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Cardiochirurgia (Dice il monaco, LXIV)

Dice Erik Varden, ocso, già abate dell’abbazia di Mount St Bernard (Leicestershire), ora vescovo di Trondheim (Norvegia), nel 2018:

Essere monaco è abitare un universo senza limiti. È essere spinti verso un’altezza e una profondità, una lughezza e una larghezza che toccano l’infinito. Se vissuta sinceramente, la vita monastica è un habitat di trasformazione. I padri descrivono come il cuore del monaco venga frantumato, poi aperto e, poco alla volta, risanato. Esso inizia a farsi più ampio, al punto da contenere il mondo intero, richiamando alla mente la sua piaga davanti a Dio, ricordando al mondo la grazia di Dio. Il cuore del monaco, conforme a quello di Cristo, è un luogo d’incontro. Esso tende verso l’alto nella più fiduciosa delle gioie, perché è stata messa alla prova. La gioia che spesso mi sfuggiva quando ero giovane mi è data adesso: è allo stesso tempo conosciuta e nuova. Vedo ancora l’oscurità, come potrei non vederla? Ma ha perso il suo fascino, so che è stata attraversata.

♦ Erik Varden, La solitudine spezzata. Sulla memoria cristiana, traduzione di L. Gobbi e T. Pizzimenti, Edizioni Qiqajon – Comunità di Bose 2019.

 

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Occhio alla testa (Dice il monaco, LXIII)

Dice Corrado di Eberbach, monaco cisterciense, intorno al 1220:

Conviene perciò a ogni uomo, ma soprattutto a chi ha abbracciato la vita religiosa, ripensare diligentemente agli anni della sua vita passata nell’amarezza della propria anima e senza dissimulazione, con la confessione della bocca, la contrizione del cuore e anche l’esecuzione di opere buone, giudicare se stesso, se non vuole essere condannato con questo mondo. Poiché la via stretta che conduce alla vita a stento ha spazio per quelli che sono scarichi e leggeri, visto che a stento si salva il giusto; mentre ricaccia del tutto quelli che sono carichi e ridondanti di affanni e piaceri del mondo; né ostacola chi vuole entrare per la porta della vita che si abbassi quanto può, mentre è un danno irreparabile se si innalza di traverso anche solo di un dito più di quanto lo consente l’architrave, poiché di botto vi cozzerà e cadrà con la testa fracassata.

♦ Corrado di Eberbach, Exordium Magnum Cisterciense, o Narrazione dell’inizio dell’ordine cistercense, VI, 9, a cura di p. Riccardo Spreafico, Nerbini 2018, p. 334.

 

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«Benché, dico, così dannata e disperata» (Dice il monaco, LXII)

Dice Bernardo di Chiaravalle, monaco e abate cisterciense (1090-1153), verso la fine dei suoi mirabili Sermoni sul Cantico dei cantici:

Ogni anima, benché onerata dai peccati, irretita dai vizi, presa dalle seduzioni, prigioniera in esilio, carcerata nel corpo, aderente al fango, infissa nel limo, affissa alle membra, trafitta dalle cure [infixam limo, affixam membris, confixam curis], distratta dagli impegni, contratta dai timori, afflitta dai dolori, vagante fra gli errori, ansiosa per le preoccupazioni, inquieta per i sospetti, e insomma forestiera in terra  di nemici, secondo la frase del Profeta, contaminata con i morti [coinquinatam cum mortuis], collocata fra quelli che sono nell’inferno; benché, dico, così dannata e disperata… può avvertire in se stessa non solo da dove possa respirare nella speranza del perdono, nella speranza della misericordia, ma anche da dove osi aspirare alle nozze del Verbo, senza trepidazione di entrare in un patto di alleanza con Dio, né timore di portare il soave giogo dell’amore con il Re degli angeli.

♦ Bernardo di Chiaravalle, Sermoni sul Cantico dei cantici, introduzione di J. Leclercq, traduzione e note di C. Stercal, con la collaborazione di C. Dezzuto, M. Fioroni e A. Montanari («Opere di San Bernardo» V/2), Città Nuova 2008, LXXXIII, I, p. 603. (Devo la citazione ad André Louf, che di sicuro aveva anche piena fede nella sua verità.)

 

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Esperti in ateismo (Dice il monaco, LXI)

Dice André Louf, monaco trappista, abate e studioso, nel 1980:

L’interiorità non procede da sé, come neppure la fede, né la preghiera. Esse appaiono dapprima come una notte che risulterebbe inutile volersi risparmiare. La Chiesa e il contemplativo si trovano ad affrontare la loro parte di ateismo, che non è caratteristico dei non credenti, ma che ciascuno porta dolorosamente nell’intimo. Per quanto possa sembrare curioso, prima di essere esperto delle cose di Dio, il monaco è esperto in ateismo. Si ritrova  fraternamente al fianco di tutti quelli che dubitano e che non riescono ancora ad abbandonarsi alla dolcezza di Dio. Perché egli sa per esperienza che cosa è questo crogiolo della fede e come vi opera la mano di Dio, spogliandoci di tutti i nostri idoli. Solo all’uscita del crogiolo si mette a brillare una luce fioca, un certo presentimento del Dio unico e vero, rivelato nella gloria che illumina il volto del Signore Gesù.

