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Le novelle del Mondo (Voci, 18)

Dal Capitolo 6. Della Patienza nelle mortificationi

Hebbe perciò Donna Maria Caterina ne’ principij non pochi incontri. Incorse nell’odio di quelle che trascurano alcune cose, le quali, se bene paiono di poco momento, cagionano nondimeno de gravi rilassamenti nello spirito e delle ruine insieme alla salute.

Soleva Donna Maria Caterina riprendere, massime quando era elevata in spirito, acremente i vitij del suo monastero, benché non nominasse alcuna particolare persona; nientedimeno alcune, che sentivano quelle accerbe riprensioni, rimordendo loro la conscienza sentendosi pungere il cuore, e stimando che mirasse a loro la riprensione di Donna Maria Caterina, sinistramente interpretavano il tutto, né di buon occhio la potevano vedere, il perché nelle occasioni non tralasciavano di mortificarla.

Due fra gli altri difetti nel Monastero spiaccievano grandemente a Donna Maria Caterina, de quali non tralasciava, quantunque ne incorresse nell’odio loro, di riprenderle. Uno era la sensualità nell’andare attilate nel vestire con una esquisita lindezza & eleganza nel rassettarsi attorno il velo, nell’acconciarsi le pieghe, a tale che lo studio che alcuna Monaca vi pone la dichiara vana e sensuale. L’altro era la frequenza del parlatorio. Molte volte andando qualche Monaca di nascosto al parlatorio, Donna Maria Caterina la vedeva in spirito con la mente e soleva all’hora prorompere in queste parole, con non poca meraviglia di quelle che la sentivano e non sapevano il perché: «Che fai, o anima, dunque lasci il tuo Creatore per la creatura, l’eterno bene per un breve e momentaneo diletto? Così ti scordi del tuo sposo celeste al quale consecrasti te stessa, il cuore e l’amore tuo?» Queste et altre somiglianti parole diceva Donna Maria Caterina nell’absenza istessa, mentre quelle nel parlatorio si trattenevano a sentire le novelle del Mondo, le quali non poco raffredano al fine la Monaca nella divotione e la distraono dallo spirito. […]

Fra le altre persecutioni le quali patì, oltre le altre onte, una fu di alcune, le quali procurarono di metterla in sinistro concetto appresso il Padre Confessore, con soggerirli cose, le quali ciascuno di può imaginare in simili occorrenze, somministrando l’inimico, per disturbar il bene, le maldicenze. Dicevano queste al Padre Confessore che guardasse bene, non si fidasse di Donna Maria Caterina, né mirasse alla sua apparente santità, che elle la giudicavano espressa hippocresia, e nell’interno non essere così come mostrava in apparenza, che amava la singolarità per parere più perfetta delle altre, & elle la scorgevano una ambitiosa spirituale, massime non veggendola così rassegnata nell’obbedienza come forsi egli si pensava; in oltre che si dilettava d’apporre hor a questa & hor a quella altra, cosa che pareva poco conveniente, essendo ella giovine, volesse fare della Maestra di spirito con riprensioni.

Tutto questo procurava l’inimico per raffredare per mezzo di queste maledicenze Donna Maria Caterina & impedire i progressi suoi spirituali, & il Signore lo permetteva per maggiormente raffinarla nella virtù.

♦ Francesco Rugieri, Vita di donna Maria Caterina Brugora monaca milanese dell’ordine di San Benedetto nel Monastero di S. Margarita di Milano. Raccolta fedelmente da’ manuscritti & altre memorie che sono nell’istesso Monastero. Da Francesco Rugieri, nobile milanese, in Milano, per Filippo Ghisolfi, 1648, pp. 52-57.

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Dal Manzanarre al… Golfo di Finlandia (Voci, 17)

Dall’Introduzione, firmata «Une moine de Lérins».

Si può pensare che, vivendo essi nascosti in luoghi appartati, non siano stati capaci di esercitare un’influenza sensibile sul mondo. Ma come san Simeone Stilita che, issato sulla sua colonna, vedeva ogni giorno raccogliersi ai suoi piedi moltitudini di persone desiderose di ascoltare la sua parola di vita, anche le case dell’Ordine Cisterciense vennero bagnate da un fiume incessante di pellegrini, e fu proprio grazie all’ospitalità che concedevano a costoro, mai ad alcuno negata, che questi solitari reclusi seppero fronteggiare i flagelli che avvelenavano l’epoca. Molti di coloro che avevano varcate le porte di un monastero, per passarvi giusto qualche ora, si convertirono nell’arco di una notte, e non ne uscirono più. Più ancora furono coloro che, dopo una semplice visita o un breve ritiro, tornarono nel mondo profondamente trasformati e recando con sé l’atteggiamento cisterciense nei confronti di quello stesso mondo. Poiché in fondo a quei chiostri vivevano uomini di grande intelligenza, affatto interessati ai problemi e agli affari del loro tempo, ma che li osservavano ormai alla più limpida luce della fede.

Era impossibile che i pensieri dei monaci rimanessero senza effetto su coloro che andavano a visitarli: per comprenderlo, al di là dello scambio tra intelletti, è sufficiente chiedersi quale forza dava a questi uomini del deserto la venerazione che li circondava per il solo fatto che avessero detto addio alle cose mondane. Di loro si pensava che possedessero la vera luce sulle cose, e il vero discernimento su ciò che era bene e ciò che era male agli occhi del Signore Iddio medesimo.

