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Gli zoccoli la sera no, mi raccomando (Voci, 23)

Capitolo XXII. Del modo, e tempo, che devono dormire le sorelle, e che tutte dormono in un Dormitorio l’una separata dall’altra

Acciocché il nostro dormire non sia immagine di morte, ma sia di riposo e fortificazione del corpo e dello spirito, discretamente ordiniamo tutte di unanime consenso che la Madre usi buona provvidenza circa il dormire delle Sorelle, dando tale ordine alla Sagrestana, che in ogni tempo dell’anno debba sonare la dormizione a tal’ora che tutte abbiano spazio di dormire sette ore fra il giorno e la notte. Onde la detta Sacrestana osservando sempre in ogni cosa l’ordine, il quale è la bellezza ed ornamento della santa Religione, dovrà avere l’orologio, e secondo che la notte manca, o cresce, così dovrà temperare la vigilia della notte con il riposo del giorno, sminuendo o crescendo la predetta vigilia secondo la varietà de’ tempi. Ed acciocché le Sorelle possino essere più ferventi alli Divini Officj, ed all’Orazione mentale, ed agli esercizj corporali, sarà lecito a tutte andare a riposare ne’ suoi letti dopo Mattutino. Nientedimeno vogliamo che sia in arbitrio dell’Abbadessa poter qualche volta proibire la dormizione dopo Mattutino secondo l’occorrente necessità.

Parimente per seguitare lo stile delle nostre Maggiori, e per conformarsi con le Religioni di Osservanza, non vogliamo che le Sorelle dormano su le piume, se non in caso di legittima necessità, come sarebbe per infermità, debolezza, ec., ma dormano sopra li sacconi di paglia, ed abbiano li capezzali di paglia, con il cuscino di piuma di sopra alli capezzali. Potranno ancora usare materassi, lenzuoli di lana, ed altre coperte, e piumazzi secondo il freddo della stagione, sempre però abbiano l’onestà, cioè l’abito indosso in contrassegno di religiosità.

Ogn’una dormi separata dall’altra Sorella nel suo letto, ed ancora nella sua cella. Le nostre coperte saranno schiavine, o fressate di poco prezzo e di poca apparenza. Tutte le Sorelle, come altresì la Madre, dormiranno in un medesimo Dormitorio, né mai dormiranno nude, ma sempre siano vestite, o di camiscia o di tonica; e se per infermità, debolezza, o vecchiaja la Madre non dormisse in Dormitorio, la Vicaria dovrà supplire le di lei veci in questo ed altri casi, quando la Madre non può fare il suo officio per le cose che ogn’ora e spesse volte occorrono.

La lampada stia sempre appesa la notte in mezzo del Dormitorio. Le finestre del Dormitorio, delle celle, dell’Infermeria, della Foresteria, della Chiesa, e generalmente tutte le finestre pericolose e sospette, sieno indispensabilmente serrate [ferrate]. Dette finestre dovranno essere tanto alte che le Sorelle non possono vedere né essere vedute da quelli di fuori del Monistero, se pure non si riponessero qualche cosa sotto de’ piedi, ovvero ascendessero in luogo eminente, la qual cosa nissuna ardisca di fare, altrimenti sia corretta col dovuto gastigo. Per tanto se qualche Sorella sarà scoperta e ritrovata stare a qualche finestra della Casa, o della Chiesa, per qualche leggerezza, o curiosità, o per esser veduta, o per vedere altri, sì fattamente dovrà esser corretta che serva d’esempio a tutte le altre.

In oltre non vogliamo che alcuna Sorella ardisca entrare nella cella dell’altra senza licenza della Madre, o della Vicaria in sua assenza; né in verun modo deve una Sorella dar licenza all’altra di entrare nella sua cella, eccettuata la Maestra delle Novizie, la quale può dar licenza alle sue Novizie di entrare nella sua camera, e così ella può entrare nelle celle delle sue Novizie per visitarle ed ammonirle quando le parerà, senza pigliare altra licenza speziale dalla Madre. Quando vi fosse necessità di dire qualche cosa alla Sorella che trovasi in cella, ciò deve farsi con poche parole e con voce sommessa, stando all’uscio fuori della cella. Siano ancora avvisate le Sorelle di non fare strepiti e disordinati movimenti in cella, o nel Dormitorio, per non conturbare la quiete corporale e spirituale delle altre.

Sonato che sarà il segno della dormizione, così di giorno come di notte, tutte le Sorelle, posposta ogni altra faccenda, vadano alle loro celle per riposare, sempre eccettuate quelle che fossero occupate nelle opere di carità, o avessero licenza dalla Madre di non dormire o di andar a dormire dopo le altre; la qual licenza deve darsi di raro, e massime alla sera, quando non fosse per estrema necessità. Quando pure alcuna restasse dietro alle altre per qualche spazio di tempo, non porti onninamente le zoccole in dormitorio. In ogni altro tempo però è lecito a tutte portare zoccole, anzi nissuna presuma di andare con li piedi nudi per terra, acciocché non le cagioni infermità.

Vogliamo di più, che nissuna Sorella ardisca dormire con un’altra: onde, come è stato detto di sopra, se una Sorella non deve entrare nella cella dell’altra senza licenza della Madre, molto maggiormente non deve una presumere di dormire con un’altra senza saputa della Madre. Quando poi le Sorelle faranno andate a dormire, la Madre, o la Vicaria, o pure un’altra a ciò destinata, dovrà chiavare le porte del Dormitorio, tenendo la chiave presso di sé fino all’ora del Mattutino.

