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Maledetta primavera (Dice il monaco, CXL)

Dice Teofane il Recluso (1815-1894), teologo russo-ortodosso, vescovo e infine monaco recluso:

La primavera è un periodo piacevole, ma quanto male fa sul piano morale! Avete visto come i montoni, quando li portano al pascolo, belino, corrano e saltino per gioco? Da cosa dipende? La vita ribolle in loro. Provano una simile agitazione anche gli uomini – non solo i giovani, anche i vecchi. Non c’è nulla di peccaminoso in questo. È un sentimento innocente, ma non è del tutto senza colpa il modo in cui gli uomini lo usano. È la gioia di vivere! Provandola bisogna ringraziare Dio che ha lasciato posto anche alla gioia su una terra piena di afflizioni per i nostri peccati perché non cadessimo nella disperazione. Che accade invece? Non ringraziano affatto Dio, ma vaneggiano per prolungare questa gioia, si sbandano e ritornano come prima. Questa gioia e questo agitarsi della vita sono piacevoli, ma sono del tutto sensibili, corporei, e i loro richiami si mostrano sensibili e corporali. Si vuole guardare a ciò che è piacevole per gli occhi, ascoltare ciò che è piacevole per le orecchie, sentire ciò che è piacevole per l’odorato, respirare l’aria, esporsi a un venticello gradevole… Chi segue queste voglie non rimane dentro di sé, ma esce immancabilmente all’esterno, si interrompe, perciò, la vigilanza su se stessi; i pensieri, i sentimenti e i desideri cominciano di nuovo ad agitarsi… il pensiero di Dio si dilegua e la pace interiore scompare.

Teofane il Recluso, Lettera XLIV, in La vita spirituale. Lettere, traduzione a cura di M. Garzaniti, introduzione di T. Špidlík, Città Nuova 1989, p. 153.

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Irrequietezza degli arti (Dice il monaco, CXXXIX)

Dice Pier Damiani, monaco avellanita, nel 1067:

Torniamo ora al vescovo, da cui aveva preso le mosse il discorso. Infatti, sebbene Pietro, più anziano, lo avesse sempre preceduto sul cammino dei duri propositi e della vita austera, Rodolfo tuttavia, una volta elevato ai doveri del sacerdozio, nella Chiesa non trascurò ciò che aveva appreso nell’eremo. Si strofinava sempre le membra con cilici e si accontentava delle vesti di un tempo, povere e modeste. E poiché, a causa della natura assillante della sua giovane età, soffriva spesso assai gravemente di acedia, fissava delle corde alle travi soffitto della sua cella e, agganciativi gli avambracci, penzolante, perseverava nello studio dei salmi.

Pier Damiani, Vita di S. Rodolfo, vescovo di Gubbio, e di S. Domenico Loricato, II, in PL (Migne) 144, 1009-24.

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I nostri due trattori (Dice il monaco, CXXXVIII)

Dice Thomas Merton, monaco trappista in una poesia del 1942 intitolata Trappisti al lavoro:

Le nostre seghe dentate ora declamano inni sacri in questo mondo di legname, dove le querce sparano come armi da fuoco e si schiantano come cascate, riversando il loro boato nel verde pozzo del bosco.

Vieni da noi, Gesù, attraverso la muraglia degli alberi, e trovaci ancora adoranti in queste ariose chiese, mentre cantiamo il secondo Ufficio con seghe e scuri. Insegna ancora, a noi Tuoi figli, nella fitta foresta, e fa’ che un piccolo raggio di sole ci raggiunga nelle ombre delle nostre menti e tra le fronde dei nostri studi.

Quando il tempo avrà imbiancato la campagna di frumento e imbevuto la terra di sole cocente, raggiungici, Gesù, attraverso le pareti di grano, quando i nostri due trattori arriveranno a falciarle: semina venti leggeri sugli ettari del nostro spirito e rinfresca le terre dove le nostre preghiere mietono. E dissetaci, o Cielo, con i Tuoi fiumi di vita.

♦  Thomas Merton, Poesie, a cura di A. Guidi, Morcelliana 1952. (Ho modificato un po’ la traduzione e l’ho svolta in prosa. Pare, tra l’altro, che in origine il testo si intitolasse Woodcutters and Harvesters («Taglialegna e mietitori»), prima che Merton modificasse il titolo in Trappists, working – «Trappisti al lavoro», appunto –, come nella migliore tradizione cisterciense.

