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«Cosa pratica e possibile» (Dice il monaco, LIX)

Dice John Main (1926-1982), osb, iniziatore del movimento che ha portato alla costituzione della Comunità Mondiale per la Meditazione Cristiana, nel dicembre 1978:

Gli scrittori monastici medievali amavano sottolineare che la vita claustrale, secondo Benedetto, era in essenza la vita cristiana scritta «a grandi lettere». Naturalmente, non solo la comunità monastica oggi è chiamata a essere un faro di amore nella Chiesa e nel mondo. Ma il monastero è speciale. È un segno stabile e ospitale che vivere in questo modo è cosa pratica e possibile. Può darsi che le persone siano incoraggiate e ispirate dalla lettura dei vangeli. Saranno, dunque, doppiamente ispirate nel vedere persone normali che cercano di vivere il Vangelo con generosità univoca di spirito. Un monastero porta questa testimonianza in molte maniere diverse, ma lo farà più con la pratica che con la teoria. La sua vocazione non è parlare dell’esperienza cristiana quanto viverla, comunicarla, esserla.

♦ John Main, Monastero senza mura. Lettere dal silenzio, San Paolo 2018, pp. 86-87. (Credo che questa convinzione andrebbe forse, per così dire, vagliata alla luce della «questione della quantità», ma d’altra parte si deve ammettere che il laicismo non ha prodotto, se in forme assai più ridotte e parziali, o del tutto effimere, simili esempi comunitari.)

 

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Ci vuole tanto silenzio (Dice il monaco, LVIII)

Dice suor Maria Lucia dell’Eucarestia (Lucia De Gasperi), scrivendo al padre Alcide il 26 gennaio 1949:

Forse viviamo un po’ sempre con gli occhi velati. C’è un mondo di operazioni intime, di legami misteriosi tra la preghiera dell’uno e l’opera buona dell’altro, tra il fioretto di un bambino e le opere di un apostolo: un mondo che vedremo lassù perché qui vediamo le apparenze. Sai, quando vieni, vorrei saperti dire qualche cosa di vero: e mi è difficile. Perché sono sempre stata abituata più ad ascoltarti che a parlarti: vorrei tanto che le due sorelline si abituassero ad ascoltarti, a carpire il senso di certe tue parole che, lasciate cadere qua e là, fanno tanto riflettere. Un’altra ragione per cui non so parlare è che mai come ora ho intravveduto il vuoto di tante cose. Come bisognerebbe essere pieni di Dio per poter dire una parola che sappia di Lui! Per questo ci vuole, qui, tanto silenzio per fare una religiosa.

Suor Lucia De Gasperi, Appunti spirituali e lettere al padre, a cura di M.R. Catti De Gasperi, Morcelliana 1968, pp. 190-91. (Un modo per segnalare un libro che avvince ancora, per la testimonianza dell’amoroso dialogo spirituale tra due esseri umani.)

 

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Né dopo né prima (Dice il monaco, LVII)

Riferisce Beda il Venerabile, monaco e storico, che il re di Northumbria Edwin, intorno al 625, incerto circa l’opportunità di convertirsi al cristianesimo, chiese consiglio ai suoi dignitari. Uno di essi rispose così:

O re, la vita degli uomini sulla terra, a confronto di tutto il tempo che ci è sconosciuto, mi sembra come quando tu stai a cena coi tuoi dignitari d’inverno, col fuoco acceso e le sale riscaldate, mentre fuori infuria una tempesta di pioggia e di neve, e un passero entra in casa e passa a volo velocissimo. Mentre entra da una porta e subito esce dall’altra, per questo poco tempo che è dentro non è toccato dalla tempesta ma trascorre un brevissimo momento di serenità; ma subito dopo dalla tempesta di nuovo rientra nella tempesta e scompare ai tuoi occhi. Così la vita degli uomini resta in vista per un momento, e noi ignoriamo del tutto che cosa sarà dopo, che cosa è stato prima. Perciò, se questa nuova dottrina ci fa conoscere qualcosa di più certo, senz’altro merita di essere seguita.

Venerabile Beda, Storia ecclesiastica degli Angli, II, 13; a cura di G. Simonetti Abbolito, Città Nuova 1987, p. 143.

