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Sainte-Marie de la Tourette

«Se volete che sia realizzata un’opera forte e bella che esprima l’ammirazione, vostra e dell’Ordine [domenicano], per l’arte contemporanea, e comunichi la fiducia che ne avete, rivolgetevi a Le Corbusier: non sarete delusi» Marie-Alain Couturier (1897-1954; «frate domenicano a Parigi, pittore e amico dei grandi pittori dell’epoca»)1.

 

 

 

«Sono venuto sul posto, col mio taccuino, come sempre. Ho disegnato la strada, gli orizzonti, ho segnato l’orientamento del sole, ho fiutato la topografia. E ho deciso la posizione, che non era ancora definita», Le Corbusier.

 

 

«Per noi [domenicani] la povertà degli edifici deve essere rigorosa, senza alcunché di lussuoso e nemmeno di superfluo, è necessario soltanto che i bisogni vitali siano rispettati: il silenzio, una temperatura adatta al lavoro intellettuale continuato, gli spostamenti interni ridotti al minimo…», Marie-Alain Couturier.

 

«Ho cercato di creare un luogo di meditazione, di ricerca e di preghiera per i frati predicatori. Le risonanze umane di questo “problema” hanno guidato il mio lavoro… Ho immaginato le forme, i punti di contatto e di circolazione necessari affinché la preghiera, la liturgia, la meditazione, lo studio potessero trovare agio in questo edificio», Le Corbusier.

 

La sala capitolare

«Vivere a La Tourette non è soltanto un’esperienza estetica, è l’esperienza più profonda di abitare un edificio che non vi lascia mai tranquilli nelle vostre certezze, una casa esigente che vi mette sempre davanti a voi stessi e smaschera i vostri tentativi di fuga. L’architetto ha concepito il suo lavoro come la realizzazione delle condizioni pratiche per tale esperienza interiore», Jean-Marie Gueullette, op, ex priore di La Tourette2.

 

«Questo convento di cemento grezzo è un’opera d’amore. Qui non si parla. Qui si vive l’interiorità, perché è nell’interiorità che transita l’essenziale», Le Corbusier

 

 

 

Il «conduit» d’accesso alla chiesa

«Voi vi rivolgete direttamente a Dio, io no. D’altra parte, mi chiedete di costruire un convento, cioè un alloggio per un centinaio di religiosi, cercando di offrire loro ciò di cui gli esseri umani hanno più bisogno: il silenzio e la pace. In tale silenzio loro studieranno, e io farò una biblioteca e delle aule; in tale silenzio loro pregheranno, e io farò una chiesa, e questa chiesa per me avrà un significato preciso…», Le Corbusier.

 

 

 

«Un luogo di preghiera e di pace, dove l’utile è bello e il superfluo escluso.»3

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  1. Le citazioni, salvo diversa indicazione, sono tratte da Le Couvent de la Tourette – Le Corbusier, testi di Amans Aussibal, op, e Xavier Pollart, op, Les Frères dominicain de la Tourette 2020.
  2. Da «Les Amis des Monastères», n. 155, luglio 2008.
  3. Purtroppo delle celle abbiamo potuto vedere solo una maquette. Foto Potts.

 

 

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Oro, argento, inchiostro o acqua (Chiaravalle)

Chiaravalle Milanese, chiostro (foto Potts)

L’ultima visita all’Abbazia di Chiaravalle Milanese l’abbiamo fatta all’inizio dell’anno. Ci andiamo periodicamente, perché è vicina a casa, perché la strada che dobbiamo fare per raggiungerla è molto piacevole e soprattutto per respirare un po’. La campagna, un giro completo della chiesa, il periplo del chiostro, e poi, naturalmente, la Bottega dei Monaci, dove troviamo sempre qualcosa: i saponi, le creme, l’ultimo libro di Mauro Giuseppe Lepori (bello) e le birre trappiste che arrivano dal Belgio e dall’Austria, ma anche dall’Italia (era «appena arrivata» l’unica birra trappista italiana, quella del Monastero alle Tre Fontane di Roma).

