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«Non occorre abitare in un monastero per vivere come un monaco»*

Tvedten, How-to-be-a-monastic«Sono molto poche le persone che vogliono entrare in un monastero oggigiorno, ma sono sempre di più quelle che desiderano visitarlo», scrive il benedettino Benet Tvedten, e prosegue, citando Timothy Radcliffe (superiore generale dei Domenicani dal 1992 al 2001): «Chi sono costoro? Alcuni senza dubbio sono turisti in gita, che magari sperano di scorgere un monaco, come una scimmia allo zoo – tanto che potremmo aspettarci di vedere in futuro dei cartelli che recitano Non dare cibo ai monaci. Altri vengono per la bellezza degli edifici o per le attività liturgiche. Molti sperano di poter incontrare in qualche modo Dio».

Questa ironia è tipica del curioso volume di Tvedten, How to be a monastic and not leave your day job, titolo molto pragmatico di una semplice introduzione al fenomeno sempre più diffuso dell’oblazione, con particolare riguardo all’Ordine benedettino e al Nord America (l’autore è stato per oltre trent’anni direttore degli oblati, e priore, della Blue Cloud Abbey, a Marvin, nel South Dakota, chiusa circa un anno fa per mancanza di nuove vocazioni).

La tesi principale del volume è che oggi la spiritualità benedettina non è più confinata nei monasteri e sta anzi staripando, essendo uno degli «strumenti» più efficaci per migliorare qualsiasi vita ci si trovi a vivere. La chiave di questo fenomeno va individuata, secondo Tvedten, nei due voti – o promesse, se non si è professi – specifici del carisma benedettino: la conversione dei costumi (la conversatio) e la stabilità («Stabilità significa vivere nella realtà»). In qualunque luogo o situazione viva, il benedettino, monaco o oblato, si impegna a progredire nella propria spiritualità, e lo fa consapevole di appartenere a una comunità il cui valore è pari, se non superiore, a quello del singolo. Famiglia, quartiere, scuola, posto di lavoro, associazione, sono tutte comunità («comunità intenzionali») delle quali il benedettino si prende cura, in una continua dialettica tra sé e gli altri, tra sé e l’abate-capo; rispetto, ascolto, disponibilità, diligenza, sono tutte forme di questa cura e risuonano, in senso spiccatamente cristiano, con la Regola di Benedetto (regola, ricorda l’autore, composta assai prima delle divisioni tra i cristiani e in tempi che, per complessità e difficoltà, possono rassomigliare ai nostri).

Preghiera, lettura delle Scritture, lavoro ben fatto e in spirito di servizio, relazione, regole condivise, pace, giustizia, ospitalità: il ritratto di una comunità in cerca di Dio, e anche di serenità e prosperità, emerge da una quotidianità in cui queste cose si mescolano naturalmente con le piccole e meno piccole attività ordinarie. Ordinarietà è addirittura la parola che secondo l’autore riassume adeguatamente la formula benedettina: «Benedetto era un uomo comune, e la sua Regola è ordinaria», come lo è la stragrande maggioranza delle esistenze. In una costante ma non drammatica tensione tra ciò che siamo e ciò che dovremmo essere, «realisticamente, certi giorni non succede un granché», e la Regola diventa la routine, una routine che non ci deve scoraggiare, né per la sua apparente monotonia, né per i nostri continui errori.

Di questo straripamento – un fenomeno ricco di significati e qui soltanto presentato – gli oblati e le oblate sono il segno più luminoso e tangibile, e anche fonte di grande speranza per i monaci stessi (all’epoca della stesura del testo, le stime riportavano circa 24.000 oblati benedettini a fronte di circa 25.000 professi), e il merito dell’autore, pacato, ottimista e pratico, è quello di mostrarceli nella loro più marcata concretezza, alle prese con problemi di tempo, di spostamento, di disponibilità economica, di volontà e determinazione, e tuttavia convinti che qualcosa si possa sempre fare («Mi sono convinto», commenta Tvedten, «che san Benedetto sia il patrono dell’umana imperfezione»). In fondo la Regola contiene anche un costante appello alla discretio, cioè alla flessibilità, e il tempo di una «pasusa Bibbia» si può sempre trovare, come nel caso di Wanda, «che gestisce un donut shop nella cittadina vicina al nostro monastero e che spesso può essere trovata intenta a leggere la Bibbia quando non ci sono clienti. Sta facendo la lectio divina».

Benet Tvedten, How to be a monastic and not leave your day job. An invitation to oblate life, Paraclete Press 2006 (*il titolo del post è tratto dallo slogan in quarta di copertina).

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«È stato il soldato» (Vita di Maria-Marino)

Rimasto vedovo, il buon Eugenio così si rivolge alla figlia Maria: «Figlia mia, ecco metto nelle tue mani tutto quello che possiedo, perché io me ne vado a salvarmi l’anima». Allevata secondo i principi della santa religione, Maria non è proprio entusiasta: Ma come? E la mia, di anima? Il padre si commuove, ma non sa che cosa fare: vuole entrare in un monastero – ovviamente maschile – e non c’è modo che la figlia (ianua diaboli) lo possa seguire. «All’udire queste parole la figlia gli disse: “No, mio signore, non ci entrerò come tu dici, ma t’accompagnerò in monastero dopo essermi tagliata i capelli e aver indossato un abito maschile”.»

