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Schedine: Cesare Falletti e Roberto Alciati

Cesare Falletti, La custodia del tempo. Appunti di un monaco nei giorni che passano, Effatà 2018. Avevo ascoltato con molto interesse la testimonianza di Cesare Falletti, allora priore del monastero cistercense Dominus Tecum a Pra’d Mill, intervistato in una puntata della bella serie di Tv2000, I passi del silenzio, sicché, attratto anche dal titolo, ho preso subito il volume che raccoglie i suoi interventi pubblicati sulla rivista «Nuovo Progetto» del Sermig (il Servizio Missionari Giovani). Le riflessioni di p. Falletti – volutamente, è ovvio – non si appoggiano in maniera esplicita alla sua esperienza monastica, o almeno così mi è parso, affrontano aspetti della fede da un punto di vista più generale e forse perdono un po’ della loro efficacia se lette di seguito e non con la periodicità con la quale sono state pensate e pubblicate. Lo dico perché spesso mi sono trovato a «protestare» contro la ripetizione di uno schema che prevede soltanto due alternative. Un solo esempio, su un tema peraltro ricorrente nelle pagine di p. Falletti, e che tuttavia non ne esaurisce l’estensione: «La nostra fragilità, la nostra povertà umana, quando non sono viste con uno sguardo che si piange addosso, ma con lo slancio della speranza che non tiene conto dei limiti, ma è attirato dalla bellezza e dalla grandezza della meta, sono qualcosa di estremamente grande; sono infatti l’unica via per amare sul serio, quindi per essere simili a colui che è Amore». Tra il piangersi addosso e «lo slancio della speranza» penso, ad esempio, che vi sia posto anche per una specie di disperato (privo di speranza, ma anche privo della disperazione come di solito la s’intende) realismo che, pur non considerando in alcun modo altra meta che quella conosciuta, non precluda un tentativo di «via per amare» differente. Non sarà «sul serio»? Pazienza.

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Roberto Alciati, Monaci d’Occidente. Secoli IV-IX, Carocci 2018. Trovo sempre molto salutare ripassare tratti della vicenda monastica attraverso saggi di autori estranei alla medesima. Non è una possibilità che si dà con frequenza, per quanto riesco a seguire l’offerta editoriale sulla materia, soprattutto se si prendono in considerazione periodi medio-lunghi e prospettive sintetiche. Ho trovato assai proficua quindi la lettura di Monaci d’Occidente di Roberto Alciati, docente di Storia del cristianesimo all’università di Firenze e attivo ricercatore sul monachesimo alto medioevale, che copre un arco di circa cinquencento anni, da una data equidistante da quella convenzionale della morte di Antonio (356) e quella del Concilio di Calcedonia (451), alla morte del «secondo Benedetto», Benedetto d’Aniane (821). Un periodo che si potrebbe definire «di fondazione», durante il quale vengono messe a punto le forme con cui poi i monaci stessi si «racconteranno» le origini della propria storia (la comunità apostolica) e le figure centrali di essa (Antonio, Paolo, Ilarione, Martino, Benedetto, Patrizio, Colomba e Brigida, per fare qualche esempio), i luoghi primari (il deserto, le isole, la foresta) e i concetti/comportamenti intorno ai quali si organizzerà la loro forma di vita (lo studio, l’ascesi, il lavoro, la preghiera). Un periodo di grande fluidità, sorvolando il quale Alciati invita a distinguere quello che poi si dirà da quello che effetivamente fu (da quello che possiamo ragionevolmente affermare che fu sulla base dei documenti e delle indagini).

