
All’interno di un libretto anonimo, o meglio, come vuole la loro tradizione, intestato a «Un Certosino», ho trovato un breve scritto (una «operetta») dedicato alla Vocazione dei certosini e delle monache certosine1 che, seppur con la massima sobrietà, restituisce lo spirito certosino par lui-même. In quella prima persona plurale, «noi certosini», seppur rivestita della massima umiltà possibile, risuona tuttavia, almeno alle mie orecchie, un innegabile spirito… «di corpo».
«Il nostro ideale è quello di seguirla [la chiamata di Gesù Cristo] e di non vivere che in unione con lui», eliminando tutti gli ostacoli che vi si frappongono, i quali «si riducono ad uno solo: il nostro attaccamento a noi stessi». È un ideale di estrema precisione e semplicità, che non richiede interpretazioni e commenti, tanto che «i monaci e le monache certosine… non hanno costituito alcuna scuola né si sono posti sotto il nome di un maestro». Un primo tratto di questo ideale è la verginità, del corpo e dell’anima (motivo per il quale, tra l’altro, «a noi non sembra affatto che le nostre monache siano aggregate al nostro Ordine accidentalmente»), affinché non vi sia spazio che per Lui, e che pertanto chiama a sé la solitudine, «quella fra le nostre osservanze che più spesso fa specie agli estranei e li sorprende» (gli estranei…). Una condizione apparentemente inumana e che invece è una vocazione che si oppone all’inumanità collettivistica del «mondo».
«La vita certosina si definisce altresì in ragione della sua attività interiore», cioè la contemplazione, che designa con esattezza l’atteggiamento dell’«anima sposa», una perfetta unione che è per sua natura «segreta»: «Il segreto è, del resto, uno dei caratteri di tutta la vita certosina», un «fresco riparo». Questi aspetti convergono verso un’unica preoccupazione, che è quella di sparire, imitando in questo Gesù prima della nascita e nei trent’anni che prepararono la «salvezza del mondo». E se sparire è doloroso, la solitudine è un sacrificio benefico e benvenuto: non c’è infatti vita interiore autentica senza un’immensa pazienza, «e se la vita di cella non è una vita interiore, è una prigionia singolarmente infelice». La pazienza, altra virtù pratica chiave, è lo strumento silenzioso che pialla l’amor proprio.
Tutto questo ha una sola ragione d’essere: la carità, l’amore, indirizzato al Signore, ma che si riversa per così dire tutto attorno, a cominciare dai confratelli («attraverso uno sforzo costante di delicatezza e comprensione vicendevole», che «si realizza in maniera più costante di quanto il mondo non creda») fino all’intera comunità dei viventi. La fraternità monastica, oltre a essere sostegno quotidiano per il certosino, può essere un esempio fruttuoso per le «persone del secolo»: nessun affetto può infatti durare se non si è pronti alla rinuncia, nessun amore può vivere se non si è disposti al sacrificio (anzi, «a numerosi sacrifici»).
«Chi non riconosce queste verità, non può certo amare come si ama nella certosa, ma non crediamo molto che sappia amare altrimenti.»
- Un Certosino, Parola di Dio e vita divina, prefazione di C. Journet, traduzione di G. Caprile, Firenze, Edizioni di spiritualità, 1956. (Per una serie di circostanze bibliografiche è probabile che l’autore sia identificabile con d. Jean-Baptiste Porion, certosino dal 1924 alla morte, nel 1987.) ↩︎

Da qualche tempo la casa editrice Rubbettino ha avviato una pregevole «collanina» di pubblicazioni di argomento certosino; si chiama «Amore e silenzio» (dal titolo di un famoso scritto del certosino
Il secondo volume, firmato dal certosino Maurice Laporte, è in realtà il «frammento conclusivo della prima parte» di una monumentale opera in otto volumi che lo studioso ha dedicato al suo Ordine e che, pur essendo circolata praticamente soltanto all’interno dell’Ordine medesimo, «costituisce uno spartiacque negli studi del monachesimo certosino e sul suo iniziatore»2. Frutto di una lettura minuziosa, si direbbe parola per parola, delle poche opere di san Bruno (la Lettera a Rodolfo il Verde, la Lettera ai Fratelli di Certosa, un Commento alle Lettere di san Paolo e un Commento del Salterio, gli ultimi due di non assoluta autenticità) e i famosi «Titoli funebri» raccolti in seguito alla lettera che annunciava la morte di Bruno, Laporte traccia un ritratto del fondatore isolando una serie di suoi tratti caratteristici: l’amore della solitudine; l’ascolto della sapienza divina; l’amore di Dio; la vita abstracta, cioè interamente dedicata alla contemplazione; la stabilità; l’equilibrio, nel giudizio, nelle forme di vita quotidiana, nell’esercizio del ruolo di priore; l’obbedienza; la gioia («la più gran gioia che possa esistere»), e così via. E ancora quella superiore semplicità, come se per un certosino non fosse possibile altra scelta che essere, naturalmente, un certosino: «Monaco come tanti nel suo secolo, e più specialmente eremita come molti, [Bruno] non cerca affatto una forma singolare. Ma la vita monastica vissuta da lui ha ricevuto una tonalità propria dovuta alle aspirazioni della sua anima e al suo temperamento personale, e questa vita è rimasta senza dubbio, con queste sfumature, la caratteristica del suo Ordine».
58. Nelle pagine e nelle lettere di antiquata finezza, e per questo belle, per non dire confortanti, di Cesare Angelini (1886-1976) che ho letto non ho trovato finora moltissimi monaci; un po’ di abbati, «lodatissimi per pietà e dottrina», i dodici monaci biondi che seguirono Colombano e arrivarono al Lambro, qualche altra comparsa sfumata sullo sfondo: lì troverò, anche se forse gli sembravano un po’ lontani, come Benedetto che, salvata l’Italia e la civiltà, finì «in monastero a scandir salmi o a chiosar codici» (ma «creando tuttavia quelle correnti spirituali che non paiono ma salvano il mondo»). Ho già trovato però un mirabile testo dedicato alla Certosa di Pavia, pubblicato nel 1970 nella raccolta Questa mia Bassa1.
