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Lo spirito di coloro che sono meno presenti a se stessi (Dice il monaco, LI)

Dice abba Nilo, il Sinaita, intorno alla seconda metà del V secolo:

Lo spirito di coloro che sono meno presenti a se stessi, durante la preghiera, si dilata in una tranquilla spensieratezza, e vaga lontano, e a se stesso rievoca i commerci, i viaggi per mare, le costruzioni, le piantagioni, i matrimoni, i rapporti sessuali, le spedizioni, i guadagni, i giudizi, i fori, i tribunali, i troni, i banditori, i pretori, le vendette dei nemici, gli incontri e i conviti degli uomini, le fuzioni del tribunato, le amministrazioni pubbliche e familiari, e persino la dignità imperiale.

Ma mentre lo assedia in spazi angusti il pericolo che sovrasta da ogni parte con una fondata paura, allora, costretto dal male, ritorna in se stesso, e si ritira e si ricompone da quelle fantasticherie nelle quali era solito riversarsi liberissimamente a briglie sciolte in forza della sua spensieratezza: è tutto immerso nella situazione del proprio dolore e con preghiere umilissime si rivolge a Dio, il quale, egli solo onnipotente, con un batter d’occhi e con un cenno benigno sbroglia ogni difficoltà, anche la più disperata.

♦ Nilo il Sinaita, «Settimo racconto» (Narrationes), in Timoteo Tremolada, Sinai: dove fiorisce il deserto, Edizioni Scritti Monastici, Abbazia di Praglia 2017, p. 219.

 

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Come un vaso senza coperchio (Dice il monaco, L)

Dice Davide di Augusta, ofm, intorno al 1250:

 Ignora le chiacchiere, perché rendono il cuore inquieto, distraggono la mente, esauriscono la devozione, e fanno perdere tempo senza utilità alcuna. Anche di quello che sai, non rovesciar tutto fuori come un vaso senza coperchio, che appena si inclina sparge attorno tutto quanto contiene, e che si espone alla povere e a ogni immondizia. Non stare volentieri in mezzo a tante persone, a meno che non si parli di Dio, di vita devota e di edificazione dell’anima. Quando parli non urlare, e non essere così impetuoso da evaporare ciò che tieni chiuso in te, come Eliu il Buzita.

♦ Davide di Augusta, La composizione dell’uomo esteriore e interiore, I, 16, 3, a cura di D. Pezzini, Paoline 2018, p. 164 (una superlativa novità editoriale: «Popolarissima nel Medioevo e nel primo periodo moderno», dice il risvolto di copertina, «l’opera, seconda solo all’Imitazione di Cristo, “fu per parecchi anni il manuale classico dell’ascetismo monastico” [De Guibert] e venne utilizzata nei noviziati francescani fino a metà Novecento».)

 

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«Il monaco è utile quando è gratuito» (Dice il monaco, IL)

Dice Anna Maria Cànopi, osb, badessa dell’Abbazia Mater Ecclesiae dell’Isola di San Giulio, con la consueta, lucida precisione, nel 2017:

In monastero – ma questo vale per monaci e laici – l’importante non è quello che si fa, ma «come» lo si fa, con quale atteggiamento interiore si vivono il lavoro e i vari servizi comunitari, le relazioni fraterne e la stessa preghiera. Alla base ci deve essere il «distacco da se stessi», che è libertà dalla preoccupazione di voler a ogni costo conservare, o comunque valorizzare capacità proprie – reali o presunte – secondo criteri personali di utilità o convenienza. Il monaco è utile quando è gratuito, quando si dà totalmente al Signore, dicendogli momento per momento: «Eccomi, fa’ di me quello che vuoi». Si entra in monastero non per fare questo o quello, ma per «essere del Signore», perdutamente dati a lui nell’offerta di se stessi, nella preghiera, nell’umiltà, nella povertà. Questa è la radice della fecondità della vita monastica. Non bisogna cercarla in nient’altro. È fondamentale non perdere mai la consapevolezza che si raggiungono i fratelli per soccorrerli anche, ad esempio, lavando i piatti o i pavimenti. Facendo quel lavoro noi, misteriosamente, laviamo le coscienze – a partire dalle nostre – e contribuiamo alla purificazione dell’intera umanità. Ogni più piccolo servizio fatto con amore è una testimonianza non solo del nostro amore per Dio e per i fratelli, ma dell’amore di Dio per gli uomini, perché Dio vuole servirsi di noi come di canali che egli sempre ricolma di grazia, affinché trabocchino a vantaggio di tutti.

