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Una magnifica raccolta di Regole («Abitare come fratelli insieme»)

AbitareComeFratelliNon è soltanto l’interesse verso l’argomento storico che mi spinge irresistibilmente verso le regole monastiche, vi vedo anche, forse in maniera impropria, uno degli sforzi più prolungati e intensi di rispondere alla fatale domanda: «Cosa facciamo?», e a quella conseguente: «Come lo facciamo?», con una particolare enfasi sulla prima persona plurale. Osservandole da una posizione laica, inoltre, le regole sono uno straordinario strumento di semplificazione e concentrazione: servono a non distrarsi, a risolvere una volta per tutte gli aspetti pratico-organizzativi della vita quotidiana in modo che l’individuo possa dedicarsi a ciò che è importante, a ciò che è chiamato a fare.

Si può immaginare quindi il mio entusiasmo nel poter maneggiare Abitare come fratelli insieme, corposa raccolta delle «Regole monastiche d’occidente» da poco pubblicata dalle Edizioni Qiqajon della Comunità di Bose: 1116 pagine curate, come al solito, rigorosamente da Cecilia Falchini e aperte da un’Introduzione non di circostanza del priore Enzo Bianchi. Un libro che definirei eccezionale, di cui esser grati alla curatrice e all’editore, e il cui indice è già di per sé una grande epica e un’ancor più grande promessa.

Il volume raccoglie ventidue regole, «la quasi totalità delle regole monastiche cenobitiche maschili dell’occidente latino dei secoli IV-VII», suddivise in otto famiglie o generazioni, dalle regole africane, come quella di Agostino, fino alle regole spagnole e della seconda meà del VII secolo, come la Regola di Fruttuoso e la Regola di un padre ai monaci, alcune di esse in prima traduzione italiana. Al centro, oltre a quella di Benedetto, si staglia il masso ciclopico della Regola del Maestro, mentre la conclusione è affidata a un’appendice dedicata alle regole degli ordini mendicanti, in particolare a quelle francescane: pur non essendo strettamente monastiche, «il loro perdurante interagire dialettico con il monachesimo», scrive la curatrice, «e il loro ruolo di “cerniera” tra quest’ultimo e le successive forme di vita religiosa ci paiono giustificarne l’inserzione nel presente volume».

Tornando al «cosa facciamo?», non dimentico certo che nella fattispecie la «chiamata» è la ricerca di Dio, in se stessi e negli altri: nonostante la varietà, «le regole», scrive Enzo Bianchi, «fin dal loro nascere e quali che possano essere le influenze e le dipendenze reciproche, hanno tutte un elemento fondamentale in comune: […] fanno comunque  e sempre riferimento, attraverso il vangelo, all’amore di Dio e a quello del prossimo. Non solo, ma la fonte di tale amore e il modello da imitare è sempre la persona di Cristo». Il cosa fare insieme è il cuore delle regole cenobitiche, e in questo senso, come osserva ancora il priore Bianchi, il riferimento centrale alla «comunità» le rende argomento di «cogente attualità».

Devo anche ammettere che quando m’imbatto in una norma come questa (cito a caso dalla Regola del Maestro): «Per i letti abbiano, d’inverno, una stuoia, una coperta di tessuto spesso e una di lana; d’estate al posto di quella di lana facciano uso, per il caldo, di una coperta logora. Ai piedi del letto, poi, abbiano una pelle dove possano pulire i piedi dallo sporco e così salire sui loro letti», non posso fare a meno di sorridere di comprensione. Nella proliferazione normativa mi pare infatti di poter cogliere una vena profonda – talvolta ossessiva o addirittura nevrotica – di realismo, che porta gli autori delle regole a riconoscere la forza non trascurabile del caos che scaturisce dall’unione di più persone in un medesimo luogo (pianeta), ancorché «peccato» lo si voglia chiamare. Che cosa ha fatto in fondo san Francesco, anche con la sua regola, se non tentare di esorcizzare questo caos abbracciandolo, in virtù dell’amore e riducendo tutto all’unica prescrizione evangelica della sequela? Ma lui era solo o, al massimo, seguito da un pugno di compagni – una «banda» come Enzo Bianchi definisce il germe del gruppo che si raccoglie intorno al singolo che si avventura lungo una nuova strada di ricerca. Poi la banda diventa, appunto, un gruppo, poi una comunità, eventualmente un ordine: dobbiamo buttar giù una regola…

 

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La grande rissa (premessa leggera alla lettura di un gran libro)

SottoLaGuidaDelVangeloAnche se può suonare ridicolo, o sembrare snob, dirò che mi sono appassionato molto alla lettura di Sotto la guida del Vangelo. Cluny e Cîteaux: testi e storia di una controversia.

