Archivi categoria: Trappisti e trappiste

«Ciò che è solo sentimentale, intellettuale ed emotivo» (Cristiana Piccardo, «Alle sorgenti della salvezza», pt. 2/2)

AlleSorgentiDellaSalvezza

(la prima parte è qui)

Nei primi tra i testi raccolti in questo volume1 m. Piccardo torna più volte sul concetto di personalità, che può essere ripensato a partire dalla sua declinazione monastica, soprattutto in contrasto con quello che sarebbe il pericoloso processo di alienazione dell’individuo nelle cose: «L’uomo che possiede una personalità è l’uomo che si misura non con le cose che passano, ma con l’eterno». Se ciò può essere vero per l’uomo-monaco, suona ingeneroso nei confronti dell’uomo-non-monaco, che si dedica a ciò che è alla sua portata (in uno spettro amplissimo di attività con diverse gradazioni di egoismo e altruismo) senza passare necessariamente a un piano trascendente. Si ripresenta qui anche il concetto di «momento presente», molto scivoloso e da maneggiare con cautela (e la cui applicazione ormai va dalla saggistica di auto-aiuto alle divulgazioni buddiste), e tuttavia non estraneo alla vita monastica, tesa verso il trascendente e l’infinito e nondimeno lontana dall’abbandono all’indifferenza. È l’autrice stessa a farvi riferimento, quando evoca l’importanza dell’«inserzione costante dell’eterno nel momento presente». Il mero presente, senza la dimensione escatologica, produce isolamento e disperazione, anche perché «l’escatologia mondana ha fallito del tutto». Un’altra affermazione che mi pare un po’ ingenerosa, poiché accanto alla «capacità di autodistruzione» l’uomo moderno (o in generale) ha sviluppato una «capacità di costruzione» che dovrebbe sempre essere ricordata insieme alla prima, e sulla quale si può sorvolare soltanto a scopi polemici. (Devo anche dire che questa inserzione dell’eterno non è una semplice «aggiunta», ma ci tornerò quando avrò completato una lettura collegata all’argomento.)

Il richiamo all’infinito, in ogni caso, riscatterebbe il presente dall’inutile, rischiando tuttavia di svalutarlo in maniera drammatica. Si tratta peraltro di una preoccupazione propria della pratica monastica. Bisogna, dice infatti m. Piccardo, «essere consapevoli che una cosa sola è essenziale anche se il monaco fa con responsabilità tutto ciò che gli viene affidato», e ho sottolineato quell’«anche se» perché vi sento una tensione molto interessante: ciò che conta è al di là di queste cose che ci circondano, ma nel frattempo le teniamo in ordine, le accudiamo, facciamo le pulizie, sgrassiamo una pentola e stiriamo con cura (per non parlare di incarichi di servizio ben più seri); ciò che conta è al di là di questi individui che ci circondano, ma nel frattempo la comunità è il nostro orizzonte quotidiano – un atteggiamento del tutto condivisibile, anche da chi crede soltanto nel frattempo.

Consapevole di tale tensione, m. Piccardo ritiene che «il monachesimo deve potersi proporre come forza profetica della dimensione misterica dell’uomo, come spaccatura del limite terreno che sempre più ci soffoca, e non nella prospettiva escatologica, ma proprio nell’oggi storico». Adesso, quindi, il monachesimo ha qualcosa da dirci, per quello che c’è da fare ora. «Di fronte a un così manifesto decadimento della dimensione umana e del suo immortale contenuto», il monachesimo può proporsi come «discorso paradigmatico sull’uomo», al di là della clausura o delle regole, raccogliendo tutte le sfide – di convivenza, di speranza, di gioia – che secondo l’autrice sarebbero state perse dalla modernità, e soprattutto imparando di nuovo «a giungere al cuore della persona, là dove, varcate le soglie di ciò che è solo sentimentale, intellettuale ed emotivo, si tocca quel centro dell’essere, quel punto focale di luce da cui emerge l’autentico spessore contemplativo del monaco».

Bene, mi fermo qui, anche perché credo che «ciò che è solo sentimentale, intellettuale ed emotivo» rappresenti già un compito immane – per il quale non basta un’esistenza non devastata dall’esigenza di sopravvivere e che non mi sentirei di sorpassare in nome di un «punto focale di luce», cioè la «scintilla di somiglianza divina», di ardua definizione e sostanzialmente oggetto di fede.

