Ognuno nel suo posto (Il san Benedetto del cardinale Newman, pt. 1/2)

John Henry Newman (American Annual Cyclopaedia and Register of Important Events, Vol.15, 1891)

John Henry Newman (American Annual Cyclopaedia and Register of Important Events, Vol. 15, 1891)

Forse oggi la lettura del saggio La missione di san Benedetto di John Henry Newman, apparso per la prima volta nel 1858, è più significativa per la comprensione della figura del cardinale, che per quella del «patriarca dell’Occidente». Quand’anche fosse così, è comunque una lettura molto piacevole e fertile, a cominciare dalla tesi da cui prende le mosse Newman. Se guardiamo alla storia del cristianesimo, e della cultura, e la dividiamo idealmente nei tre periodi antico, medioevale e moderno, «ci sono rispettivamente tre ordini religiosi che si susseguono sulla pubblica scena l’uno all’altro, e rappresentano l’insegnamento impartito dalla Chiesa cattolica nel periodo della loro egemonia»: quello di san Benedetto, quello di san Domenico e quello di sant’Ignazio. «Forse questo me lo si concederà senza troppe esitazioni», prosegue Newman, assegnando come «suo tratto distintivo» a Domenico lo spirito scientifico, a Ignazio lo spirito pratico e a Benedetto la poesia.

La poesia. Il monachesimo poetico di Benedetto fugge il mondo inautentico dei contrasti, delle vanità e delle ansie e insegue l’isolamento, la quiete e la pace, condizione necessaria per la contemplazione e la «visione dell’eternità»; torna «a quella primitiva età del mondo che i poeti hanno spesso cantato, la vita semplice dell’Arcadia o il regno di Saturno» e sceglie «la natura anziché l’arte, la vasta terra e i cieli maestosi anziché la città affollata» e soprattutto il Creatore anziché la creatura. La «poesia» di Benedetto si oppone alla «scienza»: non vuole comprendere, vuole ammirare; non vuole misurare, ma si compiace del vago; prende la mulattiera e non la ferrovia.

Allo stesso Newman viene il sospetto di aver esagerato – «ho detto più del necessario per chiarire cosa intendo» – e con una mossa improvvisa ci conduce oltre una curva verso un paesaggio sconfinato, quello della «famiglia di san Benedetto», che non è il frutto di una sola mente, di un unico momento, di un’unica intuizione, «è bensì un’organizzazione, variegata, complessa, irregolare e variamente ramificata, ricca più che simmetrica… come una grande vegetazione spontanea; porta sul volto i tratti che mostrano che è un’opera divina, non la semplice creazione del genio umano». Mi sembra un bel modo di restituire la varietà del grande fiume benedettino, che ha sicuramente conosciuto periodi di secca ostinata, ma cui anche il più severo osservatore non può togliere il tempo, la durata, l’aver accolto e l’essere scorso «attraverso le singolari avventure di persone di cui non abbiamo quasi nessuna testimonianza».

Lo sguardo di Newman a questo punto si è sollevato e osserva dall’alto i «monasteri isolati e sparsi per ogni dove [che] occupano la terra, ognuno nel suo posto, con una maestà parallela, ma superiore, a quella delle antiche residenze aristocratiche»: Bobbio, San Gallo, Fulda, Montecassino («la metropoli del nome benedettino»), «case antiche come queste conquistano lo spirito per la grandezza e insieme la dolcezza della loro presenza». È difficile sottrarsi all’afflato di questa pagina, è difficile non lasciarsi trasportare dalle immagini del cardinale («ogni porta e ogni chiostro ha avuto la propria storia, e il tempo ha inciso sui loro muri la cronaca delle proprie rivoluzioni»), è impossibile non comprendere il moto di «riverenza e affetto» ch’egli confessa.

Un poeta qui c’è senz’altro, ma non è Benedetto, è il cardinale.

(1-continua)

John Henry Newman, La missione di san Benedetto («Atlantis», gennaio 1858), in Benedetto, Crisostomo, Teodoreto: profili storici, traduzione di S.M. Malaspina, Jaca Book 2009, pp. 141-193.

