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di un mosaico che non sarà mai completo.

Bella cera, stoppini e lumache (Tessere §§ 1-6)

Una nuova rubrica, «Tessere», monastiche ovviamente. Tessere di un mosaico che non sarà mai completo.

 

§ 1. Proviamo a evocare con gli occhi di un giurista questa forma di esistenza, nella sua consistenza puramente politica, al di fuori degli stereotipi religiosi e spiritualistici con cui viene di solito presentata: vedremo un gruppo di individui soli e rigorosamente celibi che decidono di abbandonare il centro della vita associata, la polis, per realizzare una nuova politeia (questo è il nome tecnico della forma di vita monastica), una comunità in cui alla norma (la regula) è affidata la definizione di ogni aspetto della vita dei suoi membri. In questo dunque la spontaneità così come la natura e tutte le sue necessità devono essere integralmente estromesse: là dove tutto è decretato normativamente (nomô), nulla può né deve accadere per natura (physei).

Emanuele Coccia, La legge della salvezza. Bernardo di Clairvaux e il diritto monastico (2010).

 

§ 2. Le donne nuove sono le recluse, le beghine, le terziarie e, ancor più, le claustrali dei nascenti ordini mendicanti, che trasformano il tradizionale monachesimo femminile, benedettino in particolare, da un fenomeno di condizione elitaria a un movimento aperto.

Vincenza Musardo Talò, Per una fenomenologia del monachesimo femminile nel Medioevo (2004).

 

§ 3. Vivono le monache in perpetua clausura avendone fatto il voto. Vivono in clausura senza voto le educande, ma le educande non fanno certamente la vita che fanno le Zitelle nei conservatori, che giornalmente lavorano. Le clausure dei monasteri sono ampie, e grandi e non v’è monastero di Monache in cui non vi sia un luogo d’aria apertissima, ed un giardino da potersi muovere, quali comodi certamente mancano o in tutto o in parte nei Conservatori delle Zitelle. In sequela degli accennati comodi vediamo per lo più godersi dalle monache buona salute e molto più dalle educande, che anche ne mostrano i contrassegni della buona ciera. Come vada la cosa nelle zittelle de’ conservatori, quando la ciera sia contrassegno di buona sanità, diremo che va male; dal che deriva ancora la difficoltà che s’incontra di maritarle e di farle religiose.

Prospero Lambertini, Notificazione del 16 marzo 1737 rivolta alli Signori Assunti dei Conservatori delle Esposte, o siano Bastarde, e delle altre oneste Zitelle del Baracano, di Santa Marta, di Santa Croce, di San Giuseppe della città di Bologna.

 

§ 4. Le monache della Misericordia di Reggio Emilia erano famose per le «galanterie di cannellata», quelle della Torre di Forlì per le «corone di colla di pesce», quelle del Corpus Domini di Ravenna per le confetture in forma di pigna. Unica è poi la specialità delle monache di Bobbio: «Non fan lavori singolari, ma in cuocer le lumache non han pari».

Gabriella Zarri, Novizie ed educande nei monasteri italiani post-tridentini (2011).

 

§ 5. Ai tempi di Gregorio di Tours i malati mangiavano la cera delle candele che bruciavano davanti alla tomba del santo, e talvolta persino gli stoppini carbonizzati.

Roger Sumption, Monaci santuari pellegrini (1975).

 

§ 6. Al nome di Dio e della sua gloriosa madre vergine Maria et della gloriosa vergine et martyre maddona Sancta Agata et di tucta la celestiale corte del Paradiso Amen. In questo presente libro io Suora Ginevra monaca del monistero di sancta Aghata in Firenze, come camarlingha electa [d]al convento di dicto monistero adi 2 di novembre 1443 terro conto dogni danaio e dogni altra cosa mi verra nelle mani di dicto monistero per tucto quel tempo durera il presente uficio.

da Sylvie Duval, Scrivere, contare, gestire. I libri di amministrazione dei monasteri femminili fiorentini 1320-1460 (in Scritture carismi istituzioni. Percorsi di vita religiosa in età moderna, 2018).

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