Archivi tag: Bernardo di Chiaravalle

Bernardo insetticida (Voci, 7)

Libro II, cap. XVIII. Recupera un cavallo con l’oratione, & fa morir le mosche

Ritornando il Santo [Bernardo di Chiaravalle] da Chialon in campagna1, era con tutta la compagnia fortemente travagliato dal freddo. Andandosene a sorte inanzi gl’altri (perché il gran freddo gli toglieva ogni pensiero di badare alli altrui bisogni2) occorse che il cavallo di uno delli due ch’erano rimasti per tenergli compagnia, lasciato incautamente in libertà, cominciò a scorrere per la campagna. Non vi essendo modo di pigliarlo, né permettendo il freddo di trattenersi in questo, disse il Santo: «Fa qui mestieri di oratione». Non havea ancora ben finito il Pater noster, quando eccoti il cavallo che col capo chino se gli viene a fermare inanzi, & si lascia consignare a chi lo cavalcava.

Si transferì una volta a Fusniaco, che è una delle prime Abbazie che egli edificasse, posta nel territorio di Laudun3. Et trattandosi quivi di consecrare una Chiesa fatta di nuovo, fu questa ingombrata da tanta quantità di mosche, che arrecavano uno indicibile tedio & disturbo a chiunque entrava in essa. Non truovandosi remedio, disse il Santo: «Io le scomunico tutte». Et, oh mirabil cosa!, la seguente mattina tutte si viddero morte. Et tanta era la copia di esse, che havevano ricoperto tutto il pavimento, & fu di mestieri che per nettar il luogo li Monaci sudassero attorno con le palle4. Et fu questo miracolo tanto noto ad ogn’uno per la moltitudine de’ popoli ivi concorsi, che le mosche di Fusniaco passorono in proverbio contro di quelli che di scommunica venivano minacciati. Benché, a dirne il vero, non fu questa propriamente scommunica, ma una somiglianza di essa. Conciossi che come la scommunica Ecclesiastica dà morte all’anima, privandola de’ Sacramenti & delli altri beni ne’ quali communicano tutti li fedeli membri della Chiesa, così la maledittione del Santo, privando per divina virtù quei animaletti noiosi dell’uso vitale dell’aere, o di quel concorso divino senza il quale non può la natura né conservarsi in essere, né vivere, né operare, causò loro la morte.

Così han talhora li Prelati di Santa Chiesa scommunicate le fiere, con privarle con forza sopranaturale del potere più toccare quelle terre ove prima facevano gravi danni; et similmente li bruchi & altri animaletti dannosi alle campagne; perché o fossero constretti di assentarsi da quei luoghi, o in tutto si morissero.

Filippo Malabaila, Vita del gran padre et mellifluo dottore San Bernardo, divoto citerista di Maria Vergine et abbate di Chiaravalle dell’ordine cisterciense, composta dal r. don Filippo di S. Gio. Battista, Astegiano e Monaco dell’Ordine istesso, della Congregatione Folliense. In Torino, 1619. Per gli eredi di Gio. Domenico Tarino (che si può leggere qui).

______

  1. Châlons-en-Champagne, che dalla Rivoluzione fino al 1998 si è chiamata Châlons-sur-Marne, luogo bernardiano per eccellenza, se si considera che nel 1115 Bernardo vi fu confermato abate di Chiaravalle dal vescovo Guglielmo di Champeaux.
  2. Notazione assai strana, se riferita all’abate di Chiaravalle.
  3. Bernardo fondò l’abbazia di Foigny (nei pressi di Orsigny, diocesi di Laon) nel 1121.
  4. Da intendersi quel panno di tela che fa parte dell’arredo liturgico? Non credo.

 

Lascia un commento

Archiviato in Cisterciensi, Voci

San Bernardo e la glasnost

Spesso ho pensato che mi sarebbero bastati pochi minuti, diciamo dieci, di piena intelligenza dei pensieri di un’altra persona, di un mio «simile», per mettere nella giusta prospettiva una serie di inutili preoccupazioni e contorcimenti mentali con i quali mi accompagno quasi da sempre.

Bernardo di Chiaravalle ha insegnato, anche a me non credente, che il luogo della più esatta conoscenza degli altri è la propria interiorità, e che da quello specchio buio possono scaturire – devono, secondo Bernardo – l’umiltà e la compassione. Ciò nonostante non ho mai spento quel desiderio di vivere qualche momento di assoluta trasparenza. Probabilmente si è trattato di un mito vacuo, cui però ero per così dire affezionato.