Durante la visita non sono mai molto diligente, guida artistica alla mano, osservo e mi pasco, lasciando che il mio «interesse per le cose monastiche» si distenda nel luogo, senza articolarlo in parole, lette o ascoltate o, tantomeno, dette. Questa volta però, davanti all’affresco che sovrasta l’ala sinistra del coro, mi è subito tornata in mente una lettura che avevo fatto, soprattutto perché assai recente. Infatti, il miracolo rappresentato in Angeli che annotano il fervore dei monaci nella preghiera comune (del secondo decennio del ’600) – attribuito dapprima ai grandi decoratori della chiesa, i Fiamminghini (o Fiammenghini), e successivamente a Bartolomeo Roverio – è descritto nel capitolo III del Libro Secondo dell’Exordium Magnum Cisterciense: «Come san Bernardo durante la santa veglia vide degli angeli che stavano ciascuno accanto a un monaco e scrivevano su pergamene quel che salmodiavano».

Chiaravalle Milanese, coro, lato sinistro (foto Potts)

Si racconta che «una volta il padre santo prendeva parte alle Vigilie notturne con quella purezza e devozione che gli era consueta, nota a Dio solo e a lui. Mentre la lenta modulazione della salmodia protraeva le Vigilie, il Signore gli aprì gli occhi ed ecco: guardando, vide degli angeli che stavano ciascuno accanto a un monaco, riportando su fogli alla maniera notarile ciò che ognuno di loro salmodiava, con tanta esattezza da non tralasciare neppure la più piccola sillaba per quanto sbadatamente pronunziata». Bernardo si accorge che l’inchiostro usato dagli angeli per i loro verbali non è lo stesso per ogni monaco: per alcuni è oro, per altri argento, per altri ancora nero, a seconda del grado di passione infusa nel canto; per alcuni, inoltre, «sottratti a se stessi da vani pensieri», l’inchiostro era acqua, e infine, per qualcuno, gli angeli non scrivevano niente: costoro dormivano o erano volontariamente distratti.

Ieri, poi, abbiamo trovato una copia del fantastico libretto di Michele Caffi, Dell’Abbazia di Chiaravalle in Lombardia, pubblicato nel 1843, prima delle ultime massicce demolizioni1. Il volume, tra le altre meraviglie, riporta tutte le iscrizioni presenti all’epoca nel complesso2, con tanto di svolgimento e traduzione. A pagina 49 vi si può così leggere: «La volta del coro è dipinta con angioli e ricchi ornamenti. Sovra poi i sedili… sono pure altri affreschi de’ Fiamminghini. A mano sinistra veggonsi i monaci di Clervaux, che salmeggiano nel loro tempio, e gli angeli presso loro che considerando il diverso fervore de’ salmeggianti, scrivono in un libro con diverse materie ed anche con nulla. Sotto la pittura è l’epigrafe oggi quasi nascosta dai sedili:

 inscrizione 14.

PSALLENTIBVS NOCTV MONACIS CLARAVALLENSIBUS QVIBVSQUE ILLORVM VIDIT

BERNARDVS ASTANTES ANGELOS EORUM PSALMODIAM AVRO ARGENTO ATRAMENTO

AQVA NIHILO PRO SINGVLORVM IN DEO PIETATE NOTANTES.

cioè: “Salmeggiando di notte i monaci di Chiaravalle, ad alcuni di loro vide san Bernardo astanti degli angioli, i quali notavano i loro canti con oro, argento, inchiostro, acqua, ovvero con nulla, secondo il diverso fervore di ciascheduno”».

Giuro che la prossima volta che andiamo a Chiaravalle mi porto dietro il libretto del Caffi.

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  1. Intendo una copia cartacea, perché il testo in formato digitale si può consultare qui.
  2. «Nel riportare il testo delle epigrafi si è seguita scrupolosamente l’ortografia loro, la disposizione delle linee, la punteggiatura, le abbreviature, le scorrezioni, quali le offre il marmo. Le inscrizioni ormai perdute ed i supplimenti alle mutile si pongono in carattere corsivo minuscolo.»

 

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«In che mondo sono arrivato»

Ieri siamo stati all’Abbazia benedettina di Finalpia, a Finale Ligure. Abbiamo sbagliato orario di avvicinamento e siamo potuti entrare soltanto nel negozietto presso la portineria, dove abbiamo parlato un po’ con una signora gentilissima, che alla fine ci ha venduto un barattolo di marmellata «mela + caco» («ottima per un regalo»), una confezione di «gocce di miele» (dall’apiario benedettino per il quale Finalpia è rinomata), due birre, due opuscoli, un volumetto della collana «Orizzonti monastici» dell’Abbazia San Benedetto di Seregno (che mi sono accorto, poi, a casa, di avere già) e i due corposi tomi di Monastica et humanistica, gli Studi in onore di Gregorio Penco o.s.b., pubblicati nel 2003 dal Centro storico benedettino italiano a cura di Francesco G.B. Trolese.

