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Amorevolmente riunite: Herrad e le sue consorelle

L’Hortus deliciarum, il «libro che non c’è più», è il famoso codice che la badessa del monastero alsaziano di Hohenburg, Herrad von Landsberg, concepì e realizzò, in collaborazione con le consorelle, e per la loro istruzione, in un arco di tempo che secondo alcuni studiosi va dal 1159 al 1176. Famoso sin quasi da subito, tanto da essere gelosamente custodito nell’abbazia dove era stato prodotto fino alla sua demolizione, nel 1546, poi sistemato, e altrettanto gelosamente custodito, nella Certosa di Molsheim e quindi depositato, in epoca rivoluzionaria, presso la biblioteca di Strasburgo. Qui verrà infine distrutto, nell’incendio divampato nella notte tra il 24 e il 25 agosto 1870, durante la guerra franco-prussiana.

Ho appreso la storia travagliata del codice, e in parte quella della sua autrice, dal dotto e preciso libro che vi ha dedicato Mario Gennari1, professore di Pedagogia generale e Filosofia della formazione umana all’università di Genova, che mi ha raccontato anche le vicende della ricostruzione del codice, attraverso la collazione delle varie e diverse copie (parziali) che ne furono fatte durante i sette secoli della sua «vita» e culminate con l’edizione curata dal Warburg Institute nel 1979.

«Rispettando le intenzioni di Herrad von Landsberg», scrive Gennari, «si potrà dire che si tratta di un libro pensato da una canonichessa per le altre monache, da una badessa per le novizie, le adolescenti, le consorelle del monastero», e che restituisce, tramite una serie di citazioni di opere classiche e coeve, testi originali e immagini esplicative l’idea di un ordine del mondo e della sua direzione verso la grazia nella fede, un ordine tripartito secondo la scienza delle cose divine, di quelle umane e di quelle mondane. C’è dentro di tutto nel Giardino delle delizie di Herrad, forse si potrebbe dire che c’è dentro tutto, tutto quello che si poteva cristianamente sapere e dire, conoscere e credere, apprendere e sperare, ma anche imparare e rigettare, in quel momento della storia europea che viene definito la «rinascita del XII secolo». Per questo motivo è stato ed è ampiamente studiato, e per questo motivo non posso che rimandare al libro di Gennari, e alla sua ampia bibliografia, anche per un primo avvicinamento alle molte questioni sollevate dall’Hortus.

Quello che invece qui mi preme annotare è una sensazione, che mi auguro frutto non di pura fantasia: la sensazione restituita da una delle ultime immagini, ricostruite, del codice, quella che mostra Herrad e le sue 60 consorelle (tra canonichesse e novizie) sotto la seguente scritta: «La comunità religiosa al tempo delle badesse Rilinde [la predecessora di Herrad] e Herrad, al servizio di Dio a Hohenburg, amorevolemente riunita [caritative adunata]». Su sei ripiani sono allineate le monache di Hohenburg, a mezzo busto, ciascuna con una piccola caratteristica che le distingue (nell’abito o nei tratti) e quasi tutte con il loro nome e la provenienza: Guta, Odilia, Gerdrut, Cunegunt, Adelheit, Anna, Bertha, Jta, Ada, Hildegart, Hemma… amorevolmente riunite. «Ciò che tiene intimamente unita la comunità guidata da Herrad», ipotizza Gennari, «non deve essere stato affatto il principio dell’autorità nell’esercizio dell’obbedienza, bensì la liberalità nella correzione fraterna e nel vicendevole condono delle offese. Non si spiegherebbe altrimenti l’atmosfera gioiosa di una piccola comunità monastica [femminile, sottolinerei], che segue la propria consorella in un compito arduo ma affascinante: la scrittura e la miniatura di un codex capace di riassumere in sé il pensiero cristiano espresso attraverso le grandi auctoritates del passato e del presente».

Sul cartiglio che Herrad, a destra, regge con entrambe le mani si può leggere una sua poesia, dedicata alla comunità caritative adunata sotto il suo sguardo benigno e responsabile. Recita così: «O nivei fiori, odorosi di virtù, sempre assorti nelle cose divine; sprezzata la polvere delle cose terrene, correte al cielo. Al cielo, dove potrete, ora nascosto, vedere lo Sposo».