La regola, ad esempio, non è il codice che plasma la forma organizzativa di una comunità, lo è molto di più la divisione del lavoro, che si basa sull’identificazione preventiva di ruoli e funzioni, sulla preminenza della comunità sul singolo e sull’eliminazione della possibilità di autodeterminazione individuale («Ciò che conta è instillare nelle menti dei praticanti questa forma di vita che quello che si fa è per l’altro»). Le ricerche archeologiche, per fare un altro esempio, ci dicono che spesso i monasteri vengono fondati in luoghi già «addomesticati» dall’uomo (diversamente dal prototipo del gruppo di monaci che strappa alla wilderness un rettangolo di paradiso, ordinato e coltivato), in particolare le villae tardoantiche si prestano assai bene a essere «ristrutturate» come sede di comunità dedite al lavoro e alla preghiera. Comunità – e questo è il paradosso cui il libro di Alciati cerca di dare conto – che si formano all’insegna della «fuga dal mondo», salvo poi organizzarsi e vivere (e prosperare) all’interno di una rete di rapporti con quel medesimo mondo: se l’altra faccia del coro notturno che canta le lodi del Signore è un’azienza agricola che produce e scambia, il contatto col mondo sarà necessario. Differenziandosi dalla forma di vita ascetica tout court, la forma di vita monastica diventa oggetto di attenzione da parte del mondo, soprattutto da parte dei poteri che lo amministrano: «Distinguendola (con i vari De monachis), nominandola (con l’imposizione dell’uniformità normativa) e governandola (riducendo l’autonomia nei processi decisionali), il potere fa della forma di vita monastica una “cosa” interamente mondana, trascinandola all’interno di quel recinto organizzato da cui il monaco dichiara di volersi allontanare e, possibilmente, staccare definitivamente».

 

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Schedine: Raffaello Morghen; Ermanno Cavazzoni; un sacerdote anonimo

 Raffaello Morghen, La riforma monastica dei secoli X-XII (1958, 1968), in Civiltà medioevale al tramonto. Saggi e studi sulla crisi di un’età, Laterza 1985, pp. 1-23. C’è un aspetto per il quale i «vecchi» saggi rappresentano di frequente una lettura appassionante, al di là della loro eventuale rilevanza non superata, ed è la visione d’insieme, il tentativo, sostenuto da una lingua ben addestrata, di cogliere il fenomeno in questione da una prospettiva più ampia. Spesso non ho la preparazione sufficiente per stabilire il valore di uno studio di cinquanta, sessant’anni fa, ma trovo utili ugualmente al pensiero formulazioni come questa: «Intorno al monastero si raccolsero, nei lunghi secoli del trapasso alla nuova età, vincitori e vinti, sotto la tuitio di un santo, patrono e quasi sovrano effettivo, possessore di beni e di sudditi, e i “volghi dispersi” appresero di nuovo la sacralità del lavoro, non più degradato alla funzione puramente materiale del lavoro servile, ma impegnato a estendere, a moltiplicare e a migliorare l’opera dell’uomo e il rendimento della terra. In una carta topografica dell’Occidente nell’Alto Medioevo i monasteri figurerebbero numerosi quanto i maggiori centri abitati di oggi e a buon diritto si può parlare di una “civiltà monastica” nei secoli dal VI al X, poiché dinanzi al monastero si arrestò l’ondata della barbarie, ed ebbe inizio il riflusso della ricostruzione civile».

 Ermanno Cavazzoni, Gli eremiti del deserto, Quodlibet 2016. Capisco benissimo Ermanno Cavazzoni quando, nella breve Premessa, afferma di aver «sempre letto queste vite con ammirazione e invidia, per quei tempi di libertà, di povertà volontaria non sindacalizzata, di avventure interiori e incontri fantastici straordinari». Si riferisce alle biografie di san Girolamo, alla Storia lausiaca e alle opere di Rufino di Concordia e di Teodoreto di Cirro, da cui ha tratto con oculatezza alcune storie, tra le più famose e le meno note, e le ha riscritte, con gran rispetto per l’originale. Persino troppo rispetto, se si fa qualche confronto. D’altra parte l’espressività delle storie dei padri del deserto è spesso difficilmente superabile, e forse si può dire che il libro di Cavazzoni, che di sicuro è stato scritto con divertita partecipazione, e che affianca idealmente questi atleti dell’ascetismo ad altre figure della sua opera, si rivolga a chi queste storie non conosce: dunque un invito a scoprirle.