«Quello è un vero affare», ha detto la signora, quando ha visto che ci eravamo fermati sul piccolo scaffale con i libri. Non ho esitato, anche perché non era un caso che fossero lì: il grande storico del monachesimo ha fatto proprio a Finalpia la sua professione monastica, nel 1949, e vi ha concluso la sua vita – quella terrena, come di certo lui credeva – nel 2013. Sono due volumi splendidi, per ricchezza di contenuti e prestigio di firme, di complessive 1088 pagine, introdotte da tre pagine affettuose dell’allora abate di Finalpia, Romano Cecolin. Passando brevemente in rassegna la sterminata bibliografia del suo confratello, l’abate Cecolin ricorda come da un lato «lo studioso Gregorio Penco sia pienamente comprensibile solo nel contesto più ampio della figura del padre don Gregorio, monaco di Finalpia, come spesso egli firmava i suoi contributi»; dall’altro, come non fossero certo i mezzi esteriori a sorreggerne l’eccezionale capacità di sintesi. «Scherzando», ricorda l’abate Cecolin, «ci mostrava il suo computer da 500 lire, consistente in una scatola di cartone per le schede, ricavate da fogli di carta di tutti i formati e spessori.»

Mentre ero lì, poi, all’ingresso dell’abbazia, mi sono ricordato che Finalpia è anche il punto di partenza di quel «viaggio per monasteri d’Italia e spaesati dintorni» che ha dato origine a Sulle strade del silenzio di Giorgio Boatti, uno dei libri «laici» sull’argomento più riusciti e concreti degli ultimi tempi. Il libro di Boatti si apre proprio a Finalpia, con un capitolo molto personale e di grande sincerità, che s’intuisce sofferta. Era la prima volta che l’autore entrava in un monastero, e tutto era nuovo: dagli orari della comunità agli abiti dei monaci; dal modo di prendere i pasti a quello di pregare; dalle cose che mancavano, rispetto al mondo «di fuori», a quelle che invece c’erano, e fuori no; dal vasto orto chiuso al mondo circostante alla porta sempre aperta, e al mazzo di chiavi («dell’ingresso principale del monastero sul lato della basilica, del passo carraio, di questa cella»), consegnato senza esitazioni all’ospite appena giunto. «Non mi sembra vero. In che mondo sono arrivato?» commentava Boatti. «Che razza di posto è quello dove, con i tempi che corrono, mollano le chiavi di casa al primo venuto?» Là dove, tra l’altro, «in che mondo sono arrivato» potrebbe essere il motto del laico che si avvicina ai monasteri…

Come dicevo, però, noi ci siamo arrivati al momento sbagliato, e così ci siamo fermati sulla soglia , al «passo carraio, dietro la chiesa, [che] è sempre aperto», come dice il padre foresterario. Pazienza, torneremo.

 

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Assenza, attesa, desiderio: il chiostro

Di tutti gli spazi monastici, il chiostro è quello per il quale ho sempre provato l’attrazione maggiore. Sono sicuro di essere in vasta compagnia: per i laici, per i non credenti curiosi, e diciamo anche per i turisti, il chiostro è quasi il simbolo del monastero, il luogo che pare celare più degli altri il segreto del perché ci piace visitare le abbazie.

Chiostro dell’abbazia di Mont-Saint-Michel (foto Potts)

Quante volte mi sono seduto e, rivolgendomi a chi era con me, ho detto: «Qui potrei trattenermi un eone». Non soltanto per la pace e il silenzio, che pure sono aspetti non secondari, né solo per quella singolarità architettonica che permette la compresenza di luce piena e semioscurità (soprattutto in ambiente mediterraneo) e di «aperto» e «chiuso». Credo che il motivo principale della mia attrazione sia la nostalgia, qualunque possa essere il contenuto di questo sentimento, diverso per ciascun individuo che compia anche una breve sosta in quel quadrato magico1.

