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«Sì, sono io che ti parlo» (Il «Colloquio interiore» di suor Maria della Trinità; pt. 3/3)

(la prima parte è qui; la seconda qui)

«All’inizio di gennaio del 1940 Suor Maria della Trinità comincia ad annotare su un taccuino delle parole interiori», scrive Alain-Marie Duboin nell’ultima «introduzione» che ancora precede gli appunti della clarissa, e in cui ancora si ritiene opportuno avvertire che «questo genere di comunicazione deve certamente essere accolto con prudenza». E la prima comunicazione – prima di 670 – dice: «Dimenticati! Non ti preoccupare dei tuoi bisogni materiali o spirituali. Quando hai tutto ciò che ti occorre, mi privi della gioia di prendermi cura di te»1. Dunque Gesù parla nella mente di Luisa Jacques e lei trascrive queste «parole interiori» in linguaggio umano. È anche interessante notare come sul manoscritto le parole ispirate siano poste tra virgolette (quindi sono riportate più che trascritte), mentre i commenti della monaca siano preceduti e seguiti da due trattini lunghi.

All’inizio, dal mio punto di vista, è difficile liberarsi dall’impressione che questa voce interiore sia quella della coscienza di sr. Maria, che adotta2 più o meno consapevolmente tale sistema per richiamare a se stessa i doveri della nuova vita (solo da un anno e mezzo sr. Maria è postulante, e poi novizia), per sottolineare le mancanze più o meno gravi («Non ridere della tua Superiora»), per definire e ridefinire in continuazione quello che è stato chiamato «un direttorio esigente e molto concreto di vita cristiana e di docilità alla Chiesa». In pratica, una risposta, che dopo un breve rodaggio diventerà un diario pressoché quotidiano, alla domanda che certi individui finiscono col porsi in modi più o meno pressanti: che cosa devo fare? (E anche la sua compagna: che cosa non devo fare?) Gli esempi sono innumerevoli, ne faccio alcuni, positivi e negativi: non giudicare nessuna; sii fedele nei particolari; il lavoro che devi fare è togliere; essere esigenti con se stessi, non imporre nulla agli altri; non dubitare più; ascoltami e scrivi, non occuparti più di ricami; che ciascuna delle tue giornate sia un’immagine di quanto ti dico; fate silenzio nel più profondo di voi stessi…3
Le istruzioni, tuttavia, a poco a poco, passano da un livello personale a uno decisamente più comunitario, e infine a uno ancora più astratto: sono parole rivolte alle claustrali in genere e posseggono un tono mi verrebbe quasi da dire di magistero, che poco si accorda con la figura della giovane clarissa. O forse, al contrario, queste parole sono proprio lo sfogo di una personalità ingombrante e sapiente che osserva e giudica, e al tempo stesso ne soffre il doloroso peccato di superbia? Sono molto affascinato da questo documento, dal conflitto interiore che rende leggibile e che arrovellava la stessa sr. Maria: come interpretare altrimenti una nota come la 34 (non isolata nel suo genere): «Sì, sono io che ti parlo; perché non mi credi? Ti ho mai ingannata? Tutto ciò che ti ho detto, è accaduto»? (Nota che apre la dimensione profetica di questo colloquio, intorno alla quale gli stessi curatori si muovo con ancor più cautela.) «Il maggior pericolo per voi, nella vita religiosa», recita Gesù-maestro nella nota 146, rivolgendosi ormai sempre più spesso a un voi, «sta nel cercare consolazioni dalle creature e preferire le vostre illusioni alle mie esigenze»; «Il valore della vostra vita», insegna nella nota 410, «consiste nel fatto che Dio vi è affidato, perché trasmettiate la sua conoscenza alle generazioni che vi succedono, la sua conoscenza vera, quale la Chiesa l’ha in deposito»; «Le vostre opere mi piacciono», riassume nella nota 526, «nella misura in cui vi insegnano a conoscervi e a dominarvi. Infatti, perché venite voi nel chiostro, se non per questo lavoro interiore su voi stesse che vi rende padrone dell’anima vostra, sicché possiate farmene dono?»; «Il monastero non vi appartiene», ricorda infine nella nota 657, «vi è prestato. Voi non avete diritto di vivervi secondo le vostre proprie idee, dovete vivervi così come la Chiesa lo indica. Perché la Chiesa sono io».

Ci sarebbe poi l’aspetto, molto delicato e rilevante, del cosiddetto «voto di vittima» che viene affrontato in numerose note, ed è stato anche oggetto di particolare studio, ma si tratta di materia nella quale è meglio che non mi avventuri. Se quell’impressione di cui dicevo prima è rimasta, mi è altrettanto difficile negare la forza che sprigionano questi testi. In essi si fa sentire una voce potente, talvolta delicata, talvolta inflessibile, una voce che richiede il silenzio per poter essere udita («È necessario fare un silenzio profondo, perché la mia voce è dolce»), una voce che regge il mondo ma che accetta di essere coperta dal suo rumore, una voce che dice: «Un amore che non esagera, non è amore, è affetto».

Che sia di sr. Maria della Trinità o di Qualcun altro rimane oggetto di libera e personale scelta, ma, avendola ascoltata, non si potrà dire che non risuoni a lungo.

(3-fine)

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  1. Suor Maria della Trinità (Clarissa di Gerusalemme), Colloquio interiore. Dalla conversione all’ascolto della voce divina, prefazione di Hans Urs von Balthasar, Edizioni Terra Santa 2015.
  2. Lascio volentieri l’ambiguità se qui il soggetto sia sr. Maria o la sua coscienza.
  3. Riporto qui, in nota, perché è un po’ lunga, quella che può essere quasi considerata una specie di regola: «La più sacrificata in tutto il monastero non è colei che fa il maggior lavoro visibile, è colei che fa il maggior lavoro invisibile, che sa meglio nascondersi, non incomodare nessuna, essere leggera agli altri e rendere la propria anima trasparente sicché mi si scopra in lei. Il più importante non è il lavoro che fate voi, è quello che voi mi lasciate fare tra voi. Il pericolo del chiostro sta nel cercare una distrazione alla vostra vita di privazione, fuori di me, nelle creature; Io, che vi aspetto! che sono più che la consolazione, la sorgente della gioia. Bevete alla sorgente come il vostro Padre San Francesco» (nn. 31-32).

