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«Non si può abitare da soli sulla terra» (Dice il monaco, LXVII)

Dice Bernardo di Chiaravalle, monaco e abate cisterciense (1090-1153), in uno dei suoi Sermoni diversi:

«Errarono – dice il Profeta – in un luogo solitario, senz’acqua: non trovarono la via verso una città abitabile». Questa solitudine è quella dei superbi, che ritengono di essere soli, che desiderano essere considerati soli. Uno è colto [litteratus]: odia il collega. Uno è astuto negli affari mondani: non desidera che ci sia nessun altro come lui. Uno ha molto denaro: se vede un altro che si arricchisce, per lui è un tormento. Uno è forte o bello: mettigli vicino uno come lui, e si roderà d’invidia. È solitario, ma sbaglia. Va errando nella sua solitudine: infatti non si può abitare da soli sulla terra.

♦ Bernardo di Chiaravalle, Di come e quanto la vita sia fallace, in Sermoni diversi e vari, premessa di C. Leonardi, introduzione di J. Leclercq, traduzione e note di D. Pezzini («Opere di San Bernardo» IV), Città Nuova 2000, I, 2, p. 29. (Devo la citazione a Cecilia Falchini, che nel suo Perché leggere? la traduce con alcune significative varianti – me ne sono permessa una anch’io.)

 

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Bucato come un sacco (Dice il monaco, LXVI)

Dice Tommaso di Chobham, teologo e suddiacono inglese (1160 ca.- 1236 ca.), parlando di chi si dedica allo studio della Bibbia, o forse non soltanto di costoro, o forse di chiunque, ovunque, sempre:

Le cause per cui molti che studiano a lungo la sacra Scrittura non progrediscono sono tre: la prima causa è che il loro cuore è bucato come un sacco, e non trattiene nulla. La seconda causa è che il vaso del cuore è così corrotto che tutto ciò che vi viene immesso si corrompe, marcisce e puzza. La terza causa è quando il vaso del cuore è a tal punto chiuso che nulla può entrarvi.

♦ Tommaso di Chobham, Sermoni 19, citato in: Cecilia Falchini, Perché leggere? Lettura e vita spirituale, Edizioni Qiqajon – Comunità di Bose 2019, p. 147.

 

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I caratteri precedenti (Dice il monaco, LXV)

(Senza voler concedere alcunché alla «questione» delle coincidenze, mi ha fatto comunque sorridere che ieri, 2 gennaio, giorno in cui si festeggia san Basilio, in uno scaffale basso e un po’ polveroso di una non molto illuminata libreria dell’usato io abbia trovato una vecchia edizione delle Paoline dell’Epistolario del grande padre cappadoce, curata da Adriana Regaldo Raccone, per la nota collana cartonata in verde di «Patristica», numerata in 923 pagine e finita di stampare il 6-6-1968. E visto che il 2 gennaio si festeggia anche san Gregorio di Nazianzo, suo amico fraterno, vediamo cosa…)

Dice Basilio di Cesarea, con la sua non inconsueta dolce durezza ultramondana, in una lettera indirizzata proprio a Gregorio di Nazianzo circa 1650 anni fa, nel 373:

Ogni giorno che viene reca con sé la sua particolare melanconia per l’anima, e ogni notte, ereditando le preoccupazioni del giorno, delude l’animo con le medesime visioni. Da questi affanni c’è una sola via di uscita: l’isolamento assoluto da questo mondo. Questa separazione non consiste nell’esserne fuori fisicamente, ma nello staccare l’animo dai legami con il corpo e nel sentirsi slegato dalla patria, dalla casa, dalla proprietà, dagli amici, dai possedimenti, dalla vita, dagli affari, dalle relazioni con gli altri, dalla conoscenza degli insegnamenti umani, e nell’essere pronti a ricevere in cuore le impronte derivanti dall’insegnamento divino. Questa preparazione del cuore si ottiene spogliandolo dalle lezioni e dagli insegnamenti che per cattiva e radicata abitudine lo posseggono. Non è possibile infatti scrivere sulla cera se prima non si sono cancellati i caratteri precedenti; e neppure imprimere nell’animo gli insegnamenti divini se prima non si sono cancellate le basi acquisite dalla consuetudine.