(2-fine)

______

  1. Madre Cristiana Piccardo, Alle sorgenti della salvezza. La vita contemplativa oggi, introduzione di m. Rosaria Spreafico, badessa di Vitorchiano, Nerbini, Associazione Nuova Cîteaux, 2015 («Quaderni di Valserena»; 2).

 

6 commenti

Archiviato in Libri, Trappisti e trappiste

«Là dove finisce la strada asfaltata» (Cristiana Piccardo, «Alle sorgenti della salvezza», pt. 1/2)

AlleSorgentiDellaSalvezza

Non posso nascondere come talvolta sia difficile non cedere alla tentazione di ribattere a quello che sto leggendo. Ciò avviene non di rado davanti alle pagine più apertamente «antropologiche» o «sociologiche» di monaci e monache di oggi. È una tentazione che va vinta, limitandosi a osservare che la cautela verso le generalizzazioni dovrebbe essere in auge sia fuori che dentro i monasteri. Ci pensavo durante la lettura del volume di m. Cristiana Piccardo che raccoglie, in occasione del suo novantesimo compleanno, i principali testi che la monaca trappista ha dedicato alla vita comtemplativa1: coprono un arco di tempo di quasi quarant’anni, sono nati spesso a margine dei documenti del magistero ecclesiale riguardanti la vita monastica e, nonostante io li abbia crivellati di punti esclamativi e interrogativi, alla fine li ho letti tenendo a mente soprattutto una cosa: chi scrive sa di cosa parla, quindi anzitutto ascolta.

Ascolta anche quando m. Piccardo richiama l’attenzione sul «chiasso della piazza del nostro io», o su «questo io divoratore che crea una barriera intorno a noi», o ancora «sulla mobilità congestionata della vita moderna», o infine sull’essere vittime «della mania dell’informazione, della mania di verificare tutto col metro della propria personalità, non ancora sufficientemente matura. Questo voler verificare può essere positivo, purché però non diventi “contestazione” e ribellione aperta» (parole del 1969-70). La ascolto soprattutto quando esordisce così (parlando al sinodo dei Vescovi sulla vita consacrata del 1994): «Il mio è un contributo molto povero, come può essere il contributo di chi vive in una remota vallata della precordigliera venezuelana, là dove finisce la strada asfaltata e dove i mezzi di trasporto non proseguono oltre»2.

La vita contemplativa, secondo m. Piccardo, è ancora e soprattutto, «come da sempre», memoria e vigilia, e la sede principale dell’attuazione di questo binomio è la liturgia. Potenti, anche se non posso condividerle, le parole usate per descrivere cosa accade durante l’opus Dei: «Nelle ore liturgiche del giorno e della notte… la comunità monastica dà voce al grido millenario dell’uomo che, dal fondo della sua indigenza, incontra la coscienza del suo peccato, la consapevolezza della sua verità creaturale, l’invocazione alla misericordia che salva, la capacità di ammirazione e gratitudine per i benefici ricevuti».

Oltre alla liturgia vi sono tuttavia altri cinque fronti di esperienza sui quali il monachesimo può portare la sua testimonianza di una «umanità diversa», e qui emerge il tratto più attuale della riflessione di m. Piccardo. Anzitutto 1) il rigore della vita comunitaria: nel cenobio si vive insieme, altrimenti si muore, la comunione è continua e senza riserve. Poi 2) l’ascetismo, che non è più, ormai, «macerazione fisica», bensì sobrietà ed essenzialità e, sostanzialmente, autentico comunismo (la «vittoria sul proprio»). Quindi 3) la conversione, pratica continua basata sull’obbedienza e sull’umiliazione di sé; 4) il lavoro, che, «nell’esperienza benedettina-cistercense, ci accomuna profondamente ai poveri, ai campesiños delle nostre terre» e che, seppure talvolta in modo impercettibile, «è collaborazione al divenire del mondo e dell’umanità»; e infine 5) l’accoglienza, la messa a disposizione di un luogo, di uno spazio estraneo alla condotta del mondo.

