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Echi (Anna Maria Cànopi e Bernardo di Chiaravalle)

Sto leggendo quello che le sue stesse «figlie» di San Giulio chiamano il «testamento» di m. Anna Maria Cànopi, Gesù Cristo nostra vita1, sul quale dovrò tornare, e mi sono fermato su questa frase, che compare nelle prime pagine: «La vita monastica, prendendo alla lettera il vangelo, […] richiede infatti la separazione dal mondo per una vita di nascondimento non solo agli occhi degli altri, ma anche ai propri…». Non è del tutto impossibile assimilare, o quantomeno avvicinare il primo nascondimento di cui parla m. Cànopi, perseguito in un monastero (dove è raccolta pur sempre una comunità), a quello dell’indistinzione in cui tutti (o quasi) siamo immersi (fatto salvo un piccolo intorno), ma un altro discorso è il nascondimento al proprio stesso sguardo, impresa ardua anche per l’eremita di cui il mondo non conosca nemmeno l’esistenza. Come si può raggiungere una tale forma di oblio di sé? Qual è il senso psicologico, storico, e anche sociale, di una domanda del genere?

Quello che mi ha colpito maggiormente, tuttavia, è come dietro questo tratto, tipico del radicalismo di m. Cànopi, risuoni un’eco lontana del mio amato (sì) Bernardo di Chiaravalle.

Nel quarto sermone del Commento al Salmo 902, infatti, san Bernardo, illustrando il  versetto Ti metterà all’ombra sotto le sue spalle, e sotto le sue ali sarai pieno di speranza, spiega il perché della reclusione monastica: «Ecco perché noi ci appartiamo, anche fisicamente, nei chiostri e nelle selve», per proteggere il «tesoro» che i monaci hanno intravisto, per fuggire la considerazione del mondo e la vanagloria che ne deriva, per essere santi senza saperlo. Per questo «è necessario cercare il nascondimento, non solo agli occhi altrui ma ancor più ai propri».

Più di ottocentocinquant’anni separano queste parole praticamente uguali che ho sottolineato, questo strano appello a occultarsi a se stessi. Strano perché quasi inconcepibile, se non per due persone abitate dal medesimo assillo per il rischio di perdizione che corre un’individualità indomabile – la propria.

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  1. Anna Maria Cànopi, Gesù Cristo nostra vita, Nerbini 2019 («Orizzonti monastici»; 44).
  2. Bernardo di Chiaravalle, Commento al Salmo 90, introduzione, traduzione e note di p. Raimondo Sorgia, o.p., Edizioni Paoline 1977, pp. 71 e segg. Il riferimento è alla Volgata.

 

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Bernardo e Guglielmo, convalescenti (Voci, 22)

Non sono pochi gli studiosi (Alessia Vallarsa, Paul Verdeyen, Wendelien Bara, Jean Leclercq) che mi hanno invitato a guardare al periodo passato insieme da Guglielmo di Saint-Thierry e Bernardo di Chiaravalle, entrambi malati, nell’infermeria di Chiaravalle, come a «un avvenimento cruciale nella storia della spiritualità occidentale», che segna «la nascita della mistica dell’amore». Quattro settimane di convalescenza, tra la fine di gennaio e il febbraio del 1128, in cui, «senza dubbio favorito dal suo isolamento forzato, Bernardo acquista familiarità con questo libro della Bibbia», e in cui «per la prima volta nella storia della Chiesa occidentale la relazione personale tra Dio e l’uomo veniva portata nel discorso, e questo nella lingua e nelle immagini del Cantico dei Cantici». Ecco come lo stesso Guglielmo racconta, con trattenuta commozione, quei giorni.

Essendo poi io [Guglielmo di Saint-Thierry] una volta dal male aggravato nella nostra Casa, ed avendomi la troppo lunga infermità di molto maltrattato e consumato, egli [Bernardo di Chiaravalle] subito che ne ricevette l’avviso, mi spedì il suo fratello Gerardo, uomo di buona rammemoranza, chiamandomi col mezzo di questo a Chiara-valle, promettendomi che io ivi incontamente dovrei o risanarmi o morire. Io allora come se divinamente mi fosse stata offerita e concessa la facoltà o di morire appresso di lui, o di vivere con esso lui per qualche tempo (delle quali cose non so quale io mi avessi scelta), mi portai subitamente colà, sebbene con molto dolore e stento.