 

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Cardiochirurgia (Dice il monaco, LXIV)

Dice Erik Varden, ocso, già abate dell’abbazia di Mount St Bernard (Leicestershire), ora vescovo di Trondheim (Norvegia), nel 2018:

Essere monaco è abitare un universo senza limiti. È essere spinti verso un’altezza e una profondità, una lughezza e una larghezza che toccano l’infinito. Se vissuta sinceramente, la vita monastica è un habitat di trasformazione. I padri descrivono come il cuore del monaco venga frantumato, poi aperto e, poco alla volta, risanato. Esso inizia a farsi più ampio, al punto da contenere il mondo intero, richiamando alla mente la sua piaga davanti a Dio, ricordando al mondo la grazia di Dio. Il cuore del monaco, conforme a quello di Cristo, è un luogo d’incontro. Esso tende verso l’alto nella più fiduciosa delle gioie, perché è stata messa alla prova. La gioia che spesso mi sfuggiva quando ero giovane mi è data adesso: è allo stesso tempo conosciuta e nuova. Vedo ancora l’oscurità, come potrei non vederla? Ma ha perso il suo fascino, so che è stata attraversata.

♦ Erik Varden, La solitudine spezzata. Sulla memoria cristiana, traduzione di L. Gobbi e T. Pizzimenti, Edizioni Qiqajon – Comunità di Bose 2019.

 

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Occhio alla testa (Dice il monaco, LXIII)

Dice Corrado di Eberbach, monaco cisterciense, intorno al 1220:

Conviene perciò a ogni uomo, ma soprattutto a chi ha abbracciato la vita religiosa, ripensare diligentemente agli anni della sua vita passata nell’amarezza della propria anima e senza dissimulazione, con la confessione della bocca, la contrizione del cuore e anche l’esecuzione di opere buone, giudicare se stesso, se non vuole essere condannato con questo mondo. Poiché la via stretta che conduce alla vita a stento ha spazio per quelli che sono scarichi e leggeri, visto che a stento si salva il giusto; mentre ricaccia del tutto quelli che sono carichi e ridondanti di affanni e piaceri del mondo; né ostacola chi vuole entrare per la porta della vita che si abbassi quanto può, mentre è un danno irreparabile se si innalza di traverso anche solo di un dito più di quanto lo consente l’architrave, poiché di botto vi cozzerà e cadrà con la testa fracassata.

♦ Corrado di Eberbach, Exordium Magnum Cisterciense, o Narrazione dell’inizio dell’ordine cistercense, VI, 9, a cura di p. Riccardo Spreafico, Nerbini 2018, p. 334.

 

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«Benché, dico, così dannata e disperata» (Dice il monaco, LXII)

Dice Bernardo di Chiaravalle, monaco e abate cisterciense (1090-1153), verso la fine dei suoi mirabili Sermoni sul Cantico dei cantici:

Ogni anima, benché onerata dai peccati, irretita dai vizi, presa dalle seduzioni, prigioniera in esilio, carcerata nel corpo, aderente al fango, infissa nel limo, affissa alle membra, trafitta dalle cure [infixam limo, affixam membris, confixam curis], distratta dagli impegni, contratta dai timori, afflitta dai dolori, vagante fra gli errori, ansiosa per le preoccupazioni, inquieta per i sospetti, e insomma forestiera in terra  di nemici, secondo la frase del Profeta, contaminata con i morti [coinquinatam cum mortuis], collocata fra quelli che sono nell’inferno; benché, dico, così dannata e disperata… può avvertire in se stessa non solo da dove possa respirare nella speranza del perdono, nella speranza della misericordia, ma anche da dove osi aspirare alle nozze del Verbo, senza trepidazione di entrare in un patto di alleanza con Dio, né timore di portare il soave giogo dell’amore con il Re degli angeli.

♦ Bernardo di Chiaravalle, Sermoni sul Cantico dei cantici, introduzione di J. Leclercq, traduzione e note di C. Stercal, con la collaborazione di C. Dezzuto, M. Fioroni e A. Montanari («Opere di San Bernardo» V/2), Città Nuova 2008, LXXXIII, I, p. 603. (Devo la citazione ad André Louf, che di sicuro aveva anche piena fede nella sua verità.)

 

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Esperti in ateismo (Dice il monaco, LXI)

Dice André Louf, monaco trappista, abate e studioso, nel 1980:

L’interiorità non procede da sé, come neppure la fede, né la preghiera. Esse appaiono dapprima come una notte che risulterebbe inutile volersi risparmiare. La Chiesa e il contemplativo si trovano ad affrontare la loro parte di ateismo, che non è caratteristico dei non credenti, ma che ciascuno porta dolorosamente nell’intimo. Per quanto possa sembrare curioso, prima di essere esperto delle cose di Dio, il monaco è esperto in ateismo. Si ritrova  fraternamente al fianco di tutti quelli che dubitano e che non riescono ancora ad abbandonarsi alla dolcezza di Dio. Perché egli sa per esperienza che cosa è questo crogiolo della fede e come vi opera la mano di Dio, spogliandoci di tutti i nostri idoli. Solo all’uscita del crogiolo si mette a brillare una luce fioca, un certo presentimento del Dio unico e vero, rivelato nella gloria che illumina il volto del Signore Gesù.

