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«Con nostro grande dispiacere» (Silvia Evangelisti, «Storia delle monache», pt. 1)

Ho letto la Storia delle monache di Silvia Evangelisti, un «tipico» saggio di quelli che pubblica il Mulino, che ha il merito di affrontare un periodo piuttosto lungo (1450-1700) e di essere basato, oltre che su ricerche personali (l’autrice è docente di Storia moderna all’University of East Anglia di Norwich), su una bibliografia quasi esclusivamente di area anglosassone (per motivi comprensibili, non si tratta di un’esperienza frequente per un lettore italiano). Ne ho ricavato troppe informazioni (troppe perché le dimenticherò) e molti spunti interessanti che so già rappresenteranno punti di partenza per altre letture.

Non essendo uno studioso, sono meno attratto da visioni di insieme e da questioni che pure sono rilevanti, come la composizione sociale dei conventi femminili, dal fatto ad esempio che la «società» conventuale rispecchiasse la struttura di quella «esterna». La divisione in «classi», monache coriste – o velate – e monache converse – o servigiali –, fu sempre netta ed ebbe vita lunga, tanto che fu abolita formalmente soltanto dal Vaticano II («È da notare che le converse non appartenevano semplicemente al gruppo di monache peggio trattato ma erano deliberatamente mantenute in una posizione di subordinazione attraverso un sistema che impediva loro, tra le altre cose, di imparare a leggere e a scrivere»). D’altra parte la monacazione rappresentava per le donne, non soltanto per quelle appartenenti alle classi agiate, una concreta alternativa al «normale» destino del matrimonio, sia perché socialmente accettabile (anche per categorie specifiche come le vedove), sia per ragioni economiche. Si stima infatti che la «dote conventuale» fosse inferiore a quella matrimoniale da un terzo a un decimo.

Un tema centrale di questo periodo fu la clausura, intorno alla quale venne condotta una silenziosa battaglia, che è stata oggetto di numerosi approfondimenti da parte dei cosiddetti «studi di genere» e di cui l’autrice dà conto. Decretata da Bonifacio VIII con la costituzione Periculoso del 1298 («Abbiamo stabilito con la presente costituzione, che in perpetuo senza possibilità di modifica sanciamo di tenere per valida, che tutte e le singole monache, presenti e future, di qualsiasi congregazione e ordine, in qualsiasi parte del mondo risiedano, sotto perpetua clausura debbano permanere nei loro monasteri»), è con il Concilio di Trento (che nel «Decreto sui religiosi e sulle monache» del dicembre 1563 si rifa direttamente a Bonifacio: «Il santo sinodo, rinnovando la costituzione di Bonifacio VIII Periculoso, sotto minaccia del divino giudizio e dell’eterna maledizione, comanda a tutti i vescovi di fare assolutamente in modo che in tutti i monasteri la clausura delle monache, se fosse stata violata, sia diligentemente ripristinata; se invece fosse ancora intatta, venga conservata») che la clausura diventa la «prima obbligazione» per le monache, con una manovra «infallibilmente discriminatoria nei confronti delle religiose, non esistendo alcuna legislazione analoga per i religiosi».

Silenziosa fino a un certo punto, bisogna dire. A proposito della resistenza alla clausura, Evangelisti cita un caso interessante tratto dalle cronache del convento domenicano di Santa Caterina da Siena a Firenze. Nel 1575 un delegato apostolico fece visita al convento per verificare il rispetto delle disposizioni conciliari, che avevano prodotto anche una serie di questioni architettoniche riguardanti porte, grate e parlatorio (un luogo fondamentale). Riportano le cronache: «Et poi venne [il delegato] dentro dalla porta del parlatorio et guardando le grate disse si facesse doppie… et così la finestra non gli piacque et passammo via». Seccato, l’inviato del papa chiese conto di altre cose, al che «la priora se gli volse amorevolmente et disse: monsignor Reverendissimo noi non siamo in clausura ma habbiamo la nostra Regola et costitutione confirmate da papa Paulo 3 le quale non ci obbligono a clausura; non l’habbiamo et non la vuogliamo. Allora detto Reverendo veschovo venne in tale furia che si rivolse alla priora et gli disse che era superba arrogante altiera et gli darebbe il castigo che meritava.»

Le monache volevano mantenere la dimensione di reclusione «aperta» per continuare a dedicarsi alle opere pie al di fuori del convento, in linea con la loro vocazione, ma la battaglia, ça va sans dire, era persa. Pochi mesi dopo la visita, papa Gregorio XIII revocava le dispense e ribadiva la clausura stretta: «Addì 29 [agosto 1575] detto ci fu fatto un comandamento dal Reverendo padre priore di San Marco… da parte del vicario di Firenze che si dovessi rimurare l’uscio di chiesa infra 5 giorni altrimenti ci manderebbe una scomunica; et così si murò detto dì… et noi fummo le prime [a essere obbligate alla clausura] con nostro grande dispiacere».