 A Priest, Report from Calabria. A Season with the Carthusian Monks, Ignatius Press 2017. Grazie alla segnalazione del blog «Cartusialover» ho recuperato e letto questo «Rapporto dalla Calabria», sotto forma di lettere ad amici e famigliari, di un sacerdote americano che ha passato quattro mesi presso la Certosa di Serra San Bruno, condividendo con i certosini la loro vita di solitudine, silenzio e preghiera (e condividendo la scelta dell’anonimato). Si può dire che questi testi rappresentino un genere preciso all’interno della letteratura monastica, quello del «soggiorno in monastero», di cui sono molto ghiotto e che offre esiti diversi a seconda che il soggiornante sia un laico, un religioso, una scrittrice, un antropologo, e così via. In questo caso, l’aspetto forse più curioso è dato dal fondo culturale statunitense dell’autore, che emerge con discrezione qua e là. Parlando del cibo e dei pasti consumati in cella, ad esempio, ci scappa un riferimento alla consegna a domicilio, «proprio come Domino’s Pizza»; oppure, considerando l’orario delle attività, si dice che «la schedule è speciale perché una certosa “produce” tre cose: lode di Dio, preghiera personale e di intercessione, unione contemplativa con Dio»; o ancora, osservando il giardino della cella che gli viene assegnata, il commento è: «Penso che il precedente inquilino sia stato il Luther Burbank dei Certosini: in fondo al giardino ho trovato una schiera di vasi da fiori» (il riferimento è al grande botanico statunitense della seconda metà dell’Ottocento). Il volume è, come si suol dire, corredato da una serie di fotografie molto belle, prevalentemente di F. Moleres e B. Tripodi, e di un’appendice di testi certosini e di documenti pontifici. Mi sono segnato questo insegnamento di grande praticità: «Se ho qualche richiesta importante, mi rivolgo ai monaci dopo l’ufficio. Ma il più delle volte mi dico: “Ne parlerò durante lo spaziamento (la passeggiata) della prossima settimana”, e spesso il problema si risolve prima di allora».

 

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Schedine: Un carmelitano e il cardinale Schuster

Un frate carmelitano, Il giardino chiuso, Edizioni Messaggero Padova 2017 (trad. di A.M. Foli di Le jardin clos, Editions du Carmel 2010). Credo sia importante affrontare anche questi testi, che sono forse quanto di più lontano un non credente possa cercare di comprendere. La meditazione dell’anonimo carmelitano svolge diffusamente l’allegoria del giardino («L’allegoria è di facile interpretazione: il giardino rappresenta l’anima che si è chiusa alle attrattive esteriori e che, nella clausura, coltiva tutto ciò che piace a Dio»), distendendola su tre parti: «Il giardino dei lavori», «L’Amato scende nel suo giardino» e «Il tempo dei profumi e del raccolto». Se la terza parte è del tutto al di là delle mie possibilità, pur mantenendo un certo strano fascino esoterico, nelle prime due ho colto qualche riflesso della spiritualità carmelitana, con particolare riguardo alla clausura. In un gioco continuo, a tratti febbrile, di rimbalzi dalla dimensione materiale a quella spirituale, o comunque astratta, il testo esplora le «forme» del giardino e il significato di ciò che vi accade, cioè il rapporto che vi si instaura tra il religioso o la religiosa che lo abita e Dio: «Il giardino diventa il luogo in cui l’uomo recupera la nudità originaria, nudità ricoperta dalla livrea luminosa dello Spirito». È importante qui la risonanza che quell’«originaria» produce con il Giardino dell’Eden, dove ha avuto luogo la Caduta, nonché il parallelismo che si instaura tra Eva, l’artefice di quella Caduta, e Maria, la «nuova Eva» cui è affidato il nuovo giardino ove è possibile tentare di «recuperare in qualche modo la situazione anteriore alla caduta». La strada va percorsa all’incontrario: «Per indossare la luce divina bisogna privarsi dell’abito del proprio io e rifiutare tutti gli indumenti proposti dalle forze delle tenebre, che non sono altro che prodotti fatti a loro immagine – false luci, emanazioni delle ombre della morte, abiti della supponenza, dell’orgoglio e di tutti gli altri peccati capitali, vestiti derisori proposti al libero arbitrio» (i corsivi, come d’uso, sono miei, a sottolineare le espressioni più… oppugnabili?).

