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«Perdute nella storia? Andiamole a cercare!»

Primo e non trascurabile merito del volume Detti e fatti delle donne del deserto, curato da Lisa Cremaschi, monaca di Bose1, è quello di offrire una raccolta molto ricca, per non dire completa, delle testimonianze, quasi esclusivamente indirette, che riguardano le cosiddette «madri del deserto» (là dove deserto è da intendersi in senso ampio come «luogo di solitudine»); cioè le donne vissute tra IV e VI secolo – «tempi… avari di parole di donne e sulle donne» – che decisero di «seguire» il Cristo. Sono tutte lì, dalle più famose, come Sincletica, le due Melanie, Eustochio, Macrina, Olimpia(de), Scolastica, a quelle di cui è rimasta soltanto una debole traccia, come la sorella, senza nome, di Antonio, il padre della vita monastica, che la affidò «ad alcune vergini conosciute e fedeli»; o come la sorella di Pacomio, Maria, che, rinchiusasi nel monastero costruitole dal severo fratello, attirò molte donne che «sentirono parlare di lei e la raggiunsero, abitarono con lei e si diedero a un’intensa ascesi».

Al cospetto di questa galleria di amme (femminile plurale di abba) si sarebbe tentati di porre in primo piano battute ed episodi che evidenzino il loro carattere, il loro femminismo ante litteram in un contesto rigorosamente maschile. E anche se la curatrice invita a «guardarsi dal leggere questi testi con gli occhiali di oggi», è lei stessa, con un discreto, quasi invisibile tappeto di punti esclamativi, a perdonare la suddetta tentazione. Come non ricordare, solo per fare qualche esempio, la formidabile amma Sara, monaca egiziana, che a una coppia di anziani anacoreti che la invitavano rudemente a non montarsi la testa, fu costretta a rispondere: «Quanto alla natura sono donna, ma non quanto al pensiero»2; o la nobile e ricchissima Melania l’Anziana che, rimasta vedova e persi due figli, lascia tutto3 e decide di destinare i suoi beni ai poveri: quando il console della Palestina la fa arrestare, per interdirla e incamerare il patrimonio, «ignorando il suo stato di donna libera», lei risponde così: «Io sono figlia del tale e moglie del talaltro, ma sono serva di Cristo. Non disprezzare la meschinità del mio abito. Se voglio, ho il potere di innalzarmi e perciò non riesci a farmi paura né a prendere qualcosa di mio»; o ancora l’aristocratica romana Marcella, che, secondo la testimonianza di Girolamo, quando la madre le propose un secondo marito, anziano ma di ottime sostanze, così declinò: «Se volessi sposarmi e non desiderassi dedicarmi alla castità perpetua, di certo cercherei un marito e non un’eredità».

Ma l’aspetto del volume che più mi ha colpito è stato un altro, e cioè il commento ai testi di Lisa Cremaschi, che unisce ai dati filologici e interpretativi un inconfondibile senso di attualità. Il volume infatti, nelle parole della stessa curatrice, vuole essere soprattutto «un viaggio per “visitare” le monache antiche e chiedere loro una parola», una parola per l’oggi, per noi, è sottinteso. Non è possibile fare esempi, poiché si tratta di una tensione che trascorre in tutto l’apparato di note e lo rende «avvincente»: di cosa si sta parlando qui? Quale nome ha preso oggi la circostanza di cui riferisce questa donna di quindici secoli fa? Cos’ha lei da insegnarci, e cos’abbiamo noi da imparare da lei? Non accade forse lo stesso anche oggi? Non sembrano rivolti a noi questi  consigli? E così via.

In ciò risulta evidente come si tratti del commento di una monaca, non soltanto di una studiosa, di una monaca psicologa che non esita a esporsi in prima persona, tanto che talvolta, specie nelle note più lunghe e nei richiami bibliografici non di rado sorprendenti, la sua voce si mescola e si confonde con quella di Teodora, di Sara, di Domnina. Così, a fianco di tanti volumi, indubbiamente meritevoli e tuttavia silenziosi come cimiteri, possiamo mettere questo libro ricchissimo di conoscenze e meditazioni, da cui sgorga un flusso di parole e di gesti che sembrano risalire a non più tardi di ieri. L’altroieri, via.

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  1. Detti e fatti delle donne del deserto, introduzione, traduzione e note a cura di L. Cremaschi, Edizioni Qiqajon – Comunità di Bose 2018. Il titolo del post è tratto dall’Introduzione. Curato dalla stessa studiosa è necessario qui ricordare Donne di comunione. Vite di monache d’oriente e d’occidente, sempre nelle Edizioni Qiqajon, ma del 2013.
  2. «Di lei [Sara] dicevano che abitò sessant’anni dinnanzi al fiume, e non si sporse mai a guardarlo» (p. 91). Per una curiosa combinazione, lo stesso giorno leggevo una recensione dello scienziato Edoardo Boncinelli: «Siamo figli di milioni e milioni di anni di evoluzione, fisica, biologica e infine culturale. Guardarci intorno allora è allo stesso tempo una necessità per conoscerci nel profondo e una concreta manifestazione di dove siamo arrivati, come specie e come individui» (Il cielo sopra di noi. E sotto di noi, «Corriere della Sera – La Lettura», 27 ottobre 2019).
  3. «Lascia anche – e questo ci sconcerta – l’ultimo figlio che le era rimasto, Publicola, e parte per l’Oriente» (p. 165).

 

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Come si è fatti («Monaci e uomini», di Ghislain Lafont, pt. 3)

(la prima parte è qui, la seconda qui)

Sono troppi gli spunti interessanti che emergono dalla conversazione di Ghislain Lafont1 perché possa darne conto in maniera esauriente, e anzi uno dei suoi aspetti più notevoli è proprio la conferma di come una vita dedicata alla ricerca di Dio, attraverso una forma nel complesso rigida, non comporti l’annullamento delle altre dimensioni. E perché dovrebbe, in fondo. L’angolo di visuale è diverso, certo, ma il mondo, per lo meno dagli anni Sessanta in poi, filtra dalle mura del monastero. «Non possiamo realizzare nessun rinnovamento», afferma con decisione p. Lafont, «nessuna delle riforme che cerchiamo di fare, se non ci fosse coscienza di ciò che accade nel mondo, la quale ci spinge ad essere monaci, ma nel mondo in cui siamo oggi, non nel mondo di ieri» (p. 165).

