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Un piccolo ricettacolo (Dice il monaco, LXXXIV)

Dice Isacco di Ninive, monaco e vescovo, verso la fine del VII secolo:

 Ricordati del Signore in ogni tempo, ed egli si ricorderà di te quando si avvicinerà il male. Egli ha fatto della tua natura un ricettacolo di eventi e, nel mondo ove ti ha creato e lasciato, ha moltiplicato le occasioni in cui sei oggetto di eventi e tentazioni. Egli ha fatto della tua natura un piccolo ricettacolo di tutto questo. I mali non sono lontani da te, neppure di poco: è infatti dentro di te che scaturiscono, quando si fa loro cenno, da sotto i tuoi piedi e dal luogo dal quale tu stai. Anzi, come le palpebre sono vicine l’una all’altra, così le tentazioni sono vicine agli uomini.

♦ Isacco di Ninive, Discorso V, 30, in Discorsi ascetici. Prima collezione, a cura di S. Chialà, Edizioni Qiqajon – Comunità di Bose 2021, p. 126.

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Ragazze, vedove & mogli (Dice il monaco, LXXXIII)

Dice Aelredo, abate dell’abbazia cisterciense di Rievaulx, intorno al 1160:

È difficile in questi tempi trovare una qualche reclusa che stia sola, che non abbia invece, seduta davanti alla sua finestra, una qualche vecchia garrula e pettegola, che stia lì a intrattenerla raccontando storie, a nutrirla con mormorazioni e maldicenze, a descrivere l’aspetto, il volto, le abitudini di questo o quel monaco, o di un chierico, o di qualcuno che appartenga a un qualche ordine, infilando in mezzo a queste chiacchiere qualche tratto piccante, dipingendo o la lascivia di ragazze giovani, o la libertà di vedove che si concedono tutto quello che loro piace, o l’astuzia di mogli abili a ingannare i mariti e a soddisfare le loro voluttà. In mezzo a tutto ciò la bocca si scompone in risa e schiamazzi, e il veleno bevuto con dolcezza si diffonde nelle viscere e per le membra. Così, quando l’ora costringe a salutarsi, la reclusa si trova appesantita dai piaceri, e la vecchia carica di vettovaglie. Ritornata alla quiete, la poveretta rimugina nel suo cuore, trasformate in immagini, le cose che le sue orecchie vi avevano inserito, e trasforma in incendio violento quel fuoco che era stato attizzato dalle chiacchiere precedenti. Nei salmi balbetta, come fosse ubriaca, nella lettura le si appanna la vista, barcolla nella preghiera.

♦ Aelredo di Rievaulx, Regola delle recluse, I, 2, a cura di D. Pezzini, Edizioni Paoline 2003, pp.124-25.

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La «perla» (Dice la monaca, LXXXII)

Dice Teresa Forcades, monaca benedettina, nel 2021:

Un paio di anni fa ho creato una scuola monastica ispirata alle madri del deserto, non ai padri. Ho preso in considerazione la vita di Sincletica, una donna di Alessandria d’Egitto che visse intorno al quarto secolo e che passò lungo tempo nel deserto. Ci sono rimasti suoi Detti, come quelli di Sara o di Teodora, che circolarono nei centri monastici egiziani. Sono raccolte di scritti in cui queste madri ci parlano dell’esperienza del dolore e della gioia. Non so se il loro fosse un pensiero femminile. Ma erano donne, erano le madri del deserto.

Questa scuola che hai fondato che finalità si prefigge?

Imparare a parlare di ciò che amiamo o che ci fa soffrire.

Qualcosa di molto personale?

Non necessariamente. Parto dalla considerazione che se ciò di cui parli ha valore per te, allora può averlo anche per me. È come se tu avessi un «perla» e quella perla fa vibrare le parole del racconto.

♦ Teresa Forcades, Il mio Dio non è né maschio né femmina, intervista di A. Gnoli, in «Robinson – la Repubblica», 25 settembre 2021.

 

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Devi sapere (Dice il monaco, LXXXI)

Dice Isacco di Ninive, monaco e vescovo, verso la fine del VII secolo:

Devi sapere, fratello mio, che per questo noi ce ne stiamo in una cella: per non venire a conoscenza delle opere malvagie degli uomini! Così, vedendo tutti gli uomini come buoni, giungeremo alla purezza dell’intelligenza. Se infatti anche noi ci facessimo accusatori, castigatori, giudici, vendicatori, inquisitori e censori, perché abbiamo preferito abitare nel deserto invece di abitare nelle città?

