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«Al limite anche morire» (Maria Ignazia Angelini, «Niente è senza voce», pt. 1/4)

NienteSenzaVoceHo preso così tante note sul volume Niente è senza voce di Maria Ignazia Angelini, badessa di Viboldone, che mi sono ingolfato. Gli appunti che deriveranno da questa lettura molto significativa saranno confusi e prolissi, mi spiace.

Credo, anzitutto, che si tratti di un testo fondamentale per avvicinare i molti aspetti della «vita monastica oggi», come recita il sottotitolo, o, più precisamente, per avvicinare la riflessione che la vita monastica compie oggi su se stessa. Mi pare che si possa dire infatti che esista un monachesimo contemporaneo silenzioso e bastante in un certo senso a se stesso (sulle proprietà di tale silenzio bisognerebbe indagare comunità per comunità), e ne esista un altro che riflette, si confronta con il proprio passato e con la cosiddetta realtà circostante, non foss’altro, come dice la stessa m. Angelini, per rispondere alle «sfide che le varie letture “laiche” del fatto monastico ci fanno rimbalzare addosso» (siamo a p. 12 di 276 e già quel «rimbalzare addosso» ci dice qualcosa della personalità della scrivente).

Forte di una preparazione filosofica da rocciatrice, la badessa risponde eccome, con una ruvidezza e un’irruenza che mi piacciono molto, che sollecitano il dialogo e invitano al «combattimento» dialettico. Talvolta i suoi assunti non sono del tutto condivisibili, in particolare quando attacca il postmoderno e i «fallimenti della ragione moderna» (concetto troppo generico e inutilizzabile), ma lo spessore dell’analisi è costantemente alto e non sono sempre riuscito a seguirla. I testi che compongono il volume sono per lo più occasionali e preparati per contesti monastici, ma nel loro insieme, per quanto involontario, compongono un quadro di riflessioni tematiche sulla Regola benedettina e su cosa voglia dire continuare ad abbracciarla oggi in spirito evangelico.

Cominciando dai versanti più accessibili, uno dei rischi maggiori intravisti dalla badessa è proprio quello di cedere all’immagine che il mondo ha messo insieme del monachesimo. Come se i laici stanchi e disorientati avessero individuato nei monasteri i luoghi dove trovare risposte e benessere, una comoda crasi tra studio dello psicoanalista e stabilimento termale (senza dimenticare la bellezza dei luoghi), e i monaci fossero disposti a esserlo, massaggiatori di anime e corpi, per convenienza (domanda/offerta) e per narcisismo («Il narcisismo, anche nella sua versione di gruppo, è un’antica infermità, un poco adolescenziale, anche dei monaci»). Alla religione verrebbe chiesta una nuova, si fa per dire, «ideologia del soggetto», dato il crollo di quelle correnti, «e al monachesimo di creare – come si sente dire – luoghi dello spirito, tradotto spesso con luoghi di vacanze alternative»: «Si tratta di un uso frivolo», tuona la badessa, «o – peggio ancora – di un abuso, a cui non dobbiamo prestarci, anche se venissimo blanditi a produrlo».

La tentazione dell’«aura monastica», che in questi appunti ho evocato spesso, può essere forte anche per i monaci, insomma, e le comunità devono resistervi a tutti i costi, anche a quello di scomparire, se l’alternativa è diventare «evangelicamente irrilevanti»: «In tale situazione critica che tutti ci investe, potremo al limite anche morire, non dico solo personalmente ma come monachesimo, che – pur antico – non ha avuto promessa di indefettibilità».

(1-continua)

Maria Ignazia Angelini, Niente è senza voce. La vita monastica oggi, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2007.

 

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«Così com’è» (dalla «Lettera d’oro» di Guglielmo di Saint-Thierry)

LetteradoroGrazie alla nuova edizione curata da Cecilia Falchini per le Edizioni Qiqajon, sono andato a riguardare la Lettera d’oro di Guglielmo di Saint-Thierry. Di questo testo del 1144, rivolto ai certosini da un cisterciense ex benedettino, mi interessava soprattutto la parte dedicata alla specificità della vita solitaria e al suo simbolo, la cella (i capitoli 94-186). Un simbolo del quale, da «cultore di cose monastiche», subisco in pieno il fascino. Ah, la cella: al riparo dal tumulto, il silenzio, le letture, la finestrina e magari il giardinetto. In realtà quello che ho in mente è un confortevole monolocale arredato e corredato, con un biblioteca ben fornita e trattamento di mezza pensione.

Ben vengano quindi gli ammonimenti di Guglielmo, che già al suo tempo richiamava l’attenzione sulle storture, come ad esempio l’abitudine di edificare celle «con denaro altrui», dimenticando la «santa rusticità» dei padri e costruendo, «per mano di artisti rinomati, celle non eremitiche, ma aromatiche». Al di là delle battute, la cella è anzitutto «officina» di beni spirituali, e ancora «infermeria» per le malattie dell’anima, e non tempio della solitudine: «È veramente solo, infatti, colui con il quale Dio non è, è veramente recluso colui che non è libero in Dio. Solitudine e reclusione, difatti, sono nomi di miseria; la cella, invece, non deve essere mai reclusione forzata, ma dimora di pace; la porta chiusa, non nascondiglio, ma ritiro» (29).

