Archivi categoria: Dice il monaco

I giudici, maschi, del mondo (Dice il monaco, LXX)

Dice Teresa d’Avila, santa, dottoressa della Chiesa e monaca carmelitana scalza, nel 1566:

Signore dell’anima mia, quando eravate su questa terra, non avete disprezzato le donne, anzi le avete sempre favorite con molta benevolenza ed avete trovato in esse tanto amore e più fede che negli uomini. Infatti, vi era fra loro la vostra santissima Madre, grazie ai cui meriti e per poter portare il suo abito meritiamo ciò che abbiamo demeritato per le nostre colpe… [Signore], nel mondo avete onorato le donne… Vi sembra impossibile che non facciamo qualcosa di valido per voi in pubblico, che non osiamo parlare di alcune verità che piangiamo in segreto e che una nostra così giusta richiesta non venga esaudita da voi? Io non lo credo, Signore, e mi affido alla vostra bontà e giustizia. Voi siete il giudice giusto e non fate come i giudici del mondo – i quali come figli di Adamo sono tutti maschi – che ritengono sospetta la virtù praticata dalla donna. O mio Re, dovrà venire il giorno in cui tutti si conoscono. Non parlo per me. Il mondo conosce già la mia miseria e mi sono rallegrata di ciò in pubblico. Vedo, però, profilarsi dei tempi in cui non esiste più motivo per disprezzare anime virtuose e forti per il fatto che sono donne.

♦ Teresa d’Avila, Cammino di perfezione (codice dell’Escorial), 4, 1, in Opere complete, a cura di L. Borriello e G. della Croce, traduzione di L. Falcone, Paoline 1998, pp. 497-98. «Tutto questo brano è stato cancellato dal censore.»

 

Lascia un commento

Archiviato in Carmelitane/Carmelitani, Dice il monaco

Un pianto nascosto (Dice il monaco, LXIX)

Dice Isacco di Ninive, nella seconda metà del VII secolo:

In questo tempo in cui siamo privati del mondo e dell’assiduità con esso, sii per noi, Signore nostro, un consolatore, e non allontanarci dal tuo amore. Il nostro cuore è colmo di afflizioni e noi siamo sempre nella tristezza: rendici degni, Signore nostro, della tua consolazione che è più tenace dell’afflizione. Noi siamo colmi di pianto ed esso è per noi sempre amaro: rallegra, mio Signore, la nostra tristezza e da’ refrigerio al nostro cuore in fiamme.

Ansietà e sofferenza ci circondano di notte e di giorno: da’ refrigerio, Signore nostro, segretamente, alla fiamma dei nostri cuori. In nessun luogo c’è per noi una speranza capace di consolare il nostro dolore: accosta il tuo dito, refrigerio di ogni cosa, al pianto nascosto che è nel nostro cuore.

♦ Isacco di Ninive, Discorso X, 25-27, in Discorsi ascetici. Terza collezione, a cura di S. Chialà, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2004, pp. 148-49.

 

Lascia un commento

Archiviato in Dice il monaco

«Come se lo si vedesse per la prima volta» (Dice il monaco, LXVIII)

Dice Filoteo Kokkinos, monaco athonita, scrivendo, intorno al 1350, la vita di Saba il Giovane, da poco scomparso:

Saba percorreva dunque città e borgate di quel luogo [Cipro] a testa scoperta, a piedi nudi, con il corpo ignudo, senza città, senza casa, ignoto a tutti, senza assolutamente parlare con nessuno, straniero non solo quanto a patria e ad amici, ma straniero anche a qualsiasi conversazione abituale e, cosa quanto mai pesante, straniero anche al cibo necessario per vivere e a qualsivoglia realtà umana. Chi mai, infatti, fosse pure il più grande filantropo, penserebbe di porgere del cibo a un uomo che non glielo chiede né a parole né con un cenno, che non ha nessuno che chieda al suo posto e che non si stabilisce da nessuna parte, fosse anche per breve tempo? Infatti, ora si dedicava assiduamente in solitudine alla contemplazione dei deserti, sui monti, nelle caverne, in tane di belve; ora si mostrava in città, nelle campagne, nei villaggi partecipando alle adunanze, alle feste, ai mercati, così che talora sembrava unirsi ogni giorno alle folle, ma d’altra parte si era totalmente separato dagli uomini non solo con i suoi più profondi sentimenti e per l’eccellenza della sua anima, ma anche per il fatto che, andando qua e là, come ho detto, in assoluto silenzio e in questo stato, era sconosciuto pressoché a tutti, come se lo si vedesse per la prima volta.

♦ Filoteo Kokkinos, Vita di Saba, 17-18, in Follia d’amore. I folli in Cristo d’oriente e d’occidente, a cura di L. Cremaschi, monaca di Bose, Qiqajon 2020, pp. 141-42.

