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La presa di corrente (Dice il monaco, XL)

Dice dom Jacques Dupont, priore della Certosa di Serra San Bruno dal 1993 al 2014, e procuratore generale dell’Ordine dal 1999:

In questo grande edificio che è la Chiesa, la vita contemplativa ha il compito – o il posto – di una presa di corrente. Intendo proprio il dispositivo sistemato nel basso della parete dove infiliamo la spina, munita di una corda che la collega a una lampada. È essa – la presa – che assicura il contatto permanente con la fonte di luce, di calore e di forza, la Fonte eterna. [«Non è un ruolo esagerato, eccessivo?»] No, anzi è un ruolo umile e nascosto. Il contemplativo permette alla corrente di passare, ma egli a volte neanche vede la luce. Proprio come la presa, può trovarsi in una zona buia, dietro a un mobile o a una tenda. Non aspira a vedere o ad essere visto. Rimane nella pura fede. Veglia mentre è notte.

Da Solo dinanzi all’Unico, Luigi Accattoli a colloquio con il priore della Certosa di Serra San Bruno (Jacques Dupont), Rubbettino 2011, p. 30.

 

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Sobbalzi (Dice il monaco, XXXIX)

Dice Ignazia Angelini, o.s.b., badessa del monastero di Viboldone:

Viviamo incalzati. O aspirazioni o la paura ci urgono con insistenza. O le attese altrui  o le proprie. O il peso di errori. Tradimenti. Viviamo indifesi dall’ansia di ciò che accade. Dalla preoccupazione che accada. Aggrediti e istintivamente aggressivi. Mentre la vita quotidiana scorre semplicemente, pur con tutti i sobbalzi dell’epoca; e chiede anzitutto di essere gustata. Gustata proprio così com’è: dal primo istante fino all’ora ultima, nel diuturno lavorio per riconoscerne e discernere i sapori. Per prendere bene ogni cosa.

Maria Ignazia Angelini, Prendere bene tutte le cose. L’ora della speranza cristiana, Vita & Pensiero 2011, p. 79. (Forse non sono del tutto d’accordo, ma i testi della badessa di Viboldone sono sempre interessanti.)

 

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«A meno che, ripeto» (Dice il monaco, XXXVIII)

Dice Paolo Giustiniani (1476-1528), camaldolese:

No, la vita del solitario non è, come credono taluni, inattiva e oziosa, bensì più di ogni altro genere di vita, attiva e laboriosa, a meno che non si pretenda che leggere, studiare, comporre, scrivere, esaminarsi, regolare gli affari della propria anima, riandare nella vita passata, ordinare diligentemente il presente, prevedere prudentemente l’avvenire, pentirsi della colpe passate, combattere le passioni e i desideri disordinati, armarsi contro le occasioni prossime di turbamento e di caduta prima che esse si presentino, pensare alla morte e mettersela davanti agli occhi affinché essa non ci colga all’improvviso, meditare le realtà umane e divine degne di tener occupato senza posa uno spirito elevato, e ciò non a caso e come in sogno, ma con ordine e applicazione; lodare frequentemente con la nostra voce giorno e notte il Dio creatore con salmi, cantici e inni; ringraziarlo di tutti i suoi benefici; con accenti ancor più vivi ed efficaci elevarsi grazie alla preghiera mentale verso la divina Maestà per quanto possibile a una umana creatura; uscire, per così dire, da questo mondo per conversare con gli spiriti beati, con i santi angeli e con il loro e il nostro divino Creatore, per quanto ci è dato di poterlo fare in questa vita mortale; contemplare in qualche maniera le ineffabili e inesprimibili perfezioni di Dio come in uno specchio e per analogia; eccitare ed esortare con la parola a una tale vita e a tali esercizi coloro che sono presenti, e con lo scritto coloro che sono assenti; domare l’orgoglio di questa vita e raffrenare i desideri della carne con vestiti poveri e grossolani, con un cibo vile e parco, con lunghe veglie, con occupazioni penose e umilianti; insegnare al proprio corpo a essere sottomesso e ubbidiente in tutto all’anima e alla ragione; a meno che non si pretenda, ripeto, che tutti questi esercizi del solitario, e tanti altri simili, siano inerzia, noia, sonnolenza.

