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«Addirittura una faraona» (liste monastiche della spesa)

Stante la cronologia delle mie «ricerche monastiche» in rete, i siti che frequento mi propongono liste infinite di articoli «che mi potrebbero interessare», recenti, meno recenti, di tutti i tempi e di tutti i luoghi, e, è proprio il caso di dirlo, il naufragar m’è dolce in questo mare; anche perché gli articoli che si possono leggere sulle riviste specialistiche o sulle rassegne storiche spesso rappresentano delle potentissime lenti di ingrandimento che consentono di scorgere particolari solo apparentemente irrilevanti. Come nel caso della relazione che Antonella Ambrosio ha dedicato ad alcuni «registri di amministrazione» della fine del XV secolo del monastero domenicano dei SS. Pietro e Sebastiano, a Napoli1. Grazie a essi «siamo in grado di ricostruire con precisione alcuni dettagli relativi alla sfera del quotidiano e, più precisamente, cosa si consumava alla mensa del refettorio… In un libro di spese, giunto fino a noi vennero infatti annotati, quasi giorno per giorno, gli acquisti effettuati dalla comunità monastica, destinati in gran parte alla cucina e alla dispensa, per un periodo che va dal 1485 al 1496».

Le monache, che davano vita a una comunità «nel complesso aristocratica e colta», mangiavano bene e spendevano regolarmente soprattutto per carne, uova e pesce (tipici alimenti da ricchi); periodici gli acquisti di olio, zucchero e spezie (pepe, zafferano, noce moscata, cannella, zenzero), mentre forniture speciali sono registrate in occasione di ospiti di riguardo: specialmente di formaggi (caso cavallo e caso cecellese, casu mussu, caso de pecora, provole et recocte et casi cavalluczi), ma anche di «taralli, vermicelli, maccheroni, salsicce (per i famigli o per li lavuraturi dele massarie), miele, cedri, zucchero rosato, mandorle e nel 1493 addirittura una faraona». La verdura proveniva in larga misura dai possedimenti del monastero, ma veniva anche acquistata da venditori che si presentavano alla rota, cioè all’«interfaccia» della comunità col mondo esterno. Naturalmente nei lunghi periodi «di magro» la carne veniva comprata solo per le sorelle inferme e per i laici coinvolti nelle attività del monastero, e la circostanza veniva segnalata con precisione («Die XVII mensis augusti per pulii per li infirmi et hova per lo convento et carne per li mastri fabricaturi et dele maxarie»). Insieme alle spese per i cibi sono segnate anche quelle per gli utensili da cucina: «Forfici, piactelli, canistri, cistelli, una panara, due scafarie de rame per la cucina, tianelle, scutelle, curtelli per lo refectorio, cuchiare, un pisaturo ovvero pestello di mortaio».

I registri riportano poi spese periodiche per stoffe, indumenti, calzature, in particolare dei domenicani del convento di S. Domenico Maggiore, che sostenevano in varie attività la comunità femminile (stivali per frate Leone, un ochiaro per frate Simone, lo cappello de frate Natale, la cappa de fra Thomasi converso e una thonica de frate Iacobo) e per… la carta. Certo, perché l’esistenza stessa di questi volumi rimanda a quell’attività scrittoria che, specialmente in ambito domenicano, aveva portato nel XV secolo a «una vera e propria esplosione delle serie archivistiche». Le monache, e i frati che le assistono, sono spinte a tenere nota di tutto, una «registrazione onnicomprensiva» che serve al recupero e alla gestione del patrimonio fondiario, al controllo delle spese, all’inventario dei beni della casa, a testimoniare dell’osservanza delle regole (è previsto anche «un liber consiliorum in cui venivano annotate le deliberazioni della comunità e tutti i nomi delle monache deliberanti e, se esse erano in grado di scrivere, le loro sottoscrizioni»).

Il corpus di scritture, là dove è sopravvissuto, consente di rendersi conto della rete estesa di persone e circostanze che si stendeva dentro e intorno al monastero e con la quale le monache avevano regolari contatti, una «popolosa familia monastica, protagonista anch’essa della vita materiale del convento, composta di domestici che svolgevano le più svariate attività nella cucina e in altri luoghi del monastero e di conversi che si occupavano delle relazioni con il mondo esterno», e poi «tutto un universo» di ortolani, giardinieri, contadini che lavoravano le terre del monastero, operai che all’occorrenza ne riparavano i danni, commercianti che lo frequentavano, artigiani che ne affittavano gli immobili di proprietà… e l’initerrotto flusso di parenti e di ecclesiastici in visita.

Valuta nella quale sono registrate le spese? Ducati e tarì, e va detto che con un tarì qualcosa ci si poteva comprare: ad esempio duy cuchyare de maccaruni o un numero non precisato di citri da confectare.