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Tacchini (Dice il monaco, CXXXVII)

Dice lo – e si dice dello – starec Amvrosij d’Optina (1812-1891):

Aveva uno straordinario influsso spirituale non solo sui fratelli che vivevano nel monastero, ma anche su laici di ogni grado e condizione sociale, di qualunque livello economico e culturale, a partire da quella contadina povera e senza alcuna istruzione, che si lamentava dei tacchini che erano morti, su su fino a metropoliti, principi, senatori, scrittori, filosofi che andavano da lui per cercare un consiglio e una parola di conforto ai travagliati e difficili problemi che riguardavano la loro profonda vita interiore; e nessuno partiva da lui senza aver ricevuto l’aiuto necessario e un sostegno morale. […] Diceva: «Durante tutta la mia vita non ho fatto che coprire il tetto degli altri, mentre il mio è rimasto bucato… Così io parlo con coloro il cui proposito è sincero, come con coloro che non sono sinceri. Nessuno ha scritto sulla fronte ciò che è e così bisogna parlare, e non vogliono capire che io non ho il tempo per tutti. Inoltre questo mi crea sofferenza, a causa della mia debolezza e della fatica. Non riceverli è impossibile, ma riceverli tutti è ugualmente impossibile; e le forze mi mancano».

♦ Citato in Adalberto Piovano, Santità e monachesimo in Russia, «La Casa di Matriona» 1990, pp. 83, 85.

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Difficilmente (Dice il monaco, CXXXVI)

Dice Gregorio Magno, prima monaco, poi papa, intorno al 594:

È chiaro che quale uno esce di qui tale viene presentato al giudizio. Tuttavia dobbiamo credere che, per espiare qualche colpa di leggera entità, c’è un fuoco purificatore […]. Tuttavia, come ho già detto, questo si deve credere di peccati molto leggeri, come il parlare troppo e senza motivo, ridere fuor di misura, curare troppo il patrimonio familiare, attività che difficilmente [vix] può essere praticata senza colpa anche da parte di chi sa bene come evitarla, e inoltre l’errore dovuto a ignoranza in cose di poco conto. Tutte queste imperfezioni appesantiscono dopo la morte, se non sono state già espiate durante la vita.

♦ Gregorio Magno, Dialoghi, IV, 41, 3-4, in Storie di santi e di diavoli (Dialoghi), volume II (Libri III-IV), testo critico e traduzione a cura di M. Simonetti, commento a cura di S. Pricoco, Fondazione Lorenzo Valla / Mondadori 2006, p. 299.

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Il cui nome è «stambecco» (Dice il monaco, CXXXV)

Dice Sulpicio Severo, scrittore e monaco, non molto dopo il 400:

 C’era anche un altro anacoreta che viveva nel deserto, dalle parti di Syene [Assuan]. Ritiratosi in solitudine, si nutriva di radici di erbe – la sabbia talvolta le produce, e di un sapore eccellente –, ma, inconsapevole della scelta cattiva, spesso raccoglieva quelle nocive. Né d’altra parte era facile distinguere la qualità delle radici dal loro sapore, poiché erano tutte ugualmente dolci [quia omnia aeque dulcia erant]; la maggior parte di esse tuttavia conteneva un veleno mortale di natura più nascosta [occultiore natura virus letale]. Pertanto, quando mangiava, una forza interna lo tormentava e tutti i suoi organi vitali erano scossi da violenti dolori. Il vomito frequente, con tormenti insopportabili, stava per dissolvere la sede stessa dell’anima, con lo stomaco già al collasso [stomacho iam fatiscente]. Così, timoroso in pratica di tutto ciò che poteva ingerire, stava trascorrendo il settimo giorno senza cibo, quando una bestia selvaggia, il cui nome è «stambecco» [cui ibicis est nomen], gli si avvicinò. L’anziano gli gettò addosso un mazzetto di erbe che aveva raccolto il giorno prima, ma che non aveva osato toccare; la bestia, scartando con la bocca quelle virulente, scelse quelle che sapeva essere innocue. Così, con il suo esempio, il sant’uomo imparò cosa mangiare e cosa era meglio scansare, sfuggì al pericolo della fame ed evitò i veleni delle erbe.

Sulpicio Severo, Dialoghi I, 16, in: Sulpicii Severi libri qui supersunt, a cura di K. Halm (CSEL I), 1866, pp. 168-69. (Devo l’indicazione al commento di Salvatore Pricoco ai Dialoghi di Gregorio Magno.)

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Fare pancia (Dice il monaco, CXXXIV)

Dice Gregorio Magno, prima monaco, poi papa, intorno al 586:

Sbaglia a ritenersi retto chi ignora la regola della rettitudine massima. Spesso viene considerato dritto un legno se non lo si accosta a un regolo. Ma quando esso viene fatto combaciare col regolo, allora si scopre quanto quel legno sia storto e faccia pancia [sed cum regulae iungitur, per quantam tortitudinem tumescit invenitur], poiché la rettitudine disgiunge e condanna ciò che l’occhio ingannandosi approvava.

