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K.O. alla seconda ripresa (Dice il monaco, XXX)

Dice Nilo di Ancira, abate, nei primi decenni del V secolo:

Se tanta scienza ed esperienza esige il combattimento contro le passioni, di quanta perfezione non debbono aver raggiunto il traguardo quanti si sono assunti il compito di guidare i sudditi per condurli saggiamente al raggiungimento del premio proprio della celeste vocazione! Per insegnare con saggezza, debbono sapere a quali sbandamenti vanno incontro e a tutto ciò che porta all’errore, sì da poter indicare gli antidoti che occorre usare per condurli alla vittoria, sì che essi non abbiano soltanto a tracciare dei segni per aria con le loro dita, ma abbiano anche a vibrare dei colpi ben dati nella lotta contro l’avversario. In un vero e proprio combattimento, ognuno di essi dovrà infatti non agitare invano le mani per aria, ma riuscire veramente ad eliminare l’avversario; perché questa lotta è più dura di quella degli agoni ginnici. Qui infatti si piegano fisicamente i corpi degli atleti, che possono facilmente raddrizzarsi; lì invece si abbattono le anime, che una volta prostrate difficilmente si rialzano.

Nilo di Ancira, Discorso ascetico, 41, a cura di C. Riggi, Città Nuova 1983, p. 75.

 

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Tutti monaci! (Dice il monaco, XXIX)

Dice Giovanni Crisostomo, intorno al 385:

Una volta ammesso dunque che Paolo comanda, e non solo ai monaci, di imitare i discepoli e perfino lo stesso Cristo, e in più che egli propone un supremo castigo per coloro che rifiutano quell’imitazione, con quale pretesto intendi tu affermare che il traguardo imposto ai monaci è ben più elevato? È necessario invece che tutti gli uomini tendano alla stessa meta. Quello che sovverte il mondo intero è proprio questo, il fatto che noi siamo persuasi che soltanto i monaci debbano occuparsi di quell’impegno, e che gli altri uomini possano vivere del tutto liberamente. Non è dunque così, non lo è affatto; ma a tutti, e così egli infatti afferma, è richiesto di raggiungere quella saggezza, ed io perciò intendo dichiarare con fermezza questo principio; in realtà, non io, ma proprio Colui che ci dovrà giudicare.

Giovanni Crisostomo, Contro i detrattori della vita monastica, III, 14, a cura di L. Dattrino, Città Nuova 1996, p. 188.

 

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Quella specie di centro vuoto (Dice il monaco, XXVIII)

Dice Timothy Radcliffe, domenicano, a un convegno di abati benedettini, nel settembre 2000:

Perché le persone sono attirate dai [vostri] monasteri? Vorrei condividere oggi con voi alcune idee che mi sono fatto a proposito. Potreste pensare che io sia completamente pazzo: è un domenicano, cosa può capire della vita benedettina? In tal caso, vi prego di perdonarmi. Vorrei sostenere che nei vostri monasteri Dio si rivela non per qualcosa che voi fate o dite, ma forse perché la vita monastica al suo centro ha uno spazio, un vuoto, nel quale Dio può mostrarsi. E voglio anche provare a dimostrare che la regola di san Benedetto crea proprio quella specie di centro vuoto nelle vostre vite, all’interno del quale Dio può abitare ed essere scorto.

Timothy Radcliffe, Il trono di Dio. Discorso al Congresso degli abati benedettini, Roma, Sant’Anselmo, settembre 2000; il testo inglese del discorso può essere letto qui.