È così che, dal profondo della loro solitudine e del loro silenzio, i monasteri cisterciensi sepper operare la rigenerazione della società europea; e nulla poteva essere più favorevole a questo cambiamento che la situazione dell’Ordine, poiché dal Tevere al Volga, e dal Manzanarre al Golfo di Finlandia, esso abbracciava i popoli come un’immensa rete distesa sulla terra. Non fu in virtù del rigore dei loro ragionamenti, o dell’eloquenza della loro predicazione che i Cisterciensi riuscirono al loro compito: la loro forza fu il loro silenzio – sedebit solitarius e tacebit.

Essi furono come Colui di cui è scritto: «Non contenderà, né griderà, né si udrà sulle piazze la sua voce. La canna infranta non spezzerà, non spegnerà il lucignolo fumigante, finché abbia fatto trionfare la giustizia» (Mt 12,19-20).

♦ François-Xavier Redon, Le révérendissime dom Marie Bernard, fondateur et premier vicaire général des Cisterciens de l’Immaculée-Conception, dits de Sénanque, abbé de Lérins: un serviteur de Marie, Lérins, Imprimerie de l’abbaye, 1907 (che si può legger qui).

 

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Una certa mistura dolce, chiamata in Sicilia cassata (Voci, 16)

Capitolo XII. Dell’osservanza del Monastero, e di alcune maraviglie in esso operate da San Francesco di Paola.

Sin dalla fondazione fiorì sempre in questo Monastero a maraviglia l’osservanza regolare, e diffuse da pertutto l’odore della virtù, che coltivarono con sommo studio le Religiose: onde la ritiratezza e santità della vita conciliò loro una venerazione particolare. […]

Si ha con molta delicatezza sempre conservata in esso la custodia del voto della Vita Quaresimale, della cui osservanza in varie occasioni s’ha mostrato zelantissimo il Santo Patriarca Francesco, come ci fan conoscere i seguenti casi occorsi con maraviglia nel Monastero. Scrive il P. Isidoro Toscano nella Vita di S. Francesco di Paola, e il P. Bartolommeo Maggiolo nella vita dello stesso santo, e Gio. Giacomo Leti nel Ristretto di detta vita, che costumandosi in questo Monastero tener due cucine, una per i cibi quaresimali, l’altra per i cibi di carne, per l’inferme, che mangiavano in refettorio distinto, come dispone la Regola; nel 1611 D. Francesco la Riba, Vicario Generale del Cardinale Giannettino Doria Arcivescovo di Palermo, entrato nel Monastero in occasion di visita, e stimando superflua quella divisione, ordinò che tutti i cibi s’apparecchiassero in una sola cucina, e tutte le Religiose, o sane, o inferme, mangiassero nello stesso refettorio, senza curarsi della Regola, che ciò espressamente proibisce.

La notte seguente mentre Suor Leonora Maria di Simone, religiosa esemplare, dormiva, fu svegliata da S. Francesco di Paola, che le disse: «Leonora getta fuori quella salvietta sozza di carne, che sta nella cucina dell’osservanza». All’apparizione e comando del Santo, s’alzò sollecitamente Leonora per ubbidire, ma ebbe animo di dire al santo Padre: «E come si farà coll’ordine del Vicario Generale, che vuole in una sola cucina apparecchiarsi tutti i cibi?» Soggiunse il Santo Patriarca: «Figlia, non dubitare: Dio provvederà. È volontà di Dio che s’osservi la mia Regola, e lo stesso Vicario ben presto ordinerà il contrario». La stessa notte fu inaspettatamente assalito il Vicario da tal sincope mortale che per sette ore parve di già spirato. Ritornato poi a’ sentimenti, riconobbe esser stato il gastigo dall’ordine dato al Monastero, e d’un subito mandò ordine contrario alle Religiose, che senza innovar cosa alcuna intorno al mangiare, proseguissero l’osservanza conforme lor comandava la Regola: perloché in appresso non s’arrischiò più ad opponersi a quanto su questo punto s’ordinava dal Santo Padre nella sua Regola.

Con altri varj e memorabili avvenimenti ha mostrato il Signore di voler la perfetta osservanza della Vita Quaresimale in questo Monastero. Raccontan le Religiose di esso, fra le altre meraviglie, che a 27 Maggio del 1714, avendo fatta una ricreazione all’inferme la Madre Correttrice, una di esse in età grave, colla sua porzione di torta di carne, si portò a passare per detto refettorio. Avvisata da altra religiosa, che se n’accorse, a non passarvi, ella non curato l’avviso seguì il cammino, per l’età molto avanzata pian piano. Appena però uscita dal refettorio le cadde dalle mani la torta, e si ridusse in minutissimi frammenti, senza potersi approfittare di qualche sua minima parte: e riconobbe l’accidente in gastigo di sua trasgressione.

Due galline del Monastero pigliaron l’uso di partorir le uova entro il refettorio dell’Osservanza, e senza alcuna occasione ben presto ne morirono.

Parecchi anni addietro una donzella, che vivea allora nel Monastero in istato di educanda (oggi religiosa professa), mentre mangiava sul limitare del refettorio un pezzo di certa mistura dolce, composta di farina, ricotta e zuccaro, chiamata in Sicilia cassata, fu avvisata ad andarsene via: ella però, senza far conto dell’avviso, entrò colla bocca ancor piena nel refettorio. Ma che? Avvicinatasi ad un altare, che allora nello stesso luogo s’accomodava, le cadde il Crocifisso dello stesso altare sul capo, e ne restò nell’istesso tempo percossa ed avvertita a custodir con esattezza l’osservanza di quel luogo.