 

Lascia un commento

Archiviato in Benedettine / Benedettini, Libri

Una passeggiata con Cipriano

QuandoUomoDiventaIstriceLa nuova collana di libri «Vetera sed nova», che le Edizioni San Paolo hanno lanciato l’anno scorso, sembra fatta apposta per uno come me, e infatti ho preso tutti i volumi apparsi finora (tranne uno). «Le piccole ma non meno preziose “gemme” della letteratura cristiana antica e medievale, dal messaggio umano e cristiano sempre attuale», come recita la presentazione della casa editrice, sono infatti assai ghiotte, come nel caso dell’ultima in ordine di tempo, il De zelo et livore di Cipriano di Cartagine, pubblicato col titolo di Quando l’uomo diventa istrice. La gelosia e l’invidia.

Il breve testo, forse un sermone, scritto non prima del 251, è sicuramente importante per la conoscenza della figura del vescovo africano (che soffrì il martirio per decapitazione durante la persecuzione dell’imperatore Valeriano nel 258), ed è importante per la storia del cristianesimo delle origini, quale testimonianza della strada tutt’altro che diretta e rettilinea che ha portato alla definizione dei sette vizi capitali. Ma non sono questi i motivi per i quali, come si suol dire, me lo sono goduto.

Come accade non di rado con questi testi, che non devo tecnicamente studiare, ma posso semplicemente leggere, li considero una passeggiata senza obblighi – se non quello di non inquinare – e mi godo il paesaggio, sempre ricco di sorprese, curiosità e insegnamenti, e particolari anche minori come la più classica delle metafore sportive: non si tratta ancora di calcio ma «corriamo ogni giorno in questo stadio [dove si esercitano] le virtù [in hoc virtutum stadio cotidie currimus]».

Mi dispiace un po’ che Cipriano consideri la musica, certa musica, instrumentum diaboli, il quale «tenta le orecchie attraverso le melodie della musica per dissolvere e rendere fiacco il cristiano vigore mediante l’ascolto di un suono più dolce», mentre trovo perfetta, assolutamente perfetta e non bisognosa di alcuna prova la seguente formulazione: «[È] una calamità senza rimedio odiare chi è felice».

Mi piace la descrizione (di cui il curatore ci mostra la derivazione da Seneca) dell’invidioso, che esibisce «il volto minaccioso, lo sguardo torvo, il pallore del volto, il tremore delle labbra, lo stridore dei denti, parole rabbiose, insulti sfrenati…»; mi piacciono queste cinque parole che descrivono il modo in cui l’Avversario si insinua nei nostri pensieri, «leniore aura et flatu molliore», cioè «con un sussurro più lieve e più dolce»; mi piace l’idea che i pensieri «marciscano»; mi piace molto questa immagine di Dio padre che «di persona [ipso] osserva e giudica il corso dei nostri comportamenti e della nostra vita [… E] che allora appunto ci potrà capitare di vederlo se gli piacciamo dapprima in questo mondo per essergli graditi per sempre nel suo Regno».

Nell’ultima frase citata «il corso dei nostri comportamenti e della nostra vita» traduce l’espressione latina conversationis ac vitae nostrae curricula, che trovo molto bella e molto interessante linguisticamente. D’altra parte poco prima Cipriano, citando l’insegnamento dell’apostolo Paolo, aveva ricordato che ci è possibile camminare nella luce perché «illuminati dalla luce di Cristo, siamo sfuggiti alle tenebre di uno stile di vita immerso nella notte», che in latino suona così: «Qui inluminati Christi lumine tenebras nocturnae conversationis evasimus». Quanta strada ha fatto quella espressione: cosa c’è infatti di più intimo, dolce, e scevro di malignità, alle nostre orecchie di una conversazione notturna?

Cipriano di Cartagine, Quando l’uomo diventa istrice. La gelosia e l’invidia, edizione bilingue a cura di L. Coco, Edizioni San Paolo 2014 («Vetera sed nova»; 5).

 

Lascia un commento

Archiviato in Le origini, Libri

21st Century Monastic Man (pt. 4/4)

AMonasticVision(qui la prima, la seconda e la terza parte)

Una sintesi interessante di preoccupazione per il futuro dell’istituzione monastica e slancio di rinnovamento l’ho trovata nel testo di Joan Chittister (delle Benedictine Sisters of Erie, Pennsylvania), Old Vision for a New Age. La chiave di volta del ragionamento della monaca, e scrittrice, e attivista per la pace e per il dialogo interreligioso, sta nella risposta che secondo lei i monaci, più esattamente le comunità, devono dare alla domanda sulla natura della vita contemplativa: l’energia racchiusa nella spinta alla contemplazione ci spinge verso Dio e nel mondo, o fuori del mondo?

