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Il mosaico

Mi hanno ricordato, correttamente, il pericolo di sicuro fraintendimento che corro con queste note quando applico categorie inadatte a un fenomeno che può essere compreso soltanto all’interno di un preciso contesto. In altre parole: che senso ha avvicinarsi al monachesimo con «occhi laici»? Dico «ricordato» perché si tratta, ovviamente, di un dubbio che ho sempre avuto, ma che è giusto rinverdire. In altre parole ancora: sì, leggi leggi, ma rimani necessariamente fuori, non capisci la lingua e interpreti male e vedi cose che non ci sono, fantasmi.

Ho reagito – anche se penso che sia un ostacolo inaggirabile – come faccio sempre, aprendo un altro libro: Il Povero e la bambina. Storia di una monaca di clausura, e proprio nella Prefazione del Preposito generale dei Carmelitani scalzi, Saverio Cannistrà, ho trovato queste parole: «Dalla lettura di queste pagine si vede bene come le domande che la gente comunemente pone alle monache di clausura non possano trovare risposta se non accettando di lasciarsi coinvolgere almeno un poco nella relazione che è al centro della loro vita, quella con Gesù Cristo. Senza questa empatia, tutto è suscettibile di essere interpretato con altre categorie, e così in qualche modo frainteso. Teresa [d’Avila] direbbe che diventa impossibile comunicare, come se si parlasse arabo». Ecco appunto.

Sono andato avanti ugualmente e ho letto la storia di «una carmelitana» con grande… Stavo per dire, come tante altre volte, «interesse». Ma qual è la sostanza di questo «interesse»? Ho letto la vicenda della vocazione, dei dubbi e infine del discernimento conquistato a fatica grazie alle parole dei grandi autori carmelitani e soprattutto di Teresa d’Avila («La grande Teresa aveva fatto luce, mi aveva indicato la strada, e mi fidai. Una donna sente al volo quando un’altra donna dice il vero»). Ho letto dell’ingresso al Carmelo («Il Carmelo non è fatto per anime che vogliano fuggire dal mondo, ma che intendono vivere sprofondate nel cuore del mondo!»), del percorso anch’esso faticoso all’interno della comunità, degli aspetti della vita quotidiana mescolati con quelli spirituali – il «paradosso» che tiene uniti cielo e terra. Ho letto molte indicazioni per così dire preziose: «Insopportabile non è la sofferenza ma la solitudine. È ciò che mi sento di dire, dopo anni di vita carmelitana…», «Teresa ha pensato i suoi monasteri come scuole di relazione», molte altre. E infine la citazione di don Milani: «Ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto sul suo conto», parole che l’autrice così commenta: «Con onestà, credo che la carmelitana potrebbe paradossalmente ripeterle davanti a ogni sorella e, in lei, a ogni uomo».

D’accordo, questo è importante per provare a capire, ma, ripeto, perché mi interessa? Oggi, molto approssimativamente, potrei dire che, sebbene non creda (uso questo termine per semplificare) all’esistenza di una vicenda eterna, bensì alla realtà di una vicenda fisica, biologica, storica, economica e sociale complessa al punto da apparire trascendente, trovo comunque utile ascoltare chi è giunto a conclusioni differenti. Una formulazione molto insoddisfacente, forse è meglio dire che non lo so.

A conclusione delle sue riflessioni sulla clausura la «carmelitana» riassume così: «Dialogo, condivisione, lectio della Parola, fedeltà alla Regola diventano momenti privilegiati che permettono a ognuna di essere quel pezzetto di mosaico che in modo unico e irripetibile è chiamata a realizzare nel proprio monastero» (p. 89). Il corsivo su «unico e irripetibile» l’ho messo io perché quello, forse, dentro e fuori il monastero, è uno dei punti di maggior distanza. Distanza forse incolmabile, perché io credo che, a malincuore, si debba perlomeno aggiungere sostituibile.

«Una carmelitana», Il Povero e la bambina. Storia di una monaca di clausura, Edizioni OCD 2011.

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Rasoi e dissonanze (I demoni di Cesario, pt. 2)

(la prima parte è qui)

Sì, il testo di Cesario di Heisterbach sul commercio tra gli uomini e i demoni mi è proprio «piaciuto»: l’ho sottolineato parecchio e non posso trattenermi da tre ultime note (tutto è lecito per ricordare ciò che si è letto).