♦ Antonino Mongitore, Istoria del ven. Monastero de’ Sette Angioli nella città di Palermo, dell’Ordine delle Minime di S. Francesco di Paola, colle memorie delle Religiose illustri in Santità, che in esso fiorirono, Palermo, per Gio. Battista Aiccardo, 1726, pp. 153-57.

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Un ragionevole divertimento (Voci, 15)

Articolo IX. Perché i Chierici, i Canonici e quei che sono costituiti ne’ sagri Ordini debbano sfuggire i mimi, i giocolieri, e gl’istrioni, ed il giuoco delle carte e de’ dadi, e le osterie.

Adunque peccano gravemente, e meritano severi supplicj, i ministri della Chiesa, massimamente i Canonici e costituiti negli Ordini sagri, i quali facendo sempre in fretta le funzioni divine, e soddisfacendo sollecitamente alla recitazione delle ore canoniche, indi con diligenza intraprendono quello che riguarda la carne; e lautamente e con agio si ristorano, si prendono molti spassi, oppure quasi ogni dì, o almeno frequentemente, dopo essersi ristorati, nelle ore susseguenti, o si divertono e si trattengono in scherzi, o ancora (il che è più fuor d’ordine) giuocano alle carte, ed a’ dadi, o intervengono a tali giuochi, accompagnando e favorendo i giuocatori e partecipando tal volta alle loro vincite e perdite. Certamente costoro non hanno ragionevole pretesto di divertirsi, ma piuttosto in quelle ore, in cui si divertono, dovrebbero piangere i loro peccati e dovrebbero procurare di ricuperare il tempo che infruttuosamente, anzi viziosamente, consumano nelle altre vane ricreazioni, in favole, ed in riso, e deplorare ancora i difetti e negligenze che commettono nel recitare il divino Ufizio. Inoltre costoro troppo si fissano ne’ loro divertimenti e spassi, e scialacquano e corrompono totalmente la devozione ed il raccoglimento, se pure prima ne avevano. Ahi, quanto è pericolosa la vita di questi tali, quanto è scorretta e biasimevole! Poiché dovendosi essi dopo il pranzo e dopo la cena ritornare alle loro camere, o entrare nelle librerie per pascersi di sagre lezioni e di salutifere meditazioni, come dice s. Cipriano, si dissipano affatto intorno le cose esteriori e si espongono senza riguardo a’ mondani e carnali divertimenti, ed in varie maniere inutilmente e lagrimevolmente perdono il tempo preziossissimo a loro accordato […].

Il giuoco, il quale si fonda sulla fortuna, come è il giuoco delle carte, non si può fare con interesse se non concorrono sei requisiti. Primieramente la convenienza della persona, giacché non è lecito a’ Chierici di giuocare alle carte. E perciò il pubblico giuocatore di carte non è ammesso alle Dignità, non ostante la consuetudine contraria. Se poi avesse ottenuto un benefizio, il Vescovo gli può far grazia, purché si corregga; altrimenti di rigore si deve deporre. Il secondo requisito è la materia congrua, poiché per una cosa da mangiare o da bere talvolta è lecito giuocare ad un giuoco lodevole, secondo le predette condizioni, sicché non si riguardi il guadagno, ma un ragionevole divertimento: e perciò il terzo requisito è il fine, cioè di non giuocare per avarizia, ma per ricrearsi. Il quarto requisito è la misura, sicché non si azzardi più di un giulio, ancorché il giuocatore sia molto ricco. Il quinto è il tempo proprio, perché non si dee giuocare in tempo di Quaresima e quando uno si dee apparecchiare alla Comunione. Il sesto è la maniera sincera di giuocare, cioè senza inganno e non facendosi niente contro le leggi del giuoco, né stimolandosi altri a giuocare.

Badino bene a tali condizioni i Chierici, i quali sono caduti in tale accecamento, empietà e follia, che non ostante i sagri canoni e decreti ardiscono e presumono di maneggiare i dadi pubblicamente, e per ansietà di un vergognosissimo guadagno giuocare a’ dadi e alle carte a guisa de’ giuocatori secolari, essendo essi tenuti a restituire ciò che guadagnano, o a convertirlo in usi pii, né in altra maniera possono salvarsi ed essere assoluti sagramentalmente, contenendosi tali e sì gravi delitti in simili giuochi… Si ravvedano dunque questi miserabili, e considerino il rigore del divino giudizio ed i tormenti spietati dell’inferno, ne’ quali senza dubbio essi in breve caderanno se non solamente essi non cessano di giuocare, ma ancora non fanno degni frutti di penitenza.

♦ Dionisio Certosino [Dionigi il Certosino], Della vita de’ canonici [De vita (et statu) canonicorum], in Roma 1771, nella stamperia di Marco Pagliarini, pp. 60-64.

 

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Non meritavano di vivere sepolti nelle tane e nelle spelonche delle fiere (Voci, 14)

 Sono hoggidì, mi dirà per avventura qualche altro sfacendato, molto diverse le habitationi de’ Solitarij da quelle de gli Antichi Anachoreti, Stiliti e altri Solitarij; convertitesi le loro spelonche, le capanne, le grotte e l’elevate colonne, già alberghi aerei de’ Simeoni, de’ Danielli e de gli Alipij, in sontuose fabbriche, non solo garreggianti, ma superanti nella magnificenza le Regie più riverite de Potentati dell’Universo. […]

Questo, siasi in rimprovero, o in lode dell’Ordine Cartusiano, il quale fra il lusso di ricche mura sa viver povero, non possedendo monaco alcuno particolare cosa veruna propria di cui vantar si possa d’esserne possessore, di questo, dico, chi l’origine ne considera, del fondar edificij a prima vista non corrispondenti alla profonda humiltà, alla povertà che professano, conoscerà doversene non demerito o colpa a buoni monaci dell’Ordine, ma molto merito attribuire a que’ caritativi magnati, i quali si compiacquero con la loro liberalissima pietà riconoscere il merito grande di questa veneranda e in sommo grado accreditata Religione, e far conoscere al mondo che, vivendo i di lei monaci in terra una vita celeste e angelica, non meritavano di vivere sepolti nelle tane e nelle spelonche delle fiere, come da loro stessi i primi fondatori dell’Ordine per humiltà e grande desiderio di patire per Christo eletti si furono.

