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Stanca polvere (Dice il monaco, LXXII)

Dice Paolino di Nola, monaco e vescovo, intorno al 396:

Benché noi e tutti i viventi abbiamo avuto in dono un’unica sostanza per il corpo, non siamo tuttavia revocati nel nulla appena liberi dalla morte, senza anima come saremo dopo il disfacimento della carne; ma, al suono della tromba finale, mentre la terra da ogni parte ricomporrà i nostri corpi dai semi dispersi, noi, ricostituiti novellamente nel corpo, nella mente e nell’anima, secondo l’antica compagine, andiamo dinanzi alla presenza del Signore Dio. Se dubiti che le ceneri possano essere raccolte per i nostri corpi e le anime possano ritornare nel loro vaso, ti sarà buon teste il profeta Ezechiele, al quale da tempo è stato rivelato il fenomeno della risurrezione per opera del Signore. Nella sua lettura contemplerai in piena misura come gli impercettibili frammenti di uomini antichi riescano a riprendere vita, e come le ossa disperse in lungo e in largo per l’estesa spianata acquistino un autonomo moto diretto alla propria compaginazione. Vedrai tornare le innervature degli intimi midolli e subito ornare di carne la cute rinnovellata e infine, in un batter di ciglia, ricomposte le membra alla perfezione, uomini nuovi risorgere dalla stanca polvere.

♦ Carme XXXI, Per la morte del fanciullo Celso, 301-20, in Cipriano di Cartagine, Paolino di Nola, Uranio, Poesia e teologia della morte, a cura di M. Ruggiero, Città Nuova 1984, pp. 65-66.

 

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Vita, volontà e opinione (Dice il monaco, LXXI)

Dice Teolepto di Filadelfia, monaco, eremita, metropolita di Filadelfia (l’odierna Alaşehir, in Turchia), nel 1319:

Il cenobio è stato definito cenobio (vita in comune) per questo motivo: un gruppo eterogeneo di monaci è venuto in una sola e unica dimora per avere in comune abitazione, vita, volontà e opinione, e per non avere nulla di proprio nel cenobio, cosa che susciterebbe discordia nella comune armonia, nell’accordo secondo Dio e nella professione che ognuno di voi fece con la promessa dinanzi a Cristo di prestare obbedienza al superiore e a tutti i fratelli.

Se uno si separa intenzionalmente dall’armoniosa comunità dei fratelli, il nemico trova subito un punto d’appoggio e tramite lui si affretta a controllare tutti gli altri. Di conseguenza si creano fazioni, dissensi, discordie, divisioni, agitazioni e confusione. Colui che è favorevolmente disposto verso un tale, è ostile nei confronti degli altri. Un altro è d’accordo con chi vuole, ma contraddice e combatte gli altri. E così il cenobio non è più visto come un corpo e perde la sua testa. Il superiore, o piuttosto Cristo, di cui noi tutti siamo le membra ed egli stesso è il capo di tutte le cose, è infatti ignorato.

Questa è la grazia del cenobio, tale è l’aiuto della comunità: una sola cinta per le celle, la stessa cappella per gli inni sacri, la stessa tavola per il cibo. Tutte le cose in comune e per tutti le medesime, cosicché i beni esteriori come gli interiori sono proprietà comune. E soprattutto quelli interiori. In questo modo tutti hanno gli stessi pensieri, gli stessi desideri e sono concordi nelle medesime cose, perché l’opinione di tutti è il giudizio di ognuno e inoltre la volontà di uno è la disposizione di tutti.

♦ Teolepto di Filadelfia, Discorso IX: Istruzione che definisce la condotta appropriata per i monaci che vivono in cenobio, 2, 3, 5, in Lettere e discorsi, cura di A. Rigo con la collaborazione di A. Stolfi, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2007, pp. 163-65.

 

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I giudici, maschi, del mondo (Dice il monaco, LXX)

Dice Teresa d’Avila, santa, dottoressa della Chiesa e monaca carmelitana scalza, nel 1566:

Signore dell’anima mia, quando eravate su questa terra, non avete disprezzato le donne, anzi le avete sempre favorite con molta benevolenza ed avete trovato in esse tanto amore e più fede che negli uomini. Infatti, vi era fra loro la vostra santissima Madre, grazie ai cui meriti e per poter portare il suo abito meritiamo ciò che abbiamo demeritato per le nostre colpe… [Signore], nel mondo avete onorato le donne… Vi sembra impossibile che non facciamo qualcosa di valido per voi in pubblico, che non osiamo parlare di alcune verità che piangiamo in segreto e che una nostra così giusta richiesta non venga esaudita da voi? Io non lo credo, Signore, e mi affido alla vostra bontà e giustizia. Voi siete il giudice giusto e non fate come i giudici del mondo – i quali come figli di Adamo sono tutti maschi – che ritengono sospetta la virtù praticata dalla donna. O mio Re, dovrà venire il giorno in cui tutti si conoscono. Non parlo per me. Il mondo conosce già la mia miseria e mi sono rallegrata di ciò in pubblico. Vedo, però, profilarsi dei tempi in cui non esiste più motivo per disprezzare anime virtuose e forti per il fatto che sono donne.