 

1 Commento

Archiviato in Dice il monaco

«Non si può abitare da soli sulla terra» (Dice il monaco, LXVII)

Dice Bernardo di Chiaravalle, monaco e abate cisterciense (1090-1153), in uno dei suoi Sermoni diversi:

«Errarono – dice il Profeta – in un luogo solitario, senz’acqua: non trovarono la via verso una città abitabile». Questa solitudine è quella dei superbi, che ritengono di essere soli, che desiderano essere considerati soli. Uno è colto [litteratus]: odia il collega. Uno è astuto negli affari mondani: non desidera che ci sia nessun altro come lui. Uno ha molto denaro: se vede un altro che si arricchisce, per lui è un tormento. Uno è forte o bello: mettigli vicino uno come lui, e si roderà d’invidia. È solitario, ma sbaglia. Va errando nella sua solitudine: infatti non si può abitare da soli sulla terra.

♦ Bernardo di Chiaravalle, Di come e quanto la vita sia fallace, in Sermoni diversi e vari, premessa di C. Leonardi, introduzione di J. Leclercq, traduzione e note di D. Pezzini («Opere di San Bernardo» IV), Città Nuova 2000, I, 2, p. 29. (Devo la citazione a Cecilia Falchini, che nel suo Perché leggere? la traduce con alcune significative varianti – me ne sono permessa una anch’io.)

 

2 commenti

Archiviato in Dice il monaco

Bucato come un sacco (Dice il monaco, LXVI)

Dice Tommaso di Chobham, teologo e suddiacono inglese (1160 ca.- 1236 ca.), parlando di chi si dedica allo studio della Bibbia, o forse non soltanto di costoro, o forse di chiunque, ovunque, sempre:

Le cause per cui molti che studiano a lungo la sacra Scrittura non progrediscono sono tre: la prima causa è che il loro cuore è bucato come un sacco, e non trattiene nulla. La seconda causa è che il vaso del cuore è così corrotto che tutto ciò che vi viene immesso si corrompe, marcisce e puzza. La terza causa è quando il vaso del cuore è a tal punto chiuso che nulla può entrarvi.

♦ Tommaso di Chobham, Sermoni 19, citato in: Cecilia Falchini, Perché leggere? Lettura e vita spirituale, Edizioni Qiqajon – Comunità di Bose 2019, p. 147.

 

Lascia un commento

Archiviato in Dice il monaco

I caratteri precedenti (Dice il monaco, LXV)

(Senza voler concedere alcunché alla «questione» delle coincidenze, mi ha fatto comunque sorridere che ieri, 2 gennaio, giorno in cui si festeggia san Basilio, in uno scaffale basso e un po’ polveroso di una non molto illuminata libreria dell’usato io abbia trovato una vecchia edizione delle Paoline dell’Epistolario del grande padre cappadoce, curata da Adriana Regaldo Raccone, per la nota collana cartonata in verde di «Patristica», numerata in 923 pagine e finita di stampare il 6-6-1968. E visto che il 2 gennaio si festeggia anche san Gregorio di Nazianzo, suo amico fraterno, vediamo cosa…)

Dice Basilio di Cesarea, con la sua non inconsueta dolce durezza ultramondana, in una lettera indirizzata proprio a Gregorio di Nazianzo circa 1650 anni fa, nel 373:

Ogni giorno che viene reca con sé la sua particolare melanconia per l’anima, e ogni notte, ereditando le preoccupazioni del giorno, delude l’animo con le medesime visioni. Da questi affanni c’è una sola via di uscita: l’isolamento assoluto da questo mondo. Questa separazione non consiste nell’esserne fuori fisicamente, ma nello staccare l’animo dai legami con il corpo e nel sentirsi slegato dalla patria, dalla casa, dalla proprietà, dagli amici, dai possedimenti, dalla vita, dagli affari, dalle relazioni con gli altri, dalla conoscenza degli insegnamenti umani, e nell’essere pronti a ricevere in cuore le impronte derivanti dall’insegnamento divino. Questa preparazione del cuore si ottiene spogliandolo dalle lezioni e dagli insegnamenti che per cattiva e radicata abitudine lo posseggono. Non è possibile infatti scrivere sulla cera se prima non si sono cancellati i caratteri precedenti; e neppure imprimere nell’animo gli insegnamenti divini se prima non si sono cancellate le basi acquisite dalla consuetudine.

 

Lascia un commento

Archiviato in Dice il monaco

Cardiochirurgia (Dice il monaco, LXIV)

Dice Erik Varden, ocso, già abate dell’abbazia di Mount St Bernard (Leicestershire), ora vescovo di Trondheim (Norvegia), nel 2018:

Essere monaco è abitare un universo senza limiti. È essere spinti verso un’altezza e una profondità, una lughezza e una larghezza che toccano l’infinito. Se vissuta sinceramente, la vita monastica è un habitat di trasformazione. I padri descrivono come il cuore del monaco venga frantumato, poi aperto e, poco alla volta, risanato. Esso inizia a farsi più ampio, al punto da contenere il mondo intero, richiamando alla mente la sua piaga davanti a Dio, ricordando al mondo la grazia di Dio. Il cuore del monaco, conforme a quello di Cristo, è un luogo d’incontro. Esso tende verso l’alto nella più fiduciosa delle gioie, perché è stata messa alla prova. La gioia che spesso mi sfuggiva quando ero giovane mi è data adesso: è allo stesso tempo conosciuta e nuova. Vedo ancora l’oscurità, come potrei non vederla? Ma ha perso il suo fascino, so che è stata attraversata.