Mi venne ivi fatto ciò che da lui mi era stato promesso, e, a vero dire, anche come io aveva desiderato. Mi fu restituita la salute da una grande e pericolosa infermità; ma le forze del corpo a poco a poco mi si restituirono. Infatti, Dio buono! qual cosa mai non mi apportò quella infermità, quelle ferie, quella vacanza ch’io ebbi, in parte a ciò che io medesimo voleva? Imperciocché in tutto quel tempo della mia infermità cooperava alle mie necessità la infermità di lui, dalla quale anch’egli allora era aggravato.

Essendo adunque amendue infermi, facevamo tutto il giorno conferenze sopra la natura spirituale dell’anima, e dei medicamenti delle virtù contro le languidezze dei vizj. Per tanto fu allora ch’egli tenne lungo discorso, per quanto gliel permise il tempo della mia infermità, sopra il Cantico dei Cantici, ma però solamente secondo il senso morale, lasciati da parte i misterj di quel Sacro Libro, poiché io così aveva voluto, e da lui anche richiesto l’aveva.

Di giorno in giorno metteva per iscritto, per quanto Dio mi assisteva, e la memoria mi suggeriva, qualunque cosa io da lui aveva udita, acciocché non mi svanisse. Nel che benignamente, e senza veruna invidia esponendomi egli e comunicandomi le sentenze del suo intendimento, e i sentimenti della sua sperienza, e sforzandosi d’insegnare a me inesperto molte cose, le quali non si possono imparare se non colla sperienza; sebbene io non poteva per anco intendere quanto mi veniva somministrato, egli però mi faceva intendere più del solito ciò che a me mancava per ben intendere le cose che m’insegnava.

♦ Guglielmo di Saint-Thierry, Vita di San Bernardo, in La vita di San Bernardo primo abate di Chiara-valle, Scritta già in Latino da diversi contemporanei e accreditati Autori, e da essi pure in sette Libri divisa; Ora nel nostro Volgare tradotta ed accresciuta di una diffusa Prefazione, di varie Appendici, di molte Istoriche e Monastiche Annotazioni, e di un Indice dovizioso delle cose più ragguardevoli; da Pietro Magagnotti, Teologo del Collegio di Padova, e Parroco di Santa Caterina; Padova, presso G. Comino, 1744. (Libro I, cap. XII, 59. Di un’altercazione di S. Bernardo col Diavolo; della sanità a lui restituita dalla Santissima Vergine e parimenti dell’Abate Guglielmo da lui sanato.)

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«Non si può abitare da soli sulla terra» (Dice il monaco, LXVII)

Dice Bernardo di Chiaravalle, monaco e abate cisterciense (1090-1153), in uno dei suoi Sermoni diversi:

«Errarono – dice il Profeta – in un luogo solitario, senz’acqua: non trovarono la via verso una città abitabile». Questa solitudine è quella dei superbi, che ritengono di essere soli, che desiderano essere considerati soli. Uno è colto [litteratus]: odia il collega. Uno è astuto negli affari mondani: non desidera che ci sia nessun altro come lui. Uno ha molto denaro: se vede un altro che si arricchisce, per lui è un tormento. Uno è forte o bello: mettigli vicino uno come lui, e si roderà d’invidia. È solitario, ma sbaglia. Va errando nella sua solitudine: infatti non si può abitare da soli sulla terra.

♦ Bernardo di Chiaravalle, Di come e quanto la vita sia fallace, in Sermoni diversi e vari, premessa di C. Leonardi, introduzione di J. Leclercq, traduzione e note di D. Pezzini («Opere di San Bernardo» IV), Città Nuova 2000, I, 2, p. 29. (Devo la citazione a Cecilia Falchini, che nel suo Perché leggere? la traduce con alcune significative varianti – me ne sono permessa una anch’io.)