 

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«Uomini di preghiera capaci di aprire il cielo perché desse la pioggia» (Un volume sul monachesimo sinaita)

Nella collana degli «Scritti monastici» dell’Abbazia di Praglia, della cui biblioteca è direttore, il p. Timoteo Tremolada ha pubblicato un volume singolare, per struttura e argomento, dedicato al monachesimo sinaita, che accorpa notizie geografiche, storiche, profili di personaggi e testi1. Singolarità che è anche del luogo, il deserto del Sinai, «questo angolo di mondo dove Dio è sceso a parlare con l’uomo e l’uomo, pur avendo visto Dio, non è morto», che ha attirato eremiti e monaci sin dalla metà del III secolo.

Grazie a una paziente esplorazione delle fonti l’autore ridà vita a una schiera di personaggi che, pur nella comprensibile scarsità di notizie biografiche, confinante con l’anonimato, emergono in virtù di un nome che non ci lascia indifferenti, magari di qualche detto tramandato e soprattutto del desiderio estremo di cercare Dio in un luogo vuoto di qualsiasi altra cosa: l’abba Barsaumâ, l’abba Silvano, l’abba Meghezio, l’abba Nicone: «Sappiamo ancora di monaci», prosegue l’autore, «il cui nome ci rimane sconosciuto, che avevano come unico desiderio quello di “fuggire la gloria e il sollievo di questo mondo”. Oppure di monaci come l’abba Xoio, uomini di preghiera capaci di aprire il cielo perché desse la pioggia». Uomini dal fisico resistentissimo che abitavano grotte, rifugi, gole e monasteri disseminati sulle pendici del monte Sinai, come quello che diventerà poi famosissimo quando sarà intitolato a santa Caterina e che il suo fondatore, Giustiniano, pose sul pendio della montagna, poiché «nessun uomo può dormire sulla vetta a causa di incessanti rumori e altri misteri d’origine divina che lì si sentono la notte, spaventosi per la mente e per l’animo» (Procopio di Cesarea).

Il volume allinea poi gli autori che fiorirono in quei luoghi. A partire da Nilo Sinaita, autore delle Narrationes (pubblicate in traduzione), che «l’amore dell’esichia… strappò via dalla folla degli uomini e dall’abbondanza dei beni e… condusse nell’amato deserto, e là… nutrì a lungo di una soavissima tranquillità»; per continuare con Teodoro e Giovanni di Raito, Anastasio, Filoteo ed Esichio, fino al tardo Gregorio. Su tutti spicca il grande Giovanni Climaco, autore della Scala del paradiso, che a sedici anni era «maturo per senno come se ne avesse mille».

Vengono presentati quindi due testi dedicati ai martiri di Raito e del Sinai, rispettivamente di Ammonio di Raito e di Nilo Sinaita. Quest’ultimo, nel terzo dei suoi ampollosi «racconti» (che meriterebbero un discorso a parte, tanto sono  ricchi di spunti oltre che di notizie), dà una curiosa descrizione della vita di quei monaci che, dediti a una «generosa emulazione» della vita angelica, hanno ridotto i loro consumi al minimo indispensabile, hanno bandito il denaro («dato che ciascuno offre all’altro gratuitamente ciò di cui ha bisogno»), gareggiano in umiltà e in nascondimento e «vivono solitari in celle non contigue o congiunte, ma separate da un idoneo intervallo» – e quanto ci piace questo idoneo intervallo che sa di avventura comune ma senza intimità. Vivono distanziati non perché siano scontrosi, o rozzi, o afflitti da una «tristezza recondita», «ma per appartarsi nella quiete e così adattare i propri costumi al beneplacito di Dio e creare con lo stesso Dio una relazione mediante una preghiera senza interruzione».

Il volume si conclude con una raccolta di apoftegmi di Anastasio sui padri sinaiti, detti e storie di cui credo non sarò mai sazio, come quella dei due gemelli escubitori (cioè sentinelle) che, dopo essere nati insieme, aver combattuto insieme, essersi convertiti insieme e insieme essere morti nel deserto, non vollero essere separati nemmeno nella sepoltura; o quella dei porcospini che si mangiarono i legumi di abba Stefano e furono poi mangiati a loro volta da un leopardo inteneritosi per la tristezza dell’anziano; o il racconto del giudizio ultraterreno che attende ogni anima sotto forma di esattorie che un tal Niceta rese ad abba Talassio; o il caso di abba Giorgio che non aveva nulla da offrire ai suoi ospiti «perché il cappero selvatico di cui si nutriva era d’una amarezza tale da poter uccidere un cammello». E ho detto tutto.

Un gran bel volume, come tutti quelli che escono poco alla volta negli «Scritti monastici» dell’Abbazia di Praglia.

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  1. Timoteo Tremolada, Sinai: dove fiorisce il deserto, Abbazia di Praglia 2017 («Scritti monastici»; 52). È il curatore stesso a ricordare che «il presente lavoro, nato da un suggerimento del prof. p. Tomáš Špidlík (1919-2010), costituisce un po’ la sintesi di una ricerca, sui padri del deserto, iniziata nei primi anni della mia vita monastica. Affascinato da questi atleti dello spirito, ho voluto dare uno sguardo particolare ad un frammento di storia del monachesimo delle origini, forse meno conosciuto, che si è sviluppato nella penisola del Sinai» (p. 7).

 

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Uomini e donne, di Giovanni Crisostomo (pt. 2)

(la prima parte è qui)

L’avversione del Crisostomo per il fenomeno1 è da tale da coinvolgere persino l’aspetto terminologico: per indicare queste donne si impiega «una turpe e ridicola parola che io non accetterei neppure di pronunciare, tanto è l’odio e la ripulsa che provo per il termine in sé (e pure la parola “coabitazione” mi urta)»; e la parola greca, ci insegna il curatore, è syneίsactos, cioè donna introdotta in casa in modo surrettizio, come moglie pur non essendolo, termine che in latino diventa subintroducta.

Figuriamoci, insiste il Crisostomo, tornando al cuore della questione, ci sono uomini santi che per resistere al pungolo della carne «si legano il corpo intero con catene di ferro, si vestono di sacco, salgono sulle sommità dei monti, vivono in un digiuno continuo», e ciò nonostante non sono sicuri di farcela, e tu sei convinto che la reciproca pietà possa essere il fulcro di una convivenza, di una coabitazione? Se parliamo poi di darsi una mano nelle faccende pratiche, è consigliabile che maschi e femmine restino separati, poiché hanno esigenze e stili diversi.

