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Devi sapere (Dice il monaco, LXXXI)

Dice Isacco di Ninive, monaco e vescovo, verso la fine del VII secolo:

Devi sapere, fratello mio, che per questo noi ce ne stiamo in una cella: per non venire a conoscenza delle opere malvagie degli uomini! Così, vedendo tutti gli uomini come buoni, giungeremo alla purezza dell’intelligenza. Se infatti anche noi ci facessimo accusatori, castigatori, giudici, vendicatori, inquisitori e censori, perché abbiamo preferito abitare nel deserto invece di abitare nelle città?

♦ Isacco di Ninive, Discorso L, 25, in Discorsi ascetici. Prima collezione, a cura di S. Chalà, Edizioni Qiqajon – Comunità di Bose 2021, p. 444. [Una breve citazione per «festeggiare», contenti e grati, questa notevole edizione («prima traduzione italiana dall’originale siriaco»), le cui oltre settecentocinquanta pagine saranno oggetto di futura ruminazione.]

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Una bella sudata (Dice il monaco, LXXX)

Colum Cille (521-597), cioè san Columba, il fondatore dell’abbazia di Iona, nella regola per eremiti che gli viene tradizionalmente attribuita dice, tra le altre cose:

Che il tuo eremo sia un luogo molto sicuro con una sola porta.

Non intrattenere conversazioni con uno che si dedica a pettegolezzi inutili e mondani, o con uno che borbotta su quel che non si può né impedire né modificare. Tanto più non avere rapporti con un chiacchierone che racconta storie di amici e nemici; dagli semplicemente la tua benedizione e rimandalo ai suoi affari.

Non mangiare finché non hai fame. Non dormire finché non ne hai bisogno. Non parlare finché la necessità non lo richiede.

La misura del tuo sforzo deve essere fino a che non giungono le lacrime della preghiera. Il limite del tuo sforzo o delle tue prostrazioni, nel caso non giungano le lacrime, deve essere il sudore.

♦ Regola di Columcille, 4, 6, 20, 21, 22, 27, 28, in Regole monastiche celtiche. Lo Spirito che soffia dal Nord, a cura di A.M. Osenga, Monasterium 2020, pp. 144-46.

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Una siepe (Dice il monaco, LXXIX)

Dice Benoît Standaert, osb, nel 2017, commentando il capitolo 37 della Regola di san Benedetto, dedicato ai vecchi e ai fanciulli:

L’ascesi monastica, senza la pia consideratio, perde l’essenziale: la carità e l’umanità. Sta al monaco diventare sempre più umano mediante la tradizione e la Regola. Non perdiamo di vista questo aspetto. Niente è sicuro su questo punto e a volte siamo testimoni in certi fratelli di una sorta di miopia, che conduce ad atteggiamenti meschini o addirittura a comportamenti davvero disumani, che si nascondono dietro l’autorità della regola monastica. La natura umana trova nella Regola un supporto, i rabbini direbbero che essa pone «una siepe» di protezione. A volte, infatti, la cosa più naturale, la più evidente per la natura umana, si oscura o svanisce dietro la routine degli usi monastici e allora è importante avere una misura di tutela, che è il documento di una regola periodicamente rivisitata, attualizzata e interiorizzata.

♦ Benoît Standaert, Commentario alla Regola del nostro padre san Benedetto, a cura di fr. A. Oltolina, traduzione di M.M.E. Pedrone, vol. 2, Edizioni Monasterium 2021, pagg. 90-91.

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Pesanti e piegati a terra (Dice il monaco, LXXVIII)

Dice Esichio Sinaita, igumeno, nel secolo VIII (?):

Ma è bene che gli inesperti sappiano anche questo, che nemici incorporei e invisibili, che vogliono il male e sono saggi nel danneggiare, veloci, leggeri ed esperti in guerra, dai tempi di Adamo fino ad oggi, non possiamo in alcun modo vincerli, noi esseri corporei, pesanti e piegati a terra col corpo e col pensiero, se non per mezzo della perpetua sobrietà dell’intelletto e dell’invocazione di Gesù Cristo, Dio e creatore nostro. E per gli inesperti bastano la preghiera di Gesù e l’impulso a provare e conoscere il bene; per gli esperti, la pratica, la prova e il sollievo del bene sono il migliore costume e maestro.