I «cercatori di Dio» sono persone come tutte le altre, quindi «tutti i mezzi culturali di espressione della fede e tutti i mezzi culturali di espressione dell’umano possono avere il loro diritto di cittadinanza nel monastero. Perché no?» Come nel caso della psicoterapia, per fare un solo esempio. Ghislain Lafont vi dedica alcune pagine molto interessanti, che prendono spunto da ciò che gli psicologi chiamano «ripetizione» e che non è altro che «il nome contemporaneo dato a una realtà vecchia quanto l’umanità contro la quale san Benedetto nella sua Regola non cessa di mettere in guardia e che lui chiama “mormorio”». Il mormorio, la mormorazione, è il risultato della continua azione nel profondo di traumi e situazioni dolorose, che portano a ripercorrere e riutilizzare una specie di copione prestabilito. L’«uomo vecchio» si ripresenta e adotta meccanismi di difesa che già hanno funzionato in passato, rimuovendo e nascondendo. L’umiltà monastica può dunque essere anche scuola di accettazione di queste ferite profonde e di superamento di esse tramite il «lavoro» della comunità. Di sé p. Lafont dice che la vita benedettina gli ha donato «ciò che anche la psicoterapia forse gli avrebbe dato», ma non nega l’utilità, se non la necessità, in certi casi delle «tecniche» analitiche: «Il tempo in cui si credeva che fosse sufficiente “dominarsi” e “pregare il buon Dio” è passato».

Tutta l’esisteza del monaco, anche di quello di clausura, si srotola nel segno dell’apertura: può sembrare un mero gioco di parole, ma, come ho detto altre volte, non ho motivo di mettere in dubbio le parole di un monaco che parla della propria esperienza, che confessa le proprie aspirazioni. E l’aspirazione primaria è proprio quella di diventare monaco («In realtà non sono ancora sicuro di essere diventato cristiano, di essere diventato monaco»), con un’ansia di futuro, che ho sempre rintracciato nella letteratura monastica, e che in mezzo a crolli e insidie trovo affascinante.

«L’avvenire è più importante», dice, anche qui con decisione, Ghislain Lafont, e io lo ascolto con incredulità e al tempo stesso con ammirazione. Lo sguardo di chi si prepara al nulla, o che semplicemente lo aspetta, si volge via via sempre più verso il passato, sino a diventare incapace di altra direzione, il monaco benedettino, invece, insiste: «La cosa più importante è questa tensione verso il futuro, questa speranza estremamente gioiosa di diventare un giorno cristiano; dalla misericordia di Dio», aggiunge p. Lafont, regalandoci una preziosa confessione, «mi aspetto di non lasciare questo mondo prima che questo succeda» (p. 207).

Se la direzione del tempo ci divide, la considerazione della durata ci unisce: «Presso di noi – infatti –, come altrove, è la durata che costituisce la prova della verità e della coesione del gruppo». Occorre tempo per scoprire «come si è fatti», molto tempo.

(3-fine)

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  1. Ghislain Lafont, Monaci e uomini, nella chiesa e nella società, traduzione di G. Cecchetto, Cittadella editrice 2016 (trad. di Des moines et des hommes, Stock 1975).

 

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Motorini guasti e vecchie facciate («Monaci e uomini», di Ghislain Lafont, pt. 2)

(la prima parte è qui)

Nelle pagine dedicate alle trasformazioni della liturgia, in particolare quelle linguistiche, Ghislain Lafont fa due affermazioni che mi suggeriscono una digressione. La prima è questa: «Normalmente in una comunità monastica tutte le parole dovrebbero essere d’amore, anche nel caso in cui si dicesse: “Potresti riparare il mio motorino?”; è un servizio che mi viene richiesto, lo svolgo normalmente, e nel mio profondo è un servizio a Gesù Cristo»1. La continuità tra i vari aspetti della vita quotidiana che questo esempio suggerisce e dimostra è per me una delle lezioni più preziose della forma di vita monastica. Un modello di comportamento arduo da seguire, che si scontra con le situazioni contingenti e con le nostre imperfezioni e stanchezze, che può essere agevolato da un ambiente protetto (o forse al contrario…) e che può essere assai difficile altrove; nondimeno resta un modello positivo che non perde il suo valore nemmeno se inseguito con le inevitabili intermittenze di quasi tutte le nostre imprese.

La seconda affermazione si trova poco oltre: «Se l’attuale liturgia è diventata talvolta così mediocre, piuttosto che piangere perché non è più in latino, piuttosto che chiedere che siano ripristinate le vecchie facciate – che permettono alle persone di conservare le proprie – la sola cosa che i fedeli devono fare è di impegnarsi in prima persona, se possono e come possono»2. Qui, come in ogni altra questione che viene via via affrontata le parole di p. Lafont mostrano il fenomeno che trovo sempre emozionante di una mente che ha raggiunto una limpidezza tale da permettere, attraverso di essa, l’osservazione delle cose, delle circostanze, senza distorsioni. Sia che p. Lafont parli dell’abbandono del latino nella liturgia o dell’abolizione della tonaca dei preti, si percepisce, è ovvio, il suo punto di vista, ma non c’è traccia di una sua personale versione della «cosa». Sono portato a credere, dalla lettura dei «documenti» più belli, che uno degli effetti della vita monastica, abbracciata con gioia, possa essere proprio questa chiarezza: lo sguardo del monaco o della monaca, grazie alla forma di vita in cui è immerso senza interruzioni, può raggiungere una trasparenza che garantisce la visibilità della «cosa» per come essa è. Con un’importante differenza rispetto alla trasparenza, per certi versi simile, che possono attingere gli artisti o i filosofi: la carità, o l’amore, a seconda di come la si voglia chiamare: un’osservazione misericordiosa del tutto priva sia di qualsiasi pur efficace forzatura espressiva, sia di certe vanaglorie pedagogiche, sia infine di eventuali sfumature deliberatamente taglienti – cose che possono essere di grande o grandissimo interesse, ma che credo aggiungano qualcosa alla cosa. Per il monaco, per tutti, resta come dicevo il punto di vista, non se ne può prescindere, ed è quello che il più delle volte non posso abbracciare, ma ammiro la qualità che può avere quello sguardo, e che ho trovato in sommo grado nelle parole di p. Lafont.

