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Schedine: Dellavite, Mazzolari, Cànopi

Giulio Dellavite, Se ne ride chi abita i cieli. L’abate e il manager: lezioni di leadership fra le mura di un monastero, Mondadori 2018. S’inserisce in un filone non povero di esempi il libro (il romanzo?) di Giulio Dellavite (che è un sacerdote, e non un monaco, e mi pare si senta), quello dei possibili parallelismi tra la Regola di san Benedetto e i trattati (o i manuali) di management, tra abate e manager: leadership, divisione dei compiti, pianificazione, obiettivi, squadra, «debolezze» che diventano «opportunità», e via di questo passo. Bloccato da un guasto alla sua auto, in mezzo alla campagna, proprio all’inizio di un sospirato week-end, un dirigente fin troppo tipico nei suoi tratti e modi si ritrova a passare una notte e una mattina in un monastero, in attesa di potersi rimettere in marcia verso i suoi impegni. Coro, sala capitolare, biblioteca, refettorio, infermeria: il manager verrà accompagnato dall’abate e dagli altri monaci in una visita ai vari ambienti, e ogni luogo sarà l’occasione per una conversazione (e per storielle, citazioni e aneddoti in gran copia). Non inaspettatamente, cellulare infine ben carico e auto riparata, il nostro se ne andrà, pensando di essere un po’ cambiato.

Primo Mazzolari, Lettere a una suora, La Locusta s.d. (ma 1961). Un piccolo fascicolo di lettere di don Primo Mazzolari a una religiosa rimasta anomima, risalenti soprattutto agli anni 1926-34, spedite quindi dalla parrocchia di Cicognara, prima, e di Bozzolo, poi. Una nota informa che le lettere giunsero all’editore accompagnate da queste parole, che ho trovato commoventi: «Sono una povera suora. Casualmente, lessi su un giornale che La Locusta sta raccogliendo le lettere di don Primo. Io ho un epistolario, che va dal 1926 al 1954. Ve lo mando. Anche per partecipare ad altri del bene che ho ricevuto da don Primo…» Ho un particolare interesse per gli epistolari tra persone «in religione», forse perché mi pare che, quasi sempre, in virtù del riferimento a una dimensione «ulteriore», vi siano assenti le scorie dei rapporti di potere e di genere. Poco importa, in fondo, che io non creda a quella dimensione se posso trovarmi al cospetto del colloquio profondo tra due individui. Qui il grande rammarico è che non siano riprodotte anche le lettere della religiosa, probabilmente perdute, onde poter scoprire quali richieste o confessioni abbiano suscitato certe frasi del sacerdote: «Per lei, come per tanti di noi che viviamo da anni in religione, non è più questione di luce, ma di obbedienza a occhi chiusi» (1926), «Non è una strada fatta, la vocazione, ma una strada da farsi, e col piccone» (1928), «Io la vorrei più suora che monaca, pronta a sopportare il peso dello stare insieme» (1928).

Anna Maria Cànopi, Chiamati ad andare oltre. Il cammino quotidiano della vita monastica, Nerbini 2018. La benemerita collana degli «Orizzonti monastici» ha ripreso le pubblicazioni, presso l’editore Nerbini, con una raccolta di scritti di m. Cànopi ricavati dai suoi corsi di formazione per le novizie. Diciassette riflessioni sugli aspetti in prevalenza spirituali della scelta di vita monastica, che la inseriscono in un quadro di riferimento non soltanto esistenziale e comunitario (ed ecclesiale), bensì anche universale e «persino cosmico» («Dobbiamo avere rispetto, devozione e affetto per questo impegno che ci caratterizza e ci identifica: siamo quelli che danno lode a Dio per tutti. […] Andando in coro, dobbiamo quindi pensare che ci uniamo alla schiera immensa delle generazioni umane del passato, ma anche quelle del presente e del futuro per camminare verso l’ultima ora della storia»). I lettori interessati – come me, al di là di qualsiasi grado di disaccordo – troveranno anche qui (anzi, qui forse più che altrove) lo stile e i temi inconfondibili di m. Cànopi, primo fra tutti lo scontro frontale e inesausto con quell’«assolutizzazione» o «divinizzazione» dell’io che nelle parole veementi della badessa pare assurgere a origine di tutti i mali.

 

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Gli «Orizzonti monastici» sono tornati!

Ho scoperto qualche tempo fa con… be’, sì, con una certa emozione che la collana «Orizzonti monastici» è rinata ed è tornata in libreria.

Ce li ho quasi tutti i quarantuno volumetti verdi pubblicati dal 1991 al 2009 dall’Abbazia San Benedetto di Seregno, sotto l’amorosa direzione del suo abate, Valerio Cattana; e l’emozione è dovuta al fatto che, per così dire, devo a loro la mia definitiva introduzione al mondo monastico scritto. La copertina e la veste editoriale sobrissima; i titoli, che appoggiavano su volumi di pochi pagine argomenti di notevole vastità: Il monachesimo occidentale oggi, Monachesimo e cultura, Il monaco e il mondo contemporaneo, oppure che accompagnavano in territori del tutto ignoti, perlomeno per me: Cultura scientifica e tecnica del monachesimo in Italia, Monachesimo e mistica, San Colombano attraverso le sue parole; e gli autori, nomi che avrei imparato a conoscere: Jean Leclercq, Reginald Grégoire, Gregorio Penco, Divo Barsotti, Anna Maria Cànopi, Adalbert de Vogüé, ma anche Ildefonso Schuster, Carlo Maria Martini, grandi studiosi che spesso accettavano l’invito del direttore della collana (della «mini-collana», come la chiamava lui) a condensare il loro sapere e le loro riflessioni in eccellenti «gioielli di sintesi». E poi quegli strani inserti di illustrazioni a colori, tra la cartolina e il documento d’archivio, e, non certo da ultimo, le presentazioni dell’abate Cattana, firmate sempre in occasione di ricorrenze monastiche, spesso l’11 luglio, solennità di san Benedetto, patrono d’Europa.