Fin qui tutto bene; la tentazione di ribattere diventa un po’ più forte quando la riflessione si allarga, come dicevo, a spunti antropologici o sociologici.

(1-segue)

______

  1. Madre Cristiana Piccardo, Alle sorgenti della salvezza. La vita contemplativa oggi, introduzione di m. Rosaria Spreafico, badessa di Vitorchiano, Nerbini, Associazione Nuova Cîteaux, 2015 («Quaderni di Valserena»; 2).
  2. Dopo essere stata badessa dell’abbazia di Vitorchiano per 24 anni, alla fine degli anni Settanta Cristiana Piccardo è partita per il Venezuela, dove ha fondato e poi retto la «piccola trappa tocuyana» di Humocaro (fondazione ufficiale di Vitorchiano dal 1987).

 

Lascia un commento

Archiviato in Libri, Trappisti e trappiste

Giorni felici e sano realismo

Un breve testo di una monaca cisterciense mi ha fatto notare che nel Prologo della sua Regola Benedetto, seppur citando i Salmi, fa riferimento ai «giorni felici» che desidera chi risponde alla chiamata di Gesù. S. Patrizia Girolami, del monastero trappista di Valserena, li evoca proprio a conclusione della sua riflessione sul senso e lo scopo della vita contemplativa oggi: «L’esiguità del numero, la debolezza e la precarietà della vita monastica oggi potrebbe far dire che tutto questo è sogno o utopia. Eppure, si può dire con sano realismo che questa è e rimane la potenzialità, la forza profetica, testimoniale, evangelica, “oggi” come sempre, della vita contemplativa. La proposta di un’umanità piena, di “giorni felici”, dice san Benedetto…»

Mi piace il «sano realismo», e mi piace il tono generale della testimonianza della monaca, attenta a rimanere aderente al tracciato della propria esperienza. Esperienza della quale s. Girolami trae in particolare due momenti che sono stati decisivi nel suo percorso. Anzitutto la prima visione che ebbe della chiesa di quello che sarebbe diventato il suo monastero: una tenda, la tenda del Dio di Israele, ma anche e soprattutto la tenda in cui il Signore ha scelto di abitare in mezzo agli uomini, cioè Gesù, come dice il Prologo del Vangelo di Giovanni (la maggior parte delle traduzioni ormai rende il verbo di I, 14 con abitare, dimorare, ma ce n’è una, dei francescani, del 1964, che recita: «E il Verbo si fece carne e si attendò fra noi»). Il secondo è quando vide, sempre quella prima volta, il coro della chiesa, con le monache unite in preghiera, e, in fondo, una porta, dalla quale alla fine «le monache sarebbero uscite… e sarebbero andate a fare altro». Era l’immagine di una vita comune, fatta di occupazioni diverse, ma raccolta intorno a un «centro».

Questi sono i due «segni» principali che la vita contemplativa addita all’oggi. Da un lato l’abitare con Dio nella «tenda» della sua presenza (si potrebbe quasi dire, parafrasando e con un gioco di parole e di maiuscole, che la vita contemplativa offra l’immagine più essenziale del vivere il presente e il Presente); dall’altro il richiamo alla centralità e all’interezza «per il tempo che ci troviamo a vivere, caratterizzato da una frammentazione del reale e della persona, percorso da un moto centrifugo che allontana dal “centro”, un tempo dove tutto è fluido, “liquido”, dove tutto si muove senza più centro».

Ora, io credo che la conquista del presente (o l’abbandono a esso) e l’interezza (o l’integrità) siano due vettori antitetici, che possano essere abbracciati soltanto uno a scapito dell’altro (e credo anche che nella frammentazione sia data una vera e aggiornata lezione di umiltà). Ma non sarò certo io a screditare le forme che la promessa di «giorni felici» può generare e le scelte cui può portare.