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  1. Antonella Ambrosio, La vita quotidiana in un monastero femminile di Napoli alla fine del Quattrocento: la documentazione «a registro» dei SS. Pietro e Sebastiano, in «Rassegna Storica Salernitana» XXIII, 1 (giugno 2006).

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Per chissà quanto tempo ancora (le domenicane di San Sisto, pt. 2/2)

CronacheFioretti(la prima parte è qui)

«Il cammino delle monache, riunite a San Sisto dal fondatore San Domenico di Guzman [nel 1221], è stato lungo nel tempo: tra due decenni il monastero celebrerà gli otto secoli di vita; ma, com’era nell’ordine delle cose, non le ha portate molto lontano nello spazio: dall’Appia a Magnanapoli [attuale sede dell’Angelicum, la Pontificia università S. Tommaso d’Aquino], a Montemario, pochi chilometri in linea d’aria, sempre nell’ambito di Roma, della quale le monache di San Sisto e poi dei Santi Domenico e Sisto erano fiere di essere figlie.» Questo l’epilogo, datato 1993 del fluviale volume di Cronache e fioretti che il domenicano Raimondo Spiazzi ha ricavato, dome si diceva, dai dodici volumi manoscritti conservati nel monastero di Santa Maria del Rosario a Montemario, attuale sede della comunità1.

È raro poter leggere un libro, non di ricostruzione storiografica, che restituisca con tale evidenza quel senso del tempo, di continuità nel tempo, che rappresenta per me uno degli aspetti cruciali dell’interesse per le «cose monastiche». Ci si trova, infatti, per fare un solo esempio, di fronte alla medesima comunità di suore che, a loro modo, registrano sconvolte i fatti del Sacco di Roma del maggio 1527 e, altrettanto sconvolte, i fatti del rapimento e poi dell’assassinio del «Presidente del partito “Democrazia Cristiana”» Aldo Moro del maggio 1979. Le monache sono ovviamente diverse, figlie dei loro rispettivi tempi e di differenti provenienze e formazioni (questo il senso di a loro modo), ma la comunità è la stessa.

Sono sicuro, ahimè, che dimenticherò molte delle cose che ho letto, soprattutto gli echi che nelle cronache suscitano fatti storici altrimenti noti: la «cattività avignonese», un soggiorno della figlia di Alessandro VI Borgia («Appena Lucrezia entrò, in quelle mura dove prima si respirava solitudine, silenzio, raccoglimento, si vide prodursi un’agitazione continua, un tumulto, una dissipazione che è più facile immaginare che descrivere»), la morte del Savonarola, il Sacco del 1527 («Non un solo crocifisso presente nelle chiese ricevette meno di cento, duecento colpi di pugnale, di spada o di lancia»), il pontificato di Pio V Ghislieri (artefice del primo trasferimento della comunità nel 1575, 356 anni dopo la fondazione), i francesi a Roma nel 1798, la Restaurazione e infine l’Unità d’Italia e le sue conseguenze («Nel giorno 9 settembre 1871, d’infausta memoria, il nuovo Governo d’Italia s’impossessava del monastero domenicano dei SS. Domenico e Sisto che veniva destinato ad uso di uffici governativi»), il pontificato di Pio XII Pacelli (artefice del secondo trasferimento della comunità nel 1931, anche in questo caso 356 anni dopo il primo: «Per provvidenziale disposizione del Cielo il Capo del Governo, Benito Mussolini, si mostrò favorevole»), la guerra, i bombardamenti, la Liberazione, le elezioni del giugno 1946 («Grazie a Dio il nostro popolo s’è affermato, con grandissima maggioranza, sui partiti sovversivi»), l’attentato a Giovanni Paolo II del maggio 1981 («Nella nostra Comunità si ha la facoltà, per questa circostanza, di seguire qualche programma televisivo»)…

Non dimenticherò invece, spero, l’immagine delle centinaia e centinaia di consorelle che sfilano in queste pagine, tutte confuse in un’unica schiera, tutte con un loro piccolo o grande tratto individuale, per quanto le carte e il tempo abbiano consentito di conservarne testimonianza: quella più ammirabile che imitabile, quella che non volle più sapere nulla del mondo e nemmeno vedere troppo spesso i suoi genitori, quella che per dormire non si tolse mai la tunica, l’abito e lo scapolare, i due veli, la cintura, le calze e le pantofole, quella nemica delle ciancie, sterminatrice delle mormorazioni, anche lievi, quella la cui vita di religione fu così lunga che per indicare la lunga esistenza di una cosa o di una persona, nel monastero si suol dire proverbialmente: «Ha l’antichità di suor Filippa», quella (m. Costanza Alli) che, morta a 102 anni («di cui ottanta trascorsi in religione») attraversò tutto il 1500, quella che era di alta statura, di complessione robusta e forte, di tinta rossastra, quella che era di carnagione bianca, di statura alta e piena di vita, quella che aveva la lingua ingombrata, sicché le era difficile pronunciare tutte le parole, quella che come condimento cospargeva i cibi di cenere, quella che conosceva perfettamente la lingua greca, quella che era soggetta a scrupoli, quella che era di maniere un po’ brusche, ma nel fondo era molto affabile…

