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«Il vizio e la grazia», di Hubert Wolf (pt. 2/2)

IlVizioelaGrazia(la prima parte è qui)

Anche nel caso di suor Maria Luisa ammetto che all’inizio mi è sembrata una figura che non emergesse dalla tipologia, se non per una particolare avvenenza, riportata da tutti, che si traduceva spesso in carisma. La stessa Katharina von Hohenzollern, la sua arcinemica, nella sua memoria prende le mosse proprio da lì: «Suor Maria Luisa ha ventisette anni e si trova nel convento dall’età di tredici anni. Ha una fisionomia molto preveniente ed una amabilità quasi irresistibile, la quale però ha più della secolare che della Vergine consacrata a Dio». Il ritratto è un piccolo capolavoro, per quanto viziato dal giudizio retrospettivo: una giovane che piace a tutti, che tutti amano assecondare, una subdola manipolatrice che dispone delle chiavi del monastero e della quale si percepisce la doppiezza, la «massima furberia», lo «spirito d’intrigo»; «tutto questo però», osserva Katharina, ancora incredula, «sembra coperto da un incantesimo misterioso».

A mano a mano che ho appreso la vicenda della vicaria, la sua statura di personaggio è cresciuta, fino a dimensioni, appunto, tragiche; sia per carattere proprio, sia per l’essersi trovata al centro di uno scontro molto più grande di lei. Il processo per lo scandalo di Sant’Ambrogio, e il libro che lo racconta, fissa suor Maria Luisa all’apice della sua «carriera», sulla cima del «sistema» che ha trovato entrando nel monastero e portato a perfezione, un vero e proprio bagliore tra due dense oscurità dolorose: quella della nascita povera e buia da un lato, quella della fine, dopo il processo, dall’altro (non si raccontano i finali dei legal-thriller). Un bagliore luciferino, di cui le testimonianze danno abbondante conto e che ho notato la prima volta durante la deposizione di suor Maria Gesualda, che era stata con lei in noviziato: «Maria Luisa fin da novizia mostrava gran desiderio di comandare, e diceva: “fammi maestra solo per un’ora, e rimedio a tutto”». E la vediamo infatti saldamente al comando, attorniata da una badessa che le deve l’elezione e che si tiene da parte il più possibile, da consorelle che la temono o le sono alleate, da novizie veneranti e pronte a qualsiasi obbedienza, da due padri confessori che l’inquisitore definirà «conniventi, conscii e complici della maggior parte degli addebiti, che si riportano nella presente causa» (il primo maledirà la sua cecità di fronte al peccato e renderà una «confessione completa»; il secondo, l’altra grande e ignobile figura del processo, il gesuita superdotto e iperprotetto, si difenderà fino allo stremo, producendo chilometri di scrittura), e infine da un drappello di ecclesiastici di rango che dalla pubblicità alla causa hanno soltanto da temere e che faranno del processo il campo di un vero regolamento di conti.

Sì, uno dei pregi del volume è quello di allargare progressivamente la visuale fino a offrire un quadro di notevole ampiezza su quanto stava accadendo nella Chiesa in quegli anni cruciali dell’unità d’Italia e della fine dello Stato pontificio. E lì al centro di questo affresco c’è suor Maria Luisa, iperattiva, loquace, instancabile: quando deve smentire una sua disposizione dice che quella che è stata udita era «la voce del Demonio che la imitava e non la sua» («il Demonio ha preso la mia figura in tante altre circostanze»), quando deve rinforzarla dice che ha avuto una visione, o che la Madonna le ha scritto, come dimostra la letterina (in francese) che può essere rinvenuta nella tal cassettina sigillata; «fa intravedere che passa le notti in orazioni, meditazioni e orrende austerità e sofferenze, talmente che sorte sovente di questi misteriosi combattimenti notturni colla lingua gonfiata e di vari colori»; non partecipa ai riti comuni, va in chiesa quando vuole, mangia carne quando le pare (lo testimoniano le novizie) e si fa fare dei gioielli che paga con i fondi del monastero (testimonianza dell’orefice); sta delle ore in parlatorio e si profuma la tonaca in modo che le consorelle sentano olezzo di rosa al suo passaggio (testimonianza del profumiere); «a Maria Luisa veniva poi il solito mal di capo ultraterreno, sempre foriero delle successive estasi e lotte con i demoni, cui seguiva subito la chiamata del confessore, che in questo caso era autorizzato a entrare nella clausura»; quando si stanca di una novizia, la allontana in maniera radicale… È il caso di dire: eccetera.

Come dicevo, il libro è costruito in modo tale che non mi sembra il caso di accennare alla conclusione, dirò soltanto – perché di conclusione non si tratta – che alla fine dell’ultimo interrogatorio, ormai sola e, bisogna dirlo, donna di fronte alla gigantesca machina maschile dell’Inquisizione, Maria Luisa china il capo, «e il commento del notaio fu che “flebat et suspirabat vehementer“»: piangeva e sospirava forte.

(2-fine)

Hubert Wolf, Il vizio e la grazia. Lo scandalo delle monache di Sant’Ambrogio, Mondadori 2015 (traduzione di F. Gimelli di Die Nonnen von Sant’Ambrogio, C.H. Beck 2013).

 

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«Il vizio e la grazia», di Hubert Wolf (pt. 1/2)

IlVizioelaGraziaDevo confessare che mi sono accostato a Il vizio e la grazia di Hubert Wolf pensando: le monache del monastero di Sant’Ambrogio di Roma si conquistano un librone di tal fatta solo perché il loro «scandalo» è di natura sessuale. Mi sbagliavo clamorosamente: il libro riguarda anche quello, ma è un eccellente volume di ricerca storiografica che dell’episodio ricostruisce la sorprendente complessità, allargando progressivamente il quadro dell’indagine. È inoltre un libro che pullula di figure notevoli e di due (o tre) personaggi di altezza tragica. Ma prima di avvicinare almeno uno di essi, scorriamo la vicenda, che si svolge principalmente tra il 1859 e il 1862.

