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«Vuoti di mondo»: Isacco di Ninive, il misterioso

Salvo qualche precisa eccezione, che cerco di coltivare con letture ripetute, devo riconoscere che le voci dei Padri del deserto e degli scrittori dei primi secoli del cristianesimo per me risuonano spesso come una sola voce; fatico a coglierne le differenze e mi adatto a considerarli quasi fossero un’impresa collettiva di costruzione di un sapere. Con Isacco di Ninive (indicato talvolta anche come Isacco il Siro, e attivo nella seconda metà del VII secolo), invece, sin dalle prime righe ho avuto la netta sensazione di trovarmi al cospetto di una voce inconfondibile. Dei tre volumi che le benemerite Edizioni Qiqajon hanno dedicato al padre della chiesa siro-orientale ne ho letti due1 e, forse anche per via della sapiente organizzazione dell’antologia di testi curata da Sabino Chialà, mi sembra che le sue potenti formule echeggino ancora nelle mie orecchie; come questa, che apre la suddetta antologia e suona come l’attacco di una formidabile sinfonia: «Ci fu un tempo in cui Dio non aveva nome, e ci sarà un tempo in cui non ne avrà».

Anche prescindendo dal contenuto teologico dei suoi scritti, sul quale è meglio che non mi avventuri, ma che intuisco di estrema rilevanza, la forza delle sue proposizioni non può lasciare indifferenti. Mi sono parse le parole di un individuo, di un maestro, che, pur consapevole di dovere tutta la sua conoscenza a Qualcun Altro, nondimeno possieda la statura per stare al cospetto del mondo e delle cose, e le colga nella loro interezza. Il punto di vista di Isacco è naturalmente quello della Rivelazione, ciò nonostante non ha limiti nello spazio e nel tempo, e il suo sguardo si trasforma volta a volta.

Isacco è un naturalista («Il primo libro che Dio ha dato agli esseri dotati di ragione è la natura delle realtà create. L’insegnamento tramite inchiostro è stato infatti aggiunto dopo la trasgressione»); è uno psicologo («C’è un vagare cattivo e c’è un vagare buono. Tu perciò, durante la preghiera, non cercare di non vagare con il pensiero, perché è impossibile, ma di vagare nel bene»); è un fenomenologo («Quando l’uomo serve Dio sensibilmente e per mezzo delle cose, le impronte delle cose si incidono nei suoi pensieri e la sua intelligenza pensa le cose divine in forme corporee»); è un osservatore («La potenza di Dio istruisce gli uomini come colui che insegna a nuotare a un bambino piccolo: quando inizia ad affondare, egli lo tira su, perché il bambino galleggia al di sopra delle mani del suo maestro»); è un pittore surrealista («Se anche tu fossi appeso a Dio, persino con le palpebre dei tuoi occhi…»); è oracolo («Qualsiasi realtà sensibile, sia azione sia parola, qualora non sia dovuta al caso ma ritorni con fedeltà, è rivelazione di ciò che è nascosto dentro»); è aforista («Temi le abitudini più dei nemici», «Questa è la virtù: essere, nel proprio pensiero, vuoti di mondo»); è spiritoso («Colui che non ha bevuto vino non diventa ubriaco perché gli parlano di vino»); è uomo pratico («La speranza non ti seduca fino a farti trascurare la pratica, perché della tua vita tu non possiedi che l’ora presente»); è ispirato («Nell’ora in cui tutti si tolgono di dosso il vestito della notte, togli, Signore nostro, dal nostro cuore il ricordo del mondo che passa»); è narratore, capace di un romanzo in quattro righe («O come Giacomo il Girovago che peccò. Egli commise adulterio, uccise e inoltre gettò il cadavere nel fiume. Ma dopo tutto ciò se ne andò e, confermato da un segno divino, abitò in una tomba per dieci anni»), eccetera – e uso questa espressione perché anche Isacco la usa talvolta, con effetti notevoli2.

