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Jerpoint Abbey

Jerpoint 00Jerpoint Abbey è un nobilissimo rudere cisterciense che si trova nei pressi di Thomastown, nella contea di Kilkenny (Irlanda). La fondazione risale al 1160, e nei suoi circa quattrocento anni di vita l’abbazia crebbe in potere e prestigio, sviluppò intorno a sé una cittadina (ora scomparsa) e fu al centro di molte vicende, non soltanto religiose: «Per ricchezze, onori e bellezze architettoniche», dicono le guide ottocentesche, «nessuna istituzione monastica in Irlanda superò Jerpoint».

Jerpoint 01Lo scrittore e giornalista irlandese S.C. Hall pubblicò pure delle Lines written at evening, at Jerpoint Abbey, che cominciano così (in realtà, questa è la seconda di venticinque stanze):

I gaze where Jerpoint’s venerable pile,

Majestic in its ruins, o’er me lowers:

The worm now crawls through each untrodden aisle,

And the bat hides within its time-worn towers.

It was not thus when, in the olden time,

The lowly inmates of yon broken wall

Lived free from woes that spring from care or crime,

Those shackles which the grosser world enthrall.

Then, while the setting sunbeams glistened o’er

The earth, arose to heaven the vesper song:

But now the sacred sound is heard no more,

No music floats the dreary aisles along;

Ne’er from its chancel soars the midnight prayer;

The stillness broken by no earthly thing,

Save when the night-bird wakes the echoes there,

Or the bat flutters its unfeather’d wing.

 

Jerpoint 02Nei brandelli di chiostro sopravvissuti (e in parte ricostruiti nel ventesimo secolo) ho visto una cosa che, se ben ricordo, non avevo mai visto altrove. In alcuni degli intercolunni delle poche colonnette rimaste in piedi, si possono vedere degli altorilievi molto curiosi, non tutti di argomento religioso.

 

 

 

 

Compresa questa giovane donna sorridente, con la sua mantellina, e questo paggio, forse col mal di pancia.

Jerpoint 04 Jerpoint 05

(Foto Potts)

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Abbazia di Pluscarden, una visita

(Foto Potts)

Durante il viaggio in Scozia che abbiamo fatto questo mese, siamo andati a visitare l’abbazia benedettina di Pluscarden, nei pressi di Elgin (diocesi di Aberdeen), perché è l’unica in tutta la Gran Bretagna ancora attiva nella sua sede originaria. I monaci vi sono rientrati nel 1948, dopo quasi quattro secoli di abbandono, e i lavori di ricostruzione sono ancora in corso… ma queste sono tutte informazioni che si possono trovare sull’esauriente sito dell’abbazia.

La strada per giungervi (una «single track road» come tante in Scozia) sembra fatta apposta per creare la giusta aspettativa e introdurre all’atmosfera di ritiro dal mondo, alla potente carica di pace, raccoglimento e meditatività del luogo. L’ultimo, breve tratto si compie a piedi, per ritrovarsi improvvisamente di fronte al complesso abbaziale e pensare ancora una volta a come i monaci sapessero scegliere con sapienza i luoghi.

La visita vera e propria è limitata ai due transetti della chiesa e a due cappelle collegate, dalle quali si può gettare uno sguardo al coro. Poco distante, si può entrare anche nel cimiterino ombreggiato.

(Foto Potts)

Nell’ordine abbiamo incontrato un anziano monaco, che si è eclissato nell’edificio principale camminando molto faticosamente, un giovane confratello seduto all’organo, intento a provare qualche brano, e un monaco giardiniere che rasava il prato a bordo di un trattorino. Naturalmente siamo andati allo shop, dove ho preso un medaglietta di san Benedetto (ne ho un certo numero), un vasetto di balsamo antidolorifico al miele, un cd di canto gregoriano con la liturgia di san Columba cantata proprio dai monaci di Pluscarden e tre volumetti. Tre di quei tipici esempi di pubblicazioni monastiche difficili da trovare nei circuiti normali e di cui sono molto ghiotto.

Anzitutto un numero (il 157, datato «Quaresima 2012») di Pluscarden Benedictines, il notiziario dell’abbazia, dove tra le altre cose si può leggere un estratto degli «Annals» (novembre 2011 – gennaio 2012), redatti da brother Matthew e in cui sono riportati fatti di diversa importanza e trovano spazio anche notazioni lievi, ma non per questo meno significative. Il 7 dicembre, ad esempio, è nevicato: pochi centimetri nella valle «which now looks very beautiful»; il Natale è passato felicemente, e il giorno di Santo Stefano «we had our usual steak and kidney pie for lunch»; al primo del nuovo anno, durante la ricreazione serale (Guadeamus) «we watched For a Few Dollars More [Per qualche dollaro in più], which we all enjoyed»; e poi le partenze, gli arrivi, le visite, i lavori e, evento cruciale di inizio anno, l’introduzione del nuovo orario (un articolo apposito informa che l’importante novità è stata oggetto di una «extensive consultation, in which every monk in solemn vows was free to  make any comment or suggestion he liked», dopo la quale il consenso è stato unanime).

