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Tutti insieme. Luigi Gioia e Enzo Bianchi a confronto su due parole

C’è più di un punto di tangenza tra le ultime due letture che ho citato qui, il libro sulla spiritualità monastica di Luigi Gioia1 e il «commento» alla Regola di Enzo Bianchi2, ma uno in particolare mi ha colpito più degli altri. Entrambi i monaci, infatti, si soffermano con insistenza su due parole che concludono il famoso, penultimo capitolo, il 72°, del codice benedettino: nos pariter, «tutti insieme».

Che i monaci, conclude infatti Benedetto, «non antepongano assolutamente nulla a Cristo, che ci conduca tutti insieme alla vita eterna». I monaci benedettini, commenta Luigi Gioia, «non cercano una salvezza individuale, ma una salvezza comunitaria, vogliono giungere tutti insieme, pariter, alla vita eterna». Sembra quasi che la sola salvezza individuale non si dia, e questo è forse il cuore della spiritualità benedettina, del carisma dell’Ordine: nulla viene prima di Cristo, della comunione con lui, ma nulla viene prima della comunione stessa. Nulla, infine, commenta ancora Gioia, «può essere anteposto a questo pariter: occorre avanzare tutti insieme; non c’è vera gioia se non si giunge al traguardo tutti insieme».

Confesso che tentenno davanti a quel tutti insieme, sia per le mie manchevolezze, sia se ne considero le dimensioni, che possono andare da due persone, a una comunità, al mondo; quel tutti (che per Benedetto è un ancor più interessante nos) possiede, ai miei occhi, una potenza eversiva pari soltanto a quella utopistica: due infiniti di segno opposto che si annullano e che forse danno luogo a qualcosa di possibile in un punto p imprecisato tra > 2 e < x…

Nondimeno capisco come questo possibile sia proprio ciò che il monachesimo (benedettino) deve ribadire, per la Chiesa e per il mondo in generale, «la comunione come missione», come la chiama Gioia, che chiarisce con belle parole: «La priorità attribuita alla comunione dalla regola di san Benedetto non è una forma di egoismo collettivo, paragonabile al particolarismo etnico o sociale che conduce regioni, razze, nazioni o classi sociali a chiudersi in se stesse. Al contrario si tratta di una preferenza per un amore che viene da altrove, che non chiude in se stessi, ma che è profetico, anzi è la profezia per eccellenza che parla da sé: quando è vissuto esso trasforma la comunità nella fiaccola posta sul lampadario» (p. 137).

Enzo Bianchi dedica due meditazioni (caso unico) al nos pariter, e anche lui osserva che deve essere un impegno prima ancora che un’invocazione, poiché dobbiamo essere consapevoli che «la salvezza o è di tutti noi che viviamo insieme oppure non può essere piena salvezza» (evidenzio anche qui la vertiginosa ambiguità di quel tutti noi che viviamo insieme, in questo caso parole di un priore alla sua comunità, ma in potenza parole di…). Ma effettua poi un leggero quanto interessante cambio di prospettiva: «Ciò che della Regola di Benedetto vorrei qui sottolineare è quel nos pariter. Giustamente traduciamo pariter “tutti insieme”, ma in realtà il vocabolo è ricco di altre sfumature: “Ci conduca tutti allo stesso modo”» (pp. 249-50). Allo stesso modo è carico di risonanze pratiche; allo stesso modo, per Bianchi, rimanda a una dimensione ancora più presente del desiderio di salvezza per sé e per gli altri, anche quelli che non amiamo: «Non possiamo dunque non sentire in questa parola di Benedetto un invito all’esercizio del desiderare che l’altro accanto a me, anche l’altro col quale faccio fatica a vivere, sia salvato con me e condivida con me il Regno, la vita eterna».

Tutti insieme e allo stesso modo è un complesso concettuale che non sono in grado di elaborare qui, con tutti i riferimenti cui può condurre, anche di carattere politico, anche decisamente controversi. Leggendo e rileggendo Benedetto, non riesco a trattenere l’impressione che lui, scrivendo, avesse davanti agli occhi un gruppo di persone, un gruppo finito di individui di ciascuno dei quali conosceva il nome, ma è anche vero che, come gli capitò di cogliere il mondo intero in un solo raggio di sole, così forse gli capitò anche di vedere in quel gruppo tutti noi. Tutti insieme.

