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di un mosaico che non sarà mai completo.

Margini, processi, transiti (Tessere, 13-17)

§ 13. L’abate generale [dei Premostratensi] Jos Wouters è a capo di 38 abbazie norbertine in tutto il mondo. [Il religioso] rileva come i monasteri stiano assistendo a un calo degli ingressi di nuovi monaci, e come quando le persone interessate bussano alla loro porta, si tratti sempre più spesso di individui psicologicamente vulnerabili. «Per istinto di sopravvivenza, le abbazie accettano queste persone, anche se sono completamente inadatte». La Chiesa è diventata un fenomeno marginale nella società, afferma p. Wouters. «E attrae persone marginali».

Celine Timmerman e Hendro Munsterman, «La maggior parte delle abbazie europee scomparirà, inclusa Berne». Il capo dell’ordine monastico conferma problemi strutturali, intervista all’abate generale dei Premostratensi Jos Wouters, in «nederlandsdagblad.nl», 22 aprile 2026.

 

§ 14. I quattro luoghi che Antonio occupò durante la sua vita monastica riflettono la varietà di spazi adottati dalle generazioni successive di monaci: case ai margini della città, tombe abbandonate, strutture monumentali abbandonate (una fortezza nel caso di Antonio) e costruzioni realizzate vicino a grotte naturali.

Darlene L. Brooks Hedstrom, The Geography of the Monastic Cell in Early Egyptian Monastic Literature, in «Church History» 78, 4 (December 2009), p. 773.

 

§ 15. Quando Dio chiama in modo totale come nella vita monastica, allora la persona può raggiungere il punto più alto di quanto sensibilità, cultura e spiritualità sono in grado di esprimere. […] Il monastero è il luogo profetico in cui il creato diventa lode di Dio e il precetto della carità concretamente vissuta diventa ideale di convivenza umana, e dove l’essere umano cerca Dio senza barriere e impedimenti, diventando riferimento per tutti, portandoli nel cuore ed aiutandoli a cercare Dio.

■ papa Giovanni Paolo II, Lettera apostolica Orientale Lumen, per la ricorrenza centenaria della Orientalium Dignitas di papa Leone XIII, 2 maggio 1995, 9.

 

§ 16. La contemplazione non è un luogo di pace e di quiete, e i veri mistici sanno di inoltrarsi in territori sconosciuti, in cui andranno incontro a gioie ineffabili, ma anche a sofferenze e incubi spaventosi. Né, d’altra parte, il rientro nel mondo e nella società di questi esuli dello spirito appare meno irto di insidie e di minacce, tanto che pare esservi una relazione inscindibile tra la vita spirituale e la violenza. Lo si vede già nelle condizioni di trasmissione dei testi. I documenti relativi alla mistica provengono sovente da procedure disciplinari: inchieste delle magistrature pubbliche ed ecclesiastiche, rapporti e dichiarazioni di giuristi o teologi deputati a vagliare e certificare la purezza della dottrina, referti medici di corpi studiati, spiati con curiosità morbosa per verificare le prove di un possibile inganno. Non ci sono quasi mai mistici senza processi, in una spirale che raggiunge il suo culmine tra Cinque e Seicento, l’età del disciplinamento sociale.

Alessandra Bartolomei Romagnoli, «In figura Christi». La violenza autoinflitta delle donne, in Dira mulier. La violenza delle donne nelle letterature del Medioevo, a cura di F. Mosetti Casaretto, Edizioni dell’Orso 2022, pp. 1-2.

 

§ 17. Quest’anno celebriamo l’ottavo centenario del Transitus di san Francesco: la sua morte. Anche tra noi, in molte aree dell’Occidente, intere comunità e Province affrontano davvero la fine. Si può rinviarla con qualche strategia di sopravvivenza, oppure attraversarla con fede. Del resto, se non sappiamo guardare in faccia la morte, che cosa abbiamo da dire al Signore della vita? Uscendo da quell’antico convento [olandese], ho pensato che il futuro dell’Ordine somiglierà sempre meno all’immagine che abbiamo ricevuto e custodito per tanto tempo. Ma, se guarderemo con fede e sapienza, sapremo riconoscere ciò che conta davvero: il Vangelo continua a mettere radici.