♦ Isacco di Ninive, Discorso L, 25, in Discorsi ascetici. Prima collezione, a cura di S. Chialà, Edizioni Qiqajon – Comunità di Bose 2021, p. 444. [Una breve citazione per «festeggiare», contenti e grati, questa notevole edizione («prima traduzione italiana dall’originale siriaco»), le cui oltre settecentocinquanta pagine saranno oggetto di futura ruminazione.]

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Una bella sudata (Dice il monaco, LXXX)

Colum Cille (521-597), cioè san Columba, il fondatore dell’abbazia di Iona, nella regola per eremiti che gli viene tradizionalmente attribuita dice, tra le altre cose:

Che il tuo eremo sia un luogo molto sicuro con una sola porta.

Non intrattenere conversazioni con uno che si dedica a pettegolezzi inutili e mondani, o con uno che borbotta su quel che non si può né impedire né modificare. Tanto più non avere rapporti con un chiacchierone che racconta storie di amici e nemici; dagli semplicemente la tua benedizione e rimandalo ai suoi affari.

Non mangiare finché non hai fame. Non dormire finché non ne hai bisogno. Non parlare finché la necessità non lo richiede.

La misura del tuo sforzo deve essere fino a che non giungono le lacrime della preghiera. Il limite del tuo sforzo o delle tue prostrazioni, nel caso non giungano le lacrime, deve essere il sudore.

♦ Regola di Columcille, 4, 6, 20, 21, 22, 27, 28, in Regole monastiche celtiche. Lo Spirito che soffia dal Nord, a cura di A.M. Osenga, Monasterium 2020, pp. 144-46.

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Una siepe (Dice il monaco, LXXIX)

Dice Benoît Standaert, osb, nel 2017, commentando il capitolo 37 della Regola di san Benedetto, dedicato ai vecchi e ai fanciulli:

L’ascesi monastica, senza la pia consideratio, perde l’essenziale: la carità e l’umanità. Sta al monaco diventare sempre più umano mediante la tradizione e la Regola. Non perdiamo di vista questo aspetto. Niente è sicuro su questo punto e a volte siamo testimoni in certi fratelli di una sorta di miopia, che conduce ad atteggiamenti meschini o addirittura a comportamenti davvero disumani, che si nascondono dietro l’autorità della regola monastica. La natura umana trova nella Regola un supporto, i rabbini direbbero che essa pone «una siepe» di protezione. A volte, infatti, la cosa più naturale, la più evidente per la natura umana, si oscura o svanisce dietro la routine degli usi monastici e allora è importante avere una misura di tutela, che è il documento di una regola periodicamente rivisitata, attualizzata e interiorizzata.

♦ Benoît Standaert, Commentario alla Regola del nostro padre san Benedetto, a cura di fr. A. Oltolina, traduzione di M.M.E. Pedrone, vol. 2, Edizioni Monasterium 2021, pagg. 90-91.

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Pesanti e piegati a terra (Dice il monaco, LXXVIII)

Dice Esichio Sinaita, igumeno, nel secolo VIII (?):

Ma è bene che gli inesperti sappiano anche questo, che nemici incorporei e invisibili, che vogliono il male e sono saggi nel danneggiare, veloci, leggeri ed esperti in guerra, dai tempi di Adamo fino ad oggi, non possiamo in alcun modo vincerli, noi esseri corporei, pesanti e piegati a terra col corpo e col pensiero, se non per mezzo della perpetua sobrietà dell’intelletto e dell’invocazione di Gesù Cristo, Dio e creatore nostro. E per gli inesperti bastano la preghiera di Gesù e l’impulso a provare e conoscere il bene; per gli esperti, la pratica, la prova e il sollievo del bene sono il migliore costume e maestro.

♦ Esichio Presbitero (Sinaita), A Teodulo. Discorso per sommi capi, utile per la salvezza dell’anima, sulla sobrietà e la virtù, 42, in in La Filocalia, a cura di Nicodimo Aghiorita e Macario di Corinto, traduzione, introduzione e note di M.B. Artioli e M.F. Lovato, vol. I, Gribaudi Editore 1983, p. 238-39.