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  1. Luigi Gioia, La saggezza del monaco. Spiritualità monastica e vita della Chiesa, Edizioni Dehoniane Bologna 2017.
  2. Enzo Bianchi, Al termine del giorno. Parole per illuminare il viaggio interiore, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2017.

 

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Missio impossibilis

Senza avventurarsi troppo per similitudini, si può pensare alla Regola di Benedetto anche come a un giardino, poiché spesso cambia quello su cui ci si sofferma a guardare a seconda del momento nel quale lo si visita, e naturalmente a seconda che si sia accompagnati nella visita o no. In questi giorni la mia guida è Enzo Bianchi, del quale è stata da poco pubblicata un’ampia scelta delle «ammonizioni» che ha offerto alla comunità di Bose, durante la liturgia della domenica sera, nei suoi lunghi anni di priorato1. Non si tratta di un vero commento, ma «nelle pagine seguenti», avvisa il priore, «è comunque racchiusa la mia lettura della Regola del padre dei monaci d’occidente, al quale la nostra Regola di Bose fa riferimento continuo e del quale anche noi a Bose ci sentiamo figli spirituali». Forse, da un certo punto di vista – quello del «teorizzare pratico» tipicamente monastico, oggi per me davvero prezioso –, il testo, con la sua forte impronta orale, è persino meglio di un commento, per la quantità di esperienza comunitaria che vi è condensata.

Il tono «ammonitorio», pacatamente assertivo, risulta ancor più stimolante, anche per chi ora ascolta da esterno, là dove nella maniera più semplice possibile viene da fermarsi e dire: «Aspetta un momento». Come nel caso della meditazione sul capitolo LV della Regola, quello dedicato all’abito e alle calzature dei monaci. Qui Enzo Bianchi, ricordando il famoso passo degli Atti («Veniva dato a ciascuno secondo i suoi bisogni»), sottolinea le difficoltà che l’abate incontra nel «dire dei sì e dei no ai fratelli»2, tenendosi distante sia dall’egualitarismo, sia dal favoritismo. «All’interno della comunità benedettina», afferma infatti il priore, «se c’è una differenza è quella tra i forti e i deboli: ai forti si può chiedere con rigore, mentre verso i deboli bisogna avere delle disposizioni di misericordia, di accoglienza.»3

Per quanto sia chiara l’intenzione del priore, è un po’ delicato usare un termine di nobile ascendenza come «egualitarismo» per indicare un pericolo cui fare attenzione: come non convocare su questo snodo, almeno idealmente e a mo’ d’esempio, il primo capoverso dell’Articolo 3 della Costituzione della Repubblica Italiana: «Tutti i cittadini […] sono eguali davanti alla legge»? È vero, al di là della Legge-Regola è l’abate che deve osservare, commisurare, valutare, discernere, invocando sempre l’aiuto del Signore, e Benedetto lo ribadisce in continuazione: ma come gli si può chiedere di distinguere i forti dai deboli? Non è un compito impossibile, oltre che pericolosissmo? Forse la risposta è che «all’atto pratico», «sul campo», no, prima ancora che impossibile è necessario, e quindi, come si può, lo si fa, ma mentre è facile ergersi contro il favoritismo, trovo difficile salvaguardare la sfumatura4 presente nel discorso di Enzo Bianchi sull’egualitarismo, soprattutto volendo allargarne la portata.

Come trovare un punto di equidistanza tra il «sono fatto così», per certi versi inaccettabile, e il rigore che mastica qualsiasi differenza? Quale livello di «soggettività» è ammesso in una «scuola» nella quale la prima «materia» è l’umiltà? In una «officina» in cui, come dice lo stesso Bianchi, «se non ci fossimo stati noi, ci sarebbe stato qualcun altro che avrebbe fatto o le stesse cose o altre cose, ma per lo stesso bene della comunità»?