(1-continua)

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La parentesi del cardinale

In occasione della morte di Carlo Maria Martini ho ripreso in mano Il vescovo e il monaco, un volumetto pubblicato nel 1995 dall’Abbazia di Seregno (Milano), che raccoglie una serie di scritti di soggetto monastico dell’allora arcivescovo di Milano. Lo stesso Martini era rimasto un po’ sorpreso dall’iniziativa dell’abate di Seregno: «Non pensavo di aver fatto in questi anni tanti interventi sulla vita consacrata». Estratti da opere, lettere diocesane, omelie, articoli e discorsi di occasione – tra i vari testi antologizzati ho visto che mi aveva colpito una conversazione (inedita) tenuta con un non identificato «gruppo di monaci» nel 1991, un breve testo dal tono incredibilmente intimo e dedicato a due temi distinti.

Anzitutto la pace interiore, quel concetto declinato dentro e fuori la fede fino allo sfilacciamento, ma che in relazione a una comunità monastica recupera un significato preciso e, per così dire, operativo. «O siamo superficiali, o siamo apprensivi», dice Martini, «o siamo l’uno e l’altro», mentre la vera pace è al di sotto. Il più delle volte è un dono, ma «è frutto anche, o meglio fruttifica nella vita monastica attraverso qualcosa di molto semplice che si chiama “custodia dei sensi”, la quale è tanto raccomandata dalla tradizione sin dall’inizio, sin dai padri del deserto». Tale custodia è cruciale («e il demonio cerca di turbarla continuamente») poiché è attraverso le sue manovre – il flusso dei pensieri, i gesti, il tono della voce (o un silenzio «smodato»), il modo di camminare, di guardare, di vestire – che ci influenziamo reciprocamente: «In una comunità, se le porte dei sensi di qualcuno non sono ben custodite, se quindi una porta o una finestra sbatte perché non è ben ferma e sente i venti soffiare, gli altri ne sono disturbati». La comunità è fatta anche di strutture («i muri, la clausura, le regola»), ma la pace ne è il cemento, e la condizione per raggiungere lo scopo della comunità stessa: «Convivere con i problemi propri e altrui. Si potrebbe anche dire», aggiunge Martini con mossa inattesa, «se l’espressione si potesse ben calibrare, “convivere con le frustrazioni proprie e altrui”».

Il cardinale è molto attento ai risvolti pratici di quello che sta dicendo. Convivere, d’accordo, ma questo allora significa che i problemi non si risolvono? No di certo, ma la pace è «la situazione interiore più adatta per risolvere ciò che è possibile», altrimenti si passa, sempre per così dire, nel campo della conflittualità, e la «conflittualità produce conflittualità». La pace interiore è anche la fonte di una certa «autorevolezza», indispensabile per trovare le soluzioni «nel tempo e nel modo giusto, tempestivo, per quanto è possibile e scrutando i tempi di Dio». È un appello autentico e partecipe, cauto, misurato, nobile – come l’immagine che mi sono fatto dell’uomo che lo pronuncia –, ma inestendibile al di fuori delle mura di un monastero.

Il cardinale, rivolgendosi a dei monaci, parla di comunità e lascia al lettore l’esecuzione del sillogismo e della deduzione, ma sono convinto che a lui stesso non sfuggisse la difficoltà, tanto che passando al secondo punto, la presenza della comunità monastica nella chiesa locale, il suo discorso si fa ancora più concreto: «In astratto e a priori si potrebbero dire alcune cose, ma non contano tanto». Ciò che conta sono le forme reali di evangelizzazione che i monaci possono percorrere. Sono sei, e parlano da sole: l’evangelizzazione per proclamazione, per convocazione, per irradiazione, per attrazione, per contagio e per lievitazione. Ce n’è anche una settima, una forma di «attualizzazione evangelica», e sembra quasi che Martini l’abbia tenuta per ultima, in fondo e separata, per chiudere su una nota che avrebbe rincuorato i monaci dopo un discorso piuttosto impegnativo. Già, «c’è anche la gratuità, cioè il non preoccuparsi molto dei successi, del volerli misurare, ma essere contenti di esserci, perché Dio ci fa essere così».

Martini si congeda infine dai monaci, accenna a un suo imminente impegno che lo preoccupa, si affida alle loro preghiere e torna in città. La parentesi si chiude, e per un istante mi sono immaginato che uscendo dal monastero il cardinale abbia pensato: Almeno voi, almeno qui, siate come è impossibile essere là fuori

Carlo Maria Martini, La pace interiore e l’evangelizzazione monastica, in Il vescovo e il monaco. Riflessioni sulla vita consacrata, a cura di V. Cattana o.s.b., Abbazia San Benedetto 1995, pp.123-130.

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«La ragione per cui noi monaci siamo monaci» (Giorgio Boatti, Sulle strade del silenzio)

Giorgio Boatti ha fatto una cosa che non credo farò mai: è andato a vedere. Fedele, probabilmente, anche a una formazione di giornalista di indagine e inchiesta, ha compiuto un viaggio per una dozzina di monasteri italiani, senza trascurarne gli «spaesati dintorni», come recita il sottotitolo del volume che racconta di tale viaggio. Lo spunto per la prolungata ricognizione, che inizia con l’abbazia di Finalpia (in provincia di Savona) e si conclude al Goleto (in Irpinia), è personale, ma si trasforma quasi subito in una mossa più generale: «Vado per questa strada perché ho il sospetto che le luci nascoste che giungono da questi luoghi siano ancora capaci di offrire qualche solido orientamento. Perfino nella densa penombra calata sui giorni italiani. Busso a queste porte perché ho l’impressione che qui si impari davvero che si può cambiare il mondo, ma – faccenda piuttosto complicata – a patto di cominciare a cambiare se stessi…»

