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Segnaletiche e distanze (Anna Maria Cànopi)

Ho letto, e non poteva essere diversamente, il piccolo libro autobiografico che Anna Maria Cànopi ha recentemente dedicato alla sua vita di monaca di clausura. La badessa del monastero Mater Ecclesiae è una voce troppo importante del monachesimo contemporaneo perché mi facessi frenare dal nervosismo che prevedevo mi avrebbero provocato le sue parole. Che poi, più che del mio nervosismo, del tutto irrilevante, si è trattato di qualche inciampo, sempre mio, davanti a certe espressioni molto risolute. Come: «società neo-pagana», «ebbrezza di autodeterminarsi», «di nulla possiamo vantarci se non della gratuità della salvezza operata da Dio», o ancora: «Nulla nella nostra vita avviene per caso. Su ciascuno di noi c’è un disegno di Dio che egli stesso porta a compimento predisponendo i mezzi e le circostanze favorevoli e richiedendo da parte nostra la docilità, la libera adesione – per fede – alla sua volontà» (il corsivo è mio).

Il libro ripercorre la storia di una vocazione lungamente covata e sbocciata infine agli inizi degli anni Sessanta: la famiglia, e il luogo, di origine, gli studi universitari, l’ingresso nel noviziato di Viboldone, la «fondazione» del monastero sull’Isola di San Giulio (1973), la partecipazione ai grandi eventi della Chiesa unita al ritiro fisico e spirituale. Confesso che mi sarebbe piaciuto che la badessa si fosse soffermata di più proprio sulla maturazione della sua vocazione. Il capitoletto è uno dei più lunghi, ma rimane un po’ in superficie (d’altra parte «la vocazione è un mistero di grazia, non è facile descriverne l’origine e lo sviluppo»). Per contro ci sono molti spunti interessanti, come la «lettura» dei monasteri come «una segnaletica nella giusta direzione… per tutti gli uomini in cammino nella storia e spesso distratti e disorientati», come anticipazione della realtà escatologica che, «in certo modo, si rende visibile» – per limitarsi a un solo esempio.

Non è una persona qualunque, ammesso che esistano, la badessa, e ne è consapevole proprio mentre ci racconta la sua scelta di adesione e «immolazione». Questa volta la distanza che percepisco, sul metro delle parole, unico di un possibile confronto, è pressoché incolmabile, e forse non c’è nemmeno bisogno di sforzarsi per trovare un modo di colmarla. Il mondo è lo stesso, la visione è diversa. E tuttavia, se io non mi permetto di considerare «sbagliata» la sua visione, mi piacerebbe allo stesso modo non essere inserito d’ufficio in un disegno altrui – come un bambino ostinato che si rifiuta di accettare la realtà, come un ingrato superbo, come un individuo perduto in attesa di un lampo. Restando su un piano astratto, io tendo a non dubitare della fede altrui, di certo non per partito preso, chiederei in cambio di non essere fatto oggetto di condiscendenza o pietà (o peggio, come accade in casi assai più seri del mio, che è quello di un comune lettore). Capisco anche come ciò sia impossibile – il disegno di questo Dio non può esistere soltanto per alcuni e per altri no – e anche su questo misuro l’ampiezza della distanza.

Anna Maria Cànopi, Una vita per amare. Ricordi di una monaca di clausura, Interlinea 2012.

 

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Azioni e omissioni, parole e silenzi

Qualche giorno fa ho citato qui una frase di un monaco benedettino, a proposito della «tentazione», della quale sottolineavo un breve e notevole inciso: siamo messi alla prova per poter conoscere noi stessi e anche per essere «riconosciuti da[gli] altri». Il tema provoca per così dire un cortocircuito con un’altra breve frase di una monaca che sta vivendo circa mille anni dopo quel monaco. Si tratta della badessa Anna Maria Cànopi che nel suo commento alla Regola di san Benedetto, in fondo a una pagina, scrive: «Sappiamo che ci conoscono meglio gli altri che noi stessi. Perciò dobbiamo consegnarci agli altri con fiducia». Mi vengono a questo proposito tre osservazioni.