Costituzioni per le Romite dell’Ordine di S. Ambrosio ad Nemus, Sub Regula Sancti Augustini. Escono la prima fiata in pubblico dedicate all’Em.mo Principe il Sig. Cardinal Arcivescovo di Milano Giuseppe Pozzobonelli dal Sig. D. Nicolla Sormani Dottore dell’Ambrosiana Biblioteca in nome del Monistero di S. Maria sul Monte, illustre monumento, e quasi ultimo segno della santa anacorési Ambrosiana; in Milano [1746] nella Stamperia di Pietro Francesco Malatesta.

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Bernardo e Guglielmo, convalescenti (Voci, 22)

Non sono pochi gli studiosi (Alessia Vallarsa, Paul Verdeyen, Wendelien Bara, Jean Leclercq) che mi hanno invitato a guardare al periodo passato insieme da Guglielmo di Saint-Thierry e Bernardo di Chiaravalle, entrambi malati, nell’infermeria di Chiaravalle, come a «un avvenimento cruciale nella storia della spiritualità occidentale», che segna «la nascita della mistica dell’amore». Quattro settimane di convalescenza, tra la fine di gennaio e il febbraio del 1128, in cui, «senza dubbio favorito dal suo isolamento forzato, Bernardo acquista familiarità con questo libro della Bibbia», e in cui «per la prima volta nella storia della Chiesa occidentale la relazione personale tra Dio e l’uomo veniva portata nel discorso, e questo nella lingua e nelle immagini del Cantico dei Cantici». Ecco come lo stesso Guglielmo racconta, con trattenuta commozione, quei giorni.

Essendo poi io [Guglielmo di Saint-Thierry] una volta dal male aggravato nella nostra Casa, ed avendomi la troppo lunga infermità di molto maltrattato e consumato, egli [Bernardo di Chiaravalle] subito che ne ricevette l’avviso, mi spedì il suo fratello Gerardo, uomo di buona rammemoranza, chiamandomi col mezzo di questo a Chiara-valle, promettendomi che io ivi incontamente dovrei o risanarmi o morire. Io allora come se divinamente mi fosse stata offerita e concessa la facoltà o di morire appresso di lui, o di vivere con esso lui per qualche tempo (delle quali cose non so quale io mi avessi scelta), mi portai subitamente colà, sebbene con molto dolore e stento.

Mi venne ivi fatto ciò che da lui mi era stato promesso, e, a vero dire, anche come io aveva desiderato. Mi fu restituita la salute da una grande e pericolosa infermità; ma le forze del corpo a poco a poco mi si restituirono. Infatti, Dio buono! qual cosa mai non mi apportò quella infermità, quelle ferie, quella vacanza ch’io ebbi, in parte a ciò che io medesimo voleva? Imperciocché in tutto quel tempo della mia infermità cooperava alle mie necessità la infermità di lui, dalla quale anch’egli allora era aggravato.

Essendo adunque amendue infermi, facevamo tutto il giorno conferenze sopra la natura spirituale dell’anima, e dei medicamenti delle virtù contro le languidezze dei vizj. Per tanto fu allora ch’egli tenne lungo discorso, per quanto gliel permise il tempo della mia infermità, sopra il Cantico dei Cantici, ma però solamente secondo il senso morale, lasciati da parte i misterj di quel Sacro Libro, poiché io così aveva voluto, e da lui anche richiesto l’aveva.

Di giorno in giorno metteva per iscritto, per quanto Dio mi assisteva, e la memoria mi suggeriva, qualunque cosa io da lui aveva udita, acciocché non mi svanisse. Nel che benignamente, e senza veruna invidia esponendomi egli e comunicandomi le sentenze del suo intendimento, e i sentimenti della sua sperienza, e sforzandosi d’insegnare a me inesperto molte cose, le quali non si possono imparare se non colla sperienza; sebbene io non poteva per anco intendere quanto mi veniva somministrato, egli però mi faceva intendere più del solito ciò che a me mancava per ben intendere le cose che m’insegnava.

♦ Guglielmo di Saint-Thierry, Vita di San Bernardo, in La vita di San Bernardo primo abate di Chiara-valle, Scritta già in Latino da diversi contemporanei e accreditati Autori, e da essi pure in sette Libri divisa; Ora nel nostro Volgare tradotta ed accresciuta di una diffusa Prefazione, di varie Appendici, di molte Istoriche e Monastiche Annotazioni, e di un Indice dovizioso delle cose più ragguardevoli; da Pietro Magagnotti, Teologo del Collegio di Padova, e Parroco di Santa Caterina; Padova, presso G. Comino, 1744. (Libro I, cap. XII, 59. Di un’altercazione di S. Bernardo col Diavolo; della sanità a lui restituita dalla Santissima Vergine e parimenti dell’Abate Guglielmo da lui sanato.)

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Alcuna cosetta di più (Voci, 21)

Della colpa leggiera. Constit. XXXVIII

Quella Monaca che non facesse bene l’officio suo, che non dicesse bene in Choro l’Antifone, Responsorij o Lettioni, & nel cantare disturbasse il Choro o Dormitorio; se le cose assignatele non le ponesse al suo luogo, se rompesse boccali, scodelle, tazze o altre cose; se ridesse dissolutamente, se attendessee a opere otiose, & nell’andare o stare non osservasse la gravità: essendo corretta, non si humiliasse così presto, per penitenza le si diano a recitare salmi, corone, Pater noster & altre orationi.