La cella inoltre non è il luogo dove celare le proprie debolezze, al contrario: «Colui con il quale Dio è, infatti, non è mai meno solo di quando è solo». La cella è la palestra dove si possono correggere le proprie debolezze, è il luogo dove tutto è brutalmente svelato, dove l’assenza di testimoni umani si traduce nella suprema e implacabile (e benigna) Presenza. È un luogo la cui soglia bisogna stare molto attenti a varcare: «Colui che abita con se stesso, infatti, non ha con sé se non se stesso, e così com’è. L’uomo cattivo, dunque, non abita mai sicuro con se stesso, poiché abita con un uomo cattivo e nessuno gli è più molesto di se stesso» (145).

Senza dimenticare, infine, di non attaccarci troppo a questo piccolo angolo tutto per noi, perché «ci troviamo, infatti, in un accampamento, militiamo in un paese straniero», siamo solo di passaggio e quindi non dobbiamo costruire case, ma limitarci ad erigere tende che possano essere abbandonate al primo richiamo. Ecco, l’esatto contrario di quell’immagine falsata, probabilmente figlia di tanta letteratura romantica, di luogo privato, di fortino individuale, dove ripararsi e in fondo nascondersi. Nel mondo ci si può nascondere, ci si può dissolvere, si può scomparire; nella cella monastica no.

Guglielmo di Saint-Thierry, Lettera d’oro, nuova edizione a cura di C. Falchini, Edizioni Qiqajon – Comunità di Bose 2014.

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«Come se fosse la cosa più facile di tutte»: il discorso ascetico di Nilo di Ancira

È molto seccato Nilo di Ancira, abate vissuto tra la fine del IV secolo e l’inizio del V e noto anche come Nilo l’Asceta, seccato perché ci sono individui che vanno in giro dichiarandosi monaci, discepoli della «vita filosofica», e invece non fanno altro che indossarne la maschera, continuando a seguire le proprie passioni e attirando in questo modo «il pubblico discredito su tutta la vita monastica». Come se bastassero «barba, mantello e bastone» per imitare gli apostoli e i padri delle origini, figuriamoci! Questi tizi ignorano che «essere filosofo [cioè monaco] significa soprattutto essere libero, più che altro fuggendo la schiavitù delle passioni». Bisogna esercitarsi senza posa nel combattimento delle passioni, avendo sempre ben chiaro che cosa ci aspetta dopo la morte: l’eterno supplizio o la gloria luminosa. Anche perché «osservare invero il più assoluto silenzio, nutrirsi di erbe, coprirsi il corpo con logori stracci e vivere rinchiusi in una botte passerebbe davvero ogni limite di insipienza se non si attendesse dopo la morte nessuna gratificazione». (Devo dire che mi piace questa franchezza che, nelle immagini aggiunte per maggior chiarezza, dimostra l’assidua frequentazione del dubbio da parte di Nilo: «Sarebbe infatti come eliminare dalla vita il premio per la virtù […], stare in un’arena che al di là dei sudori non porta altri frutti».)

Comunque la grandezza di un tempo è corrotta, e le città «pullulano di girovaghi alla ventura», proprio quei girovaghi aborriti da Benedetto, che sono regola a se stessi, che «assiepano come parassiti le porte dei ricchi o li precedono di corsa nelle piazze come fanno gli schiavi, allontanandone quelli che già stanno loro intorno e…» e che, somma iniquità, pretendono persino di avere dei discepoli, aggiungendo alla propria la responsabilità per l’altrui perdizione. I padri seppero mettere a tacere le pretese del corpo, seppero farsi simili alle Pontenze invisibili, «noi invece in stato di bisogno ci comportiamo come cagnolini che scodinzolano per fare festa a chi loro getti un osso spolpato», ci preoccupiamo dei terreni, dei confini, dei vestiti, dei cibi, degli oggetti, anche di quelli più volgari: ma vi rendete conto, giungiamo a fabbricare pitali d’argento!

È curioso, poi, se ci si pensa: a nessuno viene in mente di fare il chirurgo senza aver appreso l’arte medica, nessuno si sogna di costruire una casa senza conoscere le regole dell’edilizia, e così via, «solo quando si tratta di onorare Dio come egli merita, tutti non hanno timore di cimentarsi senza la guida di un maestro, come se fosse la cosa più facile di tutte».

Sì, mi piace questo Nilo, devoto e contemporaneo del Crisostomo, che, secondo il curatore, Calogero Riggi, spesso la tradizione ha sovrapposto o confuso con Nilo il Sinaita, l’autore delle Narrationes de caede monachorum in monte Sinai (che ancora mi mancano). Tutte le opere intestate ai vari Nili stanno nel tomo 79 della Patrologia Graeca del sommo Migne, quelle di sicura attribuzione a Nilo di Ancira, oltre a un corpus rispettabile di lettere, hanno titoli indicativi, come ad esempio (sempre in latino) il Tractatus de paupertate volontaria, il De octo spiritibus malitiae e appunto il Liber de monastica exercitatione, cioè il Discorso ascetico, nel quale si riversa tutta la seccatura di Nilo per la faccia tosta di chi si spaccia per monaco. Ma nel quale si trovano anche interessanti esempi di lettura allegorica della Bibbia e un gusto spiccato per l’immagine concreta, utile a comprendere bene il senso pratico dell’insegnamento.

La via della virtù è una lunga convalescenza, dice infatti Nilo, e occorre stare più che attenti alle ricadute, sempre in agguato anche dopo una vita intera di rinunce. Lungo questa via possiamo contare però su alcuni maestri. Il primo, infallibile, è Gesù, «che volle prima fare e poi insegnare»; poi le scritture, che opportunamente lette sono un tesoro inestimabile; e infine le testimonianze di chi ci ha preceduto.