 Ildefonso Schuster – Ildefonso Rea, Il carteggio (1929-1954). Tra ideale monastico e grande storia, a cura di M. Dell’Omo, Jaca Book 2018. È noto il forte legame che il cardinale Schuster mantenne con il mondo monastico, nel quale si era formato, anche dopo la nomina ad arcivescovo di Milano, e questo carteggio ne è un’ulteriore testimonianza. L’epistolario tra il cardinale e il suo omonimo, dapprima abate della Badia di Cava de’ Tirreni e poi, dalla fine del 1945, di Montecassino, è composto in buona misura dagli scambi di auguri, natalizi e pasquali, tra i due religiosi (si può notare, con un sorriso, come in venticinque anni di corrispondenza lo Schuster sia sempre arrivato prima, mandando i suoi auguri natalizi, ad esempio, all’inizio dell’Avvento, e mortificando i tentativi del Rea di ribaltare almeno qualche volta la situazione: «Eminenza, la sua bontà ci previene sempre», scrive ormai rassegnato nel 1952 l’abate di Montecassino; da notare anche che quest’ultimo scrive sempre «Montecassino», mentre il cardinale preferisce la grafia «Monte Cassino»). Oltre che documento di un rapporto umano e religioso di grande intensità, il carteggio si accende, se così si può dire, intorno alle vicende della ricostruzione della gloriosa abbazia distrutta dai bombardamenti e al «ritrovamento» dei resti di Benedetto e Scolastica, che una tradizione precedente voleva migrati in Francia: «Il 1° agosto [1950]», scrive il Rea, «compiendo lavori sotto l’altare maggiore della basilica, abbiamo rinvenuta, con immensa gioia, la pesante urna di alabastro postavi dall’abate della Noce il 7 agosto 1659. Il giorno seguente tra la profonda commozione di tutti gli astanti, è stata aperta l’urna e, tolta la seconda cassa di cipresso e dissigillata la terza cassa di piombo, abbiamo rese grazie al Signore che ci ha dato di poter contemplare e venerare i resti mortali del santo Patriarca e di santa Scolastica». A parte un senso, molto composto, di generale trasporto, le osservazioni sulla vita monastica sono meno diffuse di quello che mi sarei aspettato, tanto che lo stesso curatore ha pensato di raccogliere le espressioni più significative in poche pagine conclusive, intitolate «Florilegio spirituale dalle lettere di Schuster a Rea». L’altrettanto nota «nostalgia del chiostro» del cardinale scorre sempre silenziosa sotto le sue parole (spesso in latino, dopo la guerra) e raramente emerge in maniera esplicita, come in queste righe del 1937: «Ritorno con vero gusto, almeno col pensiero, a codesti luoghi [la Badia di Cava], dove sono attaccati tanti ricordi della mia vita monastica. Loro che sono nel tranquillo porto del chiostro, preghino per me e per la mia nave sbattuta in alto mare dalla tempesta! Sembra retorica, e la fede ci assicura che è una tremenda realtà! Sarei doppiamente infelice se, al pari di Giona, non lo capissi e ci dormissi su».

 

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Schedine: Testi legislativi carmelitani; Francesco Lazzari

Testi legislativi dell’Ordine secolare dei carmelitani scalzi, Edizioni OCD 2016. Il volume raccoglie la legislazione e una scelta della documentazione «propria dei laici carmelitani, chiamati a vivere e testimoniare la spiritualità del Carmelo teresiano nella vita familiare, professionale e sociale del mondo di oggi». Vi si può trovare la Regola di sant’Alberto (di Gerusalemme), risalente al primo decennio del XIII secolo, seguita da una serie di testi di circa ottocento anni dopo: le Costituzioni dell’Ordine secolare dei carmelitani scalzi (2006), l’Assistenza pastorale all’ordine secolare (2006), la Ratio Institutionis OCDS (2009) e il Rituale OCDS (1990). Le regole, le costituzioni, i testi legislativi degli ordini in genere sono sempre interessanti, soprattutto per la tensione continua che sostengono tra la determinazione a rispondere in maniera chiara e univoca alla domanda sul «che cosa, dunque, dobbiamo fare?», e il tentativo, che spesso in epoca moderna risulta un po’ goffo, di dare forma a un’esperienza che tende a sfuggire proprio alla forma. Tra le altre cose, le regole devono dire anche ciò che non ci sarebbe bisogno di dire, e per questo motivo le leggo con rinnovata curiosità. Mi ha colpito la funzione di «ponte» che i carmelitani secolari sono chiamati a compiere verso i confratelli consacrati: «I frati e le monache del Carmelo Teresiano considerano la comunità laicale del Carmelo Secolare come un arricchimento della propria vita consacrata. Essi, con una interazione reciproca, desiderano apprendere dai laici carmelitani a riconoscere i segni dei tempi» (Ratio Institutionis, VII, 37).