Questo viaggio, dicevo, non credo che lo farò mai – sorvolando sulla «faccenda piuttosto complicata» – da un lato per evitare quella sensazione di stare spiando in casa altrui, di cui ho parlato recentemente, dall’altro per la considerazione della «separazione» sulla quale si basa la scelta monastica. Sì, certo, l’ospitalità, quella benedettina ad esempio, non può in alcun modo essere trascurata, ma sarei tentato di vederla come un’inevitabile conseguenza di quella scelta, come se i cenobiti avessero sempre saputo che avrebbero richiamato pellegrini alle loro porte, mossi dai più diversi tipi di esigenze, e quindi era meglio prevedere sin da subito un fratello portinaio e un fratello foresterario.

(Tra parentesi, leggevo proprio nei giorni scorsi, in una splendida traduzione di Lorenzo Magalotti, le «Regole de’ forestieri» contenute nelle Regole della Trappa, che, secondo me molto indicativamente, cominciano così: «Non si riceveranno altri forestieri, che quelli che la carità e la pietà vorranno che si ricevano, e che s’averà motivo di credere indirizzati al monastero dalla Divina provvidenza. A questi tali si renderanno tutti i doveri dell’ospitalità, avvertendo sopra tutto di non fare apparire d’essere incomodati dalla loro visita».)

L’ospitalità, sì, tuttavia la separazione rimane, come dice molto chiaramente, in una delle interviste più significative del volume, dom Pietro Vittorelli, l’abate di Cassino: «Mi impressiona negativamente il fatto che il monachesimo sarebbe o starebbe tornando di moda. Un fatto di questo genere sarebbe assolutamente fuorviante per una corretta lettura di quello che il monachesimo è, sia nel mondo sia nella Chiesa stessa. Capisco, e non voglio dare giudizi perentori in merito, che ci possa essere la voglia, la tentazione di aggrapparsi ai monasteri come risposta a un’esigenza di maggiore cura spirituale, di cui vagamente si sente il bisogno. Però non è questa la ragione per cui noi monaci siamo monaci; per cui stiamo in monastero. Noi, pur con tutta l’attenzione che vogliamo riservare al mondo, siamo qui perché abbiamo scelto di stare fuori dal mondo».

Dunque non vado, a maggior ragione io che non vi cercherei una «cura spirituale», e mi limito a questa forma di ascolto che è la lettura, forse perché, nonostante la tentazione più che tipica che provo, non voglio stare fuori del mondo, forse perché non credo che si possa stare fuori del mondo (se non per forza maggiore o condanna). Senza mondo, mi verrebbe anche da aggiungere, non si dà monastero.

D’altra parte non è affatto un male che ci sia qualcuno, come Giorgio Boatti, che invece, con sguardo rispettoso ma anche critico, vada a vedere e ad ascoltare, e poi ci racconti che cosa ha visto e sentito (compreso il silenzio).

Giorgio Boatti, Sulle strade del silenzio. Viaggio per monasteri d’Italia e spaesati dintorni, Laterza 2012. (Colgo l’occasione per ringraziare l’autore che nelle «Note e indicazioni bibliografiche» ha voluto citare, con parole generose, anche questo blog.)

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Peli superflui, senape e cavalcate

È una cosa che faccio spesso: leggere un testo monastico normativo – non necessariamente una «regola» – e concentrarmi sugli aspetti meno legati alla fede e più quotidiani, anzitutto per avere con maggiore evidenza davanti agli occhi il volto e i gesti degli individui cui erano destinati quei testi e in secondo luogo per un motivo più confuso, un pensiero sballato probabilmente. Lo riassumo così: il sospetto che per alcuni la regola non discenda dalla fede, bensì all’opposto ne sia il risultato (non inevitabile, peraltro). Detto altrimenti, la regola precede la fede – cosa che vorrei saper argomentare con dovizia di riferimenti precristiani, e invece non so.

È con questo spirito che ho letto lo Speculum novitii (Lo specchio del novizio) di Stefano di Salley, monaco cisterciense inglese attivo nella prima metà del secolo XIII. Entrato da giovane all’abbazia di Fountains, nello Yorkshire del nord, ne diventò ben presto cellerario; fu poi abate di Salley (dopo il 1225), successivamente di Newminster, fino al 1247, quando chiuse il giro tornando a Fountains, dove morì come abate nel 1252. Lo Speculum, che s’inserisce in un genere letterario molto preciso, teso a fornire esempi da imitare (o più esattamente un’immagine nella quale rispecchiarsi per cogliere le eventuali difformità dal modello – e qui vorrei saper argomentare uno spunto che forse potrebbe collegare gli specula alle ricerche sui neuroni a specchio, e invece non so), lo Speculum testimonia la particolare sensibilità dell’autore per la fragilità, non solo psicologica, soprattutto dei principianti e possiede «il tono di chi ha trovato qualcosa di buono per sé e desidera trasmetterlo ad altri, perché il cammino sia più facile e l’esistenza più serena e gioiosa» (M. Fioroni).

