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Come si ama nella certosa

All’interno di un libretto anonimo, o meglio, come vuole la loro tradizione, intestato a «Un Certosino», ho trovato un breve scritto (una «operetta») dedicato alla Vocazione dei certosini e delle monache certosine1 che, seppur con la massima sobrietà, restituisce lo spirito certosino par lui-même. In quella prima persona plurale, «noi certosini», seppur rivestita della massima umiltà possibile, risuona tuttavia, almeno alle mie orecchie, un innegabile spirito… «di corpo».

«Il nostro ideale è quello di seguirla [la chiamata di Gesù Cristo] e di non vivere che in unione con lui», eliminando tutti gli ostacoli che vi si frappongono, i quali «si riducono ad uno solo: il nostro attaccamento a noi stessi». È un ideale di estrema precisione e semplicità, che non richiede interpretazioni e commenti, tanto che «i monaci e le monache certosine… non hanno costituito alcuna scuola né si sono posti sotto il nome di un maestro». Un primo tratto di questo ideale è la verginità, del corpo e dell’anima (motivo per il quale, tra l’altro, «a noi non sembra affatto che le nostre monache siano aggregate al nostro Ordine accidentalmente»), affinché non vi sia spazio che per Lui, e che pertanto chiama a sé la solitudine, «quella fra le nostre osservanze che più spesso fa specie agli estranei e li sorprende» (gli estranei…). Una condizione apparentemente inumana e che invece è una vocazione che si oppone all’inumanità collettivistica del «mondo».

«La vita certosina si definisce altresì in ragione della sua attività interiore», cioè la contemplazione, che designa con esattezza l’atteggiamento dell’«anima sposa», una perfetta unione che è per sua natura «segreta»: «Il segreto è, del resto, uno dei caratteri di tutta la vita certosina», un «fresco riparo». Questi aspetti convergono verso un’unica preoccupazione, che è quella di sparire, imitando in questo Gesù prima della nascita e nei trent’anni che prepararono la «salvezza del mondo». E se sparire è doloroso, la solitudine è un sacrificio benefico e benvenuto: non c’è infatti vita interiore autentica senza un’immensa pazienza, «e se la vita di cella non è una vita interiore, è una prigionia singolarmente infelice». La pazienza, altra virtù pratica chiave, è lo strumento silenzioso che pialla l’amor proprio.

Tutto questo ha una sola ragione d’essere: la carità, l’amore, indirizzato al Signore, ma che si riversa per così dire tutto attorno, a cominciare dai confratelli («attraverso uno sforzo costante di delicatezza e comprensione vicendevole», che «si realizza in maniera più costante di quanto il mondo non creda») fino all’intera comunità dei viventi. La fraternità monastica, oltre a essere sostegno quotidiano per il certosino, può essere un esempio fruttuoso per le «persone del secolo»: nessun affetto può infatti durare se non si è pronti alla rinuncia, nessun amore può vivere se non si è disposti al sacrificio (anzi, «a numerosi sacrifici»).

«Chi non riconosce queste verità, non può certo amare come si ama nella certosa, ma non crediamo molto che sappia amare altrimenti.»

  1. Un Certosino, Parola di Dio e vita divina, prefazione di C. Journet, traduzione di G. Caprile, Firenze, Edizioni di spiritualità, 1956. (Per una serie di circostanze bibliografiche è probabile che l’autore sia identificabile con d. Jean-Baptiste Porion, certosino dal 1924 alla morte, nel 1987.) ↩︎

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Altra gente (Vite dimenticate di venerabili camaldolesi)

«Quando i Barbari precipitaronsi in massa sull’Occidente, e spezzarono tutti i legami della società, gli uomini che non avevano se non Dio per isperanza, e il deserto per refugio, corsero ad aprire nelle foreste e nei luoghi più inaccessi benefici asili all’oppressa umanità. Le fertili pianure eran preda di selvaggi che non sapevano coltivare, mentre che sulle creste dei monti abitava altra gente, la quale ivi recava a salvamento, siccome da un diluvio, le venerande reliquie delle lettere, dell’arti, e della civiltà.»1

Impostato il discorso in tal classica guisa, l’anonimo autore ricorda che tutte le umane cose sono soggette al medesimo arco di nascita, sviluppo, maturazione, fioritura, decadenza e… trasformazione. Ebbene, «una delle trasformazioni più memorabili dell’Ordine Benedettino avvenne nel secolo XI per opera di S. Romoaldo, mediante la fondazione che Egli fece del Sacro Eremo di Camaldoli», grazie al quale il santo riuscì a stringere in alleanza la vita anacoretica – che conduce più «dirittamente» a Dio, ma «non ha il sostegno degli altrui esempi, delle prove e dei confronti» – e la vita cenobitica, più attiva e sicura in virtù dell’obbedienza, ma «più bersagliata d’agitazioni». Un’alleanza che, considerando appunto le umane cose, ha invece resistito al tempo ed è ancora vigente dopo mille anni, costellati di santi e venerabili eremiti, dei quali l’autore si dispone a pubblicare «compendiosamente la serie, se non delle azioni, almeno dei nomi», a beneficio di quest’epoca corrotta e «a fomento di pietà e religione».

Seguono quindi poco più di una cinquantina di brevi profili biografici di beati e di venerabili, preceduti naturalmente da una assai concisa e stilizzata vita di san Romualdo. Si tratta di testi agiografici, edificanti, pieni di formule, stereotipi e «ritornelli» – anche nel caso dei personaggi più storicamente rilevanti, come ad esempio il b. Paolo Giustiniani – che in fondo non metterebbe conto di leggerli se non… se non fosse che è gradevole ripassare una lingua italiana da tempo scomparsa, giustamente giubilata, ma che ormai ha assunto un gusto museale che a taluni può piacere: il «giovane appena quadrilustre, tocco da potente ispirazione di grazia sovrannaturale s’involava», «dai lontani come dai vicini paesi colà accorrevasi per gustarne i soavi colloqui», «siccome avvi un pianto funesto figlio del delitto e della disperazione, così vi ha pure un pianto felice…», e così via, quasi melodrammeggiando.