Francesco Lazzari, Monachesimo e valori umani tra XI e XII secolo, Ricciardi 1969. Allo stesso modo in cui il monachesimo si presenta come un fenomeno che unisce i consueti tratti di sviluppo storico di qualsiasi fatto umano ad alcuni elementi che si sottraggono allo scorrere del tempo (circostanza che rappresenta uno dei miei principali motivi di interesse), anche la sua bibliografia partecipa in una certa misura di questa compresenza. Così, la data di pubblicazione non è mai criterio univoco di orientamento delle mie letture. In questo caso, dovevo assolutamente leggere un libro con un titolo del genere; superato il quale, ci si trova in una raccolta di scritti, di diversa estensione e ambizione, che ruotano intorno al tema del contemptus mundi, il disprezzo del mondo1, e alle sue varie declinazioni nei testi del monachesimo medioevale: due saggi sull’ampio lavoro di Robert Bultot sull’argomento (in particolare su Pier Damiani, Giovanni di Fécamp, Ermanno il Contratto, Ruggero di Caen e Anselmo d’Aosta) – con tracce della schermaglia tra i due studiosi –, due interpretazioni del contemptus attraverso i profili di Bernardo di Chiaravalle2 e di Aelredo di Rievaulx3, una breve sintesi della questione e due recensioni.

Tre cose, tra le altre. Mi è piaciuto molto il ritratto di Aelredo e della sua sensibilità così lontana e, volendo, complementare di quella del confratello Bernardo. Il suo «disprezzo», che si esprime soprattutto in toni attenuati, è propedeutico alla caritas, alla «direzione autentica» dell’amore, si «trasfigura» nella gioia dell’amicitia, e questo «costituisce l’aspetto forse più tipico del pensiero e della personalità di Aelredo»4. Ho, inaspettatamente, apprezzato la prosa ispirata della sintesi (intitolata Licetne post-fari?): la quasi totalità degli studiosi si ritrae in una prosa, o scarna o fiorita, ma sempre depurata di slanci personali. Qui non è così, e il sorrisetto che all’inizio ha accompagnato certe espressioni («Se ogni vita ripropone sempre lo stesso domandare e sedurre, lo stesso sfinimento dopo le antiche estasi inebrianti…»), ha lasciato il posto alla fine alla considerazione: non approvo, però apprezzo: «Attraverso le strade scolorate dal silenzio, come nella luce velata dei cieli nordici, attraverso i mille tenui sentieri di cui si compone una vita e sui quali è caduta la cenere morta del tempo, lo storico ricerca il suo filo d’Arianna, tra i brividi lievi delle assenze presenti, per fuggire l’opaca ottusità dell’oblio nel quale si affonda per non affiorare mai più» (pp. 103-104). Infine ho preso nota di una frase di Pier Damiani, che ci ricorda che la speranza dell’empio «è come la lanugine, che la bufera disperde, come il fumo, che il vento dissipa, e come il ricordo fuggevole dell’ospite di un solo giorno».

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  1. Tema al centro della bibliografia dello studioso, che spazia dall’Antico Testamento a Camus, e che viene affrontato anche come atteggiamento ricorrente nella storia del pensiero: Il contemptus mundi nella scuola di S. Vittore, Istituto italiano per gli studi storici 1965; Camus e il cristianesimo, Libreria scientifica editrice 1965; Una interpretazione radicale del Vecchio Testamento e della sua tradizione, Società Editrice Dante Alighieri 1971; Esperienze religiose e psicoanalisi, Guida 1972; Mistica e ideologia tra XI e XIII secolo, Ricciardi 1972; Il sorriso degli dei e il dramma della storia: ateismo ed antiteismo nell’opera di Camus, Edizioni scientifiche italiane 1974.
  2. «Il “disprezzo del mondo” bernardino è, innanzi tutto, un esercizio di umiltà, mediante il quale si mira a liberare l’uomo da quel legame alla natura che si esprime nell’impulso, a spezzare il vincolo del desiderio che incatena la libertà umana al mondo di “quaggiù”», p. 62.
  3. «Se per Ugo di S. Vittore il contemptus mundi è legato alla esperienza dell’universale transitorietà delle cose umane, se per S. Bernardo esso è espressione di un’esigenza di riscatto dal mondo, se per Innocenzo III è soprattutto disprezzo del peso invadente della corporeità, per Aelredo di Rievaulx la sua origine è nel sentimento disperante di una felicità perduta, di un incanto ormai svanito e che non tornerà mai più», p. 81.
  4. «L’amicizia spirituale, infatti, quella che noi chiamiamo vera, è desiderata e cercata non perché si intuisce un qualche guadagno di ordine terreno, non per una causa che le rimanga esterna, ma perché ha valore in se stessa, è voluta dal sentimento del cuore umano, così che il “frutto” e il premio che ne derivano altro non sono che l’amicizia stessa» (De spirituali amicitia, libro I, traduzione di A. Atzeni).