Una giovane principessa tedesca, Katharina von Hohenzollern-Sigmaringen, due volte vedova e accesa di religioso ardore, chiede al cugino arcivescovo, di stanza a Roma, di aiutarla a coronare il suo sogno di vita claustrale. Il cugino aiuta e indirizza, e Katharina diventa terziaria francescana in un famoso monastero romano. All’inizio tutto bene, in breve tutto storto, non appena la principessa conosce a fondo il «sistema» sul quale si basa Sant’Ambrogio, che anzitutto mantiene vivo il culto della fondatrice, ancorché condannata dall’Inquisizione per affettata santità; ruota poi intorno alla figura della giovane vicaria e maestra delle novizie; vede infine la presenza di due padri confessori, gesuiti e apparentemente succubi della vicaria. Sullo sfondo cardinali e protettori non di basso rango del monastero. Le cose precipitano quando la principessa invita a emendarsi la vicaria, che, per il timore che la tedesca divulghi all’esterno i segreti del monastero, dapprima accusa Katharina di squilibrio psicologico e poi tenta, più concretamente, di avvelenarla, con la complicità di alcune consorelle. In una notte drammatica la principessa riesce a far pervenire un biglietto al cugino, un vero e proprio SOS; il cugino, che in precedenza aveva minimizzato, accorre e la porta in salvo in una villa nella campagna romana. Qui Katharina, dopo essersi ripresa, viene convinta dal nuovo confessore, un benedettino tedesco, a denunciare fatti e circostanze all’Inquisizione. Sebbene il papa, Pio IX, sia molto riluttante, il processo si rivela in poco tempo inevitabile (ed è il sospetto di eresia a rendere inevitabile l’intervento dell’Inquisizione, altrimenti sarebbero stati sufficienti dei provvedimenti disciplinari e un tribunale laico per l’eventuale reato penale).

Le carte – la montagna di carte – del procedimento sono diventate accessibili nel 1998, grazie all’apertura dell’archivio della Congregazione per la Dottrina della Fede disposta da Giovanni Paolo II, e ciò ha consentito a Hubert Wolf di ricostruire, con gran piglio narrativo (e tanto di passaggi da vero legal-thriller) una vicenda e un processo «nascosti da un secolo e mezzo nel più segreto di tutti gli archivi ecclesiastici»: «Alla fine il mistero è stato svelato. E quella che pareva una scandalosa fantasia è risultata essere storia vera».

Lo «scandalo» è esattamente come ce lo si può immaginare, e lascerò le estesissime citazioni dalle deposizioni a chi vorrà leggere il volume; quella che vorrei ricordare qui è la figura della principale accusata, la madre vicaria e maestra delle novizie, la bella e carismatica suor Maria Luisa di san Francesco Saverio.

(1-continua)

Hubert Wolf, Il vizio e la grazia. Lo scandalo delle monache di Sant’Ambrogio, Mondadori 2015 (traduzione di F. Gimelli di Die Nonnen von Sant’Ambrogio, C.H. Beck 2013).

 

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«Persone tristemente famose» (La Visitazione di Salò, pt. 3/3)

AllePorte(la prima parte è qui, la seconda qui)

Ecco quindi una personalissima «top ten» di circostanze, fatti e cose che mi hanno colpito della plurisecolare cronaca del monastero della Visitazione in Fossa.