 

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«Benché, dico, così dannata e disperata» (Dice il monaco, LXII)

Dice Bernardo di Chiaravalle, monaco e abate cisterciense (1090-1153), verso la fine dei suoi mirabili Sermoni sul Cantico dei cantici:

Ogni anima, benché onerata dai peccati, irretita dai vizi, presa dalle seduzioni, prigioniera in esilio, carcerata nel corpo, aderente al fango, infissa nel limo, affissa alle membra, trafitta dalle cure [infixam limo, affixam membris, confixam curis], distratta dagli impegni, contratta dai timori, afflitta dai dolori, vagante fra gli errori, ansiosa per le preoccupazioni, inquieta per i sospetti, e insomma forestiera in terra  di nemici, secondo la frase del Profeta, contaminata con i morti [coinquinatam cum mortuis], collocata fra quelli che sono nell’inferno; benché, dico, così dannata e disperata… può avvertire in se stessa non solo da dove possa respirare nella speranza del perdono, nella speranza della misericordia, ma anche da dove osi aspirare alle nozze del Verbo, senza trepidazione di entrare in un patto di alleanza con Dio, né timore di portare il soave giogo dell’amore con il Re degli angeli.

♦ Bernardo di Chiaravalle, Sermoni sul Cantico dei cantici, introduzione di J. Leclercq, traduzione e note di C. Stercal, con la collaborazione di C. Dezzuto, M. Fioroni e A. Montanari («Opere di San Bernardo» V/2), Città Nuova 2008, LXXXIII, I, p. 603. (Devo la citazione ad André Louf, che di sicuro aveva anche piena fede nella sua verità.)

 

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Oro, argento, inchiostro o acqua (Chiaravalle)

Chiaravalle Milanese, chiostro (foto Potts)

L’ultima visita all’Abbazia di Chiaravalle Milanese l’abbiamo fatta all’inizio dell’anno. Ci andiamo periodicamente, perché è vicina a casa, perché la strada che dobbiamo fare per raggiungerla è molto piacevole e soprattutto per respirare un po’. La campagna, un giro completo della chiesa, il periplo del chiostro, e poi, naturalmente, la Bottega dei Monaci, dove troviamo sempre qualcosa: i saponi, le creme, l’ultimo libro di Mauro Giuseppe Lepori (bello) e le birre trappiste che arrivano dal Belgio e dall’Austria, ma anche dall’Italia (era «appena arrivata» l’unica birra trappista italiana, quella del Monastero alle Tre Fontane di Roma).

Durante la visita non sono mai molto diligente, guida artistica alla mano, osservo e mi pasco, lasciando che il mio «interesse per le cose monastiche» si distenda nel luogo, senza articolarlo in parole, lette o ascoltate o, tantomeno, dette. Questa volta però, davanti all’affresco che sovrasta l’ala sinistra del coro, mi è subito tornata in mente una lettura che avevo fatto, soprattutto perché assai recente. Infatti, il miracolo rappresentato in Angeli che annotano il fervore dei monaci nella preghiera comune (del secondo decennio del ’600) – attribuito dapprima ai grandi decoratori della chiesa, i Fiamminghini (o Fiammenghini), e successivamente a Bartolomeo Roverio – è descritto nel capitolo III del Libro Secondo dell’Exordium Magnum Cisterciense: «Come san Bernardo durante la santa veglia vide degli angeli che stavano ciascuno accanto a un monaco e scrivevano su pergamene quel che salmodiavano».

Chiaravalle Milanese, coro, lato sinistro (foto Potts)

Si racconta che «una volta il padre santo prendeva parte alle Vigilie notturne con quella purezza e devozione che gli era consueta, nota a Dio solo e a lui. Mentre la lenta modulazione della salmodia protraeva le Vigilie, il Signore gli aprì gli occhi ed ecco: guardando, vide degli angeli che stavano ciascuno accanto a un monaco, riportando su fogli alla maniera notarile ciò che ognuno di loro salmodiava, con tanta esattezza da non tralasciare neppure la più piccola sillaba per quanto sbadatamente pronunziata». Bernardo si accorge che l’inchiostro usato dagli angeli per i loro verbali non è lo stesso per ogni monaco: per alcuni è oro, per altri argento, per altri ancora nero, a seconda del grado di passione infusa nel canto; per alcuni, inoltre, «sottratti a se stessi da vani pensieri», l’inchiostro era acqua, e infine, per qualcuno, gli angeli non scrivevano niente: costoro dormivano o erano volontariamente distratti.