Sarebbe sufficiente il primo capitolo, dedicato alla confessione quotidiana, che offre una specie di modulo fitto di «peccati» sul quale spuntare ciò che fa al caso proprio: ci siamo distratti dalla preghiera pensando «al riordino della casa, oppure alla caccia, alla corsa dei cavalli», abbiamo perso tempo, abbiamo pensato all’unione carnale, ci siamo lamentati per un dolorino, abbiamo fatto una battuta, siamo andati più rapidamente a tavola che nel coro, abbiamo accettato un regalo, abbiamo parlato, o pensato, male di qualcuno, ecc.: «Ecco lo specchio: nella misura in cui ti sarai reso conto di essere stato ferito in queste cose, apriti alla confessione». E se quando ti presenti in capitolo per essere giudicato ti vergogni, «pensa che chi ti proclama è il rasoio di Dio e ti vuole tagliare i brutti peli [Dei est novacula et pilos deformes tibi tollere vult]»; oppure «pensa che ti è stata mandata dal cielo una pietanza, cioè una correzione, che piace, anche se talvolta non è condita con cannella, ma con senape [quae non semper cinnamomo sed etiam sinapi aliquando condita]».

Per ogni mancanza, peccato o tentazione Stefano ha un pronto rimedio: quando sei impaziente, pensa alla pazienza del Cristo; quando ti ostini «in cose minime», sappi che sarai ripagato in ugual moneta; «quando ti esalti per la voce sonora, considera che ciò per cui ti gonfi non è che vento»; quando sei tentato da un cibo più buono, pensa al vas stercorum; «quando ti sollecita il desiderio di cavalcare, pensa a ciò che capitò a Dina, che era uscita soltanto per passeggiare» e fu rapita e violentata da Sichem; «quando ti risulterà noiosa la vita del chiostro», quando vorrai rivedere i tuoi famigliari, «quando sentirai battere la tavola che invita al lavoro»…

Ah, tre ultime cose: «stai attento a non toccare nessuno»; «quando si deve fare una pausa durante il lavoro, non ricercare gli angoli e non sedere lontano dagli altri» e infine «se non puoi mangiare ciò che ti viene posto davanti, non permettere in nessun modo che ti portino altro, ma mangiane un po’, così che sembri che tu abbia mangiato. Se qualcuno insiste affinché tu mangi, con un segno rispondi solamente: “Va bene, è sufficiente, basta così”».

Stefano di Salley, Speculum novitii. Lo specchio del novizio, a cura di Milvia Fioroni, Edizioni Glossa 2010.

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Termodinamica monastica

Come potevo resistere davanti a un titolo del genere…

Termodinamica monastica. La Legge di Murphy in convento è un piccolo libro a suo modo sorprendente. Scritto da Gaetano Lo Russo, padre rogazionista (i Rogazionisti sono una congregazione dedita in particolare alla «cura» delle vocazioni), è diviso in due sezioni, che, diversamente dalla maggior parte dei volumi, corrono parallele, una sulle pagine pari e una sulle dispari. Il Dizionario breve, che occupa le pari, è una serie di brevi storie raccolte dall’autore durante tanti anni di attività sacerdotale e di viaggi: incontri, vicende esemplari, tristi e lievi, osservazioni e momenti curiosi narrati con garbo e semplicità.

La sorpresa è nelle pagine dispari, la Termodinamica monastica, in cui sono allineate, proprio alla maniera dei volumetti della Legge di Murphy, leggi, appunto, corollari, considerazioni, vere e proprie battute sulla vita religiosa: molte legate ai valori che la ispirano, altrettante francamente spiritose su aspetti per così dire meno nobili della vita dei monasteri, o che ironizzano con gusto  su problemi e questioni anche spinose, e molte altre ancora che con un sorriso rivelano uno sguardo critico, forse un po’ rassegnato, su certe dinamiche della vita comunitaria non del tutto edificanti.

D’altra parte, dopo un inizio che recita così: «Motto di S. Agostino. Ama e fa’ ciò che vuoi», «Variante del Re David. Sì, ma stai attento con chi lo fai», ci si può aspettare di tutto.

Non mi resta che scegliere qualche esempio e strizzare l’occhio al padre rogazionista.

  1. Dilemma del pacco dono. La vocazione è un dono di Dio? Ma chi l’ha detto che era per me?
  2. Camel Trophy 1. È più facile far passare un cammello attraverso la cruna di un ago che far passare un postulante dal postulantato al noviziato.
  3. Sulle famiglie religiose 1. I Salesiani sono dappertutto, i Gesuiti ci sono già stati, i Rogazionisti vorrebbero andarci.
  4. Ammonimento di Maccari. L’attività del monaco cretino è molto più dannosa dell’ozio del monaco intelligente.
  5. Legge di Shanahan. La durata di una riunione aumenta col quadrato del numero dei frati presenti.
  6. Corollario di Tommaso da Kempis. Se vuoi vivere con Cristo crocifisso, entra in convento. Se vuoi vivere con Cristo risorto, resta dove sei.
  7. Assioma di Twain. Le cose buone nel convento: o sono contro la Regola, o offendono il Superiore, o fanno ingrassare.
  8. Mancanze. Due cose mancano quasi sempre in comunità: le chiavi dell’automobile e l’automobile.
  9. Amarsi ma non abbracciarsi. Con gli anni i frati diventano come i porcospini. Se lontani, vorrebbero avvicinarsi, se vicini, si pungono l’un l’altro.
  10. Tempi forti. I tempi forti della vita del frate: Natale, Pasqua, il 2° tempo di Inter-Juve.