  1. Il primo cantiere di ampliamento viene affidato all’architetto comasco Antonio Spazzi, già molto vicino alla Visitazione. Ne fa l’opera della sua vita, tanto che portati a termine i lavori, con amorevole dedizione («non c’era mai nulla da rifare»), chiede alle monache di restare. Si occuperà della manutenzione e dei «complessi meccanismi degli orologi a pendolo» e morirà in pace, nel gennaio 1733, «nel suo alloggio presso il monastero, non senza aver mandato prima “la buona sera” alle sorelle».
  2. Il monastero viene benedetto, «al basso et all’alto», dal cardinale Giovanni Francesco Barbarigo, vescovo di Brescia, la sera del 28 gennaio 1719: «Le sorelle arrivano a contare ben “centoquattro benedizioni che fece con sua grande fatica per essere parato pontificalmente”».
  3. Il complesso del monastero è completato nel 1728, «la comunità risulta composta di trentatré sorelle coriste, cinque sorelle converse, due novizie e tre toriere», cioè le soeurs tourières, che stanno presso la tour, cioè la ruota (suora rotara), per estensione le sorelle non di clausura incaricate dei rapporti con l’esterno.
  4. Nel 1796 la guerra tra francesi e austriaci lambisce Salò e, come riporta la cronaca del monastero, «un colonnello dell’armata francese fu alloggiato presso la famiglia d’una nostra or defunta consorella». Una circostanza che sarà di singolare aiuto negli anni successivi e che garantirà alle monache una sorta di protezione dalle pretese delle amministrazioni municipali. Anche perché, «concedendo a madre Dossi [che redigeva al tempo la cronaca] di non saper distinguere i gradi militari, non è da escludere che quel “colonnello” fosse appunto lo stesso Napoleone», presente a Salò il 17 agosto, ospite della famiglia Lanfranchi.
  5. Ancora guerra, 13 aprile 1797: «Questi sono stati veri giorni di tenebre: il nostro povero monastero tutto attorniato da fuochi e da quantità di armati, lo scopio delle bombe delle quali cadevano i grossi pezzi sopra i nostri tetti e nell’ortaglia, i sbarri di cannoni, le cui balle di piombo al peso di libre sette in otto cadute ai piedi d’alcuna delle nostre sorelle senza nepur tocarla non che fare il minimo danno ad alcuna; si scuoteva il nostro monastero per lo rimbombo de sbarri e la veduta del fuoco metteva in tutte noi terrore e spavento». È soltanto l’inizio, ma la Provvidenza non distoglie lo sguardo dalla piccola comunità, che fu sempre «prodigiosamente preservata da qualunque disgrazia ad onta delle grossissime palle penetrate fin entro le muraglie e che conserviamo a perpetua memoria della divina protezione».
  6. La storia della Visitazione di Salò è anche la storia di un ininterrotto tentativo di espropriazione da parte delle varie autorità laiche, storia che, intrecciandosi con quella delle soppressioni degli istituti religiosi, potremmo riassumere così: ma possibile che quattro monache di clausura debbano disporre di uno spazio così bello, grande e centrale? Non potrebbero andarsene da qualche altra parte, così ci facciamo una scuola, ci mettiamo il municipio, una caserma? Sì, una caserma, come in molti altri casi: «Non troverebbesi nella nostra città fabbricato più acconcio a detto scopo di quello occupato dalle consorelle del soppresso monastero della Visitazione di Santa Maria», come si legge in una lettera del 30 gennaio 1873 del sindaco di Salò alla superiora. Okay, i periti devono effettuare un sopralluogo. Okay niente, non se ne parla proprio. Si arriva al 4 aprile: sindaco, ingegnere e aiutante si presentano alla porta del monastero; la superiora («la prelodata signora Rosa, in religione Angela Domenica Larcher») sbarra il passaggio; Torneremo! e «ove si trovasse ancora opposizione verrà senz’altro forzato l’ingresso della casa»; Liberissimi, ma «avverto vostra signoria che gli ingegneri incaricati potranno entrare in convento soltanto coll’abbattere l’entrata. Tanto mi è imposto dal dovere e dalla coscienza». E così accadde, ma niente caserma per fortuna.
  7. Nel 1899 arriva, in regalo, una cucina economica, «fatta venire appositamente da Innsbruck». Nello stesso anno viene installata la corrente elettrica (il telefono nel 1961).
  8. In seguito ai Patti Lateranensi del 1929 vengono avviate le pratiche per il riconoscimento della personalità giuridica del monastero, che dall’unità d’Italia risultava intestato alle «signore Migliavacca e Bersani», cioè suor Maria Annunziata e suor Angela Teresa. Il pretore chiede «scopi e attività» del monastero, risposta: «Sono semplicemente il ritiro e la vita in comune per il lavoro e le pratiche religiose».
  9. Il pretore ha chiesto anche dei mezzi di sostentamento, che sono sempre stati una croce, sin dalla fondazione. Senza le generose donazioni la Visitazione non sarebbe sopravvissuta, ma è vero anche che le monache non si sono mai concesse nulla, né si sono sottratte al lavoro, con l’educandato, con lavori di cucito e ricamo, con la confezione delle particole; hanno venduto tutti gli oggetti di valore, hanno venduto anche i capelli. Poi, «nel 1937 le monache inizieranno anche a lavorare per la locale ditta Cedrinca confezionando sacchetti di caramelle».
  10. «Anche per noi il pericolo è stato reale, minaccioso, soprattutto dopo l’8 settembre 1943, [quando] Roma si era riversata in Salò.» Le Visitandine sopravvivono, relativamente indenni, anche ai repubblichini e ai bombardamenti della fine del 1944, protette, dicono, dalla loro stessa povertà. «Quando la storia avrà già girato pagina, le monache scriveranno con molta discrezione: “La presenza di tutti questi uomini dei ministeri e di persone tristemente famose, ora sparite dalla scena di questo mondo, sembrava dover compromettere la relativa sicurezza della nostra piccola città”».

(3-fine)

Maria Grazia Franceschini, Alle porte della città. Il monastero della Visitazione di Santa Maria di Salò, introduzione di G. Archetti, Studium – Associazione per la storia della Chiesa bresciana 2012.

 

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«Nella posizione migliore» (La Visitazione di Salò, pt. 2/3)

AllePorte(la prima parte è qui)

È il 4 dicembre 1712 quando le tre monache della Visitazione di Arona designate dal capitolo partono alla volta di Salò, dove le attende la fondazione del nuovo monastero finalmente deliberato. Per coprire i circa 180 chilometri che separano le due località, tra una cosa e l’altra, ci impiegano diciassette giorni, ma quando finalmente giungono sul Lago di Garda l’accoglienza è imponente: ci sono persino dei soldati a cavallo schierati che fanno gli onori. La processione del 20 dicembre, organizzata per la consegna della «casa provvisoria» è impressionante (ed è aperta, curiosamente, dalle «zitelle e dalle dimesse»), segue la messa solenne, la consegna delle chiavi, e poi, commenta l’autrice con afflato non insolito, «la rapida sera invernale pone fine a quella giornata memorabile. I visitatori uno dopo l’altro se ne vanno, le voci e i suoni della festa si smorzano mentre il lago raccoglie gli ultimi riflessi del crepuscolo. Le tre fondatrici si ritrovano sole con il loro Signore in quella che è ormai la loro terra promessa».