«Ita ergo et abbas consideret infirmitates indigentium», infirmitas, -atis: debolezza, cagionevolezza, mancanza di stabilità, indisposizione, impotenza, incapacità, anche dappocaggine e mancanza d’ingegno…; indigens, -entis: povero, bisognoso, che manca di qualcosa… Che l’abate consideri dunque la condizione di tutti noi.

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  1. Enzo Bianchi, Al termine del giorno. Parole per illuminare il viaggio interiore, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2017.
  2. «Chiunque presiede o ha un compito prova varie tentazioni a seconda del suo carattere e deve molto vigilare perché, se è vero che non deve risolvere il suo ministero in egualitarismo, non deve però neanche finire per fare dei favori o comprare affetto verso di sé, o semplicemente accontentare quelli che gli sono più vicini o più simpatici», p. 170. Sembra un’ammonizione utilizzabile non soltanto entro le mura di un monastero…
  3. Le parole di Benedetto in questione sono molto belle: «In questo [nel distribuire le cose ai confratelli], però, deve sempre tener presente quanto è detto negli Atti degli Apostoli e cioè che “Si dava a ciascuno secondo le sue necessità”. Quindi prenda in considerazione le particolari esigenze dei più deboli, anziché la malevolenza degli invidiosi. Comunque, in tutte le sue decisioni si ricordi del giudizio di Dio» (LV, 20-22).
  4. Se poi non colgo che in questa sfumatura sta una grossa parte del cristianesimo, la colpa è solo mia.

 

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Una magnifica raccolta di Regole («Abitare come fratelli insieme»)

AbitareComeFratelliNon è soltanto l’interesse verso l’argomento storico che mi spinge irresistibilmente verso le regole monastiche, vi vedo anche, forse in maniera impropria, uno degli sforzi più prolungati e intensi di rispondere alla fatale domanda: «Cosa facciamo?», e a quella conseguente: «Come lo facciamo?», con una particolare enfasi sulla prima persona plurale. Osservandole da una posizione laica, inoltre, le regole sono uno straordinario strumento di semplificazione e concentrazione: servono a non distrarsi, a risolvere una volta per tutte gli aspetti pratico-organizzativi della vita quotidiana in modo che l’individuo possa dedicarsi a ciò che è importante, a ciò che è chiamato a fare.

Si può immaginare quindi il mio entusiasmo nel poter maneggiare Abitare come fratelli insieme, corposa raccolta delle «Regole monastiche d’occidente» da poco pubblicata dalle Edizioni Qiqajon della Comunità di Bose: 1116 pagine curate, come al solito, rigorosamente da Cecilia Falchini e aperte da un’Introduzione non di circostanza del priore Enzo Bianchi. Un libro che definirei eccezionale, di cui esser grati alla curatrice e all’editore, e il cui indice è già di per sé una grande epica e un’ancor più grande promessa.

Il volume raccoglie ventidue regole, «la quasi totalità delle regole monastiche cenobitiche maschili dell’occidente latino dei secoli IV-VII», suddivise in otto famiglie o generazioni, dalle regole africane, come quella di Agostino, fino alle regole spagnole e della seconda meà del VII secolo, come la Regola di Fruttuoso e la Regola di un padre ai monaci, alcune di esse in prima traduzione italiana. Al centro, oltre a quella di Benedetto, si staglia il masso ciclopico della Regola del Maestro, mentre la conclusione è affidata a un’appendice dedicata alle regole degli ordini mendicanti, in particolare a quelle francescane: pur non essendo strettamente monastiche, «il loro perdurante interagire dialettico con il monachesimo», scrive la curatrice, «e il loro ruolo di “cerniera” tra quest’ultimo e le successive forme di vita religiosa ci paiono giustificarne l’inserzione nel presente volume».

Tornando al «cosa facciamo?», non dimentico certo che nella fattispecie la «chiamata» è la ricerca di Dio, in se stessi e negli altri: nonostante la varietà, «le regole», scrive Enzo Bianchi, «fin dal loro nascere e quali che possano essere le influenze e le dipendenze reciproche, hanno tutte un elemento fondamentale in comune: […] fanno comunque  e sempre riferimento, attraverso il vangelo, all’amore di Dio e a quello del prossimo. Non solo, ma la fonte di tale amore e il modello da imitare è sempre la persona di Cristo». Il cosa fare insieme è il cuore delle regole cenobitiche, e in questo senso, come osserva ancora il priore Bianchi, il riferimento centrale alla «comunità» le rende argomento di «cogente attualità».

