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«Più rapido d’un’anguilla» (Dice il monaco, XLIII)

Prima di riportare le parole dell’abate Sereno, nella settima delle Conferenze spirituali del Primo libro, Giovanni Cassiano fa una lunga confessione sull’apparentemente insormontabile difficoltà che incontra a mantenere la mente (il cuore, lo spirito, l’anima) tesa verso la contemplazione delle cose divine. È una pagina molto bella di amarezza e sconforto («A che giova aver appreso quel che è di sommo valore, se poi, pur essendo conosciuto, non può essere raggiunto?») che da un lato restituisce la profonda stanchezza della situazione attraverso una tortuosità al limite della sgrammaticatura, dall’altro brilla per finezza psicologica nella descrizione di una condizione assai nota anche mille e seicento anni dopo – indipendentemente dall’«obiettivo».

Dice infatti Giovanni Cassiano, intorno al 425:

E se poi il nostro spirito, svagatosi nei vari singoli momenti per futili divagazioni, viene ricondotto di nuovo al timore di Dio e alla contemplazione spirituale, prima ancora di essere trattenuto in essa, nuovamente si dilegua più che velocemente, e allora noi, come risvegliatici, accorgendoci che esso s’era distolto dal fine propostoci, e proprio mentre noi cerchiamo di ricondurlo a quella contemplazione, da cui s’era allontanato, pur con l’intento di trattenervelo con un tenacissimo impegno del cuore e quasi fissandovelo con certi legami, esso, pur continuando noi nel nostro tentativo, più rapido d’un’anguilla si sottrae dai recessi della nostra anima. Ed ecco che noi, pressoché sfiniti a causa di questa quotidiana ossessione, persuasi per di più che da quella lotta non deriva al nostro cuore alcun profitto di stabilità, affranti dalla sfiducia, siamo indotti a credere che non per nostra colpa, ma per un vizio derivante dalla stessa natura umana, tali divagazioni dell’anima sono congenite alla stessa personalità dell’uomo.

Giovanni Cassiano, Conferenze ai monaci (I-X), a cura di L. Dattrino, Città Nuova 2000, p. 273.

 

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Monachesimo 2.0 (Dice il monaco; XLII)

Dice Alessandro Barban, priore generale della Congregazione camaldolese, nel 2014:

Per il monachesimo contemporaneo è importante parlare il linguaggio degli uomini di oggi, e conoscere ciò che sta avvenendo nella cultura e nella scienza. Non in modo dilettantesco, ma studiando seriamente. Nella tradizione monastica non c’è stata solo la specificità di un approfondimento di tipo spirituale, ma è stata sempre coltivata all’interno di una notevole ricerca culturale. Quando il monachesimo si è impoverito culturalmente, si è anche impoverito spiritualmente. Quando il monachesimo ha interpretato la fuga mundi in senso storico come separazione dal mondo, ha sempre rischiato l’irrilevanza, l’insignificanza e l’evasione. Quando invece la ricerca culturale è stata forte, se n’è arricchito anche lo spirito. Pertanto, siamo chiamati in questo tempo di svolta a non rimanere fermi sugli allori gloriosi del passato, ma a intraprendere un incontro e una conoscenza più diretta con la rete, con le università e il laboratori di ricerca.

Alessandro Barban e Gianni Di Santo, Il vento soffia dove vuole. Confessioni di un monaco, Rubbettino 2014, p. 73.

 

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Alla coque, al forno, al tegamino (Dice il monaco, XLI)

Dice Bernardo di Chiaravalle (1090-1153), cisterciense:

Tre cose mettono alla prova e rafforzano la nostra speranza: l’umiltà derivata dalla sapienza, che è come cuocere un uovo nell’acqua [in aqua coquere]; la fermezza della costante pazienza, che è come arrostirlo nel fuoco [igni assare]; la nascosta verità dell’ispirazione, che è come friggerlo nel grasso [in sagimine frigere].

Bernardo di Chiaravalle, Sentenze II, 106, in Sentenze e altri testi, introduzione di J. Leclercq, traduzione e note di F. Cardini («Opere di San Bernardo» II), Città Nuova 1990, p. 327.

 

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La presa di corrente (Dice il monaco, XL)

Dice dom Jacques Dupont, priore della Certosa di Serra San Bruno dal 1993 al 2014, e procuratore generale dell’Ordine dal 1999:

In questo grande edificio che è la Chiesa, la vita contemplativa ha il compito – o il posto – di una presa di corrente. Intendo proprio il dispositivo sistemato nel basso della parete dove infiliamo la spina, munita di una corda che la collega a una lampada. È essa – la presa – che assicura il contatto permanente con la fonte di luce, di calore e di forza, la Fonte eterna. [«Non è un ruolo esagerato, eccessivo?»] No, anzi è un ruolo umile e nascosto. Il contemplativo permette alla corrente di passare, ma egli a volte neanche vede la luce. Proprio come la presa, può trovarsi in una zona buia, dietro a un mobile o a una tenda. Non aspira a vedere o ad essere visto. Rimane nella pura fede. Veglia mentre è notte.

Da Solo dinanzi all’Unico, Luigi Accattoli a colloquio con il priore della Certosa di Serra San Bruno (Jacques Dupont), Rubbettino 2011, p. 30.

