Qualche mese fa «la famiglia monastica delle Benedettine dell’Adorazione perpetua di Milano ha vissuto il primo anniversario del trasferimento dal centro cittadino alla periferia». La vicenda, che poteva essere traumatica ed è stata, invece, diciamolo subito, feconda, è stata ricostruita in un lungo articolo1, arricchito da considerazioni spirituali, apparso in forma estesa sul numero di luglio-dicembre di quest’anno di «Ora et Labora», il periodico delle monache benedettine giunto all’ottantunesimo anno di vita. L’autrice, s. Maria Geltrude del Divin Cuore, è stata priora della comunità dal 1990 al 2016, quando cioè il monastero si trovava in via Bellotti, a Milano, e ora della nuova priora, m. Maristella Maria dell’Annunciazione, è la vicaria.
Poteva essere traumatico, il trasferimento, per via dell’abbandono della sede originaria della comunità (scrive non senza commozione s. Maria Geltrude: «Dal 1895 la comunità viveva a Porta Venezia, in via Bellotti, in una grande struttura architettonica, in stile neogotico, progettata e costruita per accogliere più di ottanta monache. Il chiostro ampio e maestoso, collocato al centro dell’edificio, conferiva unità organica e significato simbolico all’articolazione dei vari ambienti che vi si affacciavano: il coro monastico anzitutto, nel braccio lungo di una croce latina che ospitava due navate della chiesa aperta sulla pubblica via. Le meravigliose vetrate che filtravano la luce dorata del sole erano un vero itinerario di contemplazione della vita benedettina e del carisma eucaristico») e per le relative motivazioni («La precarietà dell’edificio vetusto, ormai in uno stato di progressivo e inesorabile degrado [e sottoposto ai vincoli della Soprintendenza ai Beni culturali], la sproporzione tra l’ampiezza del fabbricato e il piccolo numero delle monache, la vertiginosa altezza degli ambienti che era impossibile riscaldare in modo efficace, tutto impediva di trovare soluzioni che permettessero di rimanere»): impossibile ristrutturare, impossibile alienare una parte del complesso, impensabile, poi, costruire un nuovo monastero. Dopo «una sorta di inesausto pellegrinaggio alla ricerca di un luogo adatto», la nuova sede è stata individuata, e successivamente votata all’unanimità dal capitolo delle monache, in «una struttura ex scolastica sita a Vialba, confinante con Quarto Oggiaro, una delle periferie più povere di Milano, tristemente famosa per la malavita che vi imperversava negli anni ’80».
Tutto sembra andato per il meglio, come scrive s. Maria Geltrude passando in rassegna le caratteristiche della nuova sede, e concedendosi un «paradossalmente» quando rileva ad esempio l’assenza di un chiostro o di una foresteria. La comunità è stata accolta dal quartiere, dal suo clero e dai suoi abitanti, con i quali ha subito avviato un intenso rapporto, sono riprese le notevoli attività culturali già ospitate nella vecchia sede («con una risposta che ha superato tutte le nostre migliori aspettative») e gli oblati non si sono fatti spaventare dalla distanza.
Il trasloco di una comunità benedettina interpella, per così dire, soprattutto il voto di stabilità ed è da questo infatti che parte la riflessione dell’autrice, non nuova a studi e approfondimenti della Regola di san Benedetto, il cui richiamo alla stabilitas, «dalla esperienza concreta [lo] impariamo», è da intendersi soprattutto in congregatione, cioè nella comunità, e non in un luogo preciso. Allargando l’orizzonte, la stabilità è fedeltà amorosa, a Dio e alle sue «promesse», alla sequela del Cristo, e quindi alle sorelle della comunità con le quali si condividono le situazioni, belle o brutte che siano, e quindi al mondo al di fuori delle mura del monastero. Non c’è nulla di statico nella stabilità, secondo la lettura di s. Maria Geltrude, al contrario, poiché essa «implica un dinamismo incessante di conversione. Il vero contrario della stabilità non è la mobilità, ma l’alienazione, il vivere fuori della dimensione dell’interiorità».