Devo anche ammettere che quando m’imbatto in una norma come questa (cito a caso dalla Regola del Maestro): «Per i letti abbiano, d’inverno, una stuoia, una coperta di tessuto spesso e una di lana; d’estate al posto di quella di lana facciano uso, per il caldo, di una coperta logora. Ai piedi del letto, poi, abbiano una pelle dove possano pulire i piedi dallo sporco e così salire sui loro letti», non posso fare a meno di sorridere di comprensione. Nella proliferazione normativa mi pare infatti di poter cogliere una vena profonda – talvolta ossessiva o addirittura nevrotica – di realismo, che porta gli autori delle regole a riconoscere la forza non trascurabile del caos che scaturisce dall’unione di più persone in un medesimo luogo (pianeta), ancorché «peccato» lo si voglia chiamare. Che cosa ha fatto in fondo san Francesco, anche con la sua regola, se non tentare di esorcizzare questo caos abbracciandolo, in virtù dell’amore e riducendo tutto all’unica prescrizione evangelica della sequela? Ma lui era solo o, al massimo, seguito da un pugno di compagni – una «banda» come Enzo Bianchi definisce il germe del gruppo che si raccoglie intorno al singolo che si avventura lungo una nuova strada di ricerca. Poi la banda diventa, appunto, un gruppo, poi una comunità, eventualmente un ordine: dobbiamo buttar giù una regola…

 

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Dieci, venti, trenta anni

«Quando una persona ripete per dieci, venti, trenta anni questi gesti, quando prega per tre volte al giorno, quando pensa con Dio e davanti a Dio per ore – e questo in particolari momenti della giornata… – finisce per scoprire il significato profondo di tutto questo.» È soltanto uno dei molti punti interessanti della conversazione con Enzo Bianchi sul monachesimo, ottimamente condotta da Gabriella Caramore, autrice e voce di Uomini e profeti, e poi pubblicata in volume con il titolo di La vita altrimenti. Interessante, oggi, per me, perché evidenzia al contempo vicinanze e distanze rispetto all’esperienza monastica.

Vicinanza anzitutto intorno a un meccanismo che vede nella regolarità (vorrei dire proprio ripetizione) la strada della conoscenza, dal ripetere una poesia o una lezione per apprenderle, al ripetere una strada, un gesto, una frase per scoprirne il valore teorico e pratico. Andando un po’ liberamente per associazioni, è soltanto alla centesima volta che si ripete la ricetta di un risotto che si può dire di saper fare un risotto, e io questo vedo, anche, nel monachesimo: ripetere per conoscere. Per mettersi alla prova, direbbe forse un monaco, aggiungendo, come fa il priore di Bose, che esiste anche un perché lo si fa, uno scopo che trascende, là dove la semplice ripetizione produttiva è attributo delle macchine.

Qui si comincia a intravedere la distanza. Anche chi, come dice Bianchi, «non sperimenta la grazia della fede», non può essere sordo in quanto essere umano alla domanda dell’interiorità. Orbene, io credo sempre meno a questa domanda, o meglio credo che le risposte che vi si posso dare non siano rilevanti al di fuori di me, perché sono combinazioni di elementi dati, sono storie che mi posso raccontare per dare senso e spessore ad atomi e scariche elettriche, un mero, ancorché complesso accidente.

È vero, non posso non ascoltare chi – persone concrete, nomi propri – si ribellerebbe a questa affermazione, coloro per i quali tale mero accidente determina delle differenze. Che io ci sia o no per costoro è diverso, ma prima di «io», in realtà c’è «qualcun altro», come ampiamente offerto dalla specie, e questa per me è la prova che in questo discorso «io» non conta, conta soltanto «altro».