So che la mia fascinazione è legata alle parole, e quindi in un certo senso è superficiale, ma il ricordo di queste donne, dei loro gesti, paure, devozioni, gioie, vite – come di ogni altra cosa in fondo – alle parole è affidato, quindi non la reprimo e lascio che le immagini scorrano, fino all’ultima: il 16 novembre 1981 papa Giovanni Paolo II visita il monastero a conclusione di una visita pastorale a Montemario e «all’impressione di repentinità con cui tutto si era svolto», commentano le monache, «al rammarico di aver ricevuto Sua Santità forse stanco, quando già da alcune ore era in visita alla parrocchia di Santa Maria “Stella Mattutina”, si è sostituito un diverso sentimento: è stato forse meglio così, che la giornata pastorale [del papa] si concludesse qui, nel silenzio di un monastero claustrale. Tutto questo sarà anche, senza dubbio, l’argomento gioioso delle nostre ricreazioni per chissà quanto tempo ancora».

(2-fine)

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  1. Cronache e fioretti del monastero di San Sisto all’Appia, a cura di p. Raimondo Spiazzi, o.p., Edizioni Studio Domenicano 1993.

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In fondo al loro chiostro (le domenicane di San Sisto, pt. 1/2)

CronacheFioretti«Sovente la si vedeva camminare, compiere i suoi uffici, recarsi al coro, così presa dalla contemplazione che, interrogata, non rispondeva; non si accorgeva di quelli che incontrava; spesso restava immobile nel coro.» Poche righe di una delle oltre 670 notizie biografiche di sorelle domenicane che si possono leggere nel corposo volume dedicato alle cronache del monastero di San Sisto, poi dei Santi Domenico e Sisto, a Roma1. Tali Cronache sono conservate in dodici volumi manoscritti, coprono un incredibile arco temporale (dalla fondazione del 1221, dovuta allo stesso san Domenico, al 1993, quando la comunità da tempo si è trasferita nel monastero del SS. Rosario a Montemario) e il volume ne ha presentato per la prima volta in lingua italiana un’amplissima scelta. Sono l’opera paziente e commossa principalmente di quattro monache – s. Pulcheria Carducci (dotata «di scrittura mirabile per nitore e costante grandezza dei caratteri», 1599-1647; la prima data è quella dell’ingresso in comunità), s. Domenica Salomonia («piena di razionalità e di buon senso», 1612-1672), s. Anna Vittoria Dolara («pittrice, musicista e poetessa», †1827) e s. Tommasa Angelica Pannilini («artista, poetessa e parlatrice», †1918) – che hanno scavato nei documenti d’archivio, selezionato, riassunto, collazionato e trascritto, aggiungendovi il tratto della loro personalità. Una parte cospicua è occupata, come accennavo, dai necrologi delle monache, a volte brevissimi («Se ne conosce solo il nome»), a volte distesi su cinque o sei pagine (origine famigliare, dote, tratti fisici e del carattere, devozioni, opere, incarichi). Li ho letti tutti.

Scrive s. Pannilini, introducendo uno dei suoi volumi: «Non si vorrà obiettare che una tale storia non offra alcun interesse: tutto dipende dal punto di vista da cui ci si mette». Già, da quale punto di vista mi metto io nel leggere con inattesa partecipazione le memorie di queste «anime che vivono in fondo al loro chiostro»? «Io so bene», prosegue s. Pannilini, «che se un profano leggesse queste pagine, non vi troverebbe grandi cose da lodare, ignaro com’è dei sentimenti più sacri della vita religiosa, dei bisogni del cuore di chi sa di appartenere a una Famiglia eletta, avviata verso grandi destini; incapace com’è di apprezzare l’eccellenza e il merito di questo genere di vita, di cui non considera che l’aspetto esteriore». Il curatore dell’edizione, il p. Raimondo Spiazzi, sembra poi farle eco quando raccomanda al lettore moderno l’umiltà «dinanzi a chi ha studiato, scritto, riflettuto, vissuto prima di noi», mettendo da parte sia il fideismo acritico sia l’esasperato razionalismo. Queste testimonianze possono anche «fiorire in leggende», e occorre discernimento, «ma senza diventare ipercritici, irragionevoli, fanatici della dissacrazione». Ecco il mio punto di vista.