E la sensazione di comunità, non soltanto di fede, ma anche di vita quotidiana, di aspirazioni, di reciproca responsabilità mi pare che giunga sino a noi.

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  1. Mario Gennari, Herrad von Landsberg e l’Hortus deliciarum, il melangolo 2017.

 

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Lascia stare quella gallina («Storia di sant’Antonio abate e del suo culto»)

dalleremoallastalla«Del 1513. Il giorno di S. Pietro il Sig. Prospero Colonna alloggiò nel borgo di S. Iacobo con lo campo de’ Spagnoli fuori della Città di Brescia: & uno di quelli Spagnoli tolse una galina ad una casa dove era dipinta la figura di S. Antonio, e una donna li disse lassa star quella gallina che ella è di S. Antonio & questo Spagnolo fece le fiche a ditta figura, dispreciando S. Antonio con parole, & il Signor Iddio volendo dimostrare parte della sua possanza in questo Spagnolo ad essempio che gli altri non debbano far disprecio ai suoi servi fece che questo Spagnolo cominciò subitamente ad ardere, & si vedeva visibilmente a uscirli il fumo de la bocca, & la cener da li occhi & in breve morì miseramente, talmente che quel corpo stette doi giorni che tutti lo potevano vedere in la Chiesa de S. Antonio di Brescia.»

Al libro di Laura Fenelli dedicato alla storia di sant’Antonio e all’evoluzione del suo culto e della sua iconografia1 devo molte citazioni curiose come questa, devo una gran quantità di informazioni interessanti e di suggerimenti per altre letture, ma devo soprattutto un percorso ricchissimo e in effetti avvincente attraverso le varie forme assunte dall’identità e dall’immagine del santo: dall’anziano eremita che fugge nel deserto e viene attaccato dai demoni, al patrono degli animali da stalla e da cortile che inganna il diavolo; dalle tavole di metà del secolo XIV, ai santini ancora oggi in stampa.

Come questa straordinaria metamorfosi sia accaduta è il filo conduttore del volume, che affronta con coraggio una mole di materiale storico vasta e multiforme. Nella vicenda di Antonio, che solo a un certo punto diventa sant’Antonio abate, s’intrecciano infatti agiografia e iconografia, in un rapporto che non è sempre a senso unico, dalla prima alla seconda, ma talvolta si inverte; storia degli ordini religiosi e della spiritualità laica (nascita, diffusione e declino dell’ordine ospitaliero degli antoniani, eretti ordine di canonici regolari nel 1297 da Bonifacio VIII, ma cui già da prima era affidata la «gestione dell’ambulanza papale», cioè «un ospedale mobile per la corte papale, che aveva il compito di seguire il pontefice nei suoi spostamenti»; e dei quali ebbero a ridire con toni piuttosto duri o ironici, tra gli altri, Dante, Boccaccio e Sacchetti); storia delle reliquie e del loro ruolo simbolico ed economico (intorno alla fine del Quattrocento i corpi di sant’Antonio, perfettamente conservati, diventano due – poi anche tre –, e la controversia che ne deriva giunge fino al 1859, con un pronunciamento finale della Congregazione dei riti); storia della medicina (l’esclusività della cura del fuoco di sant’Antonio, il fuoco sacro da intendersi come l’intossicazione da segale cornuta e non come l’odierno herpes zooster, da parte degli antoniani si affermò tra Trecento e Quattrocento, ed è molto interessante il fatto che, una volta ammessi negli ospedali, i pazienti dovessero assumere uno stile di vita simile a quello dei canonici, nel cibo – cosa che faceva parte della terapia –, nelle vesti e nei doveri liturgici. Sempre da un punto di vista terapeutico, e collegata al possesso delle reliquie «autentiche», è altrettanto interessante la questione del saint vinage – la «bevanda ricavata ogni anno, il giorno dell’Ascensione, versando vino nella cassa contenente le ossa di sant’Antonio – e del grasso di maiale utilizzato come eccipiente nel balsamo di sant’Antonio per lenire le ulcere cutanee – cosa che si collega al privilegio degli antoniani di allevare i maiali anche in città, e alla singolare e stabile presenza del maiale tra gli attributi del santo nelle sue rappresentazioni); e ancora storia dell’arte, filologia (la Vita di Antonio di Atanasio, la Leggenda di Patras, la Leggenda di Teofilo), storia del folclore e delle tradizioni popolari (l’abruzzese Stòrije di sand’Anduone e le innumerevoli canzoni popolari) …

