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Colombano bastian contrario

«Pochi scritti sono tanto preziosi per la storia monastica quanto la Vita Columbani di Giona di Bobbio. La grandezza dei fatti, la qualità delle testimonianze, raccolte sui luoghi in cui visse il santo e dalla bocca dei suoi discepoli, l’intelligenza e il talento dello scrittore, tutto ne fa un documento di cui non si potrebbe esagerare l’importanza», così il grande studioso Adalbert de Vogüe sintetizza il giudizio sulla Vita di san Colombano (e dei suoi discepoli), che il suo autore redasse intorno al 640 mentre era al servizio del «vescovo itinerante» Amando1.

È, ovviamente, un testo molto studiato, e a me, prudentemente, non rimane che dire che si tratta di un’agiografia molto bella e istruttiva, ricca di quei piccoli particolari che, sfuggendo ai binari del canone, la rendono più interessante, e dotata inoltre di un curioso «schema di movimento» legato alle vicende del santo.

Per quanto riguarda i primi, si va dalla descrizione della patria di Colombano, l’Irlanda («isola situata all’estremità dell’Oceano», dove «gigantesche ondate aprono spaventosi abissi dal terrificante colore, mentre si increspano in modo impressionante sulle alte creste con il manto per un istante biancheggiante sul ceruleo dorso e sferzano gli schiumosi lidi», I, 2), alla composizione della sua dieta al tempo del romitaggio: «Nient’altro che una piccola quantità di erbe selvatiche e di piccoli frutti volgarmente chiamati “bollicine”» – cioè i mirtilli (I, 10); dal fatto che quando serve nella cucina del monastero di Luxeuil «utilizza quegli involucri in uso per proteggere le mani, che i Galli chiamano “wanti”» (I, 16), alla sua dimestichezza con gli animali di qualsiasi tipo e taglia: orsi, corvi, lupi, pesci e «quella bestiola chiamata comunemente scoiattolo», che un testimone assicura di aver visto «lanciarsi giù, al suo richiamo, dalle cime più alte degli alberi, accovacciarglisi nella mano, saltargli al collo, entrargli in seno e sgusciargli fuori» (I, 16).

Per quanto riguarda invece lo «schema di movimento», si nota come all’inizio della sua santa vicenda Colombano venga ostacolato nel suo desiderio di andare sulla strada che Dio gli ha indicato. Per tre volte. La prima persona a opporsi è sua madre, in una scena abbastanza straziante e redenta dalla solita citazione di Matteo 10, 37. Quando Colombano manifesta la sua decisione di partire in cerca di qualcuno che lo possa istruire nelle Sacre Scritture, la madre si sdraia sulla soglia di casa, implorandolo di non andare, al che «egli, scavalcandola, oltrepassa la soglia e le dice di mettersi l’animo in pace» (il corsivo, mio, dovrebbe restituire la dimensione del gesto). Poi tocca a Comgall, abate del monastero di Bangor, dove Colombano risiede per alcuni anni, obbediente, ma sempre più inquieto, fino a quando dice: padre, io voglio andare. Comgall tentenna, poiché gli dispiace «perdere un aiuto così prezioso», ma alla fine cede, per ispirazione divina. Arrivato infine nelle Gallie, Colombano si presenta alla corte del re franco Childeberto, che lo apprezza subito e grandemente, tanto che quando il monaco lo informa di voler proseguire il suo percorso di evangelizzazzione dei popoli, il re gli risponde così: «Scegli il luogo deserto che preferisci e vivi là tranquillamente. Ti chiedo soltanto di non abbandonare il territorio del nostro regno per passare ai popoli vicini». E tre.

Toccherà a Teodorico, aizzato dalla madre Brunilde, inviperita perché Colombano non riconosce la regalità del figlio (illegittimo), a invertire la tendenza. Questo sedicente uomo di Dio dà scandalo, non rispetta la tradizione, ha scritto una Regola inaccettabile, bisogna intervenire: Teodorico decide di andare personalmente al monastero di Luxeuil a parlare con Colombano. Il dialogo è molto teso e si conclude con il monaco che profetizza la rovina del regno di Teodorico che, prima di lasciarlo, ribatte: «Tu speri che io ti procuri la corona del martirio, ma io non sono tanto pazzo da commettere una simile scelleratezza». Nondimeno gli chiede esplicitamente di andarsene «per la medesima via per la quale è venuto». E Colombano si rifiuta, rispondendo «allora che non sarebbe uscito dalla clausura del cenobio».

Colombano comincerà allora quel «tribolato percorso verso l’Italia del Nord» che lo porterà a Bobbio, sua celeberrima fondazione, nel 614, solo un anno prima della morte. E quando il re Lotario manderà a Bobbio un emissario affinché, ora che Brunilde e i suoi figli e nipoti sono fuori gioco, «con la più raffinata diplomazia lo persuada a venire a corte», Colombano rimanderà l’ambasciatore «con l’ordine di rendere, nel limite del possibile, gradevole alle orecchie del re questa sua risposta: tornare indietro  non gli sembra assolutamente opportuno».

E forse in quell’«assolutamente» c’è l’essenza di un vero, ammirevole bastian contrario.

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  1. Giona, Vita di san Colombano, con introduzione di I. Biffi, traduzione delle monache benedettine dell’Abbazia «Mater Ecclesia» dell’Isola San Giulio, Abbazia San Benedetto Seregno 1999.

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Sfumature (Dice il monaco, XVI)

Dice Colombano, intorno al 610:

Chiunque perda l’ostia o non ricordi dove l’abbia messa, faccia penitenza per un anno. Chi tratta l’ostia con negligenza così che si secchi e venga mangiata dai vermi, tanto che non ne resti nulla, faccia penitenza per sei mesi. Chi incorre in qualche trascuratezza verso l’ostia, così che si trovi in essa un verme e tuttavia sia ancora intera, bruci il verme sul fuoco e ne nasconda la cenere in terra vicino all’altare, e faccia penitenza per quaranta giorni. E chi non ha cura dell’ostia così che si alteri e perda il sapore del pane, se essa prende un colore rosso, faccia penitenza per venti giorni, se prende un colore violaceo, faccia penitenza per quindici giorni. Se invece l’ostia non ha cambiato colore, ma si è come conglutinata, faccia sette giorni di penitenza. Chi lascia che l’ostia si bagni, subito beva l’acqua contenuta nel crismale e consumi l’ostia. Se il crismale gli cade da una barca o da un ponte o da cavallo, non per trascuratezza, ma accidentalmente, faccia penitenza per un giorno; se però lascia che l’ostia si bagni per irriverenza, cioè se esce dall’acqua e non prende in considerazione il rischio che l’ostia corre, faccia quaranta giorni di penitenza.

Colombano, Regola cenobiale, XV, in Le opere, a cura di A. Granata, Jaca Book 2001, p. 343.

 

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