 

Della colpa mezzana. Constit. XXXIX

Chi non sarà in Choro al Gloria Patri del primo salmo; chi riderà o farà ridere le Monache dissolutamente in Choro; chi non starà con gli occhi modesti, ma vagabondi in Choro; chi non sarà al principio della colpa; chi per negligenza rimarrà dalla Messa, o commune esercitio; se mangiarà senza benedittione; se risponderà a chi la riprende; chi nega la verità, o parla con giuramento: se le darà per penitenza salmi, discipline, prostrationi in Refettorio o altre cose simili.

 

Della colpa grave. Constit. XL

Chi contenderà con alcuna & gli dicesse villania, bestemmiasse, le rimproverasse le cose passate, havendone fatta la satisfattione; chi dicesse parole dishoneste o irreligiose malitiosamente; chi seminasse discordie fra le sorelle; chi dicesse male delle Monache a secolari; chi difendesse protervamente le colpe & errori di alcuna Monaca; chi mangiasse senza licenza & non osservasse li digiuni comandati; se pigliasse le cose dell’altre: per penitenza se le diano digiuni in pane & acqua, & discipline in Capitolo in presenza di tutte le Monache.

 

Della colpa più grave. Constit. XLI

Se alcuna Monaca fusse ribella & disobbediente alla Madre Priora o Madre Sottopriora, o protervamente contendesse con loro; se una Monaca percotesse un’altra, & malitiosamente pigliasse le cose dell’altra; et chi tenesse danari o altre cose in proprio; chi desse alcuna cosa fuor di casa, overo ricevesse, o mandasse, pollize senza licenza; se rivelasse o raccontasse le cose secrete & imperfettioni delle Monache a secolari; se commettesse furto o peccato di carne o congiurasse contro alla sua Prelata: per quelle & simili colpe per penitenza sarà denudata fino alla cinta, e da tutte le Monache le saranno date cinque battiture per ciascuna Monaca con la disciplina, mangiarà in Refettorio pane & acqua cinque volte un dì sì & l’altro non; le reliquie o residuo del suo mangiare non si mescolaranno con le altre, ma si serbaranno per lei; starà alla porta del Refettorio mentre le Monache entraranno o usciranno, prostrata in terra, & le metteranno il piede sopra la gola; sia privata della Communione mentre durarà questa penitenza. Potrà la Madre Priora, secondo vedrà sia emendata, darle, oltre il pane & acqua, alcuna cosetta di più & fare che alcuna Monaca la consoli, acciò non cadesse in desperatione. Se la Madre Priora o la Madre Sottopriora commettessero alcuno de sudetti delitti, quelle che lo sapranno lo faranno intendere al Prelato, sotto pena d’incorrere nelle medesime pene, acciò gli errori non rimanghino impuniti.

 

Della colpa gravissima. Constit. XLII

Quella Monaca che sarà incorriggibile & non vorrà fare le penitenze, se le levarà la patienza & il velo, & si metterà in prigione con pane & acqua per quel tempo che parerà alla Madre Priora & Prelato. Il simile si farà a quelle Monache che fussero sospette di fare qualche nocumento nella persona della Madre Priora o d’altre Monache o nella robba del Monasterio, & volesse fuggire o precipitarsi di qualche loggia; nelle carceri si potranno anco mettere quelle Monache che havessero fatti minori delitti secondo parerà alla Madre Priora & al Prelato, & non siano liberate senza saputa del Prelato.

Constitutioni del Monasterio delle Monache Convertite di S. Maria Maddalena di Roma. Sotto la Regola di S. Agostino. Approvate, confirmate & accresciute dall’Illustriss. & R.mo Sig. Cardinale Aldobrandino Camerlengo della Santa Romana Chiesa, protettore, Roma, appresso gli stampatori camerali, 1603, pp. 95-99.

 

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Il braccio di Gregorio (Voci, 20)

Rione di Campo Marzo. II. Di S. Maria in Campo Marzo

Per la persecutione cominciata da Leone Isaurico in Constantinopoli contro ’l culto delle sante Imagini, furono forzati molti Religiosi abbandonar i monasterij di Grecia, e vennero a ricoverarsi in queste parti, tra’ quali ci furono due monasterij di monache sotto la regola di S. Basilio, che fuggendo di là portarono seco le reliquie, & imagini, che nelle chiese loro conservavano. Uno di essi pigliò porto in Napoli, dove fecero una chiesa a San Gregorio Vescovo della grand’Armenia, il cui capo havevano portato seco, con altre reliquie: a queste poi succedendo altre Vergini di Napoli cangiarono la regola di S. Basilio in quella di S. Benedetto. Le monache dell’altro monasterio sbarcarono in Campagna, hora detta terra di lavoro, e di là vennero a Roma.

Queste sopra le schiene de’ cameli condussero il corpo di S. Gregorio Nazianzeno, & alcune imagini della Beatissima Vergine, e nel passare di qua, dove era una picciola chiesa della Beatissima Vergine, i cameli non puotero muovere pur un passo più oltre, come per lunga e continuata traditione si racconta da queste monache. Poi l’anno 750 presso della stessa chiesa della Madonna ne fabbricarono un’altra, e mettendoci il corpo del sudetto S. Gregorio, da lui n’hebbe il titolo; e Papa Leone III gl’offerse molti doni […], & infino al giorno d’hoggi dentro al monasterio si vede l’una, e l’altra chiesa. Da San Zaccaria Papa, Greco di natione, hebbero questo sito, governando egli la chiesa, quando esse vennero a Roma, e gl’unì ancora quella di S. Nicolò poco lontana, con molti altri beni stabili fuori di Roma.