1. Non tutti i demoni sono ugualmente malvagi, poiché se alcuni si associarono a Lucifero nel ribellarsi a Dio, altri «si limitarono ad acconsentire». Questi ultimi sono consapevoli di ciò che hanno perduto e sono persino capaci di pentimento. Ecco come si esprime uno di loro: «Se vi fosse una colonna di ferro arroventato, munita di lame e rasoi affilatissimi [columna ferrea et ignita, rasoriis et laminis acuminatissimis armata], che dalla terra si levasse fino al cielo, fino al giorno del giudizio, e se avessi anche un corpo in cui potessi soffrire, sarei disposto a trascinarmi lungo di essa, ora salendo, ora scendendo, pur di tornare alla gloria in cui ero».

2. Secondo Cesario è più corretto parlare di individui ossessi, cioè «assediati», e spiriti ossidenti, cioè «assedianti», poiché il demone, per essenza, non può entrare nell’anima, che si limita appunto ad «assediare». Soltanto lo spirito santo vi può penetrare, «al contrario, lo spirito maligno, essendo fuori… rispetto la sostanza, introduce la sua malizia come se fosse una freccia, ispirando cose malvagie e disponendo la mente ai vizi». Il corpo, quello sì, può essere posseduto: «Quando si dice che il diavolo è nell’uomo non si deve intendere in relazione all’anima ma al corpo, perché nelle sue cavità e nei visceri che contengono gli escrementi [in visceribus ubi stercora continentur] ci può stare anche lui».

3. Le levatacce per l’ufficio notturno hanno sempre colpito l’immaginazione di chi si interessa alla vita monastica: quanta forza di volontà, e il freddo, e il sonno. E infatti è lì, nel coro popolato da ombre lente, che qualche volta saranno più stanche e meno concentrate, che i demoni colpiscono, in particolare i demoni della dissonanza o, chissà, quelli della dodecafonia… L’abate Ermanno ne ha parecchie da raccontare a riguardo. Come in quell’occasione in cui i demoni nella parte destra del coro «si fecero così numerosi che… i monaci commisero subito un errore nel salmo. Quando il coro di fronte cerco di correggerli, i demoni volarono dall’altra parte e, mescolandosi, tra i monaci, crearono tanto scompiglio che questi non sapevano più cosa stessero cantando. Una parte del coro gridava in contrasto con l’altra». Ermanno, a quel tempo priore, insieme all’abate Eustachio, intervenne ma, «pur mettendovi tutto l’impegno possibile», non riuscì «a ricondurli sulla traccia melodica della salmodia, né a ricomporre la dissonanza delle voci. Alla fine, condotto a termine in qualche modo, a fatica e in modo disordinato, quel salmo breve e assai usuale, il diavolo, origine di ogni confusione, se ne andò». Per non parlare di quando un giovane monaco, «mal sopportando di intonare il salmo in maniera sommessa, alzò la melodia di quasi cinque toni» e di nuovo scoppiò un putiferio tra le due ali del coro: alcuni fratelli gli si accodarono, altri, «per lo scandalo e la dissonanza», smisero di cantare. «Dal che si desume – commenta Cesario – come a Dio sia più gradito un canto intonato in modo sommesso e con animo devoto piuttosto che voci innalzate magari fino al cielo, ma con presunzione». Esattamente quello che seicentocinquant’anni dopo dom Prosper Guéranger ricorda ai novizi dell’abbazia di Solesmes, grande centro francese della rinascita della liturgia e del gregoriano: «Essi canteranno con attenzione, docilità e umiltà, evitando la mollezza, la vanità e la caparbietà nelle loro idee, e ricordandosi che a Dio non piacerà un canto sciatto o inquinato da pretese umane».

(2-fine)

(Cesario di Heisterbach, Sui demòni, Edizioni dell’Orso 1999.)

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Cavoli (I demoni di Cesario, pt. 1)

Il trattatello sui demoni del cisterciense Cesario di Heisterbach, quinta parte del suo Dialogo sui miracoli (1223), è considerato «la prima raccolta di racconti edificanti di cui abbiamo notizia», all’inizio di quella tradizione di exempla che sarà ricchissima e che sarà studiata a fondo anche dagli storici del costume e della mentalità medievali – la scuola delle Annales, Le Goff, J.-C. Schmitt e il grande Aron Gurevič, che scrive: «La demonologia di Cesario è straordinariamente ricca e varia; sotto questo aspetto egli non solo regge la “concorrenza” dei suoi predecessori antichi, Gregorio I ad esempio, ma forse è addirittura superiore a loro per l’intima conoscenza che ha del diavolo e di tutti i suoi imbrogli e intrighi. La sua opera è la più preziosa testimonianza delle credenze popolari di quel tempo».

I 56 capitoli che compongono la parte dedicata ai demoni, infatti, sono sì popolati da monaci, novizi, preti e vescovi, ma anche da cavalieri, contadini, fabbri, studenti, campanari, osti e ostesse, che si muovono tra chiostri e foreste, taverne e strade solitarie e sono «colti ognuno nella prosastica banalità del proprio agire quotidiano, ritratti nella flagranza delle loro consuetudini» (S.M. Barillari).