Né per ciò cotesti santi religiosi hoggidì, con lo stare a coperto sotto tetti sontuosi, vengono forzati a scordarsi del loro Instituto, che ad altra povertà non gli obbligò giammai che a quella dello spirito, e de gli appetiti del senso, e dello affetto delle cose terrene, nel rimanente per propria loro volontaria elettione si vogliono da tutte le pompe, vanità e pretensioni del secolo disgiunti, non oltre passando col desiderio i limiti della necessità, tutto il rimanente internamente abborrendo, e sì com’esternamente non di grosso panno bigio, ma di lane più civili coprono i loro corpi, sotto quelle però su le nude carni vengono da hispidi, setolosi cilicij e grosse funi cinti e coperti, che giorno e notte mortificate le tiene: non bastando loro l’astinenza, severamente praticata, da cibi grassi, i frequenti digiuni, le discipline, il necessario riposo di poche hore notturne, fatto sopra non teneri e spiumacciati guanciali, ma su vili e ruvidi pagliaricci. […]

La bellezza de’ monasteri è come un’esca per allettare e introdurre l’anime alla meditatione della ineffabile bellezza e struttura della fabbrica della Celeste Hierusalem. A quanti giovani per avventura per primo motivo di promuoversi alla Religione sarà servito loro la consideratione che dentro quell’ampiezza e sontuosità di fabbriche si sono perfetionati nel servitio di nostro Signore innumerabili servi di Dio, che al presente godono gloriosi l’eterna beatitudine del Paradiso, quantunque in terra habitassero tra le mura sontuose de’ Padri Cartusiani? Ma che dico solo di questi, di tante altre Religioni potiamo dire l’istesso, le habitationi delle quali poco o nulla cedono di bellezza ed ampiezza a quelle de’ Padri Cartusiani; e pure non v’è una sola di coteste che non habbia riempito molte e molte seggie vote del Paradiso. Ah, che Iddio non considera quali case habitino i servi suoi, ma osserva s’essi si rendino degne case di lui. Habita Dio più volontieri ne nostri cuori che nelle case fabricate di pietre, e se ne dichiarò manifestamente quando instituì il Santissimo Sacramento dell’Altare, transustantiando il Pane nel Corpo suo sotto una picciola portione di pane commestibile, per accomodarsi all’essere ricettato da noi, fatti hospiti degni di lui: e quivi consiste il punto, dovendo il servo di Dio costituirsi tale dentro di sé, che si renda non indegno di ricever Dio per suo hospite.

♦ Carlo Antonio Manzini, Incentivi alla vita solitaria e beata, promossi dalla notitia de’ Gloriosi Gesti del Grande Maestro de gli Eremi Cartusiani S. Brunone. Descritti dall’indegno suo divoto Carlo Antonio Manzini, filosofo collegiato, per accendere la brama di quelli che inclinano a fuggire il mondo e eleggersi luoghi idonei alle penitentie, orationi e alle contemplationi, tacitamente additando loro le ritiratissime celle de gli venerandi monaci certosini, alias cartusiani, Bologna, presso Domenico Maria Ferroni, 1674,  capitolo XIV, pp. 132-37.

 

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Sotto a’ piedi di cavalli e di altre bestie (Voci, 13)

Capo XVII. Sua Infermità, e Morte.

Approssimandosi quel tempo fortunatissimo in cui era stato riserbato alla Ven. nostra Madre il premio delle sante sue opere; volle la divina Pietà nettarla fin da quella polve, che non si ammette nel Cielo; e nella fornace di gravissima tribolazione farla divenire oro il più perfetto nella virtù. Avea essa sofferta penosa e lunga infermità di molti anni con sì raro esempio di costanza, che senza mai chiedere ajuto per l’afflitto ed addolorato suo corpo, vedevasi sempre uniforme al divino volere. Pur nondimeno nelle bilancie di Dio pene di tanto peso, e virtù così eccelse, non bastarono a contentare l’amabile rigore di sua giustizia.

Eccola perciò nel mese di Decembre del 1611, oppressa da ardentissima febbre, con insulti così gagliardi, che arrivò vicina al termine de’ suoi giorni; ed eccola insieme munita col santissimo Viatico ed estrema Unzione, ricevuti da essa con quelle più esatte disposizioni che si sarebbero ricercate, per rendere in quel punto medesimo strettissimo conto al Signore della sua vita. Indi avanzossi il morbo a passi così veloci, che abbandonata da’ sensi esterni, credettero le Monache avere di già esalato l’ultimo spirito. Per restarne dall’intutto sicure, vollero farne altra prova. Aprirono una fenestra, ch’era dietro al letto della Madre, ed osservarono che, quantunque i raggi del Sole battessero a dirittura nella sua faccia, essa non faceva alcun moto. Durando per qualche tempo in tale stato, pigliarono le Monache le vesti, che bisognavano per sua sepoltura. Ma ecco ritornare alla nostra Ven. Madre i sentimenti; dar essa segni di vita, e profferire alcune parole, quantunque non si abbia penetrato locché significassero.