Anzitutto mi piace della letteratura monastica questa interconnessione, questa rete di rimandi e riferimenti, o anche questo ossessivo ritornare sui medesimi temi, che si estende per circa duemila anni. Si potrebbe obiettare che anche in altre regioni del sapere esiste questa rete, per esempio nel discorso scientifico, o addirittura che tutta l’elaborazione concettuale dell’essere umano è una rete. Nel caso dei monaci, forse, si può osservare con più facilità, giacché persino la forma in cui sono espresse determinate questioni è praticamente la stessa. Come se i monaci, oltre a vivere nel proprio tempo, fossero anche tra loro tutti contemporanei.

Mi pare inoltre di intravedere qui una possibile via di distinzione netta tra cenobiti e frati da un lato – uomini e donne di comunità -,  ed eremiti e contemplativi dall’altro – uomini e donne di clausura, soli al mondo («Per un certosino», dice uno di costoro, «pensare ai suoi confratelli è spesso un ostacolo o una tentazione»).

E quindi mi dà da pensare, infine, il tema vero e proprio: gli altri mi conoscono meglio di me. Poiché, viene da aggiungere, di me colgono il puro lato pragmatico: azioni, omissioni, parole e silenzi. Cosa che per un sedicente materialista non è affatto contraddittorio.

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Ventose

Tra i molti commenti alla Regola di san Benedetto – e tra i pochi, pochissimi che ho effettivamente letto – uno dei più significativi è quello di Anna Maria Cànopi, la grande badessa dell’abbazia benedettina Mater Ecclesiae sull’Isola di san Giulio. È un testo che riprende la più augusta delle tradizioni, precedente alla stessa Regola, quella ad esempio delle Conferenze ai monaci di Giovanni Cassiano, in cui la filologia cede interamente il passo alla spiritualità. Un testo tutto attraversato da una tensione d’acciaio, che lo rende avvincente e che può essere ricondotta alla enorme preparazione e alla singolare personalità della badessa.

Già, la «personalità»… proprio uno di quei nemici contro i quali si scaglia l’autrice: «Il maligno si impossessa di noi come di un pezzo di terreno, lembo a lembo, attraverso cose che a noi sembrano inezie, anche attraverso alcuni atteggiamenti che noi riteniamo di poterci permettere per conservare almeno un po’ di… personalità e uno spazio di libero movimento». Eppure, quale maggior dimostrazione di personalità che queste seicento pagine che si stendono come un campo di battaglia in mezzo al quale la badessa si erge con il dito indice destro sollevato?

Mi guardo bene dal voler prendere in contraddizione la badessa: a) se l’attaccamento a sé è un «peccato», io sono il primo «peccatore» (per quanto, tra parentesi, è la prospettiva stessa del «peccato» che rifiuterei), b) non ne ho la preparazione, c) non è così importante. Non posso però non osservare anche qui quella lacerante ambiguità tra umiltà e superbia che dev’essere fonte di tormento per tanti monaci e monache.

Inoltre, l’antropologia che si intravede sotto i commenti, molto puntuali, ai vari passi della Regola, è radicalmente negativa. Il riferimento al «maligno» è frequente, anche a Satana, ma questo «maligno» di cui la badessa e le sue consorelle fanno ogni giorno esperienza sembra avere piuttosto le fattezze dell’«io», o più esattamente delle «forze istintive ed egoistiche della nostra natura». Benedetto contempla, dice Anna Maria Cànopi, «non uomini inermi fuggiti dal mondo, ma valorosi combattenti della fede per la difesa del mondo dalla virulenta aggressione del male». Ma il male non è la fuori, si direbbe invece che sia la sostanza stessa di cui siamo fatti.

L’aggressione all’«io» nelle sue varie manifestazioni – la volontà, l’opinione, la pigrizia, il possesso, una umilissima matita, una semplice fetta di dolce – è senza tregua: «lungo tutta la giornata andiamo impregnando di noi stessi tutto quello che facciamo, vediamo o tocchiamo […], su tutto mettiamo le nostre ventose». E per quanto la stella polare di tutto il volume sia la mansuetudine, e per quanto possa essere tentato, in certe ore, da questa feroce opera distruttiva, mi riesce difficile non provare compassione e comprensione per quelle nostre umane «ventose».

Sono andato troppo per le lunghe. D’altra parte il testo della badessa è ricchissimo ed è più che probabile che a me sia sfuggito molto. I grandi «avversari» sono i più stimolanti, bisognerà ritornarci.

Anna Maria Cànopi, Mansuetudine: volto del monaco. Lettura spirituale e comunitaria della Regola di San Benedetto in chiave di mansuetudine, Edizioni La Scala 1995.

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