Ieri, poi, abbiamo trovato una copia del fantastico libretto di Michele Caffi, Dell’Abbazia di Chiaravalle in Lombardia, pubblicato nel 1843, prima delle ultime massicce demolizioni1. Il volume, tra le altre meraviglie, riporta tutte le iscrizioni presenti all’epoca nel complesso2, con tanto di svolgimento e traduzione. A pagina 49 vi si può così leggere: «La volta del coro è dipinta con angioli e ricchi ornamenti. Sovra poi i sedili… sono pure altri affreschi de’ Fiamminghini. A mano sinistra veggonsi i monaci di Clervaux, che salmeggiano nel loro tempio, e gli angeli presso loro che considerando il diverso fervore de’ salmeggianti, scrivono in un libro con diverse materie ed anche con nulla. Sotto la pittura è l’epigrafe oggi quasi nascosta dai sedili:

 inscrizione 14.

PSALLENTIBVS NOCTV MONACIS CLARAVALLENSIBUS QVIBVSQUE ILLORVM VIDIT

BERNARDVS ASTANTES ANGELOS EORUM PSALMODIAM AVRO ARGENTO ATRAMENTO

AQVA NIHILO PRO SINGVLORVM IN DEO PIETATE NOTANTES.

cioè: “Salmeggiando di notte i monaci di Chiaravalle, ad alcuni di loro vide san Bernardo astanti degli angioli, i quali notavano i loro canti con oro, argento, inchiostro, acqua, ovvero con nulla, secondo il diverso fervore di ciascheduno”».

Giuro che la prossima volta che andiamo a Chiaravalle mi porto dietro il libretto del Caffi.

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  1. Intendo una copia cartacea, perché il testo in formato digitale si può consultare qui.
  2. «Nel riportare il testo delle epigrafi si è seguita scrupolosamente l’ortografia loro, la disposizione delle linee, la punteggiatura, le abbreviature, le scorrezioni, quali le offre il marmo. Le inscrizioni ormai perdute ed i supplimenti alle mutile si pongono in carattere corsivo minuscolo.»

 

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Bernardo odontoiatra

«I tuoi denti sono come un gregge di pecore tosate», dice il Cantico tessendo le lodi della bellezza della sposa, e Bernardo di Chiaravalle approfitta del versetto (4, 2) per predicare uno dei suoi Sermoni diversi più memorabili: il numero 93 della serie tradizionale, intitolato alle Caratteristiche dei denti1, che ho letto mentre verificavo il testo dal sermone XII che ho citato poco tempo fa. Quello dei Diversi è il Bernardo abate, «il padre spirituale di una comunità di monaci, che parla loro a viva voce, in un modo diverso da quello che usa quando si rivolge per iscritto a tutta la Chiesa del suo tempo» (Jean Leclercq), è il Bernardo che gioca con le parole e le immagini per tenere desta l’attenzione di una famiglia monastica non dottissima e facile alla distrazione, è il Bernardo chiaro e conciso, ed efficace, disinvolto e quotidiano: ascoltando questi sermoni, come diceva un suo segretario, si può quasi sentire il «sapore della sua saliva». È un Bernardo straordinariamente vivo e presente.

I denti, dunque, che il Cantico paragona a un gregge tosato e le caratteristiche dei quali Bernardo passa in rassegna: bianchi e duri, non sopportano che qualcosa s’infili tra di loro; coperti e nascosti dalle labbra, sminuzzano il cibo senza trarne gusto; non si consumano e sono ordinati, mobili quelli di sotto, fissi quelli di sopra.

E che cosa sono in fondo i denti se non una perfetta immagine dei monaci?

Bianchi, infatti, come i confratelli cisterciensi, che si tengono lontani dalle sporcizie del mondo; forti e duri, perché tutto accettano e dimenticano la carne e le sue esigenze; «non sopportano che alcunché di estraneo rimanga in mezzo a loro, perché ritengono intollerabile ogni minima offesa, sia tra di loro che nella coscienza dei singoli»2. «Non c’è male peggiore del mal di denti», prosegue Bernardo, perché la mormorazione è la vera sventura di una comunità; come i denti dalle labbra, anche i monaci sono nascosti dai muri del monastero, «per non esser esposti alla vista e alla frequentazione della gente del mondo»; i monaci «masticano» tutto il giorno, cioè pregano per la Chiesa intera, senza attribuirsene alcun «gusto», cioè alcun merito; non si consumano, «perché quanto più invecchiano tanto più aumenta il loro fervore»; sono ordinati, come ordinato è il monastero, dove ogni cosa è al suo posto e ogni attività è regolata «secondo numero, misura e peso». Ci sono infine monaci che stanno sopra, i superiori, e restano fermi, e monaci che stanno sotto.