Se non fosse anche il volume, con la sua cospicua appendice, rappresenta una specie di specchio della congregazione negli anni più tumultuosi delle soppressioni. Ai testi dedicati ai confratelli seguono infatti molti «materiali» di varia origine, tra i quali spicca un Sermone in lode dei VV. Eremiti Camaldolesi, pronunziato nel S. Eremo l’anno 1853 da un Superiore dell’Ordine. E poi estratti dalle Costituzioni, lettere, altri sermoni o «porzioni» di essi e un sonetto del b. Giustiniani, e così via. Come a dire: questi siamo noi, questa è la nostra storia, questo è il nostro ideale; se anche gli individui scompaiono, l’Ordine permane.

Se non fosse infine che s’intuiscono comunque gli individui in carne e ossa dietro le formule; deboli tracce di un veloce passaggio che, per quanto «standardizzate», lo ammetto, non mi lasciano indifferente: il b. Rustico, «rustico di nome, ma gentile di tratto e di maniere»; il b. Cornelio calabrese, «uomo religiosissimo, il quale non per bassezza d’animo, ma per sublimità di pensieri celò nel silenzio d’una cella le più belle doti dello spirito»; il b. Carimerio, «lietissimo di sua vocazione»; il v. Samuele, da Forlì, la cui semplicità e candidezza dell’anima «trasparivano ancora al di fuori e ispiravano venerazione, nell’atto che ne facevano un esemplare nella scuola della perfezione monastica»; il v. Francesco, milanese, «che era una di quelle anime semplici, colle quali lo spirito del Signore si diletta di conversare, nel grado di monaco converso si rese un modello di perfezione», e così via.

Invecchiando, sono sempre più attratto da queste pagine, non foss’altro perché salvano dall’oblio totale f. Giovanni Nenci fiorentino, che «fu religioso di molta orazione e di prolungate vigilie, solito passare gran parte della notte nella cappella della Vergine: nel corso del suo vivere eremitico mai depose il cilizio, mai si coricò in letto, prendendo il suo breve sonno appoggiato ad una sedia: morì nel 1688».

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  1. Cenni biografici dei venerabili eremiti che son vissuti nel S. Eremo di Camaldoli, preceduti da una Notizia storica intorno l’Istituzione del medesimo, Firenze, Tip. Federigo Bencini, 1862.

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Dopo un lungo periplo (i padri del deserto, ancora loro)

 Nell’inchiesta di «Jesus» sulla crisi della vita consacrata1 che citavo qualche settimana fa, il priore di Novalesa p. MichaelDavide Semeraro apriva il suo intervento dicendo tra l’altro che «la vita religiosa, così come noi la concepiamo, è destinata non a scomparire, ma a diventare più rara. Stiamo tornando, dopo un lungo periplo, allo stato degli inizi della vita consacrata, all’esperienza dei padri e delle madri del deserto, che era la risposta di battezzati che, a un certo punto della loro vita, hanno sentito il bisogno di dare al loro discepolato una forma particolare, una risposta più individuale e personale». Bene, aprendo un volume che da tempo desideravo leggere2 ho trovato queste parole scritte trentasette anni fa del suo curatore, Guido Dotti, monaco di Bose: «La storia della spiritualità cristiana dimostra che, ad ogni rinnovamento spirituale nella chiesa, i padri del deserto riacquistano autorità, sia come effetto che come causa. Si direbbe che i padri del deserto ritornino più attuali e più vivi ogniqualvolta si ha maggiormente bisogno di loro, cioè ogni volta che emerge la radicalità richiesta a ogni cristiano per soddisfare le richieste dell’evangelo».

Abba, dimmi una parola! è il titolo del volume in questione, raccoglie una dozzina di saggi della metà degli anni ’80 (salvo uno del 1960), scritti dai «più qualificati conoscitori degli abba del deserto, a loro volta monaci e padri di monaci», e la «parola» che fa risuonare si rivela – più o meno paradossalmente a seconda dei punti di vista – di grande significato anche per «uno di fuori», forse proprio perché, come dice Thomas Merton nel contributo che apre il volume, le cose che ci trasmettono i padri del deserto non sono state soltanto dette, bensì anche e soprattutto fatte: detti e fatti dei padri del deserto. Circostanza, questa del «fare», quanto mai utile per non risolvere le proprie idee in proclami astratti e ritualità svuotate, e per mostrare che la spiritualità (o l’ideologia) vissuta non può essere disgiunta dall’attività, dalla «messa in pratica», «un elemento spirituale che, se autentico, tenderà necessariamente a concretizzarsi in atti e in pratiche in cui il corpo avrà la sua parte» (Lucien Regnault).

E se il deserto suona oggi come la grande metafora della terra incognita, dell’altrove, fisico e mentale, nel quale avventurarsi per togliersi di dosso il superfluo, il primo termine del nome degli abba rimanda alla paternità spirituale, all’altro cui aprirsi e affidarsi con fiducia. Già, scomparso il confessore, se ne è fatta una professione, con uno slittamento che chiameremo economico di prestazione che ne ha cambiato profondamente la prospettiva. «Uno scopo dello svelamento dei pensieri», scrive André Louf, «è quello di far risalire alla superficie quelle tendenze che si annidano in fondo al cuore e che provocano grandi devastazioni proprio nella misura in cui non sono condivise con nessuno. Una volta portate alla luce, invece, svaniscono spesso da sole.»