La comunità monastica benedettina è stata un centro di stabilità e un modello di armonia per un mondo in disfacimento, è stata la risposta cristiana a quel mondo, e lo è stata ritraendosi da esso. Per essere un altrettale centro e modello per questo mondo in furiosa trasformazione, se non in disfacimento, la comunità monastica oggi non può ritrarsi da esso, pena la sua scomparsa. «Oggi non è a Roma», afferma con un certo piglio l’autrice, «che bisogna far ascoltare una voce limpida e profetica di giustizia e di pace; è a Washington, alla Banca Mondiale, al Fondo Monetario Internazionale. Sono il sessismo, il razzismo, il clericalismo e il materialismo che soffocano le persone; sono l’elitismo, il militarismo e la nuclearizzazione che spaventano realmente la gente. Ed è il benedettinismo, con la sua attenzione per l’uguaglianza, la voce di tutti, l’assistenza, la pace, i bisogni individuali, il riposo, il lavoro, l’apertura alle cose e l’immersione nello spirito di Dio, che possiede il linguaggio per contrastarli.»

Per essere ancora una volta «una nuova voce nel mondo, un nuovo modello di vita benedettina», le comunità devono individuare nuovi sistemi di «contatto», nuovi modi per condividere con gli altri i frutti della contemplazione. Gli ambiti che Joan Chittister indica sono sei, in una profluvie – mi permetto di osservare – di «dovere» che dà la misura dell’urgenza. I monasteri devono dunque diventare: 1) centri di riflessione sulla fede, riflessione comunitaria e non solitaria, con le ricadute pratiche che ciò comporta («le persone vengono nei nostri monasteri per le celebrazioni liturgiche e poi si uniscono ad altre associazioni quando si tratta di trovare il modo di vivere santamente»); 2) centri di coscienza, coscienza sociale e civile anche («la comunità monastica che si batte soltanto per se stessa diventa ben presto di scarso valore nelle vite degli altri»); 3) centri di sviluppo spirituale, integrati con la società che li circonda (grazie soprattutto alla figura degli oblati e al ruolo dei laici); 4) centri di «servizio pubblico», che assolve anche alla funzione di richiamare l’attenzione su ciò di cui c’è bisogno: se il problema è la povertà e la fame, il servizio saranno pasti caldi; se le escluse saranno le donne, il servizio sarà l’inclusione; se i dimenticati saranno coloro che hanno sofferto un abuso, il servizio sarà l’aiuto psicologico, e così via. «Scopo del chiostro è concentrare la nostra attenzione sulle cose di Dio», quindi anche sulla povertà, sulla violenza, sull’abuso: «Il monachesimo non può essere una scusa per l’inazione».

I monasteri devono essere inoltre 5) centri di dialogo tra diverse fedi, e soprattutto 6) modelli di uguaglianza. E qui i toni dell’autrice decollano, fino a mettere in discussione, seppur con la dovuta discrezione, uno dei cardini della vita monastica. E non mi riferisco tanto all’insistito accento sull’uguaglianza di genere – «non possiamo essere bastioni del sessismo in un mondo nel quale metà della popolazione praticamente non ha voce in capitolo nelle scelte della propria vita» –, quanto all’obbedienza. I monaci non possono più vivere nel mondo come se fossero altrove, quindi «non possiamo più rappresentare un modello autoritario, in nome dell’obbedienza, quando mezzo mondo reclama il diritto di essere incluso nei processi decisionali che lo riguardano»; dobbiamo incentivare atteggiamenti adulti di partecipazione, dobbiamo crescere, dobbiamo abbandonare modelli gerarchici di dipendenza e minorità, «non possiamo concedere nulla alla chiusura in noi stessi in nome della contemplazione, che è in ascolto, ma non pianta alcun seme, non reca alcun frutto, non nutre alcunché». Solo così il monachesimo potrà cambiare, restando se stesso.

(4-fine)

Joan Chittister, Old Vision for a New Age, in A Monastic Vision for the 21st Century a cura di P. Hart, ocso, Cistercian Publications 2006, pp. 89-104.