Proprio a questo proposito, commentando l’attraversamento del Giordano da parte di Giosuè e del suo esercito (Giosuè 4, 1-11), Nilo fa un’osservazione che mi sembra molto bella: «Così egli [Giosuè] ci insegna come bisogna fare emergere alla luce i pensieri sommersi nel profondo della nostra vita istintiva, comporli sapientemente in un insieme come un monumento, e parteciparne agli altri, senza gelosia, la conoscenza, perché sappia come tragittare il fiume non solo chi si trovi a passare per caso, ma anche chiunque voglia compire la medesima traversata, così facilitata dall’esperienza altrui; perché insomma l’esperienza degli uni sia di insegnamento agli altri».

Nilo di Ancira, Discorso ascetico, a cura di C. Riggi, Città Nuova 1983.

 

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«Il vizio e la grazia», di Hubert Wolf (pt. 2/2)

IlVizioelaGrazia(la prima parte è qui)

Anche nel caso di suor Maria Luisa ammetto che all’inizio mi è sembrata una figura che non emergesse dalla tipologia, se non per una particolare avvenenza, riportata da tutti, che si traduceva spesso in carisma. La stessa Katharina von Hohenzollern, la sua arcinemica, nella sua memoria prende le mosse proprio da lì: «Suor Maria Luisa ha ventisette anni e si trova nel convento dall’età di tredici anni. Ha una fisionomia molto preveniente ed una amabilità quasi irresistibile, la quale però ha più della secolare che della Vergine consacrata a Dio». Il ritratto è un piccolo capolavoro, per quanto viziato dal giudizio retrospettivo: una giovane che piace a tutti, che tutti amano assecondare, una subdola manipolatrice che dispone delle chiavi del monastero e della quale si percepisce la doppiezza, la «massima furberia», lo «spirito d’intrigo»; «tutto questo però», osserva Katharina, ancora incredula, «sembra coperto da un incantesimo misterioso».

A mano a mano che ho appreso la vicenda della vicaria, la sua statura di personaggio è cresciuta, fino a dimensioni, appunto, tragiche; sia per carattere proprio, sia per l’essersi trovata al centro di uno scontro molto più grande di lei. Il processo per lo scandalo di Sant’Ambrogio, e il libro che lo racconta, fissa suor Maria Luisa all’apice della sua «carriera», sulla cima del «sistema» che ha trovato entrando nel monastero e portato a perfezione, un vero e proprio bagliore tra due dense oscurità dolorose: quella della nascita povera e buia da un lato, quella della fine, dopo il processo, dall’altro (non si raccontano i finali dei legal-thriller). Un bagliore luciferino, di cui le testimonianze danno abbondante conto e che ho notato la prima volta durante la deposizione di suor Maria Gesualda, che era stata con lei in noviziato: «Maria Luisa fin da novizia mostrava gran desiderio di comandare, e diceva: “fammi maestra solo per un’ora, e rimedio a tutto”». E la vediamo infatti saldamente al comando, attorniata da una badessa che le deve l’elezione e che si tiene da parte il più possibile, da consorelle che la temono o le sono alleate, da novizie veneranti e pronte a qualsiasi obbedienza, da due padri confessori che l’inquisitore definirà «conniventi, conscii e complici della maggior parte degli addebiti, che si riportano nella presente causa» (il primo maledirà la sua cecità di fronte al peccato e renderà una «confessione completa»; il secondo, l’altra grande e ignobile figura del processo, il gesuita superdotto e iperprotetto, si difenderà fino allo stremo, producendo chilometri di scrittura), e infine da un drappello di ecclesiastici di rango che dalla pubblicità alla causa hanno soltanto da temere e che faranno del processo il campo di un vero regolamento di conti.

Sì, uno dei pregi del volume è quello di allargare progressivamente la visuale fino a offrire un quadro di notevole ampiezza su quanto stava accadendo nella Chiesa in quegli anni cruciali dell’unità d’Italia e della fine dello Stato pontificio. E lì al centro di questo affresco c’è suor Maria Luisa, iperattiva, loquace, instancabile: quando deve smentire una sua disposizione dice che quella che è stata udita era «la voce del Demonio che la imitava e non la sua» («il Demonio ha preso la mia figura in tante altre circostanze»), quando deve rinforzarla dice che ha avuto una visione, o che la Madonna le ha scritto, come dimostra la letterina (in francese) che può essere rinvenuta nella tal cassettina sigillata; «fa intravedere che passa le notti in orazioni, meditazioni e orrende austerità e sofferenze, talmente che sorte sovente di questi misteriosi combattimenti notturni colla lingua gonfiata e di vari colori»; non partecipa ai riti comuni, va in chiesa quando vuole, mangia carne quando le pare (lo testimoniano le novizie) e si fa fare dei gioielli che paga con i fondi del monastero (testimonianza dell’orefice); sta delle ore in parlatorio e si profuma la tonaca in modo che le consorelle sentano olezzo di rosa al suo passaggio (testimonianza del profumiere); «a Maria Luisa veniva poi il solito mal di capo ultraterreno, sempre foriero delle successive estasi e lotte con i demoni, cui seguiva subito la chiamata del confessore, che in questo caso era autorizzato a entrare nella clausura»; quando si stanca di una novizia, la allontana in maniera radicale… È il caso di dire: eccetera.