Nel bel volume Donne di comunione, curato da Lisa Cremaschi, e nel quale ho letto la storia di amma Sincletica, c’è un’altra storia molto interessante e caratteristica del fenomeno (il «sotterfugio») delle donne che si travestivano da uomini per entrare in monastero. È un fenomeno ampiamente attestato dalle fonti, come ci informa la curatrice, al punto da essere oggetto di specifiche proibizioni da parte dei concilii della tarda antichità («Se una donna, per presunta ascesi, muta l’abbigliamento e, al posto del consueto abito femminile, indossa quello maschile, sia anatema» Concilio di Gangra, 435, can. 13). La Vita di Maria-Marino, di area greca e anonima, ebbe vastissima diffusione, fu tradotta e finì addirittura, in forma sintetica, nell’opera di Iacopo da Varagine. Vi si può leggere una forma di rifiuto verso il modello dominante della femminilità, per quanto «questo tentativo di rottura… non riesca a proporre altra alternativa se non l’imitazione del modello maschile».

E così Maria diventa Marino, segue il padre (una figura molto dolce, che asseconda e copre lo stratagemma della figlia – i capelli glieli taglia lui, ad esempio) e si fa monaco. Tutto va per il meglio. Passa il tempo. Eugenio muore. Marino progredisce nella virtù. Non gli cresce la barba, ma i confratelli non ci badano (per forza, non mangia mai!). Un giorno l’abate (l’«igumeno» per la precisione) ordina a Marino di unirsi agli altri monaci che ogni tanto escono dal monastero per «sbrigare commissioni». Se devono passare fuori la notte, si fermano presso un’«osteria» dove vengono trattati con riguardo. Qui avviene il fattaccio. Una notte un soldato violenta la figlia dell’oste, la mette incinta e la minaccia: «Se tuo padre lo viene a sapere digli: “È stato il giovane monaco ad andare a letto con me”». Così accade. L’oste, imbufalito, va al monastero e reclama giustizia. L’igumeno non perde tempo e sbatte fuori Marino, il quale tace e «si mise a sedere fuori dal portone del monastero e se ne stava lì sopportando il gelo e la calura».

Quando nasce il bambino, l’oste ne fa un fagotto e lo getta in grembo a Marino, che continua a tacere e s’ingegna per accudire il neonato (il latte se lo fa dare dai pastori). Passano tre anni e i monaci, mossi a compassione, implorano l’igumeno di perdonare Marino e di riaccoglierlo. L’igumeno alla fine cede: «Per l’amore dei fratelli ti accolgo come ultimo di tutti». Marino, felice, ringrazia, rientra nel monastero con il piccolo e si sottomette senza fiatare ai lavori più umili. Il bambino – «che gli correva dietro piangendo e dicendo “tata, tata”, e altre espressioni che dicono i bambini quando vogliono mangiare» – cresce, è bravo, diventa monaco.

«Il tempo passò.» Un giorno l’igumeno chiede ai fratelli: «Dov’è Marino? È tre giorni che non lo vedo…» Marino è morto, nella sua cella. Chissà se se n’è andato in pace, quel grande peccatore? si chiede l’igumeno, e quando dà le disposizioni per il lavacro e la sepoltura… costernazione generale: «Fratel Marino è una donna!» Senso di colpa senza limiti. Viene fatto venire l’oste che, sconvolto, «cominciò anche lui a gemere e a stupirsi per l’accaduto». Giunge anche la figlia dell’oste – nel frattempo, ovviamente, posseduta da un demonio – che confessa infine la verità: «È stato il soldato a sedurmi».

«E subito fu guarita al ricordo della santa Maria e tutti glorificarono Dio per il prodigio accaduto e per la pazienza di Maria, perché aveva perseverato fino alla morte senza rivelare la sua identità.»

Vita di Maria-Marino, in Donne di comunione. Vite di monache d’oriente e d’occidente, a cura di L. Cremaschi, Edizioni Qiqajon – Comunità di Bose 2013, pp. 147-54.

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«Nei monasteri fiorentini» (pt. 3)

(la prima parte è qui, la seconda qui)

Le storie gustose sono tante, e non poche infatti sono poi confluite nella novellistica coeva. Come quella del braccio di santa Reparata, fatto venire dal monastero di Teano e scopertosi poi essere di legno, citata in una novella di Franco Sacchetti, o quella del dito di sant’Anna, rubato e poi restituito alle monache del convento di Sant’Anna sul Prato (solo che miracoli non ne faceva più, sicché «lo fecero esaminare da alcuni competenti, i quali riferirono che non si trattava nemmeno di un osso umano»). Ma la più divertente è quella appunto di Buffalmacco e delle monache di San Giovanni Evangelista, raccontata dal Vasari (che forse non sarebbe nemmeno il caso di parafrasare…).