Anche da questo confuso elenco, che non gli rende ragione, emerge la dovizia del libro, che deriva da una tesi di dottorato2 e che in una certa misura ne risente: talvolta l’esposizione è quasi sopraffatta dalla quantità di dati e notizie che si sovrappongono, dalle prospettive di ricerca che si affiancano, ma alla fine prevale, direi, lo stupore per l’incredibile stratificazione di concetti, riferimenti e rimandi che si presenta a chi indaghi la figura e la vicenda del santo, e la sua altrettanto incredibile estensione temporale: sedici secoli in cui succede di tutto senza che si smarrisca un fondo comune, poiché, come conclude l’autrice, «l’Antonio contadino, l’Antonio burlone che va all’inferno per gabbare il diavolo, l’Antonio che protegge le stalle e i raccolti, l’Antonio che spegne gli incendi che minacciano le case coloniche è, nei fatti, lo stesso Antonio che nella biografia atanasiana coltiva il suo orticello contro i demoni, che sfida Satana nel deserto, che insegna ai suoi compagni come sopravvivere in un ambiente ostile, che risana prodigiosamente chi gli si rivolge».

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  1. Laura Fenelli, Dall’eremo alla stalla. Storia di sant’Antonio abate e del suo culto, Laterza 2011.
  2. Sant’Antonio abate. Parole, reliquie, immagini, tesi di dottorato in Storia medievale presso l’Università degli studi di Bologna, a.a. 2006-07 (che si può leggere qui).

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Moda monastica, le collezioni del 1741

Le deviazioni sono tra le cose più belle che possono accadere durante la lettura.

Stavo dunque leggendo la presentazione di Gabriella Zarri al volume di Lettere familiari e di complimento di Arcangela Tarabotti, la monaca veneziana di inizio Seicento, in clausura a Sant’Anna in Castello, che con maggior forza denunciò il costume della monacazione forzata; presentazione che invita a precisare meglio i contorni del fenomeno e a ricordare che «vi era tuttavia da parte delle monache una propensione non minoritaria a fare del monastero un luogo di convivenza cordiale, un istituto in cui far convergere un insieme di attività culturali e devozionali che elevassero la fama del monastero e delle donne che lo abitavano». Tale cordialità si traduceva anche in una certa cura nella confezione dell’abito, tanto che «perfino il noto gesuita Filippo Bonanni, autore di un libro di incisioni sui costumi dei diversi ordini religiosi, stampato nel primo decennio del Settecento, non poté mancare di far notare che a Venezia le monache indossavano abiti assai diversi».

Monaca olivetana

Monaca Olivetana

Bene, andiamo a vedere. Il libro in questione è, per citare la terza edizione del 1741, stampata a Roma da Antonio de’ Rossi con testo a fronte, il Catalogo degli Ordini Religiosi della Chiesa Militante espressi con immagini, e spiegati con una breve narrazione… dal p. Filippo Bonanni della Compagnia di Giesù, e, grazie a GoogleBooks, si può agevolmente «sfogliare» e leggere. Il secondo volume è dedicato appunto alle monache e presenta, come il primo, a sinistra una bella incisione a pagina piena e a destra un breve testo latino-italiano. Cento e otto schede una più bella dell’altra che, sia detto senza scherno, sembrano quasi una sfilata delle collezioni primavera-estate e autunno-inverno 1741, grazie anche, bisogna dire, alla complicità di un gusto controllato ma non irrilevante per la posa delle «indossatrici».

Centootto schede che vanno dalle «Monache dette Acemete», di origine greca e dedite alla lode ininterrotta, alle «Gentildonne dette le Dimesse», che «sono in Venezia, Padova, Udine, e altri luoghi del Dominio Veneto» e si chiamano così «poiché abbandonate le pompe del Secolo, e le vanità comuni al sesso donnesco vestono abito nero molto modesto».