Come dicevo, il libro è costruito in modo tale che non mi sembra il caso di accennare alla conclusione, dirò soltanto – perché di conclusione non si tratta – che alla fine dell’ultimo interrogatorio, ormai sola e, bisogna dirlo, donna di fronte alla gigantesca machina maschile dell’Inquisizione, Maria Luisa china il capo, «e il commento del notaio fu che “flebat et suspirabat vehementer“»: piangeva e sospirava forte.

(2-fine)

Hubert Wolf, Il vizio e la grazia. Lo scandalo delle monache di Sant’Ambrogio, Mondadori 2015 (traduzione di F. Gimelli di Die Nonnen von Sant’Ambrogio, C.H. Beck 2013).

 

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«Il vizio e la grazia», di Hubert Wolf (pt. 1/2)

IlVizioelaGraziaDevo confessare che mi sono accostato a Il vizio e la grazia di Hubert Wolf pensando: le monache del monastero di Sant’Ambrogio di Roma si conquistano un librone di tal fatta solo perché il loro «scandalo» è di natura sessuale. Mi sbagliavo clamorosamente: il libro riguarda anche quello, ma è un eccellente volume di ricerca storiografica che dell’episodio ricostruisce la sorprendente complessità, allargando progressivamente il quadro dell’indagine. È inoltre un libro che pullula di figure notevoli e di due (o tre) personaggi di altezza tragica. Ma prima di avvicinare almeno uno di essi, scorriamo la vicenda, che si svolge principalmente tra il 1859 e il 1862.

Una giovane principessa tedesca, Katharina von Hohenzollern-Sigmaringen, due volte vedova e accesa di religioso ardore, chiede al cugino arcivescovo, di stanza a Roma, di aiutarla a coronare il suo sogno di vita claustrale. Il cugino aiuta e indirizza, e Katharina diventa terziaria francescana in un famoso monastero romano. All’inizio tutto bene, in breve tutto storto, non appena la principessa conosce a fondo il «sistema» sul quale si basa Sant’Ambrogio, che anzitutto mantiene vivo il culto della fondatrice, ancorché condannata dall’Inquisizione per affettata santità; ruota poi intorno alla figura della giovane vicaria e maestra delle novizie; vede infine la presenza di due padri confessori, gesuiti e apparentemente succubi della vicaria. Sullo sfondo cardinali e protettori non di basso rango del monastero. Le cose precipitano quando la principessa invita a emendarsi la vicaria, che, per il timore che la tedesca divulghi all’esterno i segreti del monastero, dapprima accusa Katharina di squilibrio psicologico e poi tenta, più concretamente, di avvelenarla, con la complicità di alcune consorelle. In una notte drammatica la principessa riesce a far pervenire un biglietto al cugino, un vero e proprio SOS; il cugino, che in precedenza aveva minimizzato, accorre e la porta in salvo in una villa nella campagna romana. Qui Katharina, dopo essersi ripresa, viene convinta dal nuovo confessore, un benedettino tedesco, a denunciare fatti e circostanze all’Inquisizione. Sebbene il papa, Pio IX, sia molto riluttante, il processo si rivela in poco tempo inevitabile (ed è il sospetto di eresia a rendere inevitabile l’intervento dell’Inquisizione, altrimenti sarebbero stati sufficienti dei provvedimenti disciplinari e un tribunale laico per l’eventuale reato penale).

Le carte – la montagna di carte – del procedimento sono diventate accessibili nel 1998, grazie all’apertura dell’archivio della Congregazione per la Dottrina della Fede disposta da Giovanni Paolo II, e ciò ha consentito a Hubert Wolf di ricostruire, con gran piglio narrativo (e tanto di passaggi da vero legal-thriller) una vicenda e un processo «nascosti da un secolo e mezzo nel più segreto di tutti gli archivi ecclesiastici»: «Alla fine il mistero è stato svelato. E quella che pareva una scandalosa fantasia è risultata essere storia vera».

Lo «scandalo» è esattamente come ce lo si può immaginare, e lascerò le estesissime citazioni dalle deposizioni a chi vorrà leggere il volume; quella che vorrei ricordare qui è la figura della principale accusata, la madre vicaria e maestra delle novizie, la bella e carismatica suor Maria Luisa di san Francesco Saverio.

(1-continua)

Hubert Wolf, Il vizio e la grazia. Lo scandalo delle monache di Sant’Ambrogio, Mondadori 2015 (traduzione di F. Gimelli di Die Nonnen von Sant’Ambrogio, C.H. Beck 2013).

 

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«Persone tristemente famose» (La Visitazione di Salò, pt. 3/3)

AllePorte(la prima parte è qui, la seconda qui)

Ecco quindi una personalissima «top ten» di circostanze, fatti e cose che mi hanno colpito della plurisecolare cronaca del monastero della Visitazione in Fossa.