Protagonista di numerose novelle del Boccaccio, Buonamico di Martino, il Buffalmacco, non è pittore che badi particolarmente alla forma e, lavorando per le monache del Monastero delle Donne di Faenza (fondato dalla beata Umiltà), agli inizi del XIV secolo, non si preoccupa di vestirsi da «maestro», tanto che le religiose, spiandolo dal telo che copre il «cantiere», cominciano a pensare che non sia pittore di fama, bensì un «qualche garzonaccio da pestar colori».

La badessa non si trattiene e si rivolge al giovane in farsetto, dicendogli che ogni tanto gradirebbero vedere all’opera anche il maestro. Buonamico, «uomo faceto e di piacevole pratica», promette di avvisarle non appena egli verrà e, per impartire una lezione alle monache diffidenti, architetta un «posticcio maestro» con una pila di brocche e stoviglie, lo riveste di mantello con cappuccio, gli fissa un pennello e se ne va. Le monache, soddisfatte, si tranquillizzano, «onde da una banda cansando la turata della tela, vedevano il maestro dell’opera, che pareva che dipignesse». Alla fine però sono prese di nuovo dalla curiosità di vedere come procedono i lavori e una notte, avvicinatesi all’altare coperto, «rimasero tutte confuse e rosse nello scoprire il solenne maestro che in quindici dì non aveva punto lavorato». Scoperto l’inganno, e appresa la lezione, vergognose fanno richiamare il pittore, «il quale, con grandissima risa e piacere, si ricondusse al lavoro, dando loro a conoscere che differenza sia dagli uomini alle brocche»: l’abito non fa il monaco, proprio voi, sorelle, dovreste saperlo!

Tutto a posto. Il lavoro riprende, con soddisfazione delle committenti, salvo che le monache trovano un po’ pallide e «troppo smorticce» le figure. Udito il reclamo, Buonamico si ricorda di aver sentito che la badessa conserva una scorta di vernaccia molto buona, per usi sacri, e le manda a dire che il difetto si può facilmente correggere, a patto di «stemperare i colori con vernaccia che fusse buona»: allora sì, vedreste che colorito!

«Ciò udito le buone suore che tutto si credettono, lo tennero sempre poi fornito di ottima vernaccia, mentre durò il lavoro, ed egli, godendosela, fece da indi in poi con i suoi colori ordinarj le figure più fresche e colorite.»

(3-fine)

(Enrica Viviani della Robbia, Nei monasteri fiorentini, Sansoni 1946; disponibile anche su Internet Archive.)

 

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«Nei monasteri fiorentini» (pt. 2)

(la prima parte è qui)

E visto che ho parlato di elenchi, diamo un’occhiata a questo, interessantissimo, tratto dal Libro di Ricordanze di Santa Verdiana del 1568 e che riporta «la nota della roba che le monache dovevano portare con sé nell’entrare in convento», la dote. Anzitutto il letto, sì, il letto «con saccone, Materasse, Coltrice, Piumaccio et dua Guanciali»; e ancora «uno Coltrone; una mezza Coltre; una Coltre a bottoncini; un Panno Lano bianco»; poi una quantità ragguardevole di stoffa di varia natura, tra cui 10 braccia di Perpignano monacile, 20 di Sventone bianco, 20 di Tela bottana azzurra, 60 di Panella da soggoli; sempre alla voce biancheria: 14 fazzoletti da capo e 20 da collo, 12 asciugamani e 25 tovagliolini; per l’arredamento: una seggiola e uno sgabello, «un quadro di Vergine: un Crocifisso di rilievo»; a corredo: 12 libbre di candele bianche, un breviario, un catino una cintura di cuoio, un paio di forbici grande, «una Scodella, uno Scodellino, un Piatto, ogni cosa di stagno; un quchiaio e una Forchetta d’argento per quando sono inferme». Senza dimenticare la dotazione specifica per la «sacratione», consistente in altri chilometri di stoffa, un esercito di candele e «una scatola di lb VI di confetto. Sei Pinocchiati di lb. 1/2 l’uno. Dieci fiaschi di Trebbiano e cento Berlingozzi. Dua lb. di Zuchero fine. Dieci ducati per la Pietanza». Una montagna di roba.

Già, la pietanza: «Ogni evento, allegro o triste, era celebrato con l’immancabile pietanza!», che spesso rappresentava un problema economico non da poco, soprattutto per le comunità meno beneficate. Sempre a Santa Verdiana, nel 1452, questa era la pietanza per la festa del fondatore dell’Ordine vallombrosano, Giovanni Gualberto: «Quindici taglieri per trenta religiose alle prime e alle seconde mense, trebbiano e susine e ciriege, e di poi vitella: libbra cento dodici e paia cinque di capponi e lingue e raviuoli e lacto con zuchero e cialdoni… [e alla sera] paia due di paperi e tre paia di polli e tre di pippioni e solecio». «Questi pranzi e rinfreschi erano arrivati a un tal segno, che per non andare in rovina, le monache dello stesso convento dovettero ricorrere nel ‘600 all’arcivescovo, supplicandolo di fare una specie di riforma interna, che fu detta appunto di moderazione.»