Il secondo acquisto è stato un album fotografico, In This Place I Will Give Peace, che racconta per immagini i nuovi primi cinquant’anni dell’abbazia (1948-1998). I documenti visivi dei lavori di restauro e vera e propria ricostruzione, e delle cerimonie ufficiali, sono intervallati da ritratti di monaci che sono vissuti e morti o sono tuttora viventi nell’abbazia. Per la maggior parte sono immagini non premeditate e spesso commoventi, che trasmettono con evidenza quel senso di particolare attaccamento fisico e spirituale che una comunità monastica può generare nei confronti del luogo nel quale ha pronunciato il voto di stabilità: dom Benedict alle prese con le sue api, br. Dronstan sorridente con un martello pneumatico in mano, br. Michael tutto contento alla macchina per cucire e dom Edmund «in his beloved greenhouse».

Infine Our Purpose and Method dell’abate Aelred Carlyle, figura complessa del monachesimo britannico e fondatore nel 1895 della prima comunità benedettina anglicana (dalla quale, dopo il passaggio al cattolicesimo, deriverà la comunità di Pluscarden). Un documento interessante, al quale probabilmente dedicherò qualche nota a parte.

Dimenticavo la nota di colore. Mentre eravamo allo shop è entrato un monaco e, giocoforza, abbiamo scambiato due parole, very benedictine e very british. Come mai siete venuti proprio qui, dove siete diretti, che splendida giornata, ecc. Da dove venite? Italia, Milano? «Ah, ci sarebbe piaciuto che Armani ci disegnasse il saio, ma non poteva…»

(Oltre alle molte immagini presenti sul sito, si può vedere anche questo breve montaggio di presentazione dell’abbazia.)

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Un posticino (Iona)

Iona Abbey (foto Potts)

 

 

 

 

 

 

If death in Iona be my fate,
merciful would be that taking.
I know not beneath blue heaven
a better little spot for death.

(Se un giorno a Iona mi aspettasse la morte
benedetta sarebbe quella sorte,
poiché sotto il cielo azzurro non conosco
un posticino migliore per morire.)

Attribuito ad Adamnano di Iona (fine VII secolo), citato in The Triumph Tree. Scotland’s Earliest Poetry, 550-1350, ed. by Th.O. Clancy, Canongate Classics 1998, p. 116.

Il cimitero affacciato sul Sound of Iona (foto Potts)

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Lérins

«Un’isoletta vicino alla Costa Azzurra, Lérins, vede nascere all’inizio del V secolo una singolare esperienza monastica. Il luogo ameno e gradevole, accompagna il processo di traduzione degli ideali classici: otium, tradizione degli antichi, amore per la cosa pubblica, assumono tratti cristiani» (poche parole azzeccate da un risvolto di copertina di un’opera di Vincenzo di Lérins fotografano assai bene il luogo).

Ci sono una decina di corse in battello, d’estate, che uniscono Cannes all’Ile de Saint-Honorat, l’antica Lérins, tutt’oggi sede, a sedici secoli dalla sua fondazione, di un monastero vivo. La traversata dura circa venti minuti. Se si è letto qualcosa prima, si vibra leggermente al pensiero di approdare all’isola (larga poco più di settecento metri e lunga un chilometro e mezzo) che può essere considerata una delle culle del monachesimo occidentale.

Onorato, nato nel nord-est della Gallia, da famiglia aristocratica, intorno al 370, ci arriva di ritorno dalla terra santa e da una tappa in Italia, pochi anni dopo il 400, e vi trasferisce l’esperienza del «deserto» egiziano, da subito tuttavia nella sua forma cenobitica (già verso il 427 Cassiano vi fa riferimento come a una «grandissima comunità di fratelli»). È disabitata e selvaggia, separata dal mondo, chiusa in se stessa – è perfetta. Sarà la base di monaci e vescovi importanti.

Oggi, per chi lascia la Croisette, è la più classica delle «oasi di pace». Ci si può passare una giornata tranquilla, di leggere divagazioni e illusioni. Volendo si ascolta un ufficio, oppure ci si siede a guardare il Mediterraneo da uno dei contrafforti della torre-rifugio che si protende sul mare. Ci sono le palme. C’è anche lo shop, con i saponi, l’immancabile lavanda, i cd dei monaci, le agiografie.