Oggi, citato in un bel saggio del monaco cisterciense Raffaele Fassetta1, Bernardo mi ha spiegato perché tale trasparenza è sconsigliabile: «Non è possibile ottenere in questa vita una conoscenza perfetta gli uni degli altri, e forse non sarebbe neppure opportuno. Perché nella casa del cielo la conoscenza è un incentivo dell’amore, mentre qui potrebbe essere un ostacolo. Chi infatti può gloriarsi di avere un cuore casto? (Pr 20, 9) Onde, per chi è conosciuto, il rischio di essere confuso, e per chi conosce, il rischio di essere scandalizzato. Ci sarà gioia nella conoscenza soltanto là dove non ci sarà più nessuna macchia»2.

Ha ragione. Anche se ciò significa, per me che non credo né spero in «case del cielo», veder allontanarsi, se non la gioia, almeno la quiete della conoscenza.

______

  1. Clairvaux, «Scuola di amore» sotto l’abbaziato di san Bernardo, in «Vita Nostra» 10 (VI, 1 – 2016), pp. 67-81.
  2. Il brano è tratto dal secondo dei Sermoni per la dedicazione della chiesa.

 

4 commenti

Archiviato in Pensierini

Alla coque, al forno, al tegamino (Dice il monaco, XLI)

Dice Bernardo di Chiaravalle (1090-1153), cisterciense:

Tre cose mettono alla prova e rafforzano la nostra speranza: l’umiltà derivata dalla sapienza, che è come cuocere un uovo nell’acqua [in aqua coquere]; la fermezza della costante pazienza, che è come arrostirlo nel fuoco [igni assare]; la nascosta verità dell’ispirazione, che è come friggerlo nel grasso [in sagimine frigere].

Bernardo di Chiaravalle, Sentenze II, 106, in Sentenze e altri testi, introduzione di J. Leclercq, traduzione e note di F. Cardini («Opere di San Bernardo» II), Città Nuova 1990, p. 327.

 

2 commenti

Archiviato in Cisterciensi, Dice il monaco

Bernardo di Chiaravalle, Psy.D.

Leclercq Monaci e amoreLa tesi del solito Jean Leclercq («solito» per me, perché in fondo è grazie ai suoi scritti che mi sono avvicinato con intenzione a queste materie) è semplice ed espressa con chiarezza: mentre nel monachesimo «tradizionale» i nuovi membri delle comunità provenivano principalmente dalle schiere degli oblati, con il XII secolo le reclute del «nuovo» monachesimo (Cisterciensi, Certosini, ecc.) erano individui adulti provenienti dal «mondo». Se nel primo caso, quindi, trattandosi di bambini offerti a suo tempo dai genitori a un monastero e poi ivi cresciuti, «la maggioranza dei monaci, di ambo i sessi, non avevano conosciuto altro che la vita del chiostro» (e ne avevano appreso le regole), nel secondo «molti di questi monaci – uomini e donne – entravano in monastero in possesso di una precisa conoscenza dell’amor profano», e della vita nei castelli e nei borghi, delle attività di scambio e spesso anche della guerra.

Per quanto un po’ schematica, è una tesi che permette a Leclercq di leggere con profitto alcuni fatti importanti nello sviluppo della letteratura monastica, in particolare la diffusione dei trattati dedicati all’istruzione dei novizi e la nascita di un nuovo genere letterario, dedicato all’amore monastico – il che naturalmente conduce al «cardine di tutta la letteratura d’amore di ambito monastico nel dodicesimo secolo [, che] è costituito dalla conversione, opera ed influenza di Bernardo di Clairvaux».

Oltre che per la trasmutazione dell’amore, tuttavia, l’opera di Bernardo è stata fondamentale anche per la sublimazione dell’«aggressività sociale» dei suoi monaci. «È noto che molti dei monaci di Clairvaux, al tempo di Bernardo, erano stati cavalieri, addestrati alle armi, versati nella letteratura cortese e a conoscenza dei romanzi cavallereschi. Ma qualunque fosse la loro origine sociale, essi erano figli della propria epoca e così, in maggiore o minor misura, conoscevano – e subivano l’influenza – delle canzoni e dei racconti del momento.»

Cosa fa Bernardo, soprattutto nelle opere minori, quelle «per tutti i giorni»? Trova il modo di sfogare gli impulsi aggressivi e il bisogno d’azione dei suoi monaci insistendo sulla dimensione militare, di vero combattimento, dell’impegno spirituale. Nelle Sentenze e nelle Parabole la Bibbia viene riletta, nei suoi episodi più violenti, espungendo il «male contenuto nel senso letterale» e trasfigurandolo nel significato simbolico. Bernardo usa tutto il lessico militare e cavalleresco, parla di assedi, imboscate, accampamenti, scudieri, fortificazioni, torri, prigioni, ecc., trasponendolo puntualmente sul piano spirituale: «Una triplice linea di fortificazioni protegge l’anima: essa è circondata dall’assidua pratica della discrezione; trova sicuro baluardo nell’intercessione dei santi; ed è completamente cinta dalla divina protezione, capace di resistere a tutti gli assalti del diavolo»; e da parte sua il miles Christi deve portare lo «scudo della pazienza», la «corazza dell’umiltà» e in testa l’«elmo della salvezza», infine «la parola del Signore sarà la spada nella sua mano e giusti desideri il destriero sul quale è montato». Bernardo parla un linguaggio che un ex soldato capisce al volo, e intanto lo trasforma in un «operatore di pace».

