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Una più spiccata sollecitudine (Dice il monaco, CXLV)

Dice Ugo di San Vittore, monaco agostiniano, intorno al 1127:

Gli elementi dunque sono quattro: paura, preoccupazione [cura], necessità e passione, e da tre di essi (cioè la paura, la necessità e la passione) nasce il quarto (la preoccupazione). Infatti ciò che temiamo che accada, con viva preoccupazione ci diamo da fare per evitarlo; ciò che ci addolora con la sua presenza, poi, ci sforziamo con viva preoccupazione di allontanarlo da noi; sempre con preoccupazione ci industriamo di ottenere ciò che desideriamo. Così, dopo l’impulso della passione, segue una solerte preoccupazione, la solerte preoccupazione è seguita dallo sforzo nell’agire concreto e l’azione concreta accresce la cautela che è propria della circospezione. Dal momento però che per via della nostra natura corrotta in noi si trova una più spiccata sollecitudine verso l’ottenere ciò che desideriamo disonestamente o verso l’evitare ciò che temiamo senza alcuna ragione, accade che quella cauta circospezione che abbiamo trascurato di procurarci attraverso gli sforzi volti al bene più facilmente la acquisiamo per mezzo di quelli rivolti al male. Infatti spesso chi non teme la morte dell’anima è però atterrito da quella del corpo e chi non riflette sugli eterni tormenti della Geenna paventa di subire le pene temporali.

♦ Ugo di San Vittore, L’arca di Noè, III, XI, in L’arca della mente, vol. I, a cura di C. Bologna e M. Mocan, testo di P. Sicard, traduzione di M. Bernardi, commento di M. Mocan con la collaborazione di M. Bernardi, Fondazione Lorenzo Valla, Mondadori 2026, pp. 135-37.

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L’avere libri fa parte della perfezione (Dice il monaco, CXLIV)

Dice Bonaventura da Bagnoregio, a Parigi, tra il 1254 e il 1257, quando sta per diventare ministro generale dei francescani:

Per quanto riguarda i libri e gli strumenti ascolta quello che penso. La regola impone tassativamente [expresse] ai frati l’autorità e l’ufficio di predicare, in termini tali che non credo si trovino in un’altra regola. Se dunque non devono predicare chiacchiere [Si igitur praedicare non debent fabulas], ma parole divine; e queste non le possono conoscere, se non leggono; né possono leggere se non hanno libri; è chiarissimo [planissimum est] che l’avere libri fa parte della perfezione come il predicare. E come il possesso di messali per la celebrazione della messa e di breviari per la recita delle ore non è contrario alla povertà dell’Ordine, così pure non vi è contrarietà nel possedere libri e Bibbie per la predicazione della parola divina. Pertanto, ai frati è consentito possedere libri.

♦ Bonaventura da Bagnoregio, Epistola de tribus quaestionibus, 6, citato in Giovanni Miccoli, Francesco. Il santo di Assisi all’origine dei movimenti francescani (1991), Donzelli 2013, p. 286.

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Pace con sé stessi (Dice il monaco, CXLIII)

Dice Battista da Varano, clarissa e badessa del monastero di Santa Maria Nuova di Camerino, intorno al 1500:

La virtù, secondo lo philosopho, consiste circa lo difficile; dificillima cosa è amare li inimici, adunque la virtù è maxima. Ma nota: quando l’anima è cresciuta in gratia non conosce più inimici, adunque, ogni persona, che l’aiuta a salvare conosce per amico. O bella theologia è questa, se fusse intesa! Tutto il mondo e lo inferno gli è amico, sé stessa ha per nimica e non truova più nulla persona che gli impedisca la sua salute, se non gli suoi disordinati afecti; facto che ha pace con sé stessa, non ha più di chi si dolga.

♦ Battista da Varano, Istruzioni al discepolo, 18-20, in La purità del cuore e altri scritti, a cura di S. Serventi, con la collaborazione di A. Dejure, A, Maiarelli e M. Reschiglian, prefazione di P. Messa, Fondazione Lorenzo Valla / Mondadori 2024, p. 264.