Agostiniana scalza portoghese

Agostiniana scalza portoghese

Centootto modelli che illustrano ogni tipo di tonaca, sopravveste, velo, collare, cintura, fibbia e calzatura; la «pazienza bianca di lana» (una tunica con cappuccio), lo «scapulare nero» e il «candido rocchetto» (sopravveste con le maniche chiuse); i «sandali di canape» e la «cintura nera congiunta con fibbia di ferro»; la «cocolla non tanto attillata, ma più ampia», le camicie di butello bianco (che vuol dire panno grosso, e rozzo)» e le «maniche strette con sopraveste a mezzagamba».

Io, poi, per gli elenchi ho un debole, e quindi, tra le altre, ricordo le Angeliche, le Beghine di Anversa, un esercito di Canonichesse, le Carmelitane (antiche, di Francia e scalze), le Domenicane (con e senza Cappa), le Filippine, le monache di Fonte Ebraldo e le monache di Fonte Ebraldo Riformate, le Minime, le Romite, le Teatine, le Turchine o Celesti, le Silvestrine, le Solitarie, le Zitelle e le Zitelle povere (cioè, dai…). Ho anche imparato che le Clarisse erano dette anche Urbaniste, da Urbano IV, che «compose per loro una regola più mite».

Gentildonna dimessa

Gentildonna Dimessa

Non posso trascrivere tutto il volume, quindi ancora due citazioni e un «ricordo». Anzitutto un classico, tratto dalla scheda delle Agostiniane portoghesi, che «se occorre il bisogno di essere visitate dal medico, o dal Confessore, in tal caso pongono in testa un denso velo, che pende per tutte le parti fino a terra, in modo, che non è mai possibile vederle in volto». Poi una menzione speciale per il velo delle Brigidine: «Gli ornamenti del capo saranno una fascia, che circonda la fronte, e le guancie in modo, che resti in parte coperta la faccia, e si unisca la di lei estremità con una spilla. A questa si sovraponga il velo di tela nera, quale si doverà fermare con tre spille, una sopra la fronte, le altre due sopra le orecchie. Di poi si aggiunga una corona di tela bianca, a cui si uniscano cinque particelle di panno rosso, come cinque goccie, la prima in fronte, l’altra dietro la testa, la terza, e la quarta sopra le orecchie, la quinta sopra il capo in modo di croce. Quella corona si fermi nella sommità con una spilla».

E infine un ricordo partecipato per le monache di San Gilberto, la cui «mortificazione della carne era singolare, la fatica continua, il sonno brevissimo, i digiuni continui, i cibi vili, e l’abito aspro»…

Insomma, «moda» monastica, ossessione per la catalogazione e gusto per la definizione fanno di questo Catalogo una piacevolissima (se si prescinde dalle vite che vi si assiepano dietro) e molto istruttiva deviazione, in cui ci si può perdere e – come si suol dire – dimenticare per un po’ gli affanni. E per non perpetuare lo stereotipo dell’esclusiva femminile in campo di moda, prossimamente sfoglieremo anche il volume dedicato agli Ordini maschili, che ha cento pagine di più, tanto per dire.

Arcangela Tarabotti, Lettere familiari e di complimento, presentazione di G. Zarri, a cura di M. Ray e L. Westwater, Rosenberg & Sellier 2005; il Catalogo del p. Bonanni si può vedere qui.

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Racchiusi insieme protesi

«Custodiscimi come pupilla degli occhi, / proteggimi all’ombra delle tue ali, / di fronte agli empi che mi opprimono, / ai nemici che mi accerchiano» (Salmi, 17 [16], 8-9); «Quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una gallina raccoglie i pulcini sotto le ali» (Matteo, 23, 37).

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Sano di Pietro, “Madonna della Misericordia” (Siena; 1440 ca.; coll. priv.)

Poche immagini come quella della Madonna della Misericordia si prestano così bene a sintetizzare il senso della comunità monastica: il senso dell’essere racchiusi in un luogo, dell’essere insieme, dell’essere protesi verso qualcuno che sta al di sopra di quel luogo. E il Cristo può essere più che degnamente sostituito, in quest’ultimo aspetto, da sua madre. Negli esempi medievali di questo potentissimo tema iconografico, assai diffuso anche tra i laici, c’è poi per me un tratto particolarmente significativo, cioè l’anonimato dei membri della comunità raccolti sotto il manto di Maria, un anonimato dovuto non soltanto allo sviluppo del linguaggio pittorico, ma anche all’acerbità del concetto di individuo.

