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Come l’edera e le gramigne (Ildefonso Schuster e la Regola, pt. 2/2)

regula-monasteriorum(la prima parte è qui)

L’aspetto forse più interessante di questi appunti di Ildefonso Schuster1 è proprio la dovizia di riferimenti personali alla propria esperienza di abate: il cardinale rilegge l’amata Regola con la matita in mano, pronto ad annotare a margine le conferme e gli eventuali emendamenti che il mutare dell’epoca suggerisce2, e sempre animato dalla comprensione delle debolezze dei monaci e delle durezze della loro vita (su questo punto l’osservazione è semplice e precisa: «Per entrare in monastero si richiede indubbiamente un equilibrio di carattere ed una sana costituzione fisica. Senza di che, il cenobio si trasformerebbe in un sanatorio»3).

Quante volte lo Schuster usa l’espressione «quante volte», a riprova di una lunga esperienza accumulata: «Quante volte odonsi…», «Quante volte ho veduto…», e anche: «Quanti monasteri sono andati alla malora…» Nella maggior parte dei casi il suo sguardo è bonario, e allora si posa senza eccessivo rigore ad esempio sulle scuse dei dormiglioni, «ben note a chi ha pratica di comunità!»; o su qualche cedimento alimentare (peraltro non si dimentichi «quel proverbio popolare che ricordò piacevolmente una volta Pio X, ricevendo la comunità monastica di San Paolo e facendosi presentare il cuoco: buona cucina, buona disciplina!»); sui lettori «che non sanno farsi comprendere» e sui cantori «stonati»; su tutti quei piccoli difetti che sono degli esseri umani, e quindi sono anche dei monaci, e che anzi proprio nel monastero, come si diceva, non possono più essere nascosti.

Altrove prevale invece la fermezza, come nel caso di quei «monaci fantasiosi, continuamente preoccupati della propria salute», sui quali non si può mai contare per le necessità della vita comune; o dei «mormoratori», che «come l’edera e le gramigne aprono ed allargano le crepe entro i muri»; di quelli che si atteggiano a grandi riformatori e dei distratti; o degli incapaci arroganti: «Avverta bene l’abate, e non si lasci prendere la mano da qualcuno di quei caratteri prepotenti o presuntuosi, – ce ne sono dovunque [si noti questo inciso un po’ sconsolato] – che, pur di emergere, sacrificano la comunità ostinandosi in un ufficio pel quale non riescono punto utili».

Per certi versi, dunque, la comunità è un organismo vulnerabile e dinamico, soggetto a continue tensioni, e quindi bisognoso di un’attenzione costante da parte della sua guida. Ma è anche il frutto del costante impegno dei suoi componenti, che scegliendo l’obbedienza non cancellano la propria responsabilità e offrendosi al servizio non smarriscono la propria individualità. C’è qualcosa di ammirevole, anche da una prospettiva laica, in questo ideale continuamente rilanciato, soprattutto quando, come nel caso della testimonianza del cardinale, non ci si nasconde la sua irrealizzabilità, quando le parole, quelle di Benedetto e quelle dello Schuster, vengono scritte con tutta evidenza dopo l’osservazione della realtà, e non prima.

«I buoni monasteri», conclude allora il cardinale, «sono quelli, non già dove non si lamentano quotidiane miserie di carattere, d’ignoranza, di incomprensione reciproca; ma dove i monaci, allargando l’un l’altro le braccia nella carità di Cristo, scambievolmente si perdonano, scambievolmente si sopportano, scambievolmente si stimano e si amano.»

(2-fine)

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  1. San Benedetto Abb., La «Regula Monasteriorum», testo, introduzione, commento e note del card. A. Ildefonso Schuster, SEI 1942.
  2. Come accade sempre nella tradizione benedettina, si considerano anche gli aspetti più concreti: «Ben inteso che oggi il superiore dovrà tenere conto dei tempi mutati, ed allo stilo sostituire opportunamente una buona penna stilografica, o una macchina da scrivere; al temperino, un bravo rasoio Gillet [sic], o addirittura quello elettrico Roselet [sic], che va diventando ormai comune», p. 234.
  3. In monastero si entra per servire, «perciò chi non se la sente di servire, o chi per costituzione fisica, o morale, più che di servire Dio ed il cenobio, ha bisogno egli stesso di essere servito, vada pure per la sua strada», p. 385.

 

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La nostalgia del chiostro (Ildefonso Schuster e la Regola, pt. 1/2)

regula-monasteriorum«Lo scrivere sulla Santa Regola è stato per me uno sfogo del cuore. Non solo perché la nostalgia del chiostro mi accompagna dovunque […]; ma più ancora perché non so darmi pace che un libro sul quale si sono formate tante generazioni di giganti della santità, oggi, fuori dei chiostri, non sia quasi più conosciuto, neppure dal Clero.»