♦ Teresa d’Avila, Cammino di perfezione (codice dell’Escorial), 4, 1, in Opere complete, a cura di L. Borriello e G. della Croce, traduzione di L. Falcone, Paoline 1998, pp. 497-98. «Tutto questo brano è stato cancellato dal censore.»

 

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Un pianto nascosto (Dice il monaco, LXIX)

Dice Isacco di Ninive, nella seconda metà del VII secolo:

In questo tempo in cui siamo privati del mondo e dell’assiduità con esso, sii per noi, Signore nostro, un consolatore, e non allontanarci dal tuo amore. Il nostro cuore è colmo di afflizioni e noi siamo sempre nella tristezza: rendici degni, Signore nostro, della tua consolazione che è più tenace dell’afflizione. Noi siamo colmi di pianto ed esso è per noi sempre amaro: rallegra, mio Signore, la nostra tristezza e da’ refrigerio al nostro cuore in fiamme.

Ansietà e sofferenza ci circondano di notte e di giorno: da’ refrigerio, Signore nostro, segretamente, alla fiamma dei nostri cuori. In nessun luogo c’è per noi una speranza capace di consolare il nostro dolore: accosta il tuo dito, refrigerio di ogni cosa, al pianto nascosto che è nel nostro cuore.

♦ Isacco di Ninive, Discorso X, 25-27, in Discorsi ascetici. Terza collezione, a cura di S. Chialà, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2004, pp. 148-49.

 

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«Come se lo si vedesse per la prima volta» (Dice il monaco, LXVIII)

Dice Filoteo Kokkinos, monaco athonita, scrivendo, intorno al 1350, la vita di Saba il Giovane, da poco scomparso:

Saba percorreva dunque città e borgate di quel luogo [Cipro] a testa scoperta, a piedi nudi, con il corpo ignudo, senza città, senza casa, ignoto a tutti, senza assolutamente parlare con nessuno, straniero non solo quanto a patria e ad amici, ma straniero anche a qualsiasi conversazione abituale e, cosa quanto mai pesante, straniero anche al cibo necessario per vivere e a qualsivoglia realtà umana. Chi mai, infatti, fosse pure il più grande filantropo, penserebbe di porgere del cibo a un uomo che non glielo chiede né a parole né con un cenno, che non ha nessuno che chieda al suo posto e che non si stabilisce da nessuna parte, fosse anche per breve tempo? Infatti, ora si dedicava assiduamente in solitudine alla contemplazione dei deserti, sui monti, nelle caverne, in tane di belve; ora si mostrava in città, nelle campagne, nei villaggi partecipando alle adunanze, alle feste, ai mercati, così che talora sembrava unirsi ogni giorno alle folle, ma d’altra parte si era totalmente separato dagli uomini non solo con i suoi più profondi sentimenti e per l’eccellenza della sua anima, ma anche per il fatto che, andando qua e là, come ho detto, in assoluto silenzio e in questo stato, era sconosciuto pressoché a tutti, come se lo si vedesse per la prima volta.

♦ Filoteo Kokkinos, Vita di Saba, 17-18, in Follia d’amore. I folli in Cristo d’oriente e d’occidente, a cura di L. Cremaschi, monaca di Bose, Qiqajon 2020, pp. 141-42.

 

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«Non si può abitare da soli sulla terra» (Dice il monaco, LXVII)

Dice Bernardo di Chiaravalle, monaco e abate cisterciense (1090-1153), in uno dei suoi Sermoni diversi:

«Errarono – dice il Profeta – in un luogo solitario, senz’acqua: non trovarono la via verso una città abitabile». Questa solitudine è quella dei superbi, che ritengono di essere soli, che desiderano essere considerati soli. Uno è colto [litteratus]: odia il collega. Uno è astuto negli affari mondani: non desidera che ci sia nessun altro come lui. Uno ha molto denaro: se vede un altro che si arricchisce, per lui è un tormento. Uno è forte o bello: mettigli vicino uno come lui, e si roderà d’invidia. È solitario, ma sbaglia. Va errando nella sua solitudine: infatti non si può abitare da soli sulla terra.

♦ Bernardo di Chiaravalle, Di come e quanto la vita sia fallace, in Sermoni diversi e vari, premessa di C. Leonardi, introduzione di J. Leclercq, traduzione e note di D. Pezzini («Opere di San Bernardo» IV), Città Nuova 2000, I, 2, p. 29. (Devo la citazione a Cecilia Falchini, che nel suo Perché leggere? la traduce con alcune significative varianti – me ne sono permessa una anch’io.)

 

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Bucato come un sacco (Dice il monaco, LXVI)

Dice Tommaso di Chobham, teologo e suddiacono inglese (1160 ca.- 1236 ca.), parlando di chi si dedica allo studio della Bibbia, o forse non soltanto di costoro, o forse di chiunque, ovunque, sempre:

Le cause per cui molti che studiano a lungo la sacra Scrittura non progrediscono sono tre: la prima causa è che il loro cuore è bucato come un sacco, e non trattiene nulla. La seconda causa è che il vaso del cuore è così corrotto che tutto ciò che vi viene immesso si corrompe, marcisce e puzza. La terza causa è quando il vaso del cuore è a tal punto chiuso che nulla può entrarvi.