 

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Schedine: Nabert, Bernanos, Dreher

Come si può immaginare, non tutte le letture che faccio – e che procedono senza alcun piano – si traducono in qualche nota riportata qui, per le ragioni più varie. In ogni caso, d’ora in poi registrerò periodicamente almeno le indicazioni bibliografiche dei libri che non hanno dato origine a un post, con qualche breve appunto.

Nathalie Nabert, Prières cachées des chartreux, Editions du Seuil 2009. Un’antologia di preghiere, invocazioni e meditazioni – molte delle quali «inedite o introvabili» – tratte dalla tradizione certosina, dalle origini ai giorni nostri. La curatrice, Nathalie Nabert, scrittrice e poetessa francese non nuova a opere del genere, ha disposto i testi in ordine cronologico, suddividendoli in otto parti tematicamente intestate alla liturgia delle ore, ai sacramenti, alla Sacra Scrittura, alla cosiddetta orazione del cuore, all’invocazione di Dio, della Croce, di Maria e dei santi, e facendoli precedere da una bella introduzione sul posto centrale che nella vita certosina occupa la preghiera, ininterrotta «respirazione dell’anima». L’ho letto perché ogni chiave che aiuti a decifrare correttamente il mistero certosino è gradita. Mi sono annotato questo «consiglio» di Innocent Le Masson (1628-1703): «Bisogna evitare le riflessioni inutili su questioni già sufficientemente note, o che non importa approfondire: non prestiamo loro la nostra attenzione e svincoliamoci da esse».

 Georges Bernanos, Un uomo nella Chiesa, in appendice Bernanos, il parrocchiano di Primo Mazzolari, La Locusta 1969. Il libretto raccoglie ventiquattro lettere di Bernanos. Le prime dieci sono dirette al monaco benedettino dom Besse, scritte a cavallo della fine della prima guerra mondiale («Ho ricevuto la lettera e l’opuscolo al bivacco, alla portata di quei cannoni Krupp che io considero materiale hegeliano»). Le altre quattordici sono invece indirizzate allo scrittore cattolico (Alceu) Amoroso Lima e risalgono agli anni 1938-42, nei quali lo scrittore era in esilio in Brasile. Sono interessanti per chi è interessato allo sviluppo delle posizioni politiche e religiose di Bernanos. Mi sono annotato questo pensiero, del 1939: «Parlare di sé è quasi sempre un tranello del diavolo».

Rod Dreher, The Benedict Option. A Strategy for Christians ina Post-Christian Nation, Sentinel 2017. Lettura faticosa ma doverosa del libro che esprime in maniera aggiornata le posizioni dei cristiani americani più conservatori e tradizionalisti, affiancando a un’analisi apocalittica dei tratti della società occidentale una proposta per così dire «operativa» che ha nella spiritualità benedettina (l’«opzione Benedetto») il suo centro ispiratore. Come si suol dire, il libro ha suscitato un notevole dibattito, soprattutto negli Stati Uniti, ma non solo, e l’ho letto perché è sempre bene sapere e perché mi interessano gli «usi», propri e impropri, che i laici fanno delle cose monastiche. Scrive Dreher: «Noi cristiani fedeli e ortodossi non abbiamo chiesto di essere esiliati internamente nel Paese che credevamo fosse nostro, ma così è stato. Siamo una minoranza, adesso, cerchiamo allora di essere una minoranza creativa, capace di offrire alternative luminose, accoglienti e vitali al mondo buio, freddo e morto che ci circonda. Avremo sempre meno influenza, ma facciamoci guidare dalla saggezza monastica e accettiamo con umiltà questa circostanza, mandataci da Dio come occasione di purificazione e santificazione».

 

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