(2-segue)

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  1. Ghislain Lafont, Monaci e uomini, nella chiesa e nella società, traduzione di G. Cecchetto, Cittadella editrice 2016 (trad. di Des moines et des hommes, Stock 1975), p. 59. La frase prosegue così: «Perché la parole della preghiera, le stesse che pronuncio con il fratello che possiede il motorino, dovebbero essere proferite in un’altra lingua?»
  2. Pag. 61.

 

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«Ho creduto di essere chiamato» («Monaci e uomini», di Ghislain Lafont, pt. 1)

Dopo l’intervista «ritrovata» a Benedetto Calati, il caso ha voluto che leggessi un’altra intervista risalente a un passato ancora più lontano. La conversazione con Ghislain Lafont, pubblicata nel 2016 dall’editrice Cittadella, col titolo di Monaci e uomini1 risale infatti addirittura al 1975. Che si tratti di un documento molto rilevante lo si capisce prendendo il libro in mano e osservandone gli aspetti per così dire esteriori: la forma dell’incontro, che si svolse nella famosa abbazia di La Pierre-qui-Vire, centro di studio e di lavoro culturale, ma anche laboriosa azienda agricola; il tipo di «conversazione», che fu assai distesa: alle poche, brevi e pertinenti domande, poste da una coppia (Edith e Jacques Bertin) durante un soggiorno di una settimana, seguirono le argomentate risposte del monaco, una o due al giorno; la figura del religioso, del teologo che risponde, Ghislain Lafont, allora quarantasettenne e benedettino già da trent’anni2: un normale monaco eccezionale che commenta così la conclusione della conversazione e la prospettiva che ne venga tratto un libro: «Vorrei che durante la lettura i lettori si dicessero: “È un’avventura umana che non ha nulla di particolare, l’avventura di un uomo tra tanti altri”. Vorrei che la nostra condivisione aiutasse quelli che affrontano le nostre stesse difficoltà e che viceversa permettesse agli altri di aiutare noi. Essere il monaco medio o l’uomo medio della seconda metà del XX secolo è forse più incoraggiante che essere un uomo eccezionale!».

Nelle sue lunghe risposte p. Lafont non presume mai di trovarsi in una posizione privilegiata, o più avanzata, nemmeno quando parla dell’«attività» principale della sua giornata, cioè la ricerca di Dio, ma bada sempre ad abbassare il tono, a esprimere il dubbio, a ricordare ai suoi interlocutori – e ai suoi lettori – i limiti della sua scelta di vita, la parzialità del suo punto di vista, le sue debolezze, i giorni e le notti della sua fede. Un atteggiamento che si traduce nella piena disponibilità alla discussione e all’ascolto, e che conquista quindi la mia totale attenzione: «Man mano che noi parleremo dei problemi di un monaco all’interno di un monastero verificheremo certamente che sono proprio i problemi di un uomo. Dunque non mi sento particolare rispetto agli altri uomini […] sono particolare nel senso che ogni uomo è diverso dagli altri, ma anche nel senso che sono stato chiamato, o ho creduto di essere chiamato, o ho deciso di procedere alla costruzione della mia umanità a parte» (il corsivo è mio, per sottolineare una dubitativa che non s’incontra spesso nei testi religiosi).

La separazione, quel vivere «a parte», deve tuttavia avere un senso, altrimenti andrebbe subito abbandonata, poiché tutto quello che comporta (noia e fatica comprese) si ridurrebbe a vuoto e arido formalismo. La messa a fuoco di tale senso non si limita a un concetto, ma coinvolge una precisa percezione dell’esistenza Dio, cui p. Lafont non si è mai «abituato» («Si tratta sempre per me di una notizia incredibile il fatto che Dio esiste»); coinvolge un luogo, il monastero, dove tutto è organizzato per favorire quell’«incontro» e la proclamazione di quella notizia, dove si sta in disparte per Dio, dove «viene messa in pratica una certa maniera di donare la vita»; coinvolge un linguaggio, quello della preghiera3; coinvolge un tempo, una grandissima, infinitesima quantità di tempo, che p. Lafont riconosce come possa persino essere definito «perso», ma che rappresenta la vera ascesi dei monaci («Per noi monaci ciò significa donare il tempo affinché Dio esista nei nostri cuori ed esista nel mondo degli uomini»); coinvolge ancora il desiderio di «applicare» il Vangelo, «che contiene veramente tutto»4.

«Dopo così tanti anni di vita monastica», dice p. Lafont, in una prima conclusione provvisoria, «posso umilmente affermare che possiedo la certezza che Dio è vicino all’uomo – non vorrei dire questo con troppa sicurezza umana, contando solo su me stesso.» Trovo significativo lo slittamento dall’esiste all’è vicino – due modi di essere ben diversi, ma forse si tratta soltanto di sfumature di formulazione e in fondo «sono cose difficili da spiegare, da delineare nel dettaglio», lo dice p. Lafont stesso. «Le parti più profonde della vita monastica non possono essere espresse con le parole.»

(1-segue)

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  1. Ghislain Lafont,  Monaci e uomini, nella chiesa e nella società, traduzione di G. Cecchetto, Cittadella editrice 2016 (trad. di Des moines et des hommes, Stock 1975).
  2. Oggi Ghislain Lafont, nato nel 1928, ha 91 anni e «risiede» alla Pierre-qui-Vire dal 1945.
  3. «Quando mi capita di andare nel coro di Saint-Germain-des-Prés, dove so che i mie fratelli hanno pregato per quasi mille anni, mi sento bene e lo dico senza alcun tipo di sentimento romantico. […] In questo luogo continuo una tradizione millenaria di preghiera. Il coro della chiesa mi spinge alla preghiera, è la scuola stessa della preghiera» (p. 53).
  4. «Che interesse ci sarebbe a sapere ciò che Gesù ha fatto o ha detto se oggi non fosse più fattibile o applicabile, se tutto ciò non potesse, oggi, dare origine a dei comportamenti concreti?» (p. 48).