♦ Tommaso di Chobham, Sermoni 19, citato in: Cecilia Falchini, Perché leggere? Lettura e vita spirituale, Edizioni Qiqajon – Comunità di Bose 2019, p. 147.

 

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I caratteri precedenti (Dice il monaco, LXV)

(Senza voler concedere alcunché alla «questione» delle coincidenze, mi ha fatto comunque sorridere che ieri, 2 gennaio, giorno in cui si festeggia san Basilio, in uno scaffale basso e un po’ polveroso di una non molto illuminata libreria dell’usato io abbia trovato una vecchia edizione delle Paoline dell’Epistolario del grande padre cappadoce, curata da Adriana Regaldo Raccone, per la nota collana cartonata in verde di «Patristica», numerata in 923 pagine e finita di stampare il 6-6-1968. E visto che il 2 gennaio si festeggia anche san Gregorio di Nazianzo, suo amico fraterno, vediamo cosa…)

Dice Basilio di Cesarea, con la sua non inconsueta dolce durezza ultramondana, in una lettera indirizzata proprio a Gregorio di Nazianzo circa 1650 anni fa, nel 373:

Ogni giorno che viene reca con sé la sua particolare melanconia per l’anima, e ogni notte, ereditando le preoccupazioni del giorno, delude l’animo con le medesime visioni. Da questi affanni c’è una sola via di uscita: l’isolamento assoluto da questo mondo. Questa separazione non consiste nell’esserne fuori fisicamente, ma nello staccare l’animo dai legami con il corpo e nel sentirsi slegato dalla patria, dalla casa, dalla proprietà, dagli amici, dai possedimenti, dalla vita, dagli affari, dalle relazioni con gli altri, dalla conoscenza degli insegnamenti umani, e nell’essere pronti a ricevere in cuore le impronte derivanti dall’insegnamento divino. Questa preparazione del cuore si ottiene spogliandolo dalle lezioni e dagli insegnamenti che per cattiva e radicata abitudine lo posseggono. Non è possibile infatti scrivere sulla cera se prima non si sono cancellati i caratteri precedenti; e neppure imprimere nell’animo gli insegnamenti divini se prima non si sono cancellate le basi acquisite dalla consuetudine.

 

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Cardiochirurgia (Dice il monaco, LXIV)

Dice Erik Varden, ocso, già abate dell’abbazia di Mount St Bernard (Leicestershire), ora vescovo di Trondheim (Norvegia), nel 2018:

Essere monaco è abitare un universo senza limiti. È essere spinti verso un’altezza e una profondità, una lughezza e una larghezza che toccano l’infinito. Se vissuta sinceramente, la vita monastica è un habitat di trasformazione. I padri descrivono come il cuore del monaco venga frantumato, poi aperto e, poco alla volta, risanato. Esso inizia a farsi più ampio, al punto da contenere il mondo intero, richiamando alla mente la sua piaga davanti a Dio, ricordando al mondo la grazia di Dio. Il cuore del monaco, conforme a quello di Cristo, è un luogo d’incontro. Esso tende verso l’alto nella più fiduciosa delle gioie, perché è stata messa alla prova. La gioia che spesso mi sfuggiva quando ero giovane mi è data adesso: è allo stesso tempo conosciuta e nuova. Vedo ancora l’oscurità, come potrei non vederla? Ma ha perso il suo fascino, so che è stata attraversata.

♦ Erik Varden, La solitudine spezzata. Sulla memoria cristiana, traduzione di L. Gobbi e T. Pizzimenti, Edizioni Qiqajon – Comunità di Bose 2019.

 

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Occhio alla testa (Dice il monaco, LXIII)

Dice Corrado di Eberbach, monaco cisterciense, intorno al 1220:

Conviene perciò a ogni uomo, ma soprattutto a chi ha abbracciato la vita religiosa, ripensare diligentemente agli anni della sua vita passata nell’amarezza della propria anima e senza dissimulazione, con la confessione della bocca, la contrizione del cuore e anche l’esecuzione di opere buone, giudicare se stesso, se non vuole essere condannato con questo mondo. Poiché la via stretta che conduce alla vita a stento ha spazio per quelli che sono scarichi e leggeri, visto che a stento si salva il giusto; mentre ricaccia del tutto quelli che sono carichi e ridondanti di affanni e piaceri del mondo; né ostacola chi vuole entrare per la porta della vita che si abbassi quanto può, mentre è un danno irreparabile se si innalza di traverso anche solo di un dito più di quanto lo consente l’architrave, poiché di botto vi cozzerà e cadrà con la testa fracassata.

♦ Corrado di Eberbach, Exordium Magnum Cisterciense, o Narrazione dell’inizio dell’ordine cistercense, VI, 9, a cura di p. Riccardo Spreafico, Nerbini 2018, p. 334.

 

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