Beati i capodogli (Dice il monaco, XXXIII)

Dice Ambrogio, in realtà vescovo, di Milano, intorno al 387:

Laggiù, dunque, ove l’ampia distesa del mare impedisce agli uomini di spingersi a scopo di esplorazione, o di navigarvi temerariamente a scopo di lucro, laggiù si dice che si nascondano i cetacei, quelle specie mastodontiche di pesci, torreggianti come montagne [se feruntur cete, illa inmensa genera piscium, aequalia montibus corpora], a sentire coloro che li hanno potuti vedere. E là essi vivono in pace, e, lontani dalle isole e separati da ogni contatto con le città di mare, si sono opportunamente ripartite le loro località e abitazioni. E qui rimangono, senza violare i confini dei vicini, e non cercano di cambiare i luoghi, transitando liberamente qua e là, ma li amano come se si trattasse del luogo natìo, e ritengono delizioso stabilirvisi per sempre [in his inmorari dulce arbitrantur]. E li hanno scelti proprio per essere in grado di vivere un’esistenza solitaria, tenendosi lontani da ogni osservatore importuno.

Ambrogio, Exameron, Commento ai sei giorni della Creazione, V, 28, a cura di G. Coppa, Utet 1969. (Devo la scoperta di questo bellissimo passo di Ambrogio a un articolo della studiosa del vescovo di Milano Chiara Somenzi; Ambrogio, oltre a mostrare una certa nostalgia per la vita riparata dei giganti degli abissi, sembra qui stabilire un parallelismo tra di essi e i monaci e gli eremiti, che lasciano il mondo e fanno voto di stabilità in un luogo preciso…)

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