo dei propri peccati genera la compunzione, «ma essa si nutre anche delle certezze e delle incertezze dell’avvenire», e poi ci sono i peccati altrui, «l’interesse per la sorte eterna degli altri», il sentimento della salvezza perduta, e così via. Un male universale che tuttavia non deve spingere alla tristezza e alla disperazione, perché la possibilità stessa di piangerlo è un dono del Signore e il segno che non ci ha abbandonati. Il discorso di Hausherr continua, esaminando i mezzi, gli ostacoli e gli effetti della compunzione e del lutto, con pagine piene di note, riferimenti e suggestioni di grande interesse. Nel frattempo, però, se così si può dire, io mi sono fermato sulla riva dove il concetto cristiano di peccato si è dissolto, ma non il suo effetto. È difficile muoversi su tale sponda, e questa è comunque una lezione dei Padri, perché la «porticina segreta dell’autogiustificazione» (Barsanufio) è sempre aperta; ed è difficile per le risonanze psicoanalitiche (anche d’accatto) di certi discorsi. Ma il «rammarico che si prova in fondo al cuore» esiste, e punge, a livello individuale o sociale, e se non è «per aver peccato», sarà «per essere stato inadeguato», alle cose o alle persone. È chiaro che il pentimento qui ha un significato diverso, e che anche la salvezza, se è data, ha un significato completamente diverso. Non diverso forse è quel «lutto», in questo caso sì, senza speranza, per i propri refusi.

Ma queste sono solo parole.

(2-fine)

Irénée Hausherr, Penthos. La dottrina della compunzione nell’Oriente cristiano (Roma, 1944), traduzione di L. Danieli, Edizioni Scritti Monastici, Abbazia di Praglia, 2013.

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Qualcosa di completamente fuori moda («Penthos», di Irénée Hausherr; pt. 1/2)

Penthos«Penthos è precisamente quel genere di libro di cui la maggior parte di noi ha bisogno oggi – qualcosa di completamente fuori moda che dà un taglio al nostro contemporaneo spirito consumistico. È un libro per persone serie, che tratta un argomento serio.» Con queste parole dirette, e che vezzeggiano il lettore, l’editore presenta la prima traduzione italiana del volume del francese Irénée Hausherr, gesuita e professore di patristica morto nel 1978, dedicato al penthos, cioè al lutto. Non quello circoscritto a un singolo evento luttuoso, bensì il sentimento di vasta estensione esistenziale, all’origine, tra le altre cose, della compunzione.

Non so se si possa avere bisogno di un libro, non so se sia il caso di squalificare senza distinzioni lo spirito consumistico, ho il terrore di indossare la maschera della «persona seria» (visto che mi riesce così bene) e non ricordo nemmeno vagamente l’ultima volta in cui mi sono, o mi sarei potuto, imbattere nel termine «compunzione»; eppure non mi sento ancora del tutto estraneo al suo significato. Anzi.

Sono molto contento di aver letto questo libro, e ringrazio chi l’ha tradotto, perché ne ho ricevuto due spinte. La prima, più prevedibile, è legata all’aspetto della spiritualità orientale qui preso in considerazione e al relativo, e misterioso, «carisma delle lacrime», che mi ha sempre interessato molto e che forse ho potuto comprendere un po’ meglio. Sono passati settant’anni dalla prima edizione di Penthos, e se il suo impatto si è affievolito, considerando ad esempio che molti dei Padri del Deserto citati da Hausherr oggi sono ampiamente tradotti e diffusi, tanto che persino uno come me non batte ciglio a veder menzionate le lettere di Barsanufio di Gaza, la sua compattezza di struttura e la sua forza concettuale sono intatte: fonti, definizione, cause, mezzi, ostacoli, effetti del lutto – 220 pagine che ne racchiudono migliaia, senza sbavature, né lungaggini, né ostentazioni.

Compattezza e forza che derivano, mi sembra, da uno stile individuale che fiammeggia sotto l’erudizione. Così, ad esempio, l’autore ha catturato la mia attenzione nel quarto paragrafo: «In mancanza di esperienza personale, ti propongo di ascoltare gli insegnamenti degli anziani su una delle disposizioni più necessarie all’ascensionista spirituale. Essi lo chiamano in greco penthos. Ma non si tratta di un’idea greca oppure bizantina; essa si ritrova sotto diversi nomi (dei quali vi faccio grazia) in tutte le lingue parlate dai cristiani orientali. Accontentiamoci di ricordare i termini latini dei Verba Seniorum: dolor, ovvero luctus».

Ecco: una delle disposizioni più necessarie all’ascensionista spirituale. Il lutto, il cordoglio, con la sua manifestazione più eclatante, il pianto, quello adulto, altro oggetto misterioso dell’esperienza quotidiana. Il lutto di lūgĕo, lūges, luxi, luctum, lūgēre, quello al centro della seconda «beatitudine» che in genere ricordiamo così: «Beati gli afflitti, perché saranno consolati» (Beati qui lugent, quoniam ipsi consolabuntur, Matteo 5, 4), ma che ad esempio il Diodati rende così: «Beati coloro che fanno cordoglio, perché saranno consolati». Il lutto che non è tristezza, che non ha a che fare con la penitenza, che «non sboccia dentro un animo debole», che «è una disposizione dimessa dell’anima», che è il primo passo su una strada che va in direzione opposta alla disperazione, e così via.

Ma qui siamo già sul terreno della seconda spinta.

(1-continua)

Irénée Hausherr, Penthos. La dottrina della compunzione nell’Oriente cristiano (Roma, 1944), traduzione di L. Danieli, Edizioni Scritti Monastici, Abbazia di Praglia, 2013.

 

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