♦ André Louf, Benedetto, uomo di Dio per tutti i tempi, in Uomini di Dio. Testimoni della gioia evangelica, prefazione di E. Bianchi, Edizioni Qiqajon-Comunità di Bose 2019, pp. 18-19.

 

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«Smorfie di corpi morti» (Dice il monaco, LX)

Dice María de San José, fondatrice e priora del primo Carmelo di Lisbona, nel 1592:

E poiché Egli è morto per la nostra disobbedienza, non è molto se muoiono martiri le superiore, alle quali, prostrata, io chiedo con tutta la mia forza che pongano le loro affinché si adempia ciò che la Regola e le Costituzioni comandano, e che la nostra santa Madre [Teresa] nei suoi libri chiede e consiglia, circa l’orazione, senza la quale oso dire che è impossibile osservare il resto. Perché allora tutte le religiose sarebbero come dei corpi senz’anima, e tutti i loro digiuni e austerità (ammesso che qualcosa possa mantenersi se manca l’orazione) sono come smorfie di corpi morti. Infatti l’anima della perfezione religiosa è l’orazione e lo spirito di carità; se manca questo, manca tutto, in qualsiasi Ordine.

♦ Maria di San Giuseppe, Consigli di una priora a un’altra da lei formata, in Istruzione delle novizie con Consigli e Trattato, introduzione di S. Cannistrà, Edizioni OCD 2019, p. 148.

 

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«Cosa pratica e possibile» (Dice il monaco, LIX)

Dice John Main (1926-1982), osb, iniziatore del movimento che ha portato alla costituzione della Comunità Mondiale per la Meditazione Cristiana, nel dicembre 1978:

Gli scrittori monastici medievali amavano sottolineare che la vita claustrale, secondo Benedetto, era in essenza la vita cristiana scritta «a grandi lettere». Naturalmente, non solo la comunità monastica oggi è chiamata a essere un faro di amore nella Chiesa e nel mondo. Ma il monastero è speciale. È un segno stabile e ospitale che vivere in questo modo è cosa pratica e possibile. Può darsi che le persone siano incoraggiate e ispirate dalla lettura dei vangeli. Saranno, dunque, doppiamente ispirate nel vedere persone normali che cercano di vivere il Vangelo con generosità univoca di spirito. Un monastero porta questa testimonianza in molte maniere diverse, ma lo farà più con la pratica che con la teoria. La sua vocazione non è parlare dell’esperienza cristiana quanto viverla, comunicarla, esserla.

♦ John Main, Monastero senza mura. Lettere dal silenzio, San Paolo 2018, pp. 86-87. (Credo che questa convinzione andrebbe forse, per così dire, vagliata alla luce della «questione della quantità», ma d’altra parte si deve ammettere che il laicismo non ha prodotto, se in forme assai più ridotte e parziali, o del tutto effimere, simili esempi comunitari.)

 

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Ci vuole tanto silenzio (Dice il monaco, LVIII)

Dice suor Maria Lucia dell’Eucarestia (Lucia De Gasperi), scrivendo al padre Alcide il 26 gennaio 1949:

Forse viviamo un po’ sempre con gli occhi velati. C’è un mondo di operazioni intime, di legami misteriosi tra la preghiera dell’uno e l’opera buona dell’altro, tra il fioretto di un bambino e le opere di un apostolo: un mondo che vedremo lassù perché qui vediamo le apparenze. Sai, quando vieni, vorrei saperti dire qualche cosa di vero: e mi è difficile. Perché sono sempre stata abituata più ad ascoltarti che a parlarti: vorrei tanto che le due sorelline si abituassero ad ascoltarti, a carpire il senso di certe tue parole che, lasciate cadere qua e là, fanno tanto riflettere. Un’altra ragione per cui non so parlare è che mai come ora ho intravveduto il vuoto di tante cose. Come bisognerebbe essere pieni di Dio per poter dire una parola che sappia di Lui! Per questo ci vuole, qui, tanto silenzio per fare una religiosa.

Suor Lucia De Gasperi, Appunti spirituali e lettere al padre, a cura di M.R. Catti De Gasperi, Morcelliana 1968, pp. 190-91. (Un modo per segnalare un libro che avvince ancora, per la testimonianza dell’amoroso dialogo spirituale tra due esseri umani.)

 

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Né dopo né prima (Dice il monaco, LVII)

Riferisce Beda il Venerabile, monaco e storico, che il re di Northumbria Edwin, intorno al 625, incerto circa l’opportunità di convertirsi al cristianesimo, chiese consiglio ai suoi dignitari. Uno di essi rispose così:

O re, la vita degli uomini sulla terra, a confronto di tutto il tempo che ci è sconosciuto, mi sembra come quando tu stai a cena coi tuoi dignitari d’inverno, col fuoco acceso e le sale riscaldate, mentre fuori infuria una tempesta di pioggia e di neve, e un passero entra in casa e passa a volo velocissimo. Mentre entra da una porta e subito esce dall’altra, per questo poco tempo che è dentro non è toccato dalla tempesta ma trascorre un brevissimo momento di serenità; ma subito dopo dalla tempesta di nuovo rientra nella tempesta e scompare ai tuoi occhi. Così la vita degli uomini resta in vista per un momento, e noi ignoriamo del tutto che cosa sarà dopo, che cosa è stato prima. Perciò, se questa nuova dottrina ci fa conoscere qualcosa di più certo, senz’altro merita di essere seguita.