(Ho messo una sottolineatura là dove pensiero monastico e psicologia, come spesso è accaduto e tuttora accade, mi sono sembrati particolarmente intrecciati. Molti sono peraltro gli echi che mi è parso di cogliere qui.)

♦ Anna Maria Cànopi, Nel «sì» di Maria. Una lettura spirituale della Regola di Benedetto, Paoline 2017, p. 140.

 

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Dal più leggero soffio di vento (Dice il monaco, XLVIII)

Rimandato di nuovo dalle ultime letture al trattato di san Bernardo Il precetto e la dispensa, vi ho ritrovato all’istante quella voce ammonitoria, quella dolente severità, quella sofferta precisione che, come credo di aver già detto, furono senza dubbio una delle spinte iniziali del mio interesse per le «cose monastiche».

E così, dice Bernardo di Chiaravalle, l’inflessibile abate cisterciense, intorno al 1140:

Mi ispira diffidenza quella leggerezza, per la quale spesso ciò che vogliamo e riteniamo facile senza nessuna prova, in seguito dopo averne fatta l’esperienza non lo vogliamo più, desiderando e rifiutando la stessa cosa quasi nello stesso momento, con attitudine tanto leggera quanto irrazionale. Tutt’altro che infrequente, dato il loro numero, l’occasione di osservare persone di questo tipo, che mantengono immutata una decisione per un’ora appena e sospinti dal più leggero soffio di vento ondeggiano qua e là incostanti ed instabili, come in preda all’ebbrezza, e mutano giudizio ad ogni nuova esperienza, o piuttosto fluttuano e si agitano senza giudizio alcuno: le risoluzioni che credono di prendere riguardo alla propria vita sono diverse a seconda dei luoghi visitati, poiché desiderano sempre quello che non hanno e sono insofferenti di quello che hanno.

♦ Bernardo di Chiaravalle, Il precetto e la dispensa, XVI, 46, in Trattati, Opere di San Bernardo I, a cura di F. Gastaldelli, Scriptorium Claravallense / Fondazione di Studi Cistercensi / Città Nuova 1984, p. 563 (trad. di M. Cristiani).

 

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Un evidente principio di giustizia (Dice il monaco, XLVII)

Dice Bernardo di Chiaravalle, santo abate cisterciense, intorno al 1140:

In realtà queste regole [monastiche] sono state inventate e istituite, non perché non fosse lecito vivere altrimenti, ma perché è meglio vivere in questo modo, non avendo altro fine se non il vantaggio e la difesa della carità. In quanto sono, dunque, al servizio della carità, sono prescritte come immutabili e in alcun modo, neppure dai superiori, possono essere modificate senza peccato. Se poi, tuttavia, dovessero in qualche occasione apparire contrarie alla carità, a chi è data la facoltà di giudicare è affidato ugualmente il compito di provvedere: non è forse un evidente principio di giustizia, che le regole istituite per la carità, al momento opportuno, siano omesse o sospese, o magari trasformate in qualcosa di meglio, se la carità stessa lo richiede? Così pure, al contrario, sarebbe evidentemente iniquo, se un’istituzione, il cui unico scopo è la carità, fosse mantenuta contro la carità stessa. Conservano perciò costantemente, anche presso i superiori, la loro indiscutibile immutabilità quelle regole, che derivano da un obbligo stabile, ma solo nella misura in cui sono al servizio della carità. Del resto, sono forse il solo a pensarla in questo modo, o il primo a parlarne…?

