«A meno che, ripeto» (Dice il monaco, XXXVIII)

Dice Paolo Giustiniani (1476-1528), camaldolese:

No, la vita del solitario non è, come credono taluni, inattiva e oziosa, bensì più di ogni altro genere di vita, attiva e laboriosa, a meno che non si pretenda che leggere, studiare, comporre, scrivere, esaminarsi, regolare gli affari della propria anima, riandare nella vita passata, ordinare diligentemente il presente, prevedere prudentemente l’avvenire, pentirsi della colpe passate, combattere le passioni e i desideri disordinati, armarsi contro le occasioni prossime di turbamento e di caduta prima che esse si presentino, pensare alla morte e mettersela davanti agli occhi affinché essa non ci colga all’improvviso, meditare le realtà umane e divine degne di tener occupato senza posa uno spirito elevato, e ciò non a caso e come in sogno, ma con ordine e applicazione; lodare frequentemente con la nostra voce giorno e notte il Dio creatore con salmi, cantici e inni; ringraziarlo di tutti i suoi benefici; con accenti ancor più vivi ed efficaci elevarsi grazie alla preghiera mentale verso la divina Maestà per quanto possibile a una umana creatura; uscire, per così dire, da questo mondo per conversare con gli spiriti beati, con i santi angeli e con il loro e il nostro divino Creatore, per quanto ci è dato di poterlo fare in questa vita mortale; contemplare in qualche maniera le ineffabili e inesprimibili perfezioni di Dio come in uno specchio e per analogia; eccitare ed esortare con la parola a una tale vita e a tali esercizi coloro che sono presenti, e con lo scritto coloro che sono assenti; domare l’orgoglio di questa vita e raffrenare i desideri della carne con vestiti poveri e grossolani, con un cibo vile e parco, con lunghe veglie, con occupazioni penose e umilianti; insegnare al proprio corpo a essere sottomesso e ubbidiente in tutto all’anima e alla ragione; a meno che non si pretenda, ripeto, che tutti questi esercizi del solitario, e tanti altri simili, siano inerzia, noia, sonnolenza.

È necessario ammettere che la vita solitaria, più di ogni altro stato, è attiva e laboriosa, non perché essa si occupi di opere esteriori e corporali o di affari di questo mondo, no, ma in esercizi più nobili e più fruttuosi, interiori e spirituali, più convenienti a quella parte di noi che è immortale.

Citato in Jean Leclercq, Il richiamo dell’eremo. La dottrina del beato Paolo Giustiniani (1953), prefazione di Th. Merton, presentazione di dom P. Fassera, Edizioni Scritti Monastici, Abbazia di Praglia, 2005, pp. 74-5.

 

1 Commento

Archiviato in Camaldolesi, Dice il monaco

Una risposta a “«A meno che, ripeto» (Dice il monaco, XXXVIII)

  1. Paola

    Davvero bello!

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