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Rutti e aride consuetudini (Dice il monaco, LXXV)

Mai rilassarsi con san Bernardo, nemmeno a Natale, anzi, tantomeno a Natale. Dice infatti l’abate di Chiaravalle (1090-1153) in occasione dell’Avvento:

Oh, se questa celebrazione [del Natale], fatta una volta sola in modo solenne, fosse anche l’atteggiamento di sempre! Che grande follia che dopo la venuta di un re così grande gli uomini vogliano occuparsi in qualsiasi altro tipo di affare, e non si dedichino piuttosto, lasciando perdere tutte le altre cose, al solo culto di lui! E perché in sua presenza non si dimenticano di tutte le altre cose? Ma non è di tutti ciò che dice il profeta: Erutteranno la memoria dell’abbondanza della tua dolcezza. Non tutti infatti si alimentano a questa memoria.

Ma nessuno può eruttare quello che non ha gustato, e neppure quello che si è accontentato solamente di gustare. Il rutto, infatti, non viene se non dalla pienezza e dalla sazietà. Per questo coloro che hanno una vita e una mentalità mondana, anche se celebrano questa memoria, non eruttano, perché osservano questi giorni senza devozione e senza affezione, per una certa arida consuetudine. E infine, e questo è più riprovevole, la memoria di questa misericordia diventa un pretesto per vivere secondo la carne; li potresti vedere in questi giorni tanto solleciti a preparare vesti sontuose e cibi delicati, come se Cristo per la sua nascita cerchi queste cose e cose simili a queste, e come se venga accolto più devotamente dove vengono preparate con maggior fasto.

♦ Bernardo di Chiaravalle, Le sette colonne. Sermone III per l’Avvento, in Sermoni per l’Avvento e la Vigilia di Natale, a cura di M.F. Righi, introduzione di W. Verbaal, Nerbini 2019 («Quaderni di Valserena»; 10), pp. 148-49.

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Un viaggio fatto in compagnia e nella mutua comprensione (Dice il monaco, LXXIV)

Non di rado – diciamo la verità: molto spesso – quando mi dispongo, ancora e nonostante tutto, a registare qui qualche nota circa le mie «letture monastiche» la tentazione di limitarmi a una serie di citazioni è molto forte, sia perché imbattersi nei fili che si annodano all’interno di una tradizione bimillenaria è tra i fatti più interessanti che possono capitare al lettore, sia perché, più semplicemente, mi dico: che cosa vuoi mai poter aggiungere?

Ecco dunque che, leggendo un luminoso «libretto» di Irénée Hausherr1, apprendo che la preoccupazione di non fraintendere la solitudine monastica (errore in cui sono incorso a lungo) sorge contemporaneamente alla nascita dell’aspirazione alla medesima. «I cristiani che erano monaci», precisa Hausherr, «i veri cristiani che i monaci volevano essere, non potevano assolutamente amare la solitudine per se stessa»: la solitudine non può essere un fine, bensì un mezzo, «eccellente mezzo per giungere a una più grande unione con Dio e, quindi, con tutta la comunità della carità: Dio e i figli di Dio».

Argomento fondamentale, che il «non credente», distratto da risonanze le più diverse del concetto di solitudine, deve capire bene se non vuole correre il rischio, appunto, di fraintendere. E l’aiuto, uno «splendido» aiuto suggerito da Hausherr, giunge qui da un grande «padre del deserto», Doroteo di Gaza, del quale «è opinione comune che fosse una persona di rara spiritualità. Con parole semplici, ma al tempo stesso ben compaginate ed evocatrici, egli penetra gli abissi dell’esistenza umana, che analizza con rispetto e precisione»2.

Leggendo Doroteo, e analizzando proprio il rapporto tra solitudine e comunione, Konstantinos Skouteris sottolinea che «la vita in Cristo, anche nella sua forma monastica, non è mai un viaggio solitario, ma piuttosto un viaggio fatto in compagnia e nella mutua comprensione. Per Doroteo il punto di partenza per il progresso spirituale sono la consapevolezza dell’uomo che egli non può esistere solo come unità autonoma e indipendente e la coscienza che egli non può guidare se stesso».