 

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«Io con l’eremo, quegli inverni…» («Benedetto Calati, il monaco della libertà», pt. 2)

(la prima parte è qui)

I giudizi di Benedetto Calati, che ho definito «assai netti», oltre che di una personalità evidentemente schietta, sono l’esito di lunghe meditazioni («Le mie prese di posizione venivano lentamente, le mie riflessioni, le mie notti») e allo stesso mostrano quanto il monaco camaldolese fosse calato nel, e presente al, suo tempo. Mi pare uno dei punti più importanti della sua visione, spesso ribadito e non in astratto: «Quando predico, non c’è omelia in cui non tocchi questo problema della storia. Vorrei che tutti fossero attenti a questa mia insistenza sulla storia, che non è un pallino qualsiasi, e ora più che mai. Non posso fare una lettura astorica dell’Evangelo». A questo tema, a questo punto fermo (l’astoricità «oggi nel nostro mondo non si può più proporre»), si lega quello della libertà, che è il vero asse portante del pensiero di Benedetto Calati – «il monaco della libertà» dice appunto il titolo del libro. Libertà come progressiva liberazione, esodo si diceva, da schemi, gabbie (concettuali e non solo1), schieramenti2, modelli, divisioni, chiusure, paure: «Io andavo liberandomi», dice p. Calati, e aggiunge poco oltre: «Per me la vita monastica… io ci ho riflettuto molto, il quid della vita monastica è la libertà», che poggia direttamente sul Vangelo: «La libertà evangelica è maestra della libertà, insegna la centralità della coscienza. […] Mi sono sempre più convinto che in questo senso la radicalità del Vangelo è la libertà della coscienza e dello Spirito Santo».

Libertà di coscienza che viene prima di ogni cosa, che incatena alla storia, di fronte alla quale persino il voto religioso andrebbe riveduto (e le pagine sulle donne, l’amicizia, l’amore, il celibato, che potrebbero essere citate con un ammicco, vanno invece lette all’interno di tale quadro di riferimento). Libertà di coscienza che, più o meno paradossalmente non ha importanza, si collega all’idea e alla realtà della comunità: quella monastica per il monaco che qui risponde, quella ecumenica per lo spirito, o meglio per il sentimento religioso che auspica, quella globale per gli individui che, «pur pestandosi i piedi gli uni con gli altri», procedono…

Sono belle – belle anche perché non prive di incertezze – le risposte che p. Calati, in un continuo andirivieni tra cella e mondo, dà alle domande sulla sua vocazione, e indirettamente su comunità ed eremo (argomento camaldolese per eccellenza). Le sue perplessità non sono nascoste: «Io mi sono fatto monaco ad un dato momento, avevo 16-17 anni, ed era una cosa che non ho razionalizzato. Mi sono trovato monaco. La razionalizzazione cresce man mano, qui aiuta la comunità, ecco perché io ho sempre detto che la comunità è importante, all’eremo non sono mai stato. Anche da generale, non ci sono stato. […] Io con l’eremo, quegli inverni…» La comunità è aiuto, e ancor di più: sacramento.

La vitalità, la fede stessa nella vitalità, di p. Calati non lascia indifferenti, nonostante la difficoltà di trattare in concreto di libertà, coscienza, radicalità, e mi rendo conto, mentre ripasso le pagine del volume, di quanta sostanza si sia rappresa in queste parole, come ognuna racchiuda… un anno?, un decennio?, sedimentati. E per un lungo istante mi pare di poter credere alla fondamentale «conseguenza» del suo discorso: la singolarità di ogni individuo, il «mistero che ciascuno racchiude», come dice Raniero La Valle. Ma è solo un istante, ancorché lungo. Ciò nondimeno, quando lo chiudo, il volume, e guardo di nuovo la foto che molto opportunamente il curatore ha voluto fosse riprodotta sulla copertina (traendola dal suo archivio), ho l’impressione di aver ascoltato per qualche ora la voce di un uomo capace, con la massima semplicità e quasi contro la sua stessa intenzione di non voler insegnare nulla a nessuno, di indicare anche a me direzioni nuove, possibilità impreviste.

(2-fine)

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  1. «La libertà. Io rivedevo tutta la mia vita monastica a questo punto [arrivato a San Gregorio al Celio]; tutte le anomalie dei conventi, degli eremi, erano anomalie del Medioevo.»
  2. «Non mi sono mai interessato delle loro posizioni [degli amici laici, politici], non ho mai chiesto: voi cosa avete fatto? Mai, mai, mai. Libertà.»

 

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«Un bicchierino e una caramella» («Benedetto Calati, il monaco della libertà», pt. 1)

Ha fatto molto bene Raniero La Valle a riesumare dai suoi cassetti l’intervista che nel gennaio 1994 Innocenzo Gargano e Filippo Gentiloni fecero a Benedetto Calati e a curarne la pubblicazione1. L’animato colloquio a tre illumina infatti le diverse fasi e le tante forze che composero la vita del grande camaldolese del Novecento, allora ottantenne e da non molto reduce dalla cruciale esperienza come priore generale della Congregazione (1969-1987)2.

È difficile sopravvalutare l’interesse storico di una testimonianza tanto accesa sul Concilio Vaticano II, e gli anni che lo precedettero e lo seguirono, sulla vita della Chiesa in quel tempo, sulle trasformazioni del monachesimo italiano e ancora sulle tante persone che spesero energie, errori e intuizioni in quei frangenti; e tuttavia, dal basso della mia scarsa conoscenza di quelle vicende, sono stato più attratto da altri aspetti della «conversazione», tutti riconducibili alla figura di questo monaco integrale e al tempo stesso aperto a tutto e a tutti.

