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«Si caccino dal monastero tutti i cagnuoli» (Voci, 8)

Capo VI. Della clausura

1. Sta ordinato, che avanti la porta del monastero l’entrata sia ben fortificata, e custodita da due porte: ove le monache non debbano mai entrare, nel mentre che le porte di fuori stanno aperte, o che in breve si hanno da aprire, acciò le monache da quel luogo non vedano e non possano esser vedute.

2. La portinaja sia una sorella discreta e matura, ed abbia una compagna anche matura. Ella tenga la chiave della porta nel giorno, e senta ciò che si parla; senza gran necessità non apra la porta prima di giorno chiaro, e che sia uscito il sole: nella sera poi la serri all’Ave Maria, e consegni la chiave alla madre.

3. Quando è necessario, che nel monastero entri il medico, il confessore, il sagnatore [colui che fa i salassi], o altra persona necessaria, non si ammetta, se non ha la licenza de’ superiori in scriptis; e posto che debba entrare, si dia il segno della campana, acciocché le monache si ritirino, e vi assistano solamente le accompagnatrici deputate, per tutto il tempo in cui gli uomini entrati dimorano nel monastero.

4. Negli ordini fatti dalla S.C. de’ regolari sta proibito, che non si ammettano dentro il monastero i vetturali, che porteranno vino per uso del monastero, o acqua de’ bagni per le inferme, se non è di giorno.

5. Di più sta ordinato, che niuno entri nel monastero a cernere farina; e se mai vi entra alcuno per altra cagione necessaria ed urgente, non faccia simili servigj.

6. Di più sta ordinato, che si caccino dal monastero tutti i cagnuoli.

7. Di più che le portinaie, e le accompagnatrici degli uomini, che sono entrati nel monastero, abbiano quarant’anni, e non meno. Di più, che le accompagnatrici facciano sempre compagnia ai confessori, medici, chirurgi, e ad altri, che per necessità entrano dentro la clausura.

8. In quanto poi ai parlatorj, si ordina che niuna possa parlare alle grate con altri, che co’ parenti di primo e secondo grado, cioè padri, fratelli, zii, nipoti carnali, e fratelli cugini.

9. Ordina di più la regola, che quando alcuna monaca, o figliuola secolare sarà chiamata alla grata (eccettoché se fosse il confessore) debbono assistervi alcune compagne, o almeno una, che sia matura e divota, e deputata dalla madre.

10. Di più, che niuna suora possa parlare da solo a solo con alcuna persona, se non è presente un’altra sorella ascoltatrice; ciò s’intende di dentro parlando con uomini.

11. Di più, che nell’ora della mensa né la badessa, né altra suora, stia a parlare nelle grate senza urgente causa, e senza licenza della madre.

12. Sta poi ordinato negli ordini della S.C., che in ogni monastero non si tengano grate di ferro più che una, o al più due.

13. Di più sta ordinato, che le fenestrelle donde le suore pigliano la santa comunione, siano alte mezzo palmo, e larghe un palmo intiero; e che dette finestrelle si serrino con due porticelle con altrettante serrature, e chiavi, l’una dalla parte di dentro e l’altra di fuori.

14. In quanto poi a’ parlatorj sta ordinato, che il parlatorio di dentro stia chiuso con chiave, ed ivi non entri alcuna monaca, se non quando sarà chiamata, ed avrà avuta la licenza dalla superiora. E quivi sempre stiano presenti le ascoltatrici deputate, le quali debbano udire ciò che si dice, eccetto se quel che si ha da ragionare, richiedesse segretezza; il che potrebbe permettersi a’ parenti più stretti da parte di padre senz’altra compagnia.

15. Di più, che i parlatorj di fuori non abbiano porte che si possano serrare, ma tutte stiano aperte.

16. Di più, che niuna monaca, o conversa tratti di qualunque negozio, causa, o lite con alcun avvocato, procuratore, sollecitatore, esattore, o altro fattore; eccettoché con quei soli, i quali son deputati per procurare e difendere i comuni negozj e le liti del monastero, e con licenza della prefetta del monastero.

17. Di più sta ordinato che tutte le finestre, o buchi, che staranno nelle mura della clausura, da cui le monache possano vedere, o esser vedute, del tutto si chiudano; concedendosi loro solamente alcune fenestre, che sian necessarie per prender luce, e queste pur siano tali, che di là in niun conto possano esser vedute né vedere.