♦ Esichio Presbitero (Sinaita), A Teodulo. Discorso per sommi capi, utile per la salvezza dell’anima, sulla sobrietà e la virtù, 42, in in La Filocalia, a cura di Nicodimo Aghiorita e Macario di Corinto, traduzione, introduzione e note di M.B. Artioli e M.F. Lovato, vol. I, Gribaudi Editore 1983, p. 238-39.

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Stanzette (Dice il monaco, LXXVII)

Dice Marco l’Eremita (l’Asceta), discepolo del Crisostomo, monaco, abate, eremita, intorno al 430:

Non dire: «Non so che cosa si deve fare e sono senza colpa se non lo faccio». Se infatti tu fai ciò che sai, anche il resto ti verrà rivelato di conseguenza: proprio come stanzette che si scorgono l’una attraverso l’altra. Non ti giova sapere ciò che viene dopo, prima di aver messo in opera quanto precede. Perché la scienza gonfia per colpa dell’ozio, mentre l’amore edifica in forza della sopportazione di tutto.

♦ Marco l’Asceta, La legge spirituale, 84, in La Filocalia, a cura di Nicodimo Aghiorita e Macario di Corinto, traduzione, introduzione e note di M.B. Artioli e M.F. Lovato, vol. I, Gribaudi Editore 1983, p. 178.

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Il mare che avevamo conosciuto (Dice il monaco, LXXVI)

Dice Gregorio di Nissa, monaco e teologo, intorno al 381:

Ogni impegno che gli uomini mettono nelle cose di questa vita è proprio come i giochi dei bambini con la sabbia: il divertimento che trovano in questi giochi cessa appena non se ne occupano più, perché appena smettono di lavorarci, la sabbia, scivolando su se stessa, non lascia più alcuna traccia della fatica che ci hanno messo i ragazzi.

Questa è la vita umana: sabbia è l’ambizione, sabbia la potenza, sabbia la ricchezza, sabbia tutto quello da cui cerchiamo un piacere della carne. Le anime puerili che si attaccano vanamente a ciò che non ha consistenza e si sottopongono a tante fatiche per ciascuna di queste cose, se solo abbandonassero il luogo della sabbia, cioè la vita secondo la carne, riconoscerebbero quanto sia vano passare la vita così. […]

A mio parere anche il grande Ecclesiaste parla di ciò come chi già se ne era reso estraneo e si era imbarcato, con l’anima spoglia, nella vita immateriale. È probabile che un giorno anche noi parleremo così, quando saremo fuori da questa spiaggia dove la sabbia costituisce ciò che è rigettato dal mare della vita, quando ci saremo allontanati da tutti i marosi che ci rimbombano e urlano intorno, e del mare che avevamo conosciuto porteremo con noi solo il ricordo di ciò in cui là ci siamo affannati; allora diremo quelle parole: «Vanità delle vanità, tutto e vanità», e ancora: «Quale vantaggio per l’uomo da tutto il suo affannarsi sotto il sole?»

Gregorio di Nissa, Omelie su Qoelet, I, 9-10, introduzione e note di F. Vinel, traduzione di M.B. Artioli, Edizioni San Clemente – Edizioni Studio Domenicano 2011, pp. 147-49.

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Rutti e aride consuetudini (Dice il monaco, LXXV)

Mai rilassarsi con san Bernardo, nemmeno a Natale, anzi, tantomeno a Natale. Dice infatti l’abate di Chiaravalle (1090-1153) in occasione dell’Avvento:

Oh, se questa celebrazione [del Natale], fatta una volta sola in modo solenne, fosse anche l’atteggiamento di sempre! Che grande follia che dopo la venuta di un re così grande gli uomini vogliano occuparsi in qualsiasi altro tipo di affare, e non si dedichino piuttosto, lasciando perdere tutte le altre cose, al solo culto di lui! E perché in sua presenza non si dimenticano di tutte le altre cose? Ma non è di tutti ciò che dice il profeta: Erutteranno la memoria dell’abbondanza della tua dolcezza. Non tutti infatti si alimentano a questa memoria.

Ma nessuno può eruttare quello che non ha gustato, e neppure quello che si è accontentato solamente di gustare. Il rutto, infatti, non viene se non dalla pienezza e dalla sazietà. Per questo coloro che hanno una vita e una mentalità mondana, anche se celebrano questa memoria, non eruttano, perché osservano questi giorni senza devozione e senza affezione, per una certa arida consuetudine. E infine, e questo è più riprovevole, la memoria di questa misericordia diventa un pretesto per vivere secondo la carne; li potresti vedere in questi giorni tanto solleciti a preparare vesti sontuose e cibi delicati, come se Cristo per la sua nascita cerchi queste cose e cose simili a queste, e come se venga accolto più devotamente dove vengono preparate con maggior fasto.