Mi ha molto aiutato in ciò l’indicazione primaria che il curatore dà nella sua introduzione: «La vita di padre Benedetto è stata vissuta come un esodo. L’esodo vuol dire lasciare la condizione presente e andare verso un futuro ignoto. […] Si direbbe, data la sua condizione monastica, che il suo luogo, la sua modalità di vita fosse la stabilità, e invece è stata l’instabilità, il movimento, spesso impercettibile, ma continuo e inarrestabile, fino alla fine della sua vita». Che sottilissima e interessantissima contraddizione si può forse ravvisare nella scelta di p. Calati di «rinchiudere» e, per così dire, «depositare» la propria inquietudine e la propria ricerca proprio a Camaldoli. E, d’altra parte, si possono forse definire «rinchiusi» i primi, lunghi anni dedicati allo studio e alla lettura?3 Un percorso – non una stasi, quindi – da autodidatta, cominciato con gli Annales Camaldulenses, proseguito con i grossi volumi dei Maurini e con le opere dei Padri: «Per quanti anni sei stato a sfogliare i libri dei Maurini, i libri in folio?» chiede Innocenzo Gargano. «Tutti gli anni dal 1931 fino al ’51, fra Camaldoli e Fonte Avellana, finché non mi hanno fatto procuratore generale, a Roma», risponde Calati. «A Fonte Avellana ero bibliotecario, mi piaceva sempre stare tra i libri. I libri sono stati una passione per me, sono stati un’amicizia.»

Episodio dopo episodio, intanto, mi ha colpito molto il distendersi apparentemente sereno di una vita intera nel corso di una conversazione tutto sommato non lunghissima, la semplice concisione dei tratti con cui vengono evocati momenti e svolte importanti: «Si cucinava una volta al giorno, a mezzogiorno. Siamo cresciuti così. – Il seminario era il luogo di promozione sociale, l’unico luogo. – Prendemmo un treno… che andava a Napoli. Avevamo già scritto a Camaldoli. – Appena arrivati alla farmacia ci diedero un bicchierino e una caramella. – La cella fu pesante per me. – Dicevo: ma cos’ho fatto, cos’ho fatto? – Camaldoli era per tutti un approdo, una vita nuova…» E potrei andare fino in fondo, compendiando tutto grazie a queste «piccole frasi», a questo linguaggio piano e pacifico, in cui sovrabbondano il fare e l’avere.

Linguaggio pacifico, ma che non preclude la possibilità di  giudizi assai netti: come quello di uomini «che non si erano costruiti attraverso la Bibbia, anche se la leggiucchiavano», riferito alla gerarchia ecclesiastica preconciliare; oppure quello sull’eremo, tanto sorprendente se a pronunciarlo è un camaldolese: «Ancora per me l’eremo rimane un assurdo per come è fatto»; o quello sui laureati cattolici che assistevano a Camaldoli all’ufficio in gregoriano con le braccia conserte: «Venivano ai concerti»4; e ancora il letteralismo biblico, che lo faceva «andare in bestia», il Concilio «messo nel cassetto», il cristianesimo portato in India come un «francobollo appiccicato», e così via.

(1-segue)

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  1. Benedetto Calati, Il monaco della libertà, un’intervista nascosta di Innocenzo Gargano e Filippo Gentiloni al monaco camaldolese, a cura di R. La Valle, prefazione di A. Barban, Gabrielli editori 2019.
  2. Grande camaldolese, ma, come sottolinea lo stesso p. Gargano (anch’egli camaldolese), recensendo il volume, «padre Calati non appartiene solo a Camaldoli. La Chiesa e la società italiana lo considerano anch’esse un testimone importante da riascoltare».
  3. «Padre Benedetto era nato nel 1914», ci ricorda La Valle, «perciò quando rilasciò questa intervista aveva ottant’anni, la maggior parte dei quali passati tra la cella, il coro e la biblioteca.»
  4. «Per me il gregoriano, quando sono venuto a Camaldoli nel ’31, era stata una conquista. Mi ero affezionato. Ma c’è da capire. È chiaro poi che di fronte a una Chiesa che prega avrei bruciato tutti i gregoriani immaginabili e possibili» (p. 105).

 

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Le «Lettere dal silenzio» di John Main (pt. 2)

(la prima parte è qui)

Immobilità, silenzio e semplicità sono i tre aspetti che, nella visione di John Main1, stringono il legame tra meditazione e preghiera e che insieme producono il suo effetto fondamentale: l’apertura alla propria umanità e alla propria condizione di creature. Apertura alla scoperta dell’infinità divina all’interno della propria finitezza: «La meditazione è importante perché ci conduce oltre le immagini e i concetti che cercano di controllare la presenza divina». La strada verso la trascendenza parte dal nostro essere umani e non lo rinnega, bensì procede attraverso uno svuotamento progressivo: delle immagini di Dio, appunto, delle cose del mondo e infine di se stessi.

In tal modo la meditazione-preghiera ci permette di riavvicinarci al centro di noi stessi: «Meditare significa “stare fermi al centro”. Ma non è sufficiente spiegare ciò con il concetto di “essere centrati” o perfino di “trovare il proprio centro”. […] Troviamo il nostro centro solo immettendoci nel silenzio di Dio oltre qualsiasi immagine di centro o di circonferenza». La scoperta che la meditazione ci aiuterebbe a fare è che il nostro centro è fuori di noi e che noi possiamo in qualche modo «coagularci» soltanto se ci affidiamo alla parola e allo sguardo dell’altro – dell’Altro.

Il «silenzio» della meditazione, stimolato dalla ripetizione di un mantra (Main usa e consiglia l’espressione aramaica, di derivazione paolina, maranatha, cioè «vieni, Signore»), è il modo in cui possiamo rinnovare ogni giorno la rinuncia a tutto quello che siamo; è l’esercizio ripetuto con il quale lasciamo cadere pensieri, convinzioni, schemi, illusioni, rabbie, tristezze; è il «luogo» nel quale voltiamo le spalle all’ossessione di noi stessi e usciamo dalla «gabbia» dell’io; è la mossa che ci permette di andare al di là di noi (dove si trova «il pieno senso dell’essere umano»), di non isolarci e di renderci disponibili all’emersione, per così dire, dalle nostre profondità di Qualcuno2.