Devo il richiamo su questo passo molto significativo a L’arte della vita comune di Cecilia Falchini, «lettura spirituale della Regola di Benedetto» di grande interesse, cui dedicherò presto qualche nota.

Bernardo di Chiaravalle, Il precetto e la dispensa, II, 5, in Trattati, Opere di San Bernardo I, a cura di F. Gastaldelli, Scriptorium Claravallense / Fondazione di Studi Cistercensi / Città Nuova 1984, p. 509 (trad. di M. Cristiani).

 

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Per favore (Dice il monaco, XLVI)

Dice Aelredo di Rievaulx, monaco cisterciense, nel 1142:

… contempla con maggiore attenzione il volto della tua anima. Se ti sei scoperto a sguazzare nei banchetti, a scaldarti spesso col vino, a impicciarti di affari mondani, a farti tormentare dalle preoccupazioni di questo mondo, a covare desideri carnali, a passare il giorno fra liti e sciocchezze, a lacerare con i morsi immondi della maldicenza la carne dei tuoi fratelli, abbandonato a un pigro ozio; se ti sei scoperto a vagare qua e là in volubile movimento come tormentato da un pungolo, a procurarti le delizie del ventre non con la tua fatica ma con il sangue e il sudore dei poveri, se poi ti sei scoperto a macchiarti spesso di ira, impazienza, invidia, disobbedienza e a preoccuparti più del tuo ventre che della tua mente, a trasgredire di continuo le regole della tua professione; se dunque in tutte queste cose te ne vai elegante e pasciuto, per favore non gloriarti delle tue lacrimucce.

Aelredo di Rievaulx, Lo specchio della carità, 2, XIV, 35, in Trattati d’amore cristiani del XII secolo, vol. II, a cura di F. Zambon, Fondazione Lorenzo Valla-Mondadori 2008, pp. 211-13.

 

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Un grande tormento (Dice il monaco, XLV)

Dice Teresa d’Avila, santa, dottoressa della Chiesa e monaca carmelitana scalza, nel 1577:

Così, poiché non ci capiamo, soffriamo terribili tribolazioni, ritenendo che sia grave peccato ciò che non è cattivo, ma buono. Ecco da dove procedono le afflizioni di molte persone che praticano l’orazione e il lamentarsi delle sofferenze interiori, per lo meno di gran parte di quelle che non sono istruite; da qui le malinconie, la perdita della salute e perfino l’abbandono totale di ogni pratica, perché non si pensa che c’è in noi un mondo interiore; allo stesso modo, come non possiamo trattenere il movimento del cielo, che continua nella sua corsa vertiginosa, così non possiamo frenare il nostro pensiero. […]

Così pure non è bene turbarsi quanto ai pensieri. Non bisogna badarci, perché, se li ispira il demonio, con questa disposizione verso Dio avranno termine; e se provengono, come spesso avviene, dalla miserevole condizione lasciata in noi, con molti altri guai, dal peccato di Adamo, cerchiamo di aver pazienza e sopportiamoli per amor di Dio.

Siamo anche soggette a mangiare e a dormire, senza poterlo evitare, il che è un grande tormento.

Teresa d’Avila, Il castello interiore, «Quarte mansioni», I, 9, 11, in Opere complete, a cura di L. Borriello e G. della Croce, traduzione di L. Falcone, Paoline 1998, pp. 904, 906.

 

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Impossibile facilità (Dice il monaco, XLIV)

Dice un certosino, presumibilmente un priore, intorno al 1943:

Coloro che sperimentano la nostra Regola spesso, dopo qualche settimana, si lamentano della facilità della vita monastica e trovano che la Certosa non corrisponda all’ideale di eroica austerità che avevano accarezzato. E tuttavia parecchi tra coloro che manifestano tale delusione poco dopo ci lasciano proprio per la ragione opposta: ora trovano la prova insostenibile. Non dobbiamo sorridere di questa contraddizione: non è tipica soltanto dei novizi. La verità è che la vita spirituale è una vita da bambini, troppo angusta per l’orgoglio e al tempo stesso troppo povera per i sensi.