E qui il Crisostomo si lascia prendere da quello che ai nostri occhi è ormai un luogo comune e dal piacere (sì, direi proprio così) di una pagina frizzante di satira, e attacca in questo modo: «Tralascio poi la condizione indecorosa della casa, come sarebbe, entrando nell’abitazione di un monaco, vedervi calzature femminili appese, cinture, fasce per i capelli, cofanetti, conocchie, spole, pettini, fusi e tutte le altre cose che non è possibile elencare in dettaglio». È possibile però immaginare il monaco coabitante costretto a sbrigare cento commissioni richieste dalla vergine che vive con lui, andare ad esempio dal gioielliere «chiedendo se lo specchio della signora è pronto… se hanno realizzato l’ampollina», oppure, «se c’è bisogno di fare una riparazione a quella tal famigerata tenda», piazzarsi davanti alla bottega, «digiuno, fino a sera», ad aspettare l’artigiano. Ma vi pare?! È come se un soldato, una volta preparatosi di tutto punto per la battaglia, invece di avanzare sul campo, «entrasse in casa e si sedesse con quelle armi vicino a una donna». Non ci possono essere dubbi, conclude Giovanni, «è impossibile per chi vive assieme alle donne con tanta intimità e si nutre della loro compagnia non essere un ciarlatano, uno scioperato e una canaglia».

La condanna non è diversa, anzi, è più dura, al cambiare del punto di vista. Se gli uomini del primo trattato sono degli illusi, dei deboli o delle vere e proprie canaglie, le donne del secondo trattato si rendono colpevoli di devastare una santa nozione: «La causa di ogni male è che la cosa si è ridotta a un puro nome e tutto è stato circoscritto al corpo, che è l’ultima componente della verginità». Queste sedicenti vergini si vestono con ricercatezza, si truccano, parlano di tutto, «ridono a sproposito, fanno smorfie e moine più che le donne rammollite del lupanare». «Certo», tuona il Crisostomo, rivolgendosi direttamente a una di costoro, «tu non hai parlato e pronunciato quelle parole da prostituta: “Vieni, rotoliamoci nell’amore”. Non le hai pronunciate con la lingua, ma le hai pronunciate con il tuo atteggiamento.» Poco importa che il corpo sia rimasto intatto, il male è compiuto, ancora più grave perché coinvolge anche il prossimo.

Poco importa che il corpo sia apparentemente rimasto intatto. Il sapere di una levatrice, ricorda Giovanni, è molto limitato, non quello del supremo Giudice: «Ma se [il corpo] sia sfuggito al volgare palpeggiamento e all’adulterio e alla corruzione dei baci e degli abbarcci lo svelerà allora quel giorno, quando il Verbo vivente di Dio, che fa venire fuori i segreti degli uomini ed è presente quando si compiono atti segreti, metterà ogni cosa nuda e scoperta innanzi agli occhi di tutti: allora sapremo agevolmente se il tuo corpo è puro da queste contaminazioni e incorrotto sotto ogni aspetto». Confesso che mi ha colpito questo riferimento così esplicito al «pubblico ludibrio»: non soltanto Dio vedrà – in realtà, Dio ha già visto –, Dio mostrerà, e mostrerà a tutti noi, facendo proprio ciò che in terra è considerato spesso il deterrente più efficace o la scusa più facile («Tanto non mi vede nessuno»).

Molto meglio sposarsi, conclude il Crisostomo, e concede anche una seconda volta in caso di vedovanza, molto meglio che «essere sospettate da tutti di essere mezzane e ruffiane». E se c’è bisogno di una mano in casa? Puoi sempre affidare «il tutto a una fanciulla che stia al tuo servizio o alle vecchiette adatte a queste mansioni».

(2-fine)

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  1. Giovanni Crisostomo, Le coabitazioni, introduzione traduzione e note a cura di D. Ciarlo, Città Nuova 2018 («Collana di Testi Patristici», 254).

 

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Uomini e donne, di Giovanni Crisostomo (pt. 1)

Non si può dire che il titolo del volume1 sia «accattivante», ma d’altra parte il Crisostomo era, comprensibilmente, del tutto alieno da preoccupazioni editoriali tardomoderne e ben più ansioso di mandare un messaggio chiaro «per contrastare e condannare il fenomeno della coabitazione di monaci o asceti con donne vergini». La questione non è secondaria, poiché, come osserva il curatore del volume, Domenico Ciarlo, nella sua esauriente introduzione, «in un’epoca in cui non era ancora diffuso un monachesimo cenobitico regolare e organizzato, poteva accadere che uomini e donne decidessero di dedicare la propria vita a Dio in preghiera, ascesi e castità, vivendo insieme per beneficiare di assistenza reciproca e soccorso vicendevole»: una circostanza oggetto di numerose condanne per via dello scandalo cui poteva dare adito. La questione però non ruota intorno all’assistenza reciproca e al soccorso vicendevole, non solo, e il Crisostomo lo puntualizzerà subito.

Giovanni dà il suo contributo con due trattati, Insegnamento e confutazione per coloro che tengono vergini conviventi e Sul fatto che le donne sottoposte a regola non debbano coabitare con gli uomini, databili con qualche incertezza tra il 381 e il 383 (con possibile estensione al 386) e che affrontano il problema dai due punti di vista diversi, quello degli asceti e quello delle vergini. In entrambi i casi l’autore è come suo solito molto duro, sulla scorta di una tradizione già allora cospicua, avviata dal Pastore di Erma e che annovera interventi tra gli altri di Ireneo di Lione, Tertulliano, Cipriano di Cartagine e Basilio di Cesarea, senza contare Girolamo e i vari canoni conciliari (Elvira, Ancira, Nicea).

Uomini e donne possono convivere a motivo di matrimonio, il che è ragionevole e giusto, o a motivo di impudicizia, il che è immorale e ispirato dal demonio, una «terza via» non è data: quelli che dicono che esiste e la praticano ingannano se stessi e gli altri, e soprattutto si nascondono il fatto che alla radice di questa forma «nuova e inaspettata» di convivenza vi sia comunque il piacere. «Mi pare», osserva infatti il Crisostomo, «che il coabitare insieme a donne comporti un qualche piacere, non solo sotto la legge del matrimonio, ma anche fuori dal matrimonio e dal concubinato».