È necessario ammettere che la vita solitaria, più di ogni altro stato, è attiva e laboriosa, non perché essa si occupi di opere esteriori e corporali o di affari di questo mondo, no, ma in esercizi più nobili e più fruttuosi, interiori e spirituali, più convenienti a quella parte di noi che è immortale.

Citato in Jean Leclercq, Il richiamo dell’eremo. La dottrina del beato Paolo Giustiniani (1953), prefazione di Th. Merton, presentazione di dom P. Fassera, Edizioni Scritti Monastici, Abbazia di Praglia, 2005, pp. 74-5.

 

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«Tu ricordi, fratello» (Dice il monaco, XXXVII)

In realtà, dice il poeta fratello di un monaco. Scrive infatti Francesco Petrarca in una lettera del 25 settembre 1349 al fratello Gherardo, monaco della Certosa di Montrieux:

Se calcolo bene, nel servizio di Gesù Cristo e nella sua scuola, tu taci ormai da sette anni. È tempo ormai che cominci a parlare oppure, se il silenzio ti è dolce oltre ogni cosa, che mi risponda anche in silenzio. Tu ricordi, fratello, quale una volta era la nostra condizione e quanta faticosa dolcezza cosparsa di infinite amarezze tormentava il nostro animo. […] Tu ricordi quanto grande e quanto vano fosse in noi il desiderio di splendide vesti che ancora mi tiene, lo confesso, per quanto sempre meno ogni giorno; quel continuo affaccendarsi a vestirci e spogliarci, faticosamente ripetuto mattina e sera; quel timore che un capello potesse uscire di riga o che un lieve soffio di vento scomponesse la vanitosa acconciatura della chioma; quella cura che mettevamo nello schivare le bestie che ci venivano incontro o alle spalle perché la veste nitida e profumata non si macchiasse di uno schizzo di fango o, nell’urto, dovesse sgualcirsi. Stolte davvero preoccupazioni degli uomini, e dei giovinetti soprattutto!

Francesco Petrarca, Lettere familiari, X, 3, in Epistole, a cura di U. Dotti, Utet 19832, p. 265 (come assaggio di una storia bellissima del fratello certosino del Petrarca di prossima relazione).

 

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«La mia doccia si è rotta» (Dice il monaco, XXXVI)

Dice un’anonima carmelitana francese nel 2013:

Se una suora vuole parlare dopo le funzioni serali, normalmente può andare a trovare la Priora – ed è sempre lo stesso: non nella cella. Neanche per parlare con la Priora si può andare nella cella, si va nel suo ufficio. Bisogna che ognuna abbia il proprio luogo dove sia veramente a casa sua, dove possa sistemare le proprie cose come preferisce, il suo angolino di preghiera o la sua posta, dove sia sicura che nessuno entri. Dopo tutto, nel mondo, quando si va a trovare gli amici, non è che vi facciano entrare dovunque. Forse la prima volta, se hai comprato casa, fai vedere tutto agli amici e parenti, ma poi non entreranno più nella camera da letto; andranno in salotto, nella sala da pranzo, forse anche in cucina e nei corridoi, ma non nelle camere.

[…]

Se si vuole parlare con una suora, anche per questioni banali, e si hanno domande da farle, si va nella sala comune o in qualche stanza da lavoro. In ogni caso, le suore non hanno il permesso di entrare nelle celle [delle consorelle]. Se si deve fare un lavoro in una cella e bisogna chiedere alla suora competente (per esempio, se qualcosa si è rotto nella finestra), bisogna dire che si vorrebbe far entrare quella particolare suora per riparare. «La mia doccia si è rotta, non so cosa fare; suor Anne può venire a vedere?» Bisogna sempre chiedere.