Da quell’ora fino alla morte, cioè per lo spazio non interrottto di tredeci mesi, restò essa come fuori di sé, e sempre oppressa da tormenti gravissimi, interni ed esterni. Le pareva fosse racchiusa in luogo sporco e puzzolente, e che ivi stasse sotto a’ piedi di cavalli e di altre bestie. Pativa in tutta la sua persona dolori così veementi, e gagliardi, che non potea in conto alcuno voltarsi dall’un fianco all’altro. Se le attrassero inoltre i nervi, e perciò non potea stendere commodamente il suo corpo, in cui per la lunga dimora del medesimo sito se le aprirono molte piaghe. Dalle ore 22 fino alle cinque della notte fetor così orribile la opprimeva, che sembravale di restar suffogata. Puzzolente al suo palato era qualunque cibo, e schifose le acque più cristalline. Le diligenze, che adoperavansi dalla nipote Suor Benedetta la Croce, di farla bere in vasi di limpidissimo cristallo, e di condire le sue vivande cogli aromi più squisiti, nulla giovarono ad allegerirla da quella nausea. Dio in somma volea che patisse senza conforto. […]

Immersa nondimeno nel pelago di tanti dolori nel corpo, e di così gravi desolazioni di spirito, non lasciava di ricorrere allo spesso alla somma bontà dell’infinito dilettissimo suo Bene, al dolce padrocinio della Vergine Immacolata, a S. Scolastica e ad altri santi. Confessarono anzi le Monache, le quali l’assistettero nel corso di quella malattia, che nelle solennità principali di Maria Vergine, di S. Scolastica e degli altri Santi, per i quali professava divozione particolare, infuocavasi di santo amore e facea con essi (come se ivi fossero stati di presenza) teneri e fervorosi colloquj.

Nel giorno finalmente della nostra Concittadina V. e M. S. Agata, cioè a 5 Febbraio del 1612, le sopragiunse febbre così gagliarda, e per tutta la persona tremor così forte, che ben si argomentò vicino l’ultimo periodo della sua vita: imperocché a 17 dello stesso mese, alle ore sette della notte del Venerdì (giorno, appunto, in cui era nata), in età di anni settantotto, e nove mesi, dopo aver governato per lo spazio di anni presso a trentasei, tra le orazioni e le lagrime delle amate sue Religiose, rese dolcemente l’anima al suo Creatore.

Fu in quella, dir non saprei se lagrimevole o faustissima, circostanza osservato, non tanto l’aver il suo corpo, prima attratto in tutti i suoi nervi, ripigliato l’antico proporzionato suo sito, con insieme aver divenuto morbido e pieghevole, quanto che il suo volto, prima pallido e smunto per i dolori acerbissimi, che lungamente la tormentarono, siasi reso chiaro, sereno e bello, come di un Angelo.

 

♦ Michele Scavo, Vita della venerabile suor Benedetta Reggio: abbadessa perpetua e fondatrice del monistero dell’Immacolata Concezione della città di Palermo, Palermo 1742, nella stamperia di Stefano Amato (che si può leggere qui).

 

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Per via di diporto dolcemente con le compagne ragionava (Voci, 12)

Libro III, Capo VII. Qual fosse la maniera del suo vivere ciascun giorno.

Quante volte io mi rivolgo a pensare che la serva di Giesù Cristo con essere molt’anni vissuta solitaria e rinchiusa, e in gran penitenza, abbia sempre il medesimo ordine del vivere potuto seguitare, senza mai quasi variarlo; io assai chiaro conosco, non essere questa una delle sue minori laudi e virtù; anzi meritamente ciò doversi sommamente commendare. E la forma della sua vita era questa.

Avantiché fosse la mezza notte, aveva in costume di sempremai levarsi, e di subito si recava in mano quella sua gran disciplina fatta di catene di ferro, di sopra nominata: e quasi senz’alcuna pietà per lo spazio di un’ora si batteva aspramente. Ma sovente accadeva che in tal’atto ella veniva ad essere rapita dall’Estasi, e pure non cessava, come prima, di battersi. E le compagne, quando se ne avvedevano, erano preste a venire a lei, e s’ingegnavano destramente di torle dalle mani quei flagelli. Ma invano si adoperavano, perché tanto fortemente teneva strette le mani, che volendo esse usare la forza, quelle avrebbono senz’altro rotte; e lo impedire il moto del braccio e tenerlo, era similmente un esporsi a manifesto pericolo di spezzarlo. E perciò lasciavano che ella fornisse il suo corso delle battiture; il quale terminato che era, incontanente con avere liberi i sentimenti, quasi in rendimento di grazie, si poneva in orazione; pigliando, secondo la sua antica usanza, per meditare la Vita, o la Passione del nostro Salvatore; l’una e l’altra disponendo, e ordinando in foggia di viaggi; come di sopra è raccontato: ed in tali pensieri, per molte ore, con gran silenzio s’estendea.

Quando poi incominciava ad apparire l’aurora, si apparecchiava per comunicarsi, dicendo molte sue orazioni; e diligentemente e severamente esaminando la coscienza, per ben confessarsi. Udito che aveva la Santa Messa, e recitato il Divino Ufficio insieme con le Monache, e comunicatasi, nuovamente era presa dall’Estasi, la quale durava, per lo più, infino passato il Mezzodì. Dalla quale risvegliandosi, pigliava tra le mani il Salterio, e appresso, senza mai dar segno di essere né stanca, né sazia, in altri modi divotamente orava.