Anche se non viene nominato espressamente, tale piacere, direi, è quello di fare insieme ciò che si ama fare, ma là dove con persone dello stesso sesso pare legittimo se non addirittura consigliabile, mescolare i sessi è gravissimo, perché, nella prospettiva del Crisostomo, l’intimità produrrà per forza di cose il desiderio, una passione per di più «raddoppiata dal fatto che non è concesso placare il desiderio con l’unione carnale e che l’occasione del desiderio persiste, resa ancora più potente».

Come talvolta accade, ciò che viene condannato è nondimento descritto con accenti che tradiscono… cosa? Per lo meno piena consapevolezza di ciò che rende sopportabile l’esistenza dei miscredenti, a volte persino una vaga nostalgia. Com’è possibile, si chiede il Crisostomo, «che un giovane nel pieno del suo vigore fisico, che coabita con una fanciulla vergine, che le sta seduto accanto, che mangia assieme a lei e conversa con lei tutto il giorno (non aggiungo nulla di altre cose come sorrisi sconvenienti, effusioni e dolci parole e tutto il resto che forse non è neppure bello menzionare) [due amici, insomma], che abita nella stessa casa e condivide con lei la tavola e il sale e che con molta libertà riceve molte confidenze e molte ne fa, non si lasci prendere da nessuna passione umana»?

Fatemeli conoscere, tali uomini, commenta Giovanni, e aggiunge: «Vorrei pure io acquisire un autocontrollo così grande».

(1-segue)

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  1. Giovanni Crisostomo, Le coabitazioni, introduzione, traduzione e note a cura di D. Ciarlo, Città Nuova 2018 («Collana di Testi Patristici», 254).

 

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Schedine: Raffaello Morghen; Ermanno Cavazzoni; un sacerdote anonimo

 Raffaello Morghen, La riforma monastica dei secoli X-XII (1958, 1968), in Civiltà medioevale al tramonto. Saggi e studi sulla crisi di un’età, Laterza 1985, pp. 1-23. C’è un aspetto per il quale i «vecchi» saggi rappresentano di frequente una lettura appassionante, al di là della loro eventuale rilevanza non superata, ed è la visione d’insieme, il tentativo, sostenuto da una lingua ben addestrata, di cogliere il fenomeno in questione da una prospettiva più ampia. Spesso non ho la preparazione sufficiente per stabilire il valore di uno studio di cinquanta, sessant’anni fa, ma trovo utili ugualmente al pensiero formulazioni come questa: «Intorno al monastero si raccolsero, nei lunghi secoli del trapasso alla nuova età, vincitori e vinti, sotto la tuitio di un santo, patrono e quasi sovrano effettivo, possessore di beni e di sudditi, e i “volghi dispersi” appresero di nuovo la sacralità del lavoro, non più degradato alla funzione puramente materiale del lavoro servile, ma impegnato a estendere, a moltiplicare e a migliorare l’opera dell’uomo e il rendimento della terra. In una carta topografica dell’Occidente nell’Alto Medioevo i monasteri figurerebbero numerosi quanto i maggiori centri abitati di oggi e a buon diritto si può parlare di una “civiltà monastica” nei secoli dal VI al X, poiché dinanzi al monastero si arrestò l’ondata della barbarie, ed ebbe inizio il riflusso della ricostruzione civile».

 Ermanno Cavazzoni, Gli eremiti del deserto, Quodlibet 2016. Capisco benissimo Ermanno Cavazzoni quando, nella breve Premessa, afferma di aver «sempre letto queste vite con ammirazione e invidia, per quei tempi di libertà, di povertà volontaria non sindacalizzata, di avventure interiori e incontri fantastici straordinari». Si riferisce alle biografie di san Girolamo, alla Storia lausiaca e alle opere di Rufino di Concordia e di Teodoreto di Cirro, da cui ha tratto con oculatezza alcune storie, tra le più famose e le meno note, e le ha riscritte, con gran rispetto per l’originale. Persino troppo rispetto, se si fa qualche confronto. D’altra parte l’espressività delle storie dei padri del deserto è spesso difficilmente superabile, e forse si può dire che il libro di Cavazzoni, che di sicuro è stato scritto con divertita partecipazione, e che affianca idealmente questi atleti dell’ascetismo ad altre figure della sua opera, si rivolga a chi queste storie non conosce: dunque un invito a scoprirle.

 A Priest, Report from Calabria. A Season with the Carthusian Monks, Ignatius Press 2017. Grazie alla segnalazione del blog «Cartusialover» ho recuperato e letto questo «Rapporto dalla Calabria», sotto forma di lettere ad amici e famigliari, di un sacerdote americano che ha passato quattro mesi presso la Certosa di Serra San Bruno, condividendo con i certosini la loro vita di solitudine, silenzio e preghiera (e condividendo la scelta dell’anonimato). Si può dire che questi testi rappresentino un genere preciso all’interno della letteratura monastica, quello del «soggiorno in monastero», di cui sono molto ghiotto e che offre esiti diversi a seconda che il soggiornante sia un laico, un religioso, una scrittrice, un antropologo, e così via. In questo caso, l’aspetto forse più curioso è dato dal fondo culturale statunitense dell’autore, che emerge con discrezione qua e là. Parlando del cibo e dei pasti consumati in cella, ad esempio, ci scappa un riferimento alla consegna a domicilio, «proprio come Domino’s Pizza»; oppure, considerando l’orario delle attività, si dice che «la schedule è speciale perché una certosa “produce” tre cose: lode di Dio, preghiera personale e di intercessione, unione contemplativa con Dio»; o ancora, osservando il giardino della cella che gli viene assegnata, il commento è: «Penso che il precedente inquilino sia stato il Luther Burbank dei Certosini: in fondo al giardino ho trovato una schiera di vasi da fiori» (il riferimento è al grande botanico statunitense della seconda metà dell’Ottocento). Il volume è, come si suol dire, corredato da una serie di fotografie molto belle, prevalentemente di F. Moleres e B. Tripodi, e di un’appendice di testi certosini e di documenti pontifici. Mi sono segnato questo insegnamento di grande praticità: «Se ho qualche richiesta importante, mi rivolgo ai monaci dopo l’ufficio. Ma il più delle volte mi dico: “Ne parlerò durante lo spaziamento (la passeggiata) della prossima settimana”, e spesso il problema si risolve prima di allora».