 

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Nuvole di tristezza e fantasmi della notte (Dice il monaco, LVI)

Dice Bernardo di Portes, certosino, priore, intorno al 1130:

Capita spesso, inoltre, a coloro che vivono in solitudine di essere tormentati intimamente e di veder passare qualche nuvola di tristezza [quamdam nebulam tristitiae], per colpa del diavolo. Il nostro eterno avversario, infatti, conosce parecchi strumenti per nuocere ai servitori di Dio e per distoglierli dalle loro sante occupazioni, e si studia di attaccarli con la tristezza o con una collera immotivata, con l’orgoglio o con la rievocazione di un’offesa, con il vano ricordo di ciò che qualcuno ha detto, o forse ha fatto, e ancora con la memoria dei propri doveri o con i pensieri impuri, e poi scusando un animo tiepido e il tepore del sonno: tutto al fine di deviare l’animo dai desideri santi e di contrastarlo. Se poi si accorge, il nostro eterno avversario, che riesce a far cedere il solitario nelle piccole cose, allora lo avvolge in una rete di tentazioni più gravi, poiché preferisce sempre abbattere piuttosto che ostacolare. Nondimeno, non smette un istante di porre ostacoli sul cammino di chi non riesce ad abbattere. […] Contro queste e contro tutte le altre tentazioni, di qualunque tipo esse siano, nonché contro i fantasmi della notte [quoque nocturnas illusiones], àrmati della preghiera e afferra quello scudo del quale l’Apostolo dice: «Tenete sempre in mano lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno».

♦ Lettera di Bernardo, priore di Portes, al fratello Rainaldo, recluso di Saint-Rambert, sulla vita religiosa dei reclusi, in Lettres des premieres chartreux, vol. II: Les moines de Portes, Bernard, Jean, Etienne, Les Editions du Cerf 2013 («Sources Chretiénnes»; 274), pp. 68-71.

 

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Penso negativo… perché son vivo (Dice il monaco, LV)

Dice Bernardo di Chiaravalle, monaco e abate cisterciense (1090-1153), in uno dei tanti, quotidiani e mirabili sermoni composti per edificare la sua comunità:

Così è tutto ciò che sta sotto il sole: non c’è nelle cose niente di veramente gioioso, ma l’uomo sente sempre il bisogno di passare da una cosa a un’altra, e l’unica cosa che gli dà sollievo è proprio questa continua mutabilità: è come se saltasse dall’acqua nel fuoco, per saltare poi di nuovo dal fuoco nell’acqua, dato che non riesce a sopportare né l’acqua né il fuoco. Succede allora che il rimedio di una fatica diventa l’inizio di un’altra. Nessuno in questo mondo di male può avere ciò che vuole, e a volte neanche la giustizia sazia il giusto, come la voluttà non sazia il voluttuoso, né la curiosità il curioso, né la vanagloria l’ambizioso. Questa è la causa della tua sofferenza, almeno se non sei ancora diventato insensibile: soffri perché ti trovi in esilio, dimori nel deserto, cammini nel buio e su terreni scivolosi, e mangi il tuo pane col sudore della tua fronte.

♦ Bernardo di Chiaravalle, Sermone XII. Di ciò che sta all’inizio, a metà e alla fine della nostra vita, 3, in Sermoni diversi e vari, introduzione di J. Leclercq, traduzione e note di D. Pezzini («Opere di San Bernardo» IV), Città Nuova 2000, p. 1291.

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  1. Questo il paragrafo che precede il brano riportato: Vuoi sapere dove sei arrivato? In un luogo di afflizione, dato che la tua vita si è avvicinata all’inferno. Cosa c’è infatti qui se non affanno e dolore, e afflizione per lo spirito? Ma capita ora a te come a un bambino che è nato e cresciuto in carcere, e che siccome non ha mai visto la luce, si stupisce al vedere sua madre triste e in angustie. Lei però sa perché soffre, e siccome conosce le cose buone, quelle cattive le pesano ancora di più, e al ricordo della pace la sua amarezza diventa grandissima. A te invece mali piccoli sembrano grandi beni, e rispetto ai gravi ceppi ai quali sei abituato, vincoli più piccoli sono per te un riposo. Desideri mangiare, perché la fame ti tormenta. Ambedue sono una fatica, ma siccome la fame è più grave, non ti rendi conto che anche il mangiare è una fatica. E però, una volta superata la fame, chiediti se non sia più penoso il mangiare che l’aver fame.