  1. Il primo cantiere di ampliamento viene affidato all’architetto comasco Antonio Spazzi, già molto vicino alla Visitazione. Ne fa l’opera della sua vita, tanto che portati a termine i lavori, con amorevole dedizione («non c’era mai nulla da rifare»), chiede alle monache di restare. Si occuperà della manutenzione e dei «complessi meccanismi degli orologi a pendolo» e morirà in pace, nel gennaio 1733, «nel suo alloggio presso il monastero, non senza aver mandato prima “la buona sera” alle sorelle».
  2. Il monastero viene benedetto, «al basso et all’alto», dal cardinale Giovanni Francesco Barbarigo, vescovo di Brescia, la sera del 28 gennaio 1719: «Le sorelle arrivano a contare ben “centoquattro benedizioni che fece con sua grande fatica per essere parato pontificalmente”».
  3. Il complesso del monastero è completato nel 1728, «la comunità risulta composta di trentatré sorelle coriste, cinque sorelle converse, due novizie e tre toriere», cioè le soeurs tourières, che stanno presso la tour, cioè la ruota (suora rotara), per estensione le sorelle non di clausura incaricate dei rapporti con l’esterno.
  4. Nel 1796 la guerra tra francesi e austriaci lambisce Salò e, come riporta la cronaca del monastero, «un colonnello dell’armata francese fu alloggiato presso la famiglia d’una nostra or defunta consorella». Una circostanza che sarà di singolare aiuto negli anni successivi e che garantirà alle monache una sorta di protezione dalle pretese delle amministrazioni municipali. Anche perché, «concedendo a madre Dossi [che redigeva al tempo la cronaca] di non saper distinguere i gradi militari, non è da escludere che quel “colonnello” fosse appunto lo stesso Napoleone», presente a Salò il 17 agosto, ospite della famiglia Lanfranchi.
  5. Ancora guerra, 13 aprile 1797: «Questi sono stati veri giorni di tenebre: il nostro povero monastero tutto attorniato da fuochi e da quantità di armati, lo scopio delle bombe delle quali cadevano i grossi pezzi sopra i nostri tetti e nell’ortaglia, i sbarri di cannoni, le cui balle di piombo al peso di libre sette in otto cadute ai piedi d’alcuna delle nostre sorelle senza nepur tocarla non che fare il minimo danno ad alcuna; si scuoteva il nostro monastero per lo rimbombo de sbarri e la veduta del fuoco metteva in tutte noi terrore e spavento». È soltanto l’inizio, ma la Provvidenza non distoglie lo sguardo dalla piccola comunità, che fu sempre «prodigiosamente preservata da qualunque disgrazia ad onta delle grossissime palle penetrate fin entro le muraglie e che conserviamo a perpetua memoria della divina protezione».
  6. La storia della Visitazione di Salò è anche la storia di un ininterrotto tentativo di espropriazione da parte delle varie autorità laiche, storia che, intrecciandosi con quella delle soppressioni degli istituti religiosi, potremmo riassumere così: ma possibile che quattro monache di clausura debbano disporre di uno spazio così bello, grande e centrale? Non potrebbero andarsene da qualche altra parte, così ci facciamo una scuola, ci mettiamo il municipio, una caserma? Sì, una caserma, come in molti altri casi: «Non troverebbesi nella nostra città fabbricato più acconcio a detto scopo di quello occupato dalle consorelle del soppresso monastero della Visitazione di Santa Maria», come si legge in una lettera del 30 gennaio 1873 del sindaco di Salò alla superiora. Okay, i periti devono effettuare un sopralluogo. Okay niente, non se ne parla proprio. Si arriva al 4 aprile: sindaco, ingegnere e aiutante si presentano alla porta del monastero; la superiora («la prelodata signora Rosa, in religione Angela Domenica Larcher») sbarra il passaggio; Torneremo! e «ove si trovasse ancora opposizione verrà senz’altro forzato l’ingresso della casa»; Liberissimi, ma «avverto vostra signoria che gli ingegneri incaricati potranno entrare in convento soltanto coll’abbattere l’entrata. Tanto mi è imposto dal dovere e dalla coscienza». E così accadde, ma niente caserma per fortuna.
  7. Nel 1899 arriva, in regalo, una cucina economica, «fatta venire appositamente da Innsbruck». Nello stesso anno viene installata la corrente elettrica (il telefono nel 1961).
  8. In seguito ai Patti Lateranensi del 1929 vengono avviate le pratiche per il riconoscimento della personalità giuridica del monastero, che dall’unità d’Italia risultava intestato alle «signore Migliavacca e Bersani», cioè suor Maria Annunziata e suor Angela Teresa. Il pretore chiede «scopi e attività» del monastero, risposta: «Sono semplicemente il ritiro e la vita in comune per il lavoro e le pratiche religiose».
  9. Il pretore ha chiesto anche dei mezzi di sostentamento, che sono sempre stati una croce, sin dalla fondazione. Senza le generose donazioni la Visitazione non sarebbe sopravvissuta, ma è vero anche che le monache non si sono mai concesse nulla, né si sono sottratte al lavoro, con l’educandato, con lavori di cucito e ricamo, con la confezione delle particole; hanno venduto tutti gli oggetti di valore, hanno venduto anche i capelli. Poi, «nel 1937 le monache inizieranno anche a lavorare per la locale ditta Cedrinca confezionando sacchetti di caramelle».
  10. «Anche per noi il pericolo è stato reale, minaccioso, soprattutto dopo l’8 settembre 1943, [quando] Roma si era riversata in Salò.» Le Visitandine sopravvivono, relativamente indenni, anche ai repubblichini e ai bombardamenti della fine del 1944, protette, dicono, dalla loro stessa povertà. «Quando la storia avrà già girato pagina, le monache scriveranno con molta discrezione: “La presenza di tutti questi uomini dei ministeri e di persone tristemente famose, ora sparite dalla scena di questo mondo, sembrava dover compromettere la relativa sicurezza della nostra piccola città”».