Consuetudini, nelle crepe delle quali il «diavolo» s’infila, volta a volta nelle forme, a me, oggi, familiarissime e per nulla trascendenti del «demone della stanchezza», della distrazione, della frustrazione, della curiosità morbosa (anche di quella sana), dell’impazienza, della noia e di tutto ciò che forse, nel bene e nel male, si può riassumere in un’unica rubrica: quella del «demone della coscienza». Gli esempi interessanti, e divertenti, sono tanti che mi verrebbe voglia di trascrivere tutto il libretto.

C’è il cavaliere Enrico che si spazientisce e, chiesto al diavolo come faccia a sapere tante cose, si sente rispondere che «al mondo non accade nulla di malvagio di cui io sia all’oscuro. E perché tu sappia che ciò risponde al vero, ecco: in tale città e in tale casa tu hai perduto la tua verginità». C’è il prete Adolfo di Bonn che, mentre sta giocando a dadi con suo cognato, viene richiesto di recarsi al capezzale di un’anziana morente e risponde: «Verrò quando avrò finito la partita», dopodiché va tutto storto. C’è l’ossessa di Aquisgrana che, dopo l’esorcismo, confessa «di averlo sentito entrare [il diavolo] dall’orecchio nel momento in cui suo marito, in preda all’ira, le aveva detto: “Vai al diavolo!”». C’è il converso del monastero di Campo «che aveva imparato dai monaci, con i quali chiacchierava, il latino quel tanto che bastava da essere in grado di leggere un testo scritto. Lusingato e tratto in inganno da una simile opportunità [per carità, stattene al tuo posto], di nascosto si fece redigere dei libriccini adatti per impratichirsi nella lettura, e cominciò a compiacersi del vizio di proprietà». C’è lo scalco dell’abate di Prumm che fa una passeggiata lungo un ruscello, la sera di san Giovanni, e, vedendo «una figura in una veste di lino e pensando che stesse facendo degli incantesimi, come è usanza di molti in quella notte», prova a catturarla. C’è la donna di Aarau che «avendo un marito ubriacone, la notte non andava mai a dormire prima che lui tornasse dalla taverna… e stava seduta davanti alla porta di casa…». Ci sono Sistappo e Godefrido,«uomini ricchi e onesti, e molto amici fra loro», che stanno andando a Santiago e un giorno, «mentre cavalcavano da soli, essendo gli altri compagni più avanti», cadono vittima del demone della discordia. C’è suor Eufemia, cui il diavolo, mentre è ancora novizia, sussurra all’orecchio: «Eufemia, non prendere i voti, prenditi invece un uomo giovane e bello e goditi con lui i piaceri del mondo [accipe virum iuvenem pulchrumque, ut cum illo deliciis mundi fruaris]. Senz’altro  non ti mancheranno vesti preziose e cibi prelibati. Se invece entrerai nell’Ordine sarai sempre povera e cenciosa, soffrirai la fame, la sete e il freddo, e non avrai da questa vita nient’altro di buono».

E ci sono i monaci di Himmerode, nell’orto, intenti a piantare i cavoli; e tra loro c’è Tommaso «cui cominciò a passare per la testa tale considerazione: “Se adesso tu fossi a casa di tuo padre, neppure la tua serva si degnerebbe di fare un lavoro così vile”.» Colpa del diavolo, ovviamente.

(1-continua)

(Cesario di Heisterbach, Sui demòni, Edizioni dell’Orso 1999. Cfr. anche Aron Gurevič, Contadini e santi, Einaudi 1986.)

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Giacca, soprabito e bustine di astrakan (Reperti, 5)

«In Armenia ci sono molte chiese, cappelle e monasteri antichi», annota Vasilij Grossman nel corso del suo viaggio dell’autunno del 1961. «E io che non sono credente guardo quelle chiese e penso “Forse Dio esiste… La sua casa non può essere rimasta vuota per mille e cinquecento anni.» In questo straordinario testo di «edificazione laica» (Il bene sia con voi!), così attento ai più piccoli particolari della vita degli individui, Grossman si sofferma tre volte su «temi religiosi».

Anzitutto raccontando la visita al katholikòs Vazgen I, il primate armeno di Ečmiadzin: un incontro che lo lascia freddo e deluso, se non fosse per la presenza, a fianco del katholikòs, di un enigmatico monaco vestito di nero e bello di una bellezza «malvagia».