La guida monastica in tale percorso è importante perché fa sì che il volto di questo Qualcuno non sia indistinto, ma sia quello di Cristo, perché i monasteri sono da sempre il luogo dove tutto è più chiaro, dove la ricerca di quel volto è lo scopo, perché questa ricerca è condotta insieme ai fratelli, in comunità e comunione con gli altri, perché «nella vita normale del monaco vediamo l’umanità redenta dalla superficialità e inserita profondamente nell’ordine ampio della struttura essenziale dell’universo».

Non va dimenticato, leggendo le Lettere dal silenzio di John Main (e del suo «vice» e successore Laurence Freeman), la natura di questi testi, esortativa più che speculativa, ricorrente più che lineare; sono scritti che non sono nati per essere letti di seguito e che vogliono soprattutto comunicare un’esperienza («Sebbene il mistero sia al di là della nostra capacità di comprendere, non è al di là della nostra esperienza»), pur nella consapevolezza della quasi impossibilità di riuscirvi: «È una delle limitazioni umane più frustranti», scrive John Main nella lettera del gennaio 1982, «il fatto che l’esperienza spirituale non possa essere verbalizzata in maniera adeguata, al di fuori della comunità che si crea tra coloro che seguono questa via». A questi aspetti attribuisco da un lato la sensazione di un certo volontarismo, come se la ripetizione di un concetto ne determinasse la verità, dall’altro una certa perplessità provata davanti ad alcune affermazioni dai contorni troppo vaghi e sfuggenti.

È questo il «terreno scivoloso» cui facevo riferimento. Spesso il linguaggio di queste lettere si dimostra capace di disegnare un paesaggio attraente, in contrasto con l’aridità che dilagherebbe nel mondo contemporaneo, ma altrettanto spesso le immagini che evoca non reggono a una rilettura. Solo alcuni esempi, tra i molti che ho segnato. Aprile 1978: «Proprio come un fiore che si apre e sboccia quando lo lasciamo stare, così, se ci accontentiamo di essere, se diventiamo e rimaniamo silenziosi, il nostro cuore non può che aprirsi»; agosto 1979: «Troviamo l’equilibrio come dono se affrontiamo e rispondiamo con generosità alla profondità e all’ampiezza del momento presente»; ottobre 1980: «Il mistero della vita è intessuto di completezza; e la completezza della vita è il mistero che, dalle profondità dell’ordinario, allarga continuamente la prospettiva della consapevolezza».

È probabile che le mie perplessità suonerebbero del tutto spiegabili ai seguaci del pensiero di John Main: sono la più classica delle vittime delle «illusioni dell’ego», soltanto l’esperienza della «cosa» mi permetterebbe di intuire, e così via, ma… Ma. Quello che si può dire è che sull’altra sponda rispetto a questo sentimento di fusione, a questa ossessione per la «profondità» (che meriterebbe un discorso a parte3), a questa esaltazione del «momento presente» (ampiamente diffusa, peraltro), a questa mistica dello svuotamento (per la quale possiamo sempre affidarci al Tempo, peraltro), forse non ci sono soltanto vane illusioni e stolida spensieratezza, «mode effimere» e schiamazzi, paure inconfessate e i sempre vituperati «orpelli».

(2-fine)

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  1. John Main, Monastero senza mura. Lettere dal silenzio, traduzione di G. Del Lungo, J. Greenleaves e D. Seghi, San Paolo 2018.
  2. Ho trovato molto interessante, qui, una consonanza con una pagina che ho letto di recente in un libro di André Louf e che definirei lampeggiante. Nello scritto dedicato al misteriosissimo Benedetto Labre, c’è un passo molto significativo sulla preghiera, più esattamente sul luogo in cui è condotto l’orante e dove si rende possibile l’Incontro, anche se questo luogo è un vicolo cieco: «Il vicolo cieco ci costringe a rinunciare per un certo tempo a tutte queste vie [le forme tradizionali di preghiera] e a metterci di sentinella nel più profondo di noi stessi per cogliere l’arrivo di qualcosa d’altro. Colui che prega si trova così appostato come una sentinella sulla soglia del proprio cuore, in attento ascolto e nell’attesa di ciò che emergerà in superficie dalle nostre profondità interiori. Non un’idea, un’immagine, né un sentimento, ma qualcosa di diverso, senza rumore, senza sentimento, senza immagine, senza concetti: una certa densità di essere, un certo calore di presenza; non qualcosa, ma qualcuno, che ci investe dall’interno, quasi al limite del percettibile» (André Louf, Uomini di Dio. Testimoni della gioia evangelica, Edizioni Qiqajon – Comunità di Bose 2019, p. 152).
  3. «Nel mondo moderno, ciò di cui abbiamo bisogno non è per prima cosa una riscoperta religiosa. Non dobbiamo recuperare la nostra identità in senso religioso superficiale, all’interno di delimitazioni – per esempio: come bravi battisti, anglicani, cattolici o perfino atei –; ciò di cui abbiamo bisogno è l’esperienza spirituale di profondità per toccare di nuovo i livelli di superficie della vita: con identità, significato e scopo» (p. 232, il corsivo è mio).

 

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Un cammino di ritorno (Gli «uomini di Dio» di André Louf)

Hanno fatto molto bene le Edizioni Qiqajon a riunire e ripubblicare sotto il titolo di Uomini di Dio1 sette brevi scritti che André Louf ha seminato qui e là su Benedetto da Norcia, Pier Damiani, Bruno di Colonia, Bernardo di Chiaravalle e Benedetto Labre (quest’ultimo, ammetto, non lo conoscevo). Già allineare questi nomi non pare privo di significato; ripassare, poi, alcune figure massime della storia del monachesimo, guidati da «un grande padre spirituale del nostro tempo» (Enzo Bianchi), è sempre utile; ma il lettore di questo splendido libretto si imbatterà anche in alcune osservazioni sparse molto interessanti e di portata più vasta rispetto ai profili dei personaggi analizzati – come se il monachesimo fosse, in fondo, un unico discorso: una sola principale con mille subordinate e incisi: «Una tentazione alla quale bisogna resistere», scrive p. Louf,  «è quella, sempre rinascente, di sacrificare a opposizioni secondarie e talora artificiose, l’unità profonda della vocazione monastica, della tradizione che la supporta e anche, per certi versi, delle istituzioni che, proprio a causa della loro varietà, ne sono l’espressione più integrale». Ne ho ricavato, di tali osservazioni, un piccolo florilegio.