■ fr. Massimo Fusarelli ofm (Ministro generale dei Francescani), «Il punto di fra Massimo»: Dove il Vangelo continua a mettere radici, in «Fraternitas» 386 (5 agosto 2026), p. 4.

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Diagnosi, stalli vuoti e vocazioni coniugali (Tessere, 7-12)

§ 7. Fra le iniziative personali e il sorgere di veri e propri «monasteri» appare infatti determinante «l’esperienza ascetica delle dame aristocratiche, che avviarono la consuetudine di accogliere nelle proprie ville urbane e suburbane donne di origine e provenienza diversa legate da una medesima propensione religiosa» (Rita Lizzi). Le ancillae Dei erano di norma delle vedove, donne connotate da una dimensione di liminalità, che attraverso la velatio acquisivano la protezione ecclesiastica, potendo conseguentemente evitare un secondo matrimonio e rimanere a vivere nella propria casa. Si mantenevano dunque al riparo dalle pressioni dei gruppi familiari, quello d’origine e quello del marito, e contemporaneamente non erano vincolate dagli obblighi normativi esistenti nei monasteri.

Mariaclara Rossi, Monachesimi femminili a Verona: tra vita comunitaria ed esperienze in domibus propriis (secoli VIII-XII) (2019).

 

§ 8. Non è un caso che molto di frequente quelle che tradizionalmente vengono presentate come classiche «tentazioni», che per definizione – ossia per dare significato all’esperienza ascetica – devono assalire l’asceta in modo che ella o egli dimostri di saper resistere e infine affermare l’integrità del corpo, assumano la forma di mali fisici ben individuabili e diagnosticabili.

Maria Dell’Isola, Gli esercizi delle madri del deserto. Utilità della tristezza per la perfezione, Edizioni ETS 2026, p. 30.

 

§ 9. Il vero problema non è che ci siano troppo poche vocazioni in alcune parti del mondo, o che i fratelli e le sorelle in alcune comunità non rispettino i loro voti. Il problema è che tutti noi, senza eccezioni, siamo stati influenzati da una mentalità mondana in cui cose come la realizzazione personale, la libertà individuale e l’affermazione dei diritti sono state elevate al rango di idoli. Naturalmente [Libertà, realizzazione e diritti] sono cose buone in sé, ma se ne facciamo valori assoluti e li idolatriamo, facciamo esattamente come il mondo e non ci distinguiamo più come cristiani, come monaci e monache.

Bernardus Peters, abate generale OCSO, Cooperare come segno cistercense di speranza nella Chiesa e nel mondo di oggi, Assisi, 3 settembre 2025, in «Vita Nostra», 30 (2026), pp. 9-10.

 

§ 10. È chiaro che, nel Tre-Quattrocento, le comunità religiose, soprattutto femminili, si caratterizzavano da uno scarso rispetto della comunità di beni; molte erano infatti le singole monache che gestivano da sole i loro beni personali. L’economia dei conventi, alla fine del medioevo, era quindi fatta da un rapporto costante tra un grande settore comunitario e tanti piccoli settori personali che interagivano tra loro in diversi modi (la loro separazione, tra l’altro, non era sempre molto chiara).

■ da Sylvie Duval, Scrivere, contare, gestire. I libri di amministrazione dei monasteri femminili fiorentini 1320-1460 (in Scritture carismi istituzioni. Percorsi di vita religiosa in età moderna, 2018).

 

§ 11. La nuova istituzione [il monastero di Marcigny-sur-Loire], che poteva ospitare novantanove monache, venne intitolata alla Vergine Maria, a cui idealmente veniva consegnato il titolo di badessa, tanto che nel coro le era dedicato lo stallo centrale, lasciato sempre vuoto. Il monastero richiamò numerose vocazioni e non furono rari i casi in cui molte donne coniugate entrarono a Marcigny, mentre i loro coniugi andavano a Cluny.

Vincenza Musardo Talò, Il monachesimo femminile (2006).

 

§ 12. Per diversi secoli in Italia i termini «putte per educazione» o «putte in serbanza» vennero usati come sinonimi e in numerosi casi alle novizie che si preparavano alla professione si affiancarono altre giovani donne destinate dalla famiglia al matrimonio. […] L’ampliamento dei conventi nel Cinque e Seicento avviene in gran parte attraverso l’acquisto di una cella da parte di una famiglia, che avrà diritto di riservare un posto per un altro membro della famiglia stessa.