Molti sono gli aspetti presi in considerazione dai saggi presentati, a riprova anche dell’incredibile fertilità di un insieme di testi, gli apoftegmi, che rischiano sempre più di secolo in secolo di essere scambiati per un’opera di fiction, ma in questa periodica ricognizione a me è sembrato che proprio «altrove» e «altro» fossero i due poli attorno ai quali ruota l’asse di collegamento tra quel gruppuscolo di «anarchici» e noi, in opposizione al «qui» e all’«io», cui spesso (spesso?) riduco il mio sguardo. Due poli che comportano una costellazione di concetti e di pratiche come l’austerità, l’umiltà, la fiducia, la mitezza, il discernimento e la comprensione, ma anche il coraggio, la determinazione, la schiettezza, ecc., che, aggiungo io, non necessariamente possono fiorire solo in un contesto religioso, o essere distorte in un «contesto competitivo».

Mi fa sorridere trovarmi a sottolineare il commento conclusivo di Louis Leloir: «Uomini come Antonio, Macario, Poemen e Sisoes sono necessari oggi come lo sono stati quindici secoli fa e in tutte le epoche, soprattutto in quelle di grandi mutamenti»; o quello di Thomas Merton: «Mi basti dire che noi dobbiamo imparare, da questi uomini del IV secolo, a ignorare i pregiudizi, a sfidare le costrizioni e a partire, senza paura, verso l’ignoto».

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  1. G. Ferrò e V. Prisciandaro, La vita religiosa tra crisi e profezia. Dal crollo delle vocazioni una riflessione sull’identità e sul futuro dei consacrati, in «Jesus» 48, 4, aprile 2026.
  2. Abba, dimmi una parola! La spiritualità del deserto, a cura di G. Dotti, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 1989 (scritti di Merton, Regnault, Louf, Guy, Bianchi, Leloir, Van Parys e Couilleau).

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«La gioia nel silenzio», di Elena Francesca Beccaria

 In un panorama editoriale in cui tutto, in un modo o nell’altro, è «genere», periodicamente una casa editrice non religiosa si interessa di monaci e, più frequentemente, di monache e mette in programma un «libro di un abate» o «di una badessa» che racconti al «grande pubblico» che senso ha «essere monaci oggi» e magari cosa significa «vivere in clausura al tempo dei social network». A me la cosa non dispiace, anzi, perché i racconti autobiografici di vocazione sono sempre interessanti e cerco di non perdermeli, anche se in fondo si assomigliano. A dirlo, peraltro, che si assomigliano, è una badessa, mentre riflette sui motivi che l’hanno spinta ad accettare l’invito a scrivere un libro sulla propria esperienza: «La scelta di dire sì a una casa editrice non di stampo religioso esprime la volontà che questo messaggio [non importa la mia vicenda, ma ciò che Dio ha saputo farne] arrivi anche ai “non addetti ai lavori” e non ai soli “simpatizzanti”, che peraltro di storie come la mia ne avranno sentite raccontare un’infinità». Sì, è vero, ma posso anche assicurare che noi «simpatizzanti», ancorché non credenti, di storie come la sua ne vorremo sentire ancora1.

E allora, più che ripercorrere la vicenda di m. Beccaria – nata nel 1960, dopo «normali» esperienze di vita, studio e lavoro, ha vestito l’abito delle clarisse nel 1987 e per venticinque ha vissuto nel monastero di Città della Pieve, ricoprendo vari incarichi; dal 2013 è al monastero di Santa Chiara a Roma, del quale è oggi badessa – e ripeterne le parole su quel fenomeno che alle parole tende a sfuggire, cioè la vocazione (in rete si possono trovare ottime recensioni, interviste e altri materiali interessanti), vediamo quelle che lei chiama le «sfide che da contemplative possiamo lanciare per aiutare a guardare con altri occhi il quotidiano». Con la precisazione, non irrilevante, che la badessa, che avevo già «incontrata», si rivolge ai giovani e io giovane non sono.

  1. In un mondo costantemente proiettato all’esteriorità, la vita contemplativa suggerisce «di fare della vita interiore il motore trainante dell’esistenza». (Sì, certo, bisogna coltivare l’interiorità, per non sventolare come una bandierina, senza tuttavia finire all’estremo opposto e convincersi che i fatti siano come noi reagiamo a essi).
  2. «In monastero si vale per quello che si è, non tanto per quello che si fa, perché si prega con quello che si è.» (Penso che sia giusto ricordare che il monastero è una «entità» di dimensioni ridotte, in cui è più facile coltivare certe dinamiche; inoltre «ciò che si è» rischia spesso di diventare giustificazione di «ciò che si fa».)
  3. In un mondo dominato dall’immagine, con tutti i problemi che ciò comporta, «le contemplative scelgono di non vedere… e di non essere viste… per ridare all’immagine il suo valore di profondità e bellezza.» (Con l’età ho finito con l’essere dello stesso parere, perché, per restare fedeli a vecchi insegnamenti, i mutamenti quantitativi si risolvono a un certo punto in mutamenti qualitativi.)
  4. In un mondo di spostamenti facili, «le contemplative invece “stanno”, scelgono un luogo che sarà loro per tutta la vita.» (Per quanto sia un grande sostenitore della stabilitas, fisica e metaforica, è un punto estremamente delicato, soprattutto là dove si invita a «ritrovare prima di tutto la grazia e la bellezza del luogo in cui si è chiamati a vivere», frase che forse andava contestualizzata.)
  5. «La vita contemplativa mette al centro il silenzio, non solo e non tanto come spazio di ascolto, ma come unico luogo dove può germogliare la parola, quella parola che davvero comunica qualcosa.» (Tutti d’accordo, direi.)
  6. «La vita contemplativa è in quanto tale un grande atto di rinuncia» che mette al riparo dall’inganno del benessere totale, il cui inseguimento produce soltanto frustrazione.
  7. «Nei monasteri la vita cerca di mettersi in sintonia con i ritmi naturali» e quello che si ritiene vada perduto nell’attesa, lo si guadagna in profondità.
  8. «I monasteri di clausura sono i luoghi in cui in modo più esigente e stringente si vive la relazione. […] Forzatamente la vita si vive “insieme”.»
  9. «Le Sorelle povere si chiamano così perché la loro vita si fonda non soltanto sul bene prezioso della fraternità, ma anche su quello dell’“altissima povertà”, altissima perché ancora più ardita di quella dei frati: noi scegliamo la povertà insieme alla clausura.» (Praticamente una bestemmia per il mondo di fuori.)
  10. Umiltà, umiltà, umiltà.