 

2 commenti

Archiviato in Benedettine / Benedettini, Libri

Jerpoint Abbey

Jerpoint 00Jerpoint Abbey è un nobilissimo rudere cisterciense che si trova nei pressi di Thomastown, nella contea di Kilkenny (Irlanda). La fondazione risale al 1160, e nei suoi circa quattrocento anni di vita l’abbazia crebbe in potere e prestigio, sviluppò intorno a sé una cittadina (ora scomparsa) e fu al centro di molte vicende, non soltanto religiose: «Per ricchezze, onori e bellezze architettoniche», dicono le guide ottocentesche, «nessuna istituzione monastica in Irlanda superò Jerpoint».

Jerpoint 01Lo scrittore e giornalista irlandese S.C. Hall pubblicò pure delle Lines written at evening, at Jerpoint Abbey, che cominciano così (in realtà, questa è la seconda di venticinque stanze):

I gaze where Jerpoint’s venerable pile,

Majestic in its ruins, o’er me lowers:

The worm now crawls through each untrodden aisle,

And the bat hides within its time-worn towers.

It was not thus when, in the olden time,

The lowly inmates of yon broken wall

Lived free from woes that spring from care or crime,

Those shackles which the grosser world enthrall.

Then, while the setting sunbeams glistened o’er

The earth, arose to heaven the vesper song:

But now the sacred sound is heard no more,

No music floats the dreary aisles along;

Ne’er from its chancel soars the midnight prayer;

The stillness broken by no earthly thing,

Save when the night-bird wakes the echoes there,

Or the bat flutters its unfeather’d wing.

 

Jerpoint 02Nei brandelli di chiostro sopravvissuti (e in parte ricostruiti nel ventesimo secolo) ho visto una cosa che, se ben ricordo, non avevo mai visto altrove. In alcuni degli intercolunni delle poche colonnette rimaste in piedi, si possono vedere degli altorilievi molto curiosi, non tutti di argomento religioso.

 

 

 

 

Compresa questa giovane donna sorridente, con la sua mantellina, e questo paggio, forse col mal di pancia.

Jerpoint 04 Jerpoint 05

(Foto Potts)

Lascia un commento

Archiviato in Cisterciensi, Luoghi, spazi e sopralluoghi

Una scelta di uova fritte (Dice il monaco, XXIV)

Dice Bernardo di Chiaravalle, intorno al 1125:

Siccome infatti schifiamo i cibi semplici, quali la natura li ha creati, mentre mescoliamo variamente i sapori e, disprezzando quelli che Dio ha messo nelle cose, stuzzichiamo la gola con sapori adulterini, noi varchiamo il limite segnato dalla necessità, ma c’è sempre posto per ulteriori piaceri. Chi infatti potrebbe dire, per tacere d’altro, in quanti modi le sole uova si voltano e si strapazzano [versantur et vexantur], con quanto studio si rivoltano, si rovesciano, si liquefanno, si rassodano, si sminuzzano, e si portano in tavola ora fritte, ora abbrustolite, ora farcite, ora accompagnate da altri cibi, ora sole? E a quale scopo tutto questo, se non puramente per ovviare al fastidio?

Bernardo di Chiaravalle, Apologia all’abate Guglielmo IX, 20, in Trattati, Opere di San Bernardo, vol. I, a cura di F. Gastaldelli, Fondazione di Studi Cistercensi, Città Nuova 1984, pp. 193-95.

 

2 commenti

Archiviato in Dice il monaco

«Il nostro scopo non è sedurre…» (Reperti 23: Francesco Biamonti)

Isola di Saint-Honorat, foto Potts

Isola di Saint-Honorat, foto Potts

Uno dei personaggi del romanzo di Francesco Biamonti Vento largo, una donna, ha lasciato in seguito a un lutto il piccolo paese dove viveva, nell’entroterra ligure, sopra Ventimiglia. Forse ha preferito cambiare aria anche per questioni poco chiare legate alla vicenda. Dove sia andata il protagonista non lo sa; se lo chiede e lo chiede, e ogni tanto riceve qualche notizia indiretta: Sabèl sta bene.

La donna si è rifugiata sull’Isola di Saint-Honorat, davanti a Cannes, e lavora insieme con un’amica nei campi di lavanda, nelle vigne e nei frutteti dell’abbazia di Lérins. Alloggia nel monastero e condivide spazi e tempi degli altri ospiti laici, in ritiro spirituale o, come lei, temporaneamente fuori dal mondo. Alla sera va a passeggiare sui lunghi sentieri dell’isola, e durante una di quelle passeggiate incontra un monaco: «”Signora, non sta bene? È un po’ che la guardo: è immobile e impietrita.” Il monaco che le parlava dal sentiero aveva i capelli grigi e radi, il volto rugoso e mite. Era quello che ogni tanto, abito chiaro e svolazzante, attraversava il refettorio a grandi passi. Adesso scendeva e qui all’aperto non aveva più nulla di ieratico».

