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Le miserie e le fiacchezze spirituali da me collezionate (Dice il monaco, XCIII)

Scrive Gualtiero, «vecchio e malato monaco» benedettino, probabilmente dell’abbazia di Bury St. Edmunds, ad Anselmo d’Aosta, arcivescovo di Canterbury, intorno al 1106:

Al desiderabile signore Anselmo, degno d’essere il più affettuosamente possibile accolto nel seno di sua madre la Chiesa universale: il fratello Gualtiero, uno dei suoi, l’ultimo resto dei suoi devoti; con l’augurio di bastantemente attingere la desiderata abbondanza, la gioia più profonda. […]

Prima della mia fine, se ciò fosse possibile, moltissimo desidererei avere la gioia di vedervi e dolermi con voi delle mie afflizioni. Poiché il mio tempo è trascorso, né so se dalla mia lunga esistenza ho tratto qualche frutto. Siccome però l’indebolimento dovuto alla vecchiaia rende tale mio desiderio irrealizzabile, eccomi a non senza gemiti delinearvi, qui dove mi trovo, le miserie e le fiacchezze spirituali da me collezionate. Ciò in particolar modo implorando: che – come vi siete fatto tutto a tutti – così non rifiutate di amabilmente istruirmi con una vostra risposta; proprio come, all’occasione, mi confortereste faccia a faccia. Avrò in tal modo un efficace riparo dalle mie difficoltà e un gradito ricordo della vostra dolcezza. Precisamente a ciò mira la mia preghiera: a far sì che, non potendo io avervi tutto quanto come mi augurerei, a me vi concediate almeno in piccola parte; non perché questa possa sostituirvi, ma perché, al guardarla, riprenda io fiato grazie al vostro conforto. Non già che alla mia infermità non basti il nutrimento delle Scritture; è però sempre preferibile, quando si è malati, ricevere in dono ciò di cui si avverte la mancanza. Basta talora il tocco di una sola persona a calmare chi da molti medicamenti non ricava alcun beneficio.

Anselmo d’Aosta, Lettera 433, in Lettere, vol. 2: Arcivescovo di Canterbury, tomo 2, traduzione di A. Granata, commento di C. Marabelli, Jaca Book 1993, pp. 427-29.

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Piccolo decalogo della comunicazione, © 373 by san Basilio (Dice il monaco, XCII)

Dice Basilio di Cesarea, scrivendo all’amico Gregorio di Nazianzo nel 373:

Prima di tutto occorre badare a non ignorare il modo di usare la parola, ma a interrogare senza animosità [1], a rispondere senza ambizione [2], senza interrompere l’interlocutore [3] quando dice qualcosa di utile, senza desiderare di mettere avanti il proprio discorso [4] per mettersi in mostra; a porre discrezione nel parlare e nell’ascoltare [5], a imparare senza vergognarsi [6], a insegnare senza invidia [7]; e se si è imparato qualcosa da un altro, a non nasconderlo, ma a proclamare equamente l’autore di quel tale discorso [8]. Il tono di voce da preferire è quello medio [9], in modo che l’ascolto non sfugga per troppo fievolezza né sia troppo faticoso per eccessiva intensità. Solo dopo aver esaminato in precedenza il contenuto del discorso, bisogna esporlo in pubblico [10]

♦ Basilio di Cesarea, Lettera all’amico Gregorio, in Epistolario, a cura di A. Regaldo Raccone, Edizioni Paoline 1968, p. 49.

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In altre parole, un affarone (Dice il monaco, XCI)

Dice Pietro di Celle, abate benedettino (morto nel 1182):

Certo, dal punto di vista del diritto, il merito e la ricompensa dovrebbero camminare allo stesso passo, ma da quello della grazia prevale la ricompensa. È stupefacente chiudersi per poco tempo nel recinto di un chiostro [antro claustri] e poi possedere per l’eternità gli spazi infiniti del cielo; prosciugare con l’astinenza questa carne fatta di fango [limosam carnem] e ricevere, alla risurrezione, con gli angeli un corpo spirituale liberato da ogni fardello; scambiare il chiasso del mondo per le melodie degli angeli; raccogliere consolazione per la desolazione, ricchezze per la povertà, gloria per la sottomissione, Dio Padre per un padre, Dio Figlio per dei figli, Dio Spirito Santo per ogni conoscenza e affetto carnale. Nessun venditore ha venduto così, nessun acquirente ha acquistato così, nessun mercante ha mercanteggiato così.

♦ Pietro di Celle, La scuola del chiostro (De disciplina claustrali), Epil., a cura di p. M. Di Monte, Edizioni Monasterium 2022, p. 141.