Citata in Francesca Sbardella, Abitare il silenzio. Un’antropologa in clausura, Viella 2015, pp. 61-2; un libro di estremo interesse, attualmente in lettura e di prossima relazione.

 

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«Vai al cine, vacci tu» (Dice il monaco, XXXV)

Dice Martin Lutero, o.s.a., nel 1530:

Sant’Antonio, a quanto sembra, era un grande santo. Viveva in una foresta, lontano dalla gente, non beveva, né mangiava come gli altri uomini, trascorreva tutto il giorno in preghiera e conduceva una vita rigorosa e santa. Un giorno pregò in una visione il nostro Signore Dio che lo informasse circa la sua santità: egli pensava che in cielo gli spettasse una sedia accanto a san Pietro. A questo punto sentì una voce dal cielo che gli disse ch’egli era devoto e buono come un conciapelli o un ciabattino in Alessandria. Questo è davvero un buon esempio: Antonio, che viveva nel deserto, si mortificava e faceva penitenza ed era più santo di qualunque altro uomo sulla terra, davanti al giudizio (di Dio) non faceva una figura migliore di un povero ciabattino di cui non si accorge nessuno. E allora uno può dire giustamente: se da una vita così dura non ho niente di più, si faccia monaco il diavolo, non io!

Lutero, Sermone su Giovanni 21, 1530; citato in Peter Gemeinhardt, Antonio. Il monaco che visse nel deserto, il Mulino 2015, pp. 164-65.

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«Una ucella picciola e nera» (Dice il monaco, XXXIV)

Scrive fra’ Domenico Cavalca, o.p., traducendo all’inizio del Trecento il secondo libro dei Dialoghi di Gregorio Magno, cioè la «Vita di San Benedetto»:

Or essendo [Benedetto] un giorno solo venne lo tentatore. Ed una ucella picciola e nera che comunemente si chiama merla, e cominciolli a volare intorno a la faccia, ed importunamente li veniva infino al volto, e sì presso che co mano l’avarebbe potuta prendare se avesse voluto. Per la qual cosa Benedetto maravigliandosi fecesi lo segno de la croce, e la merla si partitte. E partendosi la merla sentitte Benedetto tanta e sì forte tentazione quanta mai provata n’avea. Ché una volta avea Benedetto veduta nel secolo una bella femmina, la quale lo nemico li ridusse a la memoria. E formolli in tal modo ne la imaginazione la bellezza di questa femmina, e di tanto fuoco li accese l’animo, che la fiamma dell’amore appena li capeva nel petto, e quasi poco meno, vinto di disordinato amore, deliberava di lassare l’ermo. E subitamente soccorso da grazia di Dio, tornando a sé medesmo e vergognandosi, vedendo quinde presso un grande spineto ed orticheto, spogliossi ignudo e gittossi fra quelle spine ed ortiche.

Domenico Cavalca, Il «Dialogo» di S. Gregorio, II, in Volgarizzamenti del Due e Trecento, a cura di C. Segre, UTET 1980, pp. 245-46; scrive, tra l’altro, il professor Segre: «La prima attività del Cavalca sembra essere stata quella di traduttore, con le Vite dei Santi Padri e il Dialogo (ma, secondo la Cenname, nell’ordine opposto), certo anteriori al 1333, e forse di molto; e più che di traduzioni, si deve parlare di garbati, e sostanzialmente abbastanza fedeli, rifacimenti».