«Per venire incontro al desiderio di molte persone che vengono nella nostra chiesa per venerare san Mauro, discepolo di san Benedetto e abate, abbiamo chiesto al confratello di Monte Oliveto Maggiore, don Stanislao Avanzo, di scrivere una breve vita di san Mauro, che ora volentieri pubblichiamo»: come non sentire in queste parole, datate 15 gennaio 1991 e che aprono il primo volume della collana, un’eco del medesimo invito che oltre mille anni prima un altro abate avrebbe potuto rivolgere al suo confratello di…? Ogni volta poche parole misurate e «dolci», che testimoniavano di una rete invisibile di contatti («Lo stesso Leclercq, scrivendomi recentemente, sottolineava che…», «Visitando, tempo fa, la splendida abbazia cisterciense di Sénanque…»), di lunghe fedeltà («Consegnandoci il dattiloscritto, l’autore del presente volumetto, che da più di 50 anni studia il monachesimo, ci ha confessato che la presente costituisce l’ultima sua sintesi di un argomento che lo ha appassionato tutta la vita») e di un sereno intento pedagogico («[Questo libro vuole essere anche un] dono, un piccolo dono, alle nuove generazioni di monaci perché non si disperda un tratto significativo della più che millenaria tradizione benedettina»).

Mi ricordo molto bene quando li cercavo nell’unica libreria di mia conoscenza che li tenesse, e qualche volta li chiedevo al commesso, suscitando una punta di sorpresa. E ora eccoli di nuovo lì, sempre con la copertina verde, con l’indicazione «collana fondata da p. Valerio Cattana» e il numero sul dorso: 42, 43…

 Il testimone è stato raccolto, silenziosamente e nobilmente, dalle Edizioni Nerbini di Firenze, che lo scorso giugno hanno pubblicato Chiamati ad andare oltre, di Anna Maria Cànopi, e in novembre La vita monastica come «conversione nella fede», di Andrea Pacini: subito comprati e letti.

Può far sorridere, se non peggio, che nel presente contesto ci si «emozioni» per un’iniziativa editoriale. Sì, è possibile, e non ho né «ma», né «però» da opporre a tale eventualità.

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Fluttuanti

In uno dei passi più belli della sua Regola san Benedetto prescrive che l’abate si preoccupi dei fratelli che sono incorsi in mancanze gravi e che, pertanto, sono stati scomunicati, cioè separati dal resto della comunità, e che lo faccia mandando loro, quasi di nascosto, dei fratelli anziani per confortarli e indurli al pentimento che li riporterebbe in seno alla comunità (XXVII, 2-3). Lo scomunicato che non deve essere abbandonato a se stesso è il fratrem fluctuantem, espressione che la maggior parte delle traduzioni e dei commenti correnti della Regola rende con fratello agitato, o vacillante, rimandando alla condizione di costui, che sarà combattuto tra l’irritazione, provocata dalla punizione, e la tristezza, dovuta allo stretto isolamento1.

Nel suo ultimo libro, molto bello, pubblicato all’inizio dell’anno scorso, Mauro Giuseppe Lepori ha scelto, sin dal titolo, di rendere quell’espressione con fratello fluttuante, o anche galleggiante2. Secondo l’abate generale dell’Ordine cistercense Benedetto deriva l’espressione da san Paolo, dai parvuli fluctuantes, i «bambini sballottati dalle onde» della Lettera agli Efesini (4, 14), e ci offre una lettura dell’immagine legata strettamente all’attualità. Con una mossa che ho visto – e ammirato? – tante volte, il monaco del XXI secolo compie un salto di oltre millecinquecento anni, con l’«asta» della Regola, e affratella l’uomo contemporaneo, «instabile, vacillante, come un naufrago su una tavola», costantemente distratto e in superficie, surfante «sulle onde fugaci e virtuali della realtà», a quel monaco scomunicato e solo.

E non soltanto gli uomini e le donne di oggi, perché «anche nei monasteri mi capita di incontrare molti fratres e sorores fluctuantes, che hanno difficoltà a fermarsi, ad esempio per dedicarsi alla preghiera, alla lectio divina, alla meditazione». L’uomo contemporaneo, nella visione dell’abate, è sballottato dalle onde della superficialità, afflitto – per restare nell’ambito dell’immagine – da un mal di mare dilagante. Il passo successivo del ragionamento è prevedibile, e l’abate lo compie: «È come se le tragiche immagini delle migliaia di migranti che naufragano nel Mediterraneo fossero uno specchio che l’umanità più misera pone davanti alla cultura occidentale perché vi veda riflessa la propria condizione umana e spirituale».

Di fronte a ciò l’abate Lepori addita ai monaci e alle monache suoi compagni di viaggio, e forse un po’ a tutti, il vero carisma che si esprime nella Regola, e cioè l’osservazione e l’ascolto di Gesù, dei suoi gesti e delle sue parole, e l’appello a provarsi di seguirlo, avendo sempre davanti a sé il valore della relazione e dunque della comunità. Anche perché Gesù è colui che cammina sulle onde del mare in tempesta, e lo straordinario non è che non affondi, «lo farebbe anche un buon nuotatore», bensì il fatto che la superficie instabile diventi per lui un cammino, una direzione precisa: «Per Gesù la direzione vince sulla fluttuazione dello spazio».

Il libro dell’abate Lepori, che leggo sempre con grande interesse, non si riduce a questo, e una volta mi piacerebbe riflettere sulla questione delle dimensioni della comunità cui si riferisce anche qui l’autore, comunità che per il pensiero monastico è allo stesso tempo il piccolo coro di sei voci oranti e l’intero ecumene, ma giunto a questo punto sono un po’ sopraffatto dalle molte risonanze di questa meditazione, dalle mie molte mancanze a questo appello e dal rammarico per le difficoltà che il pensiero laico (e materialista) incontra nel rivendicare le medesime aspirazioni.