Oltre che di cibo, i Libri sono pieni anche di note economiche: spese di restauro, spese di conduzione degli edifici e degli annessi (il rinnovo dell’altare per 278 ducati; 14 scudi al fattore-ortolano e 7 al suo giovane aiuto; 46 scudi di lire 7 per scudo per la campana che «il 1° novembre 1591 suor Maria Benedetta Cicciaporci fece fare con la sua dota o entrata»); spese per i mortori, cioè il «desinare funebre»; registrazioni dei disobblighi («Se qualche famiglia voleva, per una ragione o un’altra, fare dispensare qualche sua congiunta dalla levata del Mattutino o dagli altri uffici che incombevano a turno su tutte le religiose, bastava che versasse una somma a parte, detta di disobbligo, fra i 100 e i 170 scudi»); spese per gli addobbi…

E poi le spese per le opere d’arte, «poiché le badesse si facevano un vanto di ornare e abbellire la loro chiesa, ricorrendo ai più provetti artisti del tempo», e in effetti nella Firenze del Trecento, del Quattrocento e del Cinquecento, anche a scegliere frettolosamente non si rischiava la mediocrità. Magari qualche problema poteva nascere dall’ingenuità delle claustrali, qualche problema o qualche burla, come quella raccontata dal Vasari a proposito di Buonamico Buffalmacco e delle monache di San Giovanni Evangelista.

(2-continua)

(Enrica Viviani della Robbia, Nei monasteri fiorentini, Sansoni 1946; disponibile anche su Internet Archive.)

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«Nei monasteri fiorentini» (pt. 1)

Francesco Botticini,"Santa Monica circondata dalle suore agostiniane" (1470; Firenze, Chiesa di S. Spirito, part.)

Francesco Botticini, “Santa Monica circondata dalle suore  agostiniane” (1470; Firenze, Chiesa di S. Spirito, part.)

Ho accennato qualche tempo fa a un libro che mi è piaciuto molto: Nei monasteri fiorentini di Enrica Viviani della Robbia. Pubblicato nel 1946 da Sansoni, nei piani doveva essere il primo di una serie ed era nato dallo spoglio delle «carte dei monasteri soppressi conservate all’Archivio di Stato di Firenze». L’autrice, discendente di una storica famiglia fiorentina di origine trecentesca, giocava a suo modo in casa, annoverando tra le sue antenate anche una Pietra d’Andrea Viviani Gennaj (poi della Robbia) che era stata tra le cinque «nobilissime matrone» che avevano fondato il monastero di San Giovannino delle Cavalieresse di Malta e ne era stata la prima Commendatrice nel 1391.

L’intento dichiarato del volume è restituire, anche con larghezza di citazioni, lo spirito della vita quotidiana delle numerosissime comunità di monache che costellavano Firenze in età medioevale e moderna, seguendo le cronache dei Libri di Ricordanze e cercando di andare al di là delle immagini e dei pregiudizi consueti (un merito che anche la storiografia recente riconoscerà a Enrica Viviani). Sì, numerosissime: «I conventi femminili nel Cinquecento erano 45, nella sola Firenze, senza contare quelli dei dintorni (un complesso di 4340 suore), ma nel Seicento salirono a 63».

Il risultato è un pozzo senza fondo di informazioni, storie, aneddoti, nomi, curiosità; ma prima di procedere devo confessare, soprattutto a me stesso, il perché di tanta passione, che mi ha spinto addirittura a recuperare una copia cartacea presso una libreria antiquaria. Lo ammetto, ho letto  Nei monasteri fiorentini con lo stesso piacere di pura evasione che un appassionato di fantasy nutre quando s’imbatte in una saga particolarmente riuscita. Mi è piaciuto perché è scritto in un bell’italiano antiquato, mi è piaciuto perché ho condiviso la stessa curiosità dell’autrice a ogni scoperta, mi è piaciuto perché contiene il Tempo, mi è piaciuto perché «sfogliando le carte dei vecchi monasteri, la cosa che ci colpisce maggiormente, forse perché in così assoluto contrasto con i tempi che stiamo vivendo, è il senso di stabilità che le anima, la sicurezza in una continuità che nulla avrebbe mai potuto variare… Ogni minimo evento era scrupolosamente segnato dalle croniste, seguitando a ordire una tela di memorie che avrebbe dovuto seguitare all’infinito, come quei tanti rotoli di canapa e di lino che si accatastavano negli armadi del convento pei bisogni delle generazioni monastiche del futuro»: un sentimento regressivo, è inutile nasconderlo.