Quale sia il contenuto della mia nostalgia non è importante, ben più significativa è la riflessione che al chiostro dedica p. Mauro-Giuseppe Lepori, abate generale dell’Ordine Cistercense, in coda a una «meditazione tenuta a un corso di formazione per clarisse professe solenni nell’aprile 2015»2. Nonostante la sua brevità, il testo, quasi nascosto e intitolato Il chiostro monastico, spazio dell’attesa, è molto denso e apre prospettive interessanti.

«Il chiostro nel monastero», esordisce p. Lepori, «è uno spazio superfluo, uno spazio creato dal ritirarsi di altri spazi; uno spazio superfluo creato dal ritirarsi di spazi “utili”». Struttura di raccordo tra la sala capitolare, il refettorio, la biblioteca, la chiesa, il chiostro distende la sua apparente «inutilità» al centro del monastero e ne diventa, paradossalmente, il cuore. «Spazio inutile, spazio perduto», continua p. Lepori, perduto come il Paradiso terrestre da cui l’uomo si è esiliato. Il chiostro diventa allora il simbolo di questo Eden perduto e si fa reale simulazione («spazio virtuale ante litteram») di un concetto teologico e biblico: «Questo giardino è nel cuore dell’uomo. Il giardino perduto è la nostalgia essenziale del cuore dell’uomo. […] Nel chiostro il monaco riascolta l’eco del pianto di Adamo che dalla notte dei tempi riemerge in ogni cuore umano».

Ecco che la nostalgia riemerge anche nelle parole dell’abate generale, che si inoltra poi lungo un sentiero sul quale non sono in grado di seguirlo. Il chiostro, infatti, è al tempo stesso luogo di assenza, attesa e desiderio e luogo del ritorno e della Presenza. Il chiostro, intorno al quale si snoda la giornata monastica e lungo il quale il monaco si muove avanti e indietro, «è lo spazio destinato a un cammino», reale e figurato, il cammino della croce (p. Lepori ricorda, tra l’altro, che in tedesco chiostro si dice proprio Kreuz-gang, «cammino della croce»), sul quale si misura la «distanza tra l’abisso della miseria umana e l’abisso della Misericordia divina».

È di clamorosa importanza per i monaci e le monache ciò che lì accade ogni giorno. «E pian piano», conclude l’abate, «tace il rumore dei nostri passi nel chiostro. Il monaco, l’uomo, si ferma, ascolta. I passi di Dio!»

Qualcuno si ferma, ascolta, non sente niente. Nondimeno resta lì, si volta verso chi lo ha accompagnato e sorride.

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  1. Né si può dimenticare la nostalgia del chiostro che tanti monaci chiamati alla vita attiva hanno confessato, da Bernardo di Chiaravalle a Ildefonso Schuster.
  2. Mauro-Giuseppe Lepori, I tempi e i luoghi della nostra forma di vita, in «Forma Sororum» 54 (2017), n. 3, pp. 137-51.

 

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Jerpoint Abbey

Jerpoint 00Jerpoint Abbey è un nobilissimo rudere cisterciense che si trova nei pressi di Thomastown, nella contea di Kilkenny (Irlanda). La fondazione risale al 1160, e nei suoi circa quattrocento anni di vita l’abbazia crebbe in potere e prestigio, sviluppò intorno a sé una cittadina (ora scomparsa) e fu al centro di molte vicende, non soltanto religiose: «Per ricchezze, onori e bellezze architettoniche», dicono le guide ottocentesche, «nessuna istituzione monastica in Irlanda superò Jerpoint».

Jerpoint 01Lo scrittore e giornalista irlandese S.C. Hall pubblicò pure delle Lines written at evening, at Jerpoint Abbey, che cominciano così (in realtà, questa è la seconda di venticinque stanze):

I gaze where Jerpoint’s venerable pile,

Majestic in its ruins, o’er me lowers:

The worm now crawls through each untrodden aisle,

And the bat hides within its time-worn towers.

It was not thus when, in the olden time,

The lowly inmates of yon broken wall

Lived free from woes that spring from care or crime,

Those shackles which the grosser world enthrall.

Then, while the setting sunbeams glistened o’er

The earth, arose to heaven the vesper song:

But now the sacred sound is heard no more,

No music floats the dreary aisles along;

Ne’er from its chancel soars the midnight prayer;

The stillness broken by no earthly thing,

Save when the night-bird wakes the echoes there,

Or the bat flutters its unfeather’d wing.