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Su, su, sveglia! (Dice il monaco, CXLII)

Scrive Evagrio Pontico, il grande psicologo, nel suo essenziale catalogo dei vizi e delle opposte virtù, intorno al 390:

L’accidia è un’amica eterea, un andarsene a spasso, odio dell’operosità, un conflitto nell’esichìa [pace interiore], una tempesta nella salmodia, ritardo nella preghiera, rilassamento nell’ascesi, un dormire quando non è il momento, un sonno che prende, odio della cella, un antagonista nell’impegno ascetico, un nemico della tolleranza, un freno della meditazione, ignoranza delle Scritture, collega di tristezza, orologio della fame.

♦ Evagrio Pontico, I vizi opposti alle virtù, 7, in: A Eulogio sulla confessione dei pensieri e consigli di vita. I vizi opposti alle virtù, edizione bilingue, introduzione, traduzione e note di L. Coco, San Paolo 2024, p. 131.

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Fari sulla costa (Dice il monaco, CXLI)

Scrive Pier Damiani agli eremiti Albizone e Pietro, nel 1069:

Così infatti accade spesso che chi, non contento della propria sorte, si prodiga per la salvezza altrui, sia poi costretto a sopportare il proprio pericolo; e quando ad altri, come a naufraghi nel pieno della tempesta, tende la mano, le onde voraci lo travolgono a capofitto. È dunque più sicuro per noi, che ci troviamo sulla riva, essere fari per quei naufraghi nell’oscurità notturna di questa vita [hujus vitae nocturna caligine], piuttosto che mossi a compassione nuotare verso di loro a rischio della nostra stessa vita. Dimodoché costoro, avendo noi indicato loro la giusta rotta, possano raggiungere la pace di un porto sicuro; invece che noi, remigando verso di loro, si venga inghiottiti dal vortice del mare spumeggiante [vorago spumosi maris].

Pier Damiani, Apologeticum de contemptu saeculi, Epist. 165. (PL, 145, 280C).

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Maledetta primavera (Dice il monaco, CXL)

Dice Teofane il Recluso (1815-1894), teologo russo-ortodosso, vescovo e infine monaco recluso:

La primavera è un periodo piacevole, ma quanto male fa sul piano morale! Avete visto come i montoni, quando li portano al pascolo, belino, corrano e saltino per gioco? Da cosa dipende? La vita ribolle in loro. Provano una simile agitazione anche gli uomini – non solo i giovani, anche i vecchi. Non c’è nulla di peccaminoso in questo. È un sentimento innocente, ma non è del tutto senza colpa il modo in cui gli uomini lo usano. È la gioia di vivere! Provandola bisogna ringraziare Dio che ha lasciato posto anche alla gioia su una terra piena di afflizioni per i nostri peccati perché non cadessimo nella disperazione. Che accade invece? Non ringraziano affatto Dio, ma vaneggiano per prolungare questa gioia, si sbandano e ritornano come prima. Questa gioia e questo agitarsi della vita sono piacevoli, ma sono del tutto sensibili, corporei, e i loro richiami si mostrano sensibili e corporali. Si vuole guardare a ciò che è piacevole per gli occhi, ascoltare ciò che è piacevole per le orecchie, sentire ciò che è piacevole per l’odorato, respirare l’aria, esporsi a un venticello gradevole… Chi segue queste voglie non rimane dentro di sé, ma esce immancabilmente all’esterno, si interrompe, perciò, la vigilanza su se stessi; i pensieri, i sentimenti e i desideri cominciano di nuovo ad agitarsi… il pensiero di Dio si dilegua e la pace interiore scompare.

Teofane il Recluso, Lettera XLIV, in La vita spirituale. Lettere, traduzione a cura di M. Garzaniti, introduzione di T. Špidlík, Città Nuova 1989, p. 153.

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Irrequietezza degli arti (Dice il monaco, CXXXIX)

Dice Pier Damiani, monaco avellanita, nel 1067:

Torniamo ora al vescovo, da cui aveva preso le mosse il discorso. Infatti, sebbene Pietro, più anziano, lo avesse sempre preceduto sul cammino dei duri propositi e della vita austera, Rodolfo tuttavia, una volta elevato ai doveri del sacerdozio, nella Chiesa non trascurò ciò che aveva appreso nell’eremo. Si strofinava sempre le membra con cilici e si accontentava delle vesti di un tempo, povere e modeste. E poiché, a causa della natura assillante della sua giovane età, soffriva spesso assai gravemente di acedia, fissava delle corde alle travi soffitto della sua cella e, agganciativi gli avambracci, penzolante, perseverava nello studio dei salmi.