Un trittico dedicato alle suore.

  1. Costante dei convegni. Un relatore e un numero infinito di suore.
  2. Considerazione di suor Scolastica. La cosa che tu hai appena finito di fare la tua tua consorella più antipatica l’aveva già fatta ieri.
  3. Breve di suor Germana. Ne uccide più la lingua che la spada. Ma anche la cucina del monastero non scherza.

E una chiusa che non ti aspetti.

  1. Seconda regola del predicatore. La miglior predica deve assomigliare a una minigonna: corta, aderente alla vita e aperta al mistero.

Gaetano Lo Russo, Termodinamica monastica e Dizionario breve di varia umanità, Editrice Rogate 2009.

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Chi sposerà il re di Polonia? (Giansenio)

Pur avendone nozione sin dalla scuola media, non avevo mai letto nulla di Cornelis Jansen, cioè Giansenio. Così ho approfittato di una «recente pubblicazione», tanto più che si tratta di una predica pronunciata nel 1628 per la riforma di un monastero benedettino. Il Discorso sulla riforma dell’uomo interiore, inoltre, è considerato, insieme con altri testi, all’origine della «prima conversione» di Pascal, il quale lo lesse quasi vent’anni dopo e ne fu profondamente colpito (la sorella di Pascal parla di «terribili attacchi» durante i quali «poteva bere solo liquidi caldi, goccia a goccia, con grande difficoltà, a causa di uno spasmo e di una parziale paralisi della gola. I piedi e le gambe erano come morti e doveva indossare delle calzature imbevute di acquavite per riscaldarne a poco a poco il gelo marmoreo. Oltre a ciò era tormentato da terribili mal di testa e sentiva le viscere bruciare»).

L’invito rivolto ai «generosi atleti di Gesù» è anzitutto quello di interpretare correttamente il senso di «riforma», che non è dare una forma nuova, bensì recuperare quella originaria, come già ha fatto il Signore (che «ha preferito rifare il vaso che era caduto dalle sue mani, e ridargli la prima forma che gli aveva impresso, piuttosto che gettarlo via dopo che si era rotto o rompere i pezzi che ne erano restati e farne un altro completamente nuovo»), e ricordare che Cristo «è forma di ogni riforma». Per far ciò bisogna avere chiara coscienza della triplice fonte del male: sulla scorta della prima Lettera di Giovanni (2:16), Giansenio punta il dito contro concupiscenza, curiosità e superbia.

La concupiscenza, che ha come scopo la voluttà, si riconosce e si combatte facilmente, ma è comunque ingannevole, perché spesso nasconde sotto ciò che è giusto (mangiare per vivere) ciò che è male (mangiare per gusto). Dunque «è più facile negarsi del tutto i piaceri, anche quelli legittimi, piuttosto che accettarne qualcuno senza commettere molti errori».

La curiosità è una brutta bestia, perché, oggigiorno, «è stata mascherata sotto il nome di scienza». Così ci perdiamo dietro ogni cosa vana, vogliamo sapere, provare, conoscere, siamo malati di novità che inquinano il nostro spirito e ci allontanano dalle cose divine. Se uno esercita una funzione pubblica, argomenta Giansenio, è giusto che sia informato, «ma perché noi semplici cittadini, non coinvolti nel governo dello stato, dovremmo preoccuparci di sapere cosa succede in Asia o quali imprese formino la Francia o quale principessa il re di Polonia vuole sposare? E poi che bisogno abbiamo di essere informati su tutto quello che accade dentro e fuori del nostro paese, sulla terra o sul mare?» (Con buona pace di scienziati e giornalisti.)

Il nemico peggiore è la superbia, perché «in fondo all’anima è impresso un desiderio di indipendenza, nascosto nelle pieghe più segrete della volontà». Qui non si può che confidare nella grazia, perché da soli non ce la faremmo mai. Qui anzi occorre essere in qualche modo grati dei peccati e delle occasioni di sofferenza, perché non ci montiamo la testa e perché «il peccato dell’orgoglio si deve guarire con altri peccati». Siamo deboli, fragili, incostanti, perché dobbiamo imparare che lo siamo.

Più che un discorso è una blindatura, poche parole per forgiare uno scafandro in cui restare chiusi (e sordi e ciechi) in attesa dell’«eternità che brilla lassù». Ecco allora che le violente somatizzazioni di Pascal assumono un colore diverso, e la tranquillità d’animo con la quale io, cinque secoli dopo, chiuso Giansenio, continuo a leggere le notizie sul futuro presidente della Polonia è la figlia riconoscente, ancorché quasi inconsapevole, anche di quei «terribili attacchi».

Cornelis Jansen (Giansenio), Discorso sulla riforma dell’uomo interiore, a cura di E. Violo, Aragno 2012.