Un punto di vista non privo, anzi, anche in questo caso inaspettamente, di una certa «nostalgia del sacro»; sentimento sterile, poiché mi dico convinto della irreversibilità della secolarizzazione, e tuttavia presente e, si potrebbe forse dire, retrospettivo. Cosa proverebbe una di quelle religiose se le venisse imposto di riguardare da questo XXI secolo, e con la di lui consapevolezza, la propria devozione del XVI?

Chissà cosa proverebbe ad esempio la venerabile madre suor Filippa Caputi, che, «essendo di intelligenza poco felice», aveva accettato «solo di prendersi cura del pollaio del monastero, e in questo incarico viveva solitaria, a guisa di anacoreta, con la sola compagnia degli animali a lei affidati, contenta della sua sincera umiltà». L’unica sua tristezza era di non poter recitare l’ufficio con le consorelle, e «un giorno che si sentiva afficata, dopo aver svolto il suo umile lavoro», udendo le altre in coro fu presa da «santa invidia» e corse a piangere davanti a una santa immagine della Madonna col Bambino (la statua di Nostra Signora delle Grotte, oggetto di molte peripezie nei vari trasferimenti). Si dice che la Madonna si staccò il Bambino dal seno e lo depose tra le braccia di s. Filippa, che poi glielo restituì collocandolo dalla parte opposta a dove si trovava in origine (questa la prova del miracolo). Fu così che «la fortunata Suor Filippa, rientrata in sé, cominciò a leggere perfettamente, tra lo stupore di tutte le sue consorelle e con sua grande felicità, l’Ufficio corale». Con sua grande felicità.

(1-segue)

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  1. «La venerabile Suor Eugenia de’ Rossi», novizia nel 1540, «salita alla gioia eterna nel 1575», in Cronache e fioretti del monastero di San Sisto all’Appia, a cura di p. Raimondo Spiazzi, o.p., Edizioni Studio Domenicano 1993, p. 333.

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L’umile rendiconto («Un cammino ancora possibile?» di Jean-Claude Lavigne, pt. 2/2)

(la prima parte è qui)

Cammino ancora possibileAperture, oscurità e luci: queste sono le categorie in cui il domenicano Jean-Claude Lavigne raccoglie i momenti distintivi del «percorso vocazionale»1. Le aperture, si diceva, sono prevalentemente incontri, anzitutto con la parola di Dio («Il cammino spirituale, se è cristiano, deve a un certo punto confrontarsi con la parola di Dio»), o con la parola di un altro («La nostra storia di salvezza è dinamica, un processo infinito di superamento che si nutre di incontri e dialoghi. […] L’avventura umana è questo viaggio tra le parole, con le parole»), o infine incontri con un luogo (dove la propria scelta può diventare radicale) o con altre persone («Uomini o donne che fanno venir voglia di imitarli»). Va sottolineato come queste circostanze, queste aperture, appunto, che in quanto tali, fanno pensare a un intervento, a un apporto, a un movimento dall’esterno verso l’interno, siano in realtà, secondo Lavigne, occasioni per dare forma a qualcosa che è già in noi, per risvegliare «il meglio di ciò che in noi è in attesa».

Sono parole molto confortanti (pensare che qualcosa di buono sia in attesa dentro di noi), come è molto confortante il riferimento alla cosiddetta «identità narrativa» di ciascuno, un concetto che il p. Lavigne mutua dal filosofo Paul Ricoeur: «L’identità di ciascuno passa attraverso una relazione con “l’altro” che si costituisce in una narrazione di sé incessantemente rinnovata; in gran parte noi siamo ciò che i racconti su noi stessi, condivisi con altri, ci aiutano a essere»; come ancora è confortante l’immagine dello Spirito Santo come «colui che apre delle brecce» attraverso le quali… Parole confortanti, ma che vanno respinte, o meglio: ascoltate, rispettate e lasciate nel loro giusto contesto di fede, senza avventurarsi in astrazioni.

In virtù, probabilmente, della medesima ostinazione intellettuale, sono le oscurità ad attirare con più forza, quelle che l’autore suddivide in notti e rigetti. Anche qui è bene resistere alla tentazione di astrarre e considerare quello che Lavigne elenca in relazione alla vita religiosa. E dunque: deliri (entusiasmi che sono in realtà turbamenti o vere e proprie turbe psicologiche), impotenze (le derive di un certo eroismo romantico), inquietudini (l’umana diffidenza), la paura dello sguardo degli altri, lo «sfasamento» (cioè una pericolosa estraneità alla propria epoca e un attaccamento ad arcaismi che sono soltanto «folclore»), e ancora monotonia, difficoltà e «macchine settarie», e ancora il richiamo della paternità e della maternità, della carriera e della libertà. A queste «obiezioni» il p. Lavigne risponde con un coraggioso ciononostante, con la pazienza di un lento discernimento, la consapevolezza dei propri limiti e fragilità, l’umiltà di chiedere aiuto (umano e divino), una serena aspirazione al bene possibile, l’insistenza a «osare domande che restano vive benché siano senza risposta».