Dopo aver assaggiato le riflessioni benedettine del cardinale Ildefonso Schuster, grazie alla piccola ma efficace antologia curata da Pelagio Visentin1, ho recuperato uno dei volumi che vi erano citati: l’edizione della Regula Monasteriorum del 19422. Non si tratta di un commento teologico o storico-filologico, per ammissione dell’autore stesso, bensì di una serie di «semplici note», in cui vibra un tono personale che le rende assai più preziose e interessanti. A mano a mano che procedevo nella lettura ho avuto come l’impressione di avere tra le mani un quaderno di appunti privati, nel quale il cardinale aveva riportato i capitoli della Regola, nell’originale latino, facendoli seguire da riflessioni, promemoria, indicazioni, ricordi, sottolineature, disquisizioni liturgiche, annotazioni linguistiche, chiose storiche e così via – una Regola tutta piena di Post-it ed evidenziatori.

Sono appunti in cui si coglie anzitutto, come si può immaginare, il monaco, ma anche il novizio, il sacerdote, l’abate, il vescovo, l’uomo di governo della Chiesa, la personalità della vita pubblica, l’osservatore obiettivo: tanti volti uniti da un atteggiamento che si dirà di antiquata compostezza (la «signorilità benedettina», la definisce in generale il cardinale), severo, talvolta triste, comunque preoccupato, e che si traduce in un formalismo stilistico che suscita soggezione: «Quando la fiamma della divina carità avrà consumato e distrutto in noi l’umore dell’egoismo, cioè della superbia vitae nelle sue diverse tumefazioni descritte tanto bene dal Santo Legislatore nella sua mistica scala dell’umiltà, allora il monaco giungerà a quella pienezza di Cristo… che deve regnare sovrana nell’anima»3.

La tristezza del cardinale, che immagino io, è del presente e si scioglie quando lo sguardo si volge indietro e la nostalgia prende con discrezione il sopravvento; anche perché nel monastero non c’è posto per la tristezza: Benedetto lo ricorda nel capitolo XXXI e lo Schuster così commenta: «Il presente capitolo, derivato in gran parte dalla precedente tradizione dei Padri, termina con una massima da incidersi a caratteri d’oro nel chiostro della abbazia: “Nella Casa di Dio nessuno deve starci con tristezza e con turbamento di spirito”». Non può dirlo, ma è evidente come lo Schuster tornerebbe di corsa in un monastero, e non perché esso sia un’anticamera del paradiso abitata da angeli, al contrario: sembra che, nel pensiero del cardinale, proprio lì l’essere umano possa essere veramente tale e guardare senza maschere il proprio volto, poiché soltanto nel chiostro tutte le debolezze emergono senza occultamenti, insieme con la loro fondamentale medicina, l’umiltà: il capitolo VII, sull’umiltà «sta a tutta la Regola come il Sermone della montagna sta all’intero Vangelo. Se non si può propriamente chiamare un riassunto della Regola, ne costituisce tuttavia il fondamento».

Ed ecco che con la nostalgia arriva anche la dolcezza lenitiva del ricordo: «Ricordo d’un abbate della Trappa…», «Quando io ero abbate di San Paolo…»: i ricordi di vita monastica sono i momenti nei quali la severità del cardinale si stempera, in particolare quelli legati al suo maestro, d. Placido Riccardi, il quale, parlando appunto di umiltà, vedeva la propria anima «a guisa di un sasso sospeso nel vuoto».

(1-segue)

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  1. Alfredo Ildefonso Schuster, o.s.b., Sapientia cordis. Il racconto della vita monastica, Abbazia San Benedetto Seregno 1996 (20033).
  2. San Benedetto Abb., La «Regula Monasteriorum», testo, introduzione, commento e note del card. A. Ildefonso Schuster, SEI 1942.
  3. D’altra parte osservazioni più tecniche appaiono oggi belle e remote come certe rovine abbaziali: «L’acclamazione sacra Alleluia vale musicalmente un intero periodo melodico. Si conoscono degli Alleluiari Orientali, dove il vocalizzo può protrarsi per un breve quarto d’ora. Anche nell’abbazia di San Gallo, questi Alleluia dovevano essere ben prolissi se, un giorno, alle note dello iubilus alleluiatico furono sottoposti gli stichi delle sequenze Notcheriane» (p. 107).

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I Benedettini non fanno mai locanda (il cardinale Ildefonso Schuster, o.s.b.)

SapientiaCordisNel giorno della beatificazione del cardinale Alfredo Ildefonso Schuster, che veniva sancita esattamente vent’anni fa da Giovanni Paolo II, le edizioni dell’Abbazia San Benedetto di Seregno pubblicavano un’antologia di brani tratti dalle principali opere di argomento monastico del famoso vescovo di Milano1. «Forse nessun monaco come lui, diventando vescovo, è rimasto monaco fino in fondo», testimonia Pelagio Visentin2 introducendo la scelta di testi da La «Regula monasteriorum», La vita monastica nel pensiero di san Benedetto e Un pensiero quotidiano sulla Regola di san Benedetto, pubblicati nel decennio 1942-1951 e che cercherò ovviamente di recuperare in qualche modo (in particolare gli otto, diconsi otto, volumi dei Pensieri sulla Regola).