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  1. Al vertice della punizione sta, significativamente, l’obbligo di mangiare da solo, e di assumere cibo non benedetto, e il divieto fatto agli altri addirittura di salutarlo – praticamente un fantasma.
  2. Mauro Giuseppe Lepori, Pecore pesanti e fratelli fluttuanti. La via di san Benedetto alla cura dell’altro, San Paolo 2018.

 

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Due o al massimo tre («Monaci a tavola», di Nadia Togni)

L’occasione è troppo ghiotta per non definire assai gustosa la lettura di Monaci a tavola della ricercatrice storica e studiosa del monachesimo benedettino umbro Nadia Togni1. Il suo piccolo, solo all’apparenza, libro consente di ripassare molte cose circa i vari aspetti del rapporto tra monaci e cibo, di impararne molte altre e soprattutto di ascoltare commenti, ricordi e testimonianze sul tema dalla viva voce di un monaco e abate di lunghi studi e lunga esperienza. I vari capitoli del testo sono infatti punteggiati dalle conversazioni che l’autrice ha avuto con p. Giustino Farnedi, attualmente direttore e conservatore del complesso abbaziale di San Pietro a Perugia e del quale, in questo 2019, ricorrerà il 60° della professione monastica.

Piccolo solo in apparenza, dicevo, perché il libro affronta l’argomento in maniera esauriente da ogni lato, a partire dalle indicazioni, dagli orari e dalle misure contenute nella Regola di san Benedetto; per passare poi agli spazi (il refettorio, la cucina, la cantina) e agli strumenti (le stoviglie, il tintinnabulum), alle norme e alle tradizioni, agli «accessori» (la neviera e la ghiacciaia) e alle «specialità» (quelle «piccole» come l’acquaticcio, un vinello da pasto, e l’orzarella, una bevanda da prima colazione, e quelle «grandi», come la birra, i formaggi, il miele, gli amari e i mille dolci, soprattutto delle monache: sfogliatelle, palommelle, cavallucci, biscotti ricci, ’mpatigghie, ’nfasciateddi e, naturalmente, le minne di virgini).

C’è tutto, insomma. Informazioni di carattere storico si alternano a riferimenti archeologici: un’area che infatti produce risultati molto interessanti, compatibilmente con i fondi a disposizione, è quella dell’archeologia monastica, che esplora i siti delle cucine e che, in base allo studio dei reperti, ricostruisce regimi alimentari, abitudini, materiali usati, scambi di prodotti con zone limitrofe o lontane2; riletture mirate dei testi normativi si susseguono a risultati di indagini d’archivio3; e tra i puntuali commenti eruditi del p. Farnedi, che – non va dimenticato – è di Cesena e all’abbazia di Santa Maria del Monte ha mosso i primi passi monastici, spuntano poi qui e là i ricordi e gli aneddoti. Coloro che, come l’abate Farnedi, sono entrati in probandato da piccoli «hanno ricevuto un’educazione monastica, che riguardava tutti i momenti della vita all’interno della comunità», il cosiddetto galateo monastico: «Noi più piccoli guardavamo e imparavamo dai monaci come dovevamo comportarci; venivamo continuamente corretti soprattutto sulle maniere sbagliate di mangiare» – no i gomiti, no i morsi, no rumori con la bocca, no non mi va, no porzioni troppo abbondanti, no «scambi di merce», e soprattutto no avanzare e no sprecare: «Proprio per questo nel monastero il cibo era spesso servito in piatti già pronti e confezionati in cucina, come la carne con il suo contorno, l’uovo al tegamino servito negli appositi padellini nei quali era stato cotto, la frutta e le noci, due o al massimo tre, schiacciate in cucina e servite con il loro guscio frantumato: dovevamo usare tutta la nostra pazienza e l’abilità delle dita per ricercare ogni più piccolo pezzettino di noce».

Infine, tra i tanti monaci citati in queste pagine – cellerari, ortolani, spezieri, cuochi, vinai, ecc. – una menzione non può essere negata a f. Isidoro Garattoni, cuoco e ortolano a Cesena, che i novizi chiamavano il cavaliere dello stracchino: «Lo ricordo ancora scendere a piedi in città con la sua grande sporta a fare la spesa per la comunità. Era abilissimo nel preparare piatti succulenti con povere cose, come le sue famose polpette nelle quali di carne c’era solo l’odore, ma ben farcite, tenere e gustosissime».

Rivendicando l’equilibrio, la misura, la sanità, la stagionalità, la territorialità, la creatività, la democraticità, la qualità «bio», e anche la bontà, della cucina monastica, perlomeno di quella di un tempo, il p. Farnedi ribalta il senso del noto modo di dire, e a questo ribaltamento si può affidare il commento conclusivo a questa assai piacevole lettura: «La cosa più bella nella vita di un monastero è che il monaco non deve mai scegliere il pasto da un menù, ma mangia ciò che gli viene servito, secondo la classica massima “mangià ciò che passa il convento”».

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  1. Nadia Togni, Monaci a tavola. La Regola di san Benedetto e le consuetudini alimentari, Tau Editrice 2018.
  2. «Gli scavi archeologici condotti a San Vincenzo al Volturno in questi ultimi decenni – ad esempio – hanno portato al ritrovamento della cucina monastica dell’inizio del secolo IX. Questa era a pianta quadrata con, al centro, un grande banco di cottura in muratura; alla base si aprivano quattro arcate, dove erano collocate le braci accese che riscaldavano la superficie del banco. […] Su un lato era disposta una mensa ponderaria, cioè la “tavola dei pesi”, di età romana, usata per pesare gli ingredienti e le quantità di cibo da cuocere; questa era costituita da un blocco di marmo con delle profonde cavità di dimensioni diverse corrispondenti alle diverse capacità di misura…», pp. 130-31.
  3. In un manoscritto seicentesco, conservato presso l’Archivio storico di San Pietro a Perugia, insieme con varie notazioni personali e liturgiche un anonimo monaco ha trascritto due ricette, quella dello Zucchero a cottura di bottone e quello del Caffè di Germania, che si fa così: «Ceci rossi [bacche di caffè non tostato], libbre 3; amandole amare, once 3; ginebro fatto bene. Si abbrustolischi ogni uno da sé e s’impasti unitamente e sarà fatto», pp. 194-95.