L’ultima parola di m. Beccaria va ascoltata e basta, perché al di là dei molti punti interrogativi posti a margine del testo, non posso, come ho già detto altre volte, che credere alle parole di chi dice di credere: «Il segreto del nostro stare qui è in questo accogliere fino in fondo la nostra povertà, nell’accettare di essere “nulla” per non opporre la minima resistenza all’azione di Dio in noi, per il bene del mondo. E ci vuole coraggio per accettare di perdersi completamente, giorno dopo giorno.»

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  1. Elena Francesca Beccaria, La gioia nel silenzio. Come ho scoperto il mondo dalla vita di clausura, Marsilio 2026.

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Andato, visto, tornato, raccontato (il quarto libro dei «Dialoghi» di Gregorio Magno, pt. 2)

(la prima parte è qui)

Talvolta i casi raccontati da Gregorio Magno1, da cui spuntano gli esempi di umorismo involontario di cui si diceva, svoltano improvvisamente, se così si può dire, soprattutto quando entra in scena la giustizia divina – con quella logica distorta, così difficile da contestualizzare, tanto da chiedersi se sia necessario farlo.

Emblematica è la storia di Galla, «nobile fanciulla della nostra città, figlia del console e patrizio Simmaco», che, rimasta precocemente vedova, volle unirsi a Dio invece di risposarsi. C’era un problema: «Dato però che il suo temperamento era molto ardente, i medici le dissero che, se non tornava a unirsi con un uomo [nisi ad amplexus viriles rediret], a causa dell’eccessivo ardore le sarebbe cresciuta, contro natura, la barba, il che effettivamente avvenne». Si ridacchia. A Galla, d’altra parte, non importava più di esser brutta per gli uomini, poiché le premeva d’esser bella per lo sposo celeste. Sicché si diede senza remore al servizio di Dio e per molti anni si dedicò ai bisognosi, finché… finché «Dio onnipotente decise di darle per questa sua attività la ricompensa eterna [e] fu colpita da un cancro alla mammella [cancri ulcere in mamilla percussa est]». Non si ride più.

Si scorrono con un sorriso novecentesco sulle labbra le molte storie che lasciano intravvedere scorci dell’altro mondo, cosa che avviene grazie a testimoni oculari, individui protagonisti di casi di morte apparente che il curatore avvicina alle near death experiences «che da decenni attirano l’interesse generale, oltre che scientifico di medici, neurologi e psichiatri». I Dialoghi sono la sorgente di queste visioni che si gonfieranno sino a sfociare nella Commedia, anzi: «È in questo racconto [la visione del monaco Reparato raccontata nel capitolo 32], e negli altri che seguiranno sullo stesso tema, l’“atto di fondazione” di un genere letterario, quello della visione dell’aldilà o viaggio nell’aldilà, destinato a grande fortuna nei secoli successivi». Reparato infatti, dato per morto, torna in sé e racconta di aver visto il rogo preparato per il presbitero Tiburzio, noto per «essere dedito ai piaceri della carne», e ri-muore. Il commento di Gregorio è illuminante: «Il fatto che Reparato, condotto al luogo dove si scontano le pene, abbia visto, sia tornato, abbia raccontato e sia morto dimostra con evidenza che quelle cose egli le ha viste non per sé ma per noi perché, fin tanto che ci è concesso di vivere, ci è data la possibilità di purificarci dalle cattive opere».

Così, cominciano a scorrere immagini di luoghi sotterranei, dove ardono «fornaci ardenti» inestinguibili; dove fluiscono fiumi «neri e caliginosi, che esalano una nebbia di fetore insopportabile»; dove gli spiriti cattivi si contendono l’anima dei trapassati; dove «ecce draconi ad devorandum datus sum»; dove i superbi stanno con i superbi, i lussuriosi con i lussuriosi e così via, «pari nella colpa, sono condotti a pari tormenti»; eccetera2.

Si diceva di Pietro, il mite interlocutore di Gregorio, che in questo quarto libro alza qualche volta la testa quasi fosse uno di noi moderni. Ebbene, in mezzo a tanto fuoco solleva una questione che più moderna non si può, quella del «fine pena mai», e lo fa con una frase che sorprende (46, 3): «Vorrei sapere come possa essere giusto che una colpa, che è finita, venga punita senza fine». Gregorio risponde così, forzando un po’ quello che ha detto Pietro: «Sarebbe giusta questa obiezione, se il severo giudice valutasse non i cuori degli uomini ma soltanto le loro azioni. In effetti le colpe dei malvagi sono finite, perché finita è la loro vita». Ma: «Se avessero potuto, avrebbero voluto vivere senza fine per poter peccare senza fine». Questa volta Pietro non molla, la punizione deve servire alla correzione, altrimenti è crudeltà: «Ma se coloro che sono consegnati alle fiamme della geenna non possono più essere corretti, a qual fine bruceranno per sempre?» E Gregorio: Dio è buono e giusto, e la punizione dei malvagi serve a che i giusti comprendano la grazia da cui sono stati toccati, quella di non meritare la pena. Ma scusa, Gregorio, insiste Pietro, «ma come possono essere santi, se non pregheranno per i loro nemici che vedono puniti nel fuoco?» Hanno pregato quando erano in vita, si spazientisce Gregorio, adesso non ha più senso, perché sarebbe inutile, e chiude il discorso con un ragionamento «tecnico» non proprio limpido.

