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Immunità e svegliarine monastiche (Reperti 59-60: Belotti; Scipione)

59. Bancarella di libri vecchi; scorro i dorsi rovinati (un tempo erano molto più frequenti le scritte in orizzontale); Bortolo Belotti, Poesie della montagna del fiume e della valle; lo prendo, ovviamente; lo apro a caso; pagina 101, primo di tre sonetti dedicati al cosiddetto giuramento di Pontida del 1167 – tutta questa strada per leggere le due terzine:

Belotti

Ora, nativo di Zogno (in Val Brembana), studente modello, dotto giurista, politico liberale, ministro del Regno, storico insigne (in particolare di Bergamo e dei bergamaschi), il Belotti è poeta un po’ attardato (le Poesie succitate sono del 1935, Montale ha pubblicato gli Ossi dieci anni prima e sta finendo di scrivere Le occasioni, per dire), però con quel «recinti immuni», detto dell’abbazia benedettina di San Giacomo Maggiore a Pontida, ha colto qualcosa. Lo si può dire dei chiostri in generale, che siano recinti immuni, anche se viene da chiedersi da cosa, e la risposta, la speranza, oggi, non può che essere una: da solitudine e disperazione.

60. Tra luglio e settembre del 1929 Scipione, sempre malato, passa una breve estate felice in Ciociaria («Io sto alla “Trattoria della stella d’Italia a Collepardo [Frosinone]»)1 e, raggiunto da Mario Mafai, va a visitare la Certosa di Trisulti, dove, salutato l’amico, rimane per qualche tempo: un soggiorno che lascerà una traccia non labile nei suoi ricordi e qualche testimonianza nei suoi olii e nei disegni. Ma non solo. In Carte segrete, l’antologia di scritti di Scipione approntata in forma «definitiva» (e «sforbiciata») da Enrico Falqui nel 1943 per Vallecchi, sono riportate, insieme con le «sue splendide dieci poesie» (come le definisce Amelia Rosselli), alcune lettere «a un reverendo», un monaco certosino che Scipione aveva conosciuto a Trisulti. In esse, di qualche anno posteriori al soggiorno, oltre a confessare al «carissimo Padre» i suoi turbamenti spirituali, Scipione torna spesso a quell’esperienza, a «quella pausa bianca, cara, che è forse la cosa più buona della mia vita»: «Oh! avessi io dato retta a quella voce che mi seguiva da presso e con la quale Dio mi indicava quella che doveva essere la mia vita. Oh! che adesso sarei a cantare le lodi del Signore invece di essere un rottame di naufragio che l’oceano deve consumare. […] Mi prese per mano, mi portò alla certosa e mi diceva in orecchio: Fatti certosino, fatti certosino».

Botticelli svegliarinoE tra i molti ricordi che si susseguono, carichi di nostalgia, uno mi ha permesso di imparare una cosa che, mea incredibile culpa, non sapevo, né m’era mai venuto di approfondire. Scrive ancora Scipione, da Roma, all’anonimo monaco: «… il rumore di una fontanina in un piccolo cortile subito mi trascina lontano nella cara Certosa, quando nella notte mi svegliavo con la Svegliatrice celeste o scendevo nella chiesa per il mattutino». Col nome di Svegliatrice o Svegliarina celeste, pare che Scipione si riferisca a santa Teresa del Bambin Gesù (di cui menziona altrove la chiesa romana al Pincio), ma non si può non pensare anche alla campanella che veniva usata dai monaci per accorrere alle ore canoniche, cioè allo svegliarino, o svegliatore, o destatore monastico, uno dei primi orologi meccanici della storia. Ovviamente descritto da Dante («… tin tin sonando con sì dolce nota», Paradiso, X, 139-144) e rappresentato, tra gli altri, da Botticelli nel suo affresco Sant’Agostino nel suo studio in Ognissanti, a Firenze.

  1. Lettera a Renato Mazzacurati, agosto 1929, in: Scipione, Carte segrete, prefazione di A. Rosselli, nota di P. Fossati, Einaudi 1982, p. 49. Da qui sono tratte tutte le citazioni, come quest’altra da una lettera a Libero de Libero, sempre dell’agosto 1929: «Dio! come è bella questa vita libera. Il mio sangue torna chiaro e mi sveglio al mattino col senso di felicità che non conoscevo».

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