L’imagini poi della Madonna le posero nell’altra chiesa a lei dedicata, tra le quali una ci era fatta da S. Luca; e pare ch’ella volesse confermarcelo con un miracolo, di cui parimenti n’hanno queste madri confermata la memoria; e fu che attaccandosi il fuoco nella chiesa, trovarono quella santa imagine dentro ad un pozzo, che pure nel monasterio si vede, sospesa nell’aria senza toccar l’acqua. Con quelle due chiese stettero senza clausura infino al Concilio di Trento, […] havendo anch’elle, come l’altre di Napoli, cangiata la regola di S. Basilio in quella di S. Benedetto. Sì che restando le dette chiese rinchiuse nel monasterio, Clarina Colonna, essendo all’hora Badessa, da’ fondamenti fece questa in honore dell’Immacolata Concettione della gloriosa Vergine, nella cui solennità si consacrò l’anno 1564, ma nella vigilia si celebra la dedicatione della Chiesa.

Un altro miracolo nella sudetta Imagine raccontano queste Madri; & è che havendosi a trasportare in questa nuova chiesa, e volendola mettere sopra l’altare maggiore, deliberarono di rinchiuderla in un bel tabernacolo da farsi per mano del più eccellente scultore ch’havessero quei tempi; né altro essendovi che Michel’Angelo Buonaroti, fu da una voce sconosciuta avvisato, che vi mettesse ogni sua diligenza & arte, perciò non volse con mercede alcuna temporale essere da queste Madri riconosciuto.

L’anno poi 1580 Papa Gregorio XIII, sì per l’affetione e pietà verso S. Gregorio Nazianzeno, sì perché il sacro suo corpo stava in una picciol chiesa dentro di questo monasterio nascosto, gli parve bene che dovesse uscire a maggior luce, per essere da tutti riverito; e doppo haver fabbricato nella chiesa di S. Pietro una dignissima cappella, là lo trasportò con gran solennità, e pompa, lasciando qui un braccio.

♦ Ottavio Panciroli, Tesori nascosti dell’alma città di Roma con nuovo ordine ristampati & in molti luoghi arricchiti, Roma, per gli eredi di Alessandro Zannetti, 1625, pp. 429-30.

 

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L’animo alienissimo dal matrimonio (Voci, 19)

La Vita della B. Ivetta Vedova (13 Gennaio)

L’Historia della Vita della B. Ivetta, specchio di penitenza e di santità, ci fu lasciata diligentemente scritta da Ugo Floresiense, Canonico Regolare dell’Ordine Premonstratense, ed è nella maniera che siegue. Nacque questa Beata Serva del Signore della Terra di Huy, appartenente al Vescovado e Principato di Liegi, da progenitori di chiaro sangue e dovitiosi molto. Appena hebbe ella toccato l’anno 13 dell’età sua, che fu da’ suoi trattato di dargli marito; e come che, oltre alla ricca dote, havesse ella un dovitioso capitale di tutte le qualità che ponno in una donzella nobile desiderarsi, fu da molti giovani nobili suoi concittadini ricercata in matrimonio. Et abbenché fosse ella lontanissima dal pensiere d’appigliarsi allo stato coniugale, nulladimeno, per non mancare al rispetto & all’ubbidienza dovuta a’ suoi genitori, chinò il capo e fu data per moglie ad un nobil giovane, suo pari e della sua patria medema.

Ma non andò gran tempo che, annoiata dallo stato da sé abbracciato, e vaga di esserne prosciolta, hebbe desiderio che ciò si effettuasse mediante la morte dello sposo. E quantunque per il buon fine, che ella haveva di rimaner libera per potersi dare intieramente al Divin servigio, non fosse ciò da essa creduto illecito, conosciuta poscia da sé la gravezza di questo peccato, pianselo lungamente e fenne rigorosissima penitenza, infino a che fu assicurata dal Cielo di haverne dalla pietà Divina ottenuto il perdono. […]

Restata in questo mentre priva del marito, e conseguentemente sciolta (cosa sommamente da lei bramata) dal tanto a lei grave e noioso peso del giogo matrimoniale, e ciò nel fiore dell’età sua, cioè nell’anno diciottesimo, e quinto dal suo matrimonio, parve a lei il tempo opportuno per darsi tutta alla vita spirituale. Ricusò perciò di passare alle seconde nozze, abbenché a questo da molti, che ammiravano & amavano le di lei rarissime doti, venisse a grande instanza sollecitata. Lasciolla il defunto suo Consorte madre di tre fanciulli maschi, uno de’ quali passò all’altra vita in tenera età; applicò il maggiore, già grandicelllo, allo studio delle lettere; ritenendo appresso di sé, come troppo tenero, e non per anco atto d’applicarsi alle lettere, il più giovane. Cercò il padre di Ivetta, il quale di mala voglia portava di vederla, giovane come ella era, nello stato vedovile, tutti i mezzi a sé possibili per indurla a passare un’altra volta a marito, impiegando perciò l’autorità di Radulfo Vescovo e Principe di Liegi […].