Nel breve dialogo che segue il monaco invita più volte Sabèl a confidarsi, ma la donna è reticente: «”La sera vengo qui”, Sabèl disse; “da quella riga di frangenti si alzano fantasmi musicali. Certe sere seguo il vostro canto. Mi porta via.”

«”La ringrazio. Ma il nostro scopo non è sedurre… Musica e mare! Non mi vuol dire in che la terra l’ha offesa?”»

(Francesco Biamonti, Vento largo, Einaudi 1991.)

 

 

Lascia un commento

Archiviato in Reperti

Questo monastero non è un albergo!

Abbazia cistercense di Thoronet (foto Potts)

Abbazia cistercense di Thoronet (foto Potts)

Sono state rese pubbliche le «Riflessioni conclusive» che l’abate generale dell’Ordine Cistercense, Mauro Giuseppe Lepori, ha pronunciato al termine della sua Relazione sullo stato dell’Ordine al XVIII Sinodo, tenutosi a Roma ai primi di luglio. Sono riflessioni molto personali, in cui spesso ricorre la prima persona singolare, e per questo assai interessanti, e attraversate da una grande preoccupazione, appena dissimulata.

Preoccupazione profonda, che va oltre la questione della sopravvivenza delle comunità: «Tante nostre comunità, umanamente considerando, possono fare lo stesso discorso [della vedova di Sarepta, 1 Re 17, 7-16]: abbiamo quel che basta per vivere ancora qualche anno, o comunque per morire in pace, poi sarà finita». L’abate generale si augura che la discussione che sta per aprirsi vada la di là del tema pratico della precarietà, che pure va affrontato, e auspica uno slancio che si racchiude in una domanda molto sincera: «Come siamo chiamati ad esprimere la nostra fiducia che anche nelle condizioni odierne del mondo, della Chiesa, delle nostre comunità, Dio ha un disegno buono, un disegno di vita, per noi e per il mondo?» Insomma, ancora una volta, che senso abbiamo noi monaci oggi? Che ne deve essere di noi?

Con la cautela, e la mitezza, di un abate generale, Mauro Lepori due risposte le tenta: autorità come accompagnamento e comunità come cantiere costante di comunione. Per quanto riguarda il primo aspetto l’abate denuncia il senso di impotenza e solitudine che talvolta avverte («l’abate generale cistercense è un po’ il presidente d’Italia. Ha pochi poteri, e quindi poca “corte”, ma siccome le altre strutture di governo sono spesso in crisi, deve comunque occuparsi di tante realtà difficili, praticamente da solo») e le difficoltà legate all’organizzazione dell’Ordine («la struttura del nostro Ordine non aiuta sempre ad affrontare i problemi con trasparenza»). È importante che i superiori e le superiore si parlino e si aiutino tra loro: accompagnino e siano accompagnati nella loro funzione, che è l’unica che, nella pratica quotidiana di discernimento e decisione, può «tenere insieme» le comunità, mantenerle vive e in cammino, sollecitandone i membri a essere anzitutto fratelli e sorelle. (A questo riguardo, tra l’altro, compare nel discorso dell’abate l’unico, criptico accenno a tensioni intramonastiche: «Poi ci sono falsi pastori o pastore, mercenari o mercenarie, che riescono a fuggire con tutto il gregge, come abbiamo visto purtroppo nel nostro Ordine, col sostegno di altri pastori-mercenari…»)

Dal modo in cui l’abate parla di comunità, seconda traccia della sua risposta, si evince come essa sia da dare tutt’altro che per scontata. È lui stesso a dirlo con inusuale franchezza: «In molte comunità non trovo comunità. Trovo un gruppo, trovo squadra, a volte esercito, ma più spesso ospiti di albergo. È un po’ come gli alberghi che servono un’impresa particolare, per esempio una fabbrica, un aeroporto, un grosso cantiere, e in cui quindi tutti gli ospiti sono più o meno dello stesso mestiere, ma in albergo ci stanno solo per lavorare altrove». No, qualunque sia l’attività cui si è chiamati, la prima ragione della comunità è la comunità stessa, la vita insieme sotto una Regola e una guida. Vita di lavoro, preghiera, meditazione, ascolto, confronto, sostegno, dialogo, silenzio, veglia e ricreazione – tutto insieme, in un «lavoro di formazione continua».