 

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Stretta osservanza: Onfray alla Trappa (pt. 2/2)

(la prima parte è qui)

Il secondo capitolo del reportage di Onfray1 è dedicato al tema della comunità e svolge un’interessante genealogia, «non illegittima», che da Epicuro conduce a Rancé, via san Benedetto. Sulla scorta di un’osservazione di Chateaubriand, Onfray accomuna il «giardino» di Epicuro, «diffamato e calunniato» lungo la tarda antichità, l’alto e il basso Medioevo e oltre, alla trappa di Rancé (all’ideale monastico in generale) sotto il concetto di «arte di vivere le proprie idee fino al più minuto particolare». Come i monaci, infatti, gli epicurei praticano la frugalità, la continenza e una forma di ascesi che contempla soltanto i bisogni essenziali; rifuggono dalla proprietà privata, dagli onori, dal potere; considerano la filosofia come una pratica quotidiana comunitaria. E ancora, come i monaci, Epicuro considera il pensiero un esercizio di salvezza; indica una piccola comunità quale modello di azione; concentra la «vita filosofica» in un luogo preciso, dove ammette chiunque senza distinzione; stabilisce una regola di condotta, che prevede tra l’altro di essere vegetariani, astemi e casti. «Il Giardino», commenta Onfray, «è un embrione del monastero, cui manca la dimensione trascendentale.»

A Epicuro si possono poi affiancare, tra gli altri, Plutarco, Seneca, Cicerone, Marco Aurelio, in una lunga scia di pragmatismo esistenziale in cui san Benedetto si inserisce senza difficoltà. La saggezza antica, che sceglie l’essere e non l’avere, che si preoccupa della «costruzione di sé», che rifugge dalle passioni a vantaggio della tensione dell’anima, che si allontana dalla folla e dalla vanità delle troppe parole, attraversa i secoli e viene trasportata dai monaci «nella nostra modernità».

Quella «dimensione trascendentale» non mi pare tuttavia un semplice dettaglio di storia delle idee. O meglio, può senz’altro essere coniderato tale, a patto di attenuarne la portata, al pari di qualsiasi altro concetto che faccia la sua comparsa sulla scena del pensiero. In questo senso ciò che più mi ha colpito dell’esposizione di Onfray sono le due frasi che racchiudono la ricostruzione genealogica di cui si è detto.

Il capitolo si apre infatti con un’osservazione perentoria che mi pare contenere la sua stessa debolezza. Dice il filosofo francese che «nel monastero si vive da soli anche se ci si trova in gruppo. La vita del cenobita è falsamente comunitaria: è una somma di solitudini che si uniscono per realizzare una più grande solitudine che solo la presenza di Dio colma e turba al tempo stesso. Ma che accade se non si crede a quella presenza? Non rimane che la pura solitudine». Indubbiamente, ma è quel «ma» che non regge, poiché non è proficuo ipotizzare ciò che non si dà, o che si dà soltanto nelle crisi individuali più tormentose. In quel «ma» mi pare di cogliere proprio l’atteggiamento che, in quanto osservatore esterno, credo di dover mettere da parte per avere un’idea di ciò che sto osservando che non derivi dai miei preconcetti.

In chiusura Onfray ritorna sul tema della grande solitudine, traendone una conseguenza che non so quanti monaci potrebbero condividere. «Soli, ma in tanti», afferma il filosofo, «i monaci della Trappa non hanno che Dio come reale e unica compagnia. Per loro il mondo è una finzione, la realtà è una finzione, l’altro è una finzione, ciascuno di essi è una finzione, poiché solo Dio è reale.» Per me è esattamente l’opposto! esclama Onfray: soltanto Dio è una finzione, mentre tutto il resto è reale2.

Messa così, la chiusura – poiché di chiusura a questo punto si tratta – non può che essere una frase a effetto, un po’ scivolosa: «I monaci vivono in un mondo in cui il centro è ovunque e la circonferenza da nessuna parte: un mondo chiuso lanciato come un missile nell’universo sconfinato»3. I monaci?

(2-fine)

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  1. Michel Onfray, La Stricte observance: avec Rancé à la Trappe, Gallimard 2018.
  2. «Ora, io penso esattamente il contario: il mondo è reale, la realtà è reale, l’altro è reale, ciascuno di noi è reale, poiché solo Dio è una finzione», p. 40.
  3. Ecco la chiusa del capitolo nella sua forma estesa: «Nel mio piccolo letto nel quale fatico a prendere sonno, letto d’ospedale e di collegio, letto di caserma e di solitudine, ho capito che questa comunità ha svuotato il mondo del mondo, e lo ha riempito di un mondo in cui l’unica presenza è un’assenza; o l’unica presenza di un’assenza – che è la definizione esatta della morte. I monaci vivono in un mondo in cui il centro è ovunque e la circonferenza da nessuna parte: un mondo chiuso lanciato come un missile nell’universo sconfinato», p. 40.

 

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Nei secoli avvenire (l’Exordium Magnum Cisterciense)

La casa editrice Nerbini ha avviato lo scorso settembre, in collaborazione con «diversi soggetti del mondo monastico», «Cistercensia», una collana che si preannuncia imperdibile per tutti gli interessati. Nella breve nota che si può trovare sul sito dell’Associazione Nuova Cîteaux, che fa parte del gruppo dei promotori dell’iniziativa, si legge che «la collana presenterà biografie, agiografie, testi di spiritualità e storia cistercense in italiano, serie e nello stesso tempo gustose, con titoli che facciano conoscere la poco nota schiera dei santi “domestici” della nostra tradizione» – e come non sottolineare quel serie e nello stesso tempo gustose.