 

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«Una piccola cosa insignificante» (Il «Colloquio interiore» di suor Maria della Trinità; pt. 2/3)

(la prima parte è qui)

Il percorso biografico che porta Luisa Jacques al Monastero Santa Chiara di Gerusalemme, dove l’attende l’ascolto diretto della voce di Gesù, comincia, come si diceva, nel 1901 a Pretoria, dove Luisa nasce da una coppia di calvinisti svizzeri impegnati nell’attività missionaria: Numa, pastore, ed Elisa, che lo assiste e che muore poche ore dopo il parto. Il racconto dei primi venticinque anni della vita di Luisa è affidato a un breve testo del francescano Alain-Marie Duboin, che narra dell’infanzia e della giovinezza trascorse prevalentemente in Svizzera, segnate da continui problemi di salute: l’educazione elementare e le cure amorevoli della zia Alice, che ha preso il posto della mamma, gli studi e i primi impieghi (contabilità, segreteria, dattilografia); letture interessi concerti amiche; la solitudine quando la famiglia si disperde e in parte ritorna in Africa; l’ombra di una relazione finita drammaticamente, piccoli, continui spostamenti, crescente inquietudine interiore.

Fino al febbraio 1926: «La notte tra il 13 e il 14 febbraio mi accadde questa piccola cosa insignificante che non fa rumore, che ha la levità di un sogno, ma che pur tuttavia è una realtà – essa ha capovolto tutta la mia vita». Qui il racconto passa nelle mani di Luisa stessa che, ormai suor Maria della Trinità, obbedendo nel 1942 alla richiesta del suo confessore, «descrive le circostanze che l’hanno condotta alle Clarisse di Gerusalemme». Luisa è ospite dell’amica Bluette, a La Chaux-de-Fonds, la sua inquietudine è sprofondata sino alla tentazione di negare Dio e quella notte le appare ai piedi del letto una persona, una religiosa, con «una specie di cappuccio in testa», muta, «trafelata e ansante come se avesse corso». La visita notturna, che spaventa molto la giovane Luisa, porta con sé la decisione: «Prima di disperare di Dio c’è ancora questo: andrò a pregare in un convento».

«Era una chiamata?» riflette Luisa, con l’accesa lucidità che contraddistingue tutti i suoi documenti. «È stata questa l’unica causa di un’attrazione irresistibile, che non era ragionata, che era subìta, verso il chiostro. Ciò valse a mutare la mia vita. Quante volte mi sono augurata di non aver avuto questa aspirazione che mi è costata tanti tentativi e tanti sacrifici!» Tentativi e sacrifici che Luisa racconta insieme con i molti dubbi, le complicazioni, le svolte, gli inciampi. È singolare la franchezza con la quale confessa la sua distanza iniziale dal mondo claustrale: è a Milano, dove ha trovato un lavoro, che ha il primo contatto con una comunità di monache: «Avevo sempre provato come una paura matta per quelle case chiuse, misteriose, che mi facevano pensare ad una specie di losca massoneria, e per quelle creature stranamente vestite che rassomigliavano a delle immagini». L’incontro è comunque decisivo, soprattutto per la delicata questione della conversione al cattolicesimo: il battesimo ha luogo nel marzo del 1928 e la sua famiglia non la prende benissimo («Papà è invecchiato di dieci anni», le scrivono dal Sudafrica).

Negli anni successivi Luisa accetta vari incarichi come istitutrice privata e intanto cerca una comunità disposta ad accogliere lei, convertita, indipendente, malaticcia. Va letteralmente «a suonare i campanelli dei conventi» e «non potrei dire quanti ne ho visitati!» È una strada tortuosa: le Piccole Suore dell’Assunzione («quest’Ordine non è per voi, noi siamo troppo austere!»), le francescane missionarie d’Egitto («troppo attaccamento alla famiglia»), le francescane del Bambino Gesù («la vita religiosa è assai dura… poco indicata per un organismo delicato»), la Società delle Figlie del Cuore di Maria (una congregazione non conventuale, all’interno della quale Luisa emette i primi voti) e infine, nel 1936, le Clarisse, presso il monastero di Evian. Ma l’approdo non è definitivo, e infatti, poco meno di un anno dopo: «Abbiamo il dispiacere di dirvi che siete rifiutata all’unanimità, non per la vostra salute, con qualche cura avrebbe  ancora potuto essere passabile, ma a causa del vostro cattivo carattere…»

Ci vorranno ancora due anni, e un viaggio in Sudafrica, prima che Luisa trovi finalmente la sua «casa» («Mi sono offerta a tutti i conventi che mi presentavano qualche possibilità di essere accettata: dovunque rifiuti»). Prima di rientrare in Italia, Luisa decide di fermarsi a Gerusalemme, in pellegrinaggio. Vi arriva il 24 giugno del 1938. Il giorno successivo, mentre si trova nella cappella del monastero delle Clarisse, Luisa ha un incontro fortuito con una suora: «“Vi volete far Clarissa?” “Avete del posto?” “Il monastero è stato costruito per 51 (!!), noi non siamo che venti. Volete parlare alla nostra Rev. Madre?” “Sì”».

Sì, Luisa Jacques è arrivata a casa, e forti di questo quasi interminabile insieme di premesse, possiamo infine avvicinarci alla «voce divina» che sr. Maria della Trinità ha ascoltato e fedelmente trascritto.

(2-segue)

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«Un’eco di ineffabili esperienze» (Il «Colloquio interiore» di suor Maria della Trinità; pt. 1/3)

Trovo molto significativo che nella più recente edizione italiana del Colloquio interiore di sr. Maria della Trinità1 i suoi «appunti» siano preceduti da un cospicuo corteo di testi introduttivi. Un’introduzione è normale, ma qui è come se, per arrivare alle «stanze» più importanti del libro, si dovesse attraversare una lunga teoria di anticamere, ognuna occupata da qualcuno che ritenga necessario avvertire il lettore sul carattere di ciò che sta per leggere. E cioè le trascrizioni dei quaderni che sr. Maria della Trinità, clarissa colettina del monastero di Santa Chiara di Gerusalemme, riempì di annotazioni dall’inizio del 1940 fino a due giorni prima della morte, avvenuta il 25 giugno del 1942.