 

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Beati i capodogli (Dice il monaco, XXXIII)

Dice Ambrogio, in realtà vescovo, di Milano, intorno al 387:

Laggiù, dunque, ove l’ampia distesa del mare impedisce agli uomini di spingersi a scopo di esplorazione, o di navigarvi temerariamente a scopo di lucro, laggiù si dice che si nascondano i cetacei, quelle specie mastodontiche di pesci, torreggianti come montagne [se feruntur cete, illa inmensa genera piscium, aequalia montibus corpora], a sentire coloro che li hanno potuti vedere. E là essi vivono in pace, e, lontani dalle isole e separati da ogni contatto con le città di mare, si sono opportunamente ripartite le loro località e abitazioni. E qui rimangono, senza violare i confini dei vicini, e non cercano di cambiare i luoghi, transitando liberamente qua e là, ma li amano come se si trattasse del luogo natìo, e ritengono delizioso stabilirvisi per sempre [in his inmorari dulce arbitrantur]. E li hanno scelti proprio per essere in grado di vivere un’esistenza solitaria, tenendosi lontani da ogni osservatore importuno.

Ambrogio, Exameron, Commento ai sei giorni della Creazione, V, 28, a cura di G. Coppa, Utet 1969. (Devo la scoperta di questo bellissimo passo di Ambrogio a un articolo della studiosa del vescovo di Milano Chiara Somenzi; Ambrogio, oltre a mostrare una certa nostalgia per la vita riparata dei giganti degli abissi, sembra qui stabilire un parallelismo tra di essi e i monaci e gli eremiti, che lasciano il mondo e fanno voto di stabilità in un luogo preciso…)

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Sfere, non cubi (Dice il monaco, XXXII)

Dice Matoes, Padre del deserto:

Un fratello chiese al padre Matoes: «Che devo fare? La mia lingua mi è causa di afflizione: quando giungo in mezzo agli altri, non riesco a trattenerla, ma in ogni loro buona azione trovo da giudicarli e accusarli. Che devo dunque fare?». L’anziano gli rispose: «Fuggi nella solitudine. È debolezza infatti. Chi vive con dei fratelli , non deve essere un cubo, ma una sfera, per poter rotolare verso tutti». E disse: «Non per virtù vivo in solitudine, ma per debolezza; sono forti infatti quelli che vivono in mezzo agli uomini».

Detti dei Padri del deserto, serie alfabetica, Matoes, 13 (questo e il precedente appunto mi sono stati suggeriti dalla lettura dell’articolo di Lisa Cremaschi, Il desiderio dell’armonia con tutto il creato nei Padri del deserto, «Ora et Labora» LXX [2015], 1).

 

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La giostra (Dice il monaco, XXXI)

Scrive Miguel de Molinos, sacerdote dell’Ordine di San Pietro di Alcantara, nel 1675, rivolgendosi all’anima:

Se commetti qualche errore, senza perdere tempo né fare tanti discorsi sulla caduta, devi fugare il timore vano e la codardia, senza alterarti né inquietarti, riconoscendo la tua mancanza con umiltà, considerando la tua miseria, rivolgendoti con fiducia amorosa al Signore, andando da lui a chiedergli perdono con il cuore, senza rumore di parole. Resta in pace nel far questo, senza chiederti se ti abbia o meno perdonata, ritornando ai tuoi esercizi e al tuo raccoglimento, come se tu non fossi mai caduta.

Non è sciocco chi partecipa a una giostra insieme ad altri e, per essere caduto sul più bello della gara, se ne sta a terra a piangere e disperarsi, ragionando sulla caduta? Su, gli dicono, non perdere tempo, alzati e riprendi a giocare, perché colui che si rialza velocemente e continua la sua gara, è come se non fosse mai caduto.

Miguel de Molinos, Guida spirituale, 2, XVIII, 129-130, introduzione di G. Perrotti, traduzione di V. Vitale, Olschki Editore 2007, pp. 81-2 (per la sua Guida, Molinos nel 1685 fu arrestato e processato; abiurò nel 1687 e fu condannato al carcere, dove trascorse gli ultimi nove anni della sua vita).

 

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