Anzitutto perché è l’ennesimo prodotto eccellente dell’officina editoriale e di studio che sono le Edizioni Qiqajon – Comunità di Bose. Un libro di oltre seicento pagine, meditato, argomentato e ben realizzato, che contiene tutti i testi rilevanti per un serio tentativo di comprensione del grande scontro ideale e retorico tra cluniacensi e cisterciensi (prima metà del XII secolo) sull’osservanza della Regola di Benedetto, soprattutto in relazione ai due grandi protagonisti della vicenda: alla vostra destra, nella consueta casacca nera di Cluny, Pietro il Venerabile, e alla vostra sinistra, in maglia bianca, il figlio di Cîteaux, Bernardo di Chiaravalle.

L’introduzione della curatrice, Cecilia Falchini, è più propriamente un saggio, cui non si potrebbe chiedere di più. (E per dare un’idea del tono sempre preciso e misurato di queste pagine introduttive, opera, va ricordato, di una studiosa che è anche monaca a Bose, mi permetto di citare la più proverbiale delle note a pie’ di pagina, anzi l’ultimo inciso di una di quelle note in corpo 8 che bisogna aver proprio voglia di leggere. Per giustificare l’esclusione di due testi genericamente ascrivibili alla controversia, la curatrice si appella alla loro «dubbia autenticità storica»: il primo di essi è tardo e, nelle parole di un altro studioso, contiene una «piccola scena edificante, inventata senza dubbio di sana pianta dall’agiografo»; «quanto poi al secondo – conclude Falchini – «che narrerebbe l’apparizione della Vergine a un novizio per confermarlo nella sua adesione ai cistercensi, l’episodio non è storicamente verificabile». Che stile.)

Va detto, inoltre, che la vicenda, anche per chi è semplicemente interessato alla materia, è avvincente, per il succedersi dei documenti – quelli sopravvissuti –, per il sontuoso dispiegamento di armi retoriche: sono testi belli, cesellati, vibranti, e, pur ricordando che di storia si tratta, e non di un gioco, diciamolo: cluniacensi e cisterciensi se le danno di santa ragione.

C’è infine un aspetto più personale, ed è il fatto che uno dei testi che, tempo fa, mi fece avvicinare alle cose monastiche, fu proprio l’Apologia all’abate Guglielmo di Bernardo, opera chiave della controversia. Purtroppo non ricordo più perché decisi di leggerla, ma ricordo bene l’impressione che ne trassi, e che soprattutto mi fece il suo autore. Bernardo, il corrusco, l’impulsivo, talvolta aggressivo, ispirato, massimalista, infaticabile, incapace di rinunciare a un bel giro di frase e capace di grandi dolcezze, e sofferente di stomaco Bernardo di Chiaravalle, è stato la mia porta d’ingresso in questo mondo di letture. Ebbene, non avevo mai letto la Lettera 28 di Pietro, che si ritiene essere l’immediato precedente dell’Apologia: questo libro me ne ha data l’opportunità. E Pietro, il diplomatico, il riflessivo, uomo dei tempi lunghi, triste e compassionevole, capace di avvolgere una spina appuntita in quattro paragrafi di bambagia, lo stanco ma non arreso Pietro il Venerabile, sta conquistando terreno. Insomma, sto per cambiare tifoseria, cosa che, come ben si sa, è considerata quasi inammissibile.

Prossimamente qualche considerazione un po’ più seria, speriamo, su questo prezioso volume.

Sotto la guida del Vangelo. Cluny e Cîteaux: testi e storia di una controversia, a cura di Cecilia Falchini, Edizioni Qiqajon 2013.

 

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