Piena consapevolezza di sé, accettazione, neutralizzazione degli impulsi inconsci e sublimazione: questo è il percorso che Bernardo fa compiere ai suoi monaci. «Si può forse vedere in questa sicura capacità di guida psicologica una prova che Bernardo aveva per primo percorso questa strada?» si chiede in conclusione Leclercq. È uno storico, e quindi per iscritto deve rispondere «forse», ma pare evidente che in cuor suo abbia risposto «sì».

Jean Leclercq, Aggressività o repressione in s. Bernardo e nei suoi monaci (1979), in I monaci e l’amore nella Francia del XII secolo, Jouvence 2014, pp. 111-138.

 

Lascia un commento

Archiviato in Cisterciensi, Libri

Il collo di san Bernardo

C’è un piccolo episodio della vita di Bernardo di Chiaravalle in cui mi sono già imbattuto più volte, senza poterne però apprendere ancora la fonte. Mi piace molto per la sua potenza, diciamo così, teatrale. È un episodio avvenuto a Verfeil (Viridi-folio), probabilmente intorno al 1145, quando in effetti Bernardo si trovava nel sud della Francia, su invito del cardinale Alberico, legato di papa Eugenio III, per combattere gli eretici seguaci del monaco Enrico.

In quegli anni Bernardo si allontana da Clairvaux sempre più malvolentieri, non soltanto per motivi di salute. È ragionevole pensare che viaggi con un piccolo corteo di confratelli, dotato di varie cavalcature. A 55 anni il grande abate è un uomo vecchio, ampiamente provato nel fisico, malato, stanco; ma è comunque Bernardo di Chiaravalle, il padre del ricco e potente ordine cisterciense, una delle figure più rispettate della cristianità, della quale si dice che sia il vero papa, e non il suo ex confratello e discepolo Eugenio.

Uno dei punti cruciali della predicazione eretica è proprio la ricchezza ecclesiastica e il richiamo alla povertà di ispirazione evangelica. Quando Bernardo attacca il suo sermone, forse sul sagrato della chiesa principale, «un eretico gli fece notare, ironicamente, quanto grasso e ben pasciuto fosse il mulo ch’egli cavalcava» (anche l’impertinente Walter Map, tra l’altro, nel parodiare un miracolo del santo fa menzione della sua «asinam magnam»).

Ed ecco la scena madre, che mi piace immaginare preceduta e seguita da un silenzio teso e profondissimo: Bernardo non risponde, lo sguardo fisso nella direzione donde è venuta la voce. Un suo monaco gli si avvicina lentamente, con due dita prende il cappuccio del saio del suo abate e lo tira, scoprendo il capo e soprattutto il collo di Bernardo.

Un collo magro e segnato da oltre vent’anni di digiuni e penitenze.

(L’ultimo incontro con questo episodio l’ho avuto grazie a Raoul Manselli, Evangelismo e povertà, in Il secolo XII: religione popolare ed eresia, Jouvence 1995, pp. 47-66.)

 

Lascia un commento

Archiviato in Agiografie, Cisterciensi, Spigolature

Una scelta di uova fritte (Dice il monaco, XXIV)

Dice Bernardo di Chiaravalle, intorno al 1125:

Siccome infatti schifiamo i cibi semplici, quali la natura li ha creati, mentre mescoliamo variamente i sapori e, disprezzando quelli che Dio ha messo nelle cose, stuzzichiamo la gola con sapori adulterini, noi varchiamo il limite segnato dalla necessità, ma c’è sempre posto per ulteriori piaceri. Chi infatti potrebbe dire, per tacere d’altro, in quanti modi le sole uova si voltano e si strapazzano [versantur et vexantur], con quanto studio si rivoltano, si rovesciano, si liquefanno, si rassodano, si sminuzzano, e si portano in tavola ora fritte, ora abbrustolite, ora farcite, ora accompagnate da altri cibi, ora sole? E a quale scopo tutto questo, se non puramente per ovviare al fastidio?