  • I monaci di tutti i tempi costituiscono dunque un commento vivente alla Regola e al messaggio di Benedetto (p. 10). Si può esprimere meglio il senso del tempo che pervade la storia del monachesimo? Si può esprimere meglio la straordinaria compresenza di astrazione e praticità tipica del monachesimo benedettino? Ecco espresso in due righe il paradosso dell’esistenza di un unico Monaco e, contemporaneamente, di tanti monaci. Volendo, si potrebbe anche discutere del senso di appartenenza che traspare da un’osservazione del genere, a confronto con quanto può mettere in campo il pensiero laico (ammesso che debba), ma è discorso al di là della mia portata.
  • Il monastero dovrebbe dunque essere il territorio ecumenico per eccellenza (p. 22). Altro paradosso stimolante: un luogo che per tradizione viene visto come chiuso si rivela invece terreno ideale di incontro e scambio e continua apertura, «già segno della chiesa indivisa».
  • Quel che colpisce chi si accosta alla Regola è la frequenza relativamente elevata di termini che assimilano la vita monastica a un percorso, a un vero e proprio cammino […]. Questo cammino è un cammino di ritorno (p. 37). Si può dire che ci sia qualcosa di archetipico in questa prospettiva? Si può immaginare un contrasto più forte fra questo orientamento e quello che non prevede una meta? Quanto conforto c’è nell’idea che questo ritorno, questo rientro, per quanto lontani si sia stati, sia comunque possibile? E già che mi sono sbilanciato: perché non mettere lì accanto anche il «tema del nostos» e quindi la nostalgia? La paradossale nostalgia monastica che, a differenza di tutte le altre, sgorga per qualcosa che deve ancora essere.
  • Le situazioni dure e aspre non sono mai una motivazione sufficiente per entrare in monastero (p. 60), perché è la gioia la strada lungo la quale, tra oggettive difficoltà, s’incammina il monaco, ed è la gioia il principale strumento di discernimento: «Forse è questa la lezione più importante che Benedetto ha lasciato, anche per il mondo di oggi, e non solo per i monaci. La gioia non è soltanto il traguardo del cammino che egli propone, è anche l’impronta che accompagna quotidianamente il credente e gli conferma che è sulla buona strada». Dunque la quieta disperazione del miscredente sarebbe la nebbia di un sentiero smarrito?

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  1. André Louf, Uomini di Dio. Testimoni della gioia evangelica, prefazione di E. Bianchi, Edizioni Qiqajon – Comunità di Bose 2019.

 

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Le «Lettere dal silenzio» di John Main (pt. 1)

La lettura delle «Lettere dal silenzio» del monaco benedettino irlandese John Main mi ha permesso di conoscere la vicenda singolare di quella che oggi è la Comunità Mondiale per la Meditazione Cristiana, quello che i suoi stessi aderenti chiamano il «monastero senza mura»1. Avvicinatosi alla meditazione durante la sua «prima vita», nella quale fu diplomatico del governo britannico e poi professore di Diritto internazionale, una volta vestito l’abito monastico, presso l’abbazia londinese di Ealing, nel 1958, John Main fu invitato a rinunciarvi. Cosa che fece fino al 1975 quando, dopo alcuni anni di riavvicinamento e approfondimento, formò un gruppo di laici (sei persone) con i quali praticare la meditazione in chiave contemplativa e all’interno della tradizione benedettina di preghiera. Due anni dopo quel piccolo inizio, su invito dell’arcivescovo di Montreal, si trasferì in Canada, dove fondò «un nuovo tipo di comunità benedettina di monaci e laici che aveva, come impegno principale, la pratica e l’insegnamento della meditazione cristiana». Negli anni seguenti scrisse e viaggiò molto, tenendo seminari e conferenze in gran parte del mondo. Qualche anno dopo la sua morte, avvenuta nel 1982, il monastero di Montreal venne chiuso, ma intanto le idee di John Main, anzi la sua idea si era diffusa ampiamente e nel 1991 ne nacque la World Community for Christian Meditation, oggi attiva in più di 120 Paesi.

«Il nostro scopo era semplice e modesto», scrive John Main, «non volevamo iniziare una serie di corsi eclettici sulla spiritualità, né cercare un gran numero di adesioni e quindi il successo. Nostro desiderio era piuttosto invitare un piccolo gruppo di giovani (non potevamo ospitare donne) a venire a vivere con noi per un periodo breve. Durante il soggiorno avremmo tentato d’insegnare loro la meditazione.» La formula, a discapito delle intenzioni, ha un immediato successo: la voce si diffonde, i gruppi si moltiplicano, i monaci coinvolti cominciano a riflettere sulla circostanza. «Fin dal momento della nascita del primo Centro di Meditazione Cristiana», commenta Main, «ci sembrava di esserci imbattuti per caso o di essere stati condotti a delle rivelazioni che potevano indicarci la via al monachesimo del futuro.» In diretto rapporto con il monachesimo delle origini (Giovanni Cassiano su tutti), la meditazione – il silenzio della meditazione – si rivela luogo privilegiato per «cercare Dio» e per fare conoscenza della «persona di Cristo», per fare «esperienza» della propria povertà e della carità divina; e i monaci, grazie alla loro storia, possono essere i testimoni più convincenti di questa «strada» proprio perché da sempre è la loro strada: «Divenne chiaro molto presto che solo un monachesimo vivificato dal ritorno al compito essenziale di “cercare Dio” nella preghiera pura, può costituire un legame utile con il mondo moderno».

