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Schedine: Un carmelitano e il cardinale Schuster

Un frate carmelitano, Il giardino chiuso, Edizioni Messaggero Padova 2017 (trad. di A.M. Foli di Le jardin clos, Editions du Carmel 2010). Credo sia importante affrontare anche questi testi, che sono forse quanto di più lontano un non credente possa cercare di comprendere. La meditazione dell’anonimo carmelitano svolge diffusamente l’allegoria del giardino («L’allegoria è di facile interpretazione: il giardino rappresenta l’anima che si è chiusa alle attrattive esteriori e che, nella clausura, coltiva tutto ciò che piace a Dio»), distendendola su tre parti: «Il giardino dei lavori», «L’Amato scende nel suo giardino» e «Il tempo dei profumi e del raccolto». Se la terza parte è del tutto al di là delle mie possibilità, pur mantenendo un certo strano fascino esoterico, nelle prime due ho colto qualche riflesso della spiritualità carmelitana, con particolare riguardo alla clausura. In un gioco continuo, a tratti febbrile, di rimbalzi dalla dimensione materiale a quella spirituale, o comunque astratta, il testo esplora le «forme» del giardino e il significato di ciò che vi accade, cioè il rapporto che vi si instaura tra il religioso o la religiosa che lo abita e Dio: «Il giardino diventa il luogo in cui l’uomo recupera la nudità originaria, nudità ricoperta dalla livrea luminosa dello Spirito». È importante qui la risonanza che quell’«originaria» produce con il Giardino dell’Eden, dove ha avuto luogo la Caduta, nonché il parallelismo che si instaura tra Eva, l’artefice di quella Caduta, e Maria, la «nuova Eva» cui è affidato il nuovo giardino ove è possibile tentare di «recuperare in qualche modo la situazione anteriore alla caduta». La strada va percorsa all’incontrario: «Per indossare la luce divina bisogna privarsi dell’abito del proprio io e rifiutare tutti gli indumenti proposti dalle forze delle tenebre, che non sono altro che prodotti fatti a loro immagine – false luci, emanazioni delle ombre della morte, abiti della supponenza, dell’orgoglio e di tutti gli altri peccati capitali, vestiti derisori proposti al libero arbitrio» (i corsivi, come d’uso, sono miei, a sottolineare le espressioni più… oppugnabili?).

 Ildefonso Schuster – Ildefonso Rea, Il carteggio (1929-1954). Tra ideale monastico e grande storia, a cura di M. Dell’Omo, Jaca Book 2018. È noto il forte legame che il cardinale Schuster mantenne con il mondo monastico, nel quale si era formato, anche dopo la nomina ad arcivescovo di Milano, e questo carteggio ne è un’ulteriore testimonianza. L’epistolario tra il cardinale e il suo omonimo, dapprima abate della Badia di Cava de’ Tirreni e poi, dalla fine del 1945, di Montecassino, è composto in buona misura dagli scambi di auguri, natalizi e pasquali, tra i due religiosi (si può notare, con un sorriso, come in venticinque anni di corrispondenza lo Schuster sia sempre arrivato prima, mandando i suoi auguri natalizi, ad esempio, all’inizio dell’Avvento, e mortificando i tentativi del Rea di ribaltare almeno qualche volta la situazione: «Eminenza, la sua bontà ci previene sempre», scrive ormai rassegnato nel 1952 l’abate di Montecassino; da notare anche che quest’ultimo scrive sempre «Montecassino», mentre il cardinale preferisce la grafia «Monte Cassino»). Oltre che documento di un rapporto umano e religioso di grande intensità, il carteggio si accende, se così si può dire, intorno alle vicende della ricostruzione della gloriosa abbazia distrutta dai bombardamenti e al «ritrovamento» dei resti di Benedetto e Scolastica, che una tradizione precedente voleva migrati in Francia: «Il 1° agosto [1950]», scrive il Rea, «compiendo lavori sotto l’altare maggiore della basilica, abbiamo rinvenuta, con immensa gioia, la pesante urna di alabastro postavi dall’abate della Noce il 7 agosto 1659. Il giorno seguente tra la profonda commozione di tutti gli astanti, è stata aperta l’urna e, tolta la seconda cassa di cipresso e dissigillata la terza cassa di piombo, abbiamo rese grazie al Signore che ci ha dato di poter contemplare e venerare i resti mortali del santo Patriarca e di santa Scolastica». A parte un senso, molto composto, di generale trasporto, le osservazioni sulla vita monastica sono meno diffuse di quello che mi sarei aspettato, tanto che lo stesso curatore ha pensato di raccogliere le espressioni più significative in poche pagine conclusive, intitolate «Florilegio spirituale dalle lettere di Schuster a Rea». L’altrettanto nota «nostalgia del chiostro» del cardinale scorre sempre silenziosa sotto le sue parole (spesso in latino, dopo la guerra) e raramente emerge in maniera esplicita, come in queste righe del 1937: «Ritorno con vero gusto, almeno col pensiero, a codesti luoghi [la Badia di Cava], dove sono attaccati tanti ricordi della mia vita monastica. Loro che sono nel tranquillo porto del chiostro, preghino per me e per la mia nave sbattuta in alto mare dalla tempesta! Sembra retorica, e la fede ci assicura che è una tremenda realtà! Sarei doppiamente infelice se, al pari di Giona, non lo capissi e ci dormissi su».

