Enzo Bianchi, Una lotta per la vita (pt. 2)

(la prima parte è qui)

Campo di battaglia della lotta spirituale è il cuore («il luogo in cui si scontrano le astuzie di Satana e l’azione della grazia di Dio»), è lì dove si consuma il male, il peccato, prima ancora che nella sua manifestazione concreta. Prima di consumarsi, l’«avversario» percorre la strada della tentazione, che «si snoda in quattro tappe: suggestione, dialogo, acconsentimento, passione». La suggestione, «cioè la possibilità di un’azione malvagia», affiora a partire da uno stimolo e si serve della nostra immaginazione per mettere radici. Da lì il percorso, secondo il priore di Bose, può essere assimilato a quello dell’attrazione sessuale. Non si può sfuggire alla tentazione, anzi essa è «costitutiva dell’essere umano» («tutti noi siamo tentati e nessuna tentazione ci è estranea!») e, per così dire, funzionale alla possibilità di salvezza: «Nessuno, se non è tentato, può entrare nel regno dei cieli. Togli le tentazioni e nessuno sarà salvato» (Enzo Bianchi cita qui il padre del deserto Antonio).

La tentazione si può tuttavia contrastare con una specie di «igiene dei sensi, degli occhi in particolare, delle immagini che immagazziniamo e coltiviamo»: tale è la base della lotta spirituale, che si può riassumere in un concetto, vigilanza. Vigilare e «stroncare sul nascere» i «pensieri», che si insinuano subdoli, rischiano di trasformarsi in dialogo interiore, di diventare un’abitudine cui si acconsente volentieri, di rompere l’argine e dilagare come passione.

Da una parte abbiamo dunque l’homo dormiens, «che vive sotto il segno del torpore e della paura», che cede all’ignoranza, all’oblio e all’indolenza, che evita di conoscersi e quindi cede alle tentazioni e si dissipa nelle cose e nelle parole vane; dall’altra l’homo vigilans, «colui che è presente a se stesso, agli altri e a Dio». A Dio? Mi permetto di espungere l’ultima istanza alla quale dovrei essere presente: non è forse sufficiente porsi a giudizio di sé e degli altri? E non soltanto degli «altri» in senso astratto, bensì di quelli che sono nella realtà i miei «altri». L’individuo che vigila «è attento agli eventi e agli incontri, fa scendere in profondità le sue radici [questo non capisco esattamente cosa voglia dire] e non cerca fuori di sé le motivazioni del suo agire; è capace di discernimento, di assunzione di responsabilità, di amore maturo e intelligente… è una persona paziente, in grado di affrontare la grande sfida della durata»: non è forse un programma che si può sottoscrivere anche restando a terra?

Con due importanti precisazioni. Anzitutto la certezza del fallimento: anch’io so benissimo che mi distrarrò, che cederò alla pigrizia, che mi dissiperò, che farò finta di non aver visto e sentito – lo faccio ora e non posso escludere che domani faccia anche di peggio. Né posso escludere, tuttavia, che domani riesca a fare di meglio, almeno in parte: spero di saperlo giudicare io, o, appunto, lo giudicheranno gli altri – non Dio. In secondo luogo non mi è chiaro il senso della «grande sfida della durata». Se s’intende che il programma è valido nonostante la nostra «scadenza», allora sono d’accordo; se invece la «durata» è la promessa della vita eterna, allora scatta un altro no. Qui, a terra, si consuma tutto – il tentativo, la speranza, la debolezza, l’impegno, la nullità, la vergogna, il rimorso, la pena, tutto –, prima che la coscienza si spenga, come la luce.

(2-continua)

Enzo Bianchi, Una lotta per la vita. Conoscere e combattere i peccati capitali, San Paolo 2011.

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