Su questa nota saluto i Dialoghi di papa Gregorio Magno e e la sua ammissione che se Dio giudicasse soltanto le azioni… come fanno peraltro i giudici…

(2-fine)

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  1. Gregorio Magno, Storie di santi e di diavoli (Dialoghi), volume II (Libri III-IV), testo critico e traduzione a cura di M. Simonetti, commento a cura di S. Pricoco, Fondazione Lorenzo Valla / Mondadori 2006.
  2. Perché proprio adesso si infittiscono queste visioni? chiede Pietro. Perché il secolo presente si avvicina alla fine, risponde Gregorio. Come quando la notte sta per finire e il nuovo giorno sta per cominciare, «allo stesso modo la fine di questo mondo si mescola con l’inizio di quello futuro, e ciò che resta delle tenebre si illumina per la mescolanza della luce spirituale. Perciò già vediamo molte cose di questo mondo a venire, ma non le conosciamo ancora perfettamente, perché le scorgiamo come in un crepuscolo della mente, prima del sorgere del sole» (43, 2).

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Rondine, la zia Tarsilla e lo Stefano sbagliato (il quarto libro dei «Dialoghi» di Gregorio Magno, pt. 1)

Questi ultimi tre mesi, dedicati, con qualche intervallo, a Gregorio Magno, si avviano a conclusione e può accadere di arrivare alla lettura del quarto e ultimo (e più lungo) libro dei Dialoghi1 un po’ affaticati; cosa che peraltro trova parziale riscontro in quella che forse era la stanchezza dell’autore stesso. Gli studiosi, inoltre, sono inclini a pensare «che il quarto libro sia stato rapidamente progettato e assemblato, aggiunto in un secondo momento al corpo omogeneo dei primi tre, forse per rispondere a richieste sopravvenute su argomenti escatologici non preventivati o per sfruttare il successo e l’occasione che esso forniva» (Pricoco) – una trilogia in quattro volumi, insomma, come s’usa non di rado anche oggi…

Non ci vuole molto, tuttavia, per accorgersi che anche nei suoi squilibri, nei capitoli appena abbozzati o in quelli un po’ farraginosi, il quarto libro è pieno di cose interessanti, non soltanto intorno al «tema generale, che comprende tutti gli altri, [del]l’approdo finale che attende la creatura terrena, premiata o punita dopo la morte per la condotta tenuta in vita».

Già all’inizio, ad esempio, ci si imbatte in una curiosa cover del mito platonico della caverna, opportunamente cristianizzato (come i menhir) per illustrare perché taluni facciano tanta fatica a credere a ciò che non vedono. «Supponiamo», dice Gregorio, «che una donna incinta sia mandata in carcere dove partorisce un figlio che, nato in carcere, colà viene allevato e cresce…» Anche se la madre gli racconta di sole, luna, uccelli e cavalli, per il figlio saranno soltanto dei nomi, e potrebbe ragionevolmente dubitare di ciò che non conosce per esperienza. Per questo c’è la fede, dono dello Spirito Santo. Pietro, il diacono con il quale dialoga papa Gregorio, e che in questo libro talvolta non si limita a concisi, e anche un po’ servili, assensi, si dimostra nell’occasione quasi nostro contemporaneo: «Chi non crede nell’esistenza delle realtà invisibili non ha fede, e chi non ha fede, riguardo a ciò di cui dubita richiede non l’affermazione di fede ma la spiegazione razionale». Gregorio risolve l’impasse un po’ frettolosamente: guarda che anche l’infedele ha fede, ad esempio crede che i suoi genitori lo abbiano generato anche se non «sappia quando sia stato concepito o abbia visto quando sia nato», gli manca solo la fede giusta, quella in Dio2.

Ai primi posti metterei anche i nomi propri che costellano il testo, una piccola collezione di gioielli che restituiscono «in controluce» frammenti di storie individuali: il monaco Specioso, l’abate Speranza, la giovane Galla (di cui poi dirò), «un tale di nome Servolo, del quale anche tu [Pietro] sono sicuro che ti rammenti», le ancillae Dei Rondine, Redenta e Romola [Herundinis, Redempta, Romula], «mia zia Tarsilla» (che pregava sempre prostata, tanto che quando ne lavarono il cadavere prima della sepoltura «si constatò che ai gomiti e ai ginocchi per la pratica della diuturna orazione la pelle era diventata dura come quella dei cammelli [camelorum more obdurata]», l’avvocato Cumquodeus («che è morto di pleurite nella nostra città due giorni fa»), il conte Teofane, l’«uomo ragguardevole» Reparato, il calzolaio Deusdedit, i fratelli monaci, ed esperti di medicina, Giusto e Copioso…

Poi ci sono gli episodi di umorismo involontario – assolutamente involontario, dato che si tratta spesso di mostrare quale sia il destino degli impenitenti – come quello che riguarda l’«illustre Stefano» morto improvvisamente a Costantinopoli durante una missione e subito «portato nell’inferno». Ma… con tutta evidenza l’omonimia è un problema di tutte le giustizie poiché «quando fu presentato al giudice che presiedeva, non fu accettato da quello, che disse: “Ho ordinato di portare qui non costui, ma Stefano il fabbro ferraio”. Perciò egli fu subito restituito al suo corpo, e Stefano il fabbro, che viveva vicino a lui, morì proprio il quel momento». A riprova che laggiù si viene giudicati, anche se qualche problema con la relativa pratica ci può scappare.

(1 – segue)

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  1. Gregorio Magno, Storie di santi e di diavoli (Dialoghi), volume II (Libri III-IV), testo critico e traduzione a cura di M. Simonetti, commento a cura di S. Pricoco, Fondazione Lorenzo Valla / Mondadori 2006.
  2. Inoltre, chiosa Gregorio più avanti, «è oggetto di fede ciò che non si può vedere, poiché ciò che si vede, in quanto si vede, non può essere oggetto di fede».