(3-fine)

Maria Grazia Franceschini, Alle porte della città. Il monastero della Visitazione di Santa Maria di Salò, introduzione di G. Archetti, Studium – Associazione per la storia della Chiesa bresciana 2012.

 

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«Nella posizione migliore» (La Visitazione di Salò, pt. 2/3)

AllePorte(la prima parte è qui)

È il 4 dicembre 1712 quando le tre monache della Visitazione di Arona designate dal capitolo partono alla volta di Salò, dove le attende la fondazione del nuovo monastero finalmente deliberato. Per coprire i circa 180 chilometri che separano le due località, tra una cosa e l’altra, ci impiegano diciassette giorni, ma quando finalmente giungono sul Lago di Garda l’accoglienza è imponente: ci sono persino dei soldati a cavallo schierati che fanno gli onori. La processione del 20 dicembre, organizzata per la consegna della «casa provvisoria» è impressionante (ed è aperta, curiosamente, dalle «zitelle e dalle dimesse»), segue la messa solenne, la consegna delle chiavi, e poi, commenta l’autrice con afflato non insolito, «la rapida sera invernale pone fine a quella giornata memorabile. I visitatori uno dopo l’altro se ne vanno, le voci e i suoni della festa si smorzano mentre il lago raccoglie gli ultimi riflessi del crepuscolo. Le tre fondatrici si ritrovano sole con il loro Signore in quella che è ormai la loro terra promessa».

E adesso? E adesso, «il 21 dicembre, con il passo dei giorni feriali, inizia dunque la vita vera e propria della Visitazione di Salò, 148ª casa dell’Ordine. Una vita di silenzio orante e di lode in comune, di dolce e cordiale fraternità, in umiltà, modestia, semplicità, povertà: questa nell’intenzione dei fondatori la vita di una Visitazione».

Le premesse sono buone, a giudicare da una lettera di qualche anno dopo: «Salò è a capo di 36 comunità abbastanza numerose, che tutte insieme compongono un corpo che porta il nome di Patria della Riviera di Salò. Il numero dei suoi abitanti è considerevole, molte famiglie sono assai civili e ricche. Dal punto di vista spirituale è soggetto al vescovato di Brescia […]. Vi sono anche religiosi regolari, cioè cappuccini, carmelitani, cordiglieri, minimi, preti regolari somaschi […]. Vi è anche un monastero di religiose agostiniane oltre la nostra piccola Visitazione, un collegio di orsoline, un ricovero per ragazze povere. [È] situato in riva al lago, che si chiama di Garda, l’aria è buona, dista tre giorni da Venezia, tre giorni da Arona, due da Milano. La strada è abbastanza buona tranne qualche passaggio pietroso. Il nostro monastero è situato nella posizione migliore del luogo». Una storia di tenacissima fedeltà alla «posizione» e di ininterrotta allerta nei confronti della «rude concretezza» di ogni giorno. Una storia che, già così bene riassunta da Maria Grazia Franceschini, non mi sembra il caso di comprimere ulteriormente. E allora, prima di scorrere soltanto alcuni degli episodi che più mi hanno colpito, faccio un salto di 256 anni, al 1968, quando «il 24 giugno la comunità, trentasei sorelle, lascia il monastero in Fossa» (così veniva chiamato) e si sposta in una sede temporanea, in attesa che la nuova «casa», a Versine, poco sopra Salò, venga eretta.

La nuova Visitazione è inaugurata il 2 luglio 1971, in letizia, certo, ma anche nella consapevolezza delle difficoltà, che non arretrano mai. Il noviziato è chiuso da quattro anni, la costruzione, realizzata in estrema economia, va accudita da subito, «gli anni trascorrono nella normalità: molte sorelle passano dalla cella al cielo e lasciano le altre nella stanchezza». Nondimeno i rapporti con la popolazione non si spengono, viene allontanato il fantasma della fusione con un’altra comunità, si mette a posto la foresteria, per offrire più possibilità di accoglienza e, «nella circolare dell’8 dicembre 1992, si trova infine questa sobria annotazione: “Entrata di una giovane in postulato: siano grazie a Dio”».

La conclusione della storia – anzi del libro, perché la storia continua – è quella che deve essere: «L’alba del nuovo secolo, come già quella del precedente, trova deste in preghiera le sorelle che hanno vegliato tutta la notte». Lo ammetto, al cospetto di una tale continuità, esaltata in qualche misura dall’inserto fotografico che chiude il volume, ho provato, e provo, un sentimento che credo sia di nostalgia e di mancanza. Non tali da agire per porvi rimedio – proprio no –, e tuttavia non mistificabili.

Ma vediamo, come dicevo, i miei highlights di questa bella storia.

(2-continua)

Maria Grazia Franceschini, Alle porte della città. Il monastero della Visitazione di Santa Maria di Salò, introduzione di G. Archetti, Studium – Associazione per la storia della Chiesa bresciana 2012.

 

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«Donne che vorranno monacare» (La Visitazione di Salò, pt. 1/3)

AllePortePer chi è appassionato di storie di monasteri la lettura del volume di Maria Grazia Franceschini, dedicato alla Visitazione di Salò, è di grande soddisfazione. Non soltanto l’autrice si è passata con pazienza tutte le carte d’archivio (tra gli altri, i fondamentali «libri cassa», con tutte le distinte di spesa!), ma ha saputo raccontare con gusto e sensibilità il materiale di oltre trecento anni di storia. E pazienza se si avverte una punta di apologia – l’autrice è suora visitandina della stessa comunità –, le vicende narrate in fondo lo meritano.