Come nel caso, scegliendo un esempio tra i più belli, delle clarisse (?) di Sano di Pietro: sorelle distinte soltanto dai voti – si riconoscono chiaramente le due novizie più «piccole» anche nelle dimensioni – e da un codice del velo che, ahimè, non so decifrare. Oltre a quelle visibili, poi, ve ne sono altre quattro, sulla destra, di cui si scorge a malapena solo il contorno del capo: sorelle dell’anonimato perfetto.

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Francisco de Zurbarán, “La Virgen de las Cuevas” (1665; Sevilla, Museo de Bellas Artes)

Che differenza, giusto per fare un altro esempio, con gli immacolati certosini di Zurbarán, che hanno con tutta evidenza un nome e un cognome, una personalità e che il giorno prima che venisse il maestro per il quadro devono essersi ricordati di far stirare le loro tonache con particolare cura. (Anche qui d’altra parte ci sono tre confratelli completamente nascosti.)

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Le «fraterie» di Alessandro Magnasco

Oggi ho imparato che un grande pittore di frati, monaci e monache è stato il genovese Alessandro Magnasco (1667-1749). Me l’ero tenuto «per dopo», come faccio con tante cose e consapevole di quanto sia aleatorio questo «dopo», archiviandolo con l’etichetta di artista strano e visionario. Ora, grazie a una nota di Gregorio Penco, ho scoperto che i suoi quadri, in particolare le sue relativamente piccole scene di genere (era assai noto come «figurista»), sono piene di monaci; e non soltanto come soggetto qualunque, utile per variare la sua ricerca su ombra e figura (la «frammentazione delle figure erose dall’ombra», come dice Fausta Franchini Guelfi), ma anche come tema specifico.

Molto attento al dibattito culturale del suo tempo, soprattutto nel suo lungo soggiorno milanese, Magnasco ebbe probabilmente familiarità con gli scritti del cappuccino Gaetano Maria da Bergamo e di Rancé, il fondatore della trappa. A suo modo, con le sue scene, intervenne – osservò e commentò quello che stava accadendo nel mondo monastico, nella sua quotidianità più concreta. Certo, le figure ieratiche dei monaci più rigorosi, le loro cupe meditazioni e i loro sai si prestavano perfettamente al suo discorso, anche dal punto di vista cromatico – un lividume marrone e grigio. Come dimostrano, tra i molti, questi tre esempi.

I Tre monaci camaldolesi in preghiera (1713-14) al Rijksmuseum di Amsterdam,

Alessandro Magnasco, «Tre monaci camaldolesi in preghiera» (1713-14), 54,5x39, Amsterdam, Rijksmuseum

Alessandro Magnasco, «Tre monaci camaldolesi in preghiera» (1713-14), 54,5×39, Amsterdam, Rijksmuseum

I Tre frati cappuccini in meditazione nel loro eremo (1713-14), sempre al Rijks

Alessandro Magnasco, «Tre frati cappuccini in meditazione nel loro eremo» (1713-14), 54,5x39, Amsterdam, Rijksmusuem

Alessandro Magnasco, «Tre frati cappuccini in meditazione nel loro eremo» (1713-14), 54,5×39, Amsterdam, Rijksmusuem

e i Cappuccini attorno al camino (1725-30), che trovo straordinario per lo statico dinamismo della massa di frati che si stanno scaldando in un ambiente di dura povertà e per lo schieramento di polpacci e piedi che si protendono verso il fuoco (coll. priv.).

Alessandro Magnasco, «Cappuccini intorno al camino» (1725-30), 65x92, coll. priv.

Alessandro Magnasco, «Cappuccini intorno al camino» (1725-30), 65×92, coll. priv.

Ah, poi, c’è l’inquietante Seppellimento di un frate trappista (1710-20), al Museo Civico di Bassano, che si può vedere grazie ai preziosissimi fondi fotografici della Fondazione Zeri.

Insomma, devo studiare.