Fecela il Vescovo chiamare alla sua presenza, ove giunta che fu & vi hebbe veduta la folta moltitudine de’ tanti personaggi che gli facevan corteggio, con assieme le Guardie de Soldati che stavangli attorno, atterrissi ella non poco, e come grandemente modesta se gli coperse il volto di rossore. Pure venendo incoraggita dal Vescovo, che la tirò alquanto in disparte, ascoltò, standosene ella frattanto con la mente tutta fissa in Dio, il discorso che egli le fece e con cui studiossi di persuaderla perché si conformasse a’ voleri del Padre. Stava ella (come dicevamo) col cuore a Dio, e pregavalo di volerla liberare da quel periglioso assalto. Rispose a tutte le proposte del Vescovo con gran modestia e con non minor prudenza. Rappresentogli haver essa l’animo alienissimo dal matrimonio e per questo, e per poter più speditamente servire a Dio, essersi con voto ligata di osservare castità nello stato vedovile.

Adopraronsi molti degli astanti, persone letterate ed astute, di persuaderla a piegarsi, ma fu ogni lor’opra gettata al vento, rimanendosi a guisa di scoglio, immota a fronte di quell’onde che la sbattevano. Vedutasi dal Vescovo la sodezza d’Ivetta, non volle passar più oltre con la sua persuasiva; anzi, fattosi suo avvocato e difenditore, lodò il da lei fatto proponimento, e promisegli il suo patrocinio contro chi havesse intrapreso a molestarla. Ordinò inoltre al di lei Padre di fare lo stesso e, datagli la sua benedittione, la rimandò con Dio.

♦ Santorale del Sacro Ordine Cisterciense, raccolto dal M.R.P.D. Marc’Antonio Carretto, monaco della Congregatione Riformata di San Bernardo del medemo Ordine, tomo primo, che contiene i Mesi di Gennaro e di Febraro, in Torino 1705, nella Stampa di Gio. Battista Fontana, pp. 95-97.

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Le novelle del Mondo (Voci, 18)

Dal Capitolo 6. Della Patienza nelle mortificationi

Hebbe perciò Donna Maria Caterina ne’ principij non pochi incontri. Incorse nell’odio di quelle che trascurano alcune cose, le quali, se bene paiono di poco momento, cagionano nondimeno de gravi rilassamenti nello spirito e delle ruine insieme alla salute.

Soleva Donna Maria Caterina riprendere, massime quando era elevata in spirito, acremente i vitij del suo monastero, benché non nominasse alcuna particolare persona; nientedimeno alcune, che sentivano quelle accerbe riprensioni, rimordendo loro la conscienza sentendosi pungere il cuore, e stimando che mirasse a loro la riprensione di Donna Maria Caterina, sinistramente interpretavano il tutto, né di buon occhio la potevano vedere, il perché nelle occasioni non tralasciavano di mortificarla.

Due fra gli altri difetti nel Monastero spiaccievano grandemente a Donna Maria Caterina, de quali non tralasciava, quantunque ne incorresse nell’odio loro, di riprenderle. Uno era la sensualità nell’andare attilate nel vestire con una esquisita lindezza & eleganza nel rassettarsi attorno il velo, nell’acconciarsi le pieghe, a tale che lo studio che alcuna Monaca vi pone la dichiara vana e sensuale. L’altro era la frequenza del parlatorio. Molte volte andando qualche Monaca di nascosto al parlatorio, Donna Maria Caterina la vedeva in spirito con la mente e soleva all’hora prorompere in queste parole, con non poca meraviglia di quelle che la sentivano e non sapevano il perché: «Che fai, o anima, dunque lasci il tuo Creatore per la creatura, l’eterno bene per un breve e momentaneo diletto? Così ti scordi del tuo sposo celeste al quale consecrasti te stessa, il cuore e l’amore tuo?» Queste et altre somiglianti parole diceva Donna Maria Caterina nell’absenza istessa, mentre quelle nel parlatorio si trattenevano a sentire le novelle del Mondo, le quali non poco raffredano al fine la Monaca nella divotione e la distraono dallo spirito. […]

Fra le altre persecutioni le quali patì, oltre le altre onte, una fu di alcune, le quali procurarono di metterla in sinistro concetto appresso il Padre Confessore, con soggerirli cose, le quali ciascuno di può imaginare in simili occorrenze, somministrando l’inimico, per disturbar il bene, le maldicenze. Dicevano queste al Padre Confessore che guardasse bene, non si fidasse di Donna Maria Caterina, né mirasse alla sua apparente santità, che elle la giudicavano espressa hippocresia, e nell’interno non essere così come mostrava in apparenza, che amava la singolarità per parere più perfetta delle altre, & elle la scorgevano una ambitiosa spirituale, massime non veggendola così rassegnata nell’obbedienza come forsi egli si pensava; in oltre che si dilettava d’apporre hor a questa & hor a quella altra, cosa che pareva poco conveniente, essendo ella giovine, volesse fare della Maestra di spirito con riprensioni.

Tutto questo procurava l’inimico per raffredare per mezzo di queste maledicenze Donna Maria Caterina & impedire i progressi suoi spirituali, & il Signore lo permetteva per maggiormente raffinarla nella virtù.

♦ Francesco Rugieri, Vita di donna Maria Caterina Brugora monaca milanese dell’ordine di San Benedetto nel Monastero di S. Margarita di Milano. Raccolta fedelmente da’ manuscritti & altre memorie che sono nell’istesso Monastero. Da Francesco Rugieri, nobile milanese, in Milano, per Filippo Ghisolfi, 1648, pp. 52-57.

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Dal Manzanarre al… Golfo di Finlandia (Voci, 17)

Dall’Introduzione, firmata «Une moine de Lérins».