 

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Otto buoi (Dice il monaco, XXVII)

Scrive Isacco della Stella, cisterciense, abate di Notre-Dame de l’Étoile, in una lettera a Giovanni de Bellesmains dopo il 1150:

Ma ecco, mentre eravamo felici di scrivervi queste cose, sia per la materia, sia per la persona, affinché non oltrepassassimo la misura di una lettera, ci ha pensato il vostro Ugo di Chauvigny, che con un attacco improvviso si è lanciato su di noi, e di sua propria mano ha percosso in modo aspro e crudele alcuni nostri conversi; ha ferito in modo vergognoso alcuni famigli; ha vomitato contro la nostra persona, al momento assente, numerosi insulti e minacce; ha rapito otto buoi e pensiamo li abbia già venduti [De bobus octo rapuit, et, ut putamus, iam vendidit]. E la sua mano è ancora tesa all’attacco! Sui tetti va già dicendo che in me si vendicherà di tutti gli inglesi. Volesse il cielo che non fossi inglese, o che qui, dove sono in esilio, non avessi mai visto inglesi! [Utinam aut Anglus non fuissem, aut, ubi exsulo, Anglos numquam vidissem!].

(La citazione è un promemoria per il monaco, filosofo e scrittore che è stato definito «il grande mistero di Cîteaux», i cui Sermoni saranno una delle prime letture del prossimo anno; Isacco della Stella, I sermoni, vol. I, a cura di D. Pezzini, Edizioni Paoline 2006, p. 13).

 

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Qualcuno ci vuole (Dice il monaco, XXVI)

Dice p. Cesare Falletti, priore del monastero cistercense Dominus Tecum a Pra’d Mill, presso Bagnolo Piemonte, nel 2012:

La gente che viene ci chiede sempre: «Che ci state a fare qui, potreste andare a curare i malati, a fare tante cose…» Tutti ce lo chiedono. E la risposta è: «Me lo chiedo anch’io». Nel senso che io perché Dio distribuisce le sue vocazioni proprio così non lo so… Lui lo sa. E io credo che ci vogliono un po’ di monaci, molti insegnanti, molti medici, e che Dio nelle sue chiamate equilibra tutto. Molti preti, e poi… gente al servizio ce ne vuole tanta, gente che risponde e sta attenta a lui a nome di tutta l’umanità ne bastano pochi, ma qualcuno ci vuole.

La dichiarazione si può ascoltare (e il volto del priore di Pra’d Mill vedere) nella prima puntata della prima stagione dei Passi del silenzio, la notevolissima serie di documentari di Tv2000 dedicata ai monasteri italiani (a partire dal minuto 50′ e 21″).

 

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Rallegrarsi per le mele (Dice il monaco, XXV)

Scrive Cassiodoro, intorno alla metà del VI secolo:

Poiché se per qualcuno dei fratelli, come ricorda Virgilio, “il sangue si arresta freddo intorno ai precordi”, così da impedire una buona conoscenza sia della letteratura profana sia di quella sacra, anche con una scarsa erudizione può darsi che costui scelga con decisione ciò che viene indicato dal verso seguente: “Mi compiacciano allora i campi e le acque che irrigano le valli”; dal momento che è proprio congeniale dei monaci prendersi cura di un giardino, coltivare la terra e rallegrarsi per la fecondità dei frutteti [et pomorum fecunditate gratulari].

(Institutiones Divinarum et Saecularium Litterarum I, 28; il dito che mi ha indicato la citazione è quello del cardinale Newman.)

 

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Una scelta di uova fritte (Dice il monaco, XXIV)

Dice Bernardo di Chiaravalle, intorno al 1125:

Siccome infatti schifiamo i cibi semplici, quali la natura li ha creati, mentre mescoliamo variamente i sapori e, disprezzando quelli che Dio ha messo nelle cose, stuzzichiamo la gola con sapori adulterini, noi varchiamo il limite segnato dalla necessità, ma c’è sempre posto per ulteriori piaceri. Chi infatti potrebbe dire, per tacere d’altro, in quanti modi le sole uova si voltano e si strapazzano [versantur et vexantur], con quanto studio si rivoltano, si rovesciano, si liquefanno, si rassodano, si sminuzzano, e si portano in tavola ora fritte, ora abbrustolite, ora farcite, ora accompagnate da altri cibi, ora sole? E a quale scopo tutto questo, se non puramente per ovviare al fastidio?