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Stanzette (Dice il monaco, LXXVII)

Dice Marco l’Eremita (l’Asceta), discepolo del Crisostomo, monaco, abate, eremita, intorno al 430:

Non dire: «Non so che cosa si deve fare e sono senza colpa se non lo faccio». Se infatti tu fai ciò che sai, anche il resto ti verrà rivelato di conseguenza: proprio come stanzette che si scorgono l’una attraverso l’altra. Non ti giova sapere ciò che viene dopo, prima di aver messo in opera quanto precede. Perché la scienza gonfia per colpa dell’ozio, mentre l’amore edifica in forza della sopportazione di tutto.

♦ Marco l’Asceta, La legge spirituale, 84, in La Filocalia, a cura di Nicodimo Aghiorita e Macario di Corinto, traduzione, introduzione e note di M.B. Artioli e M.F. Lovato, vol. I, Gribaudi Editore 1983, p. 178.

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Il mare che avevamo conosciuto (Dice il monaco, LXXVI)

Dice Gregorio di Nissa, monaco e teologo, intorno al 381:

Ogni impegno che gli uomini mettono nelle cose di questa vita è proprio come i giochi dei bambini con la sabbia: il divertimento che trovano in questi giochi cessa appena non se ne occupano più, perché appena smettono di lavorarci, la sabbia, scivolando su se stessa, non lascia più alcuna traccia della fatica che ci hanno messo i ragazzi.

Questa è la vita umana: sabbia è l’ambizione, sabbia la potenza, sabbia la ricchezza, sabbia tutto quello da cui cerchiamo un piacere della carne. Le anime puerili che si attaccano vanamente a ciò che non ha consistenza e si sottopongono a tante fatiche per ciascuna di queste cose, se solo abbandonassero il luogo della sabbia, cioè la vita secondo la carne, riconoscerebbero quanto sia vano passare la vita così. […]

A mio parere anche il grande Ecclesiaste parla di ciò come chi già se ne era reso estraneo e si era imbarcato, con l’anima spoglia, nella vita immateriale. È probabile che un giorno anche noi parleremo così, quando saremo fuori da questa spiaggia dove la sabbia costituisce ciò che è rigettato dal mare della vita, quando ci saremo allontanati da tutti i marosi che ci rimbombano e urlano intorno, e del mare che avevamo conosciuto porteremo con noi solo il ricordo di ciò in cui là ci siamo affannati; allora diremo quelle parole: «Vanità delle vanità, tutto e vanità», e ancora: «Quale vantaggio per l’uomo da tutto il suo affannarsi sotto il sole?»

Gregorio di Nissa, Omelie su Qoelet, I, 9-10, introduzione e note di F. Vinel, traduzione di M.B. Artioli, Edizioni San Clemente – Edizioni Studio Domenicano 2011, pp. 147-49.

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Rutti e aride consuetudini (Dice il monaco, LXXV)

Mai rilassarsi con san Bernardo, nemmeno a Natale, anzi, tantomeno a Natale. Dice infatti l’abate di Chiaravalle (1090-1153) in occasione dell’Avvento:

Oh, se questa celebrazione [del Natale], fatta una volta sola in modo solenne, fosse anche l’atteggiamento di sempre! Che grande follia che dopo la venuta di un re così grande gli uomini vogliano occuparsi in qualsiasi altro tipo di affare, e non si dedichino piuttosto, lasciando perdere tutte le altre cose, al solo culto di lui! E perché in sua presenza non si dimenticano di tutte le altre cose? Ma non è di tutti ciò che dice il profeta: Erutteranno la memoria dell’abbondanza della tua dolcezza. Non tutti infatti si alimentano a questa memoria.

Ma nessuno può eruttare quello che non ha gustato, e neppure quello che si è accontentato solamente di gustare. Il rutto, infatti, non viene se non dalla pienezza e dalla sazietà. Per questo coloro che hanno una vita e una mentalità mondana, anche se celebrano questa memoria, non eruttano, perché osservano questi giorni senza devozione e senza affezione, per una certa arida consuetudine. E infine, e questo è più riprovevole, la memoria di questa misericordia diventa un pretesto per vivere secondo la carne; li potresti vedere in questi giorni tanto solleciti a preparare vesti sontuose e cibi delicati, come se Cristo per la sua nascita cerchi queste cose e cose simili a queste, e come se venga accolto più devotamente dove vengono preparate con maggior fasto.

♦ Bernardo di Chiaravalle, Le sette colonne. Sermone III per l’Avvento, in Sermoni per l’Avvento e la Vigilia di Natale, a cura di M.F. Righi, introduzione di W. Verbaal, Nerbini 2019 («Quaderni di Valserena»; 10), pp. 148-49.

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