(Tra parentesi, non è forse un’immagine di felicità, questa: un viaggio fatto in compagnia e nella mutua comprensione?) E quindi:

 

Dice Doroteo di Gaza, monaco, agli inizi del secolo VI:

Perché comprendiate il senso del discorso, vi propongo un’immagine tratta dai padri. Immaginate che per terra vi sia un cerchio, ovvero una linea circolare tracciata con il compasso a partire da un centro. Si chiama centro il punto che sta proprio in mezzo al cerchio. Prestate attenzione a ciò che vi dico. Immaginate che questo cerchio sia il mondo, che il punto centrale del cerchio sia Dio e che le linee che dalla circonferenza arrivano al centro siano i cammini o i modi di vivere degli uomini. Poiché dunque i santi, nel desiderio di avvicinarsi a Dio avanzano verso l’interno, nella misura in cui avanzano si avvicinano a Dio e gli uni agli altri; e quanto più si avvicinano gli uni agli altri, tanto più si avvicinano a Dio. Immaginate allo stesso modo la separazione. Quando infatti si allontanano da Dio e si ritirano verso l’esterno, è chiaro che quanto più si ritirano e si allontanano da Dio, tanto più si allontanano gli uni dagli altri, e quanto più si allontanano gli uni dagli altri, tanto più si allontanano da Dio. Ecco, tale è la natura dell’amore. Nella misura in cui siamo lontani e non amiamo Dio, nella stessa misura ciascuno di noi prende le distanze dal prossimo; se invece amiamo Dio, quanto più ci avviciniamo attraverso l’amore per lui, tanto più siamo uniti all’amore del prossimo, e quanto più siamo uniti al prossimo, tanto più siamo uniti a Dio.

♦ Doroteo di Gaza, Insegnamento VI. Non si deve giudicare il prossimo, in Comunione con Dio e con gli uomini. Vita di abba Dositeo, Insegnamenti spirituali, Lettere e Detti, a cura di L. Cremaschi, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2014, pp. 145-46.

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  1. Irénée Hausherr, Solitudine e preghiera. La tradizione esicasta, traduzione a cura delle benedettine del Monastero Santa Maria madre della chiesa e San Benedetto di Pontasserchio, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2018.
  2. Konstantinos Skouteris, Conversione a Dio e comunione: l’immagine del «cerchio», in Il deserto di Gaza. Barsanufio, Giovanni e Doroteo, Atti dell’XI Convegno ecumenico internazionale di spiritualità ortodossa (Bose 2003), a cura di S. Chialà e L. Cremaschi, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2004, pp. 275-89.

 

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Il solito problema delle posate (Dice il monaco, LXXIII)

Dice Gregorio di Nissa, monaco e teologo, intorno al 381:

Si potrebbe fare questo esempio; qualcuno ha preparato sulla tavola tutto il necessario per un banchetto, e ha disposto tutte le posate necessarie per prendere il cibo – quello che appunto viene preparato così da chi è maestro in quest’arte. Ci sono coltelli affilati con i quali i convitati possono prendersi la loro parte delle portate; oppure posate d’argento a punta da un’estremità che, avendo forma di cucchiaio dall’altra, servono per i passati di legumi. Ma succede che uno dei convitati al banchetto inverta gli oggetti usando ciascuno per l’uso al quale non è destinato, e così col coltello tagli se stesso o qualcuno dei commensali, oppure, con le posate a punta, trafigga l’occhio del vicino o il suo. Si dirà a quel punto che il tale ha adoperato malamente quanto era stato disposto dal padrone di casa, non si dirà certo che chi in precedenza aveva tutto predisposto aveva preparato anche la causa dell’incidente: è il cattivo uso degli oggetti preparati che ha portato a questo guaio chi ha usato sbadatamente di quello che aveva davanti. Così, dice il testo, anch’io ho capito che ogni cosa viene da Dio sempre per il meglio, purché se ne usi «al momento dovuto», per l’uso cui è destinata; ma la deviazione dal retto giudizio sulle realtà esistenti, porta il bene a divenire occasione di male.

♦ Gregorio di Nissa, Omelie su Qoelet, VIII, 8, introduzione e note di F. Vinel, traduzione di M.B. Artioli, Edizioni San Clemente – Edizioni Studio Domenicano 2011, pp. 443-45.

 

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Stanca polvere (Dice il monaco, LXXII)

Dice Paolino di Nola, monaco e vescovo, intorno al 396:

Benché noi e tutti i viventi abbiamo avuto in dono un’unica sostanza per il corpo, non siamo tuttavia revocati nel nulla appena liberi dalla morte, senza anima come saremo dopo il disfacimento della carne; ma, al suono della tromba finale, mentre la terra da ogni parte ricomporrà i nostri corpi dai semi dispersi, noi, ricostituiti novellamente nel corpo, nella mente e nell’anima, secondo l’antica compagine, andiamo dinanzi alla presenza del Signore Dio. Se dubiti che le ceneri possano essere raccolte per i nostri corpi e le anime possano ritornare nel loro vaso, ti sarà buon teste il profeta Ezechiele, al quale da tempo è stato rivelato il fenomeno della risurrezione per opera del Signore. Nella sua lettura contemplerai in piena misura come gli impercettibili frammenti di uomini antichi riescano a riprendere vita, e come le ossa disperse in lungo e in largo per l’estesa spianata acquistino un autonomo moto diretto alla propria compaginazione. Vedrai tornare le innervature degli intimi midolli e subito ornare di carne la cute rinnovellata e infine, in un batter di ciglia, ricomposte le membra alla perfezione, uomini nuovi risorgere dalla stanca polvere.