 

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Insomma, questo è il mondo (Dice il monaco, LIV)

Dice Isacco di Ninive, nella seconda metà del VII secolo:

Quando senti parlare di allontanamento dal mondo o di abbandono del mondo o di purezza dal mondo, innanzitutto ti è necessario apprendere e conoscere, non in modo superficiale, ma tramite i moti conoscitivi, cosa indica il nome “mondo” e di quante parti si compone questo nome. [Solo] allora potrai conoscere te stesso e quanto sei lontano o mescolato al mondo. Se l’uomo non conosce prima cos’è il mondo, non saprà neppure con quante membra [ne] è lontano oppure avvolto in esso. Molti sono coloro che, poiché si astengono dal mondo in due o tre cose, sono convinti di se stessi che, nei loro comportamenti, sono quasi del tutto fuori da esso. Questo perché non hanno compreso e percepito sapientemente che con uno o due membra sono morti al mondo, ma con il resto delle loro membra vivono nella realtà del mondo. E per questo non sono coscienti delle loro passioni e, non essendone coscienti, neppure si preoccupano di curarle.

“Mondo”, secondo una comprensione contemplativa, è un nome complesso atto a indicare l’insieme delle passioni. Quando vogliamo dire le passioni complessivamente, le diciamo “mondo”; quando invece singolarmente, diciamo “passioni”, distinguendone i nomi. Le passioni sono le parti del corso normale del mondo e quando le passioni cessano, il mondo si ferma dal suo fluire… Quando queste [passioni] si arrestano dal [loro] corso, allora, correlativamente al loro fermarsi, il mondo cessa di esistere e si ferma. Così [avviene per] ciascuno dei santi i quali, mentre vivono, sono morti: vivono nel corpo, ma non vivono secondo la carne…

Insomma, questo è il mondo: comportarsi secondo il corpo e pensare secondo la carne. Perciò anche il distacco da esso si conosce da ambedue queste cose: dalla trasformazione dei comportamenti e dal discernimento dei moti.

♦ Isacco di Ninive, Un’umile speranza. Antologia, a cura di S. Chialà, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose 1999, pp. 111-12.

 

 

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Un sonno pesantissimo (Dice il monaco, LIII)

Dice Evagrio Pontico, monaco e Padre del Deserto, verso la fine del IV secolo:

Ci sono certi demoni impuri che stanno sempre seduti accanto a quelli che leggono nel tentativo di rapirne le menti. Spesso essi prendono spunto dalle stesse divine Scritture per giungere a cattivi pensieri. A volte costringono a sbadigliare più del solito e destano un sonno pesantissimo diverso da quello consueto.

Alcuni fratelli hanno immaginato che si tratti di un’inspiegabile reazione naturale. Per conto mio, avendo spesso osservato ciò, ho capito che essi toccano le loro palpebre e tutta la testa e la raffreddano mediante il proprio corpo. Infatti i corpi dei demoni sono assai freddi e simili al ghiaccio. Perciò sentiamo la testa come se, stridendo, fosse attratta da ventose. Fanno ciò con lo scopo di attirare a sé il calore che risiede nel cranio e allora le palpebre, allentate per l’umidità e il freddo, calano sulle pupille degli occhi.

Spesso, al tatto, ho trovato le palpebre rigide come il ghiaccio e tutto il volto come morto e attraversato da brividi. Il sonno naturale di norma riscalda i corpi e rende floridi i volti di chi sta bene, come è possibile apprendere in base all’esperienza stessa. Essi invece, facendosi piccoli per giungere fino in fondo alla bocca, provocano sbadigli innaturali e continuati.

♦ Evagrio Pontico, Sui pensieri, 33, in Sui pensieri – Riflessioni – Definizioni, introduzione, traduzione e note a cura di L. Coco, Città Nuova 2014, pp. 76-77.