Questa è la ragione e al tempo stesso il messaggio della comunità, in una dimensione mistica, ovviamente, poiché la comunità è «inserita» nel Corpo di Cristo e ha bisogno di questo centro più ancora che dei soldi per pagare le riparazioni e le bollette, «perché senza questo centro vedo che le persone si perdono, perdono la strada, non sono felici, vivono come pagani».

 

1 Commento

Archiviato in Cisterciensi

Asceti serpenti (Reperti, 22: Thomas Mann)

1940_Thomas_Mann_Die_vertauschten_Köpfe_Orig.-UmschlagMi hanno suggerito, giustamente, di leggere Le teste scambiate, un racconto lungo di Thomas Mann, che ne trasse lo spunto da una leggenda trovata nel libro dell’amico indologo Heinrich Zimmer dedicato al mito indiano.

I tre protagonisti della vicenda – lei, lui, l’amico di lui – a un certo punto si recano da un eremita per un consiglio circa la loro peculiare situazione e costui, «Kamadamana, il vincitore dei desideri», oltre a darglielo, li ammaestra con un breve monologo sull’ambiguità della rinuncia. Perché raccogliere delle giuggiole se poi devo rinunciare a esse? Perché una rinuncia senza una sfida non vale nulla? Ma in questo modo non cedo comunque al godimento della vista? «La penitenza insomma è una botte senza fondo, una cosa imperscrutabile, perché le tentazioni dello spirito vi si mescolano con quelle dei sensi e danno da fare come il serpente che mette due teste quando gliene fu mozzata una. Ma è bene che sia così e ciò che conta è sempre l’intrepidezza.»

Va notato che la figura dell’eremita è un’aggiunta di Mann rispetto agli elementi presenti nella leggenda originale; non mi pare assurdo quindi immaginare che per il luogo in cui risiede l’eremita, la foresta di Dankaka, insieme con altri santi, Mann si sia servito di reminiscenze di altra provenienza. Questa foresta, infatti, assomiglia parecchio alla Tebaide, essendo «abbastanza vasta per offrire ad ognuno sufficiente isolamento e un tratto di orrido deserto». Gli uomini, e le donne, che la popolano praticano diversi gradi di ascesi, alcuni «avevano quasi interamente domato i puledri dei sensi e combattendo fino all’ultimo sangue la loro carne… arrivavano a osservare i voti più crudeli»: digiuni «senza limiti», abiti sempre bagnati d’inverno, bracieri accesi per aumentare il calore della stagione calda, movimento costante (in piedi, seduti, in piedi, seduti), e così via fino al sospirato ricongiungimento con Brahma.

Una santa comunità di asceti, non priva tuttavia di tensioni non del tutto sante. Chissà a cosa stava pensando Mann quando aggiunse questo breve commento: «Il mondo dei solitari è un mondo come un altro dove gli appartenenti sono bene informati e dove si fanno molte chiacchiere e critiche, dove regnano gelosie, curiosità e smania di essere da più, sicché l’eremita sa benissimo dove abita l’altro e come vive».

Di’, hai sentito di Euprepio? Per cuscino usa una pietra, non levigata! ‘Sto impunito.

Thomas Mann, Le teste scambiate (1940), traduzione di E. Pocar, in Le teste scambiate. La legge. L’inganno, introduzione di R. Fertonani, Mondadori 2011, pp. 1-126.

 

Lascia un commento

Archiviato in Reperti

Niente, era solo un pelucco

Un’ultima nota prima di riporre sullo scaffale questo volume di Regole monastiche della Spagna visigota che tanto mi è piaciuto. Nient’altro che un gesto, semplice eppure tanto comune e significativo oggi, qui, come allora nella Spagna visigota, colto tra la righe di una regola.

La Regola comune, all’interno delle varie disposizioni per i monasteri che ospitano monaci e monache, precisa anche i modi in cui ci si deve salutare. Bisogna stare sempre allerta, «Cristo è geloso; non vuole fare della sua casa una casa di commercio». Il contatto in particolare è pericoloso, quello fisico, quello di sguardi, quello più innocente:

«Nessun abate o fratello presuma poi, in qualsiasi luogo, di dare un bacio ad un anziano senza il permesso dei superiori, né di volgere il capo, come per un accordo, verso le monache. Né una donna osi mettere le mani sulla testa o sull’abito di un monaco per spianarlo

Regola comune o Regola degli abati, in Regole monastiche della Spagna visigota, introduzione e note di J. Campos Ruiz, Edizioni Scritti Monastici, Abbazia di Praglia, 2014, p. 200.