S. Patrizia Girolami, ocso, Vivere, oggi, la dimensione contemplativa, in «Vita Nostra» V (2015), 1, pp. 5-12.

 

Lascia un commento

Archiviato in Trappisti e trappiste

Una gradevole villeggiatura (Patrick Leigh Fermor, pt. 2)

ATimetoKeepSilence(la prima parte è qui)

Abbiamo lasciato Patrick Leigh Fermor nella sua cella benedettina, solo e depresso, ma i suoi sentimenti cambiano, se non proprio al risveglio, abbastanza in fretta. La transizione dura all’incirca quattro giorni, durante i quali l’autore osserva che «i pensieri, i desideri, i suoni, le luci, il tempo e l’umore» che circondano la popolazione del chiostro di Saint-Wandrille non soltanto sono diversi, ma sembrano «proprio l’opposto» della vita cui è abituato. Il sonno, in un primo momento, dilaga, poi si ritira. Il bisogno di muoversi e di parlare si estingue, quindi «il terribile accumulo di stanchezza che pare essere il bene comune di tutti noi» emerge e si scarica: la giornata non prevede alcun prelievo automatico di energia e si trasforma «in diciannove ore di assoluta e divina libertà».

Anche l’immagine dei monaci muta. Due parole ogni tanto si scambiano, soprattutto con il fratello addetto agli ospiti, «un compendio di carità e altruismo, la cui dedizione sembra unicamente rivolta alla felicità e al comfort di chi gli è affidato». Nessuna traccia di Medio Evo, bensì rispetto, gentilezza, equilibrio e una totale assenza di fretta. E una fede indefettibile nella necessità e nell’efficacia della preghiera: a Saint-Wandrille si prega, al cospetto dell’eternità, «per aiutare i propri simili e se stessi a raggiungerla». Qualunque possa essere il proprio credo, nota PLF, le accuse ai monaci di ipocrisia, oziosità, egoismo e fuga dal mondo suonano improvvisamente ridicole. Anzi, «io, e non i monaci, sono in fuga da qualcosa».

La tappa successiva del viaggio monastico di Patrick Leigh Fermor, dopo un breve soggiorno a Solesmes, è il monastero di La Trappe, la Grande Trappe, modellata dalla riforma dell’abate Rancé. Un’altra sera, un’altra cella, ancora più spoglia, un altro foglietto appeso alla porta, che recita: «Il monaco è un uomo spogliato. Più si è morti, più si è vivi. Il monaco è un uomo crocifisso. Bisogna diventare come del buon pane. Il monaco è un uomo mangiato». Se infatti a Saint-Wandrille si prega, alla Trappa si fa penitenza, e se «il programma di un’abbazia benedettina poteva sembra inizialmente proibitivo, paragonato agli orari trappisti è una gradevole villeggiatura» (in italiano nel testo). I cisterciensi della stretta osservanza meditano la passione, la crocifissione, l’agonia, la morte, e i loro chiostro è «un laboratorio di intercessione, una landa dolente [a bitter cactus-land] di espiazione per le montagne di peccati che si sono accumulate dalla Caduta».

Leigh Fermor mangia da solo, non parla con i monaci, ne osserva gli interminabili uffici a lume di candela e la silenziosa lotta contro le tentazioni, i «pensieri», incerto sugli esiti di salute mentale di una battaglia che dura una vita intera: «Se i princìpi della psichiatria sono corretti, questi uomini sono vasi di Pandora che nessuna fede, forza di volontà o pratica di preghiera può salvare dall’eruzione; e tali teorie traducono un esercito di santi e di martiri in un mucchio di potenziali alienati. E tuttavia nulla accade». Il nostro inviato non sa cosa pensare e ammette che i pochi contatti, tre, che ha aumentano la sua perplessità: l’immagine di «tristezza sepolcrale» si scontra infatti con la realtà di tre individui di «sconcertante normalità», calmi, amichevoli, pure ridanciani. È conquistato dal «fascino mesto» dell’abbazia, e si arrende all’evidenza: non ha gli «strumenti concettuali» per capire.

«Questo mio resoconto, perciò, non può che concludersi nel dubbio. Sono incerto e perplesso ora, come lo ero la prima sera dopo aver lasciato la Trappa, mentre mi avvicinavo all’umido e macchiato splendore del Boulevard Saint-Germain, privo delle competenze per giudicare della condizione e della possibilità stessa di vita in quella muta e gelida solitudine.»

(2-fine)

Patrick Leigh Fermor, A Time to Keep Silence (1957), John Murray 2004.