E adesso? E adesso, «il 21 dicembre, con il passo dei giorni feriali, inizia dunque la vita vera e propria della Visitazione di Salò, 148ª casa dell’Ordine. Una vita di silenzio orante e di lode in comune, di dolce e cordiale fraternità, in umiltà, modestia, semplicità, povertà: questa nell’intenzione dei fondatori la vita di una Visitazione».

Le premesse sono buone, a giudicare da una lettera di qualche anno dopo: «Salò è a capo di 36 comunità abbastanza numerose, che tutte insieme compongono un corpo che porta il nome di Patria della Riviera di Salò. Il numero dei suoi abitanti è considerevole, molte famiglie sono assai civili e ricche. Dal punto di vista spirituale è soggetto al vescovato di Brescia […]. Vi sono anche religiosi regolari, cioè cappuccini, carmelitani, cordiglieri, minimi, preti regolari somaschi […]. Vi è anche un monastero di religiose agostiniane oltre la nostra piccola Visitazione, un collegio di orsoline, un ricovero per ragazze povere. [È] situato in riva al lago, che si chiama di Garda, l’aria è buona, dista tre giorni da Venezia, tre giorni da Arona, due da Milano. La strada è abbastanza buona tranne qualche passaggio pietroso. Il nostro monastero è situato nella posizione migliore del luogo». Una storia di tenacissima fedeltà alla «posizione» e di ininterrotta allerta nei confronti della «rude concretezza» di ogni giorno. Una storia che, già così bene riassunta da Maria Grazia Franceschini, non mi sembra il caso di comprimere ulteriormente. E allora, prima di scorrere soltanto alcuni degli episodi che più mi hanno colpito, faccio un salto di 256 anni, al 1968, quando «il 24 giugno la comunità, trentasei sorelle, lascia il monastero in Fossa» (così veniva chiamato) e si sposta in una sede temporanea, in attesa che la nuova «casa», a Versine, poco sopra Salò, venga eretta.

La nuova Visitazione è inaugurata il 2 luglio 1971, in letizia, certo, ma anche nella consapevolezza delle difficoltà, che non arretrano mai. Il noviziato è chiuso da quattro anni, la costruzione, realizzata in estrema economia, va accudita da subito, «gli anni trascorrono nella normalità: molte sorelle passano dalla cella al cielo e lasciano le altre nella stanchezza». Nondimeno i rapporti con la popolazione non si spengono, viene allontanato il fantasma della fusione con un’altra comunità, si mette a posto la foresteria, per offrire più possibilità di accoglienza e, «nella circolare dell’8 dicembre 1992, si trova infine questa sobria annotazione: “Entrata di una giovane in postulato: siano grazie a Dio”».

La conclusione della storia – anzi del libro, perché la storia continua – è quella che deve essere: «L’alba del nuovo secolo, come già quella del precedente, trova deste in preghiera le sorelle che hanno vegliato tutta la notte». Lo ammetto, al cospetto di una tale continuità, esaltata in qualche misura dall’inserto fotografico che chiude il volume, ho provato, e provo, un sentimento che credo sia di nostalgia e di mancanza. Non tali da agire per porvi rimedio – proprio no –, e tuttavia non mistificabili.

Ma vediamo, come dicevo, i miei highlights di questa bella storia.

(2-continua)

Maria Grazia Franceschini, Alle porte della città. Il monastero della Visitazione di Santa Maria di Salò, introduzione di G. Archetti, Studium – Associazione per la storia della Chiesa bresciana 2012.

 

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«Donne che vorranno monacare» (La Visitazione di Salò, pt. 1/3)

AllePortePer chi è appassionato di storie di monasteri la lettura del volume di Maria Grazia Franceschini, dedicato alla Visitazione di Salò, è di grande soddisfazione. Non soltanto l’autrice si è passata con pazienza tutte le carte d’archivio (tra gli altri, i fondamentali «libri cassa», con tutte le distinte di spesa!), ma ha saputo raccontare con gusto e sensibilità il materiale di oltre trecento anni di storia. E pazienza se si avverte una punta di apologia – l’autrice è suora visitandina della stessa comunità –, le vicende narrate in fondo lo meritano.

Perché, oltre che ovviamente di fede, è una grande storia di tenacia, di stabilità, di resistenza, di testimoni passati su tempi lunghi. Molto lunghi, se si considera che l’atto di nascita della comunità è un testamento del 1591, di tale Bartolomeo Pedretti, che legava la sua eredità (terreni e capitali), al venir meno dei legittimi eredi, alla cittadinanza di Salò per la costruzione di un monastero di clausura femminile, «sotto la regola di san Benedetto». I legittimi eredi vengono effettivamente meno e comincia una prima fase di burocrazia, protagonista della quale sono il Consiglio generale del comune salodiano (sì, ho imparato l’aggettivo), un esercito di periti e le autorità competenti della Repubblica di Venezia, di cui Salò all’epoca fa parte. Tra parentesi, la storia del monastero è anche una storia della burocrazia, da quella della Serenissima, appunto, a quella della attuale Repubblica, passando per francesi, austriaci, piemontesi, fascisti e repubblichini, tanto che la comunità sarà costretta giocoforza a maturare una notevole competenza in materia di regolamenti e certificati: in particolare le superiore, una processione di donne di profonda spiritualità, ma anche di indubitabile senso pratico.

Il decreto veneziano si fa attendere undici anni, ma finalmente nel 1626 arriva e concede «di poter a gloria del Signore Dio erigere nella terra di Salò […] un monasterio per introdurvi donne che vorranno monacare, con una chiesa per celebrare li divini uffici, et siano figliole di cittadini et abitanti in detto luogo in quel numero che sarà stimato bastare». Il legame tra l’istituzione e il luogo e la sua popolazione comincia da subito a delinearsi, ma una guerra, quella per la successione del ducato di Mantova – la prima delle tante di cui il monastero sarà testimone –, per così dire, blocca la pratica.