 

Jerpoint 02Nei brandelli di chiostro sopravvissuti (e in parte ricostruiti nel ventesimo secolo) ho visto una cosa che, se ben ricordo, non avevo mai visto altrove. In alcuni degli intercolunni delle poche colonnette rimaste in piedi, si possono vedere degli altorilievi molto curiosi, non tutti di argomento religioso.

 

 

 

 

Compresa questa giovane donna sorridente, con la sua mantellina, e questo paggio, forse col mal di pancia.

Jerpoint 04 Jerpoint 05

(Foto Potts)

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Abbazia di Pluscarden, una visita

(Foto Potts)

Durante il viaggio in Scozia che abbiamo fatto questo mese, siamo andati a visitare l’abbazia benedettina di Pluscarden, nei pressi di Elgin (diocesi di Aberdeen), perché è l’unica in tutta la Gran Bretagna ancora attiva nella sua sede originaria. I monaci vi sono rientrati nel 1948, dopo quasi quattro secoli di abbandono, e i lavori di ricostruzione sono ancora in corso… ma queste sono tutte informazioni che si possono trovare sull’esauriente sito dell’abbazia.

La strada per giungervi (una «single track road» come tante in Scozia) sembra fatta apposta per creare la giusta aspettativa e introdurre all’atmosfera di ritiro dal mondo, alla potente carica di pace, raccoglimento e meditatività del luogo. L’ultimo, breve tratto si compie a piedi, per ritrovarsi improvvisamente di fronte al complesso abbaziale e pensare ancora una volta a come i monaci sapessero scegliere con sapienza i luoghi.

La visita vera e propria è limitata ai due transetti della chiesa e a due cappelle collegate, dalle quali si può gettare uno sguardo al coro. Poco distante, si può entrare anche nel cimiterino ombreggiato.

(Foto Potts)

Nell’ordine abbiamo incontrato un anziano monaco, che si è eclissato nell’edificio principale camminando molto faticosamente, un giovane confratello seduto all’organo, intento a provare qualche brano, e un monaco giardiniere che rasava il prato a bordo di un trattorino. Naturalmente siamo andati allo shop, dove ho preso un medaglietta di san Benedetto (ne ho un certo numero), un vasetto di balsamo antidolorifico al miele, un cd di canto gregoriano con la liturgia di san Columba cantata proprio dai monaci di Pluscarden e tre volumetti. Tre di quei tipici esempi di pubblicazioni monastiche difficili da trovare nei circuiti normali e di cui sono molto ghiotto.

Anzitutto un numero (il 157, datato «Quaresima 2012») di Pluscarden Benedictines, il notiziario dell’abbazia, dove tra le altre cose si può leggere un estratto degli «Annals» (novembre 2011 – gennaio 2012), redatti da brother Matthew e in cui sono riportati fatti di diversa importanza e trovano spazio anche notazioni lievi, ma non per questo meno significative. Il 7 dicembre, ad esempio, è nevicato: pochi centimetri nella valle «which now looks very beautiful»; il Natale è passato felicemente, e il giorno di Santo Stefano «we had our usual steak and kidney pie for lunch»; al primo del nuovo anno, durante la ricreazione serale (Guadeamus) «we watched For a Few Dollars More [Per qualche dollaro in più], which we all enjoyed»; e poi le partenze, gli arrivi, le visite, i lavori e, evento cruciale di inizio anno, l’introduzione del nuovo orario (un articolo apposito informa che l’importante novità è stata oggetto di una «extensive consultation, in which every monk in solemn vows was free to  make any comment or suggestion he liked», dopo la quale il consenso è stato unanime).

Il secondo acquisto è stato un album fotografico, In This Place I Will Give Peace, che racconta per immagini i nuovi primi cinquant’anni dell’abbazia (1948-1998). I documenti visivi dei lavori di restauro e vera e propria ricostruzione, e delle cerimonie ufficiali, sono intervallati da ritratti di monaci che sono vissuti e morti o sono tuttora viventi nell’abbazia. Per la maggior parte sono immagini non premeditate e spesso commoventi, che trasmettono con evidenza quel senso di particolare attaccamento fisico e spirituale che una comunità monastica può generare nei confronti del luogo nel quale ha pronunciato il voto di stabilità: dom Benedict alle prese con le sue api, br. Dronstan sorridente con un martello pneumatico in mano, br. Michael tutto contento alla macchina per cucire e dom Edmund «in his beloved greenhouse».