Ci sono almeno tre aspetti che mi hanno colpito di questo che tocca definire «aureo libretto». Anzitutto la dimensione pratica su cui spesso si sofferma il cardinale: la sua preoccupazione, abbaziale e pastorale, è volta alla conduzione delle comunità, al loro resistere o adattarsi alle trasformazioni del mondo circostante, al mutare della consuetudine che deriva dal mutare degli individui. In un costante confronto con le sue esperienze, il vescovo ammonisce ad esempio contro «la soverchia cura economica o edilizia» che fa dimenticare la crescita spirituale per quella degli edifici; oppure contro un’interpretazione scomposta dell’ospitalità: «Si distingua bene tra l’ospite in senso cristiano ed i semplici forestieri, o turisti moderni» in modo che il monastero non si trasformi «in un’azienda alberghiera, o in un centro di sport», e non si parli di conti, «perché i Benedettini offrono bensì ospitalità, ma non fanno mai locanda». La carità fraterna, ancora, è fondamentale, ma è bene che i compiti siano assegnati con precisione, «Quando sono incaricati tutti, fa nessuno», e che i detti incaricati siano preparati: «Avverta poi l’abate che, oggi soprattutto, quando la civiltà è tanto progredita, per i diversi uffici della cittadella monastica si richiede una vera competenza scientifica o tecnica. […] Se un cuoco non conosce bene l’arte sua, finirà col rovinare coi grassi gli stomachi più delicati dei religiosi. Se l’addetto alla cantina è imperito…».

Un piccolo particolare mi ha poi confortato. Qualche tempo fa ho usato il termine «macchina» per riferirmi al complesso di regole e comportamenti che consente il buon funzionamento di un monastero, ed ecco che il cardinale Schuster, mettendo in guardia sul cattivo effetto dei monaci accentratori, che vogliono fare tutto da soli e a modo loro, dice: «In queste circostanze, in un monastero tutto il congegno della macchina conventuale si arresta ed irruginisce: un vero disastro!».

L’antiquato e raro «irruginire» evoca il secondo aspetto, minore, che mi è piaciuto, quello linguistico. L’italiano sempre composto del cardinale è piacevolmente desueto, cosa che non sorprende e che è utile a mantenere ben desta l’attenzione: i superiori che «non di rado vanno a dare il capo» contro un grave ostacolo; i monaci che si limitano a «processionare intorno al chiostro»; il «monachino infermiccio», l’«inconsiderato parlare», l’«antico spirito di onnigena unità», la pericolosità degli «zelotipi, ossia i caratteri gelosi», e così via.

Infine, ben più importante, mi ha colpito quello che definirei lo «spirito di corpo» del vescovo benedettino. Da un lato tale spirito si manifesta in una certa apprensione per i monaci che non fanno più i monaci ma qualcos’altro, ad esempio gli studiosi, che ricordano i «girovaghi» di san Benedetto: «Quanti ne ho veduti di monaci intellettuali, investigatori di codici e palinsesti nelle varie biblioteche ed archivi d’Europa, i quali, col troppo stare fuori dai loro chiostri, hanno finito miserabilmente col perdere la vocazione!» Ma anche i guardiani di opere d’arte, che si ritrovano «anche adesso in quei minuscoli cenobi dove restano due o tre religiosi a custodire l’artistico monumento» e che sono regola a se stessi, come i sarabaiti.

Altrove l’apprensione cede il posto a una mite forma di orgoglio monastico: «Talora i monaci non si rendono esatto conto dell’impressione che la semplice osservanza regolare esercita sui secolari». Anche per questo motivo i monaci non devono inseguire il mondo, i suoi modi, i suoi cambiamenti; non devono scimmiottare i laici per puro spirito di «aggiornamento», devono bensì essere al loro stesso livello per cultura e preparazione, ma non dimentichino mai il  «galateo monastico» né il senso della loro vita, che è mettersi alla scuola del Cristo («Il monastero non è il paradiso, ma il purgatorio»), e tra loro si chiamino col nome di fratello («che vuol far dimenticare quello secolaresco di compagno, o di camerata»). È proprio custodendo la loro forma di vita che i monaci, «senza punto uscire dai loro chiostri, anzi senza neppur conversare cogli uomini, possono esercitare una benefica influenza sul mondo contemporaneo».

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  1. Alfredo Ildefonso Schuster, o.s.b., Sapientia cordis. Il racconto della vita monastica, Abbazia San Benedetto Seregno 1996 (20033); volume 14 della pregevole collana verde degli «Orizzonti monastici».
  2. Don Pelagio Visentin (1917-1997), liturgista e monaco benedettino di Praglia, a lungo preside dell’Istituto di liturgia pastorale (ILP) Santa Giustina di Padova, fu figura di spicco del movimento di rinnovamento liturgico acceso dal Vaticano II.

 

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