Passano gli anni, oltre sessanta: bisogna riprendere le carte, rifare tutto da capo, preoccuparsi soprattutto della dotazione economica dell’impresa, ma nel 1698 parte la nuova petizione, questa volta per la costruzione «di uno monastero di monache dell’istituto della Visitazione di Santa Maria sotto li auspici del glorioso san Francesco di Sales», istituto ritenuto più adatto date le condizioni di povertà del paese, sia per la moderazione della regola, sia per la misura della dote richiesta alle postulanti. Contro le visitandine di Arona, possibili fondatrici e sostenute dalle famiglie nobili bresciane, si levano le benedettine di Piacenza, che si richiamano al testamento originario. Ci vogliono ancora dodici anni, di carte, garanzie, trattative, perorazioni, provvidenziali uscite di scena, rogiti e «solenni instromenti», e finalmente l’11 giugno 1712 il vescovo di Brescia «erige formalmente il monastero».

La fondazione è affidata alle monache di Arona, che già nell’ottobre si riuniscono per stabilire chi deve partire per Salò.

(1-continua)

Maria Grazia Franceschini, Alle porte della città. Il monastero della Visitazione di Santa Maria di Salò, introduzione di G. Archetti, Studium – Associazione per la storia della Chiesa bresciana 2012 (il volume può essere letto anche qui).

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Tu sei abate e ti tirano le pietre (Walter Map 2/2)

(la prima parte è qui)

Nei confronti del grande abate cisterciense Walter Map si trattiene, comprensibilmente, dall’insistere su accuse specifiche (non dalle battutacce, tuttavia) e introduce una categoria di narrazione agiografica insolita, beffarda e un po’ irriverente: il miracolo mancato – anche l’eminentissimo «don Bernardo» (dompnus Barnardus) ogni tanto faceva cilecca.

«Mi trovavo una volta alla mensa del beato Tommaso, allora arcivescovo di Canterbury», racconta Walter, riferendosi proprio a quel Tommaso, Becket, quando un commensale, stufo delle lodi sperticate che due abati «bianchi» stavano tessendo di Bernardo di Chiaravalle, intervenne per ricordare un caso singolare. Un giorno, a Montpellier, un indemoniato venne portato al cospetto dell’abate, che, «seduto su una grande asina, impartì ordini allo spirito immondo» di uscire immantinente da quel corpo. La cosa sembrava sistemata. Peccato però che, una volta lasciato libero, il disgraziato «si mise a scagliare sassi come poteva contro l’abate, inseguendolo con insistenza mentre fuggiva per le vie». «Questo racconto spiacque all’arcivescovo», commenta Walter: be’, non si stenta a crederlo, ma il commensale impertinente non si fece intimidire e aggiunse: «Quelli che furono presenti dicevano che si trattava di un miracolo degno di essere ricordato, poiché il posseduto dal demonio era con tutti mite e benevolo, e molesto solo verso gli impostori».

«È di dominio pubblico» (publicatum est autem), aggiunge poi Walter, che non fu l’unica volta che a Bernardo mancò la grazia del miracolo, ne occorsero altre, ahimè. Ad esempio quando Guglielmo di Nevers era morto, penitente, alla Grande Chartreuse, nel 1148, e Bernardo era accorso per partecipare ai riti funebri. Walter riferisce l’episodio in maniera concisa ed efficace, ma la scena è così vivace e simpatica che merita una minima dilatazione (con qualche licenza di fantasia).

Bernardo è disteso davanti al sepolcro di Guglielmo (che Walter chiama, erroneamente, Gualtiero), profondamente assorto in preghiera. Il priore certosino occhieggia dall’esterno della cappella, incerto: ma da quanto tempo è lì sdraiato padre Bernardo? Infine si decide: si accosta all’abate, si china e «lo pregò di andare a pranzare dato che era l’ora» – padre, scusate, sarebbe pronto in tavola…

Non se ne parla nemmeno! Bernardo si inalbera. Sembra di vedere un grande attore che si erge in tutta la sua potenza, di voce e di gesto: «Bernardo gli rispose: “Non mi smuoverò da qui finché frate Gualtiero non mi parlerà” ed esclamò a voce alta [così se c’è qualcun altro nelle vicinanze sente chiaramente]: “Gualtiero, vieni fuori!”», Galtere, veni foras!

Ahia. «Ma Gualtiero, che non sentiva la voce di Gesù, non ebbe le orecchie di Lazzaro, e non uscì.»

(2-fine)

Walter Map, Svaghi di corte, a cura di F. Latella, 2 voll., Pratiche Editrice 1990, pp. 127-129.

 

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Il mistero delle galline dei cisterciensi (Walter Map 1/2)

L’ho tenuto lì a ingiallire per venticinque anni, anzi: li ho tenuti lì, perché la meritoria edizione Pratiche del 1990 degli Svaghi di corte di Walter Map è in due volumi: presi e messi da parte come tante altre opere importanti che prima o poi dovrò aver letto. Poi, appunto, leggendo i saggi di Raoul Manselli sulle eresie medioevali, ho trovato Walter Map citato un paio di volte e accompagnato da espressioni e aggettivi fatti apposta per incuriosire: beffardo, tagliente, acre spasso, vivacissimo racconto. E così è venuto anche il turno del De nugis curialium, opera singolarissima dello scrittore gallese – ecclesiastico, poeta, conteur, diplomatico, uomo di giustizia alla corte di Enrico II Plantageneto e di Eleonora di Aquitania – circolata solo dopo la sua morte, avvenuta intorno al 1210.