Regole per il ven. monastero di S. Maria Regina Cœli nella città d’Airola sotto l’istituto di S. Elisabetta del Terz’Ordine di S. Francesco, rivedute e ridotte in miglior ordine da Sant’Alfonso Maria De Liguori, Torino, presso Giacinto Marietti tipografo-libraio, 1830.

 

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«Con le sue manj». Il taglio dei capelli di Chiara d’Assisi

LeggendaSantaChiara«Et poi sancto Francesco la tondì denante allo altare, nella chiesia de la vergine Maria dicta dela Portiuncola.»

Ho approfittato dell’edizione in volume separato da poco pubblicata dalle edizioni Paoline per leggere la Leggenda di santa Chiara vergine di Tommaso da Celano. Quando mi avvicino alla «regione francescana» (e clariana), in particolare alle sue fonti, si accende una sensibilità inconfondibile, e sono certo di non essere il solo miscredente (peraltro non si è mai il solo «qualcosa») che Francesco d’Assisi zittisca. Oggi è stata la volta di una scena: il taglio dei capelli di Chiara d’Assisi.

Richiesto su come comportarsi per seguirlo nella «religione» («quando e come dovesse agire»), Francesco ha detto a Chiara di lasciare la casa paterna e di raggiungere lui e i suoi compagni a Santa Maria degli Angeli, la notte della Domenica delle Palme («el dì de la oliva», del 1211 o del 1212). Lei lo fa, uscendo da una porta secondaria, che apre miracolosamente, e «accompagnata da una onesta compagnia». In breve raggiunge la chiesa della Porziuncola, illuminata da fiaccole e dove i frati la stanno aspettando in preghiera. «E lì subito, gettate via le brutture di Babilonia, diede al mondo il libello del ripudio, tagliati per mano dei frati i capelli, depose anche i vari ornamenti» (Leggenda, IV).

Così scrive Tommaso da Celano. È un brano che nel suo complesso è stato, come è ovvio, attentamente analizzato, poiché ricco di sfumature e allusioni, ma del quale rimane intatta la forza dell’immagine notturna della chiesetta, illuminata dalle torce e presumibilmente fredda (è marzo), in cui fa il suo ingresso Chiara, attesa dai frati. Il curatore della Leggenda, Marco Guida, osserva sulla scorta di diversi studi anche il significato preciso della scelta del Celano di attribuire collettivamente ai frati, in contrasto con le fonti agiografiche precedenti, il taglio dei capelli di Chiara: la «responsabilità corale» nella fuga della giovane serve a ribadire, a molti anni di distanza dai fatti «il legame tra “sorelle povere” e “frati minori” caratteristico delle origini».

Altre «leggende», invece, scelgono comprensibilmente di unire Chiara e Francesco anche in quel gesto. Come nel caso della Legenda minore umbra, in volgare, probabilmente della fine del XIV secolo, che anzitutto precisa che i frati stavano proprio pregando per Chiara, «che non havesse impedimento al suo sancto desiderio et proponimento»; che restituisce poi ancora più poetica l’immagine della chiesa, «et intrando nella echiesia dove erano multi lumi accesi, però che li frati cantavano multe belle laude de Dio, et himnj sancti multo devotamente»; e arriva infine così all’apice della scena (che merita la citazione estesa):

«Et vestita de una soctana grossa, sancto Francesco con le sue manj sì li moçço et tondì li soi capilli, et cénseli una grossa corda, et puseli in capo uno velo biancho et uno negro de grosso et materiale panno. – Porresti pensare piatosamente, che era ad vedere una fanciulla tanto dilicata de .xiij anni andare con una soctana grossa et così grosamente velata con quillo angelico volto, et acompagnata da così poveri frati.»

Tommaso da Celano, Leggenda di santa Chiara Vergine, a cura di M. Guida, Edizioni Paoline 2015; la Legenda minore umbra, e tante altre cose molto interessanti, si può trovare nel sontuoso Fonti clariane. Documentazione antica su santa Chiara d’Assisi…, a cura di G. Boccali ofm, Edizioni Porziuncola 2013.