Perché, oltre che ovviamente di fede, è una grande storia di tenacia, di stabilità, di resistenza, di testimoni passati su tempi lunghi. Molto lunghi, se si considera che l’atto di nascita della comunità è un testamento del 1591, di tale Bartolomeo Pedretti, che legava la sua eredità (terreni e capitali), al venir meno dei legittimi eredi, alla cittadinanza di Salò per la costruzione di un monastero di clausura femminile, «sotto la regola di san Benedetto». I legittimi eredi vengono effettivamente meno e comincia una prima fase di burocrazia, protagonista della quale sono il Consiglio generale del comune salodiano (sì, ho imparato l’aggettivo), un esercito di periti e le autorità competenti della Repubblica di Venezia, di cui Salò all’epoca fa parte. Tra parentesi, la storia del monastero è anche una storia della burocrazia, da quella della Serenissima, appunto, a quella della attuale Repubblica, passando per francesi, austriaci, piemontesi, fascisti e repubblichini, tanto che la comunità sarà costretta giocoforza a maturare una notevole competenza in materia di regolamenti e certificati: in particolare le superiore, una processione di donne di profonda spiritualità, ma anche di indubitabile senso pratico.

Il decreto veneziano si fa attendere undici anni, ma finalmente nel 1626 arriva e concede «di poter a gloria del Signore Dio erigere nella terra di Salò […] un monasterio per introdurvi donne che vorranno monacare, con una chiesa per celebrare li divini uffici, et siano figliole di cittadini et abitanti in detto luogo in quel numero che sarà stimato bastare». Il legame tra l’istituzione e il luogo e la sua popolazione comincia da subito a delinearsi, ma una guerra, quella per la successione del ducato di Mantova – la prima delle tante di cui il monastero sarà testimone –, per così dire, blocca la pratica.

Passano gli anni, oltre sessanta: bisogna riprendere le carte, rifare tutto da capo, preoccuparsi soprattutto della dotazione economica dell’impresa, ma nel 1698 parte la nuova petizione, questa volta per la costruzione «di uno monastero di monache dell’istituto della Visitazione di Santa Maria sotto li auspici del glorioso san Francesco di Sales», istituto ritenuto più adatto date le condizioni di povertà del paese, sia per la moderazione della regola, sia per la misura della dote richiesta alle postulanti. Contro le visitandine di Arona, possibili fondatrici e sostenute dalle famiglie nobili bresciane, si levano le benedettine di Piacenza, che si richiamano al testamento originario. Ci vogliono ancora dodici anni, di carte, garanzie, trattative, perorazioni, provvidenziali uscite di scena, rogiti e «solenni instromenti», e finalmente l’11 giugno 1712 il vescovo di Brescia «erige formalmente il monastero».

La fondazione è affidata alle monache di Arona, che già nell’ottobre si riuniscono per stabilire chi deve partire per Salò.

(1-continua)

Maria Grazia Franceschini, Alle porte della città. Il monastero della Visitazione di Santa Maria di Salò, introduzione di G. Archetti, Studium – Associazione per la storia della Chiesa bresciana 2012 (il volume può essere letto anche qui).

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Tu sei abate e ti tirano le pietre (Walter Map 2/2)

(la prima parte è qui)

Nei confronti del grande abate cisterciense Walter Map si trattiene, comprensibilmente, dall’insistere su accuse specifiche (non dalle battutacce, tuttavia) e introduce una categoria di narrazione agiografica insolita, beffarda e un po’ irriverente: il miracolo mancato – anche l’eminentissimo «don Bernardo» (dompnus Barnardus) ogni tanto faceva cilecca.

«Mi trovavo una volta alla mensa del beato Tommaso, allora arcivescovo di Canterbury», racconta Walter, riferendosi proprio a quel Tommaso, Becket, quando un commensale, stufo delle lodi sperticate che due abati «bianchi» stavano tessendo di Bernardo di Chiaravalle, intervenne per ricordare un caso singolare. Un giorno, a Montpellier, un indemoniato venne portato al cospetto dell’abate, che, «seduto su una grande asina, impartì ordini allo spirito immondo» di uscire immantinente da quel corpo. La cosa sembrava sistemata. Peccato però che, una volta lasciato libero, il disgraziato «si mise a scagliare sassi come poteva contro l’abate, inseguendolo con insistenza mentre fuggiva per le vie». «Questo racconto spiacque all’arcivescovo», commenta Walter: be’, non si stenta a crederlo, ma il commensale impertinente non si fece intimidire e aggiunse: «Quelli che furono presenti dicevano che si trattava di un miracolo degno di essere ricordato, poiché il posseduto dal demonio era con tutti mite e benevolo, e molesto solo verso gli impostori».

«È di dominio pubblico» (publicatum est autem), aggiunge poi Walter, che non fu l’unica volta che a Bernardo mancò la grazia del miracolo, ne occorsero altre, ahimè. Ad esempio quando Guglielmo di Nevers era morto, penitente, alla Grande Chartreuse, nel 1148, e Bernardo era accorso per partecipare ai riti funebri. Walter riferisce l’episodio in maniera concisa ed efficace, ma la scena è così vivace e simpatica che merita una minima dilatazione (con qualche licenza di fantasia).

