Enzo Bianchi, Una lotta per la vita (pt. 1)

Ho l’impressione che l’intensa attività editoriale di Enzo Bianchi, il saggio priore della Comunità di Bose, sia guidata, più o meno consapevolmente, da una strategia precisa. Per questo motivo, leggo più volentieri le opere che pubblica con le case editrici «religiose», che i testi un po’ consolatorî che escono presso gli editori «laici» e «generalisti». Quando «gioca in casa», mi pare che il priore sia più diretto ed esplicito, e perciò più interessante, come nel recente Una lotta per la vita. Conoscere e combattere i peccati capitali, apparso all’inizio del 2011 dalle Paoline (temo che per me resteranno sempre tali, anche se ora si chiamano Edizioni San Paolo) e che si richiama a una millenaria tradizione patristica.

Il tema non potrebbe essere posto con maggiore chiarezza: la lotta interiore contro il male, ed è lo stesso autore a sottolineare come tale lotta sia un «elemento fondamentale in vista dell’edificazione di una personalità umana, prima ancora che cristiana, salda e matura». Il male, le tentazioni, cioè le «pulsioni egocentriche che ci alienano e contraddicono i nostri rapporti con noi stessi, con Dio con gli altri e con le cose» (e qui il lettore del Capitale non può non vibrare…). Queste pulsioni giungono, nel discorso del priore, a condensarsi in qualcosa di ardua definizione, dotato di uno statuto sfuggente: il Satana della tradizione, comunque ripensata «alla luce delle categorie antropologiche e delle conoscenze psicologiche che i contemporanei possono vantare», è l’Avversario, è la «potenza personificata» del peccato (che non è data senza l’essere umano, che ne è, per così dire, il catalizzatore), sono «tutte le forze malefiche, interne o esterne al cristiano, che cercano di ricondurlo alla sua condizione pre-battesimale di idolatra» (ed è interessante notare la lettura dell’ateismo come idolatria).

Questa condizione è caratterizzata dal cedimento a tre «passioni madre», quelle dell’amare, dell’avere e del volere, distorte da un seme più profondo, da una «disposizione interiore», un’«inclinazione peccaminosa» fondante che è l’amore di sé (philautia) e che produce una «perversione strumentale di ogni rapporto». La sua origine è la paura della morte, il «re delle paure», «esperienza che ci domina e ci aliena». «È la schiavitù in cui ci avvince tale paura», scandisce nettamente Enzo Bianchi, «a essere causa del male e del peccato che noi commettiamo»: è questa paura che scatena la nostra aggressività contro le persone e le cose (e contro noi stessi); è questa paura che nutre le tentazioni; è questa paura che, perversamente, ci conduce proprio su «sentieri di morte». La lotta spirituale deve cominciare qui, dall’ascolto della parola di chi ha sconfitto quella paura, perché ha sconfitto la morte.

Ecco, qui, sommessamente, pronuncio un primo «no» (altri li ho soltanto pensati). Lo pronuncio senza essere in grado di argomentarlo (ma forse non è necessario), senza convocare una tradizione di pensiero che non padroneggio come il priore padroneggia la «sua», lo pronuncio da quel luogo che lo stesso Bianchi indica come epicentro della lotta, il «cuore». Senza sfida né ridicola spavalderia, anzi, nella piena accettazione dei limiti. Quella paura, per lo meno per me, ha perso il suo filo, non taglia più. Non è da lì che sento provenire le domande. La «vicenda» è incommensurabilmente più ampia, complessa, appena assaggiata dalla conoscenza, perché quella paura mantenga un suo significato. È la morte degli altri, semmai, che ancora punge, di certo non la mia.

(1- la seconda parte è qui)

Enzo Bianchi, Una lotta per la vita. Conoscere e combattere i peccati capitali, San Paolo 2011.

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