L’inaugurazione della collana è affidata a un testo fondamentale della tradizione cisterciense, l’Exordium Magnum Cisterciense, il Grande Esordio o narrazione dell’inizio dell’ordine cistercense, di Corrado di Eberbach, redatto a partire dalla fine del XII secolo e completato intorno al 12201. Si tratta del «più esteso testo cisterciense del suo tempo e il primo a intrecciare diversi aspetti della storia e delle tradizioni dell’ordine: resoconti storici, documenti e, soprattutto, gli innumerevoli racconti che circolavano nei monasteri» (Paul Savage). Il Grande Esordio era il modo in cui l’ordine dei «monaci bianchi» si raccontava a se stesso in un momento delicato della sua storia, tra il perdurare delle accuse da parte del monachesimo precedente, quello dei «monaci neri», e il primo apparire sulla scena degli ordini mendicanti. E lo faceva ricostruendo il passato e gettando lo sguardo in avanti.

«L’Exordium Magnum è un testo latino notoriamente difficile, ma che premia il suo attento lettore. Con ogni probabilità, Corrado è stato troppo ambizioso nel suo tentativo di impressionare il suo pubblico con uno stile fiorito, ma di sicuro è riuscito a trasmettere la passione che condivideva con molti suoi confratelli: l’amore per le storie» (Brian Patrick McGuire). Sono quindi molto contento di poterlo leggere in una traduzione italiana, curata dal monaco trappista Riccardo Spreafico, che sembra, a giudicare dalle prime pagine, ispirata e piena di brio. Il testo, è presentato spoglio di qualsiasi apparato, cosa che, se in un primo momento può creare qualche difficoltà, si rivela poi assai interessante per una lettura «a immersione» e, per quanto possibile, vicina a quella di generazioni di monaci cisterciensi.

E proprio a proposito di «generazioni» voglio subito annotare una cosa mentre sono ancora all’inizio del grosso volume. Nel capitolo X del Primo Libro Corrado dice chiaramente che si appresta a ricostruire la storia dell’ordine per le «generazioni future», facendo ricorso sia a fonti scritte, sia orali (il «racconto degli anziani»), e lo farà affinché «quelli che nei secoli avvenire la grazia divina si degnerà di chiamare a far parte del nostro Ordine, se riterranno valga la pena di leggere questa pagina di storia che nella nostra pochezza abbiamo steso per loro conforto, riflettendo a quali nobili “mammelle di re” siano stati allattati, si vergognino se dovessero apparirne figli degeneri».

Sembra un’espressione stereotipata, una formula, ma a pensarci, oggi, forse non lo è più; e pensare che Corrado si stia rivolgendo ad alcuni individui che in effetti, quasi nove secoli dopo, vestano ancora l’abito bianco dei cisterciensi e si considerino in qualche misura provenienti da quell’esordio è fonte per me di… meraviglia.

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  1. Corrado di Eberbach, Exordium Magnum Cisterciense, o Narrazione dell’inizio dell’ordine cistercense, a cura di p. Riccardo Spreafico, Nerbini 2018 («Cistercensia», 1).

 

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Stretta osservanza: Onfray alla Trappa (pt. 1/2)

È difficile immaginare un gesto intellettuale più acrobatico: un filosofo ateo, francese, si avvicina alla figura del riformatore, francese, di un ordine monastico, orientandosi con la biografia che uno scrittore cattolico, francese, gli ha dedicato e leggendola durante un soggiorno presso l’abbazia che di quella riforma fu all’origine. Sto parlando di Michel Onfray, l’autore tra i molti altri titoli del Trattato di ateologia, che si ritira qualche giorno a Notre-Dame de la Trappe, a Soligny, per mettere a fuoco la figura dell’abate Rancé, il padre della riforma trappista, prendendo le mosse dalla Vita che ne ha scritto Chateaubriand. Il ritiro ha avuto luogo circa un anno fa ed è stato documentato da una serie di sette articoli, pubblicati nel corso della settimana a cavallo del Natale 2017 sul sito del settimanale «Le Point» (dove si possono ancora leggere), e ora confluiti nei sette capitoli di La Stricte observance: avec Rancé à la Trappe1.

Prima di biasimare l’impulso dell’outsider che si affida al proprio collaudato spirito di osservazione per scolpire impressioni sin dal primo risveglio – «Il monastero è una terra senza terra, un cielo senz’aria, una geografia senza frontiere», già alla seconda pagina –, va ricordato che l’interesse di Onfray per le cose monastiche non è episodico. Al di là, infatti, dell’obiettivo principale del ritiro2, il filosofo è andato alla Trappa per toccare con mano «l’esperienza bimillenaria di una vita filosofica», di una vita sostenuta dalla trascendenza, di una vita troppo dura per essere compatibile con la menzogna: non è alla ricerca di un’illuminazione, vuole bensì capire «perché, quando avevo vent’anni, mi ero appassionato alla vita monastica, rammaricandomi al tempo stesso di non poterla seguire per un motivo determinante: la mancanza di fede…». E Onfray prosegue con una precisazione in cui mi riconosco: «Quello che allora mi piaceva della vita dei monaci era l’incandescenza, la quotidianità ispirata interamente a un ideale, la pratica esistenziale della propria credenza, il legame profondo tra teoria e pratica, l’incarnazione delle proprie idee nell’effettivo svolgersi della vita». Non è forse questo ciò di cui provo maggiore nostalgia: potersi comportare coerentemente con le proprie convinzioni sempre? Non è forse il monastero proprio questo: una macchina concepita e realizzata per agevolare la messa in pratica di tale proposito? E se i monaci, che in fondo mi limito a osservare da lontano, sono il simbolo di questa possibilità di assoluta coerenza, dall’altro non mi nascondo l’ipocrisia, mia, di quella conveniente nostalgia.