 

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Schedine: Testi legislativi carmelitani; Francesco Lazzari

Testi legislativi dell’Ordine secolare dei carmelitani scalzi, Edizioni OCD 2016. Il volume raccoglie la legislazione e una scelta della documentazione «propria dei laici carmelitani, chiamati a vivere e testimoniare la spiritualità del Carmelo teresiano nella vita familiare, professionale e sociale del mondo di oggi». Vi si può trovare la Regola di sant’Alberto (di Gerusalemme), risalente al primo decennio del XIII secolo, seguita da una serie di testi di circa ottocento anni dopo: le Costituzioni dell’Ordine secolare dei carmelitani scalzi (2006), l’Assistenza pastorale all’ordine secolare (2006), la Ratio Institutionis OCDS (2009) e il Rituale OCDS (1990). Le regole, le costituzioni, i testi legislativi degli ordini in genere sono sempre interessanti, soprattutto per la tensione continua che sostengono tra la determinazione a rispondere in maniera chiara e univoca alla domanda sul «che cosa, dunque, dobbiamo fare?», e il tentativo, che spesso in epoca moderna risulta un po’ goffo, di dare forma a un’esperienza che tende a sfuggire proprio alla forma. Tra le altre cose, le regole devono dire anche ciò che non ci sarebbe bisogno di dire, e per questo motivo le leggo con rinnovata curiosità. Mi ha colpito la funzione di «ponte» che i carmelitani secolari sono chiamati a compiere verso i confratelli consacrati: «I frati e le monache del Carmelo Teresiano considerano la comunità laicale del Carmelo Secolare come un arricchimento della propria vita consacrata. Essi, con una interazione reciproca, desiderano apprendere dai laici carmelitani a riconoscere i segni dei tempi» (Ratio Institutionis, VII, 37).

Francesco Lazzari, Monachesimo e valori umani tra XI e XII secolo, Ricciardi 1969. Allo stesso modo in cui il monachesimo si presenta come un fenomeno che unisce i consueti tratti di sviluppo storico di qualsiasi fatto umano ad alcuni elementi che si sottraggono allo scorrere del tempo (circostanza che rappresenta uno dei miei principali motivi di interesse), anche la sua bibliografia partecipa in una certa misura di questa compresenza. Così, la data di pubblicazione non è mai criterio univoco di orientamento delle mie letture. In questo caso, dovevo assolutamente leggere un libro con un titolo del genere; superato il quale, ci si trova in una raccolta di scritti, di diversa estensione e ambizione, che ruotano intorno al tema del contemptus mundi, il disprezzo del mondo1, e alle sue varie declinazioni nei testi del monachesimo medioevale: due saggi sull’ampio lavoro di Robert Bultot sull’argomento (in particolare su Pier Damiani, Giovanni di Fécamp, Ermanno il Contratto, Ruggero di Caen e Anselmo d’Aosta) – con tracce della schermaglia tra i due studiosi –, due interpretazioni del contemptus attraverso i profili di Bernardo di Chiaravalle2 e di Aelredo di Rievaulx3, una breve sintesi della questione e due recensioni.