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Lacrime, sudore e sangue

Uso molta prudenza quando faccio una gita in territorio mistico, più del solito, e tendo a seguire guide di comprovata esperienza, come Giovanni Pozzi e Claudio Leonardi, curatori di uno dei libri più belli (sì, belli, per concezione, realizzazione, struttura, ricchezza, leggibilità, ecc.) sull’«argomento»: le Scrittrici mistiche italiane.

Salvo i casi più noti, la lettura del volume si traduce in una scoperta dopo l’altra – già i nomi allineati nell’indice raccontano qualcosa: Umiliana Cerchi, Umiltà da Faenza, Villana de’ Botti, Osanna Andreasi, Domenica del Paradiso, Battistina Vernazza… dal 1235 di Chiara d’Assisi al 1973 di Angela Gavazzi. E presi per mano da introduzioni e note si può concentrarsi ora su labirinti teologici, ora su espressioni della corporeità più terrena, sempre su una lingua rigogliosa e piena di tensioni («Si ricorderanno i lessicografi che questi testi sono una riserva unica di lingua orale autentica, perché direttamente ripresa nella sua forma originaria almeno nelle trascrizioni delle estasi?» commenta padre Pozzi), che è stata sistematicamente esclusa dai percorsi della storia letteraria come comunemente la si studia.

Per cominciare, il corpo, la strada più agevole da percorrere, perché lì, tra l’altro, le metafore attingono più direttamente al quotidiano e si trovano fotogrammi estremamente vividi. E sempre lì si potrà osservare il sospetto e l’inesorabile volontà di controllo, da parte di un apparato ecclesiastico maschile, su certe manifestazioni che un tempo (XIII secolo) erano segni inequivocabili di estasi mistica, e oggi ad alcuni potrebbero sembrare quasi scene di un film di esorcismi. Un paio di esempi, tra i tanti, dopo aver letto un terzo del volume.

Benvenuta Bojanni (nata nel 1255, a Cividale) si sveglia dopo una notte tormentosa e «si accorse di molte gocce di sangue sul velo che teneva in capo e provò allora a vedere se avesse perso sangue dal naso, e poiché questo non era assolutamente accaduto, si accorse che erano state le sue lacrime ad aver preso il colore del sangue». Va in chiesa e si mette a pregare, non riesce a trattenere il pianto e «versò tanta moltitudine di lacrime che la parte del velo con cui si asciugava le lacrime si trovò inzuppata come se fosse stata tirata fuori dall’acqua». Se qualcuno avesse dei dubbi, può avere conferma da una testimone oculare, infatti «sulla panca su cui giaceva abbattuta, si vedevano rivoli e tracce di lacrime, come attesta la devota Giacomina, sua fedele segretaria [secretaria], che pregava vicino a lei». La stessa Benvenuta, va ricordato, che talvolta il demonio sollevava e gettava a terra «con tanta violenza… che il manto le sfuggiva via dal corpo», e che lei a sua volta buttava per terra e «postogli un piede sul collo prendeva a rimproveralo con oltraggiose parole, mentre sedendosi sopra di lui non lo lasciava fuggire».

Vanna da Orvieto (nata nel 1264), invece, è afflitta da episodi di immobilità assoluta, in cui mette per così dire in scena ciò che medita della Passione di Cristo o del martirio dei santi: quando il suo pensiero va a Paolo, «il suo corpo apparve come quello di uno che si dispone per essere decapitato, inchinato e con il collo proteso». Tanto che in quei momenti di fissità «se alcuno non conoscendola l’avesse veduta, l’avrebbe creduta morta… Avresti anche potuto vedere in quel momento come le mosche, che con voli fastidiosi e continue punture così spesso non danno pace, passeggiavano a schiere sfacciatamente sui suoi occhi». Talvolta è assalita da un calore sovrumano e «tutto il corpo si scioglieva in un sudore straordinario, tanto che bisognava che ella avesse sempre pronto un panno per asciugarsi di continuo il corpo del sudore che grondava»; altre volte si blocca come Cristo in croce («concrocefissa») e «mentre lei era in questa penosa estensione, [si] poteva udire uno scricchiolio delle ossa così forte da sembrare che si staccassero dalle loro giunture».

Scrittrici mistiche italiane, a cura di Giovanni Pozzi e Claudio Leonardi (prima ediz. 1988), Marietti 1820 2004.

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Segnaletiche e distanze (Anna Maria Cànopi)

Ho letto, e non poteva essere diversamente, il piccolo libro autobiografico che Anna Maria Cànopi ha recentemente dedicato alla sua vita di monaca di clausura. La badessa del monastero Mater Ecclesiae è una voce troppo importante del monachesimo contemporaneo perché mi facessi frenare dal nervosismo che prevedevo mi avrebbero provocato le sue parole. Che poi, più che del mio nervosismo, del tutto irrilevante, si è trattato di qualche inciampo, sempre mio, davanti a certe espressioni molto risolute. Come: «società neo-pagana», «ebbrezza di autodeterminarsi», «di nulla possiamo vantarci se non della gratuità della salvezza operata da Dio», o ancora: «Nulla nella nostra vita avviene per caso. Su ciascuno di noi c’è un disegno di Dio che egli stesso porta a compimento predisponendo i mezzi e le circostanze favorevoli e richiedendo da parte nostra la docilità, la libera adesione – per fede – alla sua volontà» (il corsivo è mio).