Un gran simpatico, tra l’altro, uno che, lamentandosi del fatto che solo gli autori antichi hanno successo, scrive: «Il mio solo torto è questo: sono vivo. Ciò nonostante non ho intenzione di porvi rimedio morendo. […] So cosa accadrà dopo la mia scomparsa: quando incomincerò a putrefarmi, allora l’opera acquisterà sapore, il mio decesso sanerà tutti i difetti, e in una posterità lontanissima la mia antichità mi renderà un’autorità».

Un’ampia parte del primo capitolo degli Svaghi è dedicata a storie di monaci: paragrafi più o meno estesi ricchi di aneddoti, storielle, battute, informazioni, racconti fantastici, invettive, «in modo che l’esposizione avvinca e l’insegnamento tenda a migliorare i costumi». Walter Map parla di cluniacensi, templari, ospitalieri, grandmontani, certosini; di questi ultimi cartusiani dà un ritratto succinto e molto gustoso, dal quale emerge uno dei tratti caratteristici del suo sguardo: «Non tramano contro i vicini, non fanno pettegolezzi [non cavillant], non rubano; nessuna donna entra da loro, ed essi non escono per cercarne». Non è mai particolarmente benevolo, ma la sua bestia nera sono in assoluto i cisterciensi, spuntati «dall’Inghilterra, da un luogo chiamato Sherborne» (che in realtà è il luogo di provenienza di Stefano Harding, terzo abate di Cîteaux). Con i monaci bianchi ci va giù davvero pesante: avidi, avari, falsi, subdoli, truffatori, superbi, privi di carità… forse persino assassini!

Pare che ci fosse un problema particolare con la pancetta, sì, la pancetta, poiché sebbene i cisterciensi abbiano rinunciato alla carne, «nutrono tuttavia diverse migliaia di maiali, vendendone poi la pancetta, forse non tutta; le teste, le zampe, i piedi non li danno, né li vendono, né li gettano; dove vadano a finire lo sa Dio. Similmente rimane tra Dio e loro cosa facciano delle galline, di cui abbondano assai». Scherzi a parte, viene da dire, le accuse di Walter Map sono pesanti e riguardano soprattutto la sete di ricchezza dei monaci bianchi, capaci di spostare nella notte un albero di confine, di falsificare un documento, di deportare famiglie, di far sparire un’intera cascina con alberi e recinti pur di ingrandire le loro terre. Siate avvertiti: «Quelli che invece vengono sorpresi da un’invasione dei Cistercensi sappiano che li aspetta un esilio perpetuo» (dove, al di là della polemica, si sente anche un’eco della poderosa spinta di lavoro del nuovo ordine).

E quando sono colti sul fatto e messi di fronte alle loro responsabilità, questi nuovi monaci, pusillanimi, danno la colpa ai conversi, come dimostra un abate citato da Walter: «Non sappiamo nulla di ciò che avviene nelle parti più riposte della nostra casa; tutto questo è stato fatto senza che noi ne fossimo a conoscenza; i contadini che vivono fuori del chiostro e lavorano con noi hanno commesso questa mancanza senza sapere quel che facevano, e saranno battuti». Sì, battuti, e magari impiccati.

«Ecco come se ne vanno elegantemente scusati!», commenta Walter, che non si ferma nemmeno davanti a Bernardo di Chiaravalle…

(1-continua)

Walter Map, Svaghi di corte, a cura di F. Latella, 2 voll., Pratiche Editrice 1990, pp. 121-167.

 

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Due (o più) note francescane

A un certo punto del suo carteggio con il servita Giovanni Vannucci, sorella Maria del Campello ritorna sulla sua decisione di dare del tu al giovane sacerdote di cui già apprezza la spiritualità, l’attività, l’attenzione verso la sua comunità, il complicato rapporto con le strutture ecclesiastiche. È il gennaio del 1949, i due si conoscono e si scrivono da poco più di un anno, lei ne ha 74, lui ne ha appena compiuti 35, e la lettera di Maria del 17 è tra le più lunghe e dense di quelle pubblicate (125 su 525, tanto per concludere un periodo pieno di numeri…). È un epistolario di notevole intensità, interessante di suo, si potrebbe dire, al di là della luce che getta sulle personalità dei due corrispondenti, sull’eco lasciata dalla figura di Ernesto Buonaiuti, sulla chiesa di quegli anni, sulle vicende di Nomadelfia, sull’astro di David M. Turoldo, ecc. – tutte cose di cui non so quasi niente e che è a suo modo più stimolante avvicinare attraverso le testimonianze degli individui che tramite le ricostruzioni storiche.

Per intanto, tuttavia, c’è quel «non si stupisca del Lei cui sono ritornata. Forse è meglio così, riflettendo. E forse verrà tempo d’una comunione più trasparente» (e infatti verrà). La nota suscita in Maria, la «Minore», come si autodefinisce, una riflessione sulle difficoltà dei rapporti: «Non è facile il passo avanti nel conoscimento di noi stessi e degli altri, anche se carissimi e consoni» (il corsivo è mio); lei si sente manchevole anche nei confronti delle sue compagne, che condividono quella singolare esperienza dell’eremo di Campello dal 1926, e aggiunge: «Quanto è nebuloso l’animo umano, anche dopo lunghi anni di convivenza fraterna!»; lo raccomandava anche Francesco, nella Regola non bollata: «”Si guardino i frati dal mostrarsi nebulosi…”».