Infine Our Purpose and Method dell’abate Aelred Carlyle, figura complessa del monachesimo britannico e fondatore nel 1895 della prima comunità benedettina anglicana (dalla quale, dopo il passaggio al cattolicesimo, deriverà la comunità di Pluscarden). Un documento interessante, al quale probabilmente dedicherò qualche nota a parte.

Dimenticavo la nota di colore. Mentre eravamo allo shop è entrato un monaco e, giocoforza, abbiamo scambiato due parole, very benedictine e very british. Come mai siete venuti proprio qui, dove siete diretti, che splendida giornata, ecc. Da dove venite? Italia, Milano? «Ah, ci sarebbe piaciuto che Armani ci disegnasse il saio, ma non poteva…»

(Oltre alle molte immagini presenti sul sito, si può vedere anche questo breve montaggio di presentazione dell’abbazia.)

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Un posticino (Iona)

Iona Abbey (foto Potts)

 

 

 

 

 

 

If death in Iona be my fate,
merciful would be that taking.
I know not beneath blue heaven
a better little spot for death.

(Se un giorno a Iona mi aspettasse la morte
benedetta sarebbe quella sorte,
poiché sotto il cielo azzurro non conosco
un posticino migliore per morire.)

Attribuito ad Adamnano di Iona (fine VII secolo), citato in The Triumph Tree. Scotland’s Earliest Poetry, 550-1350, ed. by Th.O. Clancy, Canongate Classics 1998, p. 116.

Il cimitero affacciato sul Sound of Iona (foto Potts)

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Lérins

«Un’isoletta vicino alla Costa Azzurra, Lérins, vede nascere all’inizio del V secolo una singolare esperienza monastica. Il luogo ameno e gradevole, accompagna il processo di traduzione degli ideali classici: otium, tradizione degli antichi, amore per la cosa pubblica, assumono tratti cristiani» (poche parole azzeccate da un risvolto di copertina di un’opera di Vincenzo di Lérins fotografano assai bene il luogo).

Ci sono una decina di corse in battello, d’estate, che uniscono Cannes all’Ile de Saint-Honorat, l’antica Lérins, tutt’oggi sede, a sedici secoli dalla sua fondazione, di un monastero vivo. La traversata dura circa venti minuti. Se si è letto qualcosa prima, si vibra leggermente al pensiero di approdare all’isola (larga poco più di settecento metri e lunga un chilometro e mezzo) che può essere considerata una delle culle del monachesimo occidentale.

Onorato, nato nel nord-est della Gallia, da famiglia aristocratica, intorno al 370, ci arriva di ritorno dalla terra santa e da una tappa in Italia, pochi anni dopo il 400, e vi trasferisce l’esperienza del «deserto» egiziano, da subito tuttavia nella sua forma cenobitica (già verso il 427 Cassiano vi fa riferimento come a una «grandissima comunità di fratelli»). È disabitata e selvaggia, separata dal mondo, chiusa in se stessa – è perfetta. Sarà la base di monaci e vescovi importanti.

Oggi, per chi lascia la Croisette, è la più classica delle «oasi di pace». Ci si può passare una giornata tranquilla, di leggere divagazioni e illusioni. Volendo si ascolta un ufficio, oppure ci si siede a guardare il Mediterraneo da uno dei contrafforti della torre-rifugio che si protende sul mare. Ci sono le palme. C’è anche lo shop, con i saponi, l’immancabile lavanda, i cd dei monaci, le agiografie.

Un «deserto» inospitale milleseicento anni fa, ma dolce e bello se già Eucherio di Lione, nel 429, proprio mentre risiedeva lì, così scrive: «I luoghi deserti vengono nobilitati dalla vita solitaria dei santi, è chiaro che devono rispettarli tutti. Però un occhio di riguardo ce l’ho per la mia Lerino, che accoglie tra le sue braccia tanto generose quelli che arrivano strapazzati dai naufragi delle tempeste mondane e fa accomodare dolcemente sotto le sue ombre la gente spossata dalla calura del mondo, per cui se uno è affannato lì può riprendere fiato sotto l’ombra spirituale del Signore. Zampillante di acque, verdeggiante di erbe, splendida di fiori, soave nei paesaggi, offre alle persone che la possiedono il paradiso che un giorno possiederanno».