Si può pensare che, vivendo essi nascosti in luoghi appartati, non siano stati capaci di esercitare un’influenza sensibile sul mondo. Ma come san Simeone Stilita che, issato sulla sua colonna, vedeva ogni giorno raccogliersi ai suoi piedi moltitudini di persone desiderose di ascoltare la sua parola di vita, anche le case dell’Ordine Cisterciense vennero bagnate da un fiume incessante di pellegrini, e fu proprio grazie all’ospitalità che concedevano a costoro, mai ad alcuno negata, che questi solitari reclusi seppero fronteggiare i flagelli che avvelenavano l’epoca. Molti di coloro che avevano varcate le porte di un monastero, per passarvi giusto qualche ora, si convertirono nell’arco di una notte, e non ne uscirono più. Più ancora furono coloro che, dopo una semplice visita o un breve ritiro, tornarono nel mondo profondamente trasformati e recando con sé l’atteggiamento cisterciense nei confronti di quello stesso mondo. Poiché in fondo a quei chiostri vivevano uomini di grande intelligenza, affatto interessati ai problemi e agli affari del loro tempo, ma che li osservavano ormai alla più limpida luce della fede.

Era impossibile che i pensieri dei monaci rimanessero senza effetto su coloro che andavano a visitarli: per comprenderlo, al di là dello scambio tra intelletti, è sufficiente chiedersi quale forza dava a questi uomini del deserto la venerazione che li circondava per il solo fatto che avessero detto addio alle cose mondane. Di loro si pensava che possedessero la vera luce sulle cose, e il vero discernimento su ciò che era bene e ciò che era male agli occhi del Signore Iddio medesimo.

È così che, dal profondo della loro solitudine e del loro silenzio, i monasteri cisterciensi sepper operare la rigenerazione della società europea; e nulla poteva essere più favorevole a questo cambiamento che la situazione dell’Ordine, poiché dal Tevere al Volga, e dal Manzanarre al Golfo di Finlandia, esso abbracciava i popoli come un’immensa rete distesa sulla terra. Non fu in virtù del rigore dei loro ragionamenti, o dell’eloquenza della loro predicazione che i Cisterciensi riuscirono al loro compito: la loro forza fu il loro silenzio – sedebit solitarius e tacebit.

Essi furono come Colui di cui è scritto: «Non contenderà, né griderà, né si udrà sulle piazze la sua voce. La canna infranta non spezzerà, non spegnerà il lucignolo fumigante, finché abbia fatto trionfare la giustizia» (Mt 12,19-20).

♦ François-Xavier Redon, Le révérendissime dom Marie Bernard, fondateur et premier vicaire général des Cisterciens de l’Immaculée-Conception, dits de Sénanque, abbé de Lérins: un serviteur de Marie, Lérins, Imprimerie de l’abbaye, 1907 (che si può legger qui).

 

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Una certa mistura dolce, chiamata in Sicilia cassata (Voci, 16)

Capitolo XII. Dell’osservanza del Monastero, e di alcune maraviglie in esso operate da San Francesco di Paola.

Sin dalla fondazione fiorì sempre in questo Monastero a maraviglia l’osservanza regolare, e diffuse da pertutto l’odore della virtù, che coltivarono con sommo studio le Religiose: onde la ritiratezza e santità della vita conciliò loro una venerazione particolare. […]

Si ha con molta delicatezza sempre conservata in esso la custodia del voto della Vita Quaresimale, della cui osservanza in varie occasioni s’ha mostrato zelantissimo il Santo Patriarca Francesco, come ci fan conoscere i seguenti casi occorsi con maraviglia nel Monastero. Scrive il P. Isidoro Toscano nella Vita di S. Francesco di Paola, e il P. Bartolommeo Maggiolo nella vita dello stesso santo, e Gio. Giacomo Leti nel Ristretto di detta vita, che costumandosi in questo Monastero tener due cucine, una per i cibi quaresimali, l’altra per i cibi di carne, per l’inferme, che mangiavano in refettorio distinto, come dispone la Regola; nel 1611 D. Francesco la Riba, Vicario Generale del Cardinale Giannettino Doria Arcivescovo di Palermo, entrato nel Monastero in occasion di visita, e stimando superflua quella divisione, ordinò che tutti i cibi s’apparecchiassero in una sola cucina, e tutte le Religiose, o sane, o inferme, mangiassero nello stesso refettorio, senza curarsi della Regola, che ciò espressamente proibisce.

La notte seguente mentre Suor Leonora Maria di Simone, religiosa esemplare, dormiva, fu svegliata da S. Francesco di Paola, che le disse: «Leonora getta fuori quella salvietta sozza di carne, che sta nella cucina dell’osservanza». All’apparizione e comando del Santo, s’alzò sollecitamente Leonora per ubbidire, ma ebbe animo di dire al santo Padre: «E come si farà coll’ordine del Vicario Generale, che vuole in una sola cucina apparecchiarsi tutti i cibi?» Soggiunse il Santo Patriarca: «Figlia, non dubitare: Dio provvederà. È volontà di Dio che s’osservi la mia Regola, e lo stesso Vicario ben presto ordinerà il contrario». La stessa notte fu inaspettatamente assalito il Vicario da tal sincope mortale che per sette ore parve di già spirato. Ritornato poi a’ sentimenti, riconobbe esser stato il gastigo dall’ordine dato al Monastero, e d’un subito mandò ordine contrario alle Religiose, che senza innovar cosa alcuna intorno al mangiare, proseguissero l’osservanza conforme lor comandava la Regola: perloché in appresso non s’arrischiò più ad opponersi a quanto su questo punto s’ordinava dal Santo Padre nella sua Regola.