♦ André Louf, Benedetto, uomo di Dio per tutti i tempi, in Uomini di Dio. Testimoni della gioia evangelica, prefazione di E. Bianchi, Edizioni Qiqajon-Comunità di Bose 2019, pp. 18-19.

 

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«Smorfie di corpi morti» (Dice il monaco, LX)

Dice María de San José, fondatrice e priora del primo Carmelo di Lisbona, nel 1592:

E poiché Egli è morto per la nostra disobbedienza, non è molto se muoiono martiri le superiore, alle quali, prostrata, io chiedo con tutta la mia forza che pongano le loro affinché si adempia ciò che la Regola e le Costituzioni comandano, e che la nostra santa Madre [Teresa] nei suoi libri chiede e consiglia, circa l’orazione, senza la quale oso dire che è impossibile osservare il resto. Perché allora tutte le religiose sarebbero come dei corpi senz’anima, e tutti i loro digiuni e austerità (ammesso che qualcosa possa mantenersi se manca l’orazione) sono come smorfie di corpi morti. Infatti l’anima della perfezione religiosa è l’orazione e lo spirito di carità; se manca questo, manca tutto, in qualsiasi Ordine.

♦ Maria di San Giuseppe, Consigli di una priora a un’altra da lei formata, in Istruzione delle novizie con Consigli e Trattato, introduzione di S. Cannistrà, Edizioni OCD 2019, p. 148.

 

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«Cosa pratica e possibile» (Dice il monaco, LIX)

Dice John Main (1926-1982), osb, iniziatore del movimento che ha portato alla costituzione della Comunità Mondiale per la Meditazione Cristiana, nel dicembre 1978:

Gli scrittori monastici medievali amavano sottolineare che la vita claustrale, secondo Benedetto, era in essenza la vita cristiana scritta «a grandi lettere». Naturalmente, non solo la comunità monastica oggi è chiamata a essere un faro di amore nella Chiesa e nel mondo. Ma il monastero è speciale. È un segno stabile e ospitale che vivere in questo modo è cosa pratica e possibile. Può darsi che le persone siano incoraggiate e ispirate dalla lettura dei vangeli. Saranno, dunque, doppiamente ispirate nel vedere persone normali che cercano di vivere il Vangelo con generosità univoca di spirito. Un monastero porta questa testimonianza in molte maniere diverse, ma lo farà più con la pratica che con la teoria. La sua vocazione non è parlare dell’esperienza cristiana quanto viverla, comunicarla, esserla.

♦ John Main, Monastero senza mura. Lettere dal silenzio, San Paolo 2018, pp. 86-87. (Credo che questa convinzione andrebbe forse, per così dire, vagliata alla luce della «questione della quantità», ma d’altra parte si deve ammettere che il laicismo non ha prodotto, se in forme assai più ridotte e parziali, o del tutto effimere, simili esempi comunitari.)

 

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Ci vuole tanto silenzio (Dice il monaco, LVIII)

Dice suor Maria Lucia dell’Eucarestia (Lucia De Gasperi), scrivendo al padre Alcide il 26 gennaio 1949:

Forse viviamo un po’ sempre con gli occhi velati. C’è un mondo di operazioni intime, di legami misteriosi tra la preghiera dell’uno e l’opera buona dell’altro, tra il fioretto di un bambino e le opere di un apostolo: un mondo che vedremo lassù perché qui vediamo le apparenze. Sai, quando vieni, vorrei saperti dire qualche cosa di vero: e mi è difficile. Perché sono sempre stata abituata più ad ascoltarti che a parlarti: vorrei tanto che le due sorelline si abituassero ad ascoltarti, a carpire il senso di certe tue parole che, lasciate cadere qua e là, fanno tanto riflettere. Un’altra ragione per cui non so parlare è che mai come ora ho intravveduto il vuoto di tante cose. Come bisognerebbe essere pieni di Dio per poter dire una parola che sappia di Lui! Per questo ci vuole, qui, tanto silenzio per fare una religiosa.

Suor Lucia De Gasperi, Appunti spirituali e lettere al padre, a cura di M.R. Catti De Gasperi, Morcelliana 1968, pp. 190-91. (Un modo per segnalare un libro che avvince ancora, per la testimonianza dell’amoroso dialogo spirituale tra due esseri umani.)

 

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