Ammesso quanto era da ammettere, posso abbandonarmi, per cominciare, al piacere dei nomi. Quelli delle congregazioni: le Murate, le Stabilite, le Pinzochere, le Poverine, le Convertite; quelli delle monache: suor Fioretta, suor Cedrinella, suor Luminata, suor Celeste, suor Purità, suor Colomba, suor Maria Minima… (e anche quelli di qualche laico come Diomicitidiede di Buonagiunta del Dado); quelli delle cariche principali: la Camarlinga dello scrittoio, la Celleraia velata, la Celleraia suora, la Speziala, l’Infermiera, la Cottora, la Rotara, la Sarta, la Pollaiola, la Refettoriera. E subito dopo a quello degli elenchi, come questo per l’Ufizio della Spezieria del monastero di Santa Verdiana: «La Spezieria del Convento deve a tutta sua spesa provvedere le monache di tutto quello che si possa manipolare in detta, cioè Sciroppi, Medicine, Solutivi di tutte le sorte, bocconi di Lattovarj, Pillore, tutta la Cassia; Sciarappa, Regina di Sciarappa, Diagridi, Tartaro Vetriolato, Acqua del Tettuccio, numero otto Vescicatori, Spirito di Vetriolo, Cremor di Tartaro e così simili».

Irresistibile, no?

(1-continua)

(Il volume è disponibile online in vari formati su Internet Archive.)

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«Il primiero vomito delle lascivie»

Sto leggendo un libro molto bello di Enrica Viviani Della Robbia, Nei monasteri fiorentini, pubblicato da Sansoni nel 1946, pieno zeppo di informazioni e curiosità sulle comunità monastiche femminili cinque-seicentesche, tratte da fonti d’archivio. Ne parlerò, ma non so resistere a riportare i titoli di due opuscoli inerenti al mondo dei monasteri delle Convertite, separati l’uno dall’altro di qualche mese.

Il primo è questo:

Conversione della Maria Lunga detta Carrettina meretrice famosa in Firenze, la quale essendo stata peccatrice oltre vent’anni per penitenza de’ suoi peccati havendo dato il suo avere ridotto a denari per l’amor di Dio, si è ritirata a servire alle misere Donne del Lazzeretto. Azione dispiegata in tre capitoli con obbligo di descrivere in ogni ternario almeno un verso del Goffredo del Sig. Torquato Tasso. Composizione del Dott. Giulio Guazzini. In Firenze 1633, per Zanobi Pignoni.

E qualche mese dopo:

Palinodia in ritrattazione delle lodi già fatte per la Maria Lunga Meretrice Fiorentina nella sua infruttuosa Conversione, la quale dopo l’essere stata volontaria penitente de’ suoi lussi per dieci mesi a servire nel Lazzeretto, per nuovo esempio d’incontinenza è ritornata al primiero vomito delle lascivie. Il che si ritratta con lo stesso obbligo d’un verso almeno del Goffredo del Sig. Torquato Tasso in ogni ternario, del medesimo Dott. Giulio Guazzini, che ne avea composte le lodi intempestive, le quali è parso bene darsi in luce di nuovo avanti la Palinodia per maggiore intelligenza di essa. In Firenze 1633, per Zanobi Pignoni.

Scopro che la curiosa doppietta aveva già colpito l’avvocato e scrittore toscano Narciso Feliciano Pelosini (1833-1896), che nelle sue Amenità bibliografiche della vecchia Toscana (1871) l’aveva registrata e aveva commentato: «Che ti pare di questo titolo? Doveva essere il gran bell’umore il poeta dottor Guazzini! E mi svaga che il povero Tasso fa le spese alle lodi ed all’invettive; come se a lui importasse un fico e della Maria Lunga che vuole e disvuole, e del dottor Guazzini che loda e vitupera. Il mondo era bellino anche nel 1600, quando il Pignoni (nel 1633) stampava questi libri in Firenze».

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«Mentre vi guardo» di m. Ignazia Angelini (pt. 2)

(la prima parte è qui)

C’è poi un livello più denso di riflessioni nel quale l’autrice prova a definire i tratti più specifici dell’essere monache, riflessioni che muovono dal concetto di «unicità imperfetta» dell’individuo (la formula è mia). Il monastero è «una comunità che mette a tema l’imperfezione» ed è al tempo stesso un progetto fondato sulla tesi che «non ci sono persone umane incompatibili». È il luogo dove ci si apre in piena gratuità all’altro (e attraverso di esso all’Altro). L’altro è il tu senza il quale non c’è io: «Se qualcuno non mi chiama io non esisto», e nel monastero l’altro per così dire si radicalizza. Anzitutto perché non è scelto (cosa che in verità avviene anche altrove) e in secondo luogo perché ci tiene costantemente sotto osservazione – pure questo accade anche in altri ambiti, ma nel chiostro non ci sono maschere: «Noi monache viviamo sempre insieme sotto gli occhi le une delle altre e sempre nello stesso luogo, non abbiamo ambiti diversi. In un certo senso siamo costrette ad avere un unico volto. La stabilità monastica è una condizione di autenticità perché ti impedisce di bluffare, di nasconderti». Questa scelta, anzi questa «chiamata», esplora in profondità la dimensione dell’unicità («La sfida monastica si basa sulla convinzione che il cuore umano è uno e che rimane se stesso in qualunque situazione»), che l’autrice si spinge a definire «la dimensione monastica dell’esistenza umana», quella per la quale la verità di un individuo, di una «persona unificata», risiede «nel corrispondere allo stesso nome, il proprio, sempre».