♦ Bernardo di Chiaravalle, Le sette colonne. Sermone III per l’Avvento, in Sermoni per l’Avvento e la Vigilia di Natale, a cura di M.F. Righi, introduzione di W. Verbaal, Nerbini 2019 («Quaderni di Valserena»; 10), pp. 148-49.

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Un viaggio fatto in compagnia e nella mutua comprensione (Dice il monaco, LXXIV)

Non di rado – diciamo la verità: molto spesso – quando mi dispongo, ancora e nonostante tutto, a registare qui qualche nota circa le mie «letture monastiche» la tentazione di limitarmi a una serie di citazioni è molto forte, sia perché imbattersi nei fili che si annodano all’interno di una tradizione bimillenaria è tra i fatti più interessanti che possono capitare al lettore, sia perché, più semplicemente, mi dico: che cosa vuoi mai poter aggiungere?

Ecco dunque che, leggendo un luminoso «libretto» di Irénée Hausherr1, apprendo che la preoccupazione di non fraintendere la solitudine monastica (errore in cui sono incorso a lungo) sorge contemporaneamente alla nascita dell’aspirazione alla medesima. «I cristiani che erano monaci», precisa Hausherr, «i veri cristiani che i monaci volevano essere, non potevano assolutamente amare la solitudine per se stessa»: la solitudine non può essere un fine, bensì un mezzo, «eccellente mezzo per giungere a una più grande unione con Dio e, quindi, con tutta la comunità della carità: Dio e i figli di Dio».

Argomento fondamentale, che il «non credente», distratto da risonanze le più diverse del concetto di solitudine, deve capire bene se non vuole correre il rischio, appunto, di fraintendere. E l’aiuto, uno «splendido» aiuto suggerito da Hausherr, giunge qui da un grande «padre del deserto», Doroteo di Gaza, del quale «è opinione comune che fosse una persona di rara spiritualità. Con parole semplici, ma al tempo stesso ben compaginate ed evocatrici, egli penetra gli abissi dell’esistenza umana, che analizza con rispetto e precisione»2.

Leggendo Doroteo, e analizzando proprio il rapporto tra solitudine e comunione, Konstantinos Skouteris sottolinea che «la vita in Cristo, anche nella sua forma monastica, non è mai un viaggio solitario, ma piuttosto un viaggio fatto in compagnia e nella mutua comprensione. Per Doroteo il punto di partenza per il progresso spirituale sono la consapevolezza dell’uomo che egli non può esistere solo come unità autonoma e indipendente e la coscienza che egli non può guidare se stesso».

(Tra parentesi, non è forse un’immagine di felicità, questa: un viaggio fatto in compagnia e nella mutua comprensione?) E quindi:

 

Dice Doroteo di Gaza, monaco, agli inizi del secolo VI:

Perché comprendiate il senso del discorso, vi propongo un’immagine tratta dai padri. Immaginate che per terra vi sia un cerchio, ovvero una linea circolare tracciata con il compasso a partire da un centro. Si chiama centro il punto che sta proprio in mezzo al cerchio. Prestate attenzione a ciò che vi dico. Immaginate che questo cerchio sia il mondo, che il punto centrale del cerchio sia Dio e che le linee che dalla circonferenza arrivano al centro siano i cammini o i modi di vivere degli uomini. Poiché dunque i santi, nel desiderio di avvicinarsi a Dio avanzano verso l’interno, nella misura in cui avanzano si avvicinano a Dio e gli uni agli altri; e quanto più si avvicinano gli uni agli altri, tanto più si avvicinano a Dio. Immaginate allo stesso modo la separazione. Quando infatti si allontanano da Dio e si ritirano verso l’esterno, è chiaro che quanto più si ritirano e si allontanano da Dio, tanto più si allontanano gli uni dagli altri, e quanto più si allontanano gli uni dagli altri, tanto più si allontanano da Dio. Ecco, tale è la natura dell’amore. Nella misura in cui siamo lontani e non amiamo Dio, nella stessa misura ciascuno di noi prende le distanze dal prossimo; se invece amiamo Dio, quanto più ci avviciniamo attraverso l’amore per lui, tanto più siamo uniti all’amore del prossimo, e quanto più siamo uniti al prossimo, tanto più siamo uniti a Dio.