E quanto è giusto il paragone tra i monaci e le pecore tosate? Pensateci, non avanzano forse i monaci nel mondo, completamente rasati, cioè privi di alcunché di loro proprietà?

Una delle caratteristiche della grandezza di Bernardo predicatore è qui perfettamente esemplificata: non sarà più possibile scordare questo paragone e il suo significato edificante. E devo dire che nemmeno mi dispiace pensare di avere in bocca una comunità di cisterciensi seduta in capitolo…

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  1. Bernardo di Chiaravalle, Sermone XCIII. Caratteristiche dei denti, in Sermoni diversi e vari, introduzione di J. Leclercq, traduzione e note di D. Pezzini («Opere di San Bernardo» IV), Città Nuova 2000, pp. 506-509.
  2. Qui Bernardo si lascia andare a un commento diretto, che per un istante ci trasporta sugli stalli di una sala capitolare: «Da qui deriva quella vostra importunità così opportuna con la quale così spesso mi tormentate, e molte volte, anche quando non è necessario, consacrando a questa operazione molta parte del giorno».

 

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Penso negativo… perché son vivo (Dice il monaco, LV)

Dice Bernardo di Chiaravalle, monaco e abate cisterciense (1090-1153), in uno dei tanti, quotidiani e mirabili sermoni composti per edificare la sua comunità:

Così è tutto ciò che sta sotto il sole: non c’è nelle cose niente di veramente gioioso, ma l’uomo sente sempre il bisogno di passare da una cosa a un’altra, e l’unica cosa che gli dà sollievo è proprio questa continua mutabilità: è come se saltasse dall’acqua nel fuoco, per saltare poi di nuovo dal fuoco nell’acqua, dato che non riesce a sopportare né l’acqua né il fuoco. Succede allora che il rimedio di una fatica diventa l’inizio di un’altra. Nessuno in questo mondo di male può avere ciò che vuole, e a volte neanche la giustizia sazia il giusto, come la voluttà non sazia il voluttuoso, né la curiosità il curioso, né la vanagloria l’ambizioso. Questa è la causa della tua sofferenza, almeno se non sei ancora diventato insensibile: soffri perché ti trovi in esilio, dimori nel deserto, cammini nel buio e su terreni scivolosi, e mangi il tuo pane col sudore della tua fronte.

♦ Bernardo di Chiaravalle, Sermone XII. Di ciò che sta all’inizio, a metà e alla fine della nostra vita, 3, in Sermoni diversi e vari, introduzione di J. Leclercq, traduzione e note di D. Pezzini («Opere di San Bernardo» IV), Città Nuova 2000, p. 1291.

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  1. Questo il paragrafo che precede il brano riportato: Vuoi sapere dove sei arrivato? In un luogo di afflizione, dato che la tua vita si è avvicinata all’inferno. Cosa c’è infatti qui se non affanno e dolore, e afflizione per lo spirito? Ma capita ora a te come a un bambino che è nato e cresciuto in carcere, e che siccome non ha mai visto la luce, si stupisce al vedere sua madre triste e in angustie. Lei però sa perché soffre, e siccome conosce le cose buone, quelle cattive le pesano ancora di più, e al ricordo della pace la sua amarezza diventa grandissima. A te invece mali piccoli sembrano grandi beni, e rispetto ai gravi ceppi ai quali sei abituato, vincoli più piccoli sono per te un riposo. Desideri mangiare, perché la fame ti tormenta. Ambedue sono una fatica, ma siccome la fame è più grave, non ti rendi conto che anche il mangiare è una fatica. E però, una volta superata la fame, chiediti se non sia più penoso il mangiare che l’aver fame.

 

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Dal più leggero soffio di vento (Dice il monaco, XLVIII)

Rimandato di nuovo dalle ultime letture al trattato di san Bernardo Il precetto e la dispensa, vi ho ritrovato all’istante quella voce ammonitoria, quella dolente severità, quella sofferta precisione che, come credo di aver già detto, furono senza dubbio una delle spinte iniziali del mio interesse per le «cose monastiche».