Tale «vocazione» si fonda sul concetto, appunto, di unicità di ogni esistenza, un terreno sul quale non posso seguire l’autrice: l’unicità «della mia corporeità, del mio essere umano, del mio patrimonio cromosomico» è puramente accidentale, la definirei un fatto combinatorio, e non penso che la mia esistenza sia un novum che cambia l’universo. «Se non pensi questo», avverte la badessa, «allora tiri a campare»: bene, vorrà dire che tiro a campare.

Posso essere affascinato dall’immagine di «una umanità riconciliata attraverso la lotta intorno alle passioni», anche più che affascinato, ma la storia della specie cui appartengo mi suggerisce diversamente. E posso senz’altro seguire l’autrice sul fatto che non mi chiamo da solo, ma non vedo come la relazione fondi la fede, o meglio, e vorrei esprimermi bene, non vedo qui la rilevanza della fede. «Io credo sia praticamente impossibile che un uomo onesto e senza risentimenti sia ateo», dice la badessa, che non concepisce come l’alterità non abbia un nome, anzi un Nome, che per lei è Gesù. Incassati la disonestà e i risentimenti, io di nomi potrei farne una lista abbastanza lunga, e quelli mi bastano, nel senso che sono più che sufficienti per tentare di orientare le mie azioni.

E mi sia concessa una punta di irritazione di fronte all’insinuazione: tu dici di non credere, ma in realtà non può essere così. Io credo alle persone che affermano di credere, non dico loro che, in realtà, inseguono l’ippogrifo, mi farebbe piacere essere trattato alla stessa maniera.

(2-fine)

Madre Ignazia Agelini, Mentre vi guardo. La badessa del monastero di Viboldone racconta, a cura di Pierfilippo Pozzi, Einaudi 2013.

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«Mentre vi guardo» di m. Ignazia Angelini (pt. 1)

Da tempo ormai le case editrici laiche frequentano con regolarità gli argomenti monastici, non soltanto dal punto di vista storico, un filone di consolidata tradizione, ancorché meno forte in Italia, ma soprattutto da quello delle testimonianze dirette, sia sotto forma di reportage e interviste, sia proprio di testi di priori, eremiti e badesse. Non ho mai avuto problemi ad acquistare volumi dell’editoria religiosa – e perché, poi? –, ma di certo non mi faccio scappare un libro come quello appena pubblicato da Einaudi: Mentre vi guardo, della badessa dell’abbazia benedettina di Viboldone Ignazia Angelini (classe 1944, a Viboldone da quasi cinquant’anni). Anzitutto perché già nel titolo, in quel «vi», c’è un senso, se non di dialogo, per lo meno di indirizzo, e poi perché, dal momento che respiriamo la stessa aria, mi pare meno irragionevole confrontarmi direttamente e idealmente ribattere.

Il libro ha due centri di gravità. Anzitutto le pagine dedicate al monachesimo di oggi, che sono di grande interesse e non possono che essere lette con attenzione. Dalle considerazioni sulla clericalizzazione dei monasteri (ma il versante femminile, per ovvi motivi, si è difeso meglio, al punto che «credo che la vera anima monastica abbia mantenuto di più il suo senso originario proprio nell’ambito femminile») e sul peso della gerarchia ecclesiastica maschile («lo sguardo indagatore dei signori di curia»), alle riflessioni sulle aspettative sbagliate che nutrono le giovani monache («l’idea che la donna monaca fa “diverso”, fa “fino”»); da qualche nota mesta per una forma di vita controcorrente («come espressione della tradizione monastica, noi stiamo sempre più lottando con un mondo che va in direzione opposta, ma non so quanto il nostro messaggio arrivi») e destinata probabilmente all’assoluta marginalità («diventa sempre più improbabile che molti monasteri, nati in momenti di sovrabbondanza di domanda religiosa, reggano l’impatto con la contemporaneità»), a leggere punte polemiche, sempre temperate e rispettose, contro la qualità «generalmente desolante» della liturgia, contro certe strumentalizzazioni («come tutte queste Madonne che trasmetterebbero presunte rivelazioni») e ancora contro lo snaturamento dei monasteri come centri culturali o, peggio, luoghi di «turismo spirituale».