La seconda osservazione è dedicata alle chiese armene e alla loro semplice «perfezione» che non può che ospitare «il Dio di tutti gli esseri viventi»: «Lo capisci subito non appena nell’aria trasparente ne scorgi una lontana, arroccata su un monte, semplice come un pensiero di Newton, giovane come se fosse nata ieri… Sembra che l’abbia tirata su un bambino con cubi di basalto, tanto è semplice e naturale». Una semplicità che, secondo Grossman, attinge al fondo pagano in cui l’Armenia è ancora immersa.

Infine la nota forse più interessante, suscitata da un lungo percorso di montagna: tornanti, pinete, strapiombi, cime innevate, la purezza – un insieme che evoca la solitudine dell’eremita. «Ma vivere da eremiti è segno di coraggio?» si chiede Grossman. E la sua risposta è: no.

Di eremiti ce ne sono tanti, anche se non si vedono, «non vivono nelle celle dei monasteri… vivono sparsi nelle città del mondo moderno, negli appartamenti in coabitazione, per le strade di Mosca e di Kiev, faticano nelle fabbriche, lavorano nei ministeri, fanno gli imbianchini. Portano giacca, soprabito e bustine di astrakan». Fanno di tutto nelle loro celle, e ciò che li accomuna non è una forma di alienazione o di fanatismo per la loro fede, bensì «la convinzione che nella vita l’essenziale non siano le ore e le opere della vita quotidiana… [ma] la necessità di servire il proprio Dio in gran segreto, senza condividere con il mondo la rivelazione». Gli «eremiti del ventesimo secolo» hanno capito la grandezza e la miseria di chi andava realmente nel deserto e hanno ben chiara la differenza tra la sorte di chi coltiva la propria «segreta verità», quale essa sia, e di chi invece si rivolge agli altri per annunciarla. L’hanno ben chiara e si guardano bene dal varcare l’abisso.

«Ci sono molti eremiti, a questo mondo», conclude Grossman, «ma rari, rarissimi sono i profeti e i predicatori».

Mi sono sentito, per così dire, pur a distanza di cinquant’anni, colto in flagranza di reato.

Vasilij Grossman, Il bene sia con voi!, traduzione di C. Zonghetti, Adelphi 2011.

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Quanto potrò, non appena potrò

Dopo aver scritto quelle mirabili parole di conforto, Pietro il Venerabile passò ai fatti e, consapevole di quale consolazione avrebbe prodotto un gesto del genere, in una data che non è possibile precisare portò il corpo di Abelardo a Eloisa, affinché fosse sepolto nella cripta del Paracleto (potrebbe essere il 1144, due anni dopo la morte del filosofo, o il 1146-49, o addirittura il 1152-54).

Eloisa glien’è profondamente grata e, un anno dopo la traslazione, gli scrive per ringraziarlo ancora. Ma non solo. La lettera della badessa è conservata nell’epistolario dell’abate di Cluny, e nella sua brevità restituisce un’immagine precisa del suo carattere, lucido anche nel dolore. Eloisa ci tiene a ripetere quello che Pietro ha fatto, che evidentemente non è poco: «Ci avete portato il corpo del maestro» (da notare come non faccia mai il nome del suo amato); Pietro, inoltre, ha concesso un beneficio di trenta messe da dire a Cluny per Abelardo e per lei stessa alla sua morte – promessa da confermare anche per iscritto.

Bene, dice Eloisa senza tanti giri di parole (quelli così cari al Venerabile), mandamelo questo «rescritto siglato» e, già che ci siamo, mandami «anche un altro documento siglato, quello che contiene in modo esplicito [apertis litteris] l’assoluzione del maestro, perché lo si possa appendere sulla sua tomba». Ah, un’ultima cosa, «ricordatevi anche…  di Astrolabio [il figlio suo e di Abelardo, nato intorno al 1118], e fate in modo di fargli avere una prebenda dal vescovo di Parigi o di qualsiasi altra diocesi». Grazie, e arrivederci.

Pietro risponde a stretto giro di posta, compatibilmente, e per una volta non si dilunga. Giusto un paio di citazioni e allega alla lettera i due documenti richiesti («Vi mando anche, come mi avete chiesto, pure su carta scritta e con il sigillo, l’assoluzione di maestro Pietro»). E Astrolabio? Qui il Venerabile, esperto mediatore oltre che uomo caritatevole, non dimentica la cautela: ci proverà, certo, «la cosa però è difficile, perché, come ho spesso sperimentato, i vescovi si mostrano di solito molto restii a dare prebende nelle loro chiese…»

«Comunque», conclude l’abate, «per amor vostro farò quanto potrò, non appena potrò.»

Pietro il Venerabile, Lettere 167 e 168, in Un monaco nel cuore del mondo. Lettere scelte, a cura di D. Pezzini, Paoline 2010.

