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Priorità nei mestieri di casa (Dice il monaco, LXXXV)

Per restare nell’ambito del monachesimo di Gaza, sentiamo cosa risponde Giovanni di Gaza (l’Altro Anziano rispetto a Barsanufio, il Grande Anziano), monaco recluso, nella prima metà del VI secolo, alla domanda di un confratello.

 Un fratello domandò all’Altro Anziano: Quando m’interrogo circa le piccole cose, la mia anima s’inorgoglisce di mostrare una tale delicatezza di pensiero. Risposta:

«Se interroghi i Padri sul dedicarsi ai piccoli pensieri senza inorgoglirsi, ricorda che all’uomo è richiesto prima di tutto di correggere se stesso circa i pensieri importanti, quelli che l’Apostolo ha indicato: pensieri di lussuria, dissolutezza, invidia e altri vizi simili; e solo in seguito di prestare attenzione anche a quelli piccoli. Perché chi si affretta a prendersi cura delle piccole cose, e trascura quelle grosse, è come colui che possiede una casa sporca e disordinata, e piena di cose ammassate su cui posano alcuni fili di paglia. Volendo infine fare pulizia, costui inizia col togliere la paglia, e lascia lì pietre, legni e altri materiali, sui quali finisce per sbattere e farsi male. Anche se ha tolto la paglia, la casa non ha certo un aspetto migliore; mentre se avesse rimosso pietre, legni e altri materiali, allora avrebbe potuto togliere anche i fili di paglia, che danno alla casa un aspetto poco curato. È così che il nostro Salvatore rimproverò i farisei e i sadducei, dicendo loro: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima della menta, dell’aneto e del cumino, e trasgredite le prescrizioni più gravi della legge… Queste cose bisognava praticare, senza omettere quelle”.»

♦ Barsanuphe et Jean de Gaza, Correspondance, vol. II: Aux cénobites, t. 2, texte critique, notes et index par F. Neyt et P. de Angelis-Noah, traduction par L. Regnault, Editions du Cérf 2000 («Sources Chrétiennes», 450), p. 417 (lettera 381). (L’individuazione del passo, nascosto tra migliaia di pagine, la devo a Lorenzo Perrone; la traduzione dal francese, e quindi le relative piccole libertà ed errori, è mia.)

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Un ineludibile e vincolante rapporto con l’altro (Monachesimo di Gaza e direzione spirituale, pt. 2)

(la prima parte è qui)

NecessitaDelConsiglioMolti sono i punti decisivi che emergono dall’insegnamento dei grandi Anziani o Reclusi del monachesimo di Gaza, Barsanufio e Giovanni, pur nel quadro di un’impostazione individuale dei problemi che di volta in volta vengono proposti; anzi, forse è proprio in ragione di questo «quadro» – la risposta fornita da un singolo individuo, per quanto in posizione avanzata sulla strada verso la… «perfezione», alla domanda posta da un altro singolo individuo – che l’insegnamento affronta snodi cruciali, con quella che si potrebbe chiamare «ricaduta collettiva»: l’attuazione di questi comportamenti spingendo al riconoscimento della sostanza dialogica dell’essere al mondo.

Si diceva dell’inaggirabile necessità del consiglio, ad esempio, ecco, «per Barsanufio e Giovanni di Gaza», sottolinea Lorenzo Perrone1, «il compimento della vocazione monastica si gioca proprio in questo rapporto con l’autorità e il consiglio dei padri, che mette in luce il requisito indispensabile per ogni itinerario di perfezione – l’umiltà – e al tempo stesso traduce l’adesione alla carità evangelica nella forma di un ineludibile e vincolante rapporto con l’altro». Il corsivo, mio, apre, secondo me, il discorso anche a una dimensione che non sia quella dell’itinerario di perfezione, ma si contenti di un obiettivo assai più modesto di… (che parola mettere qui?)… decenza. Non si può far da soli; anzi, l’autarchia è «insidia demoniaca». «La pseudoscienza», avverte Giovanni, «consiste nel fidarsi del proprio pensiero che una cosa sta così: chi vuole esserne liberato, non si fidi del proprio pensiero ma interroghi un anziano.» Non solo, perché «se l’anziano risponde e la sua risposta corrisponde a quello che pensava il fratello, nemmeno allora deve credere al proprio pensiero, ma dire: I demoni si sono beffati di me…» per farmi credere di essere sufficiente a me stesso. In questa alternativa inconciliabile «sta e cade per i due maestri di Gaza la scelta monastica, e la stessa professione di cristianesimo»: orgoglio o umiltà, far da sé o affidarsi, contare sulle proprie forze o «aggrapparsi al sostegno di un fratello, pur sapendo che anche questi partecipa dell’umana debolezza».

C’è forse scelta più «fuori moda» di questa, più impervia? Quante volte sono stato e sono capace di ammettere di non capire, di non vedere correttamente, di non essere in grado di distinguere «che cosa è giusto per me»? Quante volte sono stato e sono disposto al «taglio della volontà propria»? E alla luce di cosa ho rivendicato le mie scelte? (Quale sia poi il «campo» entro il quale si esercitino effettivamente queste scelte, se sia un campo di libertà o di pseudolibertà, è questione cui non sono in grado di rispondere, essendo dentro tale campo.)

Rimanendo per il momento al di qua dell’alternativa, uno dei primi requisiti in vista di quel taglio «consiste nello spezzare il circuito di un’interiorità esclusiva e ripiegata su se stessa per aprirla all’osservazione e al controllo di un’istanza esterna» (ogni riferimento all’istanza psicoanalitica di qualche secolo successiva non è casuale). Al padre spirituale occorre aprirsi completamente, senza la minima reticenza, in un rapporto di intimità che «è una palese compensazione per ciò che si presenta paradossalmente come un programma di annichilimento di sé» (Perrone). La rinuncia di sé, praticata nell’apertura al padre spirituale (all’altro tout court?), «è in primo luogo l’attuazione e il mantenimento di un atteggiamento amorevole verso il proprio prossimo». Perché il prossimo non è colui che noi dobbiamo aiutare, bensì colui che può aiutare noi. Troppo difficile, troppo.

Senza contare che nell’insegnamento dei padri di Gaza questa condotta, in sostanza, assume una dimensione globale: a essa bisogna tendere sempre. Mai fare la propria volontà, bensì «sia fatta sempre la Tua volontà». Ben vengano allora le domande, incalzanti, che un altro anziano rivolge a Giovanni: «Come posso sapere, padre, in cella, se recido la mia volontà, e ugualmente quando sono con gli uomini? E cos’è la volontà carnale? E la volontà che viene dai demoni, sotto apparenza di bene? E la volontà di Dio?»

Anche il professor Perrone si associa: «“Come so che sto facendo la volontà di Dio invece della mia?” Questa è senz’altro la domanda cruciale».

(2-segue)

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  1. Lorenzo Perrone, La necessità del consiglio. Studi sul monachesimo di Gaza e la direzione spirituale, Edizioni Scritti Monastici, Abbazia di Praglia, 2021.

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