«Al limite anche morire» (Maria Ignazia Angelini, «Niente è senza voce», pt. 1/4)

NienteSenzaVoceHo preso così tante note sul volume Niente è senza voce di Maria Ignazia Angelini, badessa di Viboldone, che mi sono ingolfato. Gli appunti che deriveranno da questa lettura molto significativa saranno confusi e prolissi, mi spiace.

Credo, anzitutto, che si tratti di un testo fondamentale per avvicinare i molti aspetti della «vita monastica oggi», come recita il sottotitolo, o, più precisamente, per avvicinare la riflessione che la vita monastica compie oggi su se stessa. Mi pare che si possa dire infatti che esista un monachesimo contemporaneo silenzioso e bastante in un certo senso a se stesso (sulle proprietà di tale silenzio bisognerebbe indagare comunità per comunità), e ne esista un altro che riflette, si confronta con il proprio passato e con la cosiddetta realtà circostante, non foss’altro, come dice la stessa m. Angelini, per rispondere alle «sfide che le varie letture “laiche” del fatto monastico ci fanno rimbalzare addosso» (siamo a p. 12 di 276 e già quel «rimbalzare addosso» ci dice qualcosa della personalità della scrivente).

Forte di una preparazione filosofica da rocciatrice, la badessa risponde eccome, con una ruvidezza e un’irruenza che mi piacciono molto, che sollecitano il dialogo e invitano al «combattimento» dialettico. Talvolta i suoi assunti non sono del tutto condivisibili, in particolare quando attacca il postmoderno e i «fallimenti della ragione moderna» (concetto troppo generico e inutilizzabile), ma lo spessore dell’analisi è costantemente alto e non sono sempre riuscito a seguirla. I testi che compongono il volume sono per lo più occasionali e preparati per contesti monastici, ma nel loro insieme, per quanto involontario, compongono un quadro di riflessioni tematiche sulla Regola benedettina e su cosa voglia dire continuare ad abbracciarla oggi in spirito evangelico.

Cominciando dai versanti più accessibili, uno dei rischi maggiori intravisti dalla badessa è proprio quello di cedere all’immagine che il mondo ha messo insieme del monachesimo. Come se i laici stanchi e disorientati avessero individuato nei monasteri i luoghi dove trovare risposte e benessere, una comoda crasi tra studio dello psicoanalista e stabilimento termale (senza dimenticare la bellezza dei luoghi), e i monaci fossero disposti a esserlo, massaggiatori di anime e corpi, per convenienza (domanda/offerta) e per narcisismo («Il narcisismo, anche nella sua versione di gruppo, è un’antica infermità, un poco adolescenziale, anche dei monaci»). Alla religione verrebbe chiesta una nuova, si fa per dire, «ideologia del soggetto», dato il crollo di quelle correnti, «e al monachesimo di creare – come si sente dire – luoghi dello spirito, tradotto spesso con luoghi di vacanze alternative»: «Si tratta di un uso frivolo», tuona la badessa, «o – peggio ancora – di un abuso, a cui non dobbiamo prestarci, anche se venissimo blanditi a produrlo».

La tentazione dell’«aura monastica», che in questi appunti ho evocato spesso, può essere forte anche per i monaci, insomma, e le comunità devono resistervi a tutti i costi, anche a quello di scomparire, se l’alternativa è diventare «evangelicamente irrilevanti»: «In tale situazione critica che tutti ci investe, potremo al limite anche morire, non dico solo personalmente ma come monachesimo, che – pur antico – non ha avuto promessa di indefettibilità».

(1-continua)

Maria Ignazia Angelini, Niente è senza voce. La vita monastica oggi, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2007.

 

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