A richiamare la mia attenzione su questa singolarissima figura del monachesimo femminile del XX secolo è stato l’intervento del francescano Claudio Bottini, pronunciato nel dicembre del 2015, proprio in occasione della presentazione del volume, e in seguito pubblicato2. Oltre a trarre le prime notizie biografiche di sr. Maria della Trinità – nata Luisa Jacques nel 1901, a Pretoria, da genitori svizzeri calvinisti, missionari in Sudafrica, e approdata infine, dopo una vicenda molto travagliata, alla comunità delle clarisse di Gerusalemme –, sono rimasto molto colpito dalle foto che accompagnavano l’articolo, e in particolare dall’immagine di alcune pagine dei quaderni3. Sono quindi andato sul sito, molto ricco, delle clarisse di Gerusalemme4, che tra le altre cose pubblicano il «Piccolo seme in terra di Gerusalemme», una newsletter dedicata alla loro consorella che ne divulga (in italiano, in inglese e in francese) documenti, testimonianze e spiritualità. A quel punto, recuperare una copia del Colloquio interiore è diventato un obbligo, e la cosa può sembrare sorprendente, persino a me stesso.

Il libro si apre con una breve prefazione del teologo Hans Urs von Balthasar, tratta dall’edizione francese del 1979, che comincia così: «Se chi possiede una certa conoscenza del Vangelo e della grande tradizione spirituale della Chiesa si accosta, senza partito preso, alla lettura degli Scritti di Luisa Jacques sarà subito colpito dall’importanza spirituale e dall’innegabile autenticità del loro contenuto». Le coordinate di avvicinamento al testo sono poste subito: cautela, niente pregiudizi, importanza spirituale, autenticità. Quest’ultima assume un rilievo tutto particolare se si considera che il tema fondamentale del Colloquio «è quello dell’ascolto interiore della voce del Signore». Sì, perché le 670 annotazioni di sr. Maria della Trinità trascrivono in parole umane i messaggi che Gesù stesso le avrebbe dettato, «messaggi senza parole tradotti in linguaggio parlato», come li definisce von Balthasar.

Il teologo svizzero indica in questa capacità di zittirsi al punto da poter udire la voce divina («Dio parla dolcemente; è molto facile coprire la sua voce») un primo aspetto della grandezza di Luisa Jacques; il secondo è il riconoscimento profondo della libertà che il Signore lascia alle sue creature («Tra la libertà umana e l’offerta divina c’è il mistero… mistero dell’azione congiunta dell’impotenza e dell’onnipotenza divina»); il terzo, quello forse più difficile per i credenti di oggi, è l’adesione al cosiddetto «voto di vittima», che si concretizza nel «grado sommo di disponibilità e di non-resistenza a tutte le decisioni di Dio», e in questo sr. Maria si allinea a una lunga tradizione che va dai Padri della Chiesa ai mistici medioevali, da sant’Ignazio a Fénelon.

Il «corteo introduttivo» di cui parlavo all’inizio prosegue con la lettera del 1942 del patriarca di Gerusalemme Luigi Barlassina al primo curatore degli scritti di sr. Maria, Silvère van den Broeck; poi con la Prefazione dei curatori  della nona edizione del 2004, Claudio Bottini e Lino Cignelli, i quali danno notizia della composizione del volume (si tratta della prima edizione integrale) e prendono le distanze dalla discussione sui possibili disturbi psicologici sofferti dalla giovane clarissa. Discussione che trovava spazio invece della nota del primo traduttore del Colloquio, Francesco Canova, di seguito ristampata. Le parole usate dal medico missionario, figura assai importante nella diffusione della conoscenza di sr. Maria della Trinità, sono all’insegna della cautela: «Il volume che presentiamo comprende nella loro traduzione letterale (tanto letterale da rispettare anche la poca chiarezza che in alcuni passi ha il testo francese) una breve autobiografia di Suor Maria della Trinità ed un mirabile colloquio che ella avrebbe avuto con una voce che le risuonava dentro l’anima e da cui venne stimolata e sorretta nella difficile via della perfezione» (il corsivo è mio). E più avanti, ancora più esplicitamente: «Quanto alla natura ed all’origine del contenuto del Colloquio interiore è ovvio che non intendiamo pronunciarci in alcun modo, ogni cautela ed ogni circospezione in tale materia sembrandoci più che giustificata. Malgrado il rispetto che noi abbiamo per un’anima tanto tormentata, è però lecito chiederci se esso sia l’eco di ineffabili esperienze o non piuttosto l’espressione delle fantasticherie di una mente troppo fervida ed esaltata». Di un’isterica, in sostanza, riassume il medico, che, ricordiamoci, scrive nel 1955. Pur non scostandosi dall’espressione di «voce interiore», il medico dedica interamente la seconda parte della sua Prefazione a confutare il sospetto di «quella malattia certamente più morale che fisica che è l’isterismo».

L’attesa per le parole di sr. Maria è a questo punto sempre più grande, ma non è ancora giunto il momento di ascoltarle.

(1-segue)

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  1. Suor Maria della Trinità (Clarissa di Gerusalemme), Colloquio interiore. Dalla conversione all’ascolto della voce divina, prefazione di Hans Urs von Balthasar, Edizioni Terra Santa 2015.
  2. Giovanni Claudio Bottini, Suor Maria della Trinità: un piccolo seme che porta frutti nella Chiesa, in «Forma Sororum» 54 (2017), 5-6 (settembre-dicembre).
  3. I manoscritti originali sarebbero, ahimè, andati perduti nel 1945 a causa di un furto perpetrato nello studio del Padre Custode di Terra Santa.
  4. Dove ho ritrovato quell’immagine e anche altre: Clarisse a Gerusalemme. Custodia di Terra Santa.

 

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Piccoli conti da regolare con la normalità (Nicolas Diat, «Tempo per morire», pt. 2/2)

(la prima parte è qui)

Il libro di Nicolas Diat1 affronta anche zone meno luminose e più delicate delle cosiddette procedure terminali: il tema della sofferenza è inevitabilmente al centro di molte riflessioni degli abati intervistati, sulle spalle dei quali pesa la doppia responsabilità, civile e spirituale, dei confratelli a essi affidati. Come gestire il rapporto con le strutture sanitarie esterne al monastero? Come affrontare i problemi legati alla «grande vecchiaia»2, alle malattie degenerative, alle demenze senili? Come porsi rispetto alle cure palliative? In quale considerazione tenere i desideri del morente (ad esempio di non soffrire, o al contrario di non rinunciare alla sofferenza)? Difendere sempre, a qualunque costo, la volontà di morire nel proprio monastero (se non addirittura nella propria cella)3? Tutti interrogativi che rimandano a precisi punti di fede, ma che sono anche farciti di risvolti pratici, di decisioni da prendere magari sull’onda dell’emergenza.