 

 

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Clausura e cardiochirurgia

Sul numero 1/2015 di «Forma Sororum» si è concluso un ciclo di «Riflessioni sulla clausura» di m. Elena Francesca Beccaria, clarissa. Sono testi tratti da incontri di formazione tenuti in un monastero di clarisse, origine che li rende di particolare interesse: sono, se così si può dire, la relazione di un chirurgo cardiaco, che ha riflettuto a lungo sulla propria pratica, fatta a un convegno di colleghi. Certo che, se così è, che cosa ci vado a fare a un congresso di cardiochirurgia? Che cosa penso di poter capire della materia esposta? La risposta è: niente.

Una cosa, forse, posso dire di averla capita, e cioè che il cuore è un organo complesso e dall’equilibrio delicato. Anzi, lasciamo da parte subito la metafora: la clausura è un meccanismo, no, una condizione complessa e dall’equilibrio delicato; che ha una sua storia, che non è uguale per tutti i monaci e le monache che vi hanno aderito, che anche per chi la sceglie oggi è una strada ardua, priva di automatismi e scorciatoie – forse ancor più per chi oggi vi è chiamato. È la stessa m. Beccaria a parlare di «crisi della clausura», della necessità di ripassarne le strutture fondamentali, ben al di là della «poesia» del fenomeno. Mi pare che dalle sue parole traspaia una tensione accesa, seppure ben dissimulata, tra quello che viene interpretato come un scivolamento sempre più deciso del mondo verso una «antropologia non cristiana» e la costante del significato primo della clausura. Se infatti la clausura è anzitutto una risposta particolare a una particolare chiamata, le conseguenze di questa risposta «sono concrete e costose, non così romantiche», e se non sono ricondotte sempre al suo centro (l’amore di Gesù, una «cosa» davanti alla quale faccio completo silenzio) possono rendere la situazione «intollerabile».

Il mondo, sembra dire m. Beccaria, va da una parte, noi claustrali dall’altra, e ciò nonostante da esso non siamo sganciate, soprattutto da chi lo popola, con un movimento paradossale che ricorda le beatitudini: gli ultimi saranno i primi…, chi si nasconde è tanto più «presente». In fondo un’aria di paradosso, che voglio credere assai proficua per chi la respira, c’è anche, ad esempio, per ricordare un emblema della clausura, nel «valore della grata», che separa per, prima ancora da; o ancora nel fatto che la reclusione ponga un accento fortissimo sulle relazioni fraterne: «Siamo come inchiodate al fianco della sorella, di ogni sorella». La relazione viene vissuta, così, in maniera molto più radicale che nelle situazioni cosiddette normali: la monaca di clausura sta, sta dentro, costantemente, il luogo, la relazione, la preghiera, ecc. Sta lì, credo si possa aggiungere, in attesa.

Io non capisco quando un cardiochirurgo parla di cardiochirurgia, ma in linea di principio credo che sappia di cosa stia parlando, a maggior ragione se ne va della vita di qualcuno. Magari, talvolta, mi disturba un po’ quando suggerisce velatamente che la sua percezione delle cose, da quello che sarebbe il suo punto di vista privilegiato, è più profonda delle altre. La questione qui non è semplice, ma diciamo che se l’affermazione è fatta insieme con passione e con garbo la mia irritazione non dura molto.

m. Elena Francesca Beccaria, o.s.c., Per amore dello sposo celeste. Riflessioni sulla clausura, in «Forma Sororum», 4/2014, 5-6/2014, 1/2015.

 

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Racchiusi insieme protesi

«Custodiscimi come pupilla degli occhi, / proteggimi all’ombra delle tue ali, / di fronte agli empi che mi opprimono, / ai nemici che mi accerchiano» (Salmi, 17 [16], 8-9); «Quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una gallina raccoglie i pulcini sotto le ali» (Matteo, 23, 37).

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Sano di Pietro, “Madonna della Misericordia” (Siena; 1440 ca.; coll. priv.)

Poche immagini come quella della Madonna della Misericordia si prestano così bene a sintetizzare il senso della comunità monastica: il senso dell’essere racchiusi in un luogo, dell’essere insieme, dell’essere protesi verso qualcuno che sta al di sopra di quel luogo. E il Cristo può essere più che degnamente sostituito, in quest’ultimo aspetto, da sua madre. Negli esempi medievali di questo potentissimo tema iconografico, assai diffuso anche tra i laici, c’è poi per me un tratto particolarmente significativo, cioè l’anonimato dei membri della comunità raccolti sotto il manto di Maria, un anonimato dovuto non soltanto allo sviluppo del linguaggio pittorico, ma anche all’acerbità del concetto di individuo.