E così, dice Bernardo di Chiaravalle, l’inflessibile abate cisterciense, intorno al 1140:

Mi ispira diffidenza quella leggerezza, per la quale spesso ciò che vogliamo e riteniamo facile senza nessuna prova, in seguito dopo averne fatta l’esperienza non lo vogliamo più, desiderando e rifiutando la stessa cosa quasi nello stesso momento, con attitudine tanto leggera quanto irrazionale. Tutt’altro che infrequente, dato il loro numero, l’occasione di osservare persone di questo tipo, che mantengono immutata una decisione per un’ora appena e sospinti dal più leggero soffio di vento ondeggiano qua e là incostanti ed instabili, come in preda all’ebbrezza, e mutano giudizio ad ogni nuova esperienza, o piuttosto fluttuano e si agitano senza giudizio alcuno: le risoluzioni che credono di prendere riguardo alla propria vita sono diverse a seconda dei luoghi visitati, poiché desiderano sempre quello che non hanno e sono insofferenti di quello che hanno.

♦ Bernardo di Chiaravalle, Il precetto e la dispensa, XVI, 46, in Trattati, Opere di San Bernardo I, a cura di F. Gastaldelli, Scriptorium Claravallense / Fondazione di Studi Cistercensi / Città Nuova 1984, p. 563 (trad. di M. Cristiani).

 

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Un evidente principio di giustizia (Dice il monaco, XLVII)

Dice Bernardo di Chiaravalle, santo abate cisterciense, intorno al 1140:

In realtà queste regole [monastiche] sono state inventate e istituite, non perché non fosse lecito vivere altrimenti, ma perché è meglio vivere in questo modo, non avendo altro fine se non il vantaggio e la difesa della carità. In quanto sono, dunque, al servizio della carità, sono prescritte come immutabili e in alcun modo, neppure dai superiori, possono essere modificate senza peccato. Se poi, tuttavia, dovessero in qualche occasione apparire contrarie alla carità, a chi è data la facoltà di giudicare è affidato ugualmente il compito di provvedere: non è forse un evidente principio di giustizia, che le regole istituite per la carità, al momento opportuno, siano omesse o sospese, o magari trasformate in qualcosa di meglio, se la carità stessa lo richiede? Così pure, al contrario, sarebbe evidentemente iniquo, se un’istituzione, il cui unico scopo è la carità, fosse mantenuta contro la carità stessa. Conservano perciò costantemente, anche presso i superiori, la loro indiscutibile immutabilità quelle regole, che derivano da un obbligo stabile, ma solo nella misura in cui sono al servizio della carità. Del resto, sono forse il solo a pensarla in questo modo, o il primo a parlarne…?

Devo il richiamo su questo passo molto significativo a L’arte della vita comune di Cecilia Falchini, «lettura spirituale della Regola di Benedetto» di grande interesse, cui dedicherò presto qualche nota.

Bernardo di Chiaravalle, Il precetto e la dispensa, II, 5, in Trattati, Opere di San Bernardo I, a cura di F. Gastaldelli, Scriptorium Claravallense / Fondazione di Studi Cistercensi / Città Nuova 1984, p. 509 (trad. di M. Cristiani).

 

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Con maraviglia universale (Voci, 11)

Dalla Vita di san Bernardo di Goffredo di Auxerre, «biografo eccellente» del santo, un bell’esempio della «macchina da miracoli» che era Bernardo in viaggio, in questo caso sulla strada verso Chiaravalle dopo una campagna di predicazione in Germania.

* * *

XXXVI. Nella quarta feria, essendoci partiti dal castello chiamato Huy, siamo giunti con fretta al Monistero di Gembluz1. Ora, nell’istesso viaggio un vecchio cieco da un occhio, e un giovane che aveva l’istesso difetto, sono stati insieme illuminati. La mattina del quinto giorno, nel suddetto Monistero fu all’Uomo di Dio presentato un fanciulletto zoppo, e dopo che fu da lui segnato, rimase talmente sano, che liberamente camminava nel cospetto di tutti. Parimenti un pochetto dopo, nell’entrar che facemmo nell’istesso borgo, un altro fanciulletto storpiato nelle mani e ne’ piedi, sotto gli occhi di tutti, acquistò la salute degli uni e degli altri membri. Nè molto si era discostato, quando gli fu messo innanzi un fanciullo nato mutolo: egli segnò ancor questo, e senz’altro lo sanò, cosicchè gli rese l’uso della favella; e quei parlava articolatamente. Nel viaggio medesimo gli furono offerti due sordi, e chi aveva fatto parlare il muto, fece ancora udire il sordo. In quelle parti presentemente si fabbrica un Monistero chiamato Villers, in cui pochi mesi avanti il Santo Padre vi aveva mandata una famiglia di Monaci. Volle adunque visitare anche di passaggio quella nuova piantagione, e consolare colla sua presenza que’ suoi figliuoli, che erano in pellegrinaggio. Mentre adunque andava avvicinandosi al Monistero, toccò, segnò, drizzò una donna zoppa, e comandolle che francamente camminasse. Parimenti nell’istesso luogo fece camminare due zoppi, e a certo giovane restituì la perduta vista di un occhio alla presenza de’ fratelli e, d’altri molti che colà si erano radunati.