Il che finito, alquanto di cibo prendeva intorno all’ora del Vespro. Poi, mangiato che ella aveva, dall’ora del Vespro infino alla Compieta, dalla finestretta [della cella] ascoltava quelli che, col volere de’ Maggiori, a lei ne fossero venuti. Ed ancora tal’ora per via di diporto dolcemente con le compagne ragionava; in varj modi piacevolmente quelle ammaestrando, per farle divenire migliori. E, oltr’a ciò, nello stesso tempo volentieri lavorava, essendosi più volte osservato che quando ciò faceva, sempre dimostrava o con atti, ovvero con alcuna parola, avere nella memoria molti divoti pensieri.

In su l’ora poi della Compieta, e nel fare della notte, la finestretta chiudendo, ritornava al modo delle sue solite Contemplazioni. E verso l’Ave Maria era soprappresa un’altra volta dall’Estasi, la quale perché lungo spazio durava, fu il sonno di lei tanto breve, che poco, o niente dormiva.

Questo dunque fu l’ordine del suo vivere, e de’ suoi santi esercizj, ch’ella prese nei primi anni che a Dio si convertì, e che per lo spazio di trent’anni in circa, senza quasi variamento, ciascun giorno procurò di tenere.

♦ Federico Borromeo, I tre libri della vita della venerabile madre suor Caterina Vannini sanese monaca convertita, Edizione terza italiana molto più corretta delle precedenti, e ora illustrata con accurato Indice, in cui si sono inserite alcune importanti Annotazioni, Padova, appresso Giuseppe Comino, 1756 (1a edizione 1618). Che si può leggere qui.

 

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Con maraviglia universale (Voci, 11)

Dalla Vita di san Bernardo di Goffredo di Auxerre, «biografo eccellente» del santo, un bell’esempio della «macchina da miracoli» che era Bernardo in viaggio, in questo caso sulla strada verso Chiaravalle dopo una campagna di predicazione in Germania.

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XXXVI. Nella quarta feria, essendoci partiti dal castello chiamato Huy, siamo giunti con fretta al Monistero di Gembluz1. Ora, nell’istesso viaggio un vecchio cieco da un occhio, e un giovane che aveva l’istesso difetto, sono stati insieme illuminati. La mattina del quinto giorno, nel suddetto Monistero fu all’Uomo di Dio presentato un fanciulletto zoppo, e dopo che fu da lui segnato, rimase talmente sano, che liberamente camminava nel cospetto di tutti. Parimenti un pochetto dopo, nell’entrar che facemmo nell’istesso borgo, un altro fanciulletto storpiato nelle mani e ne’ piedi, sotto gli occhi di tutti, acquistò la salute degli uni e degli altri membri. Nè molto si era discostato, quando gli fu messo innanzi un fanciullo nato mutolo: egli segnò ancor questo, e senz’altro lo sanò, cosicchè gli rese l’uso della favella; e quei parlava articolatamente. Nel viaggio medesimo gli furono offerti due sordi, e chi aveva fatto parlare il muto, fece ancora udire il sordo. In quelle parti presentemente si fabbrica un Monistero chiamato Villers, in cui pochi mesi avanti il Santo Padre vi aveva mandata una famiglia di Monaci. Volle adunque visitare anche di passaggio quella nuova piantagione, e consolare colla sua presenza que’ suoi figliuoli, che erano in pellegrinaggio. Mentre adunque andava avvicinandosi al Monistero, toccò, segnò, drizzò una donna zoppa, e comandolle che francamente camminasse. Parimenti nell’istesso luogo fece camminare due zoppi, e a certo giovane restituì la perduta vista di un occhio alla presenza de’ fratelli e, d’altri molti che colà si erano radunati.

XXXVII. Indi s’affrettava verso Castel Fontane, dove il nostro Filippo lo aveva pregato che albergasse appresso i suoi congiunti. In questo viaggio poi gli offerivano un fanciullino nato cieco, il quale non poteva neppure aprire le palpebre degli occhi. Già di lui disperavano, eziandio tutti quelli che erano stati spettatori di moltissimi e massimi miracoli: ma egli senza frapporre veruna tardanza impose al fanciullo la mano, e fatta una brevissima orazione (siccome far sempre soleva), colle sue dita aprì al fanciullo le palpebre, e gli dimandò se vedeva? Rispose il fanciullo: Veggo, o Signore, veggo voi, e veggo tutti gli uomini colle loro capellature. Ed esultando con grande applauso e veemenza diceva: Dio, Dio mio, non inciamperò più, nè caderò con vostra offesa. Nella sesta feria, prima della nostra partenza da Fontane, è stata distesa e sanata una mano ad una fanciulla, la quale se le era ritirata e inaridita. Per istrada eziandio appresso certo borgo un fanciullo riebbe la facoltà di camminare. Quindi noi ci siamo accostati ad un castello che si dinomina Bins, onde ci venne incontro tanta moltitudine, di uomini, cosicchè il popolo copriva la pianura tutta de’ campi. Colà portarono sulle spalle un fanciullo zoppo, e l’offerirono all’Uomo di Dio, il quale egli avendo segnato, comandò che fosse deposto, acciocchè camminasse. Tanto grande era il concorso e il tumulto, che appena si poteva ritrovar luogo ov’egli ciò facesse ; essendo però, deposto, incominciò a camminare fra le turbe, e conducendolo fuori in un campo aperto, moltissimi lo seguitarono; imperciocchè ivi si ritrovavano sua madre e i suoi congiunti, e molti altri ancora che lo conoscevano, conciliando colla loro allegrezza fede al miracolo. Frattanto essendosi partita col fanciullo una parte non piccola del popolo, si raddoppiò l’allegrezza del restante, poichè un fanciullo similmente zoppo fu similmente drizzato. Nell’istessa campagna fu raddirizzato il terzo zoppo, e alla presenza di tutti camminava e correva facendo festa, e rendendo grazie a Dio. Vicino al medesimo castello fu illuminato un cieco; e due sordi ricevettero l’udito nello stesso luogo, in cui il Santo si era fermato per dare al popolo la benedizione e licenziarlo da sè. Mons si chiama il primo castello nella provincia d’Annonia, in cui la sesta feria abbiamo passata la notte. Ivi la mattina del Sabbato, prima che partissimo, un certo vecchio di un villaggio vicino, conosciuto da molti di quelli che si ritrovavano presenti, e ancora dal nostro Filippo, ricevette la vista, di cui era privo da molti anni. Anzi un certo giovane scolare cieco da un occhio rimase illuminato con tanta prestezza, che non prima il Beato Padre allontanò la sua mano, che il giovane gridava, Veggo, Signore, con maraviglia universale.