Il trasferimento, per la comunità delle benedettine dell’Adorazione Perpetua del SS. Sacramento, è stato appunto un’occasione per sperimentare questo per certi aspetti sorprendente dinamismo (alla faccia, per essere un po’ prosaici, della comune nozione che pone il trasloco al terzo posto nella classifica dei motivi di stress) e per approfondire ulteriormente il rapporto che può instaurarsi tra la Regola e le sfide, soprattutto antropologiche, del nostro tempo; tanto che, conclude l’autrice, «viene spontaneo chiedersi: come oggi il monastero può svolgere il compito di mediazione culturale che è proprio una caratteristica intrinseca alla sua natura e alla sua storia? Ne è scaturito un libro che non per caso è stato pubblicato dopo questo trasferimento».
E che non per caso ho recuperato e letto.
(1-segue)
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- Maria Geltrude del Divin Cuore, I chiostri del monastero e la stabilità nella comunità (RB 4, 78). Il trapianto di un monastero dal centro di Milano alla periferia, in «Ora et Labora» LXXXI, 2 (luglio-dicembre 2026), pp. 37-45.

La via di Benedetto di Monica Della Volpe1 è un testo nato da una viva esperienza di lectio all’interno della comunità del monastero trappista di Valserena («Non sono considerazioni astratte: tale è stata la nostra esperienza, riflettendo sulla quale abbiamo raccolto queste considerazioni, e abbiamo meglio capito l’esperienza stessa»), cioè, si potrebbe dire, di «interrogazione» della Regola, letta in parallelo con la Vita di Benedetto di Gregorio Magno, con l’intenzione di evidenziare la diretta dipendenza di quello che, in fondo, è un «testo giuridico» dalla biografia di chi l’ha scritto: «È evidente che san Gregorio ha compreso il valore della via benedettina per l’uomo del suo tempo, e lo ha spiegato, secondo uno stile di racconto sapienziale allora chiarissimo per il cristiano comune, oggi più difficile da interpretare».
«Ogni relazione con Dio si basa su un diligente ascolto», afferma il benedettino Guy-Marie Oury (1929-2000, professo a Solesmes) nella prima pagina del suo libro sulla lectio divina1, ed è anzitutto nella Sacra Scrittura «che si può incontrare meglio Dio e ciò che egli ha detto di se stesso».

Sono contento quando iniziative editoriali mi consentono di leggere opere, oggi etichettabili come «oscure», ma che in altri tempi non lo erano affatto, essendo state anzi assai diffuse e molto lette, tanto da conquistare un’altra etichetta, quella ad esempio di «classico della spiritualità medievale». È il caso delle Pie meditazioni sulla conoscenza della condizione umana1, operetta («tractatulus») di ambiente monastico, benedettino, databile tra il 1160 e il 1190. Spesso attribuite in passato a Bernardo di Chiaravalle, le Meditazioni vantano una ricca tradizione manoscritta di circa 250 esemplari (che le presentano da sole o in compagnia di altre opere), cui sono seguite numerose edizioni a stampa, nonché traduzioni in francese, tedesco, italiano, portoghese, fiammingo, ungherese, danese, svedese e islandese. «Oggi, forse, il testo», osserva la curatrice Milvia Fioroni (si noti quel «forse»), «non è più al centro delle pubblicazioni, ma questo tipo di letteratura si trasferisce dal campo della spiritualità a quello della ricerca storica.» Be’, forse, non è esattamente così, o meglio, è senz’altro così, ma non solo.
A un primo livello la lettura dello splendido volume dedicato a Margherita Marchi1, la «madre fondatrice» della comunità di benedettine che nel maggio del 1941 prese infine dimora stabile nell’abbazia di Viboldone, nei pressi di San Giuliano Milanese, è un’immersione nella proverbiale «miniera di informazioni»: sulla vita e sulla formazione di m. Marchi, sull’imponente fondo epistolare della medesima, sulle vicissitudini della comunità, dei suoi rapporti con la Chiesa e della sua posizione nel contesto generale, sulle figure di ecclesiastici che la avvicinarono, la accompagnarono, la sostennero, sulla composizione della comunità originaria. Va da sé che ne ricorderò assai poche, di tali informazioni, ma la traccia, per così dire, è lasciata, con forza, stile e qualità, e si potrà sempre tornare al volume, che per fortuna esiste, per verifiche e ripassi molto più agevolmente che tramite ricerche d’archivio.