È solo un lieve slittamento di significato, da nuvoloso a nebuloso, forse relativo soltanto all’italiano. Le Fonti francescane, al Capitolo VII, 16 della Regola non bollata, riportano infatti: «E si guardino i frati dal mostrarsi tristi all’esterno e oscuri in faccia come gli ipocriti, ma si mostrino lieti nel Signore e giocondi e garbatamente amabili», che viene dal latino: «Et caveant sibi, quod non se ostendant tristes extrinsecus et nubilosos hypocritas; sed ostendant se gaudentes in Domino et hilares et convenienter gratiosos»); passo che riceve testimonianza da un brano (XCI) della Vita seconda di Tommaso da Celano: «[Francesco] Amava poi tanto l’uomo pieno di letizia spirituale, che per ammonimento generale fece scrivere in un capitolo queste parole: “Si guardino i frati di non mostrarsi tristi di fuori e rannuvolati come degli ipocriti, ma si mostrino lieti nel Signore, ilari e convenientemente graziosi”».

Ma il titolo parlava di due note, almeno. Sì, perché, andando a vedere il passo di Tommaso da Celano, mi è cascato l’occhio, nella pagina a fronte, su un’immagine di Francesco così bella che con essa mi piace chiudere gli appunti di quest’anno:

«Talora – come ho visto con i miei occhi – raccoglieva un legno da terra, e mentre lo teneva sul braccio sinistro, con la destra prendeva un archetto tenuto curvo da un filo e ve lo passava sopra accompagnandosi con movimenti adatti, come fosse una viella, e cantava in francese le lodi del Signore.»

Francesco che suona e canta.

Sorella Maria, Giovanni M. Vannucci, Il canto dell’allodola. Lettere scelte (1947-1961), a cura di P. Marangon, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2006 (la lettera citata è la 23); Tommaso da Celano, Vita seconda di San Francesco d’Assisi, XC.

 

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Le fotografie di Guiberto di Nogent, 1115

SogniEMemorieForse la cosa che mi ha colpito di più durante la lettura del De vita sua di Guiberto di Nogent è stata la straordinaria immediatezza di alcuni episodi che vi sono raccontati, di alcuni particolari direi addirittura. Il libro, composto tra il 1114 e il 1117, e che ho letto in traduzione italiana, è molto frequentato dagli storici, da quelli delle eresie medievali, per un paio di notevoli resoconti che contiene, da quelli delle vicende politico-ecclesiastiche francesi, da quelli «della mentalità» (o della «psicostoria», come la chiama Cardini nella postfazione), da quelli dell’agiografia, da quelli infine attenti alla ricostruzione medievale del concetto e della pratica dell’individualità – uno dei temi storiografici più appassionanti che conosca. Insomma, è una classica miniera, che può essere esplorata con strumenti diversi e riservare ogni volta diverse sorprese. Da un certo punto in poi l’ho sfogliato come un album fotografico, che avendo il vantaggio paradossale di essere privo di immagini, restituisce ancora più intensamente alcune situazioni. Ne ritaglio qualche esempio.

Cominciamo da Guiberto bambino, che ama moltissimo, riamato, la madre, che, vedova, lo affida alle cure di un maestro rigido e ottuso, benché santo. Il piccolo è trattato come un monaco in pectore; l’anziano Guiberto che ne scrive non rimprovera il rozzo chierico, che tra l’altro picchiava come un fabbro, ma una punta di strazio affiora: «Mentre i ragazzi della mia età correvano qua e là a piacere… io invece, inibito da continue coercizioni, vestito da pretino [clericaliter infulatus], stavo seduto a guardare dall’alto le bande dei ragazzi impegnati nel giuoco».

Il giovane Guiberto rischia di perdersi, ma poi un giorno, entrando nella chiesa di un monastero, vede un gruppo di monaci seduti in coro e ha la certezza della sua vocazione. Vestito infine l’abito, «mi prese d’un tratto una così grande passione di imparare che mi ci dedicai interamente […]. Quante volte credevano che dormissi e scaldassi sotto la coperta il mio corpo ancora delicato [et corpus sub pannulo fovere tenellulum], mentre invece costringevo la mia mente a formulare pensieri, oppure leggevo qualcosa nascondendo il libro sotto la coperta per timore del giudizio altrui».

Veglia pasquale a Soissons, anche il conte Giovanni è in chiesa per la cerimonia. Si annoia, è evidente, e chiede a un chierico di spiegargli un po’ la faccenda. Il religioso racconta la passione del Signore, la sua risurrezione, e il conte «disse come in un sibilo: “Ma questa è una favola, è una sciocchezza!” L’altro rispose: “Se tu ritieni tutto ciò vanità e favola, perché vieni qui alla veglia?” Egli rispose: “Provo piacere a vedere le belle donne che stanno qui a vegliare”».

Dopo i fattacci di Laon, i chierici della cattedrale «per raccogliere denaro, cominciarono a portare in giro le reliquie, com’è d’uso», un vero e proprio tour che si spinse anche in Inghilterra, a Winchester, a Essex. Una sera «un inglese fermo dinanzi alla chiesa disse a un amico: “Andiamo a bere”. E l’altro: “Ma non ho denaro”». Nessun problema, ci sono le offerte per le reliquie di quel santo francese. «Detto questo entrò in chiesa, si avvicinò al concistoro dove si trovavano le reliquie e fingendo di volerle baciare con venerazione, appoggiata la bocca, aspirò con le labbra aperte i denari che erano stati offerti». Bravo, complimenti, bevi, bevi: tre ore dopo «si impiccò ad un albero dove, con una morte orrenda, pagò il castigo della bocca sacrilega».