Tre cose, tra le altre. Mi è piaciuto molto il ritratto di Aelredo e della sua sensibilità così lontana e, volendo, complementare di quella del confratello Bernardo. Il suo «disprezzo», che si esprime soprattutto in toni attenuati, è propedeutico alla caritas, alla «direzione autentica» dell’amore, si «trasfigura» nella gioia dell’amicitia, e questo «costituisce l’aspetto forse più tipico del pensiero e della personalità di Aelredo»4. Ho, inaspettatamente, apprezzato la prosa ispirata della sintesi (intitolata Licetne post-fari?): la quasi totalità degli studiosi si ritrae in una prosa, o scarna o fiorita, ma sempre depurata di slanci personali. Qui non è così, e il sorrisetto che all’inizio ha accompagnato certe espressioni («Se ogni vita ripropone sempre lo stesso domandare e sedurre, lo stesso sfinimento dopo le antiche estasi inebrianti…»), ha lasciato il posto alla fine alla considerazione: non approvo, però apprezzo: «Attraverso le strade scolorate dal silenzio, come nella luce velata dei cieli nordici, attraverso i mille tenui sentieri di cui si compone una vita e sui quali è caduta la cenere morta del tempo, lo storico ricerca il suo filo d’Arianna, tra i brividi lievi delle assenze presenti, per fuggire l’opaca ottusità dell’oblio nel quale si affonda per non affiorare mai più» (pp. 103-104). Infine ho preso nota di una frase di Pier Damiani, che ci ricorda che la speranza dell’empio «è come la lanugine, che la bufera disperde, come il fumo, che il vento dissipa, e come il ricordo fuggevole dell’ospite di un solo giorno».

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  1. Tema al centro della bibliografia dello studioso, che spazia dall’Antico Testamento a Camus, e che viene affrontato anche come atteggiamento ricorrente nella storia del pensiero: Il contemptus mundi nella scuola di S. Vittore, Istituto italiano per gli studi storici 1965; Camus e il cristianesimo, Libreria scientifica editrice 1965; Una interpretazione radicale del Vecchio Testamento e della sua tradizione, Società Editrice Dante Alighieri 1971; Esperienze religiose e psicoanalisi, Guida 1972; Mistica e ideologia tra XI e XIII secolo, Ricciardi 1972; Il sorriso degli dei e il dramma della storia: ateismo ed antiteismo nell’opera di Camus, Edizioni scientifiche italiane 1974.
  2. «Il “disprezzo del mondo” bernardino è, innanzi tutto, un esercizio di umiltà, mediante il quale si mira a liberare l’uomo da quel legame alla natura che si esprime nell’impulso, a spezzare il vincolo del desiderio che incatena la libertà umana al mondo di “quaggiù”», p. 62.
  3. «Se per Ugo di S. Vittore il contemptus mundi è legato alla esperienza dell’universale transitorietà delle cose umane, se per S. Bernardo esso è espressione di un’esigenza di riscatto dal mondo, se per Innocenzo III è soprattutto disprezzo del peso invadente della corporeità, per Aelredo di Rievaulx la sua origine è nel sentimento disperante di una felicità perduta, di un incanto ormai svanito e che non tornerà mai più», p. 81.
  4. «L’amicizia spirituale, infatti, quella che noi chiamiamo vera, è desiderata e cercata non perché si intuisce un qualche guadagno di ordine terreno, non per una causa che le rimanga esterna, ma perché ha valore in se stessa, è voluta dal sentimento del cuore umano, così che il “frutto” e il premio che ne derivano altro non sono che l’amicizia stessa» (De spirituali amicitia, libro I, traduzione di A. Atzeni).