Bernardo di Chiaravalle, Apologia all’abate Guglielmo IX, 20, in Trattati, Opere di San Bernardo, vol. I, a cura di F. Gastaldelli, Fondazione di Studi Cistercensi, Città Nuova 1984, pp. 193-95.

 

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Mi raccomando, fratelli, il marsupio è un no (Dice il monaco, XXIII)

Dice Ogerio di Lucedio, abate cisterciense, agli inizi del XIII secolo:

O monaco di Dio, o discepolo di Cristo, ascoltami, ascolta il mio consiglio. Il diavolo ti vuole estrarre, svellere dal gregge del Signore. Bada di non consentirgli, di non credergli; egli infatti è mendace. Ti vuole uccidere, ti vuole assassinare, ti vuole portare con sé nella gehenna. Guardatevi dalle cassette, guardatevi dai marsupi [loculis; marsupiis]: sono trabocchetti del diavolo. E pure: quanti si perdono per essi, quanti uccidono per essi! Dicono di Giuda che fosse un ladro e tenesse la cassa, ecc. Costui, poiché cercò il lucro, finì nel cappio: perse la vita e lucrò la morte. E pure: quante cassette, ahimè, quanti marsupi ci sono nei monasteri di san Benedetto! Quanti cocollati, tonsurati fin sopra le orecchie, hanno il marsupio dello spirito, la cassetta della propria volontà, il marsupio della mormorazione, della maldicenza, della svagatezza, della superbia e dell’ira, dell’invidia e della cattiva volontà! Ma ricordate, fratelli carissimi: coloro che fanno ciò seguiranno Giuda il traditore: e così, se non si pentiranno, perderanno il regno di Dio.

Ogerio di Lucedio (ca. 1136-1214), Sermoni, I, 3; cit. in Giovanni Lunardi, La spiritualità dei padri monastici del secolo XII, Edizioni La Scala 2012, p. 74 (il testo originale si può vedere qui).

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Evidentissima causa (Dice il monaco, XXII)

Dice Antonio da Barga, olivetano, intorno al 1450:

Riguardo alle vesti cosa dirò? Noi, infatti, non siamo da paragonare agli antichi padri, che avevano poche vesti e di scarsa qualità, sebbene crediamo di non essere simili neppure ai girovaghi. Noi, infatti, a meno che non vi sia una palese necessità – vale a dire una malattia – indossiamo una piccola tunica. Non portiamo camicie, né di lino né di lana, ma sulla nuda carne indossiamo una semplice tunica. Ciascuno di noi ha a suo uso tre tuniche, con la cocolla e lo scapolare. A ciascuno, poi, vengono dati i sandali e i cappucci necessari. Le scarpe vengono concesse raramente, solo a coloro che sono pressati dalla malattia o dalla vecchiaia, o se lo richiede un’altra evidentissima causa.

Cronaca, 17, in Per una rinnovata fedeltà. Fonti olivetane, a cura di C. Falchini, Edizioni Qiqajon – Comunità di Bose 2003, pp. 200-201.

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Reparto guastatori (Dice il monaco, XXI)

Temendo il rimprovero dell’amico e maestro Manegoldo, circa la sua eccessiva frequentazione degli autori classici, dice Wibaldo, abate di Stablo (Stavelot), intorno al 1149:

Ma perché tu rimproveri e accusi me, monaco e che già comincio a incanutire, perché leggo spesso o mi occupo di queste cose? Sappi che io entro in questi accampamenti non come un disertore o come uno che passa al campo nemico, ma come uno che va a esplorare e che desidera saccheggiare – ché magari riesco a ghermire una madianita con la quale, una volta che si sarà rasata e si sarà tagliata le unghie, potrò unirmi in legittimo matrimonio [quam pilis erasis et unguibus dissectis legitimo mihi valeam copulare matrimonio].

La citazione è in Giovanni Lunardi, La spiritualità dei padri monastici del secolo XII, Edizioni La Scala 2012, pp. 180-81, che però si ferma a «saccheggiare»; la «battuta» sulla madianita fa riferimento a Deuteronomio, 21, 10-13.

 

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