Un Chartreux, Sermon capitulaire pour la Fête de tous les Saints, in Amour et silence, Editions du Seuil 1951, p. 131.

 

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«Più rapido d’un’anguilla» (Dice il monaco, XLIII)

Prima di riportare le parole dell’abate Sereno, nella settima delle Conferenze spirituali del Primo libro, Giovanni Cassiano fa una lunga confessione sull’apparentemente insormontabile difficoltà che incontra a mantenere la mente (il cuore, lo spirito, l’anima) tesa verso la contemplazione delle cose divine. È una pagina molto bella di amarezza e sconforto («A che giova aver appreso quel che è di sommo valore, se poi, pur essendo conosciuto, non può essere raggiunto?») che da un lato restituisce la profonda stanchezza della situazione attraverso una tortuosità al limite della sgrammaticatura, dall’altro brilla per finezza psicologica nella descrizione di una condizione assai nota anche mille e seicento anni dopo – indipendentemente dall’«obiettivo».

Dice infatti Giovanni Cassiano, intorno al 425:

E se poi il nostro spirito, svagatosi nei vari singoli momenti per futili divagazioni, viene ricondotto di nuovo al timore di Dio e alla contemplazione spirituale, prima ancora di essere trattenuto in essa, nuovamente si dilegua più che velocemente, e allora noi, come risvegliatici, accorgendoci che esso s’era distolto dal fine propostoci, e proprio mentre noi cerchiamo di ricondurlo a quella contemplazione, da cui s’era allontanato, pur con l’intento di trattenervelo con un tenacissimo impegno del cuore e quasi fissandovelo con certi legami, esso, pur continuando noi nel nostro tentativo, più rapido d’un’anguilla si sottrae dai recessi della nostra anima. Ed ecco che noi, pressoché sfiniti a causa di questa quotidiana ossessione, persuasi per di più che da quella lotta non deriva al nostro cuore alcun profitto di stabilità, affranti dalla sfiducia, siamo indotti a credere che non per nostra colpa, ma per un vizio derivante dalla stessa natura umana, tali divagazioni dell’anima sono congenite alla stessa personalità dell’uomo.

Giovanni Cassiano, Conferenze ai monaci (I-X), a cura di L. Dattrino, Città Nuova 2000, p. 273.

 

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Monachesimo 2.0 (Dice il monaco; XLII)

Dice Alessandro Barban, priore generale della Congregazione camaldolese, nel 2014:

Per il monachesimo contemporaneo è importante parlare il linguaggio degli uomini di oggi, e conoscere ciò che sta avvenendo nella cultura e nella scienza. Non in modo dilettantesco, ma studiando seriamente. Nella tradizione monastica non c’è stata solo la specificità di un approfondimento di tipo spirituale, ma è stata sempre coltivata all’interno di una notevole ricerca culturale. Quando il monachesimo si è impoverito culturalmente, si è anche impoverito spiritualmente. Quando il monachesimo ha interpretato la fuga mundi in senso storico come separazione dal mondo, ha sempre rischiato l’irrilevanza, l’insignificanza e l’evasione. Quando invece la ricerca culturale è stata forte, se n’è arricchito anche lo spirito. Pertanto, siamo chiamati in questo tempo di svolta a non rimanere fermi sugli allori gloriosi del passato, ma a intraprendere un incontro e una conoscenza più diretta con la rete, con le università e il laboratori di ricerca.

Alessandro Barban e Gianni Di Santo, Il vento soffia dove vuole. Confessioni di un monaco, Rubbettino 2014, p. 73.

 

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