Parole, ancora, molto confortanti, e anche illuminanti per chi cerca soltanto di capire e non di aderire, come questa cruciale distinzione che Lavigne mutua dal teologo Paul Tillich: «La fede non è un atto di conoscenza che comporti un qualche grado di certezza, forte o debole, perché allora sarebbe credenza, afferma Paul Tillich. La fede è certezza (concentrazione sull’infinito) e al tempo stesso incertezza radicale; il dubbio appartiene alla fede». E l’unica cosa che può affrontare il dubbio è, appunto, il coraggio.

Parole confortanti, che possono essere ascoltate, rispettate e lasciate nel loro contesto di fede, mentre si osserva con lucidità, e una punta di indulgenza, quello che Lavigne chiama «l’umile “rendiconto” di ciò che abbiamo fatto ogni giorno».

(2-fine)

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  1. Jean-Claude Lavigne, Un cammino ancora possibile? La vita religiosa nel nostro tempo, traduzione di L. Marino, Qiqajon-Comunità di Bose 2021 (edizione originale 2012).

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Quei mattini in cui tutto sembra possibile («Un cammino ancora possibile?» di Jean-Claude Lavigne, pt. 1/2)

Cammino ancora possibileLa routine, consolidata, prevede una scorsa alle prime pagine del libro appena acquistato in modo da poterne valutare l’«urgenza» nell’ordine di lettura, i due momenti essendo da tempo separati, ma in questo caso l’introduzione ha prodotto la decisione di procedere senza dilazioni. Sì, perché raramente mi è capitato di leggere un’introduzione tanto onesta, precisa e invitante come quella che il p. domenicano Jean-Claude Lavigne ha anteposto al suo Un cammino ancora possibile? La vita religiosa nel nostro tempo1. Il titolo italiano, che si deve all’Editore (quello originale infatti, derivato da un versetto dell’Apocalisse, è «Voici, je viens». La vocation religieuse) è a suo modo un’introduzione all’introduzione e aggiunge una tonalità per così dire ancora più attraente.

Ebbene, questa introduzione parla di felicità, della felicità non come contrario dell’infelicità, bensì della mancanza di senso; della felicità che deriva «da una vita [quella religiosa] alla quale possiamo dire “sì” perché ci permette di divenire quello che siamo in potenza e di costituirci come soggetti della nostra storia». Parlare di questa felicità è la vera motivazione del libro, prim’ancora che quella di illustrare e spiegare le forme e i modi, le luci e le ombre della vocazione religiosa; certo, di quello alla fine si tratta, ma lo spunto primario è il momento «in cui la felicità chiede di esprimersi a parole», di essere raccontata anche a costo di essere schernita e addirittura commiserata e scartata come pia illusione. Appartengo, per semplificare, alla schiera di coloro che p. Lavigne chiama i «disincantati», e mi avvicino con circospezione a concetti come essere in potenza o soggetti della propria storia, nondimeno trovo assai prezioso poter ascoltare quello che il p. Lavigne ha da dire: «Ho sentito l’urgenza di parlare di questa forma di vita, la mia, che per me si è incarnata nell’ordine domenicano. […] Ho nutrito il desiderio di condividerla – probabilmente con una certa dose di ingenuità e di vanità – e di dire che è possibile e feconda, una possibilità vitale per uomini e donne del nostro tempo». Il domenicano si rivolge ai “compagni di strada”, a quelli che “ci stanno pensando”, a chi è agli inizi o chi quegli inizi ormai lontani vuole ricordare, ma il suo discorso, pacato, disteso, ragionevolmente sereno richiede soltanto disponibilità di ascolto e umana curiosità.

Posta questa premessa non trascurabile, Lavigne suddivide la sua esplorazione dell’esperienza della vocazione – il richiamo alla «dimensione esperienziale» è fondamentale poiché «l’avventura di ciascuno è singolare e non esiste una dimensione standard» e si può attingere, semmai, a un patrimonio di storie «di migliaia di uomini e donne [che] nel corso della storia hanno fatto questa strana esperienza» – in tre grandi momenti: le «aperture», cioè il momento iniziale, in cui «si tratta di discernere una deviazione» e che può coincidere con la lettura di una parola di Dio che propone una improvvisa rivelazione di se stessi; con l’ascolto di una parola umana, cioè la parola di un altro, sia esso un amico, un parente, un religioso; con un incontro, con un luogo, una persona, una comunità.