La grandezza di Isacco risiede, lo so, proprio in quelle prospettive teologiche cui qui non posso far cenno3, ma la sua voce sollecita anche il non credente a confrontarsi con… il mistero, una dimensione da cui almeno mi tengo distante, non potendo ragionevolmente negare l’influenza che ha per molti individui. Ecco, le parole di Isacco di Ninive mi sono sembrate talvolta quelle di un uomo che, pur avendo calpestato la medesima terra, ha intravisto qualcosa altrove. Dice Isacco il Misterioso: «Noi solitari non ci siamo rinchiusi dietro una porta per coltivare la virtù, ma per essere morti anche alla virtù. La virtù, infatti, la coltivano i vivi».

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  1. Isacco di Ninive, Un’umile speranza. Antologia, scelta e traduzione dal siriaco a cura di S. Chialà, Edizioni Qiqajon 1999; Id., Discorsi ascetici. Terza collezione, introduzione, traduzione e note a cura di S. Chialà, E.Q. 2004.
  2. Nel Discorso XII della Terza collezione si legge: «[Carpo] fu vittima dell’astuzia di Satana [che agì] per mezzo della moglie di un governatore suo amico: [la donna] saliva spesso alla sua cella per vederlo, finché, per l’azione di Satana, un giorno [essa] lo guardò con lascivia, eccetera».
  3. Colpisce il giudizio di Giuseppe l’Esicasta riportato da Chialà: «Se tutti gli scritti dei padri del deserto che ci istruiscono circa la vita monastica e la preghiera andassero perduti, e fossero conservati solo gli scritti di Isacco il Siro, essi basterebbero a insegnare, dall’inizio alla fine, la vita dell’esichia e la preghiera. Essi sono l’alfa e l’omega della vita monastica e della preghiera interiore».

 

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Insomma, questo è il mondo (Dice il monaco, LIV)

Dice Isacco di Ninive, nella seconda metà del VII secolo:

Quando senti parlare di allontanamento dal mondo o di abbandono del mondo o di purezza dal mondo, innanzitutto ti è necessario apprendere e conoscere, non in modo superficiale, ma tramite i moti conoscitivi, cosa indica il nome “mondo” e di quante parti si compone questo nome. [Solo] allora potrai conoscere te stesso e quanto sei lontano o mescolato al mondo. Se l’uomo non conosce prima cos’è il mondo, non saprà neppure con quante membra [ne] è lontano oppure avvolto in esso. Molti sono coloro che, poiché si astengono dal mondo in due o tre cose, sono convinti di se stessi che, nei loro comportamenti, sono quasi del tutto fuori da esso. Questo perché non hanno compreso e percepito sapientemente che con uno o due membra sono morti al mondo, ma con il resto delle loro membra vivono nella realtà del mondo. E per questo non sono coscienti delle loro passioni e, non essendone coscienti, neppure si preoccupano di curarle.

“Mondo”, secondo una comprensione contemplativa, è un nome complesso atto a indicare l’insieme delle passioni. Quando vogliamo dire le passioni complessivamente, le diciamo “mondo”; quando invece singolarmente, diciamo “passioni”, distinguendone i nomi. Le passioni sono le parti del corso normale del mondo e quando le passioni cessano, il mondo si ferma dal suo fluire… Quando queste [passioni] si arrestano dal [loro] corso, allora, correlativamente al loro fermarsi, il mondo cessa di esistere e si ferma. Così [avviene per] ciascuno dei santi i quali, mentre vivono, sono morti: vivono nel corpo, ma non vivono secondo la carne…

Insomma, questo è il mondo: comportarsi secondo il corpo e pensare secondo la carne. Perciò anche il distacco da esso si conosce da ambedue queste cose: dalla trasformazione dei comportamenti e dal discernimento dei moti.

♦ Isacco di Ninive, Un’umile speranza. Antologia, a cura di S. Chialà, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose 1999, pp. 111-12.

 

 

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