Bernardo di Chiaravalle, Apologia all’abate Guglielmo IX, 20, in Trattati, Opere di San Bernardo, vol. I, a cura di F. Gastaldelli, Fondazione di Studi Cistercensi, Città Nuova 1984, pp. 193-95.

 

2 commenti

Archiviato in Dice il monaco

Due lettere di Bernardo

È Bernardo di Chiaravalle che mi ha tirato dentro i monaci e il monachesimo, credo per la miscela di determinazione, massimalismo e brillantezza linguistica cui l’ho associato fin dall’inizio. Quindi non perdo occasione per ritornarvi, anche quando l’occasione è un librino di 48 pagine che ritaglia quattro lettere del suo corposo epistolario.

Intorno al 1140 Bernardo scrive ai cluniacensi dell’abbazia di Saint Bertin per congratularsi con loro per aver introdotto alcune restrizioni nelle loro consuetudini, in particolare in materia di silenzio. E lo fa sottolineando (con una mossa che, oggi, ricorda inevitabilmente il mito della crescita economica infinita) come «alla scuola di Cristo» l’unica via degna sia quella del continuo progresso, «soprattutto nel mondo in cui viviamo, nel quale nulla permane nella condizione in cui si trova, e non progredire equivale senz’altro a recedere». Certo, nel loro sforzo i monaci possono sperare in un punto fermo di arrivo, al di là della morte, ma intanto che sono qui devono «camminare», proprio loro che fisicamente stanno fermi (proprio noi monaci che «ci siamo spontaneamente rinchiusi nelle celle dei monasteri»).

Per corroborare il suo appello Bernardo sviluppa per contrasto un paragone sorprendente, tipico della sua retorica acrobatica: «Ci sproni dunque l’esempio stesso della cupidigia terrena». Saremo forse, noi monaci, da meno degli avidi che inseguono glorie e possessi mondani? Ci faremo superare da loro in intensità? Ci lasceremo accusare di «pigrizia e tiepidezza» dalla loro ingordigia? Non sia mai: «Dovremmo vergognarci di farci trovare meno desiderosi di beni spirituali di quanto loro lo sono di beni terreni». Bene, dunque, con ulteriori restrizioni: cosa sarà mai un nuovo, piccolo sacrificio? Non lasciamoci sviare dalla «nebbiolina evanescente delle cose di poco conto» e non dimentichiamo che «una piccola quantità di lievito scadente rovina tutta la pasta, e l’olio più buono è da buttar via se ci galleggiano mosche morte».

Uh, «mosche morte». Ho voluto controllare questa immagine così realistica e ho preso l’«edizione di riferimento» delle lettere di Bernardo, dove in effetti si può leggere (Lett. 385): «Muscae morientes exterminant oleum suavitatis» (che cita, a memoria?, Ecclesiaste 10, 1: «Muscae morientes perdunt unguentis suavitatem», e viene tradotto diversamente: «Mosche in punto di morte tolgono ogni olezzo al profumo»). E una volta lì, m’è cascato l’occhio sulla lettera successiva, la 387, a Pietro il Venerabile, che «apre uno spiraglio sulla bottega letteraria di Clairvaux e offre elementi utili per vagliare la corrispondenza epistolare di san Bernardo».

In breve: Nicola, il «segretario» dell’abate di Chiaravalle, si è accorto che in una delle ultime lettere di Bernardo inviate a Pietro, abate di Cluny, sono contenute «parole informate ad amarezza», del tutto inadatte al destinatario, e l’ha fatto notare al suo capo. Bernardo non si capacita come sia potuta accadere una cosa del genere e si affretta a scrivere di nuovo a Pietro, per scusarsi e spiegare: «La colpa è della quantità degli affari, per cui chi scrive sotto la mia dettatura non afferra bene il senso delle mie parole [scriptores nostri non bene retinent sensum nostrum], esaspera oltre i limiti la sua espressione, e io non posso controllare ciò che ho disposto fosse scritto». Non succederà più, garantisce Bernardo, perché «d’ora in poi rileggerò quelle dirette a voi e non mi affiderò se non ai miei occhi ed ai miei orecchi».

Rientrata l’emergenza, non mi trattengo dall’immaginare il cazziatone che Bernardo avrà fatto allo scrivano colpevole: Chi ha scritto l’ultima lettera a Pietro di Cluny? Portatemi qui quell’imbecille!

Bernardo di Chiaravalle, Lettere ai monaci dell’abbazia di St. Bertin, a cura di J. Riccardi, Marietti 1820 2004; Lettere, parte seconda 211-548, a cura di F. Gastaldelli, traduzione di E. Paratore, Scriptorium claravallense – Città Nuova 1987.

Lascia un commento

Archiviato in Cisterciensi