Come nel caso, scegliendo un esempio tra i più belli, delle clarisse (?) di Sano di Pietro: sorelle distinte soltanto dai voti – si riconoscono chiaramente le due novizie più «piccole» anche nelle dimensioni – e da un codice del velo che, ahimè, non so decifrare. Oltre a quelle visibili, poi, ve ne sono altre quattro, sulla destra, di cui si scorge a malapena solo il contorno del capo: sorelle dell’anonimato perfetto.

Zurbaran_Sevilla

Francisco de Zurbarán, “La Virgen de las Cuevas” (1665; Sevilla, Museo de Bellas Artes)

Che differenza, giusto per fare un altro esempio, con gli immacolati certosini di Zurbarán, che hanno con tutta evidenza un nome e un cognome, una personalità e che il giorno prima che venisse il maestro per il quadro devono essersi ricordati di far stirare le loro tonache con particolare cura. (Anche qui d’altra parte ci sono tre confratelli completamente nascosti.)

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Un pane e due pesciolini (courtesy of santa Chiara)

FontiClariane«Sono molti anni che p. Giovanni Boccali, con pazienza, umiltà e sapienza, raccoglie antiche memorie attorno alla figura di Chiara d’Assisi.» Questa frase apre – con notevole finezza direi – la presentazione che Marco Bartoli firma delle Fonti clariane, cioè del volume di «Documentazione antica su santa Chiara d’Assisi: scritti, biografie, testimonianze, testi liturgici e sermoni», a cura di Giovanni Boccali ofm, che le Edizioni Porziuncola hanno pubblicato l’anno scorso. Un volume eccezionale.

È una sensazione molto bella, e molto precisa, quella che si prova quando si ha in mano un libro che unisce a un argomento di proprio vivo interesse una forma elegante e sostanziosa: tutto è in ordine, disposto con chiarezza e distinzione, la promessa di sapere è limpida, il caos, o almeno una parte di esso, sembra vinto. In maniera più seria, lo dice anche il presentatore, che commenta: «Si tratta, come è evidente a chiunque lo prenda in mano, di un tesoro considerevole, con testi di natura, genere letterario e epoche di redazione differenti», e aggiunge in modo un po’ inatteso: «Come lo si può utilizzare?»

Per mia fortuna io mi ci posso buttare dentro, senza doveri né cautele. E così, nella pagina che apro a caso, «si parla di un segno di pesciolini e di un pane che le furono mandati da Dio». È uno degli «episodi singolari» che compaiono nella Leggenda tedesca di Chiara d’Assisi, di sr. Caterina Hofmann, volgarizzamento della «leggenda» ufficiale Admirabilis femina, attribuita a Tommaso da Celano.

Un giorno, a carnevale, «la cara santa volle che le sue sorelle fossero nutrite con qualcosa che le consolasse». Va in cucina a chiedere, ma la dispensiera la informa che non c’è niente, «né pane, né farina, né alcunché da mangiare», nix, nada. Ciò nonostante, dopo i Vespri, Chiara va in refettorio e apparecchia («e adornò le tovaglie come meglio poté con le sue stesse mani»); dopodiché, sotto gli occhi meravigliati delle consorelle si mette in ginocchio a pregare. Nell’istante in cui termina la sua preghiera bussano alla porta del convento: una «bellissima signora» consegna un cesto alla portinaia e le dice di portarlo subito alla santa, che lei sa.

«La beata santa Chiara aprì il cestello e vi trovò un pane e due pesciolini come aveva chiesto a nostro Signore.» Allegrezza, rendimento di grazie e distribuzione, e qui il fatto interessante: i pesciolini arrivano sulla tavola «arrostiti». Lo erano da prima? Si sono cotti nel trasporto? Chi può dirlo. Ah, va da sé che tutte le consorelle, nonostante si trattasse di due pesci e un pane, ne ebbero «una parte sufficiente e soddisfacente».

Mi si perdonerà la celia, non è altro che un omaggio a un volume davvero eccezionale, per il quale è doveroso essere grati a chi l’ha curato e a chi l’ha pubblicato.

Fonti clariane. Documentazione antica su santa Chiara d’Assisi: scritti, biografie, testimonianze, testi liturgici e sermoni, a cura di G. Boccali ofm, Edizioni Porziuncola 2013.

