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21st Century Monastic Man (pt. 2/4)

(la prima parte è qui)

Tornando alle quattro qualità indispensabili evidenziate da Michael Casey (ricerca di Dio, rinuncia, semplicità e tradizione), vediamo alcuni degli sviluppi abbozzati dal monaco e scrittore trappista.

La rinuncia anzitutto si modellerà sull’evoluzione della società circostante: «I modi che la rinuncia monastica adotterà saranno determinati dalle forme in cui l’ambiente sociale esprimerà l’alienazione o il disinteresse nei confronti di Dio». Ciò cui i novizi dovranno rinunciare determinerà la «forma esteriore della vita monastica»; se la società industriale, ipotizza Casey, continuerà a isolare vieppiù i suoi membri in una rete di circostanze e attività virtuali, i monasteri potrebbero ad esempio diventare «centri di realtà non-virtuale».

Alcuni monasteri sopravvivranno come «monumenti di meravigliosa irrilevanza», perché ci sarà sempre qualcuno che vorrà far parte di una tradizione gloriosa anche se ormai spenta. Saranno, questi, luoghi di conservazione della memoria, «parchi a tema devozionali, con alcuni veri monaci proprietari del luogo che parteciperanno part-time alle diverse attività condotte sul terreno del monastero» («pious theme parks»? Accidenti!). Ma la spinta innovativa verrà da altre comunità che sapranno mettere in discussione qualsiasi aspetto della tradizione. La tradizione va ripensata, reinventata in modi che sgorgheranno dai luoghi dove il monachesimo sarà più vitale, e «l’Europa non può reclamare alcun monopolio di decisione circa i modi nei quali la spinta monastica cercherà di esprimersi; probabilmente nemmeno circa l’interpretazione della tradizione benedettina». Apertura e inclusività dovranno essere le parole d’ordine, ed è qui che i toni di Casey si alzano e l’ottimismo contribuisce a colorare le visioni del futuro.

Tanto per cominciare, in questa prospettiva le comunità miste saranno all’ordine del giorno («non vedo come questo possa essere evitato una volta che accettiamo la premessa dell’uguaglianza di genere»): basterà essere un minimo attenti a strutture architettoniche e riti comunitari per non esporre a inutili rischi la castità, la quale peraltro ne risulterà padroneggiata con maggiore profondità.

Ma l’apertura potrebbe anche andare oltre. «Ecco quanto è buono e quanto è soave che i fratelli vivano insieme!» canta il Salmo 133, «certo», commenta Casey, «ma non sarebbe ancor meglio se insieme vivessero i fratelli e le sorelle, gli ebrei, i greci e i barbari, i giovani e i vecchi, i saggi e gli stupidi, gli innocenti e i recidivi?» Con l’amore, il lavoro e i leader carismatici, secondo lui si può fare.

Come dicevo, talvolta l’accento è spostato di più sulla preoccupazione. O meglio, lo sguardo verso il futuro si accompagna a toni meno brillanti, come nel caso dei Thoughts on the Future of Western Monasticism, del monaco benedettino Terrence Kardong, scrittore e curatore dell’American Benedictine Review. Dopo un breve excursus autobiografico, Kardong apre la sua riflessione sulla nota più evidente e dolente: «La parte più significativa del problema è il reclutamento. Le persone non chiedono più di entrare nei nostri monasteri. La mia congregazione, la più grande nel mondo sul versante maschile, conta la metà dei membri che aveva nel 1965… Certo, domani può presentarsi alla porta un san Bernardo con tutta la famiglia e ribaltare la tendenza, ma nel complesso il mondo monastico si sta restringendo». Qualcuno obietterà, ricorda Kardong, che ci sono comunità in piena fioritura. Sì, nel mondo in via di sviluppo la vita monastica possiede ancora un certo tipo di attrattiva, e d’altra parte in Occidente ci sono delle «nicchie» tradizionali destinate a sopravvivere senza problemi, «ma non vedo come questo possa essere il futuro di tutto il mondo monastico».