♦ Carme XXXI, Per la morte del fanciullo Celso, 301-20, in Cipriano di Cartagine, Paolino di Nola, Uranio, Poesia e teologia della morte, a cura di M. Ruggiero, Città Nuova 1984, pp. 65-66.

 

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Vita, volontà e opinione (Dice il monaco, LXXI)

Dice Teolepto di Filadelfia, monaco, eremita, metropolita di Filadelfia (l’odierna Alaşehir, in Turchia), nel 1319:

Il cenobio è stato definito cenobio (vita in comune) per questo motivo: un gruppo eterogeneo di monaci è venuto in una sola e unica dimora per avere in comune abitazione, vita, volontà e opinione, e per non avere nulla di proprio nel cenobio, cosa che susciterebbe discordia nella comune armonia, nell’accordo secondo Dio e nella professione che ognuno di voi fece con la promessa dinanzi a Cristo di prestare obbedienza al superiore e a tutti i fratelli.

Se uno si separa intenzionalmente dall’armoniosa comunità dei fratelli, il nemico trova subito un punto d’appoggio e tramite lui si affretta a controllare tutti gli altri. Di conseguenza si creano fazioni, dissensi, discordie, divisioni, agitazioni e confusione. Colui che è favorevolmente disposto verso un tale, è ostile nei confronti degli altri. Un altro è d’accordo con chi vuole, ma contraddice e combatte gli altri. E così il cenobio non è più visto come un corpo e perde la sua testa. Il superiore, o piuttosto Cristo, di cui noi tutti siamo le membra ed egli stesso è il capo di tutte le cose, è infatti ignorato.

Questa è la grazia del cenobio, tale è l’aiuto della comunità: una sola cinta per le celle, la stessa cappella per gli inni sacri, la stessa tavola per il cibo. Tutte le cose in comune e per tutti le medesime, cosicché i beni esteriori come gli interiori sono proprietà comune. E soprattutto quelli interiori. In questo modo tutti hanno gli stessi pensieri, gli stessi desideri e sono concordi nelle medesime cose, perché l’opinione di tutti è il giudizio di ognuno e inoltre la volontà di uno è la disposizione di tutti.

♦ Teolepto di Filadelfia, Discorso IX: Istruzione che definisce la condotta appropriata per i monaci che vivono in cenobio, 2, 3, 5, in Lettere e discorsi, cura di A. Rigo con la collaborazione di A. Stolfi, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2007, pp. 163-65.

 

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I giudici, maschi, del mondo (Dice il monaco, LXX)

Dice Teresa d’Avila, santa, dottoressa della Chiesa e monaca carmelitana scalza, nel 1566:

Signore dell’anima mia, quando eravate su questa terra, non avete disprezzato le donne, anzi le avete sempre favorite con molta benevolenza ed avete trovato in esse tanto amore e più fede che negli uomini. Infatti, vi era fra loro la vostra santissima Madre, grazie ai cui meriti e per poter portare il suo abito meritiamo ciò che abbiamo demeritato per le nostre colpe… [Signore], nel mondo avete onorato le donne… Vi sembra impossibile che non facciamo qualcosa di valido per voi in pubblico, che non osiamo parlare di alcune verità che piangiamo in segreto e che una nostra così giusta richiesta non venga esaudita da voi? Io non lo credo, Signore, e mi affido alla vostra bontà e giustizia. Voi siete il giudice giusto e non fate come i giudici del mondo – i quali come figli di Adamo sono tutti maschi – che ritengono sospetta la virtù praticata dalla donna. O mio Re, dovrà venire il giorno in cui tutti si conoscono. Non parlo per me. Il mondo conosce già la mia miseria e mi sono rallegrata di ciò in pubblico. Vedo, però, profilarsi dei tempi in cui non esiste più motivo per disprezzare anime virtuose e forti per il fatto che sono donne.

♦ Teresa d’Avila, Cammino di perfezione (codice dell’Escorial), 4, 1, in Opere complete, a cura di L. Borriello e G. della Croce, traduzione di L. Falcone, Paoline 1998, pp. 497-98. «Tutto questo brano è stato cancellato dal censore.»

 

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Un pianto nascosto (Dice il monaco, LXIX)

Dice Isacco di Ninive, nella seconda metà del VII secolo:

In questo tempo in cui siamo privati del mondo e dell’assiduità con esso, sii per noi, Signore nostro, un consolatore, e non allontanarci dal tuo amore. Il nostro cuore è colmo di afflizioni e noi siamo sempre nella tristezza: rendici degni, Signore nostro, della tua consolazione che è più tenace dell’afflizione. Noi siamo colmi di pianto ed esso è per noi sempre amaro: rallegra, mio Signore, la nostra tristezza e da’ refrigerio al nostro cuore in fiamme.