Qui c’è sicuramente una contraddizione nel mio cosiddetto pensiero, poiché anch’io mi ribellerei se coloro i quali, in modi diversi, determinano una differenza nella mia vita affermassero di essere un mero accidente. Non so risolverla, o meglio, non voglio risolverla con uno di quei «giochi di parole» di cui sono terribilmente stanco e cui pure non so rinunciare, me la tengo, e finita lì, con una sola avvertenza. La partita si gioca qui, dove non vedo tracce di trascendenza, ma semmai di qualcosa che assomiglia alla responsabilità – verso persone concrete, nomi propri.

Ed ecco che mi pare di avvicinarmi di nuovo. Perché la comunità monastica, come idealmente tratteggiata dalla Regola, è anche luogo di massima esaltazione di questa responsabilità, dove si impara a essere… l’altro di cui l’altro ha bisogno per essere l’altro (eccolo lì…), in una circolarità di certo non esclusiva del monastero, ma che il monastero radicalizza e pone al centro della sua vita quotidiana: «Quando si è gli uni accanto agli altri, nella vita comune, si assiste alla manifestazione dei propri limiti, dei propri difetti: l’altro è colui che ci corregge e che ci vede nella nostra verità. Da soli, non sappiamo di cosa siamo veramente fatti; ma in mezzo agli altri siamo obbligati a riconoscerlo…»

(Enzo Bianchi, La vita altrimenti. Pensieri sul monachesimo, a cura di G. Caramore, Morcelliana 2006.)

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Enzo Bianchi, Una lotta per la vita (pt. 3)

(la prima parte è qui, la seconda qui)

La seconda parte del volume è dedicata all’analisi delle otto «tentazioni», gli otto grandi nemici del combattimento spirituale («quei sentimenti e impulsi che affiorano nel cuore e nell’immaginario dell’uomo e lo seducono, cercando di farlo cadere in peccato»), secondo lo schema di Evagrio, che poi verrà trasformato in quello dei sette peccati capitali. La chiave di Enzo Bianchi, che intreccia con agilità e bravura riferimenti classici e moderni, è la lettura di questi otto «spiriti maligni» come «rapporti deformati che l’uomo intrattiene con le dimensioni essenziali della sua vita umana e spirituale».  Dunque l’ingordigia deforma il rapporto col cibo, la lussuria con il corpo e la sessualità, l’avarizia con le cose (e soprattutto il denaro) la collera con gli altri, la tristezza col tempo, l’accidia con lo spazio, la vanagloria con il fare e l’orgoglio con Dio stesso.

La deformazione comincia col cibo, laddove il mangiare rischia di ridursi ad «animalità irriflessa, non ragionata», sia nella ricerca della quantità o dell’eccessiva qualità, sia nello stravolgimento dello strumento in fine, sia soprattutto nella dimenticanza che il cibo è dono del Signore e che quindi, come alimento di vita, dev’essere fonte di riconoscenza e amore (per questo quando si può si mangia insieme). Consumo consapevole, disciplina, eventualmente «digiuno moderato e intelligente», rendimento di grazie e comunione sono gli antidoti di questa tentazione. Si prosegue con la  deformazione del rapporto con il sesso…

Mi accorgo che mi sto perdendo in una trattazione che, pur non accettando il quadro di riferimento in cui è inscritta, non posso certo sezionare alla ricerca di eventuali «punti deboli», e trovo più onesto riconoscere come la mancanza di forma, più che la «deformità», sia l’esito non tanto del combattimento spirituale quanto della semplice esistenza dell’individuo senza fede. Di me, quindi, che ho avuto e ho tutte le fortune, compresa quella di poter arzigogolare su tali questioni (con il classico contorno del senso di colpa).

Mi aggiro dubbioso tra una «faticosa purificazione degli istinti» e un rifiuto della «soppressione della distanza e alterità di chi ci sta di fronte», tra un «enorme super-io [mascherato] sotto le spoglie della generosità» e l’«arte di rimanere saldi, di pazientare e di non venir meno nell’ora cattiva», tra una «rimozione della morte per l’insostenibile pesantezza della sua realtà», l’accettazione delle «umiliazioni che ci vengono da Dio, dai noi stessi e dagli altri» e gli «attacchi del nulla» (i miei preferiti…) – mi aggiro e poi mi allontano, perché a ogni riga vorrei aggiungere una precisazione e pertanto mi riconosco colpevole soprattutto del «perfezionatore di tutti i mali»: l’orgoglio («se all’inizio l’orgoglio può essere un atto, una scelta libera e puntuale, con il tempo può diventare uno stile di vita e di comportamento, che rende l’uomo veramente luciferino, satanico»).