XXXVII. Indi s’affrettava verso Castel Fontane, dove il nostro Filippo lo aveva pregato che albergasse appresso i suoi congiunti. In questo viaggio poi gli offerivano un fanciullino nato cieco, il quale non poteva neppure aprire le palpebre degli occhi. Già di lui disperavano, eziandio tutti quelli che erano stati spettatori di moltissimi e massimi miracoli: ma egli senza frapporre veruna tardanza impose al fanciullo la mano, e fatta una brevissima orazione (siccome far sempre soleva), colle sue dita aprì al fanciullo le palpebre, e gli dimandò se vedeva? Rispose il fanciullo: Veggo, o Signore, veggo voi, e veggo tutti gli uomini colle loro capellature. Ed esultando con grande applauso e veemenza diceva: Dio, Dio mio, non inciamperò più, nè caderò con vostra offesa. Nella sesta feria, prima della nostra partenza da Fontane, è stata distesa e sanata una mano ad una fanciulla, la quale se le era ritirata e inaridita. Per istrada eziandio appresso certo borgo un fanciullo riebbe la facoltà di camminare. Quindi noi ci siamo accostati ad un castello che si dinomina Bins, onde ci venne incontro tanta moltitudine, di uomini, cosicchè il popolo copriva la pianura tutta de’ campi. Colà portarono sulle spalle un fanciullo zoppo, e l’offerirono all’Uomo di Dio, il quale egli avendo segnato, comandò che fosse deposto, acciocchè camminasse. Tanto grande era il concorso e il tumulto, che appena si poteva ritrovar luogo ov’egli ciò facesse ; essendo però, deposto, incominciò a camminare fra le turbe, e conducendolo fuori in un campo aperto, moltissimi lo seguitarono; imperciocchè ivi si ritrovavano sua madre e i suoi congiunti, e molti altri ancora che lo conoscevano, conciliando colla loro allegrezza fede al miracolo. Frattanto essendosi partita col fanciullo una parte non piccola del popolo, si raddoppiò l’allegrezza del restante, poichè un fanciullo similmente zoppo fu similmente drizzato. Nell’istessa campagna fu raddirizzato il terzo zoppo, e alla presenza di tutti camminava e correva facendo festa, e rendendo grazie a Dio. Vicino al medesimo castello fu illuminato un cieco; e due sordi ricevettero l’udito nello stesso luogo, in cui il Santo si era fermato per dare al popolo la benedizione e licenziarlo da sè. Mons si chiama il primo castello nella provincia d’Annonia, in cui la sesta feria abbiamo passata la notte. Ivi la mattina del Sabbato, prima che partissimo, un certo vecchio di un villaggio vicino, conosciuto da molti di quelli che si ritrovavano presenti, e ancora dal nostro Filippo, ricevette la vista, di cui era privo da molti anni. Anzi un certo giovane scolare cieco da un occhio rimase illuminato con tanta prestezza, che non prima il Beato Padre allontanò la sua mano, che il giovane gridava, Veggo, Signore, con maraviglia universale.

La vita di san Bernardo primo abate di Chiara-valle scritta già in latino da diversi contemporanei e accreditati Autori, e da essi pure in sette Libri divisa; ora nel nostro volgare tradotta, ed accresciuta di una diffusa Prefazione, di varie Appendici, di molte Istoriche e Monastiche Annotazioni, e di un Indice dovizioso delle cose più ragguardevoli, da Pietro Magagnotti, Padova, appresso G. Comino, 1744 (Libro VI, capitolo XI. Dei Miracoli accaduti in Liegi, in Gembluz, in Villers, in Mons, in Valencienne ec.).

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  1. Gembolium; o Gemblojum; cioè Giblù, o Gembluz, celebre Badia dell’Ordine di S. Benedetto nel Brabante.

 

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