Così si esprime dom David d’Hamonville, abate dell’abbazia benedettina di En-Calcat: «Diciamo spesso che tutta la vita monastica è una meditatio mortis, e il ruolo dell’abate è sempre stato anche quello di incoraggiare i confratelli a guardare in faccia la fine del proprio percorso. Oggi, però, non è più così. Nel momento in cui la vita si riduce a un esile filo, arrivano gli infermieri, gli addetti del pronto soccorso, e prima di affrontare la grande partenza, ci sono tante piccole partenze in ambulanza. Ossigeno, trasfusioni, antibiotici, e la vita riprende, per qualche settimana, o magari per qualche anno. Perché turbare un confratello anziano parlandogli della fine? Quando faccio visita a un monaco per dirgli che il cielo si avvicina, devo essere sicuro del suo “stato di santità”, altrimenti il cammino spirituale non ha più senso»4. Ed è particolarmente interessante la convergenza pratica che si verifica tra un abate e un non credente di fronte alla questione dell’accanimento terapeutico, seppur a partire da due principi radicalmente opposti. «L’abate di En-Calcat ha sempre pensato che non ci si debba accanire a mantenere in vita una persona molto anziana5: “Se un monaco si lascia trascinare in questo gioco, smarrisce il senso della propria professione religiosa, che consiste anche nell’essere consapevoli che dobbiamo la nostra vita a un Altro». No, dice il laico, anche volendo considerarla un dono, la vita è mia (o è diventata mia) e vorrei poterne disporre, eventualmente anche lasciandola finire. Ma il risultato, il comportamento, è simile.

L’abate di En-Calcat – persona che, stando alle sue parole riportate sulle pagine di Diat, starei ad ascoltare per ore  – affronta coraggiosamente anche il tema della malattia psicologica, della depressione, della micidiale apatia che può colpire i religiosi («Non voglio passare sotto silenzio questa realtà, che è di tutti i monasteri, il rifiuto di comunicare, il disgusto per le cose celesti»), raccontando il caso – tremendo per una comunità – del suicidio di un suo confratello. Dopo aver lasciato un biglietto inequivocabile sul tavolo della propria cella, fratello Irénée, 48 anni, una sera dell’aprile del 2012 ha raggiunto una piccola cappella che domina l’abbazia e si è ucciso ingerendo una dose letale di sonniferi. Il corpo è stato trovato il giorno dopo grazie alla localizzazione del cellulare. Dom David non può rinunciare a evocare l’intervento del Maligno, che avrebbe ispirato al monaco disperato la scelta terribile del giorno, il martedì che dà inizio alla Settimana Santa, ma sottolinea anche le difficoltà di una forma di vita che si abbraccia magari a vent’anni e che ci si trova a perseguire per sessanta: certe ferite possono riaprirsi, certi dolori esacerbarsi, il desiderio di Dio può talvolta essere offuscato da sofferenze esistenziali, alcune vocazioni possono nascere dal disinteresse per le cose del mondo o da mancanze affettive.

«I monaci che se la cavano bene [qui vont bien]», conclude l’abate d’Hamonville, con un’ammissione che trovo notevole, «sono quelli consapevoli che siamo tutti un po’ ammaccati [nous sommes tous un peu abîmés]. In un monastero abbiamo spesso piccoli conti da regolare con la normalità.»

(2-fine)

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  1. Nicolas Diat, Un temps pour mourir. Dernier jours de la vie des moines, Fayard 2018.
  2. Osserviamo un momento, insieme all’autore: «Ho provato la medesima sensazione nel refettorio [di En-Calcat]. La tavolata dei grandi anziani mi ha scosso. Erano in sei, magari il giorno dopo uno di loro non ci sarebbe stato più. Un monaco con un grembiule bianco osservava ogni loro gesto. Sprofondato in una sedia a rotelle, fratello Olivier, 89 anni, il volto scarno, pressoché bianco, le occhiaie incavate, un berretto di lana nera in capo, sorbiva lentamente la zuppa di legumi. A ogni pasto ho ritrovato e mi sono commosso davanti a questi uomini giunti al termine del loro lungo cammino monastico: ieratici, immobili, fragili» (pp. 48-9).
  3. Un rapido pensiero alla vita regolata di un monastero, con le sue strutture, i suoi orari e i momenti collettivi o individuali, consente di cogliere i «problemi logistici» di determinate situazioni.
  4. «Pourquoi inquiéter un frère ancien en lui parlant des fins dernières? Quand je visite un moine pour lui dire que le ciel approche, je dois être certain de son état de santé. Sinon, la démarche spirituelle n’a plus de sens» (p. 51).
  5. «Le Père abbé d’En-Calcat a toujours pensé qu’il ne fallait pas s’acharner à maintenir en vie une personne d’un grand âge» (p. 52).

 

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Che cosa i monaci hanno da dirci sulla morte (Nicolas Diat, «Tempo per morire», pt. 1/2)

Dopo aver esplorato la dimensione del silenzio con il libro nato dalle conversazioni con il cardinal Sarah, La forza del silenzio1, lo scrittore francese Nicolas Diat ha deciso di avanzare su un terreno da molti evitato a priori: la morte; quella morte della cui rimozione, sia fisica – per quanto possibile –, sia concettuale, spesso il cosiddetto mondo moderno è accusato, al punto che, non soltanto una «liturgia della morte» non esisterebbe più, ma gli esseri umani non saprebbero più nemmeno «come si muore». «Di fronte a questa terra desolata», scrive Diat, introducendo il suo récit, «mi è venuta l’idea di imboccare la strada dei grandi monasteri per scoprire che cosa i monaci hanno da dirci sulla morte»2. Questi monasteri, tutti maschili va detto, sono otto e sono davvero «grandi», per storia, tradizioni, susseguirsi di generazioni, è sufficiente allinearne i nomi: Lagrasse, En-Calcat, Solesmes, Sept-Fons, Cîteaux, Fontgombault, Mondaye e la Grande-Chartreuse. Diat li ha visitati, prevalentemente nel corso del 2017, ha parlato con i monaci, prevalentemente con abati, priori e infermieri, e ne ha ricavato un libro che non esiterei a definire eccellente. O forse è meglio dire un libro che mi ha colpito molto, per due motivi principali, al di là – ça va sans dire – dell’interesse per l’«argomento»: la straordinaria autenticità con la quale sono restituite le voci dei monaci che hanno accettato di rispondere alle domande dell’autore e la forza espressiva con cui sono raccontati alcuni casi particolari.