Il primo capitolo, intitolato «La clausura. Contro l’erranza», è quello in cui si concentrano le osservazioni di Onfray sul luogo in cui si trova e sulle persone che lo popolano (e che, in sostanza, vi scompaiono), e devo ammettere che, seppur dopo un iniziale, lieve fastidio, non posso non riconoscermi3, come già dicevo sopra, in questo individuo che, proclamando il suo ateismo, si sveglia alle quattro del mattino e ascolta il silenzio; che circa un quarto d’ora dopo si ritrova in chiesa per assistere alle Vigilie e ascolta il canto dei monaci4; che si sente catapultato non in un gruppo di bizzarri suoi contemporanei, bensì in mezzo ai padri del deserto; che attraversa i corridoi cercando di fare meno rumore possibile e si ferma davanti alla «clausura», «questa frontiera che non può essere scavalcata se non da anime che sono passate già dall’altra parte del mondo»; che per una manciata di ore si mescola volentieri a questa piccola schiera di «spettri».

«La clausura è un rimedio contro l’erranza», conclude Onfray, cominciando la sua prima giornata alla Trappa, «e noi per la maggior parte del tempo non facciamo che errare», con ogni probabilità in entrambi i sensi.

(1-segue)

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  1. Michel Onfray, La Stricte observance: avec Rancé à la Trappe, Gallimard 2018.
  2. Onfray sta lavorando a un progetto dedicato alla storia della Normandia e ai personaggi che in diverse forme ne hanno incarnato lo spirito. «Sono venuto qui per leggere in situ la Vita di Rancé di Chateaubriand. La durata del mio soggiorno dipenderà dal tempo che impiegherò a leggere questa, ultima opera dell’autore delle Memorie d’oltretomba» (p. 17).
  3. Ahimè, anche in una sua certa enfaticità.
  4. «Un canto si leva dal silenzio appena turbato dal rumore del sangue che frigge nelle nostre orecchie e che lascia immaginare un mare che non c’è. È vecchio di mille anni, semplice come la voce di una madre che sussurra qualcosa al figlio per svegliarlo. Una linea spoglia e pulita, voci fluide e chiare. Una conversazione secolare che non si è mai interrotta» (p. 23).

 

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«Vuoti di mondo»: Isacco di Ninive, il misterioso

Salvo qualche precisa eccezione, che cerco di coltivare con letture ripetute, devo riconoscere che le voci dei Padri del deserto e degli scrittori dei primi secoli del cristianesimo per me risuonano spesso come una sola voce; fatico a coglierne le differenze e mi adatto a considerarli quasi fossero un’impresa collettiva di costruzione di un sapere. Con Isacco di Ninive (indicato talvolta anche come Isacco il Siro, e attivo nella seconda metà del VII secolo), invece, sin dalle prime righe ho avuto la netta sensazione di trovarmi al cospetto di una voce inconfondibile. Dei tre volumi che le benemerite Edizioni Qiqajon hanno dedicato al padre della chiesa siro-orientale ne ho letti due1 e, forse anche per via della sapiente organizzazione dell’antologia di testi curata da Sabino Chialà, mi sembra che le sue potenti formule echeggino ancora nelle mie orecchie; come questa, che apre la suddetta antologia e suona come l’attacco di una formidabile sinfonia: «Ci fu un tempo in cui Dio non aveva nome, e ci sarà un tempo in cui non ne avrà».

Anche prescindendo dal contenuto teologico dei suoi scritti, sul quale è meglio che non mi avventuri, ma che intuisco di estrema rilevanza, la forza delle sue proposizioni non può lasciare indifferenti. Mi sono parse le parole di un individuo, di un maestro, che, pur consapevole di dovere tutta la sua conoscenza a Qualcun Altro, nondimeno possieda la statura per stare al cospetto del mondo e delle cose, e le colga nella loro interezza. Il punto di vista di Isacco è naturalmente quello della Rivelazione, ciò nonostante non ha limiti nello spazio e nel tempo, e il suo sguardo si trasforma volta a volta.

Isacco è un naturalista («Il primo libro che Dio ha dato agli esseri dotati di ragione è la natura delle realtà create. L’insegnamento tramite inchiostro è stato infatti aggiunto dopo la trasgressione»); è uno psicologo («C’è un vagare cattivo e c’è un vagare buono. Tu perciò, durante la preghiera, non cercare di non vagare con il pensiero, perché è impossibile, ma di vagare nel bene»); è un fenomenologo («Quando l’uomo serve Dio sensibilmente e per mezzo delle cose, le impronte delle cose si incidono nei suoi pensieri e la sua intelligenza pensa le cose divine in forme corporee»); è un osservatore («La potenza di Dio istruisce gli uomini come colui che insegna a nuotare a un bambino piccolo: quando inizia ad affondare, egli lo tira su, perché il bambino galleggia al di sopra delle mani del suo maestro»); è un pittore surrealista («Se anche tu fossi appeso a Dio, persino con le palpebre dei tuoi occhi…»); è oracolo («Qualsiasi realtà sensibile, sia azione sia parola, qualora non sia dovuta al caso ma ritorni con fedeltà, è rivelazione di ciò che è nascosto dentro»); è aforista («Temi le abitudini più dei nemici», «Questa è la virtù: essere, nel proprio pensiero, vuoti di mondo»); è spiritoso («Colui che non ha bevuto vino non diventa ubriaco perché gli parlano di vino»); è uomo pratico («La speranza non ti seduca fino a farti trascurare la pratica, perché della tua vita tu non possiedi che l’ora presente»); è ispirato («Nell’ora in cui tutti si tolgono di dosso il vestito della notte, togli, Signore nostro, dal nostro cuore il ricordo del mondo che passa»); è narratore, capace di un romanzo in quattro righe («O come Giacomo il Girovago che peccò. Egli commise adulterio, uccise e inoltre gettò il cadavere nel fiume. Ma dopo tutto ciò se ne andò e, confermato da un segno divino, abitò in una tomba per dieci anni»), eccetera – e uso questa espressione perché anche Isacco la usa talvolta, con effetti notevoli2.