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’Sti ragazzacci dei demoni (la «grande catechesi» di Antonio)

 La cosiddetta «grande catechesi ai monaci» di Antonio occupa i capitoli 16-43 della di lui Vita scritta da Atanasio di Alessandria1. Sono parole spesso illuminanti, talvolta curiose, quasi sempre improntate a una grande praticità, sempre interessanti – per comodità diremo che sono parole pronunciate qualche anno dopo il 300 – e provengono da un cinquantenne che ha alle spalle più o meno trentacinque anni di eremitismo e ascesi, tanto che una delle prime cose che dice ai monaci che l’hanno sollecitato è che «io più anziano di voi vi affiderò quello che so e che ho imparato dall’esperienza».

Anzitutto perseverate e non scoraggiatevi, e misurate il vostro sforzo ascetico del giorno all’eternità, le vostre rinunce terrene all’universo: «La terra intera è piccolissima a confronto di tutto il cielo»; abbandonate quindi i vostri beni senza remore, tanto se non è oggi (per virtù), sarà domani (per avvenuto decesso), no? Che poi «spesso accadrà di lasciarli a persone che non volevamo». Da questo punto di vista è assai utile, al mattino, pensare che non si arriverà a sera, e viceversa. Se vi mettete su questa via, state certi che arriveranno i demoni, dei quali «vi è grande varietà», e «si potrebbe parlare a lungo della loro natura e della loro diversità, ma un tal discorso si addice ad altri più grandi di noi. Quel che ora è necessario e indispensabile è soltanto conoscere gli espedienti che utilizzano contro di noi», cioè veniamo, appunto, agli aspetti pratici.

Essendo caduti dal cielo, il loro scopo primario è che non vi ascendiamo, quindi per prima cosa piazzano sul nostro cammino degli ostacoli, «gli ostacoli sono i pensieri impuri». Se resistiamo alle tentazioni, allora giocano la carta delle visioni mostruose, «imitando donne, belve, rettili, corpi giganteschi ed eserciti di nemici», cercando di spaventarci col fuoco perché è nel fuoco che sono dannati. Niente paura: tutto si dilegua davanti agli occhi di chi rimane saldo. Attenzione che possono presentarsi anche come confratelli e «fingono di parlare come uomini di fede per trarci in inganno», o magari ci svegliano dicendoci che è ora di pregare, o addirittura sono capaci di citare la Scrittura. Qualunque cosa ci dicano, anche se sembra buona, non è mai a fin di bene, «non fanno questo per amor di Dio o per amore della verità, ma per trascinare i semplici alla disperazione e affermare che l’ascesi è inutile» e indurci al disgusto della vita solitaria. Non dimenticate mai che in fondo sono impotenti («giocano come se fossero sul palcoscenico, mutano aspetto, spaventano i bambini… assumendo forme diverse»); che se lo fossero, potenti, «non verrebbero in molti, non ricorrerebbero a visioni, né muterebbero sembianze; sarebbe sufficiente che ne venisse uno solo e facesse tutto quello che può e vuole fare». E non allarmatevi se vi sembra che predicano il futuro: non sanno niente, tirano a indovinare, fanno congetture sulla base delle esperienze passate.

Una regoletta semplice: se un pensiero o una visione vi provoca turbamento, difficilmente non sarà opera dei demoni («l’irruzione e l’apparizione tumultuosa degli spiriti malvagi sono accompagnate da colpi, strepiti e grida come avviene quando passano dei ragazzi maleducati, o quando giungono i predoni. Subito l’anima è presa da timore e da turbamento…»); se invece induce letizia e conforto, allora tutto bene («la gioia e la buona disposizione dell’anima dimostrano la santità di colui che appare»).

Antonio conclude il suo discorso raccontando alcuni episodi della sua personale lotta contro i demoni, demoni che a me paiono, come si suol dire… modernissimi. Tanto che il consiglio finale del padre dei monaci suona più che attuale: «Quando appare una visione, non si ceda al panico, ma di qualunque genere essa sia, per prima cosa si domandi, pieni di coraggio: “Chi sei e da dove vieni?” […] Perché anche solo il domandare: “Chi sei e da dove vieni” è segno di animo rappacificato».

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  1. Atanasio di Alessandria, Vita di Antonio, introduzione, traduzione e note di L. Cremaschi, Paoline 202310, pp. 101-131.

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Due orti e un ovile (il terzo libro dei «Dialoghi» di Gregorio Magno)

 Sono molte, nei quattro libri dei Dialoghi di Gregorio Magno, le storie di miracoli che hanno come sfondo le attività e i luoghi legati al sostentamento, e la cosa non sorprende se si pensa alla loro vitale importanza nel contesto della società altomedievale. Ho letto finora metà del terzo libro e ne ho incontrate già tre che mi sono piaciute assai1.

Proprio ad apertura di libro (cap. 1) Gregorio racconta di Paolino da Nola, personaggio molto noto per vari aspetti, qui ricordato per un miracolo di profezia, in cui però, per me, il grande protagonista è l’orto. Paolino è già vescovo, appunto di Nola, quando una vedova lo implora di aiutarla a riscattare il figlio rapito dai Vandali e portato schiavo in Africa. Paolino non ha nulla sotto mano, ma poiché la donna insiste, le offre se stesso. Lei non gli crede (anzi, pensa che «volesse prenderla in giro piuttosto che compiangerla»), ma poiché lui insiste, i due partono. Giunti dal padrone del figlio (l’uomo, tra parentesi, è genero del re), la vedova propone lo scambio. Il barbaro, ovviamente tronfio e gonfio, si rivolge a Paolino: Cosa sai fare? «E Paolino rispose: “Non conosco alcun mestiere, ma so coltivare bene un orto”.» Ah, okay, affare fatto: figlio restituito, Paolino a vangare. Cosa che effettivamente sa fare piuttosto bene, ma non solo, Paolino è anche colto oltreché coltivatore, e il suo nuovo padrone se ne accorge, tanto che, invece di andare a trovare gli amici, finisce sempre a parlare con lui. «Dal canto suo, Paolino ogni giorno portava alla mensa del padrone verdure fresche e odorose [odoras virentesque herbas] e, ricevuta la razione di pane, tornava nell’orto.» Il tempo passa, finché Paolino fa la sua profezia: il re morirà a breve. Il barbaro riferisce al suocero, che gli dice: Portami un po’ questo tuo ortolano. «Così fu fatto. Quando il re si sedette a pranzo, Paolino venne a portargli verdure di ogni genere, fresche e odorose, da lui coltivate…» E da lì in poi è tutta discesa.