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Pietro, Eloisa e l’altro Pietro

Sempre pressato dalle «esigenze fastidiose del suo ufficio», Pietro il Venerabile trova finalmente un «giorno di calma» e scrive a Eloisa, «venerabile e in Cristo amatissima abbadessa e sorella». Si ritiene che questo giorno sia agli inizi del 1144: Eloisa ha circa quarantaquattro anni, è badessa del Paracleto da quindici e il suo adorato sposo Pietro Abelardo è morto da quasi due. Su richiesta di Eloisa, l’abate di Cluny le racconta l’ultimo periodo della vita del «maestro Pietro», per il quale il Venerabile molto si è adoperato: ha tentato una mediazione con i suoi avversari, soprattutto con Bernardo di Chiaravalle, dopo la condanna per eresia, ha interceduto presso il papa Innocenzo II, ha infine accolto Abelardo nella sua abbazia e nel suo Ordine, perché morisse in pace.

La lettera è lunga ed è occupata, nella prima parte, da un elogio di Eloisa, «donna interamente e veramente filosofica» che con i suoi studi ha «superato tutte le donne e quasi tutti gli uomini». Pietro ne dice tutto il bene possibile, la vorrebbe con sé («Volesse il cielo che tu abitassi nella nostra Cluny») e dissimula con tatto tra le lodi la considerazione del fatto che Eloisa sia, comunque, una donna, moltiplicando citazioni e riferimenti («Non è, però, per niente insolito tra i mortali che delle donne governino altre donne, né del tutto inusuale che pure combattano, e inoltre accompagnino in guerra gli stessi uomini»).

Peccato che tu non possa venire da noi, dice il Venerabile, mi consolerò pensando «che ci è stata tuttavia concessa la presenza del tuo servo e vero filosofo di Cristo, da nominare spesso e sempre con onore, il maestro Pietro». Si passa così alla seconda parte della lettera, più breve, in cui sono descritti gli ultimi, nobilissimi giorni del filosofo, più umile degli umili, incurante della propria fama, dedito alla lettura, alla predicazione, all’orazione, «immerso in un profondo silenzio», paziente con i mali dell’età («più del solito era gravato dalla scabbia e da certi fastidi del corpo»), gentile, devoto – un santo, che ora siede alla destra del Signore, «come è giusto credere».

La lettera potrebbe concludersi così, ma Pietro il Venerabile sa cosa si aspetta Eloisa; conosce, ovviamente, tutta la storia e sa che non può negarle la parola più dolce. Anzi, penso che non voglia proprio negargliela, perché sa esattamente a chi si sta rivolgendo e a suo modo ha capito benissimo cos’è l’amore, e quasi scommetterei che abbia scritto tutto quanto precede per arrivare a quell’ultimo paragrafo e spiccare un balzo che anche oggi lascia senza fiato:

«Venerabile e carissima sorella nel Signore, questo uomo dunque, al quale dopo il rapporto carnale hai aderito con il vincolo tanto più valido quanto più eccelso della divina carità, con il quale e sotto il quale hai servito a lungo il Signore, costui, dico, il Signore stesso, al tuo posto o come un’altra te stessa lo riscalda ora nel suo grembo, e alla venuta del Signore… si riserva di restituirtelo per sua grazia

Hunc, inquam, loco tui vel ut te alteram in gremio suo confovet, et in adventu Domini… tibi per ipsius gratiam restituendum reservat. E così Etienne Gilson commenta le ardite parole del Venerabile: «Se c’era un Dio che quella badessa ostinata, ribelle e come murata nel suo dolore, non poteva rifiutare di amare, era quello che le custodiva il suo Abelardo, per lei e al suo posto – ut te alteram – al fine di renderglielo un giorno e per sempre».

Pietro il Venerabile, Lettera 115, in Un monaco nel cuore del mondo. Lettere scelte, a cura di D. Pezzini, Paoline 2010.

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Enzo Bianchi, Una lotta per la vita (pt. 3)

(la prima parte è qui, la seconda qui)

La seconda parte del volume è dedicata all’analisi delle otto «tentazioni», gli otto grandi nemici del combattimento spirituale («quei sentimenti e impulsi che affiorano nel cuore e nell’immaginario dell’uomo e lo seducono, cercando di farlo cadere in peccato»), secondo lo schema di Evagrio, che poi verrà trasformato in quello dei sette peccati capitali. La chiave di Enzo Bianchi, che intreccia con agilità e bravura riferimenti classici e moderni, è la lettura di questi otto «spiriti maligni» come «rapporti deformati che l’uomo intrattiene con le dimensioni essenziali della sua vita umana e spirituale».  Dunque l’ingordigia deforma il rapporto col cibo, la lussuria con il corpo e la sessualità, l’avarizia con le cose (e soprattutto il denaro) la collera con gli altri, la tristezza col tempo, l’accidia con lo spazio, la vanagloria con il fare e l’orgoglio con Dio stesso.