Mi allontano con un’ultima, orgogliosa ipotesi: quella di aver visto e vedere non soltanto deformità, e non soltanto mancanza di forma, bensì anche multiformità.

(3-fine)

Enzo Bianchi, Una lotta per la vita. Conoscere e combattere i peccati capitali, San Paolo 2011.

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Enzo Bianchi, Una lotta per la vita (pt. 2)

(la prima parte è qui)

Campo di battaglia della lotta spirituale è il cuore («il luogo in cui si scontrano le astuzie di Satana e l’azione della grazia di Dio»), è lì dove si consuma il male, il peccato, prima ancora che nella sua manifestazione concreta. Prima di consumarsi, l’«avversario» percorre la strada della tentazione, che «si snoda in quattro tappe: suggestione, dialogo, acconsentimento, passione». La suggestione, «cioè la possibilità di un’azione malvagia», affiora a partire da uno stimolo e si serve della nostra immaginazione per mettere radici. Da lì il percorso, secondo il priore di Bose, può essere assimilato a quello dell’attrazione sessuale. Non si può sfuggire alla tentazione, anzi essa è «costitutiva dell’essere umano» («tutti noi siamo tentati e nessuna tentazione ci è estranea!») e, per così dire, funzionale alla possibilità di salvezza: «Nessuno, se non è tentato, può entrare nel regno dei cieli. Togli le tentazioni e nessuno sarà salvato» (Enzo Bianchi cita qui il padre del deserto Antonio).

La tentazione si può tuttavia contrastare con una specie di «igiene dei sensi, degli occhi in particolare, delle immagini che immagazziniamo e coltiviamo»: tale è la base della lotta spirituale, che si può riassumere in un concetto, vigilanza. Vigilare e «stroncare sul nascere» i «pensieri», che si insinuano subdoli, rischiano di trasformarsi in dialogo interiore, di diventare un’abitudine cui si acconsente volentieri, di rompere l’argine e dilagare come passione.

Da una parte abbiamo dunque l’homo dormiens, «che vive sotto il segno del torpore e della paura», che cede all’ignoranza, all’oblio e all’indolenza, che evita di conoscersi e quindi cede alle tentazioni e si dissipa nelle cose e nelle parole vane; dall’altra l’homo vigilans, «colui che è presente a se stesso, agli altri e a Dio». A Dio? Mi permetto di espungere l’ultima istanza alla quale dovrei essere presente: non è forse sufficiente porsi a giudizio di sé e degli altri? E non soltanto degli «altri» in senso astratto, bensì di quelli che sono nella realtà i miei «altri». L’individuo che vigila «è attento agli eventi e agli incontri, fa scendere in profondità le sue radici [questo non capisco esattamente cosa voglia dire] e non cerca fuori di sé le motivazioni del suo agire; è capace di discernimento, di assunzione di responsabilità, di amore maturo e intelligente… è una persona paziente, in grado di affrontare la grande sfida della durata»: non è forse un programma che si può sottoscrivere anche restando a terra?

Con due importanti precisazioni. Anzitutto la certezza del fallimento: anch’io so benissimo che mi distrarrò, che cederò alla pigrizia, che mi dissiperò, che farò finta di non aver visto e sentito – lo faccio ora e non posso escludere che domani faccia anche di peggio. Né posso escludere, tuttavia, che domani riesca a fare di meglio, almeno in parte: spero di saperlo giudicare io, o, appunto, lo giudicheranno gli altri – non Dio. In secondo luogo non mi è chiaro il senso della «grande sfida della durata». Se s’intende che il programma è valido nonostante la nostra «scadenza», allora sono d’accordo; se invece la «durata» è la promessa della vita eterna, allora scatta un altro no. Qui, a terra, si consuma tutto – il tentativo, la speranza, la debolezza, l’impegno, la nullità, la vergogna, il rimorso, la pena, tutto –, prima che la coscienza si spenga, come la luce.