 

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Appunti sulla clausura

La clausura è uno degli aspetti del monachesimo meno accessibili dalla mia posizione, nondimeno ne osservo sempre con interesse vivo e massima cautela le tracce – documenti, scritti, testimonianze –, evitando la frusta curiosità dei laici che chiedono: «Com’è possibile?» e cercando di non spostarla dal suo contesto proprio. Ho letto, ad esempio, la Verbi Sponsa, cioè l’«Istruzione sulla vita contemplativa e la clausura delle monache» della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica (1999), e ho preso qualche appunto.

1. Il fondamento evangelico della clausura è Gesù che si ritira a pregare «sul monte», «o, comunque, in luogo solitario, non accessibile a tutti, ma soltanto a quelli che egli chiama a sé, in disparte» (VS, 3). Ora, non posso non osservare (è una semplice osservazione non una ricerca di contraddizione) che Gesù, tuttavia, dal monte, dopo la preghiera, discendeva, tornava nel mondo. Se prendiamo alcuni dei passi citati dal documento della Congregazione, possiamo leggere infatti: «E mentre discendevano dal monte, Gesù ordinò loro…» (Mt 17,9); «Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante…» (Lc 6,17). Le claustrali no, «rimangono sempre “con Lui sul monte santo”», tanto che Giovanni Paolo II, che a loro spesso si è rivolto con particolare attenzione, precisa che «nella vostra vita di preghiera si prolunga la lode di Cristo al suo eterno Padre» («Alle claustrali di Nairobi, maggio 1980). Ecco, si prolunga, a tempo indeterminato.

2. «La clausura, anche nel suo aspetto concreto, costituisce… una maniera particolare di stare con il Signore, di condividere “l’annientamento di Cristo, mediante una povertà radicale, che si esprime nella rinuncia non solo alle cose, ma anche allo spazio, ai contatti, a tanti beni del creato”» (VS, 3). Qui, il riferimento alla povertà radicale mi rimanda inevitabilmente a Chiara d’Assisi e al dibattito piuttosto acceso che ho scoperto essere in corso sulla riconducibilità o no della clausura al suo carisma originario. Alcuni studiosi, infatti, si interrogano se la clausura per Chiara sia stata un ripiego, o meglio un compromesso necessario tra l’adesione totale al messaggio di Francesco, nel mondo, e l’esigenza primariamente istituzionale di spostare fuori dal mondo certe forme di religiosità femminile. Va detto che proprio altre studiose clarisse respingono questa linea di pensiero e rileggono le fonti ricordando la particolare posizione del luogo di reclusione della comunità clariana, cioè nella città, e trovandosi in linea con le parole del documento vaticano: «L'”altissima povertà” è ancora più radicale perché associata alla reclusione in un piccolo luogo che rendeva le sorelle totalmente dipendenti dal proprio lavoro e dalla provvidenza del Padre celeste: la reclusione clariana è espressione estrema del “non volere altro sotto il cielo”» (s. Chiara Agnese Acquadro, osc). Su questo punto, altre letture in corso.

3. Di grande interesse, poi, come in molte altre «cose monastiche», è il passaggio dal significato teologico di un determinato atteggiamento, di una certa «forma», alla sua attuazione pratica, e il testo della Congregazione ne rappresenta il paradigma. La sua seconda parte, «La clausura delle monache», merita un discorso a parte; mi limito a riportare questo snodo, molto significativo: «Di conseguenza [data la sua specificità] anche la disciplina della clausura, nel suo aspetto pratico, dev’essere tale da permettere la realizzazione di questo sublime ideale contemplativo, che implica la totalità della dedizione, l’interezza dell’attenzione, l’unità dei sentimenti e la coerenza dei comportamenti» (VS, 5). È di fronte a una quaterna del genere, molto più che davanti alla reclusione, che magari mi scappa un «com’è possibile?»

(L’Istruzione Verbi Sponsa si può leggere qui.)

 

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«La fallacia e instabilità di questo mondaccio» (Le lettere di Virginia Galilei, pt. 3)

(la prima parte è qui, la seconda qui)

All’oscuro dell’esito del processo, ancora il 25 giugno 1633, tre giorni dopo la sentenza di condanna, Virginia si rallegra di sentire che il padre si prepara a lasciare Roma diretto a Siena, sia perché a Firenze c’è tuttora la peste, sia perché dall’arcivescovo Piccolomini, dove risiederà, vi «avrà molto gusto e soddisfazione». Galileo, in realtà, resterà dall’arcivescovo per sei mesi agli «arresti domiciliari». Ma le voci circolano, e il 2 luglio Virginia scrive: «Mi ha trafitto l’anima d’estremo dolore il sentire la risoluzione che finalmente s’è presa, tanto sopra il libro [Il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo], quanto nella persona di V.S.».