Venerabile Beda, Storia ecclesiastica degli Angli, II, 13; a cura di G. Simonetti Abbolito, Città Nuova 1987, p. 143.

 

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Nuvole di tristezza e fantasmi della notte (Dice il monaco, LVI)

Dice Bernardo di Portes, certosino, priore, intorno al 1130:

Capita spesso, inoltre, a coloro che vivono in solitudine di essere tormentati intimamente e di veder passare qualche nuvola di tristezza [quamdam nebulam tristitiae], per colpa del diavolo. Il nostro eterno avversario, infatti, conosce parecchi strumenti per nuocere ai servitori di Dio e per distoglierli dalle loro sante occupazioni, e si studia di attaccarli con la tristezza o con una collera immotivata, con l’orgoglio o con la rievocazione di un’offesa, con il vano ricordo di ciò che qualcuno ha detto, o forse ha fatto, e ancora con la memoria dei propri doveri o con i pensieri impuri, e poi scusando un animo tiepido e il tepore del sonno: tutto al fine di deviare l’animo dai desideri santi e di contrastarlo. Se poi si accorge, il nostro eterno avversario, che riesce a far cedere il solitario nelle piccole cose, allora lo avvolge in una rete di tentazioni più gravi, poiché preferisce sempre abbattere piuttosto che ostacolare. Nondimeno, non smette un istante di porre ostacoli sul cammino di chi non riesce ad abbattere. […] Contro queste e contro tutte le altre tentazioni, di qualunque tipo esse siano, nonché contro i fantasmi della notte [quoque nocturnas illusiones], àrmati della preghiera e afferra quello scudo del quale l’Apostolo dice: «Tenete sempre in mano lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno».

♦ Lettera di Bernardo, priore di Portes, al fratello Rainaldo, recluso di Saint-Rambert, sulla vita religiosa dei reclusi, in Lettres des premieres chartreux, vol. II: Les moines de Portes, Bernard, Jean, Etienne, Les Editions du Cerf 2013 («Sources Chretiénnes»; 274), pp. 68-71.

 

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Penso negativo… perché son vivo (Dice il monaco, LV)

Dice Bernardo di Chiaravalle, monaco e abate cisterciense (1090-1153), in uno dei tanti, quotidiani e mirabili sermoni composti per edificare la sua comunità:

Così è tutto ciò che sta sotto il sole: non c’è nelle cose niente di veramente gioioso, ma l’uomo sente sempre il bisogno di passare da una cosa a un’altra, e l’unica cosa che gli dà sollievo è proprio questa continua mutabilità: è come se saltasse dall’acqua nel fuoco, per saltare poi di nuovo dal fuoco nell’acqua, dato che non riesce a sopportare né l’acqua né il fuoco. Succede allora che il rimedio di una fatica diventa l’inizio di un’altra. Nessuno in questo mondo di male può avere ciò che vuole, e a volte neanche la giustizia sazia il giusto, come la voluttà non sazia il voluttuoso, né la curiosità il curioso, né la vanagloria l’ambizioso. Questa è la causa della tua sofferenza, almeno se non sei ancora diventato insensibile: soffri perché ti trovi in esilio, dimori nel deserto, cammini nel buio e su terreni scivolosi, e mangi il tuo pane col sudore della tua fronte.

♦ Bernardo di Chiaravalle, Sermone XII. Di ciò che sta all’inizio, a metà e alla fine della nostra vita, 3, in Sermoni diversi e vari, introduzione di J. Leclercq, traduzione e note di D. Pezzini («Opere di San Bernardo» IV), Città Nuova 2000, p. 1291.

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  1. Questo il paragrafo che precede il brano riportato: Vuoi sapere dove sei arrivato? In un luogo di afflizione, dato che la tua vita si è avvicinata all’inferno. Cosa c’è infatti qui se non affanno e dolore, e afflizione per lo spirito? Ma capita ora a te come a un bambino che è nato e cresciuto in carcere, e che siccome non ha mai visto la luce, si stupisce al vedere sua madre triste e in angustie. Lei però sa perché soffre, e siccome conosce le cose buone, quelle cattive le pesano ancora di più, e al ricordo della pace la sua amarezza diventa grandissima. A te invece mali piccoli sembrano grandi beni, e rispetto ai gravi ceppi ai quali sei abituato, vincoli più piccoli sono per te un riposo. Desideri mangiare, perché la fame ti tormenta. Ambedue sono una fatica, ma siccome la fame è più grave, non ti rendi conto che anche il mangiare è una fatica. E però, una volta superata la fame, chiediti se non sia più penoso il mangiare che l’aver fame.

 

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