La deformazione comincia col cibo, laddove il mangiare rischia di ridursi ad «animalità irriflessa, non ragionata», sia nella ricerca della quantità o dell’eccessiva qualità, sia nello stravolgimento dello strumento in fine, sia soprattutto nella dimenticanza che il cibo è dono del Signore e che quindi, come alimento di vita, dev’essere fonte di riconoscenza e amore (per questo quando si può si mangia insieme). Consumo consapevole, disciplina, eventualmente «digiuno moderato e intelligente», rendimento di grazie e comunione sono gli antidoti di questa tentazione. Si prosegue con la  deformazione del rapporto con il sesso…

Mi accorgo che mi sto perdendo in una trattazione che, pur non accettando il quadro di riferimento in cui è inscritta, non posso certo sezionare alla ricerca di eventuali «punti deboli», e trovo più onesto riconoscere come la mancanza di forma, più che la «deformità», sia l’esito non tanto del combattimento spirituale quanto della semplice esistenza dell’individuo senza fede. Di me, quindi, che ho avuto e ho tutte le fortune, compresa quella di poter arzigogolare su tali questioni (con il classico contorno del senso di colpa).

Mi aggiro dubbioso tra una «faticosa purificazione degli istinti» e un rifiuto della «soppressione della distanza e alterità di chi ci sta di fronte», tra un «enorme super-io [mascherato] sotto le spoglie della generosità» e l’«arte di rimanere saldi, di pazientare e di non venir meno nell’ora cattiva», tra una «rimozione della morte per l’insostenibile pesantezza della sua realtà», l’accettazione delle «umiliazioni che ci vengono da Dio, dai noi stessi e dagli altri» e gli «attacchi del nulla» (i miei preferiti…) – mi aggiro e poi mi allontano, perché a ogni riga vorrei aggiungere una precisazione e pertanto mi riconosco colpevole soprattutto del «perfezionatore di tutti i mali»: l’orgoglio («se all’inizio l’orgoglio può essere un atto, una scelta libera e puntuale, con il tempo può diventare uno stile di vita e di comportamento, che rende l’uomo veramente luciferino, satanico»).

Mi allontano con un’ultima, orgogliosa ipotesi: quella di aver visto e vedere non soltanto deformità, e non soltanto mancanza di forma, bensì anche multiformità.

(3-fine)

Enzo Bianchi, Una lotta per la vita. Conoscere e combattere i peccati capitali, San Paolo 2011.

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Enzo Bianchi, Una lotta per la vita (pt. 2)

(la prima parte è qui)

Campo di battaglia della lotta spirituale è il cuore («il luogo in cui si scontrano le astuzie di Satana e l’azione della grazia di Dio»), è lì dove si consuma il male, il peccato, prima ancora che nella sua manifestazione concreta. Prima di consumarsi, l’«avversario» percorre la strada della tentazione, che «si snoda in quattro tappe: suggestione, dialogo, acconsentimento, passione». La suggestione, «cioè la possibilità di un’azione malvagia», affiora a partire da uno stimolo e si serve della nostra immaginazione per mettere radici. Da lì il percorso, secondo il priore di Bose, può essere assimilato a quello dell’attrazione sessuale. Non si può sfuggire alla tentazione, anzi essa è «costitutiva dell’essere umano» («tutti noi siamo tentati e nessuna tentazione ci è estranea!») e, per così dire, funzionale alla possibilità di salvezza: «Nessuno, se non è tentato, può entrare nel regno dei cieli. Togli le tentazioni e nessuno sarà salvato» (Enzo Bianchi cita qui il padre del deserto Antonio).

La tentazione si può tuttavia contrastare con una specie di «igiene dei sensi, degli occhi in particolare, delle immagini che immagazziniamo e coltiviamo»: tale è la base della lotta spirituale, che si può riassumere in un concetto, vigilanza. Vigilare e «stroncare sul nascere» i «pensieri», che si insinuano subdoli, rischiano di trasformarsi in dialogo interiore, di diventare un’abitudine cui si acconsente volentieri, di rompere l’argine e dilagare come passione.