Più o meno a metà libro incontriamo un «venerabile sacerdote» (cap. 22) che, conclusa la sua santa vita, viene sepolto vicino alla sua chiesa, nel luogo che «era di passaggio per andare dalle pecore». La notte, mentre i chierici della parrocchia sono intenti a cantare i salmi, un ladro si introduce nell’ovile, prende un castrato e fa per andarsene, «ma quando arrivò al luogo dove era stato seppellito l’uomo del Signore, d’un tratto si fermò e non poté più muovere un sol passo». E non può neanche mollare il maltolto. Niente, resta lì bloccato tutta la notte, con il castrato in mano. Al mattino, usciti di chiesa, i chierici lo vedono, ma non capiscono se il tizio sta rubando loro l’animale o se glielo sta portando in offerta. Il ladro allora confessa: ammirazione per il potere di interdizione della tomba, preghiere di ringraziamento, osso mollato, ladro perdonato.

Tornando un po’ indietro troviamo Isacco (cap. 14). Siriano di origine, Isacco si ritira in una comunità nei pressi di Spoleto e, nonostante qualche abitudine un po’ strana, «la sua condotta di vita fu conosciuta in lungo e in largo dagli abitanti di quella regione». Una sera, ad esempio, dice ai confratelli di «gettare nell’orto del monastero quegli arnesi [ferramenta] che usualmente sono definiti vanghe [vangas]. Ma perché? gli chiedono. Voi non vi preoccupate, risponde, anzi, «preparate [anche] un piatto di carne per i nostri lavoratori, perché sia pronto a prima mattina». Quali lavoratori? gli chiedono. Date retta, un piatto di carne. Al mattino tutta la comunità, piena di curiosità, si reca nell’orto e «per quante vanghe [Isacco] vi aveva fatto gettare trovò altrettanti lavoratori». Com’è possibile? Il fatto è che dei ladri si erano introdotti nella notte e, trovate le vanghe, «per opera dello spirito la loro intenzione era cambiata» e si erano messi al lavoro. Al che «Isacco disse: “State allegri, fratelli, avete lavorato molto, perciò ora riposate”» […] e dopo tanta fatica li rifocillò». Dopodiché li congeda e si raccomanda «Non fate più del male. Ogni volta che volete qualcosa dall’orto, venite all’ingresso, chiedete senza alzare la voce [tranquille petite] e riceverete, insieme con la benedizione». C’est-à-dire: chiedete, coi bei modi, e vi sarà dato.

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  1. Gregorio Magno, Storie di santi e di diavoli (Dialoghi), volume II (Libri III-IV), testo critico e traduzione a cura di M. Simonetti, commento a cura di S. Pricoco, Fondazione Lorenzo Valla / Mondadori 2006.

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La caraffa frantumata (il secondo libro dei «Dialoghi» di Gregorio Magno)

 Il secondo libro dei Dialoghi di Gregorio Magno è occupato per intero dalla vita di Benedetto da Norcia1, «uomo di vita venerabile, Benedetto di nome e per grazia, che fin da ragazzo aveva il cuore di un vecchio (ab ipso pueritiae suae tempore cor gerens senile)». «È questa», ci ricorda Salvatore Pricoco, «la prima e per lungo tempo unica testimonianza su san Benedetto, che – a differenza di altre figure della storia monastica di questa età, quali Cesario di Arles o Cassiodoro – non ha scritto di sé e sul quale nessuno dei contemporanei ha lasciato un solo cenno.» L’ordine e l’universo benedettino sono realtà ancora molto lontane e anche la mirabile Regola («una regola per i monaci, esemplare per la discrezione, brillante per la forma», dice Gregorio in una breve menzione) è solo una tra le tante che circolano all’epoca, e di certo non la più diffusa, anzi. Come il resto dei Dialoghi, anche la Vita e miracoli del venerabile abate Benedetto (questo il titolo completo) è stata oggetto dapprima di una diffusione senza pari2 e poi di uno studio indefesso, che ha portato alla messa in discussione della paternità autoriale di papa Gregorio. La questione si potrebbe dire ancora aperta, anche se la mozione di un autore anonimo (il cosiddetto «Dialoghista»), che avrebbe scopiazzato da varie opere del pontefice, utilizzandone anche degli scritti per così dire inediti, mi pare sia da considerarsi di minoranza.

Le pagine famose, belle, interessanti o gustose sono innumerevoli, la più nota e commovente essendo forse quella dell’incontro di Benedetto con la sorella Scolastica. Oggi mi prendo qualche libertà con la storia raccontata nel capitolo 3, La caraffa di vetro spezzata con un segno di croce.

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Benedetto ha lasciato Roma, è vissuto circa tre anni in solitudine a Subiaco, ha superato diverse prove e comincia a essere conosciuto nei dintorni «per la fama della sua eccellente condotta di vita». Una comunità di monaci dei dintorni, rimasta senza abate, gli si rivolge: Vieni da noi, ti preghiamo, guidaci tu. Benedetto esita: Guardate che non può andare, siamo troppo diversi voi ed io… E quelli insistono, no, no, dai; Benedetto acconsente, ma poi non dite che non vi avevo avvertito.

Benedetto si installa e cambia musica, subito, proibendo tutte le storture che quelli «erano soliti fare prima». In capo a qualche giorno, i monaci sclerano; prima si accusano a vicenda: noi non lo volevamo come abate, voi avete insistito, e questo è il risultato, complimenti! Poi, «siccome è difficile per una mentalità ormai invecchiata costringersi a pensare in modo nuovo», «si dettero a ricercare il modo di ucciderlo» – risolviamo alla radice.