Un «deserto» inospitale milleseicento anni fa, ma dolce e bello se già Eucherio di Lione, nel 429, proprio mentre risiedeva lì, così scrive: «I luoghi deserti vengono nobilitati dalla vita solitaria dei santi, è chiaro che devono rispettarli tutti. Però un occhio di riguardo ce l’ho per la mia Lerino, che accoglie tra le sue braccia tanto generose quelli che arrivano strapazzati dai naufragi delle tempeste mondane e fa accomodare dolcemente sotto le sue ombre la gente spossata dalla calura del mondo, per cui se uno è affannato lì può riprendere fiato sotto l’ombra spirituale del Signore. Zampillante di acque, verdeggiante di erbe, splendida di fiori, soave nei paesaggi, offre alle persone che la possiedono il paradiso che un giorno possiederanno».

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Voyager Abbey

Come in ogni campo di specializzazione anche negli studi sul monachesimo si incontrano bizzarrie, che tali non sono, a ben guardare, ma che destano comunque una certa sorpresa. Una delle più curiose che ho scoperto negli ultimi tempi è uno studio intitolato Luce ed orientazione delle chiese monastiche nel Veneto. La studiosa Eva Spinazzè vi ha esposto i risultati di una ricerca condotta su un campione di ventitré chiese benedettine, costruite tra il VII e il XII secolo e distribuite prevalentemente nelle province di Treviso, Verona, Padova e Venezia. Applicando i principi dell’archeoastronomia, la ricerca era volta a scoprire e a determinare l’eventuale legame tra l’orientazione dei luoghi di culto e i punti dell’orizzonte corrispondenti al sorgere del sole o della luna o di altri astri in occasione di date significative.

Una pratica, quella di orientare gli edifici principalmente versus solem orientem, che muovendo da antiche tradizioni orientali attraversa il mondo romano e giunge nel Medioevo cristiano, saldandosi, nel caso dei monasteri, alla necessità dei monaci di disporre di strumenti per stabilire gli orari dell’ufficio divino: infatti, «come può sapere il monaco l’ora della preghiera durante il giorno e la notte?» La fonte principale, secondo Spinazzè, è il De cursu stellarum ratio di Gregorio di Tours (sec. VI) che invita i suoi confratelli a un’attenta lettura del cielo stellato («Sono i cieli che narrano la gloria di Dio», dice il Salmista) e del corso del sole, aiutandosi nel secondo caso, non soltanto con le meridiane, ma anche con le ombre proiettate per esempio sulle colonne del chiostro o con i raggi che filtrano dalle varie aperture. Il monastero, e in particolare la sua chiesa, se costruito secondo un certo criterio, si trasforma in un grosso orologio e «precipita» in terra, nella pietra, una vicenda celeste.

Rilievi topografici, GPS, uso del teodolite hanno dunque consentito «accurate misurazioni [che] indicano che le chiese medioevali non sono tutte orientate genericamente verso l’est astronomico, ma che la maggior parte di esse è orientata all’interno dell’arco azimutale compreso tra i due solstizi». Ogni orientazione è diversa e precisa, e se si incrociano i dati astronomici con quelli del calendario si va dal caso più comune – allineamento con il sorgere o il tramontare del sole il 21 marzo, festa di san Benedetto, o con la Pasqua o con l’Assunzione – a casi più particolari – allineamento al giorno del patrono o come S. Lorenzo in Castello a Venezia: «Chiesa allineata con il sorgere del sole il 29 agosto, traslazione di santa Candida le cui reliquie sono state trovate immutate [sic] in un pilastro della chiesa».

Lo studio, che analizza in particolare il caso di S. Giustina a Padova (che «non è orientata alla festa della santa (il 7 ottobre), ma è orientata al sorgere del sole nel giorno di san Prosdocimo, il 7 novembre, padre spirituale di santa Giustina. In tal modo si ricordano per l’eternità entrambi i santi, sia con la destinazione che con l’orientazione della chiesa») è molto dettagliato, tecnico, corredato di tabelle e schemi, non si dilunga e non divaga. Nondimeno, proprio nelle ultime righe, considerando il potente significato metaforico di questo «trattamento» della luce e pensando ai monaci che studiano la posizione del rosone dei loro oratori, così si congeda: «Il sole illumina la navata della chiesa lungo l’asse, toccando l’altare, sfidando così il tempo e la morte con la luce eterna allineata alle pietre collocate dall’uomo e dando vita a esse finché giacciono una sopra l’altra».

Eva Spinazzè, Luce ed orientazione delle chiese monastiche nel Veneto, in «Benedictina», gennaio-giugno 2010, pp. 91-102.