Laon città funestata, peraltro, dai delitti. «Un prete, mentre in casa sua sedeva dinanzi al fuoco, fu colpito alle spalle da un ragazzo col quale viveva in modo eccessivamente familiare e morì.» Il giovane prova a occultare il cadavere. Dov’è andato il don? Niente, è fuori città per affari. Ma il fetore, oltre a essere insopportabile, rischia di tradirlo, sicché il ragazzo «riunì i beni del padrone, depose il suo corpo nel caminetto con il volto poggiato sulle ceneri, gli appoggiò sopra, inclinato, un arnese chiamato essiccatore per fare credere che cadendo lo avesse colpito [et instrumentum desuper pendens, quod siccatorias vocant, super eum dejecit], poi fuggì con il denaro». La scena del crimine è così interessante per Guiberto, che si dimentica persino di citare il castigo del colpevole.

Potrei andare avanti tutta la sera…, come d’altra parte lo stesso Guiberto: «Dovunque si raccontano un’infinità di casi di diavoli che si fanno amare dalle donne e riescono a dormire nei loro letti e se la decenza me lo permettesse ne potrei raccontare molti».

Sogni e memorie di un abate medioevale. La «Mia vita» di Guiberto di Nogent, a cura di F. Cardini e N. Truci Cappelletti, Europìa 1986 (il testo latino può essere consultato qui).

 

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Monachesimo georgico (Il san Benedetto del cardinale Newman, pt. 2/2)

John Henry Newman (American Annual Cyclopaedia and Register of Important Events, Vol.15, 1891)

John Henry Newman (American Annual Cyclopaedia and Register of Important Events, Vol.15, 1891)

(la prima parte è qui)

Nel suo volo sulle ali della «poesia benedettina» sembra quasi che il cardinale Newman alterni ampi sguardi panoramici, dall’alto, che mostrano un vasto territorio in prevalenza cupo e punteggiato di piccole isole di armonia, a improvvise zoomate sul singolo particolare – come sui vivai ittici dell’abbazia cisterciense di Beaulieu, nello Hampshire, e sugli incantevoli dintorni. Già, «i monaci sono stati accusati di scegliere per le proprie abitazioni dei posti incantevoli» (e questa osservazione mi ricorda che purtroppo ho detto qualcosa del genere, in un post di qualche anno fa, in realtà riferito ai nuovi eremiti), ma non dimentichiamo che lavorarono duramente per renderli abitabili: «Se i loro terreni sono pittoreschi, se i loro panorami sono ricchi, furono essi a renderli tali, e presumiamo ebbero il diritto di godere del lavoro delle proprie mani». Il grande lavoro di bonifica dei monaci neri, che conquistò alla luce spazi sempre più ampi di territorio tenebroso (grazie a loro «l’oscurità della foresta cedette il passo, e il sole per la prima volta dal diluvio splendette sulla terra umida»), venne intrapreso non per afflato poetico, né per utilità sociale, bensì per penitenza. Nondimeno gli effetti di quell’attività furono anche poetici e utili; e se l’utilità è stata ampiamente sottolineata dagli storici, il cardinale si riserva di evidenziarne la poesia: «Quanto è romantica dunque la loro storia, e al tempo stesso utile, quanto è vivace, e al tempo stesso seria, coi suoi episodi di avventura e prodezza personale, le sue figure di allevatori, cacciatori, coltivatori, ingegneri civili ed evangelizzatori fusi in un’unica persona».

Newman addita alla nostra ammirazione i monaci che si inoltrarono nel fitto dei boschi, che scelsero i sentieri più impervi, che non si fermarono alla prima radura, che andarono avanti, e avanti ancora, fino a un «locum silvaticum in eremo, vastissimae solitudinis», dove nel volgere di qualche decennio sarebbe fiorita l’abbazia di Fulda, tanto per dirne una. Per darci un’idea di questi uomini tanto vicini a Dio, quanto pratici con le mani, il cardinale va a scovare «fotografie» suggestive e divertenti, come questa di Erluino, fondatore di Notre-Dame du Bec, che «concluso l’ufficio in chiesa, vedevi uscire diretto ai suoi campi, alla testa dei suoi monaci, con al collo la sacca da seminatore e in mano il rastrello o la zappa»; o questa di Easterwine, abate a Wearmouth, che «in tutto simile ai suoi fratelli, con loro spulava il grano con grande gioia, mungeva le pecore e la vacche, e al forno, nell’orto, in cucina, e in ogni incombenza domestica [era] allegro e obbediente».

Così, in uno spirito che potremmo definire di rude e avventurosa serenità, tra la carovana di pionieri e il campeggio, i monaci compirono la loro opera silenziosa e umile di restauro, e «a poco a poco la palude boscosa divenne un romitaggio, una casa religiosa, una fattoria, un’abbazia, un villaggio, un seminario, una scuola di cultura, e una città… ciò che l’altezzoso Alarico o il feroce Attila avevano fatto a pezzi, questi pazienti uomini di meditazione l’avevano rimesso insieme e l’avevano fatto rivivere di nuovo». Unico rammarico, concede il cardinale, è che costoro non abbiano avuto il loro Virgilio a dirne in versi le gesta, o semplicemente i gesti quotidiani, poiché proprio l’autore delle Georgiche avrebbe potuto capire fino in fondo il loro spirito. Ma, come ho già detto, anche se non abbiamo un poeta dei monasteri altomedioevali, Newman non ce ne fa sentire la mancanza.

(2-fine)

John Henry Newman, La missione di san Benedetto («Atlantis», gennaio 1858), in Benedetto, Crisostomo, Teodoreto: profili storici, traduzione di S.M. Malaspina, Jaca Book 2009, pp. 141-193.

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