2 commenti

Archiviato in Libri, Trappisti e trappiste

Dell’obbedienza (pt. 2)

(la prima parte è qui)

Il discorso della badessa di Vitorchiano, Rosaria Spreafico, si fa quindi ancora più specifico in relazione all’educazione all’obbedienza dei giovani candidati alla vita monastica («Diventa sempre più evidente che le giovani che giungono oggi a bussare alla porta del nostro monastero sono degli autentici miracoli della grazia di Dio»). L’obbedienza benedettina è lo strumento principe per purificare l’intenzione delle (o dei) postulanti ed è «una vera lotta contro se stessi, una lotta per scendere in profondità, e coincide con ciò che san Benedetto chiama il non seguire o “l’odiare” la volontà propria».

Il «proprio» (giudizio, volontà, soprattutto affermazione) è il bersaglio primario, è lì che si annida l’illusione mortifera dell’autosufficienza, il male del vizio, nella sua incarnazione più letale dell’egoismo, «in tutte le sue forme». Un male costitutivo dal quale si può guarire con «la pratica della preghiera personale, la richiesta di perdono, la libertà di accusarsi dei propri errori, il silenzio, la solitudine, il dialogo con i fratelli», ma anche con la forma più concreta di obbedienza: «fare materialmente ciò che ci viene chiesto». Cosa che, sottolinea opportunamente la badessa, «non è mai scontato».

Obbedienza significa rinuncia alle proprie disposizioni, «all’immagine che si ha di sé» (e su questo punto la badessa ha ragioni da vendere) e alla «propria visione della realtà», è un’obliterazione che spaventa e che raggiunge il suo acme in una citazione di Baldovino di Ford, introdotta da una premessa molto forte e, mi pare, in antitesi con posizioni espresse ultimamente in alte sedi. Dice dunque m. Rosaria Spreafico: «E non bisogna cedere a quel falso senso di rispetto per la coscienza personale, che non osa proporre e sostenere un giudizio diverso, più vero e profondo, sulla realtà». E dice Baldovino di Ford, abate cisterciense del secolo XII, che i monaci «rinunziano alla loro libertà e al loro potere: ad essi non è lecito volere ciò che vogliono, né potere ciò che possono, né sentire ciò che sentono e neppure essere ciò che sono e vivere secondo il proprio spirito». Commenta la badessa che questa formula può stridere alle «nostre orecchie postmoderne» – direi!

Ora, quello che trovo problematico è la svalutazione a priori della possibilità di volere il bene. Credo tuttavia di comprenderne la radice, e la cosa mi dà da pensare. Per evitare che anche il più piccolo seme di vanagloria («guarda come sono bravo!») attecchisca nella pratica quotidiana, occorre non volere più nulla, se non conformarsi all’ideale supremo del Figlio, fino al sacrificio, senza volere nemmeno il bene.

Ecco, non mi è possibile accogliere questa visione. Niente di grave, mi limito a osservare, lontano dalla regione dei santi,  che non trovo del tutto – come dire? – inefficace, a posteriori, il bene prodotto da quel seme maledetto, o forse naturale, di vanagloria.

(2-fine)

Rosaria Spreafico, Educare all’obbedienza, in «Vita Nostra» III, 4 (2013), pp. 46-52.

 

Lascia un commento

Archiviato in Pensierini, Trappisti e trappiste

Dell’obbedienza (pt. 1)

Per la maggior parte del tempo, durante le mie letture monastiche, sono per così dire in modalità ascolto e comprensione (fin dove mi è possibile). Solo qualche volta lascio spazio a reazioni personali, facendo finta che le parole che leggo siano rivolte anche a me, soprattutto quando mi sembra di cogliere un livello di generalizzazione più alto. Mi è capitato l’altroieri con un breve testo molto interessante di m. Rosaria Spreafico, badessa di Vitorchiano – abbazia trappista, cosa da tenere bene a mente.

È un testo del 2007, pubblicato sul numero 4 (2013) di «Vita Nostra», e ha chiaramente una finalità interna: è la riflessione di una monaca assai impegnata rivolta a consorelle e confratelli nell’ambito di un incontro sulla formazione. Io, non come io, ma come tizio qualsiasi, non c’entro nulla, però il tema della riflessione mi preme: l’obbedienza.