Fin qui tutto bene, si potrebbe dire. La seconda area tematica ospita un confronto più generale con questioni sociali ed esistenziali: la badessa, più che legittimamente, tengo a precisare, parla del nostro mondo, ci parla. E lo fa stigmatizzando circostanze e fenomeni: i rapporti di oggi sono degradati («c’è stato un terremoto fondamentale per cui sentimenti come l’invidia, la gelosia, la brama di possesso non sono stati debitamente istruiti della loro forza distruttrice dei legami»); il mito della realizzazione di sé e la retorica di quello che lasciamo a memoria del nostro passaggio nel mondo (a questo proposito trovo del tutto mal posto il riferimento al «fondatore della Ford» che non avrebbe «cambiato niente»); l’eterno adolescente che incolpa di tutto i padri, o addirittura il Padre; lo «straniamento dell’umano dall’umano» (che sarebbe all’orgine della crisi planetaria, «che è meglio vada alle sue conseguenze ultime, così che si possa avviare una nuova partenza»); la «comunicazione disimpegnata» che si consuma attraverso le immagini; la «gnosi contemporanea, laica», incarnata soprattutto da psicoanalisi, astrofisica e neuroscienze; la stessa vicenda della nave Concordia, che diventa emblema di «un’ipocrisia istituzionalizzata» (non mi convince molto la chiamata in correo, come anelli di una catena, degli armatori e persino «delle persone che credono che per fare il viaggio di nozze si debba esprimere la felicità in questo modo su una crociera del genere, tra sale giochi e solarium. È un’espressione dell’Italia di oggi… un’immagine veramente aberrante rispetto alla realtà»). Anche qui tutto bene: non sono d’accordo, ma questo non è importante.

(1-continua)

Madre Ignazia Agelini, Mentre vi guardo. La badessa del monastero di Viboldone racconta, a cura di Pierfilippo Pozzi, Einaudi 2013.

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Dal «De vita inclusarum» di Dionigi il Certosino

La Vita delle recluse è una lettura un po’ faticosa, per quanto breve, se il suo stesso curatore, Louis-Albert Lassus, ammette che nella «produzione impressionante [di Dionigi; 42 volumi a stampa] troviamo talvolta lunghe pagine fastidiose da quanto si ripeta, da quanto si preoccupi di appoggiare le sue parole ai testi ispirati, da quanto voglia “dire tutto”». D’altra parte la brillantezza non è proprio nelle intenzioni di questo opuscolo, scritto intorno al 1450, presso la piccola certosa di Ruremonde, dove Dionigi si trovava da quasi venticinque anni e dove resterà per altri venti, fino alla morte.

Il Dottor Estatico, come più tardi sarà conosciuto, e che di sé diceva: «Testa di ferro e stomaco d’ottone», si rivolge a un’«anziana venerabile» che gli aveva richiesto qualche parola di consiglio sulla vita reclusa, convinto di poter essere d’aiuto, non soltanto alla sua anonima corrispondente, ma anche «alle giovani che intraprendono questa grande avventura». Il discorso di Dionigi è metodico, piano, fitto di accensioni mistiche e di consigli pratici, tipici di questa letteratura. Sono formule tramandate e lungamente meditate. Le parti che ho sottolineato di più sono quelle dedicate alla motivazione di questa «avventura», che è una sola: l’amore, esaltato dalla «contemplazione autentica, eccellente e continua di Dio, per quanto sia possibile quaggiù». La centralità di questo amore – che è presente e in rappresentanza di tutta l’umanità – sollecita a Dionigi alcune immagini interessanti.

Come quando il certosino invita la reclusa a «conformarsi» al Cristo, e commenta: «Mai la sposa abbraccerà lo sposo con più amore di quanto abbia fatto il Cristo quando ha abbracciato, per lei, la colonna ove è stato flagellato, o quando si è steso sulla croce cui è stato appeso e su cui è morto» (art. III). Oppura quando contesta l’obiezione che non si possa essere uniti soltanto a Dio: «Non vediamo forse certuni tutti presi dall’amore terreno pensare sempre alla persona amata, in ogni luogo, in ogni momento, durante qualsiasi attività?» E dunque «allo stesso modo in cui gli amanti di questo mondo si compiacciono di occupazioni e conversazioni frivole, senza esserne disgustati, anzi con il cuore colmo di gioia poiché sono sorretti dal loro amore, così la reclusa…» (art. VIII).

È proprio il riferimento alle «forme umane» dell’amore che mi ha spinto a mettere qualche punto di domanda in margine soprattutto all’articolo XVII, dedicato espressamente all’amore di Dio.

Dionigi afferma che quattro sono i motivi per i quali bisogna amare Dio. Il primo è perché Dio è «infinitamente migliore di tutte le creature prese nel loro insieme e di ciascuna di esse»: già, ma tra esseri umani non si ama la perfezione… In secondo luogo «Dio dev’esser l’oggetto del nostro amore perché Lui per primo ci ha amati e ci ama»:  be’, non si ama perché si è amati… Terzo, «bisogna amare Dio a causa di tutti i benefici che elargisce, generali e particolari, materiali e spirituali, nell’ordine della natura e nell’ordine della grazia»: qui il discorso è pressoché millenario… Infine, «dobbiamo amare Dio per la promessa che ci ha fatto di donarci la Sua gloria»: eh, le promesse…

Perfezione, ordine di precedenza, benefici e promesse: uhm, le cose «quaggiù» vanno un po’ diversamente.

Denys le Chartreux, Livre de vie des recluses. De vita inclusarum, introduction, traduction et notes par Louis-Albert Lassus, o.p., Beauchesne 2003 («Ouvrage publié avec l’aval du Révérend Père Prieur de la Grande-Chartreuse»).