♦ Doroteo di Gaza, Insegnamento VI. Non si deve giudicare il prossimo, in Comunione con Dio e con gli uomini. Vita di abba Dositeo, Insegnamenti spirituali, Lettere e Detti, a cura di L. Cremaschi, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2014, pp. 145-46.

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  1. Irénée Hausherr, Solitudine e preghiera. La tradizione esicasta, traduzione a cura delle benedettine del Monastero Santa Maria madre della chiesa e San Benedetto di Pontasserchio, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2018.
  2. Konstantinos Skouteris, Conversione a Dio e comunione: l’immagine del «cerchio», in Il deserto di Gaza. Barsanufio, Giovanni e Doroteo, Atti dell’XI Convegno ecumenico internazionale di spiritualità ortodossa (Bose 2003), a cura di S. Chialà e L. Cremaschi, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2004, pp. 275-89.

 

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Il solito problema delle posate (Dice il monaco, LXXIII)

Dice Gregorio di Nissa, monaco e teologo, intorno al 381:

Si potrebbe fare questo esempio; qualcuno ha preparato sulla tavola tutto il necessario per un banchetto, e ha disposto tutte le posate necessarie per prendere il cibo – quello che appunto viene preparato così da chi è maestro in quest’arte. Ci sono coltelli affilati con i quali i convitati possono prendersi la loro parte delle portate; oppure posate d’argento a punta da un’estremità che, avendo forma di cucchiaio dall’altra, servono per i passati di legumi. Ma succede che uno dei convitati al banchetto inverta gli oggetti usando ciascuno per l’uso al quale non è destinato, e così col coltello tagli se stesso o qualcuno dei commensali, oppure, con le posate a punta, trafigga l’occhio del vicino o il suo. Si dirà a quel punto che il tale ha adoperato malamente quanto era stato disposto dal padrone di casa, non si dirà certo che chi in precedenza aveva tutto predisposto aveva preparato anche la causa dell’incidente: è il cattivo uso degli oggetti preparati che ha portato a questo guaio chi ha usato sbadatamente di quello che aveva davanti. Così, dice il testo, anch’io ho capito che ogni cosa viene da Dio sempre per il meglio, purché se ne usi «al momento dovuto», per l’uso cui è destinata; ma la deviazione dal retto giudizio sulle realtà esistenti, porta il bene a divenire occasione di male.

♦ Gregorio di Nissa, Omelie su Qoelet, VIII, 8, introduzione e note di F. Vinel, traduzione di M.B. Artioli, Edizioni San Clemente – Edizioni Studio Domenicano 2011, pp. 443-45.

 

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Stanca polvere (Dice il monaco, LXXII)

Dice Paolino di Nola, monaco e vescovo, intorno al 396:

Benché noi e tutti i viventi abbiamo avuto in dono un’unica sostanza per il corpo, non siamo tuttavia revocati nel nulla appena liberi dalla morte, senza anima come saremo dopo il disfacimento della carne; ma, al suono della tromba finale, mentre la terra da ogni parte ricomporrà i nostri corpi dai semi dispersi, noi, ricostituiti novellamente nel corpo, nella mente e nell’anima, secondo l’antica compagine, andiamo dinanzi alla presenza del Signore Dio. Se dubiti che le ceneri possano essere raccolte per i nostri corpi e le anime possano ritornare nel loro vaso, ti sarà buon teste il profeta Ezechiele, al quale da tempo è stato rivelato il fenomeno della risurrezione per opera del Signore. Nella sua lettura contemplerai in piena misura come gli impercettibili frammenti di uomini antichi riescano a riprendere vita, e come le ossa disperse in lungo e in largo per l’estesa spianata acquistino un autonomo moto diretto alla propria compaginazione. Vedrai tornare le innervature degli intimi midolli e subito ornare di carne la cute rinnovellata e infine, in un batter di ciglia, ricomposte le membra alla perfezione, uomini nuovi risorgere dalla stanca polvere.

♦ Carme XXXI, Per la morte del fanciullo Celso, 301-20, in Cipriano di Cartagine, Paolino di Nola, Uranio, Poesia e teologia della morte, a cura di M. Ruggiero, Città Nuova 1984, pp. 65-66.

 

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