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Nel campo del corpo umano (Dice il monaco, XC)

Dice Guerrico d’Igny, monaco e abate cisterciense, intorno al 1140:

Vorrei che tu scavassi dentro di te; infatti i tesori preziosi si trovano di solito nascosti nelle viscere della terra. In un campo era nascosto quel tesoro che spinse un uomo a vendere tutto il suo per il desiderio di averlo; in un campo i dieci uomini israeliti dicevano di aver nascosto i loro tesori e per questo scamparono alla morte. Quanti tesori di opere buone, quante ricchezze in frutti di pietà giacciono nascosti nel campo del corpo umano, e quanto di più nel segreto del cuore, purché vi sia chi lavori senza posa e scavi. Non ripropongo la famosa teoria platonica – per cui l’anima prima di essere unita al corpo aveva imparato le scienze che, oppresse dall’oblio e dal peso corporeo, devono essere ricuperate con disciplinato impegno –, ma ritengo che la ragione umana e le qualità naturali siano, con l’aiuto della grazia, il fondamento di tutte le virtù. Se dunque rientri nel tuo cuore ed eserciti il corpo, non dubitare che troverai tesori desiderabili e, se non d’oro subito dall’inizio, o d’incenso, certamente di mirra, che non è inutile.

♦ Guerrico d’Igny, Sermone I per l’Epifania, in: Bianca Betto, Guerrico d’Igny e i suoi sermoni, Edizioni Scritti Monastici, Abbazia di Praglia, 1988, p. 215.

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Panni stesi (Dice il monaco, LXXXIX)

Dice Giuliana di Norwich, monaca (benedettina) reclusa, intorno al 1393, scrivendo della Passione di Cristo e «osservandone» da vicino il corpo sulla croce:

Io vidi quattro motivi per cui il corpo inaridiva. Il primo era la mancanza di sangue. Il secondo il dolore che ne seguiva. Il terzo era che il corpo stava appeso nell’aria come quando gli uomini appendono un panno ad asciugare. Il quarto era che la natura del corpo richiede umore, e non c’era alcun tipo di conforto che potesse essergli offerto.

♦ Giuliana di Norwich, Una rivelazione dell’amore, introduzione, traduzione del testo critico e note di D. Pezzini, Àncora 2015, cap. 17, p. 175. (Le letture recenti sul fenomeno della reclusione mi hanno spinto ad avvicinarmi al libro formidabile di Giuliana. Non avevo mai trovato l’immagine di Gesù appeso alla croce come un panno steso ad asciugare. All’improvviso molte «Crocifissioni» dipinte mi sono apparse sotto una luce diversa.)

 

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Grazia e nichilismo (Dice il monaco, LXXXVIII)

Dice Aelredo di Rievaulx, monaco cisterciense, nel 1142:

Che cosa ti distingue, o uomo? Il libero arbitrio? Certamente, ma rispetto ai giumenti, non agli ingiusti. Poiché anche gli ingiusti hanno il libero arbitrio, senza il quale non potrebbero neanche essere ingiusti. Con l’unica eccezione del peccato originale, che per altro motivo lega anche quelli che non lo vogliono, nessuno è giusto se non per sua volontà, e nessuno può essere ingiusto se non per sua volontà, e dunque solo grazie al suo libero arbitrio. Ma la volontà è elevata alla giustizia solo dalla grazia; nell’ingiustizia invece sprofonda da sola.

* * *

Veda, dunque, chi può, creda chi non può vedere. Chi vede ne gioisca, ma nell’umiltà; chi non vede, creda, ma con preseveranza, perché «se non crederete non comprenderete». Veda, dico, che ogni creatura è fatta dal niente, ed è fatta mutevole, e che, spinta da questa mutabilità che fa parte della sua natura, continua a volgersi a ciò da cui è stata tratta, il niente.

♦ Aelredo di Rievaulx, Lo specchio della carità, I, XII, 36; I, XIII, 40, a cura di D. Pezzini, Paoline 1999, p. 121, 123.

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Poveri esseri di un giorno (Dice il monaco, LXXXVII)

Mi capita spesso di leggere pagine di autori certosini come se fossero resoconti di viaggio in una terra lontana e ignota, se non – devo essere sincero – come descrizioni di un mondo alternativo, nel quale esseri viventi del tutto simili a noi, dotati forse solo di una più accesa autoconsapevolezza, fanno esperienza di una realtà che nella nostra dimensione, invece, non è data. Letteratura fantastica, in un certo senso. E qui la distanza per me è incolmabile, anche, se non soprattutto, quando la spesso incomparabile mitezza certosina di quei resoconti può spingere a dire sottovoce: «Se solo fosse vero…»

Anche quando… dice Augustin Guillerand, certosino, morto nel 1945:

Creature impotenti, poveri esseri di un giorno, piccoli fiori nati all’alba e già appassiti alla sera, eppure possiamo volgerci verso di lui e immediatamente ci dà ascolto, ci parla, ci accarezza, si dà a noi; si china sulla nostra miseria e la innalza fino al suo trono; ci fa entrare nella sua dimora, e questa dimora è il suo Amore, è il respiro stesso del suo Essere e della sua vita. Io stancherei il migliore e il meno occupato degli uomini presentandomi così a lui ad ogni momento con, purtroppo, una disinvoltura e una sfacciataggine che offenderebbero anche i più indulgenti; Dio mi riceve sempre, perdona e scusa i miei modi sfacciati. Egli mi riceve e mi coccola. Mi scopre gli splendori del suo palazzo, ha sempre qualche luce nuova da offrire alla mia intelligenza, qualche delizia per il mio cuore. E se la luce è antica, egli la riveste di freschezza come un fiore di una acerba primavera; e se crede utile lasciarmi nella notte, questa stessa notte si illumina di chiarezza e le tenebre più spesse si cambiano in vive luci. E se mi rifiuta le delizie sensibili, mi fa trovare nella preghiera del deserto delle dolcezze superiori che incantano la mia fede di bimbo che confida in suo Padre.

♦ Augustin Guillerand, in Alla scuola del silenzio. Un itinerario di contemplazione. Antologia di autori certosini, prefazione di A. Matteo, Rubbettino 2021, pp. 193-94.

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La tecnica del nuoto (Dice il monaco, LXXXVI)

Uno degli ostacoli per me insormontabili in questo «tentativo di comprensione» è ben rappresentato da una frase che traggo dall’interessante e sapiente libretto che il camaldolese Vincenzo Bonato ha intestato a una Introduzione al monachesimo1, sotto forma di lettera a un giovane che da esso monachesimo si senta in varia misura attratto (testo cui credo dedicherò qualche altra nota). Passando in rassegna i sentimenti e gli atteggiamenti2 che caratterizzerebbero la «nostra relazione con Dio», e senza nasconderne, appunto, la «difficoltà», il monaco afferma: «L’abbandono in Dio è, forse, il sentimento più difficile da conseguire ma è anche l’unico che, liberandoci dal logoramento delle preoccupazioni, ci può infondere pace. Ciò che egli vuole è necessario che accada, mentre ciò che egli non vuole è impossibile che si realizzi». Be’, certo, commento a margine con una timida matita…

Assai opportunamente, p. Bonato accenna poco dopo alle conoscenze scientifiche che ci hanno reso consapevoli della vastità dell’universo e della nostra conseguente nullità, e al fatto che senza l’amore di Dio «saremmo proprio un niente». Quindi, «abbandonandolo, contando solo su noi stessi o addirittura vivendo sottomessi al nostro ego, corriamo il rischio di diventare realmente un nulla, divorati dal rimpianto». Ecco l’ostacolo insormontabile, per il quale accetto senz’altro l’accusa di superbia, se superbia è e non realismo, e questa è la «correzione» che per onestà propongo: non essendoci altro, dovendo contare solo su noi stessi e cercando di tenere a bada il nostro ego, riconosciamo di essere realmente un nulla, facendo il possibile con gli altri per non essere divorati dal rimpianto (e da altre cose). È poco, è qualcosa, è solo un gioco di parole? Non lo so.

A commento della difficoltà di concepire la bontà di Dio anche quando ci manda le (siamo preda delle) tribolazioni e inevitabilemente pecchiamo (sbagliamo) p. Bonato cita un efficace insegnamento spirituale di Doroteo di Gaza (ancora Gaza), e quindi:

Dice Doroteo di Gaza, monaco, agli inizi del secolo VI:

Siamo noi a non avere pazienza, a non voler fare un po’ di fatica, a non accettare di accogliere qualunque cosa con umiltà; per questo siamo fatti a pezzi [!] e, quanto più cerchiamo di sfuggire alle tentazioni, tanto più ne sentiamo il peso, ci scoraggiamo e non riusciamo a liberarcene. Ci sono alcuni che per necessità devono nuotare nel mare; se conoscono la tecnica del nuoto, quando giunge l’onda contro di loro, si curvano e si immergono finché essa passa, e così poi continuano a nuotare indenni. Se invece vogliono resistere all’onda, ne sono respinti e rigettati a una grande distanza. Come ricominiciano a nuotare, arriva su di loro un’altra onda; se di nuovo oppongono resistenza, di nuovo essa li respinge e li getta fuori, di nuovo vengono fiaccati senza concludere nulla. Se invece, come ho detto, si curvano sotto l’onda e si umiliano sotto di essa, questa passa oltre senza far loro del male ed essi continuano a nuotare quanto vogliono e a fare il loro lavoro. Così accade anche nelle tentazioni; se uno sopporta la tentazione con pazienza e umiltà, essa passa oltre senza fargli del male; se invece continua a tormentarsi, a lasciarsi turbare e a incolpare tutti, punisce se stesso, si rende più pesante la tentazione e non ne riceve profitto, ma anzi ne riceve danno3.

