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Uomini semplici e quadrati

PencoMonachesimo

Uno dei piaceri delle corpose raccolte di saggi, con la loro promessa da miniera inesauribile, è anche quello di lasciarsi attirare dalle deviazioni e raccogliere informazioni, spunti e citazioni un po’ come capita. Il volume di Gregorio Penco che sto leggendo, Il monachesimo fra spiritualità e cultura (cui ho già accennato), è un esempio perfetto, e questa è soltanto una parte del raccolto.

  • I monaci delle origini opponevano la rusticitas e la simplicitas alla urbanitas e alla venustas da cui fuggivano; il monaco, in quanto tale, era anche un uomo semplice, con chiaro riferimento a Giacobbe (la maggior parte delle traduzioni di Genesi, 25:27 lo restituisce «pacifico» o «tranquillo», sotto le sue tende, ma per la Vulgata è «vir simplex [qui] habitabat in tabernaculis»).
  • La Regola benedettina è, tra le altre cose, un manifesto di anti-dilettantismo. Ciò nondimeno è per tutti: «San Benedetto sa infatti che accanto ai capaces, intelligibiles, honestiores, fortes, sapientes, oboedientes, mites, patientes, utiles, ci sono pure i simpliciores, infirmi, delicati, pusillanimes, imbecilles, inutiles, contemnentes, duri corde, improbi, superbi, inoboedientes, iniuriosi».
  • Sul versante pedagogico, la Regola sancisce il principio che nessuno può essere esaminatore e giudice di se stesso; «ciò aiuta a salvaguardare un altro elemento importante della formazione spirituale quale è il rispetto dell’oggettività» (nella comunità io mi conoscerò).
  • La diffusione del testo di Benedetto in territori esterni alla «latinità» ha avuto anche ripercussioni letterarie, «perché presso molti popoli tale diffusione ha coinciso con gli inizi di una propria letteratura mediante le versioni interlineari della Regola».
  • Nomi da ricordare, testi da cercare e vite di santi per celiare: Conwoione, Rudesindo, Tillone e Wurdestino; la Regula solitariorum di Grimlaico, il De silentio ad quandam monialem di Gerardo di Liegi e l’In laude Larii laci di Paolo Diacono; la Vita S. Popponis (di Onulfo), la Vita S. Opportunae, la Vita S. Winnoci e i Miracula S. Bavonis.
  • Si può dire che dalle grange cistercensi si passi alle «chiese-fienile» del primo francescanesimo.
  • Intorno al 1125 Bernardo di Chiaravalle scrive all’inglese Enrico Murdac, per invitarlo ad abbracciare la vita religiosa: «Credi a chi ne ha esperienza: nelle selve troverai qualcosa di più che non nei libri. La legna e le pietre t’insegneranno ciò che non puoi ascoltare dai maestri» (Epist. CVI, 2). Una citazione che è stata spesso usata impropriamente.
  • Se si considera lo «spazio», si passa dalla «funzione oppositiva» (alla città) del deserto, alla «funzione sostitutiva» del cenobio, fino al carattere «decisamente alternativo» del monastero di clausura.
  • La pratica della stenochoreia, o del rifugio in una caverna.
  • Il quadrilatero del chiostro sarà immagine anche dell’homo quadratus che lo abita, tetragono in senso morale. «I Cisterciensi, in particolare, ameranno dire che il mistero di Cristo è un “mysterium quadratum”, in rapporto con l’edificazione della Gerusalemme celeste e con i quattro aspetti di Cristo stesso considerati dalla mistica cisterciense: Verbum in limo, Verbum sine voce, Verbum mediator, Verbum abbreviatum».
  • Fatti salvi i luoghi dedicati al lavoro, la concezione dello spazio che ispira la composizione degli ambienti monastici «suppone che tutta la comunità vi possa essere simultaneamente presente mediante la partecipazione ai medesimi atti comuni»: dobbiamo poter fare ogni cosa tutti insieme allo stesso tempo – pregare, discutere, mangiare, dormire.

Gregorio Penco, Il monachesimo fra spiritualità e cultura, Jaca Book 1991.

 

 

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«Nulla di particolarmente vistoso» (il «Discorso breve sulla storia del monachesimo» di Gregorio Penco)

PencoMonachesimo«La storia del monachesimo è una storia lunga, complessa, multiforme, difficilmente dominabile da una sola persona, difficilmente esponibile in un’unica sintesi e proponibile in un’unica riflessione.» Così scrive il monaco benedettino e grande studioso Gregorio Penco in un testo assai curioso del 1982: Discorso breve sulla storia del monachesimo. Si legge in un fiat e poi risuona a lungo.