Il cardine teologico, e specificamente benedettino, dell’obbedienza è il Cristo, la sua obbedienza filiale, fino alla morte. È la badessa stessa a porsi subito una domanda: «Come si può abbracciare uno stile di vita tutto improntato a un’obbedienza che regola la vita quotidiana fin nei suoi particolari più minuti?» La risposta, il «punto esistenziale d’avvio», va cercata nel disagio; disagio provocato da un senso di mancanza, di lontananza (da Dio). L’obbedienza è la strada verso il superamento di tale mancanza, verso una «autentica pienezza di vita».

Bene, ma come si fa, oggi, a educare all’obbedienza, si domanda ancora la badessa. «L’esperienza ci dice che non esistono tecniche che possano indurre e convincere all’obbedienza, esiste solo la nostra responsabilità personale, solo se noi stessi crediamo che essa è il fattore decisivo della verità del nostro rapporto con la realtà troveremo anche la libertà necessaria per proporla in un rapporto di paternità spirituale.» Una frase molto densa, che unisce un riferimento assai concreto all’attività pratica con una capriola concettuale, sulla quale sono inciampato: l’obbedienza è il fattore decisivo della verità del nostro rapporto con la realtà? Il punto è oggetto di fede («solo se noi stessi crediamo»), e Spreafico sembra squalificare la deriva ascetica dell’obbedienza (che altrimenti «sarà sempre sottilmente antagonista della libertà di coscienza»). Oggetto di una fede che si situa in un luogo preciso: la comunità, dove «la libertà matura nel passaggio dall’essere voluti (in senso pregnante, ontologico, non solo sentimentale ed emotivo) al volere insieme le stesse cose (la comunione di giudizio e di visione)». Nell’appartenenza a una comunità la libertà si trasmuta – mi viene da dire, alchemicamente – nell’obbedienza, e in essa si sublima.

È difficile leggere positivamente l’espressione «volere unanimemente le stesse cose», è difficile ignorare certe risonanze; ed è difficile aderire quando questo esito viene additato come liberazione «dalle proprie dipendenze, dai propri vizi e dalle proprie immagini falsate», come se sull’altro versante non esistesse altro che ciò: dipendenze, vizi, immagini falsate.

Senza dubbio mi riconosco gravato da tutt’e tre le cose, che tuttavia cerco di contenere, combattere e smantellare, ma non in nome di un’ipotetica salvezza, né per conformarmi a un’ideale assoluto di obbedienza, bensì perché nei miei dintorni – li voglio chiamare comunità? – faccio esperienza del loro contrario: dipendenze positive, cioè buone abitudini, virtù, rappresentazioni adeguate. Comportamenti corretti e sensati, cui ci si prova a ispirare; e, se posso dire, la cosa comincia e finisce lì: mi pare un programma già sufficientemente ambizioso.

Pausa, prima della seconda parte del testo della badessa.

(1-continua)

Rosaria Spreafico, Educare all’obbedienza, in «Vita Nostra» III, 4 (2013), pp. 46-52.

Lascia un commento

Archiviato in Pensierini, Trappisti e trappiste

Vincent de Paul Merle, il monaco che fondò Petit Clairvaux (Who’s Who, VIII, pt. 2)

(la prima parte è qui)

Rimasto appiedato sul molo di Halifax, «con un sospiro che aveva forse un fondo di segreta soddisfazione» (Th. Merton), Merle si rassegna in brevissimo tempo a quella che non può che essere la volontà di Dio. Tanto più che in Nova Scotia c’è un gran bisogno di sacerdoti e il vescovo di Quebec è ben contento di arruolarlo, senza contare che ci sono molte comunità di indiani, ad esempio i Micmac (Mi’kmaq), da aiutare e guidare sulla via della retta fede. Prende così corpo il progetto di aprire un monastero trappista nella regione, e, ottenuto il permesso dal suo abate, nell’inverno del 1815 fr. Vincent lascia Halifax, diretto a nord e «accompagnato da tre misteriosi negri che lo avevano seguito da New York.