Detto fatto. Gli avveleniamo il vino, ma quando gli viene posto dinanzi, affinché com’era usanza lo benedica, Benedetto traccia il segno della croce e la caraffa, «che pure era tenuta un po’ discosta da lui», va in frantumi. Benedetto capisce, si alza, non si scompone e si rivolge ai monaci: Ma siete matti?! Che Dio vi perdoni! Ve l’avevo detto, no?, che non avrebbe funzionato! «Andate perciò a cercarvi un abate adatto a voi, perché dopo questo incidente [chiamalo incidente] non potete più avere me.» Vi saluto, me ne torno nella mia grotta.

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Sollecitato dal suo interlocutore, Pietro, Gregorio ne approfitta per svolgere una questione che lo tocca da vicino. Benedetto ha fatto bene a non insistere, anche se andandosene ha abbandonato i monaci alla loro malizia. La situazione era irrimediabile e se Benedetto si fosse incaponito, si sarebbe consumato inutilmente «giorno dopo giorno nello sforzo di correggerli» e avrebbe finito per trascurare la propria anima e magari perdersi. Ed ecco la massima riassuntiva che Gregorio in fondo, con malcelata mestizia, rivolge a se stesso: «Ogni volta infatti che ci facciamo trascinare troppo fuori da noi stessi perché agitati dai pensieri, continuiamo a essere noi ma non siamo più con noi perché, perdendo di vista noi stessi, ci disperdiamo di qua e di là».

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  1. Gregorio Magno, Storie di santi e di diavoli (Dialoghi), volume I (Libri I-II), introduzione e commento a cura di S. Pricoco, testo critico e traduzione a cura di M. Simonetti, Fondazione Lorenzo Valla / Mondadori 2005.
  2. «I Dialoghi sono stati accompagnati per secoli da una fortuna quale pochi scritti di età altomedievale, o forse nessuno, hanno avuto» (Pricoco).

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Benefici fiscali per gli anacoreti

Nel capitolo 44 della Vita di Antonio – quella che gli americani chiamerebbero the blueprint for the monk prototype – Atanasio (vescovo di Alessandria) descrive brevemente e con un certo trasporto gli effetti dell’esempio e degli insegnamenti di Antonio (al capitolo precedente si è appena conclusa la relazione della «grande catechesi ai monaci»), che si era ritirato nel deserto per condurre una vita di ascesi e preghiera1.

Le parole di Antonio colpiscono tutti: i buoni gioiscono e avanzano nel bene, i manchevoli ne traggono conforto per non disperare e «altri ancora mutavano convinzioni» (virtù, questa, tra parentesi, poco sottolineata rispetto, ad esempio, a quella taumaturgica; e quanto mai invece notevole, soprattutto oggidì: quando abbiamo visto qualcuno, di recente, cambiare opinione in seguito alle parole di un altro?). Tutti si sentono pronti per affrontare le insidie e le tentazioni dei demoni e così, come Atanasio aveva proclamato in precedenza, «il deserto divenne una città di monaci che avevano abbandonato i loro beni e si erano iscritti nella cittadinanza dei cieli»2. Nei loro insediamenti lontani da città e villaggi i nuovi monaci leggono le Scritture, cantano i Salmi, digiunano, pregano, lavorano per sostenersi e per fare l’elemosina, vivono «in amore e concordia vicendevole».

Una regione solitaria e selvaggia, grazie a questa migrazione, diventa un tempio a cielo aperto, consacrato al servizio di Dio e della giustizia, tanto che, come recita la versione latina, «nemo enim erat ibi qui iniuste tractabatur, neque laesus exigentibus tributa», cioè, dal greco, «non c’era là nessuno che patisse ingiustizia o si lamentasse degli agenti del fisco»… Eh già.

Certo, l’assoluta povertà monastica metteva al riparo anche dalle tasse… Commentando proprio quel passo della Vita di Antonio, Pier Cesare Bori scrive: «Probabilmente però, accanto alle motivazioni ideologiche, esistono delle spinte sociali ben concrete all’“anacoresi” (che traspaiono anche dall’immagine paradisiaca sopra evocata: il ricordo dell’esattore!); il fenomeno dell’anacoresi è anzitutto la fuga, la diserzione da una società ingiusta e opprimente: “Fuggiremo dove possiamo vivere da uomini liberi!” dice un’iscrizione egiziana del tempo, già all’inizio del secolo III.

«Il monachesimo si configura così più che mai in questo caso come progetto di una società altra dal presente.»3 Sempre pratici, i monaci, sin dal principio.

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  1. Atanasio di Alessandria, Vita di Antonio, introduzione, traduzione e note di L. Cremaschi, Paoline 202310, p. 131-32. Alla studiosa tante volte citata in questo blog devo anche il suggerimento del saggio di Pier Cesare Bori, menzionato più avanti. Da ricordare altresì la Vita di Antonio, introduzione di Ch. Mohrmann, testo critico e commento a cura di G.J.M. Bartelink, traduzione di P. Citati e S. Lilla, (Vite dei santi; I) Fondazione Valla / Mondadori 1974.
  2. La versione latina dice: «Il deserto si riempì di eremiti, uomini che erano usciti dalle proprie case e avevano abbracciato una vita celeste».
  3. Pier Cesare Bori, Chiesa primitiva. L’immagine della comunità delle origini (Atti 2, 42-47; 4, 32-37) nella storia della chiesa antica, Paideia 1974, p. 154. Da parte sua, Lisa Cremaschi cita un editto del 370 dell’imperatore Valente che ordina di «ricercare i monaci egiziani considerandoli dei disertori ritiratisi nel deserto, “con il pretesto della religione”, per fuggire gli obblighi della società civile». A tutti gli effetti un WANTED – EGYPTIANS MONKS.

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