(2-continua)

Enzo Bianchi, Una lotta per la vita. Conoscere e combattere i peccati capitali, San Paolo 2011.

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Enzo Bianchi, Una lotta per la vita (pt. 1)

Ho l’impressione che l’intensa attività editoriale di Enzo Bianchi, il saggio priore della Comunità di Bose, sia guidata, più o meno consapevolmente, da una strategia precisa. Per questo motivo, leggo più volentieri le opere che pubblica con le case editrici «religiose», che i testi un po’ consolatorî che escono presso gli editori «laici» e «generalisti». Quando «gioca in casa», mi pare che il priore sia più diretto ed esplicito, e perciò più interessante, come nel recente Una lotta per la vita. Conoscere e combattere i peccati capitali, apparso all’inizio del 2011 dalle Paoline (temo che per me resteranno sempre tali, anche se ora si chiamano Edizioni San Paolo) e che si richiama a una millenaria tradizione patristica.

Il tema non potrebbe essere posto con maggiore chiarezza: la lotta interiore contro il male, ed è lo stesso autore a sottolineare come tale lotta sia un «elemento fondamentale in vista dell’edificazione di una personalità umana, prima ancora che cristiana, salda e matura». Il male, le tentazioni, cioè le «pulsioni egocentriche che ci alienano e contraddicono i nostri rapporti con noi stessi, con Dio con gli altri e con le cose» (e qui il lettore del Capitale non può non vibrare…). Queste pulsioni giungono, nel discorso del priore, a condensarsi in qualcosa di ardua definizione, dotato di uno statuto sfuggente: il Satana della tradizione, comunque ripensata «alla luce delle categorie antropologiche e delle conoscenze psicologiche che i contemporanei possono vantare», è l’Avversario, è la «potenza personificata» del peccato (che non è data senza l’essere umano, che ne è, per così dire, il catalizzatore), sono «tutte le forze malefiche, interne o esterne al cristiano, che cercano di ricondurlo alla sua condizione pre-battesimale di idolatra» (ed è interessante notare la lettura dell’ateismo come idolatria).

Questa condizione è caratterizzata dal cedimento a tre «passioni madre», quelle dell’amare, dell’avere e del volere, distorte da un seme più profondo, da una «disposizione interiore», un’«inclinazione peccaminosa» fondante che è l’amore di sé (philautia) e che produce una «perversione strumentale di ogni rapporto». La sua origine è la paura della morte, il «re delle paure», «esperienza che ci domina e ci aliena». «È la schiavitù in cui ci avvince tale paura», scandisce nettamente Enzo Bianchi, «a essere causa del male e del peccato che noi commettiamo»: è questa paura che scatena la nostra aggressività contro le persone e le cose (e contro noi stessi); è questa paura che nutre le tentazioni; è questa paura che, perversamente, ci conduce proprio su «sentieri di morte». La lotta spirituale deve cominciare qui, dall’ascolto della parola di chi ha sconfitto quella paura, perché ha sconfitto la morte.

Ecco, qui, sommessamente, pronuncio un primo «no» (altri li ho soltanto pensati). Lo pronuncio senza essere in grado di argomentarlo (ma forse non è necessario), senza convocare una tradizione di pensiero che non padroneggio come il priore padroneggia la «sua», lo pronuncio da quel luogo che lo stesso Bianchi indica come epicentro della lotta, il «cuore». Senza sfida né ridicola spavalderia, anzi, nella piena accettazione dei limiti. Quella paura, per lo meno per me, ha perso il suo filo, non taglia più. Non è da lì che sento provenire le domande. La «vicenda» è incommensurabilmente più ampia, complessa, appena assaggiata dalla conoscenza, perché quella paura mantenga un suo significato. È la morte degli altri, semmai, che ancora punge, di certo non la mia.

(1- la seconda parte è qui)

Enzo Bianchi, Una lotta per la vita. Conoscere e combattere i peccati capitali, San Paolo 2011.

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