 

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Sobbalzi (Dice il monaco, XXXIX)

Dice Ignazia Angelini, o.s.b., badessa del monastero di Viboldone:

Viviamo incalzati. O aspirazioni o la paura ci urgono con insistenza. O le attese altrui  o le proprie. O il peso di errori. Tradimenti. Viviamo indifesi dall’ansia di ciò che accade. Dalla preoccupazione che accada. Aggrediti e istintivamente aggressivi. Mentre la vita quotidiana scorre semplicemente, pur con tutti i sobbalzi dell’epoca; e chiede anzitutto di essere gustata. Gustata proprio così com’è: dal primo istante fino all’ora ultima, nel diuturno lavorio per riconoscerne e discernere i sapori. Per prendere bene ogni cosa.

Maria Ignazia Angelini, Prendere bene tutte le cose. L’ora della speranza cristiana, Vita & Pensiero 2011, p. 79. (Forse non sono del tutto d’accordo, ma i testi della badessa di Viboldone sono sempre interessanti.)

 

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«A meno che, ripeto» (Dice il monaco, XXXVIII)

Dice Paolo Giustiniani (1476-1528), camaldolese:

No, la vita del solitario non è, come credono taluni, inattiva e oziosa, bensì più di ogni altro genere di vita, attiva e laboriosa, a meno che non si pretenda che leggere, studiare, comporre, scrivere, esaminarsi, regolare gli affari della propria anima, riandare nella vita passata, ordinare diligentemente il presente, prevedere prudentemente l’avvenire, pentirsi della colpe passate, combattere le passioni e i desideri disordinati, armarsi contro le occasioni prossime di turbamento e di caduta prima che esse si presentino, pensare alla morte e mettersela davanti agli occhi affinché essa non ci colga all’improvviso, meditare le realtà umane e divine degne di tener occupato senza posa uno spirito elevato, e ciò non a caso e come in sogno, ma con ordine e applicazione; lodare frequentemente con la nostra voce giorno e notte il Dio creatore con salmi, cantici e inni; ringraziarlo di tutti i suoi benefici; con accenti ancor più vivi ed efficaci elevarsi grazie alla preghiera mentale verso la divina Maestà per quanto possibile a una umana creatura; uscire, per così dire, da questo mondo per conversare con gli spiriti beati, con i santi angeli e con il loro e il nostro divino Creatore, per quanto ci è dato di poterlo fare in questa vita mortale; contemplare in qualche maniera le ineffabili e inesprimibili perfezioni di Dio come in uno specchio e per analogia; eccitare ed esortare con la parola a una tale vita e a tali esercizi coloro che sono presenti, e con lo scritto coloro che sono assenti; domare l’orgoglio di questa vita e raffrenare i desideri della carne con vestiti poveri e grossolani, con un cibo vile e parco, con lunghe veglie, con occupazioni penose e umilianti; insegnare al proprio corpo a essere sottomesso e ubbidiente in tutto all’anima e alla ragione; a meno che non si pretenda, ripeto, che tutti questi esercizi del solitario, e tanti altri simili, siano inerzia, noia, sonnolenza.

È necessario ammettere che la vita solitaria, più di ogni altro stato, è attiva e laboriosa, non perché essa si occupi di opere esteriori e corporali o di affari di questo mondo, no, ma in esercizi più nobili e più fruttuosi, interiori e spirituali, più convenienti a quella parte di noi che è immortale.

Citato in Jean Leclercq, Il richiamo dell’eremo. La dottrina del beato Paolo Giustiniani (1953), prefazione di Th. Merton, presentazione di dom P. Fassera, Edizioni Scritti Monastici, Abbazia di Praglia, 2005, pp. 74-5.

 

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«Tu ricordi, fratello» (Dice il monaco, XXXVII)

In realtà, dice il poeta fratello di un monaco. Scrive infatti Francesco Petrarca in una lettera del 25 settembre 1349 al fratello Gherardo, monaco della Certosa di Montrieux:

Se calcolo bene, nel servizio di Gesù Cristo e nella sua scuola, tu taci ormai da sette anni. È tempo ormai che cominci a parlare oppure, se il silenzio ti è dolce oltre ogni cosa, che mi risponda anche in silenzio. Tu ricordi, fratello, quale una volta era la nostra condizione e quanta faticosa dolcezza cosparsa di infinite amarezze tormentava il nostro animo. […] Tu ricordi quanto grande e quanto vano fosse in noi il desiderio di splendide vesti che ancora mi tiene, lo confesso, per quanto sempre meno ogni giorno; quel continuo affaccendarsi a vestirci e spogliarci, faticosamente ripetuto mattina e sera; quel timore che un capello potesse uscire di riga o che un lieve soffio di vento scomponesse la vanitosa acconciatura della chioma; quella cura che mettevamo nello schivare le bestie che ci venivano incontro o alle spalle perché la veste nitida e profumata non si macchiasse di uno schizzo di fango o, nell’urto, dovesse sgualcirsi. Stolte davvero preoccupazioni degli uomini, e dei giovinetti soprattutto!

Francesco Petrarca, Lettere familiari, X, 3, in Epistole, a cura di U. Dotti, Utet 19832, p. 265 (come assaggio di una storia bellissima del fratello certosino del Petrarca di prossima relazione).

 

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