Per soddisfare le molte richieste di «informazioni», in un primo tempo Main registra tre cassette, e successivamente, per mantenere il contatto con i vari gruppi che nel frattempo sono sorti di qua e di là dell’oceano, comincia a spedire una newsletter: piccole note sulla vita comunitaria seguite da un approfondimento sulla meditazione e sulla preghiera: sono queste le cosiddette «Lettere dal silenzio» che «cercano di riflettere questo mistero della preghiera cristiana […]. Cercano di mostrare che ogni rinnovamento umano – sia esso quello personale in Cristo sia esso quello del monaco in comunità – avviene attraverso la trascendenza di sé nel momento presente. Il punto di partenza di ogni lettera è la chiamata a essere completamente reali nel qui e ora». Mai come ora, secondo Main, è necessario rivolgersi a una pratica, la preghiera-meditazione, che può permettere la massima aderenza al «momento presente», perché in fondo questo momento presente non è altro che il «Dio vivente», la «presenza attuale del Cristo».

Terreno disagevole, quello che preferisco.

(1-segue)

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  1. John Main, Monastero senza mura. Lettere dal silenzio, traduzione di G. Del Lungo, J. Greenleaves e D. Seghi, San Paolo 2018.

 

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Capanne, porcili, depositi, roulotte e pollai

Qualche anno fa ho scritto una nota su un libro dedicato agli eremiti contemporanei della cui superficialità mi rammarico ancora (il pezzo è rimasto dov’era, ovviamente). Da allora, credo soprattutto di aver capito quanto sia improprio unire strettamente la dimensione eremitica a quella dell’ascetismo penitenziale. È possibile che tale «errore» sia dovuto all’idealizzazione dei «fondatori» dell’eremitismo, i Padri del Deserto, coloro che ne avrebbero posto le vere coordinate: uomini (e donne) anzitutto di penitenza e poi di contemplazione. Ma non è detto che sia così, che la chiave dell’eremitismo sia l’espiazione, l’autopunizione per i propri peccati. Se cerco quindi di essere molto più cauto, non riesco tuttavia a non sentire una certa forma di sollievo nel desiderio di fuga dal mondo, e dagli altri, finalmente soddisfatto, non importa se all’interno di una stanza senza finestre o in una capanna ai margini di un bosco. È solo una mia proiezione?

Mi è capitato ancora leggendo il capitolo che, nel suo libro In praise of the Useless Life1, il monaco trappista Paul Quenon dedica ai famosi eremitaggi che circondavano l’Abbazia di Gethsemani nel Kentucky. E non soltanto al più famoso, il «bungalow» di Thomas Merton, del quale Quenon è diventato oggi il «custode», ma a tutti quelli dei molti monaci che negli anni Sessanta e Settanta diedero vita a quella che l’autore stesso chiama «la nostra età d’oro degli eremitaggi». «C’è qualcosa in certi posti che reclama la presenza di un eremitaggio, ben prima che un eremita si presenti alla ricerca di un luogo adatto», dice Quenon, osservando i boschi circostanti l’abbazia. La forma che questi rifugi presero, poi, dipese molto dalla personalità dei monaci che li edificarono.

Ad esempio quello di d. James Fox, abate di Gethsemani per vent’anni: una struttura seminascosta e sorprendente, in pietra, cemento e vetro, disegnata per lui dal cellerario (ex impiegato nello studio di Frank Lloyd Wright) come luogo dove deporre il peso delle responsabilità abbaziali (all’epoca delle sue dimissioni, nel 1968, Gethsemani ospitava oltre trecento monaci). La baracca di fr. Odilo, invece, era costruita con materiali di scarto: più che costruita, «messa assieme», senza un vero progetto, «stravagante e imprevedibile» come il suo abitante, definito dallo stesso Quenon «un solitario», e ricordato mentre attraversava la cucina del monastero sussurrando: «Sono solo di passaggio». Fr. Alan aveva riadattato un porcile, mentre fr. Hilarion aveva recuperato una roulotte usata; nella sua roulotte fr. Chrysogonus (Waddell) aveva trasportato un piccolo pianoforte e aveva trasformato la toilette in una libreria; poi era passato a una sistemazione più grande e l’aveva riempita di libri: «Teneva le finestre chiuse per evitare che l’umidità del Kentucky rovinasse i vecchi volumi. Quando cominciò a usare un computer, schermò tutte le finestre e l’ambiente diventò buio come una caverna, a eccezione di una piccola lampada sulla scrivania».

Fr. Rene costruì la sua «Arca» con gli avanzi dei pannelli di legno usati per realizzare le confezioni di formaggio vendute dall’abbazia; l’Arca, priva di acqua corrente e di elettricità, diventò in seguito l’eremitaggio di fr. Roman Ginn, «quanto di più simile a un Padre del Deserto ti potesse capitare d’incontrare»: ci passava tutta la settimana e soltanto la domenica faceva un salto al monastero, con i suoi due asini al seguito, per concelebrare la messa e per recuperare cibo e acqua. Fr. Matthew Kelty usò un prima un deposito di dinamite abbandonato, vicino a una cava, poi la casupola di un pozzo; mentre fr. Augustine prima si rinchiuse in una piccola stanza del monastero, chiamata «La casa dei 10.000 oggetti», poi passò in un pollaio dismesso. La galleria di personaggi è lunga, fitta di curiosità e bizzarrie, piena, credo di poterlo dire, anche di piccoli segnali di un conforto cercato nel contatto stretto con la natura e nella separazione dagli altri esseri umani.

«La stagione degli eremitaggi è finita», conclude Paul Quenon. «Come i funghi sono spuntati dalla terra e alla terra sono tornati… Oggi infatti ne sono rimasti due, che vengono usati solo di tanto in tanto.» Ma di eremiti ce ne saranno sempre nella Chiesa, aggiunge, e io provo una gran simpatia per questa particolare versione kentuckyana, che unisce al richiamo verso un più concentrato e profondo dialogo con Dio, attraverso la solitudine, una dose, anche non necessariamente consapevole, di asocialità, di anarchia e di spirito d’avventura.

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  1. Paul Quenon, o.c.s.o., In Praise of the Useless Life. A Monk’s Memoir, foreword by Pico Iyer, Ave Maria Press 2018.

 

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