 

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Proprio nel mezzo (Dice il monaco, LII)

Dice Ugo di San Vittore, monaco agostiniano, intorno al 1130:

Ogni giorno parliamo dell’amore, nel timore che da un momento all’altro possa scintillare e ardere nei nostri cuori, accendendo la fiamma di un fuoco che o tutto brucia o tutto purifica. È da lì, infatti, che viene tutto ciò che è bene; e tutto ciò che è male, viene da lì. La sorgente unica dell’amore, scaturendo dall’interno, alimenta due corsi. Uno è l’amore del mondo: la cupidigia; e l’altro è l’amore di Dio: la carità.

Proprio nel mezzo c’è il cuore umano (medium quippe est cor hominis), da dove sgorga la sorgente dell’amore. Quando l’appetito tende verso le cose esteriori, si chiama cupidigia; quando invece il suo desiderio si volge alle cose interiori, parliamo di carità. Cupidigia e carità, dunque, sono i due flussi che si sprigionano dalla sorgente dell’amore: la cupidigia è la radice di tutti i mali, la carità è la radice di tutti i beni. Da lì viene tutto ciò che è bene, e tutto ciò che è male viene da lì.

Qualunque cosa sia, è qualcosa di grande che abbiamo dentro di noi, ed è da lì che viene tutto quello che viene da noi. E questo è l’amore.

♦ Ugo di San Vittore, La sostanza dell’amore (De substantia dilectionis), I, in Sei opuscoli spirituali, a cura di R. Baron, traduzione di M. Spinelli, Edizioni Studio Domenicano 2016, p. 93.

 

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Lo spirito di coloro che sono meno presenti a se stessi (Dice il monaco, LI)

Dice abba Nilo, il Sinaita, intorno alla seconda metà del V secolo:

Lo spirito di coloro che sono meno presenti a se stessi, durante la preghiera, si dilata in una tranquilla spensieratezza, e vaga lontano, e a se stesso rievoca i commerci, i viaggi per mare, le costruzioni, le piantagioni, i matrimoni, i rapporti sessuali, le spedizioni, i guadagni, i giudizi, i fori, i tribunali, i troni, i banditori, i pretori, le vendette dei nemici, gli incontri e i conviti degli uomini, le fuzioni del tribunato, le amministrazioni pubbliche e familiari, e persino la dignità imperiale.

Ma mentre lo assedia in spazi angusti il pericolo che sovrasta da ogni parte con una fondata paura, allora, costretto dal male, ritorna in se stesso, e si ritira e si ricompone da quelle fantasticherie nelle quali era solito riversarsi liberissimamente a briglie sciolte in forza della sua spensieratezza: è tutto immerso nella situazione del proprio dolore e con preghiere umilissime si rivolge a Dio, il quale, egli solo onnipotente, con un batter d’occhi e con un cenno benigno sbroglia ogni difficoltà, anche la più disperata.

♦ Nilo il Sinaita, «Settimo racconto» (Narrationes), in Timoteo Tremolada, Sinai: dove fiorisce il deserto, Edizioni Scritti Monastici, Abbazia di Praglia 2017, p. 219.

 

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Come un vaso senza coperchio (Dice il monaco, L)

Dice Davide di Augusta, ofm, intorno al 1250:

 Ignora le chiacchiere, perché rendono il cuore inquieto, distraggono la mente, esauriscono la devozione, e fanno perdere tempo senza utilità alcuna. Anche di quello che sai, non rovesciar tutto fuori come un vaso senza coperchio, che appena si inclina sparge attorno tutto quanto contiene, e che si espone alla povere e a ogni immondizia. Non stare volentieri in mezzo a tante persone, a meno che non si parli di Dio, di vita devota e di edificazione dell’anima. Quando parli non urlare, e non essere così impetuoso da evaporare ciò che tieni chiuso in te, come Eliu il Buzita.

♦ Davide di Augusta, La composizione dell’uomo esteriore e interiore, I, 16, 3, a cura di D. Pezzini, Paoline 2018, p. 164 (una superlativa novità editoriale: «Popolarissima nel Medioevo e nel primo periodo moderno», dice il risvolto di copertina, «l’opera, seconda solo all’Imitazione di Cristo, “fu per parecchi anni il manuale classico dell’ascetismo monastico” [De Guibert] e venne utilizzata nei noviziati francescani fino a metà Novecento».)

 

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