 

Lascia un commento

Archiviato in Libri, Regole, Spigolature

Pépinière au monastère. La Regola di san Fruttuoso (pt. 2/2)

(la prima parte è qui)

La Regola comune o Regola degli abati, ispirata alla Regola di Fruttuoso, secondo alcuni a lui attribuibile, secondo altri specifica per i monasteri doppi (il che la renderebbe molto preziosa), va collocata intorno alla fine del sesto decimo del VII secolo e nonostante la brevità offre molte «particolarità» interessanti. Ad esempio si diffonde con una certa ampiezza sulla categoria dei sedicenti monaci che Benedetto bolla e depreca come sarabaiti e tratta molto più sbrigativamente. Oppure vi si può trovare un capitolo dedicato a «come devono vivere quelli ai quali sono affidate le greggi del monastero»; vi si trovano istruzioni per la convivenza, assai problematica, di monaci e monache; e infine va ricordato che il testo è stato tramandato nei codici insieme con un «Patto», esempio notevole per antichità ed estensione di una formula scritta di professione monastica.

Ma, come dicevo, c’è un capitolo, il sesto, molto curioso e che merita di essere letto per dar conto di un passo della Regola dei monaci di Fruttuoso. Studiosi e curatori lo hanno intitolato Come gli uomini, con le mogli e i figli, debbano vivere in monastero senza pericolo. Eccone la prima metà.

Piacque alla santa regola comune che quando arrivasse qualcuno con moglie o figli piccoli [era dunque una circostanza prevista, forse più che altro perché comunque si verificava, e, come tale, regolata], cioè tra i sette anni, sia i genitori che i figli si diano in potere all’abate, il quale da se stesso, con ogni sollecitudine, disponga ragionevolmente che cosa debbano osservare [decide quindi l’abate, in piena autonomia e con la discrezione che sarà poi sommamente benedettina]: anzitutto non abbiano alcun potere sul proprio corpo [è un modo per estendere loro il voto di castità?], e non si preoccupino del cibo o degli abiti. Né pretendano di possedere ricchezze o case di campagna che un tempo lasciarono [la spoliazione va ancora ribadita; fa sorridere l’unico riferimento alle «case di campagna»], ma vivano in monastero soggetti come ospiti e pellegrini [uno status un po’ vago, soprattutto perché temporaneo]. Né i genitori siano solleciti per i propri figli, né questi per i loro genitori; né s’intrattengano in conversazione comune, a meno che ciò non fosse comandato dall’autorità dell’abate [fin qui, per quanto la situazione sia non proprio stabile, tutto bene; adesso si fanno strada i problemi].

Tuttavia, questi bambini molto piccoli che vediamo trastullarsi con i loro giocattoli, per una misericordia loro concessa [l’immagine di tre o quattro bambini piccoli, seduti sul prato al centro del chiostro, che giocano con bambole di pezza o cavallucci di legno o magari a palla, è per me inedita e notevole], abbiano permesso, quando lo vorranno, di andare dal padre o dalla madre [certo, tutti i bambini, dopo un po’, vogliono la mamma o il papà], affinché i genitori non cadano nel vizio della mormorazione a causa loro [cioè, immagino, a loro volta si lamentino che non possono vedere i propri figli], perché di solito c’è molta mormorazione in monastero a motivo di questi bambini piccoli [qui s’intravede qualcosa di non chiarissimo, non necessariamente legato alle gravi circostanze evocate dalla Regola di Fruttuoso, ma comunque delicato; la chiusa di questa parte del capitolo è infatti molto istituzionale].

Ma siano aiutati da tutti e due i genitori, finché abbiano una certa conoscenza della regola e sempre siano istruiti, in modo che tanto i bambini che le bambine, si sentano spinti verso il monastero che abiteranno.

(2-fine)

Regola comune o Regola degli abati, in Regole monastiche della Spagna visigota, introduzione e note di J. Campos Ruiz, Edizioni Scritti Monastici, Abbazia di Praglia, 2014, pp. 161-209.

 

2 commenti

Archiviato in Libri, Regole