La vita di san Bernardo primo abate di Chiara-valle scritta già in latino da diversi contemporanei e accreditati Autori, e da essi pure in sette Libri divisa; ora nel nostro volgare tradotta, ed accresciuta di una diffusa Prefazione, di varie Appendici, di molte Istoriche e Monastiche Annotazioni, e di un Indice dovizioso delle cose più ragguardevoli, da Pietro Magagnotti, Padova, appresso G. Comino, 1744 (Capitolo XI. Dei Miracoli accaduti in Liegi, in Gembluz, in Villers, in Mons, in Valencienne ec.).

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  1. Gembolium; o Gemblojum; cioè Giblù, o Gembluz, celebre Badia dell’Ordine di S. Benedetto nel Brabante.

 

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Al conquibus ci penso io (Voci, 10)

Capo XXVI. Qualità, e doni naturali della Venerabil Madre

Fu Ella in quanto al corpo di molto buona, e leggiadra dispositione, di statura, secondo il consueto delle donne più tosto alta, che picciola; il volto era non mediocremente bello, di figura però alquanto lunga. Il colore assai bianco, e negl’ultimi anni, per le sue molte indispositioni violato quasi sempre dal pallido. La fronte di moderata ampiezza; l’occhio di color celeste, e gratioso, abenche non molle, ed effeminato, ma ben sì grave, e virile, e più tosto inchinava al severo, che al soverchiamente benigno, onde traluceva in esso la Maestà de’ suoi alti natali. Il naso uguale, e di ottima proportione e nella sommità delle narici alquanto rotondo. La bocca corrispondeva all’altre parti senza improportione, le gote erano decentemente piene. Haveva sotto il labbro del lato sinistro un Neo; scherzo consueto della natura, e che al rimanente della faccia suol aggiungere un poco di gratia. Nel camminare era compostissima, aborrendo naturalmente qualsivoglia strepito. La voce era alquanto piena, e sonora, nel che non osservava l’ordinaria conditione del sesso. Questa gli offerse materia per esercitarsi nell’humiltà, imperoche alcune volte, senza avvedersene, l’alzava soverchiamente, onde nel riconoscerlo con indicibil sommissione ne chiedeva perdono, quasi di grave delitto.

[…] Hor passando dall’esterna apparenza del corpo all’interne, e naturali doti dell’animo, diamo principio dall’intelletto, era questi perspicace, ed acuto sopra la conditione delle donne, onde componeva Sermoni, come se molto tempo havesse studiato. Io ne ho letti alcuni con altre sue Sagre Poesie, delle quali dilettossi, e ne lasciò scritti molti versi, e canzonette in lode dell’amor di Dio, e del patire per suo amore, e d’altre materie spirituali; discuopre in essi non volgare ingegno, e può esser che un giorno li goda la pietà de Fedeli promulgati con le stampe. Dimostrava ne i negotij una capacità così grande, che il governo d’un Monastero era per il suo svegliato intendimento assai inadeguato impiego. Il Cardinal de Medici fratello del gran Duca di Toscana essendo in Roma gli parlò, e la trattò, e dipoi disse non haver conosciuta donna di maggior capacità. Quindi avveniva che compisse con tutti i Signori Prencipi, e Cardinali con estrema vivezza di parole, e prontezza di ben aggiustate risposte, quantunque la temperasse con la Religiosa simplicità, che professava. Era nel tratto sommamente gioiale, aborrendo certe rozze malinconie spiacevoli all’humana conversatione. Diceva, e non di rado motti dolcemente arguti tal’hora in lingua Spagnola, o Siciliana, co’ quali nelle communi ricreationi gloriavasi di servire alla modesta allegrezza delle sue Religiose.

[…] Era naturalmente così tenera di cuore, e cotanto compassionevole verso le sue Religiose, che se gli rendeva impossibile vederle patire, onde se si avvedeva, che alcuna di loro mostrasse tristezza, a tutto suo potere si studiava rallegrarla, essendo Ella di conditione lieta, e vivace. Diceva bene spesso, che in tutto il tempo, nel quale era stata Religiosa non sapeva che cosa fosse scontentezza. Da questa sua innata compassione originavasi l’esser molto liberale in spender denaro, quando conosceva esser necessario per il sollievo, e sostentamento delle medesime Religiose. L’avvisavano alcune volte le Dispensiere, che si consumava molto per condire le vivande, o in altra cosa appartenente al vitto. Al che Ella rispondeva disconvenirsi molto a quelle, che servono un sì grande, ricco, e potente Signore l’esser anguste di cuore. Che quando mancasse la provisione già fatta l’avvisassero, che harebbe fatta l’altra, solo richieder da loro, che attendessero a servire Iddio con perfettione, e lasciassero a lei la cura di provederle: esser Iddio fedele a quelli che con esattezza lo servono.