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Ourscamp

L’abbazia cisterciense di Notre-Dame d’Ourscamp, in Piccardia. Fondata nel 1129 da Bernardo di Chiaravalle, lui-même. Incendiata, ricostruita, espropriata, venduta, smantellata per avere una rovina da mostrare agli amici, riutilizzata, bombardata, riconsacrata.

Fuori mano, come sempre. Visite guidate. Un fantasma dal passato gloriosissimo.

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Capsule

Non c’è aspetto, o quasi, del monachesimo, o meglio della vita monastica, che non sia leggibile in chiave simbolica (e forse sarebbe più esatto usare la tradizionale chiave a quattro denti: letterale, allegorico, morale e anagogico). In questo, tra l’altro, risiede probabilmente uno dei motivi dell’attrazione che esercita il monachesimo: la sensazione, immediatamente percepita, di trovarsi di fronte a una realtà carica di intra- e sovra-significati, una realtà capace di soccorrere l’individuo con un «senso». Posso anche rifiutare quel senso, ma non posso negarlo o squalificarlo con una distratta alzata di spalle. Mi spingerei anche a dire che il monachesimo offra questo soccorso più ancora della «pura e semplice» fede per via della sua quasi inimitata unione di aspetti concreti e aspetti ideali, di teoria e pratica – una unione che forse si può trovare soltanto in certe forme di impegno politico legate a lotte di emancipazione.

Il «coro dei monaci», per fare l’esempio cruciale del «luogo» che rappresenta il cuore spaziale e spirituale del monastero, è un concetto, e al tempo stesso una realtà, in cui tale stratificazione si può osservare con piena evidenza. La bibliografia sul tema è cospicua (senza contare il versante di storia dell’arte) e io sono del tutto impreparato, però ho incontrato di recente due spunti per così dire divergenti che mi paiono interessanti.

Riflettendo sulla «presenza e il gioco della luce» che anima le abbazie medioevali, in particolare quelle cisterciensi, Terryl Kinder scrive: «Per percepire pienamente il movimento della luce e delle ombre, è necessario trovarsi in un dato punto per tutto il giorno, dalla mattina alla sera, d’inverno e d’estate. Il lento effetto luminoso risulta particolarmente evidente quando si occupa lo stesso stallo, ed è come avere un posto in prima fila da cui seguire lo spettacolo; in altre parole, la lentezza stessa della luce in movimento costituisce lo sfondo perfetto di un’esistenza contemplativa». Parole che rimandano alla «stabilità», al monaco che rimane in quel singolo posto nel mondo e da lì, appunto, lo contempla, annunciando e preparandosi per l’«altro mondo»: «È questo che vedono una monaca o un monaco, quando si siedono in uno stallo otto volte al giorno, stagione dopo stagione, anno dopo anno»…

Per contro, se così si può dire, quello stare seduti e in piedi, «in silenzio e composti», sembra, se lo si guarda da un’altra angolazione, un’anticipazione del controllo sociale, «un’azione sedativa su ampia base». Da questo punto di vista «il seggio nel coro», scrive Franco Riva, «il sedile chiudibile, la possibilità di stare in piedi per lungo tempo protetti dentro la forma del sedile; l’alternanza delle posizioni; la solitudine della postura nella prossimità senza contatto con gli altri: dimensioni che rinviano alla disciplina spirituale e corporea del monaco, ma che alludono pure alla disciplina sociale in cui a ciascuno viene richiesto di fare soltanto, con ordine e diligenza, la propria parte.» In questo senso lo stallo prefigurerebbe il luogo in cui l’individuo moderno è allo stesso tempo posto in trono e irregimentato dal sistema. [Rettifico su richiesta dell’autore, si veda sotto nei commenti, precisando che Franco Riva cita H. Eickhoff, Sedersi, in C. Wulf (a cura di), Cosmo, corpo, cultura. Enciclopedia antropologica, Bruno Mondadori 2002, pp. 498-499.]

Non saprei. Guardo i cori – se posso riempiti di monaci, altrimenti così li immagino – e mi si forma un’immagine che non so bene come interpretare. Vedo comunità e solitudine, vedo un intento collettivo e un destino solitario, vedo eroismo e alienazione (gioia e noia?), vedo esercito, assemblea, teatro… Ripeto, non saprei. A volte vedo un blister di capsule: una terapia?

Terryl Nancy Kinder, I cisterciensi. Vita quotidiana, cultura, arte, Jaca Book 1998; Franco Riva, Ascesi, mondo e società. Monachesimo e cultura contemporanea, Abbazia San Benedetto di Seregno 2003.

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