Da una parte abbiamo dunque l’homo dormiens, «che vive sotto il segno del torpore e della paura», che cede all’ignoranza, all’oblio e all’indolenza, che evita di conoscersi e quindi cede alle tentazioni e si dissipa nelle cose e nelle parole vane; dall’altra l’homo vigilans, «colui che è presente a se stesso, agli altri e a Dio». A Dio? Mi permetto di espungere l’ultima istanza alla quale dovrei essere presente: non è forse sufficiente porsi a giudizio di sé e degli altri? E non soltanto degli «altri» in senso astratto, bensì di quelli che sono nella realtà i miei «altri». L’individuo che vigila «è attento agli eventi e agli incontri, fa scendere in profondità le sue radici [questo non capisco esattamente cosa voglia dire] e non cerca fuori di sé le motivazioni del suo agire; è capace di discernimento, di assunzione di responsabilità, di amore maturo e intelligente… è una persona paziente, in grado di affrontare la grande sfida della durata»: non è forse un programma che si può sottoscrivere anche restando a terra?

Con due importanti precisazioni. Anzitutto la certezza del fallimento: anch’io so benissimo che mi distrarrò, che cederò alla pigrizia, che mi dissiperò, che farò finta di non aver visto e sentito – lo faccio ora e non posso escludere che domani faccia anche di peggio. Né posso escludere, tuttavia, che domani riesca a fare di meglio, almeno in parte: spero di saperlo giudicare io, o, appunto, lo giudicheranno gli altri – non Dio. In secondo luogo non mi è chiaro il senso della «grande sfida della durata». Se s’intende che il programma è valido nonostante la nostra «scadenza», allora sono d’accordo; se invece la «durata» è la promessa della vita eterna, allora scatta un altro no. Qui, a terra, si consuma tutto – il tentativo, la speranza, la debolezza, l’impegno, la nullità, la vergogna, il rimorso, la pena, tutto –, prima che la coscienza si spenga, come la luce.

(2-continua)

Enzo Bianchi, Una lotta per la vita. Conoscere e combattere i peccati capitali, San Paolo 2011.

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Enzo Bianchi, Una lotta per la vita (pt. 1)

Ho l’impressione che l’intensa attività editoriale di Enzo Bianchi, il saggio priore della Comunità di Bose, sia guidata, più o meno consapevolmente, da una strategia precisa. Per questo motivo, leggo più volentieri le opere che pubblica con le case editrici «religiose», che i testi un po’ consolatorî che escono presso gli editori «laici» e «generalisti». Quando «gioca in casa», mi pare che il priore sia più diretto ed esplicito, e perciò più interessante, come nel recente Una lotta per la vita. Conoscere e combattere i peccati capitali, apparso all’inizio del 2011 dalle Paoline (temo che per me resteranno sempre tali, anche se ora si chiamano Edizioni San Paolo) e che si richiama a una millenaria tradizione patristica.

Il tema non potrebbe essere posto con maggiore chiarezza: la lotta interiore contro il male, ed è lo stesso autore a sottolineare come tale lotta sia un «elemento fondamentale in vista dell’edificazione di una personalità umana, prima ancora che cristiana, salda e matura». Il male, le tentazioni, cioè le «pulsioni egocentriche che ci alienano e contraddicono i nostri rapporti con noi stessi, con Dio con gli altri e con le cose» (e qui il lettore del Capitale non può non vibrare…). Queste pulsioni giungono, nel discorso del priore, a condensarsi in qualcosa di ardua definizione, dotato di uno statuto sfuggente: il Satana della tradizione, comunque ripensata «alla luce delle categorie antropologiche e delle conoscenze psicologiche che i contemporanei possono vantare», è l’Avversario, è la «potenza personificata» del peccato (che non è data senza l’essere umano, che ne è, per così dire, il catalizzatore), sono «tutte le forze malefiche, interne o esterne al cristiano, che cercano di ricondurlo alla sua condizione pre-battesimale di idolatra» (ed è interessante notare la lettura dell’ateismo come idolatria).

Questa condizione è caratterizzata dal cedimento a tre «passioni madre», quelle dell’amare, dell’avere e del volere, distorte da un seme più profondo, da una «disposizione interiore», un’«inclinazione peccaminosa» fondante che è l’amore di sé (philautia) e che produce una «perversione strumentale di ogni rapporto». La sua origine è la paura della morte, il «re delle paure», «esperienza che ci domina e ci aliena». «È la schiavitù in cui ci avvince tale paura», scandisce nettamente Enzo Bianchi, «a essere causa del male e del peccato che noi commettiamo»: è questa paura che scatena la nostra aggressività contro le persone e le cose (e contro noi stessi); è questa paura che nutre le tentazioni; è questa paura che, perversamente, ci conduce proprio su «sentieri di morte». La lotta spirituale deve cominciare qui, dall’ascolto della parola di chi ha sconfitto quella paura, perché ha sconfitto la morte.