Con altri varj e memorabili avvenimenti ha mostrato il Signore di voler la perfetta osservanza della Vita Quaresimale in questo Monastero. Raccontan le Religiose di esso, fra le altre meraviglie, che a 27 Maggio del 1714, avendo fatta una ricreazione all’inferme la Madre Correttrice, una di esse in età grave, colla sua porzione di torta di carne, si portò a passare per detto refettorio. Avvisata da altra religiosa, che se n’accorse, a non passarvi, ella non curato l’avviso seguì il cammino, per l’età molto avanzata pian piano. Appena però uscita dal refettorio le cadde dalle mani la torta, e si ridusse in minutissimi frammenti, senza potersi approfittare di qualche sua minima parte: e riconobbe l’accidente in gastigo di sua trasgressione.

Due galline del Monastero pigliaron l’uso di partorir le uova entro il refettorio dell’Osservanza, e senza alcuna occasione ben presto ne morirono.

Parecchi anni addietro una donzella, che vivea allora nel Monastero in istato di educanda (oggi religiosa professa), mentre mangiava sul limitare del refettorio un pezzo di certa mistura dolce, composta di farina, ricotta e zuccaro, chiamata in Sicilia cassata, fu avvisata ad andarsene via: ella però, senza far conto dell’avviso, entrò colla bocca ancor piena nel refettorio. Ma che? Avvicinatasi ad un altare, che allora nello stesso luogo s’accomodava, le cadde il Crocifisso dello stesso altare sul capo, e ne restò nell’istesso tempo percossa ed avvertita a custodir con esattezza l’osservanza di quel luogo.

♦ Antonino Mongitore, Istoria del ven. Monastero de’ Sette Angioli nella città di Palermo, dell’Ordine delle Minime di S. Francesco di Paola, colle memorie delle Religiose illustri in Santità, che in esso fiorirono, Palermo, per Gio. Battista Aiccardo, 1726, pp. 153-57.

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Un ragionevole divertimento (Voci, 15)

Articolo IX. Perché i Chierici, i Canonici e quei che sono costituiti ne’ sagri Ordini debbano sfuggire i mimi, i giocolieri, e gl’istrioni, ed il giuoco delle carte e de’ dadi, e le osterie.

Adunque peccano gravemente, e meritano severi supplicj, i ministri della Chiesa, massimamente i Canonici e costituiti negli Ordini sagri, i quali facendo sempre in fretta le funzioni divine, e soddisfacendo sollecitamente alla recitazione delle ore canoniche, indi con diligenza intraprendono quello che riguarda la carne; e lautamente e con agio si ristorano, si prendono molti spassi, oppure quasi ogni dì, o almeno frequentemente, dopo essersi ristorati, nelle ore susseguenti, o si divertono e si trattengono in scherzi, o ancora (il che è più fuor d’ordine) giuocano alle carte, ed a’ dadi, o intervengono a tali giuochi, accompagnando e favorendo i giuocatori e partecipando tal volta alle loro vincite e perdite. Certamente costoro non hanno ragionevole pretesto di divertirsi, ma piuttosto in quelle ore, in cui si divertono, dovrebbero piangere i loro peccati e dovrebbero procurare di ricuperare il tempo che infruttuosamente, anzi viziosamente, consumano nelle altre vane ricreazioni, in favole, ed in riso, e deplorare ancora i difetti e negligenze che commettono nel recitare il divino Ufizio. Inoltre costoro troppo si fissano ne’ loro divertimenti e spassi, e scialacquano e corrompono totalmente la devozione ed il raccoglimento, se pure prima ne avevano. Ahi, quanto è pericolosa la vita di questi tali, quanto è scorretta e biasimevole! Poiché dovendosi essi dopo il pranzo e dopo la cena ritornare alle loro camere, o entrare nelle librerie per pascersi di sagre lezioni e di salutifere meditazioni, come dice s. Cipriano, si dissipano affatto intorno le cose esteriori e si espongono senza riguardo a’ mondani e carnali divertimenti, ed in varie maniere inutilmente e lagrimevolmente perdono il tempo preziossissimo a loro accordato […].

Il giuoco, il quale si fonda sulla fortuna, come è il giuoco delle carte, non si può fare con interesse se non concorrono sei requisiti. Primieramente la convenienza della persona, giacché non è lecito a’ Chierici di giuocare alle carte. E perciò il pubblico giuocatore di carte non è ammesso alle Dignità, non ostante la consuetudine contraria. Se poi avesse ottenuto un benefizio, il Vescovo gli può far grazia, purché si corregga; altrimenti di rigore si deve deporre. Il secondo requisito è la materia congrua, poiché per una cosa da mangiare o da bere talvolta è lecito giuocare ad un giuoco lodevole, secondo le predette condizioni, sicché non si riguardi il guadagno, ma un ragionevole divertimento: e perciò il terzo requisito è il fine, cioè di non giuocare per avarizia, ma per ricrearsi. Il quarto requisito è la misura, sicché non si azzardi più di un giulio, ancorché il giuocatore sia molto ricco. Il quinto è il tempo proprio, perché non si dee giuocare in tempo di Quaresima e quando uno si dee apparecchiare alla Comunione. Il sesto è la maniera sincera di giuocare, cioè senza inganno e non facendosi niente contro le leggi del giuoco, né stimolandosi altri a giuocare.