Poi le «oscurità», cioè i momenti di crisi, di dubbio, di incertezza; e infine le «luci», cioè le conferme, le lente conquiste, gli approdi, «quei mattini in cui tutto sembra possibile». Poiché la vocazione, oltre a non passare «attraverso parole chiaramente percepite» (e mi piace che ciò venga ricordato), non è un evento istantaneo bollato col timbro della certezza, bensì una vicenda che in certa misura si sovrappone all’intera estensione della vita religiosa che si è scelta: si prende un’altra strada, quella evangelica (rispetto a quale sarebbe troppo lungo qui approfondire), e nel mentre la si percorre la si verifica in continuazione o si è costretti a verificarla in continuazione.

E se le aperture e le luci sono interessanti ai fini, se così si può dire, di conoscenza, quanto più da vicino ci toccano le oscurità?

(1-segue)

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Jean-Claude Lavigne, Un cammino ancora possibile? La vita religiosa nel nostro tempo, traduzione di L. Marino, Qiqajon-Comunità di Bose 2021 (edizione originale 2012).

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Ve ne sono alcune che… (donne e predicatori)

Andando per il mondo a predicare la Parola di Dio capita di incontrare persone di molte specie diverse, soprattutto in questo tempo attrversato da tali novità e cambiamenti (sociali, economici, politici). È necessario dunque essere pronti e disporre degli argomenti e degli strumenti retorici adeguati alla bisogna; e questo non è troppo difficile, se si pensa a tutti i testi e commenti custoditi nei monasteri e nei conventi. Ancor più è necessario conoscere coloro ai quali si predicherà, le loro debolezze e le loro cadute – massime di queste sconosciute: le donne. Le Scritture e i Padri ne hanno parlato, ma chi sono quelle che s’incontreranno là fuori?

Il bel libro Prediche alle donne del XIII secolo (sia le prediche, sia le donne), appassionatamente curato da Carla Casagrande nel lontano 1978, raccoglie non molti ma significativi esempi di sermoni (i cosiddetti sermones ad status) tratti da due famosi manuali di predicazione e da una raccolta di «esempi», opera di autori domenicani e francescani1.

L’indice di questi manuali è «ecumenico», quello di Umberto da Romans2, ad esempio, conta cento capitoli e va da un generico Ad omnes homines (maschi) a un Ad mulieres malas corpore, sive meretrices, ultimo gradino immaginabile dell’umana stirpe, approdo abissale dell’ultima «rampa» cominciata sei capitoli prima con un Ad omnes mulieres (le religiose vengono prima, vicine ai loro omologhi maschi). Il predicatore domenicano, più sensibile di quello francescano alle distinzioni di stato sociale, non è cieco di fronte al suo uditorio e deve saperne cogliere le differenze per adattare il suo discorso. Così, sarà pronto, più ancora del suo «collega» (talvolta concorrente), a parlare a tutti i tipi possibili tipi di individui religiosi (57 capitoli), ma anche laici: gli studenti, i nobili (buoni e cattivi), i cittadini e i contadini, i poveri, i pellegrini, i malati, i lebbrosi e… le donne, appunto.

Caro confratello, sii pronto perché… ecco la formula che sembra quella di un esploratore: Sunt quaedam, «Ve ne sono alcune che…» Tra le nobili e le ricche ve ne sono alcune che si dedicano solo all’apparenza, allo sfarzo, al lusso; che amano i loro figli «solo di un amore umano e carnale»; che si dimenticano di fare l’elemosina; «alcune si prendono tanta cura della casa e delle altre cose di questo mondo che hanno ben poco tempo per ciò che appartiene a Dio»; alcune si disinteressano della famiglia e pensano soltanto a se stesse. Tra le serve dei ricchi ve ne sono alcune che rubano, che mangiano e bevono di nascosto, che agitano la casa con il loro comportamento «come quelle continue gocce che cadono sulla casa quando piove», che giacciono senza pudore con i servi e che traviano la nobile prole, o in prima persona («Quanti figli di famiglia e quanti ragazzi che si vergognavano di andare con le donne di strada persero con queste donne la loro verginità!»), o indirettamente portando messaggi e favorendo incontri proibiti. Tra le contadine ve ne sono alcune «sciocche e ingenue», che credono a tutto, in particolare alle famigerate indovine; che non seguono i riti in chiesa e pregano a modo loro; alcune che litigano con tutti o che cedono facilmente alla carne e trascinano con sé nel peccato gli uomini3. Vi sono infine le prostitute, corrotte e corruttrici, più amare della morte, «latrine delle più turpi abiezioni», «le incendiarie del mondo», incendiariae mundi…

Per tutte costoro le Scritture sono un serbatoio inesauribile di esempi virtuosi da additare di spose obbendienti e sottomesse (e capaci di influenzare positivamente i mariti), di vedove che si redimono e rinunciano a nuove nozze e al mondo, di vergini incorrotte che si guardano «dalle frivolezze che ci sono nei canti e nelle danze», che «davanti a ogni genere d’uomo devono ritrarsi spaventate», che non se vanno in giro ma restano ben rinchiuse, che tacciono e che aprono il loro cuore solo a Gesù.