Ecco, qui, sommessamente, pronuncio un primo «no» (altri li ho soltanto pensati). Lo pronuncio senza essere in grado di argomentarlo (ma forse non è necessario), senza convocare una tradizione di pensiero che non padroneggio come il priore padroneggia la «sua», lo pronuncio da quel luogo che lo stesso Bianchi indica come epicentro della lotta, il «cuore». Senza sfida né ridicola spavalderia, anzi, nella piena accettazione dei limiti. Quella paura, per lo meno per me, ha perso il suo filo, non taglia più. Non è da lì che sento provenire le domande. La «vicenda» è incommensurabilmente più ampia, complessa, appena assaggiata dalla conoscenza, perché quella paura mantenga un suo significato. È la morte degli altri, semmai, che ancora punge, di certo non la mia.

(1- la seconda parte è qui)

Enzo Bianchi, Una lotta per la vita. Conoscere e combattere i peccati capitali, San Paolo 2011.

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Pugili e lottatori olimpici

«Dovrei considerare il cibo a volontà, consumato a mio piacimento, come veleno, e usare come antidoto la fame, mediante la quale purificare l’originaria causa della morte, trasmessa anche alla mia persona insieme allo stesso genere umano.» Diamine, così ci piaci, Quinto Settimio Florente! Tutto il trattato Il digiuno contro gli psichici di Tertulliano è un esempio incontrovertibile della sua durezza e del suo stile fiammeggiante. Una durezza da convertito, a trent’anni, intorno al 190 circa, forse in seguito allo spettacolo di un martirio – per quanto il suo percorso fosse assai comune –, e uno stile tuttavia deprecato dai maestri: Lattanzio lo giudicava «stentato nell’esprimersi, poco piacevole e molto oscuro».

Qui (210-211) se la prende con i nuovi cristiani, gli psichici, appunto, termine derivato da Paolo, e forse soprattutto con alcuni settori della nascente gerarchia ecclesiastica, benevoli verso comportamenti meno rigidi. Quali? Sposarsi in seconde nozze, mangiare qualcosina… Perché? Perché la fine dei tempi è vicina e bisogna essere pronti; bisogna espiare il peccato originale, che è essenzialmente un peccato di gola: cosa fece infatti Adamo se non dire di sì al cibo? «Così mangiò e morì», corrompendo la natura spirituale della creatura. L’armamentario di citazioni dalle Scritture è impressionante, come le complicazioni dottrinali che ne derivano, e che non possono essere semplificate (come ad esempio la disputa montanista). Risuona comunque, anche a una prima lettura, il furore di Tertulliano e l’uso in chiave retorica di tutta la simbologia legata al cibo e al digiuno come rifiuto di un mondo (i commentatori ricordano come occorra sempre contestualizzare e come Tertulliano fosse di Cartagine, Africa proconsolare, uno dei granai del mondo antico).

Ecco allora che «l’intera dimora dell’uomo interiore, oppressa dai cibi, inondata dal vino, ribollendo per il fermento degli escrementi, diventa come il laboratorio delle latrine, dove certamente nulla riesce a sopravvivere tanto vicino quanto il sapore della lussuria»; ecco che «la tua pancia è l’altare e il tuo cuoco è il tuo sacerdote, l’odore del cibo è il tuo spirito, i condimenti sono i carismi spirituali mentre i rutti sono le profezie»; ecco che, come gli ebrei condotti da Mosè fuori d’Egitto, schifi la manna e preferisci «avere l’odore della cipolla e dell’aglio piuttosto che del cielo», e così via.

Contro di ciò si adottino le xerofagie (mangiare secco) e le stazioni di digiuno (prolungamenti dell’astinenza fino a sera il mercoledì e il venerdì, con termine di derivazione militare) «perché dobbiamo imparare a conoscere la prigione, esercitare la fame e la sete, praticare la sopportazione della fame e di un genere di vita tormentato»: così il cristiano andrà al martirio «senza avere alcuna carne, in modo che le torture non abbiano materia su cui esercitarsi, poiché egli è rivestito della sola pelle secca ed è duro contro gli uncini dei supplizi». Perché «più facilmente entrerà attraverso la porta stretta della salvezza una carne più esile; resusciterà più velocemente una carne più leggera, durerà più a lungo nella sepoltura una carne più secca».

Sembra che i cristiani in carne piacessero di più al pubblico romano dei martirî, ma noi, conclude Tertulliano, abbiamo bisogno di un altro vigore che quello del corpo, «lasciamo ingrassare i pugili e i lottatori olimpici».

Quinto Settimio Florente Tertulliano, Il digiuno contro gli psichici, in Il digiuno nella chiesa antica, a cura di I. De Francesco, C. Noce e M.B. Artioli, Paoline 2011.

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