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«Come fanno gl’uomini» (Silvia Evangelisti, «Storia delle monache», pt. 2)

(la prima parte è qui)

«Nessuna istituzione in Europa ha mai concesso alle donne quelle possibilità di valorizzazione di cui esse hanno goduto in convento.» Da queste parole del 1910 della studiosa americana Emily James Putnam prende le mosse Evangelisti per aprire i capitoli dedicati ai conventi come centri di attività intellettuali e creative, forse la parte più ricca del volume. È impressionante la quantità di figure nascoste e dimenticate: scrittrici, poetesse, drammaturghe, scultrici, pittrici, musiciste, la maggior parte delle quali «produceva» per necessità per il pubblico ristretto della propria comunità (un tema molto significativo è quello delle opere teatrali che venivano messe in scena nei conventi, a volte persino davanti a qualche esponente del mondo «di fuori»). «Esistono tuttavia alcune eccezioni», ricorda Evangelisti. In campo teatrale, ad esempio, l’autrice cita suor Juana Inés de la Cruz, la portoghese Violante do Céu, o le toscane Antonia Pulci, Beatrice del Sera, Cherubina Venturelli, Raffaella de Sernigi, Annalena Odoaldi…

Non va trascurato che queste autrici, a differenza dei loro «colleghi» monaci maschi, non avevano modo di assistere a eventi culturali all’esterno del loro convento, dovendo quindi fare affidamento in pratica soltanto su se stesse e sul poco che filtrava per realizzare le loro opere. Il campo nel quale questo aspetto è più significativo è forse quello della pittura, e il caso che mi ha colpito di più è quello di Plautilla Nelli (1523-1588), priora a diverse riprese del convento domenicano di Santa Caterina da Siena di Firenze (ancora lui). Seguace e devota del Savonarola, di Plautilla Nelli restano tre opere di sicura attribuzione (un Lamento sul Cristo morto, al Museo di San Marco di Firenze, un’Ultima cena, a Santa Maria Novella, e una Pentecoste, nella chiesa di San Domenico a Perugia), quattro opere di incerta attribuzione e un cospicuo elenco di opere documentate e perdute, anch’esse di sicura o incerta attribuzione, nonché un gruppo di disegni e bozzetti molto discussi.

La «madre pittora» è una delle pochissime artiste di cui parla Giorgio Vasari nelle sue Vite de’ più eccellenti pittori, scultori, e architettori, in particolare nell’edizione del 1568. Il suo profilo si trova nella «Vita di Madonna Properzia de’ Rossi scultrice bolognese» ed è stato la base di tutte le ricerche successive, anche perché contiene la testimonianza primaria degli scambi che in qualche modo l’artista (che, per ragioni anagrafiche, conobbe soltanto gli inizi della clausura) riuscì a intrattenere con l’esterno: dopo aver descritto un primo gruppo di opere, infatti, Vasari aggiunge «e per le case de’ gentiluomini di Firenze tanti quadri che troppo sarei lungo a volere di tutti ragionare». E contiene anche un preciso riferimento ai problemi di studio e «aggiornamento» che una monaca artista incontrava, non potendo uscire dal suo convento: «Ma quelle cose di mano di costei sono migliori che ella ha ricavato da altri, nelle quali mostra che arebbe fatto cose maravigliose se, come fanno gl’uomini, avesse avuto commodo di studiare et attendere al disegno e ritrarre cose vive e naturali».

La riprova, secondo il Vasari, si ricava da un fatto evidente: «Il vero di ciò si dimostra in questo: che nelle sue opere i volti e fattezze delle donne, per averne veduto a suo piacimento, sono assai migliori che le teste degli uomini non sono, e più simili al vero».

Il volume di Evangelisti si chiude con uno sguardo sull’attività missionaria delle monache e sulle istituzioni femminili che, pur negli anni della Controriforma, riuscirono a mantenere un legame attivo con il mondo, soprattutto sul terreno dell’educazione e dell’apostolato sociale. Le Orsoline di Angela Merici, le «gesuitesse» o dame inglesi di Mary Ward, le Visitandine di Francesco di Sales e Giovanna di Chantal e le Figlie della carità di Vincenzo de’ Paoli e Luisa di Marillac sono gli esempi illustrati da Evangelisti: «Indipendentemente dai successi e dalle sconfitte, le donne che agirono all’interno di queste organizzazioni rappresentarono un’espressione avanzata dei movimenti spirituali di riforma cattolica tra il Cinque e il Seicento e un elemento di cambiamento sociale che avrebbe lasciato il segno nei tempi a venire».

(2-fine)

Silvia Evangelisti, Storia delle monache (1450-1700), il Mulino 2012 (trad. ital. di M. Borg di Nuns. A History of Convent Life, Oxford University Press 2007 (informazioni ulteriori su Plautilla Nelli le ho tratte da Plautilla Nelli (1524-1588). The Painter-Prioress of Renaissance Florence, a cura di J.K. Nelson, Syracuse University Press 2008).

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