La grandezza di Isacco risiede, lo so, proprio in quelle prospettive teologiche cui qui non posso far cenno3, ma la sua voce sollecita anche il non credente a confrontarsi con… il mistero, una dimensione da cui almeno mi tengo distante, non potendo ragionevolmente negare l’influenza che ha per molti individui. Ecco, le parole di Isacco di Ninive mi sono sembrate talvolta quelle di un uomo che, pur avendo calpestato la medesima terra, ha intravisto qualcosa altrove. Dice Isacco il Misterioso: «Noi solitari non ci siamo rinchiusi dietro una porta per coltivare la virtù, ma per essere morti anche alla virtù. La virtù, infatti, la coltivano i vivi».

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  1. Isacco di Ninive, Un’umile speranza. Antologia, scelta e traduzione dal siriaco a cura di S. Chialà, Edizioni Qiqajon 1999; Id., Discorsi ascetici. Terza collezione, introduzione, traduzione e note a cura di S. Chialà, E.Q. 2004.
  2. Nel Discorso XII della Terza collezione si legge: «[Carpo] fu vittima dell’astuzia di Satana [che agì] per mezzo della moglie di un governatore suo amico: [la donna] saliva spesso alla sua cella per vederlo, finché, per l’azione di Satana, un giorno [essa] lo guardò con lascivia, eccetera».
  3. Colpisce il giudizio di Giuseppe l’Esicasta riportato da Chialà: «Se tutti gli scritti dei padri del deserto che ci istruiscono circa la vita monastica e la preghiera andassero perduti, e fossero conservati solo gli scritti di Isacco il Siro, essi basterebbero a insegnare, dall’inizio alla fine, la vita dell’esichia e la preghiera. Essi sono l’alfa e l’omega della vita monastica e della preghiera interiore».

 

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Schedine: Cesare Falletti e Roberto Alciati

Cesare Falletti, La custodia del tempo. Appunti di un monaco nei giorni che passano, Effatà 2018. Avevo ascoltato con molto interesse la testimonianza di Cesare Falletti, allora priore del monastero cistercense Dominus Tecum a Pra’d Mill, intervistato in una puntata della bella serie di Tv2000, I passi del silenzio, sicché, attratto anche dal titolo, ho preso subito il volume che raccoglie i suoi interventi pubblicati sulla rivista «Nuovo Progetto» del Sermig (il Servizio Missionari Giovani). Le riflessioni di p. Falletti – volutamente, è ovvio – non si appoggiano in maniera esplicita alla sua esperienza monastica, o almeno così mi è parso, affrontano aspetti della fede da un punto di vista più generale e forse perdono un po’ della loro efficacia se lette di seguito e non con la periodicità con la quale sono state pensate e pubblicate. Lo dico perché spesso mi sono trovato a «protestare» contro la ripetizione di uno schema che prevede soltanto due alternative. Un solo esempio, su un tema peraltro ricorrente nelle pagine di p. Falletti, e che tuttavia non ne esaurisce l’estensione: «La nostra fragilità, la nostra povertà umana, quando non sono viste con uno sguardo che si piange addosso, ma con lo slancio della speranza che non tiene conto dei limiti, ma è attirato dalla bellezza e dalla grandezza della meta, sono qualcosa di estremamente grande; sono infatti l’unica via per amare sul serio, quindi per essere simili a colui che è Amore». Tra il piangersi addosso e «lo slancio della speranza» penso, ad esempio, che vi sia posto anche per una specie di disperato (privo di speranza, ma anche privo della disperazione come di solito la s’intende) realismo che, pur non considerando in alcun modo altra meta che quella conosciuta, non precluda un tentativo di «via per amare» differente. Non sarà «sul serio»? Pazienza.

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Roberto Alciati, Monaci d’Occidente. Secoli IV-IX, Carocci 2018. Trovo sempre molto salutare ripassare tratti della vicenda monastica attraverso saggi di autori estranei alla medesima. Non è una possibilità che si dà con frequenza, per quanto riesco a seguire l’offerta editoriale sulla materia, soprattutto se si prendono in considerazione periodi medio-lunghi e prospettive sintetiche. Ho trovato assai proficua quindi la lettura di Monaci d’Occidente di Roberto Alciati, docente di Storia del cristianesimo all’università di Firenze e attivo ricercatore sul monachesimo alto medioevale, che copre un arco di circa cinquencento anni, da una data equidistante da quella convenzionale della morte di Antonio (356) e quella del Concilio di Calcedonia (451), alla morte del «secondo Benedetto», Benedetto d’Aniane (821). Un periodo che si potrebbe definire «di fondazione», durante il quale vengono messe a punto le forme con cui poi i monaci stessi si «racconteranno» le origini della propria storia (la comunità apostolica) e le figure centrali di essa (Antonio, Paolo, Ilarione, Martino, Benedetto, Patrizio, Colomba e Brigida, per fare qualche esempio), i luoghi primari (il deserto, le isole, la foresta) e i concetti/comportamenti intorno ai quali si organizzerà la loro forma di vita (lo studio, l’ascesi, il lavoro, la preghiera). Un periodo di grande fluidità, sorvolando il quale Alciati invita a distinguere quello che poi si dirà da quello che effetivamente fu (da quello che possiamo ragionevolmente affermare che fu sulla base dei documenti e delle indagini).