Badino bene a tali condizioni i Chierici, i quali sono caduti in tale accecamento, empietà e follia, che non ostante i sagri canoni e decreti ardiscono e presumono di maneggiare i dadi pubblicamente, e per ansietà di un vergognosissimo guadagno giuocare a’ dadi e alle carte a guisa de’ giuocatori secolari, essendo essi tenuti a restituire ciò che guadagnano, o a convertirlo in usi pii, né in altra maniera possono salvarsi ed essere assoluti sagramentalmente, contenendosi tali e sì gravi delitti in simili giuochi… Si ravvedano dunque questi miserabili, e considerino il rigore del divino giudizio ed i tormenti spietati dell’inferno, ne’ quali senza dubbio essi in breve caderanno se non solamente essi non cessano di giuocare, ma ancora non fanno degni frutti di penitenza.

♦ Dionisio Certosino [Dionigi il Certosino], Della vita de’ canonici [De vita (et statu) canonicorum], in Roma 1771, nella stamperia di Marco Pagliarini, pp. 60-64.

 

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Non meritavano di vivere sepolti nelle tane e nelle spelonche delle fiere (Voci, 14)

 Sono hoggidì, mi dirà per avventura qualche altro sfacendato, molto diverse le habitationi de’ Solitarij da quelle de gli Antichi Anachoreti, Stiliti e altri Solitarij; convertitesi le loro spelonche, le capanne, le grotte e l’elevate colonne, già alberghi aerei de’ Simeoni, de’ Danielli e de gli Alipij, in sontuose fabbriche, non solo garreggianti, ma superanti nella magnificenza le Regie più riverite de Potentati dell’Universo. […]

Questo, siasi in rimprovero, o in lode dell’Ordine Cartusiano, il quale fra il lusso di ricche mura sa viver povero, non possedendo monaco alcuno particolare cosa veruna propria di cui vantar si possa d’esserne possessore, di questo, dico, chi l’origine ne considera, del fondar edificij a prima vista non corrispondenti alla profonda humiltà, alla povertà che professano, conoscerà doversene non demerito o colpa a buoni monaci dell’Ordine, ma molto merito attribuire a que’ caritativi magnati, i quali si compiacquero con la loro liberalissima pietà riconoscere il merito grande di questa veneranda e in sommo grado accreditata Religione, e far conoscere al mondo che, vivendo i di lei monaci in terra una vita celeste e angelica, non meritavano di vivere sepolti nelle tane e nelle spelonche delle fiere, come da loro stessi i primi fondatori dell’Ordine per humiltà e grande desiderio di patire per Christo eletti si furono.

Né per ciò cotesti santi religiosi hoggidì, con lo stare a coperto sotto tetti sontuosi, vengono forzati a scordarsi del loro Instituto, che ad altra povertà non gli obbligò giammai che a quella dello spirito, e de gli appetiti del senso, e dello affetto delle cose terrene, nel rimanente per propria loro volontaria elettione si vogliono da tutte le pompe, vanità e pretensioni del secolo disgiunti, non oltre passando col desiderio i limiti della necessità, tutto il rimanente internamente abborrendo, e sì com’esternamente non di grosso panno bigio, ma di lane più civili coprono i loro corpi, sotto quelle però su le nude carni vengono da hispidi, setolosi cilicij e grosse funi cinti e coperti, che giorno e notte mortificate le tiene: non bastando loro l’astinenza, severamente praticata, da cibi grassi, i frequenti digiuni, le discipline, il necessario riposo di poche hore notturne, fatto sopra non teneri e spiumacciati guanciali, ma su vili e ruvidi pagliaricci. […]

La bellezza de’ monasteri è come un’esca per allettare e introdurre l’anime alla meditatione della ineffabile bellezza e struttura della fabbrica della Celeste Hierusalem. A quanti giovani per avventura per primo motivo di promuoversi alla Religione sarà servito loro la consideratione che dentro quell’ampiezza e sontuosità di fabbriche si sono perfetionati nel servitio di nostro Signore innumerabili servi di Dio, che al presente godono gloriosi l’eterna beatitudine del Paradiso, quantunque in terra habitassero tra le mura sontuose de’ Padri Cartusiani? Ma che dico solo di questi, di tante altre Religioni potiamo dire l’istesso, le habitationi delle quali poco o nulla cedono di bellezza ed ampiezza a quelle de’ Padri Cartusiani; e pure non v’è una sola di coteste che non habbia riempito molte e molte seggie vote del Paradiso. Ah, che Iddio non considera quali case habitino i servi suoi, ma osserva s’essi si rendino degne case di lui. Habita Dio più volontieri ne nostri cuori che nelle case fabricate di pietre, e se ne dichiarò manifestamente quando instituì il Santissimo Sacramento dell’Altare, transustantiando il Pane nel Corpo suo sotto una picciola portione di pane commestibile, per accomodarsi all’essere ricettato da noi, fatti hospiti degni di lui: e quivi consiste il punto, dovendo il servo di Dio costituirsi tale dentro di sé, che si renda non indegno di ricever Dio per suo hospite.

♦ Carlo Antonio Manzini, Incentivi alla vita solitaria e beata, promossi dalla notitia de’ Gloriosi Gesti del Grande Maestro de gli Eremi Cartusiani S. Brunone. Descritti dall’indegno suo divoto Carlo Antonio Manzini, filosofo collegiato, per accendere la brama di quelli che inclinano a fuggire il mondo e eleggersi luoghi idonei alle penitentie, orationi e alle contemplationi, tacitamente additando loro le ritiratissime celle de gli venerandi monaci certosini, alias cartusiani, Bologna, presso Domenico Maria Ferroni, 1674,  capitolo XIV, pp. 132-37.

 

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