Gabriella Zarri, Novizie ed educande nei monasteri italiani post-tridentini (2011).

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Bella cera, stoppini e lumache (Tessere §§ 1-6)

Una nuova rubrica, «Tessere», monastiche ovviamente. Tessere di un mosaico che non sarà mai completo.

 

§ 1. Proviamo a evocare con gli occhi di un giurista questa forma di esistenza, nella sua consistenza puramente politica, al di fuori degli stereotipi religiosi e spiritualistici con cui viene di solito presentata: vedremo un gruppo di individui soli e rigorosamente celibi che decidono di abbandonare il centro della vita associata, la polis, per realizzare una nuova politeia (questo è il nome tecnico della forma di vita monastica), una comunità in cui alla norma (la regula) è affidata la definizione di ogni aspetto della vita dei suoi membri. In questo dunque la spontaneità così come la natura e tutte le sue necessità devono essere integralmente estromesse: là dove tutto è decretato normativamente (nomô), nulla può né deve accadere per natura (physei).

Emanuele Coccia, La legge della salvezza. Bernardo di Clairvaux e il diritto monastico (2010).

 

§ 2. Le donne nuove sono le recluse, le beghine, le terziarie e, ancor più, le claustrali dei nascenti ordini mendicanti, che trasformano il tradizionale monachesimo femminile, benedettino in particolare, da un fenomeno di condizione elitaria a un movimento aperto.

Vincenza Musardo Talò, Per una fenomenologia del monachesimo femminile nel Medioevo (2004).

 

§ 3. Vivono le monache in perpetua clausura avendone fatto il voto. Vivono in clausura senza voto le educande, ma le educande non fanno certamente la vita che fanno le Zitelle nei conservatori, che giornalmente lavorano. Le clausure dei monasteri sono ampie, e grandi e non v’è monastero di Monache in cui non vi sia un luogo d’aria apertissima, ed un giardino da potersi muovere, quali comodi certamente mancano o in tutto o in parte nei Conservatori delle Zitelle. In sequela degli accennati comodi vediamo per lo più godersi dalle monache buona salute e molto più dalle educande, che anche ne mostrano i contrassegni della buona ciera. Come vada la cosa nelle zittelle de’ conservatori, quando la ciera sia contrassegno di buona sanità, diremo che va male; dal che deriva ancora la difficoltà che s’incontra di maritarle e di farle religiose.

Prospero Lambertini, Notificazione del 16 marzo 1737 rivolta alli Signori Assunti dei Conservatori delle Esposte, o siano Bastarde, e delle altre oneste Zitelle del Baracano, di Santa Marta, di Santa Croce, di San Giuseppe della città di Bologna.

 

§ 4. Le monache della Misericordia di Reggio Emilia erano famose per le «galanterie di cannellata», quelle della Torre di Forlì per le «corone di colla di pesce», quelle del Corpus Domini di Ravenna per le confetture in forma di pigna. Unica è poi la specialità delle monache di Bobbio: «Non fan lavori singolari, ma in cuocer le lumache non han pari».

Gabriella Zarri, Novizie ed educande nei monasteri italiani post-tridentini (2011).

 

§ 5. Ai tempi di Gregorio di Tours i malati mangiavano la cera delle candele che bruciavano davanti alla tomba del santo, e talvolta persino gli stoppini carbonizzati.

Roger Sumption, Monaci santuari pellegrini (1975).

 

§ 6. Al nome di Dio e della sua gloriosa madre vergine Maria et della gloriosa vergine et martyre maddona Sancta Agata et di tucta la celestiale corte del Paradiso Amen. In questo presente libro io Suora Ginevra monaca del monistero di sancta Aghata in Firenze, come camarlingha electa [d]al convento di dicto monistero adi 2 di novembre 1443 terro conto dogni danaio e dogni altra cosa mi verra nelle mani di dicto monistero per tucto quel tempo durera il presente uficio.

da Sylvie Duval, Scrivere, contare, gestire. I libri di amministrazione dei monasteri femminili fiorentini 1320-1460 (in Scritture carismi istituzioni. Percorsi di vita religiosa in età moderna, 2018).

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