Se poi queste virtù sono praticate in convento, ancora meglio, ma attenzione, alla clausura fisica deve corrispondere anche quella spirituale: «Ci sono infatti alcune religiose che hanno rinchiuso il corpo ma non il cuore, anzi il loro cuore vaga per tutto il mondo». E non è finita, perché ce ne sono altre, impazienti, curiose, indisciplinate, «che, non solo non rinchiudono il cuore, ma anche, il che è ancora peggio, non tengono chiusa la bocca».

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  1. Prediche alle donne del XIII secolo, testi di Umberto da Romans, Gilberto da Tournai, Stefano di Borbone, a cura di C. Casagrande, Bompiani 1978 (numero 9 della gloriosa collana «Nuova corona», diretta da Maria Corti).
  2. De modo prompte cudendi sermones circa omne hominum genus, secondo libro del De eruditione praedicatorum (tra il 1266 e il 1277).
  3. «Peccano infatti mortalmente quando peccano con un qualsiasi laico, più mortalmente con un chierico confermato negli ordini sacri, ancora di più con il loro parroco [povero parroco…], sommamente con un religioso che è morto per il mondo.»

 

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Sainte-Marie de la Tourette

«Se volete che sia realizzata un’opera forte e bella che esprima l’ammirazione, vostra e dell’Ordine [domenicano], per l’arte contemporanea, e comunichi la fiducia che ne avete, rivolgetevi a Le Corbusier: non sarete delusi» Marie-Alain Couturier (1897-1954; «frate domenicano a Parigi, pittore e amico dei grandi pittori dell’epoca»)1.

 

 

 

«Sono venuto sul posto, col mio taccuino, come sempre. Ho disegnato la strada, gli orizzonti, ho segnato l’orientamento del sole, ho fiutato la topografia. E ho deciso la posizione, che non era ancora definita», Le Corbusier.

 

 

«Per noi [domenicani] la povertà degli edifici deve essere rigorosa, senza alcunché di lussuoso e nemmeno di superfluo, è necessario soltanto che i bisogni vitali siano rispettati: il silenzio, una temperatura adatta al lavoro intellettuale continuato, gli spostamenti interni ridotti al minimo…», Marie-Alain Couturier.

 

«Ho cercato di creare un luogo di meditazione, di ricerca e di preghiera per i frati predicatori. Le risonanze umane di questo “problema” hanno guidato il mio lavoro… Ho immaginato le forme, i punti di contatto e di circolazione necessari affinché la preghiera, la liturgia, la meditazione, lo studio potessero trovare agio in questo edificio», Le Corbusier.

 

La sala capitolare

«Vivere a La Tourette non è soltanto un’esperienza estetica, è l’esperienza più profonda di abitare un edificio che non vi lascia mai tranquilli nelle vostre certezze, una casa esigente che vi mette sempre davanti a voi stessi e smaschera i vostri tentativi di fuga. L’architetto ha concepito il suo lavoro come la realizzazione delle condizioni pratiche per tale esperienza interiore», Jean-Marie Gueullette, op, ex priore di La Tourette2.

 

«Questo convento di cemento grezzo è un’opera d’amore. Qui non si parla. Qui si vive l’interiorità, perché è nell’interiorità che transita l’essenziale», Le Corbusier

 

 

 

Il «conduit» d’accesso alla chiesa

«Voi vi rivolgete direttamente a Dio, io no. D’altra parte, mi chiedete di costruire un convento, cioè un alloggio per un centinaio di religiosi, cercando di offrire loro ciò di cui gli esseri umani hanno più bisogno: il silenzio e la pace. In tale silenzio loro studieranno, e io farò una biblioteca e delle aule; in tale silenzio loro pregheranno, e io farò una chiesa, e questa chiesa per me avrà un significato preciso…», Le Corbusier.

 

 

 

«Un luogo di preghiera e di pace, dove l’utile è bello e il superfluo escluso.»3

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  1. Le citazioni, salvo diversa indicazione, sono tratte da Le Couvent de la Tourette – Le Corbusier, testi di Amans Aussibal, op, e Xavier Pollart, op, Les Frères dominicain de la Tourette 2020.
  2. Da «Les Amis des Monastères», n. 155, luglio 2008.
  3. Purtroppo delle celle abbiamo potuto vedere solo una maquette. Foto Potts.