Ansietà e sofferenza ci circondano di notte e di giorno: da’ refrigerio, Signore nostro, segretamente, alla fiamma dei nostri cuori. In nessun luogo c’è per noi una speranza capace di consolare il nostro dolore: accosta il tuo dito, refrigerio di ogni cosa, al pianto nascosto che è nel nostro cuore.

♦ Isacco di Ninive, Discorso X, 25-27, in Discorsi ascetici. Terza collezione, a cura di S. Chialà, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2004, pp. 148-49.

 

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«Come se lo si vedesse per la prima volta» (Dice il monaco, LXVIII)

Dice Filoteo Kokkinos, monaco athonita, scrivendo, intorno al 1350, la vita di Saba il Giovane, da poco scomparso:

Saba percorreva dunque città e borgate di quel luogo [Cipro] a testa scoperta, a piedi nudi, con il corpo ignudo, senza città, senza casa, ignoto a tutti, senza assolutamente parlare con nessuno, straniero non solo quanto a patria e ad amici, ma straniero anche a qualsiasi conversazione abituale e, cosa quanto mai pesante, straniero anche al cibo necessario per vivere e a qualsivoglia realtà umana. Chi mai, infatti, fosse pure il più grande filantropo, penserebbe di porgere del cibo a un uomo che non glielo chiede né a parole né con un cenno, che non ha nessuno che chieda al suo posto e che non si stabilisce da nessuna parte, fosse anche per breve tempo? Infatti, ora si dedicava assiduamente in solitudine alla contemplazione dei deserti, sui monti, nelle caverne, in tane di belve; ora si mostrava in città, nelle campagne, nei villaggi partecipando alle adunanze, alle feste, ai mercati, così che talora sembrava unirsi ogni giorno alle folle, ma d’altra parte si era totalmente separato dagli uomini non solo con i suoi più profondi sentimenti e per l’eccellenza della sua anima, ma anche per il fatto che, andando qua e là, come ho detto, in assoluto silenzio e in questo stato, era sconosciuto pressoché a tutti, come se lo si vedesse per la prima volta.

♦ Filoteo Kokkinos, Vita di Saba, 17-18, in Follia d’amore. I folli in Cristo d’oriente e d’occidente, a cura di L. Cremaschi, monaca di Bose, Qiqajon 2020, pp. 141-42.

 

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«Non si può abitare da soli sulla terra» (Dice il monaco, LXVII)

Dice Bernardo di Chiaravalle, monaco e abate cisterciense (1090-1153), in uno dei suoi Sermoni diversi:

«Errarono – dice il Profeta – in un luogo solitario, senz’acqua: non trovarono la via verso una città abitabile». Questa solitudine è quella dei superbi, che ritengono di essere soli, che desiderano essere considerati soli. Uno è colto [litteratus]: odia il collega. Uno è astuto negli affari mondani: non desidera che ci sia nessun altro come lui. Uno ha molto denaro: se vede un altro che si arricchisce, per lui è un tormento. Uno è forte o bello: mettigli vicino uno come lui, e si roderà d’invidia. È solitario, ma sbaglia. Va errando nella sua solitudine: infatti non si può abitare da soli sulla terra.

♦ Bernardo di Chiaravalle, Di come e quanto la vita sia fallace, in Sermoni diversi e vari, premessa di C. Leonardi, introduzione di J. Leclercq, traduzione e note di D. Pezzini («Opere di San Bernardo» IV), Città Nuova 2000, I, 2, p. 29. (Devo la citazione a Cecilia Falchini, che nel suo Perché leggere? la traduce con alcune significative varianti – me ne sono permessa una anch’io.)

 

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Bucato come un sacco (Dice il monaco, LXVI)

Dice Tommaso di Chobham, teologo e suddiacono inglese (1160 ca.- 1236 ca.), parlando di chi si dedica allo studio della Bibbia, o forse non soltanto di costoro, o forse di chiunque, ovunque, sempre:

Le cause per cui molti che studiano a lungo la sacra Scrittura non progrediscono sono tre: la prima causa è che il loro cuore è bucato come un sacco, e non trattiene nulla. La seconda causa è che il vaso del cuore è così corrotto che tutto ciò che vi viene immesso si corrompe, marcisce e puzza. La terza causa è quando il vaso del cuore è a tal punto chiuso che nulla può entrarvi.

♦ Tommaso di Chobham, Sermoni 19, citato in: Cecilia Falchini, Perché leggere? Lettura e vita spirituale, Edizioni Qiqajon – Comunità di Bose 2019, p. 147.

 

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