E già qui, tra l’altro, mi pare si possa evidenziare una specificità monastica proprio nella conservazione della tradizione del «racconto della morte», una tradizione che risale i secoli fino ai «rotoli mortuari» medioevali e che sopravvive grazie a un’altra circostanza che i monaci difendono strenuamente, e che non si può non riguardare senza ammirazione: la morte in comunità, la morte accompagnata dalla comunità. Pur non senza contraddizioni e rigurgiti d’egoismo, lucidamente confessati, i confratelli sono realmente vicini al morente e ne sono i testimoni degli ultimi mesi, giorni, minuti di vita. A volte il morente si ribella, a volte si richiude in se stesso, a volte persino fugge, e a volte invece accoglie con umiltà ciò che deve accadere, ciò che lui crede che il Signore abbia disposto per lui: la comunità è sempre lì e il morente non è mai solo. L’abate di Solesmes, dom Philippe Dupont, spesso in viaggio per le necessità della congregazione, ha addirittura l’abitudine di chiedere ai suoi monaci di morire solo se lui è presente: «Fratello Pierre Buisson non voleva compiere cent’anni», ricorda dom Dupont. «Sapevo quindi che il suo tempo era giunto; da qualche settimana si era come rimpicciolito. Alla fine di maggio dovevo partire per la Spagna, così gli ho chiesto di attendere il mio ritorno per morire: mi ha obbedito. Rientrando all’abbazia, sono andato direttamente nella sua cella ed è cominciata subito la veglia: si è spento come una fiammella.» Dom Patrick Olive, abate di Sept-Fons, ricorda invece che fratello Paul aveva bisogno di una presenza discreta. Non era mai stato uomo di molte parole, ma con la malattia si era manifestato un nuovo bisogno di parlare, e l’abate era là per ascoltarlo. «Una sera, durante l’ultima veglia, il vecchio monaco si è rivolto all’abate e, col suo accento di contadino alsaziano, gli ha detto: “Voi siete mio padre, non ho mai avuto un altro padre che voi”.»

E ancora: «Avevamo ormai la certezza che stesse per lasciarci», dice dom Emmanuel-Marie, abate di Lagrasse, ricordando la morte di fratello Vincent. Il tempo delle crisi, dello sconforto e della sofferenza ininterrotta era finito, e con lui se n’era andata anche la paura: «L’ultimo respiro, l’ultimo sguardo, l’ultimo battito del suo cuore avevano un’aria di vittoria. Al suono della campana i confratelli hanno preso a radunarsi nella camera dove fratello Vincent stava per morire: a mano a mano che arrivavano, si inginocchiavano. Qualche minuto dopo il decesso, tutta la comunità era raccolta intorno a lui. Tutti guardavano il bel volto di colui che era appena morto, alcuni pregavano, alcuni piangevano».

(1-continua)

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  1. Robert Sarah con Nicolas Diat, La forza del silenzio. Contro la dittatura del rumore, prefazione di Benedetto XVI, traduzione di A. Cappelli, Cantagalli 2017.
  2. Nicolas Diat, Un temps pour mourir. Derniers jours de la vie des moines, Fayard 2018.

 

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Suor Chiara Domitilla fa il pane e suor Angela Maria l’aiuta

Il libro è molto interessante1, lo finirò senz’altro e probabilmente ne dirò qualcosa, ma ciò che mi ha conquistato, e distratto, all’istante è stata l’appendice, la prima delle due, che riporta alcuni estratti dagli atti delle visite del vescovo (o del suo vicario) compiute presso il monastero femminile di Santa Maria Maddalena di Novara tra il 1546 e il 1804. Tra le altre cose, tali atti riportano l’elenco delle monache (agostiniane) presenti al momento della visita, con le rispettive mansioni e i livelli, cioè i «redditi derivanti da proprietà che le famiglie vincolavano alla ragazza che entrava in convento» e che finivano nella cassa comune del monastero, oltre naturalmente alla «dote spirituale» che veniva versata all’atto della vestizione.

Eccole, dunque, le monache, che ci vengono incontro, guidate da Arcangela Caccia Mater abbatissa (1546) e da colei che le succede, Ippolita Leonarda, e che insegna anche musica (1594). E poi Giulia Clemente Parpagliona (1594), «prefetta alla cella vinaria»; Chelidonia Gerra (1594), che «cura i libri di musica e alleva i bachi da seta»; le due ascoltatrici, Emilia De Grandis e Barbara Flaminia Gerra (sempre 1594), cioè le monache preposte alla sorveglianza delle conversazioni in parlatorio; Chiara Domitilla Langa, che «fa il pane» e Angela Maria Nibbia, che «aiuta a fare il pane».

Da seguire le sorelle Avogadra(o), Hieronima Teodora (poi Ieronima Theodora, con «acca» trascorrente) e Flavia Leonora: nel 1594 la prima «si occupa della tessitura degli indumenti di lana e di lino», mentre la seconda è «sagrestana (concia le pelli)»; nel 1617 sono, rispettivamente, discreta e tesoriera, e nel 1625 entrambe depositarie. Nel frattempo, nel 1617, è arrivata anche Cassandra Francesca, che nel 1625 è infermiera e nel 1648 prefetta del granaio; nel 1625, peraltro, troviamo anche Tarsia Felice, discreta/portinaia, e così via.

Poi ci sono le converse, cioè le «serve», senza «livelli», ma che si pagano la permanenza in monastero sgobbando più o meno tutta la vita, come Paola Leonarda, che troviamo nel 1625, nel 1638, nel 1648 e nel 1658 (settantenne). Veniamo inoltre a sapere che, nel 1658 (1657), le monache versano, tra l’altro, 68 lire al barbiere «per far salassi e metter ventose», spendono 143 lire «per pianelle et scarpe» e 223 lire in formaggio; e 411 lire «per altre spese fatte giornalmente in cibatorio e altro» (le classiche «varie»).

I nomi, è inutile negarlo, sono uno degli elementi principali del fascino di questi elenchi: Vittoria Maria Genestrona (dispensiera) e Ottavia Francesca Boniperta («panni di lino», 1658); Gioconda Lucrezia Fisrenga (badessa) e Paola Giovanna Guittina (1701), Giuseppa Maria Genesi e Maria Teresa Paruchona (1765), per chiudere infine, nel 1804, con Egiziaca Marcellina Braga e Eurosia Luigia Orighetti.

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  1. Silvana Bartoli, La «Madalena» di Novara. Un convento e una città, Sellerio 1995.

 

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