(2-continua)

Michael Casey, Thoughts on Monasticism’s Possible Futures; Terrence Kardong, Thoughts on the Future of Western Monasticism, in A Monastic Vision for the 21st Century a cura di P. Hart, ocso, Cistercian Publications 2006, pp. 23-42; 57-72.

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21st Century Monastic Man (pt. 1/4)

L’impressione generale che ho ricavato dal volume curato dal trappista Patrick Hart e dedicato ai possibili sviluppi del monachesimo nel XXI secolo è quella di una preoccupata serenità. Va ricordato anzitutto che i monaci e le monache (e i pochi laici) convocati da Hart a esprimere il loro parere su where do we go from here? (come recita il sottotitolo, che potrebbe anche essere reso con un «che fine faremo?») sono tutti nordamericani, e questo dà un tono particolare alle riflessioni; va detto inoltre che questa «serena preoccupazione» è il risultato di una media tra atteggiamenti spostati sul primo termine e sul secondo. (In generale si può anche dire che sono i laici a essere più entusiasti sulla magnifiche prospettive del monachesimo, mentre è dai monaci che giungono le riflessioni più serie su un futuro non privo di ombre.)

Dal versante di coloro che pensano che «dài, ce la faremo anche se non sappiamo ancora come» prendiamo il trappista Michael Casey, che, con una cautela e un’apertura tipiche da «pensiero debole», muove da quattro aspetti fondamentali per tentare di definire i monaci e il monachesimo del futuro: 1. I monaci devono essere cercatori di Dio, «in qualsiasi modo la realtà divina sia definita» («however the divine reality is described», precisazione che trovo sorprendente l’autore abbia ritenuto di dover fare); 2. Questa ricerca esige una rinuncia radicale e pertanto un certo livello di «separazione» dal mondo; 3. La vita monastica dev’essere semplice, non perché rifiuti la complessità del mondo, né perché persegua un «inautentico neo-primitivismo», bensì poiché unico e «semplice» è il suo obiettivo; 4. Un monaco deve inserirsi in una tradizione, non esiste il monachesimo fai-da-te: «L’autentico monachesimo non si autogenera; non può essere il risultato dell’espressione di un individuo, proprio perché il suo obiettivo fondamentale è il superamento dell’individualità».

Tra l’altro, essendo il carattere paradossale del monachesimo, e più esattamente della comunità monastica, uno dei pochi risultati certi dell’esplorazione che sto registrando su questo blog, osservo che uno dei punti di più vivo paradosso in generale è il rapporto non risolto tra individuo e comunità. Non parlo del concreto rapporto che si può instaurare e di fatto si instaura tra un individuo e una comunità (sono esistiti ed esistono milioni di monaci anonimi che si sono per così dire «disciolti» nelle loro comunità – come miliardi di persone sciolte nelle rispettive società), ma quello ideale tra il principio dello smantellamento dell’individualità, indicato ancora oggi, come si è visto, tra i fondamenti della vita monastica, e la realtà di un fenomeno creato e mantenuto vivo grazie all’azione di spiccate individualità. I libri sono stati scritti e si scrivono su Bernardo e Rancé, per fare due nomi a caso, non su fratello Cimabue, che pure probabilmente è «più monaco» dei grandi fondatori e riformatori di Ordini.

Bernardo e Rancé – non dico nulla di nuovo – si scagliavano contro l’individualità perché era la loro individualità che rappresentava anzitutto un problema, o un ostacolo, o una fonte inesauribile di peccato. E ciò facendo la riaffermavano nella pratica, di contro alla teoria. Quanto più predicavano l’obbedienza a oltranza, la spersonalizzazione, tanto più si presentavano come guide, come leader, capaci di portare nel futuro i propri confratelli. Lo stesso Casey dedica un paradossale paragrafo conclusivo proprio al tema della leadership: «Ci saranno leader monastici capaci di portarci con coraggio e creatività nel futuro?» Come se il destino del monachesimo fosse nelle mani di monaci che ne disattenderanno l’obiettivo primario…

(1-continua)

Michael Casey, Thoughts on Monasticism’s Possible Futures, in A Monastic Vision for the 21st Century, a cura di P. Hart, ocso, Cistercian Publications 2006, pp. 23-42.

 

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