Bernardo è disteso davanti al sepolcro di Guglielmo (che Walter chiama, erroneamente, Gualtiero), profondamente assorto in preghiera. Il priore certosino occhieggia dall’esterno della cappella, incerto: ma da quanto tempo è lì sdraiato padre Bernardo? Infine si decide: si accosta all’abate, si china e «lo pregò di andare a pranzare dato che era l’ora» – padre, scusate, sarebbe pronto in tavola…

Non se ne parla nemmeno! Bernardo si inalbera. Sembra di vedere un grande attore che si erge in tutta la sua potenza, di voce e di gesto: «Bernardo gli rispose: “Non mi smuoverò da qui finché frate Gualtiero non mi parlerà” ed esclamò a voce alta [così se c’è qualcun altro nelle vicinanze sente chiaramente]: “Gualtiero, vieni fuori!”», Galtere, veni foras!

Ahia. «Ma Gualtiero, che non sentiva la voce di Gesù, non ebbe le orecchie di Lazzaro, e non uscì.»

(2-fine)

Walter Map, Svaghi di corte, a cura di F. Latella, 2 voll., Pratiche Editrice 1990, pp. 127-129.

 

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Il mistero delle galline dei cisterciensi (Walter Map 1/2)

L’ho tenuto lì a ingiallire per venticinque anni, anzi: li ho tenuti lì, perché la meritoria edizione Pratiche del 1990 degli Svaghi di corte di Walter Map è in due volumi: presi e messi da parte come tante altre opere importanti che prima o poi dovrò aver letto. Poi, appunto, leggendo i saggi di Raoul Manselli sulle eresie medioevali, ho trovato Walter Map citato un paio di volte e accompagnato da espressioni e aggettivi fatti apposta per incuriosire: beffardo, tagliente, acre spasso, vivacissimo racconto. E così è venuto anche il turno del De nugis curialium, opera singolarissima dello scrittore gallese – ecclesiastico, poeta, conteur, diplomatico, uomo di giustizia alla corte di Enrico II Plantageneto e di Eleonora di Aquitania – circolata solo dopo la sua morte, avvenuta intorno al 1210.

Un gran simpatico, tra l’altro, uno che, lamentandosi del fatto che solo gli autori antichi hanno successo, scrive: «Il mio solo torto è questo: sono vivo. Ciò nonostante non ho intenzione di porvi rimedio morendo. […] So cosa accadrà dopo la mia scomparsa: quando incomincerò a putrefarmi, allora l’opera acquisterà sapore, il mio decesso sanerà tutti i difetti, e in una posterità lontanissima la mia antichità mi renderà un’autorità».

Un’ampia parte del primo capitolo degli Svaghi è dedicata a storie di monaci: paragrafi più o meno estesi ricchi di aneddoti, storielle, battute, informazioni, racconti fantastici, invettive, «in modo che l’esposizione avvinca e l’insegnamento tenda a migliorare i costumi». Walter Map parla di cluniacensi, templari, ospitalieri, grandmontani, certosini; di questi ultimi cartusiani dà un ritratto succinto e molto gustoso, dal quale emerge uno dei tratti caratteristici del suo sguardo: «Non tramano contro i vicini, non fanno pettegolezzi [non cavillant], non rubano; nessuna donna entra da loro, ed essi non escono per cercarne». Non è mai particolarmente benevolo, ma la sua bestia nera sono in assoluto i cisterciensi, spuntati «dall’Inghilterra, da un luogo chiamato Sherborne» (che in realtà è il luogo di provenienza di Stefano Harding, terzo abate di Cîteaux). Con i monaci bianchi ci va giù davvero pesante: avidi, avari, falsi, subdoli, truffatori, superbi, privi di carità… forse persino assassini!

Pare che ci fosse un problema particolare con la pancetta, sì, la pancetta, poiché sebbene i cisterciensi abbiano rinunciato alla carne, «nutrono tuttavia diverse migliaia di maiali, vendendone poi la pancetta, forse non tutta; le teste, le zampe, i piedi non li danno, né li vendono, né li gettano; dove vadano a finire lo sa Dio. Similmente rimane tra Dio e loro cosa facciano delle galline, di cui abbondano assai». Scherzi a parte, viene da dire, le accuse di Walter Map sono pesanti e riguardano soprattutto la sete di ricchezza dei monaci bianchi, capaci di spostare nella notte un albero di confine, di falsificare un documento, di deportare famiglie, di far sparire un’intera cascina con alberi e recinti pur di ingrandire le loro terre. Siate avvertiti: «Quelli che invece vengono sorpresi da un’invasione dei Cistercensi sappiano che li aspetta un esilio perpetuo» (dove, al di là della polemica, si sente anche un’eco della poderosa spinta di lavoro del nuovo ordine).

E quando sono colti sul fatto e messi di fronte alle loro responsabilità, questi nuovi monaci, pusillanimi, danno la colpa ai conversi, come dimostra un abate citato da Walter: «Non sappiamo nulla di ciò che avviene nelle parti più riposte della nostra casa; tutto questo è stato fatto senza che noi ne fossimo a conoscenza; i contadini che vivono fuori del chiostro e lavorano con noi hanno commesso questa mancanza senza sapere quel che facevano, e saranno battuti». Sì, battuti, e magari impiccati.

«Ecco come se ne vanno elegantemente scusati!», commenta Walter, che non si ferma nemmeno davanti a Bernardo di Chiaravalle…

(1-continua)

Walter Map, Svaghi di corte, a cura di F. Latella, 2 voll., Pratiche Editrice 1990, pp. 121-167.

 

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