Pier Damiani, Vita di S. Rodolfo, vescovo di Gubbio, e di S. Domenico Loricato, II, in PL (Migne) 144, 1009-24.

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I nostri due trattori (Dice il monaco, CXXXVIII)

Dice Thomas Merton, monaco trappista in una poesia del 1942 intitolata Trappisti al lavoro:

Le nostre seghe dentate ora declamano inni sacri in questo mondo di legname, dove le querce sparano come armi da fuoco e si schiantano come cascate, riversando il loro boato nel verde pozzo del bosco.

Vieni da noi, Gesù, attraverso la muraglia degli alberi, e trovaci ancora adoranti in queste ariose chiese, mentre cantiamo il secondo Ufficio con seghe e scuri. Insegna ancora, a noi Tuoi figli, nella fitta foresta, e fa’ che un piccolo raggio di sole ci raggiunga nelle ombre delle nostre menti e tra le fronde dei nostri studi.

Quando il tempo avrà imbiancato la campagna di frumento e imbevuto la terra di sole cocente, raggiungici, Gesù, attraverso le pareti di grano, quando i nostri due trattori arriveranno a falciarle: semina venti leggeri sugli ettari del nostro spirito e rinfresca le terre dove le nostre preghiere mietono. E dissetaci, o Cielo, con i Tuoi fiumi di vita.

♦  Thomas Merton, Poesie, a cura di A. Guidi, Morcelliana 1952. (Ho modificato un po’ la traduzione e l’ho svolta in prosa. Pare, tra l’altro, che in origine il testo si intitolasse Woodcutters and Harvesters («Taglialegna e mietitori»), prima che Merton modificasse il titolo in Trappists, working – «Trappisti al lavoro», appunto –, come nella migliore tradizione cisterciense.

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Tacchini (Dice il monaco, CXXXVII)

Dice lo – e si dice dello – starec Amvrosij d’Optina (1812-1891):

Aveva uno straordinario influsso spirituale non solo sui fratelli che vivevano nel monastero, ma anche su laici di ogni grado e condizione sociale, di qualunque livello economico e culturale, a partire da quella contadina povera e senza alcuna istruzione, che si lamentava dei tacchini che erano morti, su su fino a metropoliti, principi, senatori, scrittori, filosofi che andavano da lui per cercare un consiglio e una parola di conforto ai travagliati e difficili problemi che riguardavano la loro profonda vita interiore; e nessuno partiva da lui senza aver ricevuto l’aiuto necessario e un sostegno morale. […] Diceva: «Durante tutta la mia vita non ho fatto che coprire il tetto degli altri, mentre il mio è rimasto bucato… Così io parlo con coloro il cui proposito è sincero, come con coloro che non sono sinceri. Nessuno ha scritto sulla fronte ciò che è e così bisogna parlare, e non vogliono capire che io non ho il tempo per tutti. Inoltre questo mi crea sofferenza, a causa della mia debolezza e della fatica. Non riceverli è impossibile, ma riceverli tutti è ugualmente impossibile; e le forze mi mancano».

♦ Citato in Adalberto Piovano, Santità e monachesimo in Russia, «La Casa di Matriona» 1990, pp. 83, 85.

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Difficilmente (Dice il monaco, CXXXVI)

Dice Gregorio Magno, prima monaco, poi papa, intorno al 594:

È chiaro che quale uno esce di qui tale viene presentato al giudizio. Tuttavia dobbiamo credere che, per espiare qualche colpa di leggera entità, c’è un fuoco purificatore […]. Tuttavia, come ho già detto, questo si deve credere di peccati molto leggeri, come il parlare troppo e senza motivo, ridere fuor di misura, curare troppo il patrimonio familiare, attività che difficilmente [vix] può essere praticata senza colpa anche da parte di chi sa bene come evitarla, e inoltre l’errore dovuto a ignoranza in cose di poco conto. Tutte queste imperfezioni appesantiscono dopo la morte, se non sono state già espiate durante la vita.

♦ Gregorio Magno, Dialoghi, IV, 41, 3-4, in Storie di santi e di diavoli (Dialoghi), volume II (Libri III-IV), testo critico e traduzione a cura di M. Simonetti, commento a cura di S. Pricoco, Fondazione Lorenzo Valla / Mondadori 2006, p. 299.

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