Il libro ripercorre la storia di una vocazione lungamente covata e sbocciata infine agli inizi degli anni Sessanta: la famiglia, e il luogo, di origine, gli studi universitari, l’ingresso nel noviziato di Viboldone, la «fondazione» del monastero sull’Isola di San Giulio (1973), la partecipazione ai grandi eventi della Chiesa unita al ritiro fisico e spirituale. Confesso che mi sarebbe piaciuto che la badessa si fosse soffermata di più proprio sulla maturazione della sua vocazione. Il capitoletto è uno dei più lunghi, ma rimane un po’ in superficie (d’altra parte «la vocazione è un mistero di grazia, non è facile descriverne l’origine e lo sviluppo»). Per contro ci sono molti spunti interessanti, come la «lettura» dei monasteri come «una segnaletica nella giusta direzione… per tutti gli uomini in cammino nella storia e spesso distratti e disorientati», come anticipazione della realtà escatologica che, «in certo modo, si rende visibile» – per limitarsi a un solo esempio.

Non è una persona qualunque, ammesso che esistano, la badessa, e ne è consapevole proprio mentre ci racconta la sua scelta di adesione e «immolazione». Questa volta la distanza che percepisco, sul metro delle parole, unico di un possibile confronto, è pressoché incolmabile, e forse non c’è nemmeno bisogno di sforzarsi per trovare un modo di colmarla. Il mondo è lo stesso, la visione è diversa. E tuttavia, se io non mi permetto di considerare «sbagliata» la sua visione, mi piacerebbe allo stesso modo non essere inserito d’ufficio in un disegno altrui – come un bambino ostinato che si rifiuta di accettare la realtà, come un ingrato superbo, come un individuo perduto in attesa di un lampo. Restando su un piano astratto, io tendo a non dubitare della fede altrui, di certo non per partito preso, chiederei in cambio di non essere fatto oggetto di condiscendenza o pietà (o peggio, come accade in casi assai più seri del mio, che è quello di un comune lettore). Capisco anche come ciò sia impossibile – il disegno di questo Dio non può esistere soltanto per alcuni e per altri no – e anche su questo misuro l’ampiezza della distanza.

Anna Maria Cànopi, Una vita per amare. Ricordi di una monaca di clausura, Interlinea 2012.

 

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The Monastery

Quando esploro le librerie di remainders, e non ho troppo tempo a disposizione, attivo una serie di alerts per i titoli contenenti parole che mi interessano. L’ultimo ritrovamento ottenuto con questo metodo è The Monastery, by F. Majdalany, un libretto stampato a Londra da John Lane the Bodley Head Ltd. nel 1945 (in complete conformity with the Authorized Economy Standards). È un breve ma esauriente resoconto degli ultimi mesi della battaglia di Cassino dal punto di vista del maggiore Fred Majdalany, del 2° Battaglione, 78ª Divisione, Ottava Armata. È un testo scritto in una lingua sorprendentemente piacevole che, oltre ai fatti, offre un quadro molto interessante della mentalità del soldato inglese di fanteria, non senza una dose di senso dell’umorismo (reso possibile, probabilmente, dall’essere scritto da un vincitore).

A parte ciò, è dominato, sin dal titolo, da un protagonista d’eccezione: l’abbazia di Monte Cassino, il Monastero, la chiave del sistema difensivo tedesco della Linea Gustav: «Coloro che combatterono a Cassino ricorderanno soprattutto il monastero fondato da san Benedetto. Ricorderanno per sempre come esso dominasse e oscurasse i loro corpi e le loro menti nei lunghi mesi dell’inverno 1944». Benedetto d’altronde, nota il maggiore, «non soltanto possedeva un sentimento profondo dei valori spirituali e intellettuali, ma anche un occhio particolarmente acuto, in senso militare, per il terreno»: l’abbazia, in posizione perfetta per controllare la valle del Liri (la via per Roma), era praticamente inespugnabile.

Eccola, la collina del monastero, apparire da lontano. Sulle sue scarpate si sono schiantati i neozelandesi, poi è stata presidiata dai nepalesi e adesso è la volta del battaglione del maggiore Majdalany, che la deve presidiare per quattro settimane. Di giorno tutti al coperto e immobili, troppo esposta qualsiasi postazione, di notte un’estenuante attesa degli eventi e un continuo scambio di colpi di artiglieria con i Boche, i tedeschi. Ogni punto visibile dell’edificio è contrassegnato da una sigla su una mappa e, mentre a casa, sui quotidiani, i vescovi si scagliano contro la necessità di bombardare l’abbazia di san Benedetto, gli artiglieri consumano le riserve di bombe al fosforo contro lo sleeping monster: «A mano a mano che l’oscurità calava, le esplosioni dei proiettili diventavano più luminose. E quando avevamo colpito tutti i bersagli possibili ordinavamo un’ultima scarica di colpi, solo per il piacere di vedere la silhouette della maestosa rovina illuminarsi per un momento… in tutta la sua lunghezza».