È un istante, e Virginia ha subito ben chiaro quale sarà il suo unico pensiero e compito: sostenere il suo «carissimo signor padre». E lo farà senza mai fargli pesare in alcun modo la condanna che lui pure ha subito da parte della somma autorità, Urbano VIII, cui lei in fondo è pienamente sottomessa. È un brutto momento, passerà, «e giacché ella per molta esperienza può aver piena conoscenza della fallacia e instabilità di questo mondaccio, non dovrà far molto caso di queste burrasche».

Intanto è lietissima di saperlo a Siena già dieci giorni dopo, poi riprende a mandargli morselletti e paste, lo ragguaglia sulle faccende, anche minute, del convento e lo rincuora: «Né dubito punto ch’ella sia depennata, com’ella dice, de libro viventium, non solo nella maggior parte del mondo, ma né anco nella medesima sua patria: anzi… E pure V.S. è anco qua amata e stimata più che mai». Cerca di distralo, e ne è consapevole: «Ho caro d’aver dato a V.S. materia di ridere e rallegrarsi, ché per questo molte volte gli scrivo delle scioccherie».

Allo stesso tempo, tuttavia, Virginia vuole capire bene, tanto che ottiene di poter leggere la sentenza, «la lettura della quale, se bene per una parte mi dette travaglio, per l’altra ebbi caro d’averla veduta per aver trovato in essa materia di poter giovare a V.S. in qualche pocolino; il che è con l’addossarmi l’obbligo che ha ella di recitar una volta la settimana i sette salmi». Se fosse per lei, farebbe qualsiasi cosa pur di alleviare la pena del padre: «Così, avess’io potuto supplire nel resto», commenta, ricorrendo a un termine che, pur tipico dell’epoca, è molto indicativo, «ché molto volentieri mi sarei eletta una carcere assai più stretta di questa in che mi trovo, per liberarne lei». In ogni caso, l’importante è che si riguardi, che non ecceda nel vino e che si possa dedicare a occupazioni «tanto proporzionate al gusto suo, quanto è lo scrivere». Attenzione, pero! «Ma per amor di Dio non sian materie che abbiano a correre le fortune delle passate, e già scritte» – Papà, per favore, quello che dovevi scrivere l’hai scritto, non ci tornare, non sfidare di nuovo la sorte… Per quel che vale («a poco o nulla son buona»), il mio affetto («l’amo quanto me medesima») e la mia stima (per «il grande intelletto e sapere che li ha concesso il Signor Iddio») sono e saranno immutati.

L’unica paura di Virginia è di non esserci più quando lui tornerà: «Io non credo di viver tanto ch’io giunga a quell’ora». L’ultima lettera è datata 10 dicembre 1633; poco dopo Galileo lascerà Siena per stabilirsi ad Arcetri, sempre in domicilio coatto; a padre e figlia le circostanze concederanno soltanto quattro mesi di vicinanza: Virginia morirà infatti nell’aprile del 1634.

Suscita un piccolo rammarico il fatto che non si siano conservate le lettere di risposta di Galileo (probabilmente distrutte per paura dalle consorelle, dopo la morte di suor Maria Celeste). Ma in fondo va bene anche così, l’importante era che si salvassero quelle di Virginia, cosa che dobbiamo proprio al destinatario, che evidentemente le amava, al punto di mostrarle, orgoglioso, ai conoscenti. Quando Virginia lo aveva appreso, se n’era sorpresa parecchio, ma non ci aveva pensato più di tanto: «Resto confusa sentendo ch’ella conservi le mie lettere, e dubito che il grande affetto che mi porta gliele dimostri più compite di quello che sono. Ma sia pur come si voglia, a me basta ch’Ella se ne soddisfaccia».

(3-fine)

Cito da Virginia Galilei, Lettere al padre, a cura di B. Basile, Salerno Editrice 2002; ma le lettere si possono leggere anche online sul sito della Bibliotheca Augustana.

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