La regola, ad esempio, non è il codice che plasma la forma organizzativa di una comunità, lo è molto di più la divisione del lavoro, che si basa sull’identificazione preventiva di ruoli e funzioni, sulla preminenza della comunità sul singolo e sull’eliminazione della possibilità di autodeterminazione individuale («Ciò che conta è instillare nelle menti dei praticanti questa forma di vita che quello che si fa è per l’altro»). Le ricerche archeologiche, per fare un altro esempio, ci dicono che spesso i monasteri vengono fondati in luoghi già «addomesticati» dall’uomo (diversamente dal prototipo del gruppo di monaci che strappa alla wilderness un rettangolo di paradiso, ordinato e coltivato), in particolare le villae tardoantiche si prestano assai bene a essere «ristrutturate» come sede di comunità dedite al lavoro e alla preghiera. Comunità – e questo è il paradosso cui il libro di Alciati cerca di dare conto – che si formano all’insegna della «fuga dal mondo», salvo poi organizzarsi e vivere (e prosperare) all’interno di una rete di rapporti con quel medesimo mondo: se l’altra faccia del coro notturno che canta le lodi del Signore è un’azienza agricola che produce e scambia, il contatto col mondo sarà necessario. Differenziandosi dalla forma di vita ascetica tout court, la forma di vita monastica diventa oggetto di attenzione da parte del mondo, soprattutto da parte dei poteri che lo amministrano: «Distinguendola (con i vari De monachis), nominandola (con l’imposizione dell’uniformità normativa) e governandola (riducendo l’autonomia nei processi decisionali), il potere fa della forma di vita monastica una “cosa” interamente mondana, trascinandola all’interno di quel recinto organizzato da cui il monaco dichiara di volersi allontanare e, possibilmente, staccare definitivamente».

 

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Il commento «mariano» di Anna Maria Cànopi alla Regola di san Benedetto (pt. 2/2)

(la prima parte è qui)

Cosa fa, o cosa deve fare, il monaco secondo Anna Maria Cànopi? «Cerca di vivere nascosto in Cristo», con un sfumatura interessante rispetto al più consueto riferimento alla sequela Christi: nascosto. Nulla infatti è più contrario alla vocazione monastica che esigere «riconoscimento, lode, applauso per il lavoro o i servizi compiuti». Il commento mariano di m. Cànopi alla Regola di Benedetto1 è colmo di queste indicazioni sul carattere dell’essere monaci oggi (come ieri, come sempre, correggerebbe forse la famosa badessa): segnali, definizioni, direttive, esortazioni, pensieri espressi con la fermezza che non ammette repliche, e che richiama alle proprie responsabilità, tipica di molte sue pagine.

Espressioni come «la vigilanza non è mai troppa», «questa mentalità deve sparire», «non sia mai che», «è quindi bene avere sempre» «l’unico programma del monaco è» introducono spesso tali indicazioni, e se da un lato danno in positivo l’immagine del monaco che prova a essere tale, dall’altro stigmatizzano in negativo le cattive abitudini o i guasti del mondo al quale il monaco volta le spalle. Quando ad esempio la badessa ricorda alle sue monache che la ricerca di Dio comincia, prima di ogni cosa, nell’accettazione, il bersaglio è anche quella libertà di scelta tanto celebrata fuori del monastero: «Se vogliamo ostinatamente scegliere, è evidente che stiamo cercando noi stessi». Un altro bersaglio capitale è il valore dell’individuo, che si realizza soltanto nell’atto della donazione di se stessi. «Nessuno “vale niente”, ma si vale nella misura in cui ci si dona»: è lì, nel rifiuto di ogni pretesa, nella propria disponibilità «gratuita», nell’oblio di qualsiasi ipotetico talento, che si attua la vera vita di servizio e si estrae, come se fosse un succo, il proprio valore. E il servizio dev’essere scelto a oltranza, «fino all’estremo, fino a diventare mantelli logorati dall’uso». Altre volte, invece, la cattiva abitudine sembra veniale, come nel caso dell’uso dei soprannomi: «Oggi, nel mondo è molto consueto usare nomi abbreviati e storpiati, al punto che talvolta non c’è più nessun nesso con il nome originale»; ciò non deve accadere in monastero, per rispetto della consacrazione, di cui il nuovo nome è segno.

Dalle pagine del commento traspare, poi, il fatto non trascurabile che l’autrice è stata ed è guida di una comunità amata e osservata sin nel più minuto particolare, un’esperienza accumulata e maturata che emerge sia da piccoli incisi, sia da riflessioni più distese. In questo m. Cànopi è specchio dello stesso Benedetto, che, «prima di dar delle norme, ha a lungo osservato i suoi monaci in concreto, nelle varie situazioni». Gli esempi sono innumerevoli, come la riflessione sulla puntualità in coro, che è fondamentale in quanto segno dell’unità della comunità, che si presenta come un sol corpo alla celebrazione. E dunque: «Come è brutto vedere qualcuno aggregarsi alla fine, di corsa, quasi come prendendo il treno che sta già per partire!» Un altro esempio è la pagina sui doni e sulla corrispondenza. Se da un lato la badessa ricorda che «è buona consuetudine monastica» far vedere all’abate tutte le lettere, in arrivo e in uscita, dall’altro considera che «generalmente i parenti comprendono questo aspetto della spiritualità monastica», quello cioè in base al quale l’abate può destinare ad altri il dono portato in monastero per il proprio congiunto.

Nel mondo. Forse, più in generale, si può osservare come l’antitesi monastero / mondo venga presentata in questo commento sempre senza sfumature. Discutendo del ruolo cruciale, e assai simbolico, del portinaio, m. Cànopi pronuncia alcune parole molto significative a questo riguardo: «Bisogna sempre custodire il cuore in modo che il mondo non entri dentro di noi, intendendo ovviamente il mondo come la mentalità secondo il maligno, con tutti quei comportamenti che non sono secondo il Vangelo e secondo lo spirito della Regola». Ecco, il punto che vorrei vedere approfondito sta in quell’avverbio, in quell’ovviamente che, se posso dire, non è affatto ovvio.

(2-fine)

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  1. Anna Maria Cànopi, Nel «sì» di Maria. Una lettura spirituale della Regola di Benedetto, Paoline 2017.

 

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