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Voyager Abbey

Come in ogni campo di specializzazione anche negli studi sul monachesimo si incontrano bizzarrie, che tali non sono, a ben guardare, ma che destano comunque una certa sorpresa. Una delle più curiose che ho scoperto negli ultimi tempi è uno studio intitolato Luce ed orientazione delle chiese monastiche nel Veneto. La studiosa Eva Spinazzè vi ha esposto i risultati di una ricerca condotta su un campione di ventitré chiese benedettine, costruite tra il VII e il XII secolo e distribuite prevalentemente nelle province di Treviso, Verona, Padova e Venezia. Applicando i principi dell’archeoastronomia, la ricerca era volta a scoprire e a determinare l’eventuale legame tra l’orientazione dei luoghi di culto e i punti dell’orizzonte corrispondenti al sorgere del sole o della luna o di altri astri in occasione di date significative.

Una pratica, quella di orientare gli edifici principalmente versus solem orientem, che muovendo da antiche tradizioni orientali attraversa il mondo romano e giunge nel Medioevo cristiano, saldandosi, nel caso dei monasteri, alla necessità dei monaci di disporre di strumenti per stabilire gli orari dell’ufficio divino: infatti, «come può sapere il monaco l’ora della preghiera durante il giorno e la notte?» La fonte principale, secondo Spinazzè, è il De cursu stellarum ratio di Gregorio di Tours (sec. VI) che invita i suoi confratelli a un’attenta lettura del cielo stellato («Sono i cieli che narrano la gloria di Dio», dice il Salmista) e del corso del sole, aiutandosi nel secondo caso, non soltanto con le meridiane, ma anche con le ombre proiettate per esempio sulle colonne del chiostro o con i raggi che filtrano dalle varie aperture. Il monastero, e in particolare la sua chiesa, se costruito secondo un certo criterio, si trasforma in un grosso orologio e «precipita» in terra, nella pietra, una vicenda celeste.

Rilievi topografici, GPS, uso del teodolite hanno dunque consentito «accurate misurazioni [che] indicano che le chiese medioevali non sono tutte orientate genericamente verso l’est astronomico, ma che la maggior parte di esse è orientata all’interno dell’arco azimutale compreso tra i due solstizi». Ogni orientazione è diversa e precisa, e se si incrociano i dati astronomici con quelli del calendario si va dal caso più comune – allineamento con il sorgere o il tramontare del sole il 21 marzo, festa di san Benedetto, o con la Pasqua o con l’Assunzione – a casi più particolari – allineamento al giorno del patrono o come S. Lorenzo in Castello a Venezia: «Chiesa allineata con il sorgere del sole il 29 agosto, traslazione di santa Candida le cui reliquie sono state trovate immutate [sic] in un pilastro della chiesa».

Lo studio, che analizza in particolare il caso di S. Giustina a Padova (che «non è orientata alla festa della santa (il 7 ottobre), ma è orientata al sorgere del sole nel giorno di san Prosdocimo, il 7 novembre, padre spirituale di santa Giustina. In tal modo si ricordano per l’eternità entrambi i santi, sia con la destinazione che con l’orientazione della chiesa») è molto dettagliato, tecnico, corredato di tabelle e schemi, non si dilunga e non divaga. Nondimeno, proprio nelle ultime righe, considerando il potente significato metaforico di questo «trattamento» della luce e pensando ai monaci che studiano la posizione del rosone dei loro oratori, così si congeda: «Il sole illumina la navata della chiesa lungo l’asse, toccando l’altare, sfidando così il tempo e la morte con la luce eterna allineata alle pietre collocate dall’uomo e dando vita a esse finché giacciono una sopra l’altra».

Eva Spinazzè, Luce ed orientazione delle chiese monastiche nel Veneto, in «Benedictina», gennaio-giugno 2010, pp. 91-102.

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Ourscamp

L’abbazia cisterciense di Notre-Dame d’Ourscamp, in Piccardia. Fondata nel 1129 da Bernardo di Chiaravalle, lui-même. Incendiata, ricostruita, espropriata, venduta, smantellata per avere una rovina da mostrare agli amici, riutilizzata, bombardata, riconsacrata.

Fuori mano, come sempre. Visite guidate. Un fantasma dal passato gloriosissimo.

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