Vita della ven. Madre Suor Chiara Maria della Passione Carmelitana Scalza: Fondatrice del Monastero di Regina Coeli. Nel secolo donna Vittoria Colonna, Figlia di Don Filippo Gran Contestabile del Regno di Napoli ecc. Scritta dal padre fra Biagio della Purificatione Carmelitano Scalzo, in Roma, nella Stamperia di Gioseppe Vannacci, 1681 (Libro II, Capo XXVI, pp. 334 e segg.).

 

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San Giuseppe «decollato» (Voci, 9)

La credenza che san Giuseppe da Copertino potesse levitare è ben nota, non avevo mai appreso, invece, che prima di spiccare il volo, di solito, il francescano emettesse qualche grido – di spavento? Ecco alcune testimonianze tratte dal capitolo 39 della Vita redatta da Roberto Nuti, dedicato a questa specialità del santo: «Come fu veduto molte volte in estasi elevato da terra, volare in luoghi alti, e tenersi in aria senza appoggio alcuno».

Ma non solamente questo servo di Dio haveva il dono ordinario dell’estasi, con uscire in eccesso di mente, restando senza moto alcuno, ma molte volte questa elevatione fu communicata anche al corpo, onde si vidde per qualche tempo sollevato da terra volare in luoghi eminenti, impossibile a farsi da un corpo grave, e restare in aria senza appoggio alcuno; cosa molto meravigliosa e fuori del corso naturale. […]

Nel tempo che se ne stava alla Madonna della Grottella per la festa delle sacre Stimmate del Padre San Francesco, si sequestrò in una cappelletta posta dentro di un oliveto un tiro di moschetto [sic] lontana dal Convento; e mentre quivi faceva oratione, diede cinque strilli molto grandi, uno mezz’hora doppo l’altro; il che sentito da’ Padri corsero alla cappella sudetta, e lo trovarono volato sopra il tetto di quella, ch’era diroccata, e stava abbracciato ad una Croce d’altezza più di venti palmi inginocchioni.

Un’altra volta essendo venuto il Vicario Generale di Nardò […], il padre Giuseppe se ne andò a supplicarlo volesse benedire alcune Croci […], che a sua richiesta e devotione havevano fatte fare i suoi amorevoli, rappresentanti il viaggio del Calvario; il che gli fu benignamente concesso; con questa occasione egli si fermò alla messa cantata, che si faceva con gran pompa, e bellissima musica, nel sentire di quella melodia diede un grido e volò alla presenza di tutto il popolo da terra nella sommità del pulpito, dove restò inginocchioni.

[…] Quando il Padre Maestro Santi Rossi da Trevi era Novitio in questo sacro Convento, per una ferita che haveva in testa, causatali da una caduta, aggravato dal male, si tratteneva nel letto; il P. Giuseppe andava spesse volte a visitarlo, & un giorno fra gli altri vi andò che vi era il signor Alcide Fabiani, e molti altri Padri, da’ quali si ragionava spiritualmente di varie cose. Questo servo di Dio fissò gli occhi in un certo Crocifisso piccolo, attaccato al muro sopra di un anche piccolo tavolino, nel quale si  conservavano molti bicchieri, caraffine, vasetti di unguenti & altre robbe fragili che costumano tenersi nelle camere degli infermi […]. Si venne a discorrere della Santissima Concettione di Maria, & egli sentendo questo ragionamento con un gran strillo se ne andò quasi di volo a quel Crocefisso nel muro, e stette in aria senza toccar terra, o legno da nessuna parte quasi mezzo quarto d’hora, e poi cadde sopra il tavolino, pieno di tante cose, senza rivoltarlo né guastar o rompere nessuna delle cose accennate, ma le lasciò tutte nello stato di prima.

Può sorgere la curiosità di sapere cosa accadesse dopo il volo…

Meditando in una Congregatione di alcuni buoni Sacerdoti la Croce, che essi havevano fatto piantare in fine del viaggio sudetto del Calvario, uno di essi propose, se in quella Croce vi fusse Christo Signor nostro inchiodato, come stava nel Monte Calvario, in tempo della sua dolorosa passione, e fosse lecito ad ogn’uno di loro il baciarlo, dove l’haverebbono baciato? Altri dissero per humiltà che gli haverebbono baciati i piedi. Altri per corrispondenza di amore la piaga del costato, ma toccando a questo servo di Dio di appalesare il suo sentimento, disse con un volto tutto infuocato, e con voce altissima: «Et io, & io, & io li baciarei quella santissima bocca, amareggiata di aceto e fiele». E ciò detto prese un volo da terra, & andò alla sommità di quella Croce, la quale era più di dieci braccia di altezza, e si pose con la faccia a puntino a quel luogo dove, se vi fosse stato il Crocifisso, sarebbe appunto stata la sua bocca; e restò quivi inginocchioni, con gran stupore di tutti, in un chiodo di legno, che stava per segno dove furono inchiodati i piedi santissimi di Christo; e per farlo descendere a basso furono necessitati andare nel Convento a prendere una scala.

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Roberto Nuti, Vita del servo di Dio P. F. Giuseppe da Copertino, sacerdote dell’ordine de’ minori conventuali, in Vienna, appresso Pietro Paolo Viviani, 1682, pp. 463-465.

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