 

 

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«Diavolo, Mondo e Carne» (Voci, 3)

VitaBeataColombaOgni prode Cavaliero che debba, o per mantenimento del suo honore o per augumento de fama, o per acquistare con le armi gradi e dignità, overo per entrare dopo la vittoria trionfante in Campidoglio, avanti vada al cimento, forbisce le armi, assetta le armature, si metto in punto per combattere, considera qual arme debba usare & haver pronte per la propria diffesa, come per offender l’inimico, considera di vantaggio con prudenza le qualità, le forze, le armi, co’ quali pensa possa essere assalito, e si provede di un Prode e valoroso Patrino.

Ecco dunque hoggi la generosa Guerriera, che essendo comparsa nel Campo di questo Mondo, se li presenta avvanti non un nemico solo, ma tre, e questi potentissimi, che sono Diavolo, Mondo e Carne, e perché si veda quali e di che valore sieno questi nemici, sarà da me descritte le loro qualità insegnatemi però dal Santo Padre Augustino Ad Iulianum Comitem.

Il Diavolo dunque dice il Santo: Quid pravius? Quid malignius, quidve nostro Avversario nequius?, e seguita, il quale ha posto la guerra nel Cielo, fraude nel Paradiso, odio fra i primi fratelli & in tutte le nostre opere semina zizania, poiché nel mangiare vi ha posto la gola, nella generatione la lussuria, nella conversatione l’Invidia, nel governo l’Avaritia, nella corretione l’Ira, nel dominio la Superbia; & è quello che pone nel cuore cattivi pensieri, nella bocca false parole, nei membri operationi inique; nel vegliare ci muove a opere maligne, nel dormire a sporcissimi sogni; l’allegro lo muove alla simulatione, il malinconico alla disperatione, e conclude il Santo, sed brevius loquar omnia mala Mundi sunt sua pravitate commissa, questo è dunque il primo nemico con cui ha da combattere la nostra Beata.

Il secondo potente nemico è il Mondo, il quale descrivendolo Ugone Filioni [?] così dice: Vix est Mundus quamlibet levia tactu che chi tocca appesta. Il Mondo è un vischio che invischia chi troppo in lui si ferma, e li conduce mediante i peccati alla eterna Morte. Mondo è un laccio il quale piglia gl’huomini incauti e gl’involve ne’ piaceri, ne’ lussi, nell’avaritie, nell’ebrietà, nelle lussurie, finché poi li conduce nelle eterne tenebre, onde seguita il detto: Unde mihi vix possibile videtur, uti qui Mundi legibus vivit parvus ab inquinamentis Mundi & immaculatus hinc emigeret.

Il terzo nemico poi è potentissimo, che è l’istessa nostra carne, o come bene dice ne’ morali Gregorio il Santo, non gestamus laqueum nostrum nobiscum circumferimus inimicum, carnem nostram loquor, la quale è nata dal peccato, nel peccato nutrita, la sua origine piena di corruttela, ma molto più vitiata, nella prava & iniqua consuetudine, e quindi è che tam acriter avversus Spiritum concupiscit quod assidue murmurat, & impatiens est disciplinae, quod illicite suggerit, quod nec rationi obtemperat, nec nullo timore inhibetur.

Con questi tre potentissimi nemici, armata dal divino aiuto, entra in campo Colomba.

Vita della B. Colomba da Rieti. Fondatrice del nobilissimo Monastero delle Colombe di Perugia. Raccolta da più Vite stampate e manuscritte, e da Processi fabricati per la sua canonizzatione in Perugia, da Gioseppe Balestra da Loreto, in Perugia 1652. Nella Stampa Camerale, Appresso Sebastiano Zecchini. Libro primo, Capitolo III, «Infantia di Colomba», pp. 19-20 (che si può leggere qui; con un curiosissimo refuso nell’indice).

 

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Quella specie di centro vuoto (Dice il monaco, XXVIII)

Dice Timothy Radcliffe, domenicano, a un convegno di abati benedettini, nel settembre 2000:

Perché le persone sono attirate dai [vostri] monasteri? Vorrei condividere oggi con voi alcune idee che mi sono fatto a proposito. Potreste pensare che io sia completamente pazzo: è un domenicano, cosa può capire della vita benedettina? In tal caso, vi prego di perdonarmi. Vorrei sostenere che nei vostri monasteri Dio si rivela non per qualcosa che voi fate o dite, ma forse perché la vita monastica al suo centro ha uno spazio, un vuoto, nel quale Dio può mostrarsi. E voglio anche provare a dimostrare che la regola di san Benedetto crea proprio quella specie di centro vuoto nelle vostre vite, all’interno del quale Dio può abitare ed essere scorto.

Timothy Radcliffe, Il trono di Dio. Discorso al Congresso degli abati benedettini, Roma, Sant’Anselmo, settembre 2000; il testo inglese del discorso può essere letto qui.

 

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