Forse, tuttavia, tra male vero e proprio e tentazione vi è una certa differenza…

______

  1. Vincenzo Bonato, Introduzione al monachesimo, Nerbini 2021 («Orizzonti monastici»; 46).
  2. E lasciamola qui una «provocazione», che, espressa sottovoce e senza alcuna pretesa di sapienza, può anche non guastare: e se il futuro del cristianesimo fosse quello di una metamorfosi da fede in atteggiamento (complesso di atteggiamenti)?
  3. Doroteo di Gaza, Insegnamento XIII. Sopportare le tentazioni senza turbarsi e rendendo grazie, in Comunione con Dio e con gli uomini. Vita di abba Dositeo, Insegnamenti spirituali, Lettere e Detti, a cura di L. Cremaschi, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2014, p. 209. (Vincenzo Bonato dà un’altra traduzione, in cui, tra l’altro, curiosamente, «la tecnica del nuoto» diventa «l’arte del tuffo».)

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Priorità nei mestieri di casa (Dice il monaco, LXXXV)

Per restare nell’ambito del monachesimo di Gaza, sentiamo cosa risponde Giovanni di Gaza (l’Altro Anziano rispetto a Barsanufio, il Grande Anziano), monaco recluso, nella prima metà del VI secolo, alla domanda di un confratello.

 Un fratello domandò all’Altro Anziano: Quando m’interrogo circa le piccole cose, la mia anima s’inorgoglisce di mostrare una tale delicatezza di pensiero. Risposta:

«Se interroghi i Padri sul dedicarsi ai piccoli pensieri senza inorgoglirsi, ricorda che all’uomo è richiesto prima di tutto di correggere se stesso circa i pensieri importanti, quelli che l’Apostolo ha indicato: pensieri di lussuria, dissolutezza, invidia e altri vizi simili; e solo in seguito di prestare attenzione anche a quelli piccoli. Perché chi si affretta a prendersi cura delle piccole cose, e trascura quelle grosse, è come colui che possiede una casa sporca e disordinata, e piena di cose ammassate su cui posano alcuni fili di paglia. Volendo infine fare pulizia, costui inizia col togliere la paglia, e lascia lì pietre, legni e altri materiali, sui quali finisce per sbattere e farsi male. Anche se ha tolto la paglia, la casa non ha certo un aspetto migliore; mentre se avesse rimosso pietre, legni e altri materiali, allora avrebbe potuto togliere anche i fili di paglia, che danno alla casa un aspetto poco curato. È così che il nostro Salvatore rimproverò i farisei e i sadducei, dicendo loro: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima della menta, dell’aneto e del cumino, e trasgredite le prescrizioni più gravi della legge… Queste cose bisognava praticare, senza omettere quelle”.»

♦ Barsanuphe et Jean de Gaza, Correspondance, vol. II: Aux cénobites, t. 2, texte critique, notes et index par F. Neyt et P. de Angelis-Noah, traduction par L. Regnault, Editions du Cérf 2000 («Sources Chrétiennes», 450), p. 417 (lettera 381). (L’individuazione del passo, nascosto tra migliaia di pagine, la devo a Lorenzo Perrone; la traduzione dal francese, e quindi le relative piccole libertà ed errori, è mia.)

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Un piccolo ricettacolo (Dice il monaco, LXXXIV)

Dice Isacco di Ninive, monaco e vescovo, verso la fine del VII secolo:

 Ricordati del Signore in ogni tempo, ed egli si ricorderà di te quando si avvicinerà il male. Egli ha fatto della tua natura un ricettacolo di eventi e, nel mondo ove ti ha creato e lasciato, ha moltiplicato le occasioni in cui sei oggetto di eventi e tentazioni. Egli ha fatto della tua natura un piccolo ricettacolo di tutto questo. I mali non sono lontani da te, neppure di poco: è infatti dentro di te che scaturiscono, quando si fa loro cenno, da sotto i tuoi piedi e dal luogo dal quale tu stai. Anzi, come le palpebre sono vicine l’una all’altra, così le tentazioni sono vicine agli uomini.

♦ Isacco di Ninive, Discorso V, 30, in Discorsi ascetici. Prima collezione, a cura di S. Chialà, Edizioni Qiqajon – Comunità di Bose 2021, p. 126.

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