♦ Erik Varden, La solitudine spezzata. Sulla memoria cristiana, traduzione di L. Gobbi e T. Pizzimenti, Edizioni Qiqajon – Comunità di Bose 2019.

 

1 Commento

Archiviato in Dice il monaco

Occhio alla testa (Dice il monaco, LXIII)

Dice Corrado di Eberbach, monaco cisterciense, intorno al 1220:

Conviene perciò a ogni uomo, ma soprattutto a chi ha abbracciato la vita religiosa, ripensare diligentemente agli anni della sua vita passata nell’amarezza della propria anima e senza dissimulazione, con la confessione della bocca, la contrizione del cuore e anche l’esecuzione di opere buone, giudicare se stesso, se non vuole essere condannato con questo mondo. Poiché la via stretta che conduce alla vita a stento ha spazio per quelli che sono scarichi e leggeri, visto che a stento si salva il giusto; mentre ricaccia del tutto quelli che sono carichi e ridondanti di affanni e piaceri del mondo; né ostacola chi vuole entrare per la porta della vita che si abbassi quanto può, mentre è un danno irreparabile se si innalza di traverso anche solo di un dito più di quanto lo consente l’architrave, poiché di botto vi cozzerà e cadrà con la testa fracassata.

♦ Corrado di Eberbach, Exordium Magnum Cisterciense, o Narrazione dell’inizio dell’ordine cistercense, VI, 9, a cura di p. Riccardo Spreafico, Nerbini 2018, p. 334.

 

Lascia un commento

Archiviato in Dice il monaco

«Benché, dico, così dannata e disperata» (Dice il monaco, LXII)

Dice Bernardo di Chiaravalle, monaco e abate cisterciense (1090-1153), verso la fine dei suoi mirabili Sermoni sul Cantico dei cantici:

Ogni anima, benché onerata dai peccati, irretita dai vizi, presa dalle seduzioni, prigioniera in esilio, carcerata nel corpo, aderente al fango, infissa nel limo, affissa alle membra, trafitta dalle cure [infixam limo, affixam membris, confixam curis], distratta dagli impegni, contratta dai timori, afflitta dai dolori, vagante fra gli errori, ansiosa per le preoccupazioni, inquieta per i sospetti, e insomma forestiera in terra  di nemici, secondo la frase del Profeta, contaminata con i morti [coinquinatam cum mortuis], collocata fra quelli che sono nell’inferno; benché, dico, così dannata e disperata… può avvertire in se stessa non solo da dove possa respirare nella speranza del perdono, nella speranza della misericordia, ma anche da dove osi aspirare alle nozze del Verbo, senza trepidazione di entrare in un patto di alleanza con Dio, né timore di portare il soave giogo dell’amore con il Re degli angeli.

♦ Bernardo di Chiaravalle, Sermoni sul Cantico dei cantici, introduzione di J. Leclercq, traduzione e note di C. Stercal, con la collaborazione di C. Dezzuto, M. Fioroni e A. Montanari («Opere di San Bernardo» V/2), Città Nuova 2008, LXXXIII, I, p. 603. (Devo la citazione ad André Louf, che di sicuro aveva anche piena fede nella sua verità.)

 

Lascia un commento

Archiviato in Dice il monaco

Esperti in ateismo (Dice il monaco, LXI)

Dice André Louf, monaco trappista, abate e studioso, nel 1980:

L’interiorità non procede da sé, come neppure la fede, né la preghiera. Esse appaiono dapprima come una notte che risulterebbe inutile volersi risparmiare. La Chiesa e il contemplativo si trovano ad affrontare la loro parte di ateismo, che non è caratteristico dei non credenti, ma che ciascuno porta dolorosamente nell’intimo. Per quanto possa sembrare curioso, prima di essere esperto delle cose di Dio, il monaco è esperto in ateismo. Si ritrova  fraternamente al fianco di tutti quelli che dubitano e che non riescono ancora ad abbandonarsi alla dolcezza di Dio. Perché egli sa per esperienza che cosa è questo crogiolo della fede e come vi opera la mano di Dio, spogliandoci di tutti i nostri idoli. Solo all’uscita del crogiolo si mette a brillare una luce fioca, un certo presentimento del Dio unico e vero, rivelato nella gloria che illumina il volto del Signore Gesù.

♦ André Louf, Benedetto, uomo di Dio per tutti i tempi, in Uomini di Dio. Testimoni della gioia evangelica, prefazione di E. Bianchi, Edizioni Qiqajon-Comunità di Bose 2019, pp. 18-19.

 

Lascia un commento

Archiviato in Dice il monaco