Sgorgato da un’unica fonte, la «ricerca di Dio» nell’isolamento, il monachesimo cristiano si è diffuso nei luoghi più disparati, ricevendo da essi impronte caratteristiche, ed è sempre rimasto legato in maniera stretta sia alla Chiesa, e dunque alle sue vicende, sia alla società e alle sue trasformazioni. La sua è diventata da subito una storia di «evoluzione e di decadenza, di rinascita e di riforma, di adattamento e continuità»; situazioni locali, esigenze di compromesso, affermarsi di nuovi bisogni, sviluppi tecnologici, movimenti sociali: ogni aspetto tradizionalmente preso in considerazione dalla ricerca storiografica ha contribuito a plasmare un’ampia varietà di «monachesimi», che tuttavia non hanno obliterato la matrice: «Ciò deve pur portare a riconoscere l’esistenza di un’unità nella varietà, di una condivisione di medesimi ideali nelle stesse separazioni e polemiche, del desiderio di autenticità in scelte apparentemente contrapposte, di una ricerca incessante del meglio nell’inevitabile processo di livellamento a cui la debolezza umana è così facilmente esposta».

La dialettica di decadenza e riforma (che è poi quella di strutture e contenuti ideali; «le riforme monastiche si sono succedute, specialmente a partire dal X secolo, in maniera abbondante e ininterrotta») mi ha sempre affascinato, poiché vi vedo appunto una forma di contraddizione molto umana associata all’inseguimento senza speranza della perfezione. I grandi riformatori, nella maggior parte dei casi, hanno lasciato traccia delle loro inquietudini, rendendo visibile tale contraddizione, mentre il grande silenzio di tutti gli altri religiosi induce a pensare che lontano dai tornanti delle personalità di spicco la via verso la «ricerca di Dio» sia più diretta. Vi accenna anche dom Penco, con una frase che mi ha colpito: «Della maggioranza dei monaci e delle monache del passato sappiamo soltanto – quand’anche riusciamo a coglierne la presenza – che sono esistiti e che hanno portato con sé il loro segreto».

Altro grande protagonista di questo discorso breve e del fenomeno che tratteggia è il tempo, un aspetto che riaccende senza interruzioni il mio interesse. Io, che in quanto individuo non ne ho, sono attratto da questa «alleanza intergenerazionale» di individui che mettono in comune la loro piccola porzione di tempo – tanti segmenti di una retta – per realizzare una vicenda potenzialmente eterna. Eterna come l’ente di cui cantano la lode. (Anche la ricerca scientifica, per certi versi, adotta una manovra del genere.) «È proprio la lunghezza di svolgimento e di durata della vita monastica», commenta dom Penco, «a insegnarci che tale vita procede per tempi lunghi, spesso non si segnala per nulla di particolarmente vistoso, in molti casi è caratterizzata da quella che è stata definita una “fedeltà senza prosperità”.»

Il passato del monachesimo, avverte l’autore, non va idealizzato, ma non va nemmeno proiettato sul nostro presente, «pretendendo di riprodurre in miniatura e in poco tempo i risultati di tanti sforzi e di tante iniziative», va accolto come insegnamento e guida. È interessante anche questa ambiguità, che spesso ho riscontrato nei monaci studiosi di monachesimo: rivolgono i loro strumenti storiografici su un organismo tuttora vivo, in una ricerca che non è soltanto esigenza di verità, di sapere «come sono andate le cose», ma anche bisogno di direzione, di intuire «come andranno le cose». È una potente e fruttuosa ambiguità, legata anch’essa al tempo, come sottolinea peraltro dom Penco, con una frase cui si perdonerà una punta di effettismo: «Ciò che si è sviluppato nel tempo esige tempo per essere assimilato e ciò che dovrà sfidare il tempo richiede tempo per essere costruito».

Gregorio Penco, Discorso breve sulla storia del monachesimo (1982), ripubblicato in Il monachesimo fra spiritualità e cultura, Jaca Book 1991, pp. 7-15.

 

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La comunità monastica

Un breve ma molto denso saggio sul significato storico, dottrinale e pratico del concetto di comunità nel monachesimo del sempre bravo Gregorio Penco. La cosa più interessante è che è palesemente rivolto ai monaci stessi più che agli studiosi o agli interessati, e che non nasconde gli aspetti più quotidiani della questione. Poiché la comunità nella sua singolarità è forse il senso primario del monachesimo e della esistenza dei monasteri. Comunità di individui raccolti in un luogo preciso sotto un abate e una regola, uniti da consuetudini, aspirazioni e progetti comuni (a differenza p.es. delle congregazioni che sono entità sovrapersonali con scopi determinati in cui i membri devono annullarsi o comunque piegarsi all’identità collettiva).

Anche nel monastero la strada è, per quanto possibile, quella dell’annullamento della volontà individuale a beneficio del «bene comune», interpretato dall’abate e in ogni caso sancito dalla fede. Un bene comune che non può prescindere da a) reale separazione dal mondo; b) vita contemplativa; c) maturazione spirituale sulla base dell’ufficio divino; d) clima di carità fraterna; e) lavoro effettivo. Oltre ai vari significati cristologici ed ecclesiologici, il cuore dottrinale e pratico della vita comunitaria è la relazione («essere pura relazione a un’altra persona», come nella Trinità), dove «unità e distinzione trovano il loro modello e la loro sintesi» (nell’amore).

E questa sembra una lezione che può essere declinata anche al di fuori del contesto di fede.

Gregorio Penco, La comunità monastica, (Orizzonti monastici, 23), Seregno, Abbazia San Benedetto, 1999.

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