S’inventano nuove soluzioni, gli artiglieri, oppure si mettono a sparare perché sentono giungere dall’alto le note di Lili Marlene, o ancora si eccitano all’arrivo di un grosso cannone americano (soprannominato Horace) col quale finalmente possono colpire il Monastero in cima e non solo sui fianchi («L’abbiamo imbottito per bene, quel bastardo», dopo 43 colpi andati a segno). Ma lo stallo permane, al buio segue la luce, alla luce il buio, niente da fare: «Il dominio del Monastero era completo. Dominava ogni pensiero, ogni speranza e ogni timore. Non era più solo il simbolo, bensì l’incarnazione stessa della resistenza. Gli uomini che lo difendevano avevano perso importanza. Ora il nemico era il Monastero stesso. La parola attraversava ogni conversazione col ritmo monotono e instancabile del ruote di un treno – il Monastero… il Monastero… il Monastero…»

Dopo quattro settimane si presentano i polacchi a dare il cambio, e il battaglione si ritira nelle retrovie a riposarsi e ad aspettare l’ordine dell’offensiva decisiva, che puntualmente arriva, di notte. E il Monastero è ancora lì, che emerge dalla nebbia di una mattina di maggio «come un boxeur che si toglie l’accappatoio per salire sul ring per l’ultimo round».

Giovedì 18 maggio l’aggiramento è completato, la battaglia è vinta e i polacchi sono entrati nell’abbazia. La fanteria inglese si allontana sui camion, gettando un ultimo sguardo a Monte Cassino: «Se Benedetto fosse stato sul retro di uno di quei camion, forse si sarebbe lasciato scappare un sorriso. Non avrebbe potuto sentirsi altro che orgoglioso che la sua abbazia, distrutta ma ancora nobile, fosse diventata il memoriale della muta grandezza del soldato semplice di fanteria».

 

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Le cose di lassù (Teofane il Recluso)

Ogni tanto do un’occhiata a Oriente, disordinatamente. Tale è la mia ignoranza della spiritualità ortodossa che è come se andassi in gita in un luogo di cui non conosco nemmeno la lingua, senza aspettative, magari mi resta attaccato qualcosa. E qualcosa dell’antologia di scritti di Teofane il Recluso, Lo spirito e il cuore, mi è rimasto attaccato, a partire dal nome del suo autore. Il quale nome venne a Grigorij Govorov (Černavsk, 1815 – Vjšen, 1894) per il periodo che, dopo lunghi anni di insegnamento e attività pastorale, trascorse in reclusione nella sua cella del monastero di Vjšen: circa dodici anni, dal 1872 («Vorrei chiudere volentieri tutte le finestre e le porte, per non vedere e sentire alcunché di quanto succede fuori»).

Autore molto prolifico, tra i principali artefici del cosiddetto «ritorno ai Padri», Teofane viene spesso riassunto nella formula della «spiritualità del cuore», una pratica di purificazione dei sentimenti, di sobrietà dei pensieri, di discernimento e orientamento degli spiriti e di abbandono alla preghiera, che mira a una «disposizione stabile», a un’intima integrità.

Tra i troppi spunti che ho intravisto mi hanno colpito alcuni estratti dallo sterminato epistolario di Teofane, che, anche in reclusione, rispose sempre alle richieste di consiglio spirituale. Ecco, ad esempio, la risposta che Teofane dà quando proprio a lui qualcuno chiede se sia bene o no entrare in monastero: «Non è bene cercare di risolvere la questione tentando di indovinare, se nel monastero se fuori del monastero; la forza non è in questa circostanza». E aggiunge: «Quando il monastero è nel cuore, non importa se vi sia o meno l’istituzione monastica. Ecco il monastero nel cuore: Dio e l’anima». I monasteri sono necessari, ma non tutti vi sono chiamati, né tutti hanno voglia di entrarvi, e non bisogna dimenticare che «non sono stati stabiliti dal Salvatore». «Il monaco è colui la cui vita interiore è disposta in modo tale che esiste solo Dio con lui, e lui si perde in Dio.» La vita di famiglia, la vita nelle città, può rappresentare un ostacolo per questa intimità, e così alcuni scelgono di ritirarsi dal mondo, ma altri no. Tutti concordano che esista un talento per la scienza, o per un’arte, perché non accettare, chiede Teofane, che esista un «talento» per Dio? «Il monachesimo non proviene dall’esterno», è anzitutto un evento interiore.

A questo punto è scattata inevitabile l’associazione con un’altra lettura recente, un piccolo volume di Francesco Comandini, che passa in rassegna alcune esperienze monastiche contemporanee extraistituzionali e che si spinge addirittura a individuare un «archetipo monastico» della cosiddetta natura umana. «Attualmente il carisma monastico sembra espandersi al di fuori delle mura dei monasteri e influenza la vita spirituale di molte persone. Uomini e donne, cristiani e non cristiani, stanno scoprendo in se stessi una dimensione monastico-contemplativa che si esprime spesso con modalità nuove e originali».

Teofane in proposito, citando Paolo, è molto chiaro: «Pensate alle cose di lassù… In questo consiste il monachesimo. Non è monachesimo la tunica nera, la berretta, e neppure la vita in monastero. Anche se tutto questo cambierà, il monachesimo rimarrà finché esisterà l’uomo-cristiano».

Teofane il Recluso, Lo spirito e il cuore. Pagine scelte, a cura di T. Špidlík S.I., Paoline 2003; Francesco Comandini, Come monaci nel mondo. Piccola guida al monachesimo interiore, Il leone verde 2002.

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