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Nazionale Fondatori (Beato Angelico)

Ai piedi del Cristo della spettacolare Crocifissione con i santi del Beato Angelico, a destra di chi osserva, è schierata una bella squadretta. L’affresco, databile tra 1440 e 1442, occupa una delle pareti della sala capitolare del Convento di San Marco a Firenze, e se a sinistra svolge una consueta iconografia legata al tema, alla città e alla committenza, sulla destra presenta appunto undici santi che, escludendone giusto un paio, rappresentano la nazionale dei fondatori degli Ordini monastici.

Da sinistra verso destra abbiamo infatti: 1) san Domenico, inginocchiato, davanti a tutti perché è il fondatore dell’Ordine cui appartiene il convento; 2) sant’Agostino, in piedi sotto il ladrone, fondatore degli agostiniani; al suo fianco 3) sant’Alberto da Vercelli, legislatore dei carmelitani e in un certo senso loro fondatore; inginocchiato davanti a questi ultimi un magrissimo 4) san Girolamo, fondatore dei geronimiti; seguito da un dolcissimo 5) san Francesco e da 6) san Bernardo, padre dei cisterciensi (un dettaglio dei tre si può vedere qui e qui).

Dietro san Bernardo ci sono 7) san Benedetto e 8) san Romualdo, fondatore dei camaldolesi. In primo piano, inginocchiato e con una mano sul volto, c’è 9) san Giovanni Gualberto, padre dei vallombrosani. Completano la squadra un massiccio 10) san Tommaso d’Aquino e 11) san Pietro da Verona, martire, entrambi domenicani.

Tra i convocati c’è anche un grande assente: san Bruno, il fondatore dei certosini, ma all’epoca del dipinto non era stato ancora canonizzato, quindi niente.

Prima o poi andrò a guardarli bene da vicino, questi venerabili monaci, ma so già che il mio preferito resterà Romualdo, torvo, corrucciato e con la vena gonfia.

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Le monachine di Vincenzo Cabianca

Si procede così, un po’ a tentoni, guidati dai propri «interessi», e si scopre che i macchiaioli sono stati molto sensibili ai temi dell’iconografia monastica, in particolare di quella femminile. Con un’interessante e non lineare sintesi di aspetti civili e pittorici. L’adesione alla nuova etica laica, di derivazione risorgimentale, che indica nelle figure malinconiche di suore e monache delle vittime di viete tradizioni religiose, si mescola con un’immagine idealizzata di fuga da un presente disordinato («il fascino sommesso di quelle esistenze lontane dal fragore dissonante del vivere quotidiano e dalle passioni mondane», Laura Lombardi) – a riprova della funzione simbolica che, periodicamente, il mondo claustrale svolge per lo sguardo laico. Un contrasto ambiguo che si sposa perfettamente con la dialettica luce-nero che mi pare accomuni la maggior parte dei dipinti di questo tema (ho molto da studiare al riguardo, non vado oltre una lacunosa propensione per la pittura ottocentesca).

Così, per esempio, nell’anno della proclamazione dell’Unità d’Italia, il veronese Vincenzo Cabianca (1827-1902) dipinge I segreti del chiostro, pieno di chiusure, bisbigli e cieli lontani,

Cabianca, I segreti del chiostro, 1861, olio su tela, cm 92,1x56,7, Collezione privata.

e soprattutto dipinge una prima versione de Le monachine (noto anche come Il mattino), dove il sole si abbatte sulle tonache e sui volti delle monache raccolte fuori di un convento affacciato sul mare: «Alcune passeggiano, altre sono inginocchiate a pregare, altre ancora, immobili, sembrano contemplare, in quell’atmosfera ariosa, lo splendore del paesaggio, forse meditando – come è stato osservato – sulle proprie isolate esistenza, trascorse nella costrizione claustrale» (ancora Laura Lombardi).

Cabianca, Le monachine, olio su tela, cm 36x99, Viareggio, Istituto Matteucci.

(I testi da I Macchiaioli prima dell’impressionismo, catalogo della mostra, Padova 2003-2004, a cura di Fernando Mazzocca e Carlo Sisi; vedi anche il sito della mostra più recente Cabianca e la civiltà dei Macchiaioli.)

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