♦ Gregorio Magno, Moralia in Iob, V, 67, citato in Storie di santi e di diavoli (Dialoghi), volume I (Libri I-II), introduzione e commento a cura di S. Pricoco, testo critico e traduzione a cura di M. Simonetti, Fondazione Lorenzo Valla / Mondadori 2005, p. 313.

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Che fretta abbiamo? (Dice il monaco, CXXXIII)

Scrive Atanasio, vescovo di Alessandria, intorno al 360, riferendo le parole di Antonio a proposito dei demoni che insidiano il monaco in solitudine – ma non soltanto lui – suggerendo previsioni:

Anche i medici, che hanno esperienza delle malattie, se vedono in alcuni la stessa malattia che hanno visto in altri, bassandosi sulla loro consuetudine con quel tipo di male, possono fare previsioni. Anche chi guida le navi e i contadini, quando vedono il cielo, sanno predire, grazie alla loro esperienza, se vi sarà tempesta o bel tempo, ma non per questo si può sostenere che abbiano fatto tali previsioni per ispirazione divina, ma solo in base all’esperienza e alla consuetudine. Perciò, anche se i demoni, congetturando, predicono qualcosa di simile, non li si deve ammirare, né prestar loro attenzione. Che utilità c’è, per chi li ascolta, a saper da loro, alcuni giorni prima, quel che accadrà? Che fretta abbiamo di conoscere queste cose, anche se sono vere? Non giova certo a renderci virtuosi, né è segno di una buona condotta. Nessuno di noi viene giudicato per non aver saputo alcune cose e nessuno viene proclamato beato perché le ha sapute e le conosce, ma su questo ciascuno viene giudicato: se ha custodito la fede e se ha osservato fedelmente i comandamenti.

♦ Atanasio di Alessandria, Vita di Antonio, 33, 3-6, introduzione, traduzione e note di L. Cremaschi, Paoline 202310, p. 121.

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Quando funziona (Dice il monaco, CXXXII)

Dice Erik Varden, monaco cistercense, già abate del monastero trappista di Mount Saint Bernard, in Inghilterra, dal 2020 vescovo di Trondheim, in Norvegia:

Chiunque abbia modo di vedere una comunità monastica procedere verso la chiesa per celebrare il vespro resta colpito dalla sua uniformità. I monaci indossano gli stessi abiti, tengono lo stesso passo, replicano gli stessi gesti e, idealmente, cantano intonati. Ma chi conosce una comunità in prima persona, tuttavia, è colpito dalla sua varietà, spesso francamente improbabile. C’è qualcosa nella vita monastica che, quando questa funziona, libera il carattere. Per anni ho riflettuto su una cosa che Ingmar Bergman una volta disse dei suoi film: l’elaborazione di materiale complesso richiede rigore della forma. La vita monastica offre a coloro che sono chiamati a viverla una struttura formativa che consente alla personalità di prosperare.

♦ Erik Varden, Schola Dei o schola DEI? A lezione da san Benedetto, in «Vita e Pensiero», CVIII, 3, maggio-giugno 2025, pp. 57-68.

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O grande fiume (Dice il monaco, CXXXI)

Dice Ugo di San Vittore, monaco agostiniano, intorno al 1130:

Sarebbe lungo dimostrare a una a una le vanità di questo mondo. Sappi tuttavia che di tutte queste cose che vedi, nulla è permanente, ma tutte passano e ritornano là dove sono nate. Come hanno un inizio, tutte le cose hanno anche una fine, ma vi si affrettano diversamente e non ugualmente vi arrivano. Alcune sono sorte di recente, altre sono già perite da tempo, altre transitano nel mezzo, altre ancora seguono quelle già nate, eppure tutte scorrono insieme e tendono a un unico luogo. O grande fiume, dove sei trascinato? La tua sorgente è piccola, sgorghi da una fonte esigua, scaturisci da una modesta vena. Corri e ingrossi, discendi e sei assorbito. Corri, ma verso il basso; ingrossi, ma verso la rovina: vieni e passi, e tuttavia defluisci, e sei assorbito. O vena che non ti esaurisci, o corso che non trovi riposo, o abisso che non ti colmi! Quanto la vanità sottomette! Quanto la mortalità trascina, tanto la morte insanabile inghiotte!

Quantum vanitas subjicit! Quantum mortalitas trahit, tantum insanabilis mors deglutit!

♦ Ugo di San Vittore, De vanitate mundi, PL 176, 711 A-B.

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