Per due anni si stabilisce nel villaggio di Chezzetcook. Qualcosa, al di là della fede, e dello zelo missionario, è scattato: «Era sempre indaffaratissimo…» Le difficoltà sono tante, a cominciare dalla trafila burocratica per ottenere dal governo britannico, lui, di nazionalità francese e cattolico, il permesso di fondare una comunità monastica. La situazione è così complicata che l’abate Lestrange lo invita a tornare a casa. Merle chiede un’ulteriore proroga e si spinge ancora più a nord, verso la contea di Antigonish e Cape Breton. Sempre incerto sulla scelta migliore, fr. Vincent si ferma infine a Tracadie, nella primavera del 1819, dove acquista un appezzamento e dà il via ai lavori. «Il luogo dove stiamo costruendo la nostra casa è molto adatto per un monastero trappista»: una valle profonda, un fiume, la protezione delle montagne, il mare non lontano e un terreno ottimo per le coltivazioni.

Le difficoltà, lungi dall’essere finite, sembrano aumentare. Anzitutto non ci sono postulanti, e poi gli ostacoli burocratici permangono, tanto che dalla Francia giunge l’indicazione di vendere tutto e andare nel Kentucky. Merle, in preda a un grande turbamento, chiede consiglio al vescovo, il quale lo solleva dalla responsabilità della disobbedienza e lo sollecita a rientrare in Francia per confrontarsi con l’abate Lestrange. Il viaggio, cominciato nel 1823, si conclude due anni dopo: fr. Vincent può far ritorno in Nova Scotia accompagnato da cinque confratelli e soprattutto con un’approvazione formale: «Vi esortiamo espressamente a recarvi in America, tra gli Indiani che troverete nelle vaste solitudini dei boschi del Canada…»

Nel settembre del 1825, forte probabilmente anche dell’autorizzazione governativa, Merle raggiunge lo scopo della sua vita: la fondazione ufficiale del monastero di Saint Bernard de Petit Clairvaux. Così scrive fr. Francis Xavier, il più fidato dei confratelli: «Grazie a Dio, dopo non so quanti ostacoli e disavventure, siamo finalmente arrivati sani e salvi alla nostra meta. Ci troviamo in una terra selvaggia (Indiana) e vicini agli Indiani. Che povertà! Viva la Francia! Qui non si trova niente e tutto è molto caro. Non c’è denaro, e la gente viene pagata con patate, cavoli e carne».

Si trattò di una gioia breve. Gli altri monaci che avevano seguito fr. Vincent non resistettero alla durezza della vita trappista trapiantata in Canada; i postulanti continuavano a essere pochi e instabili; lo stesso Ordine cisterciense attraversò in Francia un periodo di grandi sommovimenti; i mezzi erano sempre pochi; Lestrange morì nel 1827 e la sua riforma della Trappa si spense. Nel 1836, scoraggiato, Merle decide di tornare in Europa per cercare di salvare la sua comunità. Va in Francia, in Inghilterra e infine a Roma, alla sorgente dell’autorità. Quando nel 1840 riparte per la Nova Scotia, ha sì in mano un documento della Sacra Congregazione de Propaganda Fide, che sancisce lo statuto di Petit Clairvaux alle dipendenze del vicario apostolico locale, ma ha anche il «cuore spezzato» perché il nuovo abate della Trappa gli ha rifiutato la sua benedizione, sostanzialmente espellendolo dall’Ordine.

Rientrato a Tracadie, Merle affida la guida della comunità a fr. Francis Xavier, sistema le questioni legate alla proprietà del terreno su cui sorge Petit Clairvaux e si ritira nel vicino convento delle trappistine, anch’esso da lui fondato, dove muore il 1° gennaio 1853.

«Anche in vita egli era stato venerato come un santo, ma da allora il suo culto si diffuse per tutta la Nuova Scozia e Capo Breton. Si narrarono di lui cose di ogni genere, alcune plausibili, altre più o meno leggendarie, come il “miracolo” di quella volta in cui arrestò una furiosa tempesta levandosi una scarpa e gettandola in mare» (Th. Merton).

(2-fine)

 [da Thomas Merton, Le acque di Siloe (1949), Garzanti 1992, pp. 123 e sgg.; Luke Schrepfer, Pioneer Monks in Nova Scotia (1947), Kessinger Publishing 2007, pp. 16 e sgg.]

2 commenti

Archiviato in Trappisti e trappiste, Who's Who