 

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Schedine: Nabert, Bernanos, Dreher

Come si può immaginare, non tutte le letture che faccio – e che procedono senza alcun piano – si traducono in qualche nota riportata qui, per le ragioni più varie. In ogni caso, d’ora in poi registrerò periodicamente almeno le indicazioni bibliografiche dei libri che non hanno dato origine a un post, con qualche breve appunto.

Nathalie Nabert, Prières cachées des chartreux, Editions du Seuil 2009. Un’antologia di preghiere, invocazioni e meditazioni – molte delle quali «inedite o introvabili» – tratte dalla tradizione certosina, dalle origini ai giorni nostri. La curatrice, Nathalie Nabert, scrittrice e poetessa francese non nuova a opere del genere, ha disposto i testi in ordine cronologico, suddividendoli in otto parti tematicamente intestate alla liturgia delle ore, ai sacramenti, alla Sacra Scrittura, alla cosiddetta orazione del cuore, all’invocazione di Dio, della Croce, di Maria e dei santi, e facendoli precedere da una bella introduzione sul posto centrale che nella vita certosina occupa la preghiera, ininterrotta «respirazione dell’anima». L’ho letto perché ogni chiave che aiuti a decifrare correttamente il mistero certosino è gradita. Mi sono annotato questo «consiglio» di Innocent Le Masson (1628-1703): «Bisogna evitare le riflessioni inutili su questioni già sufficientemente note, o che non importa approfondire: non prestiamo loro la nostra attenzione e svincoliamoci da esse».

 Georges Bernanos, Un uomo nella Chiesa, in appendice Bernanos, il parrocchiano di Primo Mazzolari, La Locusta 1969. Il libretto raccoglie ventiquattro lettere di Bernanos. Le prime dieci sono dirette al monaco benedettino dom Besse, scritte a cavallo della fine della prima guerra mondiale («Ho ricevuto la lettera e l’opuscolo al bivacco, alla portata di quei cannoni Krupp che io considero materiale hegeliano»). Le altre quattordici sono invece indirizzate allo scrittore cattolico (Alceu) Amoroso Lima e risalgono agli anni 1938-42, nei quali lo scrittore era in esilio in Brasile. Sono interessanti per chi è interessato allo sviluppo delle posizioni politiche e religiose di Bernanos. Mi sono annotato questo pensiero, del 1939: «Parlare di sé è quasi sempre un tranello del diavolo».

Rod Dreher, The Benedict Option. A Strategy for Christians ina Post-Christian Nation, Sentinel 2017. Lettura faticosa ma doverosa del libro che esprime in maniera aggiornata le posizioni dei cristiani americani più conservatori e tradizionalisti, affiancando a un’analisi apocalittica dei tratti della società occidentale una proposta per così dire «operativa» che ha nella spiritualità benedettina (l’«opzione Benedetto») il suo centro ispiratore. Come si suol dire, il libro ha suscitato un notevole dibattito, soprattutto negli Stati Uniti, ma non solo, e l’ho letto perché è sempre bene sapere e perché mi interessano gli «usi», propri e impropri, che i laici fanno delle cose monastiche. Scrive Dreher: «Noi cristiani fedeli e ortodossi non abbiamo chiesto di essere esiliati internamente nel Paese che credevamo fosse nostro, ma così è stato. Siamo una minoranza, adesso, cerchiamo allora di essere una minoranza creativa, capace di offrire alternative luminose, accoglienti e vitali al mondo buio, freddo e morto che ci circonda. Avremo sempre meno influenza, ma facciamoci guidare dalla saggezza monastica e accettiamo con umiltà questa circostanza, mandataci da Dio come occasione di purificazione e santificazione».

 

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