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Tutti i Santi Monaci

Non sapevo – come milioni di altre cose – che oggi, 13 novembre, si celebra la festa di «Tutti i santi monaci e monache che sono vissuti secondo la Regola di San Benedetto» (mentre domani, 14 novembre, si commemorano tutti i monaci e le monache defunti).
Il «proprio» della liturgia del giorno prevede per le lodi mattutine un inno gregoriano molto poetico: il Salvete, cedri Libani, che pullula di «praterie celesti», di brezze e «pii venticelli», di ramoscelli e «puri ruscelletti».
Qui lo si può ascoltare, e seguire, nell’interpretazione di Giovanni Vianini, direttore della Schola Gregoriana Mediolanensis.

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Gregorian Harmony

Pensavo che non sono ancora riuscito a scrivere nulla sul canto gregoriano, che è indissolubilmente legato al coro dei monaci e che rappresenta forse l’espressione estetica più alta del monachesimo insieme con la scultura e la miniatura (espressione problematica, lo so). Le questioni di filologia e storia musicale, per cominciare, sono così complesse che si rischia facilmente di parlare a vanvera o di qualcosa che non esiste. È indubbio poi che si tratti di uno degli elementi della tradizione monastica che meno sopporta l’estrazione dal suo contesto liturgico, e che al tempo stesso è stato ed è oggetto di appropriazioni indebite (fino agli estremi contemporanei di utilizzo come «musica da rilassamento», non casuale tuttavia). Per non parlare della cronologia, delle datazioni, del problema dell’«autore».

Tempo fa, per esempio, credevo che fosse l’unica forma di musica medioevale che potessi ascoltare nel modo in cui veniva prodotta e ascoltata in origine, credevo insomma che il gregoriano suonasse dodici secoli fa come suona oggi. Poi però ho imparato che non è così. Sia per quanto riguarda il materiale musicale («L’uso odierno della scala temperata è accettato tacitamente, ma non corrisponde affatto alla realtà storica»), sia per l’emissione della voce («Un’esecuzione che volesse oggi riprodurre in modo conforme all’originale le melodie gregoriane, non dovrebbe trascurare la qualità dell’emissione vocale. Ma, anche a questo proposito, sarebbe necessario sapere quale tipo di emissione vocale era praticato dai primi cantori e compositori delle nostre melodie »). I lavori di ricerca, le riforme, le campagne di registrazione, gli studi si sono moltiplicati, ma ancora oggi uno dei maggiori esperti in materia ricorda che nel mondo gregoriano «ci si muove su una zattera in mezzo all’oceano dell’ignoto, per non dire dell’ignoranza».

Meglio non dire niente, allora. E rimanere al puro ascolto. Con una punta dello stesso imbarazzo che provo quando entro in una chiesa dove è in corso una funzione. Raramente mi fermo a osservare, più spesso esco subito, perché nel migliore dei casi quelle persone stanno pregando, qualunque cosa ciò voglia dire, e io credo di non avere il diritto di guardarli come si guarda un tramonto.

Ma c’è un’altra cosa, al di là dell’ascolto incantato delle linee vocali, di quell’apparente purezza che sembra provenire dallo spazio (e di tutti i luoghi comuni ai quali non sono affatto immune). C’è l’eco perduta di un’armoniosa unanimità, scelta e non imposta, per la quale – intellettualmente e stupidamente – provo talvolta un’irrazionale nostalgia.

(Le citazioni sono tratte dall’aureo libretto di Bonifacio Baroffio, Musicus et cantor. Il canto gregoriano e la tradizione monastica, Abbazia San Benedetto di Seregno 1996.)

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